lunedì 14 settembre 2026

L’idolo e lo sguardo sazio

 



Paolo Cugini

 

 

Verrà un tempo in cui l’uomo non sopporterà più il vuoto davanti ai propri occhi. Chiederà immagini capaci di rassicurarlo, superfici lucenti che gli restituiscano, senza resistenza, la forma esatta del suo desiderio. Non cercherà ciò che lo supera, ma ciò che gli somiglia; non attenderà una parola inattesa, ma pretenderà un’eco. E chiamerà pienezza quella prigione luminosa nella quale ogni cosa conferma ciò che egli già vuole vedere.

L’idolo non impone la propria presenza: la offre come una risposta perfettamente calibrata. Lo sguardo vi incontra ciò che cercava e, riconoscendolo, si sente appagato. Nessuna distanza, nessuna eccedenza, nessun mistero interrompe la coincidenza tra desiderio e immagine. L’idolo è uno specchio compiacente: non rivela il volto del mondo, ma restituisce al soggetto la figura ingrandita delle sue attese. Per questo seduce. Esso non domanda conversione, non ferisce le certezze, non apre una strada; si limita a confermare.

Ma proprio nella soddisfazione si nasconde il pericolo. Quando lo sguardo riceve immediatamente ciò che desidera, smette di interrogare ciò che vede. La visione non è più un incontro, bensì un consumo; non è più apertura, ma possesso. L’immagine diventa docile, disponibile, misurata sul bisogno di chi guarda. E ciò che sembra libertà, poter vedere sempre ciò che si vuole, si trasforma lentamente nella più sottile delle servitù: non essere più capaci di vedere altro.

L’idolo riempie totalmente il campo visivo. Non lascia margini, non tollera periferie, non concede all’assenza il diritto di parlare. Tutto deve essere presente, esposto, nitido, disponibile. La superficie si fa assoluta e la materialità pretende di essere l’ultima parola sul reale. In questo regno dell’evidenza, ciò che non appare sembra non esistere; ciò che non seduce viene scartato; ciò che non produce soddisfazione immediata è giudicato inutile.

Così la bellezza, separata dalla verità, diventa anestesia. L’estetica non conduce più oltre la forma, ma chiude l’esperienza dentro la forma stessa. Il soggetto contempla e si compiace; ammira e si sente confermato; accumula immagini e crede di aver dilatato il mondo, mentre ha soltanto moltiplicato le pareti della propria stanza. L’idolo non mente necessariamente in ciò che mostra: mente perché fa credere che non vi sia altro da vedere.

Guai alla società che consegna all’immagine il potere di stabilire ciò che merita attenzione. Essa finirà per venerare soltanto ciò che brilla, per ascoltare soltanto ciò che la lusinga, per riconoscere come vero soltanto ciò che può essere esibito. I volti diventeranno vetrine, le parole ornamenti, i corpi misure di valore. Persino il dolore dovrà assumere una forma attraente per essere riconosciuto. E l’uomo, circondato da visioni, perderà la facoltà di vedere.

Occorre allora educare lo sguardo alla soglia, non alla sazietà. Occorre imparare a sostare davanti a ciò che non si lascia consumare, ad accogliere l’opacità, la distanza, il silenzio. Il vero non riempie sempre il campo visivo: talvolta lo interrompe. Non ci consegna ciò che cerchiamo, ma ci libera dalla tirannia di cercare soltanto noi stessi. Là dove l’idolo si offre interamente, il mistero si ritrae; e proprio ritraendosi ci chiama fuori dalla nostra misura.

Vigiliamo, dunque, sul nostro sguardo. Non chiamiamo rivelazione ogni immagine che ci soddisfa, né verità ogni forma che coincide con il nostro desiderio. Lasciamo aperto un varco nell’orizzonte, perché possa giungere ciò che non abbiamo previsto. Solo uno sguardo non sazio può ancora attendere; solo uno sguardo che accetta di non possedere può riconoscere; solo chi osa attraversare la superficie scoprirà che il reale non è fatto per compiacerci, ma per trasformarci.

 

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