Paolo Cugini
Verrà un tempo in cui l’uomo non
sopporterà più il vuoto davanti ai propri occhi. Chiederà immagini capaci di
rassicurarlo, superfici lucenti che gli restituiscano, senza resistenza, la
forma esatta del suo desiderio. Non cercherà ciò che lo supera, ma ciò che gli
somiglia; non attenderà una parola inattesa, ma pretenderà un’eco. E chiamerà
pienezza quella prigione luminosa nella quale ogni cosa conferma ciò che egli
già vuole vedere.
L’idolo non impone la propria
presenza: la offre come una risposta perfettamente calibrata. Lo sguardo vi
incontra ciò che cercava e, riconoscendolo, si sente appagato. Nessuna
distanza, nessuna eccedenza, nessun mistero interrompe la coincidenza tra desiderio
e immagine. L’idolo è uno specchio compiacente: non rivela il volto del mondo,
ma restituisce al soggetto la figura ingrandita delle sue attese. Per questo
seduce. Esso non domanda conversione, non ferisce le certezze, non apre una
strada; si limita a confermare.
Ma proprio nella soddisfazione si
nasconde il pericolo. Quando lo sguardo riceve immediatamente ciò che desidera,
smette di interrogare ciò che vede. La visione non è più un incontro, bensì un
consumo; non è più apertura, ma possesso. L’immagine diventa docile,
disponibile, misurata sul bisogno di chi guarda. E ciò che sembra libertà,
poter vedere sempre ciò che si vuole, si trasforma lentamente nella più sottile
delle servitù: non essere più capaci di vedere altro.
L’idolo riempie totalmente il campo
visivo. Non lascia margini, non tollera periferie, non concede all’assenza il
diritto di parlare. Tutto deve essere presente, esposto, nitido, disponibile.
La superficie si fa assoluta e la materialità pretende di essere l’ultima
parola sul reale. In questo regno dell’evidenza, ciò che non appare sembra non
esistere; ciò che non seduce viene scartato; ciò che non produce soddisfazione
immediata è giudicato inutile.
Così la bellezza, separata dalla
verità, diventa anestesia. L’estetica non conduce più oltre la forma, ma chiude
l’esperienza dentro la forma stessa. Il soggetto contempla e si compiace;
ammira e si sente confermato; accumula immagini e crede di aver dilatato il
mondo, mentre ha soltanto moltiplicato le pareti della propria stanza. L’idolo
non mente necessariamente in ciò che mostra: mente perché fa credere che non vi
sia altro da vedere.
Guai alla società che consegna
all’immagine il potere di stabilire ciò che merita attenzione. Essa finirà per
venerare soltanto ciò che brilla, per ascoltare soltanto ciò che la lusinga,
per riconoscere come vero soltanto ciò che può essere esibito. I volti
diventeranno vetrine, le parole ornamenti, i corpi misure di valore. Persino il
dolore dovrà assumere una forma attraente per essere riconosciuto. E l’uomo,
circondato da visioni, perderà la facoltà di vedere.
Occorre allora educare lo sguardo
alla soglia, non alla sazietà. Occorre imparare a sostare davanti a ciò che non
si lascia consumare, ad accogliere l’opacità, la distanza, il silenzio. Il vero
non riempie sempre il campo visivo: talvolta lo interrompe. Non ci consegna ciò
che cerchiamo, ma ci libera dalla tirannia di cercare soltanto noi stessi. Là
dove l’idolo si offre interamente, il mistero si ritrae; e proprio ritraendosi
ci chiama fuori dalla nostra misura.
Vigiliamo, dunque, sul nostro
sguardo. Non chiamiamo rivelazione ogni immagine che ci soddisfa, né verità
ogni forma che coincide con il nostro desiderio. Lasciamo aperto un varco
nell’orizzonte, perché possa giungere ciò che non abbiamo previsto. Solo uno
sguardo non sazio può ancora attendere; solo uno sguardo che accetta di non
possedere può riconoscere; solo chi osa attraversare la superficie scoprirà che
il reale non è fatto per compiacerci, ma per trasformarci.
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