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venerdì 19 luglio 2024

DALLA CHIESA AL SAGRATO

 




Perché la pastorale fa così fatica ad uscire

 

Paolo Cugini

 

Ho sempre sentito molto forte la mia origine. L’identità di una persona, dipende molto dall’ambiente frequentato nei primi anni di vita, così ci dicono gli psicologi dell’età evolutiva, nell’infanzia e nell’adolescenza. Negli anni in cui, come missionario, ho vissuto in Brasile, ogni volta che tornavo a Reggio Emilia, una puntatina a Massenzatico, il mio paese natale, la facevo sempre. Ci andavo in bicicletta, per gustarmi meglio i ricordi che affioravano passando vicino ad una casa di un vecchio amico, o ad un fosso dove avevo fatto il bagno con amici, oppure, la piazza della chiesa, piena di ricordi dell’infanzia.

In questi giorni, sapendo dell’evento sociale a Massenzatico più importante dell’anno, che porta il nome di Massenziadi, che vanta una lunga tradizione, non potendo essere presente fisicamente – mi trovo in missione a Manaus, in Amazzonia - sono andato su internet per vedere se trovavo qualche foto dell’evento. Ne ho trovate tantissime sulla pagina facebook (https://www.facebook.com/massenziadi/?locale=it_IT ), che ha per titolo: Massenziadi – paese in festa. Guardando le foto, non si può che confermare: è proprio un paese in festa! Colpisce immediatamente, la grande quantità di persone che partecipano ad un evento di un piccolo paese di campagna. Ciò significa che, alla gente piace e che la tradizione conferma la bontà di un evento, che ogni anno sembra rinnovarsi. Colpiscono, anche, i sorrisi e, soprattutto, i tanti giovani. Come fa un paesino come Massenzatico sfornare tanti giovani così? Senza dubbio, vengono anche da fuori, ma molti di loro sono in servizio (si vedono nelle foto) tra i tavoli, o nelle cucine, birrerie, tornei sportivi. Sono loro che passano le settimane precedenti all’evento, che dura dieci giorni, a preparare tutto. Complimenti a questi giovani!

 


Ci sono alcune foto che più di tutte mi hanno colpito e che intendo commentare. In alcune foto, infatti, si vede il sagrato della chiesa piena di gente, che passeggia o che gioca, mentre le porte e le finestre della chiesa sono chiuse. Come mai? Mentre guardo penso alle feste parrocchiali qui in Brasile, nel quartiere Compensa di Manaus, in cu sono attualmente parroco di una parrocchia con sette comunità, uno dei quartieri più pericolosi della città, perché dominato dal traffico. Il mese di giugno, soprattutto, è il mese delle feste (san Giovanni e san Pietro) ci sono tante feste fatte di balli popolari, vendita di cibo locale, giochi per i bambini e altro. Ebbene, in queste feste, che si svolgono davanti alla cappella della comunità, non ne ho mai vista una chiusa. Per questo, sono rimasto stupito quando ho visto nelle foto la chiesa chiusa durante le Massenziadi. Le porte e le finestre chiuse durante la festa che arriva sino sul sagrato, sono una chiarissima manifestazione di un’idea pastorale sottesa: quella roba non c‘entra con la chiesa. Una cosa è la liturgia che facciamo in uno spazio specifico, un’altra cosa una festa popolare.



Guardo e riguardo quelle foto e penso a Gesù, che ha iniziato la propria attività pubblica, così com’è raccontata nel Vangelo di Giovanni, in una festa di nozze, a Cana di Galilea, in cui si sono versati fiumi di vino, al punto che Maria ha coinvolto il figlio Gesù a trasformare l’acqua in vino, perché dicevano: non c’è più vino. Gesù ha potuto fare questo miracolo per il semplice fatto che si trovava alla festa di nozze, in mezzo alla gente: era lì con loro. Ancora. Il pensiero va alle parole polemiche di Gesù con i farisei nel Vangelo di Marco. Gesù rompe in modo definitivo la distinzione tra puro e impuro, tra sacro e profano. Venendo al mondo ha distrutto le barriere che separavano il sacro dal profano. Per questo, non è un caso che Gesù abbia annunciato il Vangelo non nello spazio chiuso di una sinagoga, ma per le strade o sulle rive del lago di Galilea.

Che dire poi di Papa Francesco che, già nel suo primo documento ufficiale Evangelii Gaudium ha parlato della chiesa in uscita, del suo sogno di una chiesa in mezzo alla gente. E allora, ogni volta che ci sono delle feste sul sagrato o nella piazza, spalanchiamo le porte e le finestre della Chiesa, come segno di apertura e di accoglienza. Invitiamo gli agenti di pastorale ad uscire in mezzo alla gente, non per predicare, ma per ascoltare, per cogliere quei semi di vangelo, che si trovano già in mezzo alla gente. Dove c’è servizio gratuito, infatti, c’è una semente di Vangelo, che non aspetto altro che essere coltivata. Dove ci sono giovani che danzano e cantano, c’è la presenza misteriosa del Dio della vita. Dove ci sono relazioni gratuite, c’è la presenza misteriosa di Cristo che c’invita a seguirlo per le strade del mondo.

 

 

lunedì 25 settembre 2017

SIAMO TUTTI MISSIONARI




Editoriale Insieme ottobre 2017
Paolo Cugini
Il mese missionario ci offre la possibilità di riflettere sulla comune indole missionaria dei battezzati. Missionarietà che siamo soliti pensarla come qualcosa di specifico, di una vocazione specifica di qualcuno che esce dal proprio paese per annunciare il Vangelo altrove. Missione significa desiderio di annunciare il Vangelo alle persone che vivono accanto a noi. Per fare questo è necessario, in primo luogo, trovarsi insieme a pregare, a chiedere allo Spirito Santo un’ispirazione, un’idea che orienti il nostro desiderio. E poi bisognerebbe cominciare, passare dall’idea all’azione, per ascoltare la realtà e da lì elaborare un progetto missionario da attuare nel nostro territorio.

Lo slancio missionario fa bene alla comunità, perché la libera dalle paure e, soprattutto, dalla tentazione di chiudersi in se stessa. Quando la comunità si preoccupa d’annunciare il Vangelo sul territorio, ha meno tempo da perdere per curare l’arredo interno, divenendo quindi più essenziale. Come ci farebbe bene questo slancio di uscita all’esterno, per lasciare le comode poltrone e così stare un po' sulla strada! Forse ci aiuterebbe anche nel cammino che stiamo realizzando nell’unità pastorale, a scoprire il dono della diversità dell’altro, ad imparare a vedere il bicchiere mezzo pieno, ad abbandonare il cronico atteggiamento di giudizio negativo verso tutto ciò che non collima con i nostri gusti e desideri.

È bello leggere nei vangeli lo sforzo che faceva Gesù per agganciare gli interlocutori e inserirli in un cammino di salvezza. Gli itinerari di evangelizzazione difficilmente escono fuori a tavolino, frutto esclusivo delle nostre proiezioni. L’uscire per andare verso coloro che non frequentano i nostri spazi, stimola la creatività pastorale e ci libera dall’ossessione di ripetere sempre le stesse proposte, allo stesso modo. La creatività pastorale sgorga dal contatto con la realtà, perché, come c’insegna papa Francesco, la realtà deve sempre precedere l’idea.


Senza dubbio lo sforzo missionario delle nostre comunità porterebbe materiale nuovo sul tavolo dei nostri consigli pastorali. Ci aiuterebbe a scoprire la situazione sociale di tante famiglie di immigrati e anche di italiani che vivono in pessime condizioni sul nostro territorio. Ci aiuterebbe a comprendere meglio la situazione giovanile dei nostri quartieri, per elaborare una pastorale giovanile meno di élite e più in sintonia con la realtà circostante. Uscire dai nostri spazi potrebbe produrre un pensiero nuovo nei nostri consigli pastorali, un’attenzione nuova, più sensibile e misericordiosa, nei confronti di tutti coloro che sotto la nostra “tenda da campo” – così come simpaticamente chiama la chiesa papa Francesco – ci stanno ancora molto stretti. Aquele abraço carinhoso. 

mercoledì 15 giugno 2016

LA CHIESA IN USCITA E LA COMUNITÀ DI DISCEPOLI MISSIONARI



PAPA FRANCESCO E LA RIFORMA DELLA CHIESA
VERONA – CUM 15 GIUGNO 2016



Relatore: Severino Dianich
Sintesi: Paolo Cugini

Riferimento alla storia. Elezione di Giovanni XXIII. Analogie con l’elezione di papa Francesco.
Visione tradizionale della missione che è giunta fino all’inizio del ‘900: tutti gli adulti non battezzati anno all’inferno. Senza la grazia del battesimo nessuno sarebbe rimasto senza colpa. Identificazione tra fede e cultura mediterranea. La cultura dei paesi cristiani con la loro struttura civile e i loro ethos era da portare in gioco nei paesi non cristiani. Salvezza comprendeva la plantatio ecclesia che diventava la fonte del battesimo. Pur con questi condizionamenti il movimento missionario ha avuto una presenza significativa. Tutto ciò ha potuto realizzarsi senza che si toccasse il fondo teoretico. Il consolidarsi di una prassi di una società intera che possa definirsi cristiana si era sostenuta originariamente che tutto il mondo ormai la chiesa è presente (San Tommaso, sec. XIII d. C.). Ciò dipendeva dalla scarsa conoscenza dell’Asia, delle Americhe e dell’Africa.
Le novità sono avvenute con la scoperta delle Americhe, che hanno riproposto la spinta missionaria, con quella impostazione teologica di cui si accennava sopra. L’idea di missione che si è sviluppata è stata quella di una divisione del mondo in due: cristiani e non. Obiettivo era cristianizzare il mondo. L’intreccio con la cultura ed economia era indissolubile. Questo era il paradigma ecclesiologico. La formazione ai ministeri avveniva in seminari distinti. La formazione incideva sul tipo di spiritualità. Il prete diocesano non era missionario e non era interessato ad esserlo.
I padri conciliari vedevano tutto questo. Il Concilio dopo tante discussioni sembrò voler risolvere la questione riducendo a 14 sezioni. Paolo VI sostenne la tesi ma fu bocciato dai padri. Ad Gentes è il frutto di questo travaglio. Il popolo di Dio diviene il soggetto della missione.
Come mai la spinta di papa Francesco non trova accoglienza? Non possiamo dimenticare il nostro retaggio culturale ed ecclesiale.
La chiesa in uscita non è una novità. Padre Leone Dehon: uscire dalle sagrestie (1870).
1977: nuova coscienza della missione (congresso ATI).
Dianich: chiesa estroversa (1978).
Si tratta di riprendere la definizione della chiesa del Concilio. La chiesa non è un assoluto. La chiesa è simile ad un sacramento che è relativo, perché è segno e strumento. Chiesa è una realtà strumentale e non si può definire se non a cui è strumentale e cioè nel suo rapporto con il mondo.
Nel 1968 si diceva che era necessario chiudere le missioni. Alla stagione degli anni ’70 è seguito il periodo della preoccupazione della bioetica. Si vuole difendere la societas cristiana.
Fenomeni nuovi:
1.     Presenza crescente di cittadini di altre religioni
2.     presenza di cittadini di nessuna religione
3.     Crescita numerica di abbandono della fede nei paesi cristiani
4.     Scollamento tra costume e morale cattolica
5.     Il matrimonio religioso è dimezzato
6.     Anche il battesimo è sceso al 70%

Alcune esigenze:
Evangelizzare in Europa: che cosa dignifica?
L’evangelizzazione deve fare i conti in Europa con la storia della Chiesa. Anche nei paesi che non hanno una tradizione cristiana, c’è una chiesa piantata: vescovi, preti, ecc.
Altro punto delicato: le culture diverse della cultura occidentale hanno un futuro o no? Stiamo assistendo alla vittoria della cultura ricca con le culture povere.
Papa Francesco punta ad una riforma della chiesa con il concetto di evangelizzazione.
Il tema dell’evangelizzazione ci guadagnerebbe se in questa articolazione si cogliesse il vero punto sorgivo di tutta la missione e dell’esistenza della chiesa.
La parola non è eliminabile. Il cuore della missione è che ci sia un credente e un non credente che comunicano tra di loro e che venga comunicata la fede. Se questo avviene il cristianesimo ha un futuro. Tutti gli aspetti della missione devono confrontarsi su questo punto.
Evangeli Gaudium ha presente questo punto anche se non fa questo passaggio.
Spesso i nostri discorsi presuppongono la fede e non la presentano.
Le nostre strutture portanti: è stato un grave errore dei teologi di snobbare il diritto canonico. Occorre guardare con molta attenzione alle strutture. La prima funzione del diritto è la difesa dei più deboli. Quanto il codice ha recepito le idee del Concilio? I cammini dei due percorsi della teologia e del diritto Canonico si sono scarsamente incontrati.
L’evangelizzazione è prima di tutto un evento interpersonale. La missione però non può essere lasciata solo all’iniziativa delle singole persone.
Comunità di discepoli missionari. La comunità porta la vita comunitaria. La comunità che esce porta le parole e la trasmissione dell’esperienza di vita. Qui s’impone la questione della presenza dei fedeli laici. Il coinvolgimento dei laici nella missione è qualcosa che nasce dall’interno del cammino della chiesa.
L’esperienza cristiana sente l’esigenza di essere portata dove non c’è. Per questo i carismi dei laici sono fondamentali.
Come un’esperienza integrale di chiesa può essere veramente cristiana? Problema del porsi nella società che sia innovativa.






domenica 22 maggio 2016

LE PROVOCAZIONI DI FRANCESCO


Paolo Cugini

Papa Francesco ci stimola a pensare la parrocchia in un modo nuovo, a ripensare il modo di evangelizzare, non partendo esclusivamente dalle strutture del centro, ma dalle periferie. Il Papa c’invita ad abbandonare il criterio pastorale del “si è sempre fatto così”, per avere il coraggio di osare, di cercare e pensare strade nuove per riuscire a portare il vangelo dove ancora non è arrivato. Parrocchia come chiesa in uscita, come chiesa pensata e vissuta a partire dalle periferie, da quelle situazioni esistenziali nelle quali il Vangelo non arriva perché difficilmente la parrocchia pensa dei percorsi di evangelizzazione decentrando il proprio sforzo pastorale. D’altronde, siamo troppo abituati a fare le cose in casa, a gestire l’annuncio del Vangelo come un’attività da realizzare tra le mura costruite da noi e per noi.

Una cosa è, infatti, pensare e vivere la fede a partire dalle nostre strutture, aspettando le persone. Tutt’altra storia è uscire, andare incontro, cercare quella maggior parte di persone che non frequentano i nostri territori, e non entrano nelle nostre strutture. Sappiamo bene che la sfida lanciata dal Papa s’inserisce nel cammino della chiesa italiana che da alcuni anni sta cercando di ripensare la parrocchia in una prospettiva missionaria. Una cosa, comunque è pensare, e tutt’altra cosa è provare, verificare sul terreno se le idee hanno una consistenza a contatto con la realtà.
Sia da coloro che sono stati in Africa che in America Latina mettono spesso in evidenza l’esperienza delle piccole comunità di base, piccole realtà a dimensione comunitaria, nelle quali l’ascolto della Parola di Dio settimanale, o anche la semplice recita del rosario, diviene momento fondante e illuminante di tutta la comunità. Le comunità rappresentano lo sforzo di una chiesa che si decentra (altra idea molto cara a Papa Francesco), che porta il Vangelo nelle case, recuperando quella dimensione familiare e più umana, che a volte perdiamo negli schemi della pastorale ordinaria. Le piccole comunità divengono anche lo strumento privilegiato per suscitare vocazioni laicali, persone che sentono il desiderio e la responsabilità di aiutare la comunità a crescere nella fede e nell’attenzione ai più poveri. Nelle piccole comunità di base è inoltre più facile curare le relazioni, l’attenzione alle singole persone e raggiungerne di nuove. E così, la fede che si celebra va di pari passo con la vita, e le liturgie celebrate nelle comunità si aprono ai problemi reali delle stesse. Una parrocchia che si organizza per uscire dalla canonica e dalle sale parrocchiali e andare ad incontrare le famiglie là dove vivono, produrrebbe senza dubbio idee nuove e stimolerebbe il Consiglio Pastorale parrocchiale a ripensare la presenza della chiesa sul territorio ed elaborare proposte nuove. Una di queste potrebbe essere la possibilità di celebrare la messa quotidiana non solamente ed esclusivamente nella chiesa, ma anche nei quartieri, radunando assieme le persone incontrate. La chiesa in uscita, che s’interessa di annunciare il Vangelo a tutti, entrando in contatto con le tante periferie esistenziali delle nostre parrocchie, potrebbe anche avere un riflesso sul modo in cui pensiamo e gestiamo tante altre iniziative, tra le quali le nostre sagre.


Spesso ci si chiede a che cosa serve andare in missione o a che cosa servono mandare tanti preti, suore e laici in tante parti del mondo se poi, una volta tornati, è richiesto un rapido reinserimento in un cammino pastorale molto diverso. Spesso e volentieri al missionario ritornato dopo tanti anni di missione viene ricordato - non sempre in modo delicato -che non è più là, come se andare in missione fosse stata una colpa, uno sfizio personale e non invece una scelta diocesana. In molti casi sembra quasi che l’esperienza missionaria sia stata una bella esperienza, molto personale di chi l’ha vissuta, ma che poi, una volta tornati, bisogna rapidamente mettere da parte. Io credo che la nostra chiesa ha oggi bisogno più che mai di questi missionari per aiutare le comunità ad uscire per ritrovare se stesse; a mettersi in movimento per scrollarsi di dosso la polvere di secoli di tradizioni umane che hanno soffocato la Parola. La Chiesa ha bisogno dei missionari per ritrovare se stessa. 

sabato 24 ottobre 2015

TAPPE DI UN CAMMINO PER UNA PASTORALE GIOVANILE IN USCITA




Paolo Cugini


In che modo dare concretezza al desiderio di una pastorale giovanile più missionaria, frutto di un cammino di Chiesa che cerca di dialogare con il mondo, non accontentandosi più di conservare semplicemente l’esistente, di una Chiesa, per dirla alla Francesco, in uscita, una Chiesa tenda da campo in mezzo ai giovani?
In questa prospettiva si tratta di far ricorso a tutta la fantasia possibile, anche perché sono pochissime le esperienze in questo campo. Tenterò di delineare le possibili tappe di un cammino, con l’obiettivo di progettare una pastorale giovanile aperta ai giovani sul territorio, capace di pensarsi come proposta formativa per tutti i giovani ed aperta ad operare su tutti gli spazi possibili.

a. Cercarli e farsi compagni di viaggio. E’ fuori discussione il primo passo da compiere. Occorre mettersi in movimento, visitare i luoghi di aggregazione giovanile, sia quelli istituzionali come i bar, i pub, sia gli informali come le piazze, le case e altro. Già in questa primissima fase, ci si rende conto che è impossibile lavorare da soli, ma che diviene necessaria una equipe con la quale confrontarsi e progettare assieme. L’obiettivo di questa prima fase è capire come si muovono i giovani sul territorio, come si raggruppano, quali sono gli spazi preferiti, in che momenti s’incontrano in quel determinato luogo.
 E’ la fase più lunga e delicata, anche perché non è detto che si realizzi e questo per tanti motivi. Il primo è dovuto al fatto che gli educatori disponibili per la realizzazione di questo progetto, molto probabilmente sono membri della comunità parrocchiale e, di conseguenza, fanno parte di quella cerchia di persone che gli adolescenti non desiderano incontrare. Anni di catechismo forzato, anche con le più belle dinamiche e proposte, lasciano il segno. Chi lavora pastoralmente sul territorio, con l’obiettivo di realizzare una pastorale giovanile aperta a tutti, impara a proprie spese il risultato di una proposta di fede identificata con la scolarizzazione e non come scelta personale e libera.
Inizia, a questo primo livello d’incontro, la fase più dura e critica. In gioco, infatti, ci sono gli educatori che, per questa loro immersione nel vissuto giovanile in un terreno sconosciuto e non abituale, saranno chiamati a realizzare un vero e proprio cammino di conversione che è, allo stesso tempo, un cammino di destrutturazione del proprio ruolo e delle proprie competenze. Gli educatori saranno messi in discussione sulle motivazioni di fondo che li conducono ad incontrare i giovani presenti sul territorio e siccome non sono funzionari del comune o di qualsiasi altra agenzia educativa, dovranno fare ricorso a tutta la loro spiritualità per resistere a tale verifica. Soprattutto, però, gli educatori saranno verificati sulle loro intenzioni di fondo. Venendo dalla parrocchia, il sospetto è che il tutto del progetto sia finalizzato a riportare all’ovile le pecorelle smarrite e quindi fare in modo che i giovani incontrati, ritornino all’oratorio o alla Messa domenicale. Se gli educatori non riterranno la relazione amicale come ponte per comunicare proposte e contenuti, sarà molto difficile che il contatto con i giovani sul territorio avvenga. Allora, in questa seconda fase lunga e critica, si tratta di togliere tutti i sottintesi, per permettere il rapporto amicale con gli adolescenti e i giovani presenti sul territorio, non per condurli un giorno nei perimetri ecclesiali, ma per rimanere lì con loro. Se questo cammino porterà qualcuno di loro al desiderio di un incontro più profondo con il Signore, tanto meglio.
 A questo punto del discorso si potrebbero citare alcuni versetti del Vangelo che sostengono quanto andiamo dicendo. L’immagine più significativa ci sembra quella dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35). Gesù si avvicina delicatamente e si fa loro compagno di viaggio, ascoltando il loro vissuto e aiutandoli a leggerlo alla luce degli eventi pasquali, sino alla rivelazione della sua identità. La durata di questo cammino che i discepoli di Emmaus compiono con Gesù, letta spiritualmente e trasferita nella nostra realtà, può essere inteso come il tempo necessario per una persona ad accogliere il mistero di Dio. Alla Chiesa spetta farsi compagna di viaggio, ascoltare, consegnare una lettura, un’interpretazione evangelica degli eventi: il resto lo fa il Signore. La disperazione che si legge tra le righe di certe prese di posizioni dure e non troppo evangeliche, dinanzi alla pochezza dei numeri raggiunti in determinati eventi, la dice lunga sugli autentici obiettivi di certe progettazioni pastorali. Il riempimento degli ambienti ecclesiali sembra divenire, in molti casi, l’obiettivo fondante di tanti progetti pastorali rivolto ai giovani. Di conoscerli, di amarli, di volergli bene per quello che sono, di mettersi a disposizione per aiutarli ad assumere responsabilmente la propria vita, sembra non esserci ombra. E’ questa mancanza di umanità che è necessario estirpare dalla progettazione pastorale, se si vuole realizzare qualcosa di positivo con i giovani presenti su un territorio. Non si può, allora, cercare i giovani, avvicinarli per fargli una predica, per gettargli addosso una morale.
 E’ in questa prospettiva pastorale che possiamo leggere il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Gesù per comunicarci il mistero della salvezza, della misericordia del Padre per noi, si è abbassato, si è fatto servo, ha compiuto un itinerario di avvicinamento che è stato anzitutto un itinerario di abbassamento, umiliazione. E’ di questa Chiesa umile e serva che i giovani hanno bisogno, per ascoltare un messaggio di salvezza, che diviene, in questa prospettiva, una proposta di vita e non una predica morale. Comunicare il Vangelo ai giovani in un mondo che cambia, un mondo che in ogni modo rimane benedetto dal Signore e non semplice oggetto di demonizzazione, richiede l’umiltà di percorrere lo stesso cammino che il Signore ha realizzato per avvicinarci e indicarci la strada.

  Quello che ci sembra importante sottolineare è che, se non avviene l’aggancio, se non avviene il cammino di avvicinamento amicale, la Chiesa perde la possibilità di realizzare l’annuncio del Vangelo ai giovani, perde il ponte necessario per dire in modo diverso la Parola d’amore di Dio, che è Cristo. In un’epoca definita postmoderna, in cui la Cristianità come progetto storico sembra essere definitivamente tramontato[1], il messaggio evangelico non può più essere pronunciato solamente dal pulpito. La scristianizzazione del mondo moderno e la relativa indifferenza su Dio, passa attraverso una progressiva sfiducia della Chiesa e della sua proposta, identificata con un modello storico ben preciso, modello ritenuto passato. Questa situazione culturale di rifiuto della Chiesa, anche se non possiamo parlare allo stesso tempo di un rifiuto di Dio[2], la troviamo in modo latente nei giovani. Diviene, allora, impossibile avvicinarli con una proposta esplicita. Non si avvicinano i giovani presenti sul territorio per arrivare a fare catechismo con loro, nei loro spazi. Se sottolineiamo queste cose è perché, purtroppo, constatiamo che la preoccupazione di tanti educatori è solamente sul piano della catechesi, preoccupati solo di insegnare qualcosa su Dio, di sentirsi in pari con “il programma”, come se tanti gesti, uno stile di vita, l’attenzione, l’amicizia, la dedicazione disinteressata e a tempo pieno, non fossero segni sufficienti della presenza di Dio nel mondo.

b. La proposta.  Se l’incontro tra la Chiesa, attraverso i suoi operatori pastorali, e i giovani presenti sul territorio avviene, allora è possibile passare ad una fase successiva, che è più propositiva. Quando la relazione amicale è intessuta di stima reciproca, diviene naturale avanzare una proposta, anche per spostare l’attenzione dal piano affettivo al piano dei contenuti e dei valori. La proposta che a nostro avviso deve essere fatta a questo punto del cammino, è di tipo formativo. Il problema allora è chiarire che cosa s’intende per formazione. Il lavoro formativo realizzato nella catechesi è innanzitutto trasmissione verbale e, a volte, esperienziale dei contenuti.   Con i giovani che la Chiesa incontra sul territorio, come già abbiamo visto, non si può ripetere lo stesso modello educativo. Che cosa fare, allora? Come realizzare questa proposta formativa?
 Anche in questo caso, per cogliere in profondità il senso del discorso, ci rifacciamo ad un’immagine biblica, quella della Moltiplicazione dei pani. In questo episodio Gesù, dinnanzi ad una folla affamata, che tutto il giorno lo aveva seguito per ascoltare la sua Parola, sente compassione e decide di dargli da mangiare. Gesù aveva tutta la possibilità di risolvere il problema con un intervento divino. Invece, con una serie di domande, coinvolge prima i suoi discepoli e poi si fa consegnare dalla folla gli alimenti che poi avrebbe benedetto e condiviso. E’ questo il punto che ci pare centrale e che offre degli spunti metodologici estremamente significativi, ai fini del nostro discorso. Infatti, tutto il cammino che la Chiesa compie di avvicinamento ai giovani sul territorio, deve essere indirizzato a farsi consegnare il materiale culturale, spirituale e umano sul quale lavorare. Da un lato, esiste una  formazione di tipo scolastico che non è altro che una trasmissione di contenuti da colui che sa e colui che non sa. Dall’altro, c’è un tipo di formazione che tenta di mettere le persone in grado di compiere delle scelte. E’ il metodo dialogico, apparso sulla scena culturale per la prima volta con Socrate, tramandato dai dialoghi del discepolo Platone. E’ anche il metodo di Gesù, che attraverso domande e narrazioni, tentava di mettere gli interlocutori nelle condizioni di compiere una scelta libera e personale. La cultura postmoderna, che incontriamo oggi diffusa nel mondo Occidentale, non accetta più di buon grado le verità calate dall’alto: ci vuole vedere dentro.[3]
Si tratta, allora, di realizzare quel cammino lento e delicato, per farsi consegnare i vissuti e i contenuti dalle persone incontrate, per aiutarli a vederli con occhi nuovi, a interpretare le situazioni, gli eventi in una prospettiva nuova che è la prospettiva del Vangelo. Il cammino che la Chiesa compie nella compagnia dei giovani, si deve realizzare nel rispetto delle libertà reciproca, nella convinzione che è solamente nella libertà che può fiorire un autentico cammino di fede.

Con i giovani presenti sul territorio si può lavorare con il materiale consegnato da loro stessi, negli spazi e nei tempi da loro indicati. E’ a questo livello della proposta, che entra in gioco la creatività dei formatori, che devono essere in grado di diversificare il più possibile le proposte. Se, infatti, si personalizza il cammino, nel senso che non si è più preoccupati di rovesciare lo stesso contenuto allo stesso modo, allora si sentirà l’esigenza di attivare percorsi differenziati, rispettosi il più possibile delle caratteristiche dei giovani incontrati e dei contenuti ricevuti nel momento della consegna.


c. Lavorare in rete. Quanto maggiore sarà il cammino di avvicinamento ai giovani, tanto maggiore sarà la necessità di entrare in rete con le agenzie educative presenti sul territorio. Spesso l’accusa che viene fatta alla Chiesa e a chi lavora negli ambienti ecclesiali, è di essere chiusa, poco aperta al dialogo e sospettosa. In molti casi si assistono a situazioni di rivalità, di antagonismi, che generano malesseri, incomprensioni. Lo sforzo che la Chiesa compie per raggiungere i giovani, deve condurla a guardare diversamente le strutture sociali ed educative presenti nel territorio, non più, quindi, come agenzie rivali ma come possibili collaboratori, nel rispetto delle reciproche competenze. Lavorare in rete significa farsi aiutare senza false ipocrisie, nella ricerca del bene delle persone che s’intendono aiutare e che necessitano di un intervento differenziato, al di là delle visioni settarie. Un lavoro di pastorale giovanile aperto sul territorio, aiuta a conoscere le risorse attivate, vincendo così la preoccupazione di dover risolvere nella solitudine tutti i problemi incontrati. Oltre a ciò, il lavoro in rete può aiutare la stessa Chiesa ad una riflessone più attenta e profonda sull’uso delle risorse a disposizione e sentire l’esigenza d’investire di più sulla formazione sulle persone.

d. La spiritualità dei formatori. Da ciò che sin ad ora è emerso, risulta chiaro come il ruolo degli educatori in questo progetto pastorale, sia fondamentale. Non è qualsiasi educatore che può compiere un lavoro pastorale del tipo che stiamo presentando. Occorrono alcune caratteristiche sulle quali presentiamo alcune indicazioni.
La prima di queste è la capacità di mantenere lo sguardo fisso sulla meta. Il rischio, in un progetto educativo non delimitato da perimetri istituzionali e focalizzato sulla capacità degli educatori di ascoltare le esigenze dei giovani e di creare itinerari formativi sempre nuovi, è quello da un lato di svuotarsi e, dall’altro, di spostare il centro di interesse del progetto. Per questo motivo, a nostro avviso, chi lavoro con i giovani sul territorio, devono essere persone con una vocazione ben definita, come  dei fidanzati, dei giovani sposi o dei religiosi. L’impatto con l’esterno destabilizza, perché richiede un continuo sforzo introspettivo, di messa in discussione di sé, di verifica della bontà delle proprie scelte di vita di fondo. E, allora, se un educatore non è ben centrato, non ha chiara la propria identità, non ha focalizzato il senso del proprio cammino, in poco tempo desiste, si perde. Si potrebbe, così, affidare il progetto ad un gruppo di fidanzati e di giovani sposi, che si rendessero disponibili nei fine settimana.
A questo punto del discorso, diviene necessario riflettere sugli itinerari formativi degli educatori disponibili alla realizzazione del progetto di pastorale giovanile aperto sul territorio.
Un primo livello di formazione dovrebbe riguardare l’acquisizione minima dei contenuti, che aiutino ad identificare meglio l’oggetto del proprio intervento, vale a dire elementi basici di pedagogia, psicologia dell’età evolutiva, sociologia. In questa prospettiva, otre alla lettura collettiva di alcuni testi, si potrebbe pensare ad alcuni interventi con esperti del settore. L’obiettivo di questa prima fase della formazione degli operatori, è metterli in condizioni d’individuare i problemi, per attivare le strutture specifiche e competenti presenti sul territorio.
Ad un secondo livello di complessità si colloca la formazione spirituale. Per coloro che si rendono disponibili ad un lavoro pastorale come questo, è bene iniziare in ginocchio dinnanzi al Signore. La preghiera personale e comunitaria è l’alimento spirituale necessario per affrontare il progetto che s’intende intraprendere. Solamente una persona abituata ad ascoltarsi e ad ascoltare il Signore, può mettersi in ascolto dei fratelli e delle sorelle senza sostituirsi a loro, ma rispettando i loro tempi e la loro libertà. Lo spessore della vita spirituale degli educatori, aiuta anche a precisare meglio l’obiettivo del progetto, che non è specificamente sociale, ma ecclesiale. E’ chiaro che un progetto pastorale di questo tipo, avrà senza dubbio una ricaduta positiva sul tessuto sociale del territorio sul quale si opera. In ogni modo, gli educatori che dalla parrocchia escono sul territorio per incontrare i giovani, non sono operatori di strada, anche se con loro possono condividere alcune mete e alcuni progetti. Diviene importante, ai fini della riuscita del progetto, chiarire con gli stessi operatori l’obiettivo del cammino che s’intende intraprendere, che è annunciare il Vangelo ai giovani sul territorio. Gli educatori che si rendono disponibili per la realizzazione di questo progetto, devono essere degli innamorati del Signore, della Sua Parola e della sua Chiesa. L’immagine biblica che meglio delle altre spiega quanto andiamo dicendo la troviamo in san Paolo.
 “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4, 4-5).
Il Figlio di Dio non si è semplicemente incarnato, non ha compiuto solamente una discesa per avvicinarsi all’umanità immersa nel peccato, ma ha mantenuto vivo un obiettivo e cioè donare l’adozione figliale. Come dicevano i padri della Chiesa, Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse come Dio. La spiritualità dell’operatore del progetto di pastorale giovanile che stiamo discutendo, deve aiutarlo a mantenere sempre vivo il desiderio di stimolare negli adolescenti e nei giovani che incontra, l’immagine di Dio che è in loro, mostrargli non con le parole ma con l’esempio, la grazia di essere figli e figlie di Dio.
Un ultimo livello di formazione per gli operatori del progetto, è la formazione sul campo. Ci si forma formando. Se questa affermazione ha un valore pedagogico in senso generale, ne ha ancor di più in questa prospettiva educativa. La capacità di formarsi valutando il percorso svolto, i momentanei fallimenti e successi, è ciò che costituisce il materiale di questo livello della formazione. Oltre a ciò, va anche considerato sullo stesso piano, la costante attenzione alle suggestioni che vengono dagli stessi giovani incontrati. In fin dei conti, il materiale formativo è il frutto di ciò che esce dallo sforzo educativo messo in atto dalle persone che lavorano sul progetto stesso e da ciò che emerge dalle relazioni instaurate.


e. La ricaduta sulla comunità. Il progetto di pastorale giovanile rivolto ai giovani del territorio parrocchiale, non può essere slegato dal cammino della stessa comunità. Per questo, è un progetto che deve essere pensato e accompagnato dalla comunità e, in modo particolare, dal Consiglio Pastorale e, dove esiste, dal consiglio dell’Oratorio. Accompagnare un progetto simile, significa accettare un cammino di conversione che coinvolge tutta la comunità, attenta a cogliere le provocazioni e i segni dei tempi ricevuti dagli operatori che lavorano sul progetto. E’ la stessa dimensione ecclesiale che viene stimolata nelle sua capacità di ascolto, di dialogo e, soprattutto, di umanità. Dimensione ecclesiale che si riveste di missionarietà, di spinta al di fuori di sé stessa, in obbedienza al comando del Signore, che invita ad annunciare la Buona Novella a tutti. Questo percorso ecclesiale di annuncio fuori dai territori consueti, provocherà la vecchia impostazione di pastorale giovanile basata soprattutto sulle strutture, vale a dire l’Oratorio. Sarà, quindi, necessaria molta pazienza e delicatezza, per non creare rivalità e tensioni, ma mantenere continuamente in osmosi le due dimensioni di uscita e di entrata. Occorre creare il clima pastorale idoneo, affinché venga attivata la circolarità tra Oratorio e piazza, in uno scambio continuo di riflessioni e idee, che sappiano valorizzare i percorsi intrapresi. Attivando il progetto, bisognerà sempre stare attenti affinché non divenga un corpo slegato dal cammino d’insieme della comunità, un qualcosa di autonomo e separato dal resto. Se così avvenisse, sarebbe la fine dello stesso progetto, che non avrebbe più ragione di esistere. Se insistiamo tanto su questo aspetto, è perché percepiamo la forza d’impatto sulla comunità ecclesiale che, una simile proposta, può provocare. Una Chiesa che in virtù della propria vocazione missionaria, si apre sul territorio e si pone il problema del come annunciare a tutti il Vangelo e, in modo specifico, ai giovani, deve accettare di mettersi in discussione. E’, infatti, nella natura stessa del Vangelo il cammino di conversione, che è un cammino di cambiamento, di messa in discussione delle forme consuete di vita. L’uscita all’esterno della comunità ecclesiale provocherà per lo meno due prese di coscienza. La prima riguarda la necessità di migliorare la vita interna della stessa comunità. Qualsiasi attitudine di avvicinamento, anche il più libero e disinteressato, provocherà nei giovani incontrati, una certa curiosità per la comunità mandante. Questo mi sembra un aspetto altamente positivo e insito nello stesso progetto, che rappresenta, in ogni modo, una grande sfida alla stessa comunità. Questa, infatti, si vedrà costretta a rivedere il proprio stile fraterno, a verificare la bontà delle relazioni instaurate tra i membri, la coerenza delle scelte fatte alla luce del Vangelo.
La seconda presa di coscienza riguarda il contenuto dell’annuncio. La comunità che esce ad annunciare il Vangelo ai giovani presenti sul territorio, forse scopre che, di questo Vangelo, non è poi che ne sappia così tanto. E allora, spinta dal desiderio di annunciare a tutti il Vangelo, sentirà l’esigenza di attivare percorsi formativi non solo per gli operatori pastorali che hanno accettato la sfida di andare sul territorio, ma anche per tutti i componenti della comunità.




[1] Cfr. le suggestive riflessioni di G. Campanini, Siamo diventati una minoranza, in Presbyteri  36/ 2002, n. 6, pp.411-420. In area francese, cfr. R. Rémond, Le christianisme en acusation, Desclée de Brouwer, Paris 2001;
[2] Cfr. S. Pagani, Giovani d’oggi e disponibilità al Vangelo. Paradossi per una nuova possibilità educativa, in La Rivista del Clero Italiano, 1/2005, pp. 6-23. Cfr. Anche: A.CASTEGNARO, Fuori dal Recinto. Giovani, fede, Chiesa: uno sguardo diverso, Ancora, Milano 2013.
[3] Su questo punto cfr. G Vattimo, Credere di credere. E’ possibile essere cristiani nonostante la Chiesa?, Garzanti, Milano 1998.