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venerdì 12 aprile 2024

IL GRANDE ERRORE

 



 

Paolo Cugini

 

Aver identificato il rito con la fede: è questo il grande errore. Aver identificato il cammino di fede, che esige un cammino di conversione, un cambiamento di mentalità, con la partecipazione al rito: è stata questa la grande bestemmia che è stata prodotta e riprodotta nei secoli. Un tempo ci credevano tutti – ci ho creduto anch’io-, nel senso che tutti pensavano che fosse proprio così. Secoli e secoli di messe domenicali, hanno fatto credere che per andare in paradiso, che rappresenta un altro grande problema d’interpretazione, bisognava andare a messa alla domenica e, il non andarci, significava cadere in peccato mortale e, di conseguenza, la necessità di confessarsi per non rischiare di aggiungere peccati su peccati. Anche perché a quel tempo, che in realtà è l’altro ieri, di preti ce n’erano a bizzeffe, per lo meno in Occidente, nel continente cristiano. I seminari erano pieni di bambini e di ragazzi, ed erano pieni perché c li mandavano i genitori. Le numerose famiglie cattoliche regalavano volentieri alla chiesa un figlio maschio o una figlia al seminario o al convento. Il mondo era tutto cattolico ed avere in famiglia un prete o una suora era un onore e non una vergogna come ai nostri giorni.

Dicevo che c’erano tanti preti e, di conseguenza, era possibile un certo tipo di pastorale che poneva il prete al centro del discorso. La pastorale, infatti, nasce dalle esigenze del momento, dai problemi incontrati, dal contesto specifico. Non ci si deve meravigliare, dunque, se nel corso della storia le scelte pastorali cambiano e se in un lugo si agisce in modo differente da un altro. C’è stato, dunque, un tempo in cui ci si poteva permettere il lusso d’inventare che, il non andare a messa, fosse un peccato mortale e che, per accedere nuovamente al banchetto eucaristico, fosse necessaria la confessione sacramentale, che non costava nulla, vista la quantità industriale dei preti a disposizione. Ce n’erano così tanti, ma così tanti che un giorno, negli anni ì50 del secolo scorso, un vescovo in visita ad un seminario del Nord Italia nella Regione dell’Emilia-Romagna, in quella città che rimane tra la Pilotta e la Ghirlandina, disse con tono sconsolato al rettore: “e dove li metteremo tutti questi futuri preti?”.

Ce n’erano così tanti di preti da far credere che davvero Gesù avesse inventato la chiesa al maschile, che davvero le donne servivano solo per lavare la biancheria dei preti e delle sacrestie, perché, come si diceva a quei tempi che, in realtà era ieri pomeriggio, è stata la donna a mangiare la mela e a darla poi all’uomo. Tutto un mondo, una cultura, una spiritualità, ma anche un’economia e, perché no, una pedagogia è stata costruita su questa abbondanza spaventosa – in tutti i sensi – di preti. Quello che viene chiamato patriarcato ha fornito il substrato culturale per il diffondersi di pratiche ecclesiali, spacciate per oro colato dal Vangelo, mentre, in realtà, si trattava di scelte pastorali, anche se di pastorale in senso stretto c’era ben poco, perché si trattava d’imposizioni vere e proprie dettate dall’alto e, in altro, a quel tempo, c’erano loro: i preti. Si è fatto credere, e tutto un mondo ci ha creduto per secoli, che l’uomo fosse superiore e la donna inferiore e, per questo, solo gli uomini potevano entrare nei seminari e diventare preti.

Il problema, se così possiamo parlare, è che si è creduto che questa sovrabbondanza di preti fosse un dono della provvidenza. Poi si è scoperto che non era proprio così, che in diversi casi la provvidenza divina c’entrasse poco o nulla, anzi! Questo errore di valutazione è stato il problema, l’inizio dei problemi. Si è chiaramente confuso la quantità con la qualità. Ne hanno sfornati così tanti, da non permettere alcun tipo di lettura differente. Tanti preti hanno voluto dire per secoli tante messe, a tutte le ore del giorno. Tante messe, moltissime messe, sempre più messe ha fatto credere che il centro di tutto, il centro della religione cristiana fosse il rito e non il contenuto. Per questo per secoli si sono prodotte tantissime messe in cui la stragrande maggioranza dei fedeli partecipava senza capire assolutamente nulla. Del resto, non ce n’era bisogno di comprendere, perché chi portava in paradiso era la messa, il rito e non il contenuto, che avrebbe potuto provocare dei cambiamenti di comportamento o, addirittura, dei cambiamenti culturali.  

Eppure, il discorso di Gesù all’inizio del Vangelo era chiaro, anzi, chiarissimo, al punto da non dare adito ad alcun tipo di fraintendimento. e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo" (Mc 1,15). Più chiaro di così! Non c’è nemmeno bisogno di chiamare un interprete, un esegeta: è tutto molto chiaro. Del resto, il Vangelo è scritto per le persone semplice ed è, quindi alla portata di tutti. L’invito è all’accoglienza del Vangelo e alla disponibilità al cambiamento, per permettere allo Spirito del Signore di modellare la nostra umanità, per fare in modo che i tratti dell’umanità di Gesù, del suo modo di essere nel modo, del suo stile non-violento, della sua capacità di accogliere tutti e tutte senza escludere nessuno, siano riprodotti in noi. È di questo che avevamo bisogno! È di questo che il modo aveva sete e continua ad averne! Certamente, lo si capisce bene che il rito è più facile, che una quantità di riti da ascoltare è più facile che essere disponibili a cambiare idea, a modificare il proprio modo di essere e di pensare. È più facile pensare e far credere che se tieni le manine in un certo modo e ti inginocchi in un altro Gesù è contento. Più difficile è smettere di essere disonesto. Difficile è condividere quello che si ha con i più poveri. Difficile è rispondere all’arroganza del mondo con gesti di amore e comprensione. Spacciare il rito come una scorciatoia per il paradiso: è stata questa la grande furbata.

Se uno ci guarda dentro bene, però, se si osserva il rito da vicino ci si accorge quasi immediatamente che c’è della sintonia, dell’armonia, c’è del sincronismo tra rito e contenuto del Vangelo. Il centro della messa, infatti, contiene in sintesi lo stile della vita di Gesù: un corpo spezzato per tutti, un sangue sparso per amore, una vita donata in modo gratuito e disinteressato. Forse per questo che, ad un certo punto, qualcuno ha cominciato a dire: meno messe più messa! Che cosa voleva dire quel furbacchione? Probabilmente che la religione fa male alla salute, che una vita religiosa fatta solo di precetti e di riti nuoce all’equilibrio esistenziale, perché ci porta a credere che possiamo controllare Dio, possiamo pretendere di aver il pass per il paradiso e, di conseguenza, rischiamo di entrare nella pericolosissima fase di delirio di onnipotenza. Il Vangelo, invece, ci propone uno stile di vita in cui il rito è una parte del percorso, un ricordo di ciò che è stato e un invito per continuare il cammino insieme ai fratelli e alle sorelle. 

giovedì 27 ottobre 2022

Per un cristianesimo postcristiano. Guardando avanti

 



Paolo Cugini

 

Forse ha ragione Collin quando dice che il cristianesimo non esiste ancora[1]. Lo prendiamo come un auspicio e come l’indicazione di un camino, come per dire che, chi desidera vivere, sperimentare la proposta cristiana, deve andare nella direzione opposta di quello che era stato indicato nella cristianità, senza nostalgia del passato, ma guardando avanti con fiducia. In questo ultimo paragrafo, dopo aver analizzato alcune teorie che presentano uno sguardo nostalgico al tempo che fu e che non è più, cercheremo di abbozzare qualche linea di sviluppo nel futuro postcristiano.

A questo punto del discorso è importante fare una precisazione. La fine della metafisica non significa fine della religione, ma la fine di quella forma religiosa che ha utilizzato la metafisica per sistematizzare il proprio pensiero. La fine della metafisica più che essere la fine della religione, dunque, apre il cammino per nuove ed interessanti novità. Di seguito offro alcune brevi indicazioni che, senza dubbio, avranno bisogno di un approfondimento, ma che in ogni modo desiderano offrire un contributo al dibattito sul futuro del cristianesimo. Provo, quindi, ad indicare alcune piste di sviluppo che, a mio avviso, sono già in atto.

La prima di queste è la possibilità di un cristianesimo non istituzionale. Si potrebbe pensare che il protestantesimo abbia già percorso questo cammino e che, di conseguenza, non c’è nulla di nuovo nella proposta. In realtà sappiamo che le cose non sono proprio così. Se, infatti, è vero che all’inizio il protestantesimo ha preso le distanze dalle forme istituzionali della religione, il suo sviluppo storico lo ha riposato nell’alveo dell’istituzionalizzazione. Non è facile pensare e strutturare un’intuizione nuova. Non basta infatti l’intuizione, occorre anche un contesto che ne permetta la realizzazione. Quando Lutero ha iniziato la sua riforma, la cultura moderna stava mettendo le radici sul cammino tracciato dell’umanesimo e stava influenzando tutti i settori della società, compresa la religione. Gli sviluppi della teologia moderna per mantenere un dialogo con il mondo culturale circostante, prende come punto di riferimento il metodo scientifico. Che cosa significa, allora, un’impostazione non-istituzionale del cristianesimo? Come si dovrebbe configurare? Significherebbe un ritorno alle origini o, per lo meno, riprendere un cammino lasciato in sospeso. Il postcristianesimo apre la possibilità non per restaurare la cristianità, come vorrebbero, con sfumature diverse, Cuchet, Delsol e Dreher, ma per riprendere il cammino interrotto proprio dalla cristianità, non per riprodurlo, ma per prendere ispirazione dalle origini. Abbandonare i luoghi di culto istituzionalizzati, che diventano sempre più vuoti, per ritrovarsi a leggere la Parola di Dio in piccole comunità domestiche, in un movimento che si sviluppa dal basso, senza la necessità di un riferimento istituzionale, che spesso diviene la causa della lentezza del cammino delle comunità: è questo un primo sviluppo.

Possibilità di creare comunità in cui il principio di uguaglianza non è un’utopia, ma il clima naturale del cammino. Se l’istituzione controlla i contenuti e le modalità del cammino, la libertà in un percorso di base non istituzionalizzato metterebbe le basi per un’esperienza comunitaria in cui i membri hanno gli stessi diritti e doveri, compreso quello della presidenza nella celebrazione. In fin dei conti, il controllo delle relazioni in una cultura patriarcale diviene oppressivo ed esclusivo come forma per controllare il potere. La cristianità si è lasciata modellare dalla cultura patriarcale perché, sin dal suo sorgere, ha avuto pretese di potere. Al contrario, in una comunità alla quale non interessa alcun potere, ma solo ed esclusivamente il benessere delle persone, l’uguaglianza dei membri diviene un’esigenza implicita. In questa prospettiva, la comunità cristiana che verrà sarà come un punto di riferimento sicuro nel quale tutti potranno sentirsi parte, senza alcun tipo di esclusione. Comunità di questo tipo, modellate dallo stile del Vangelo, potranno divenire cammini costanti di umanizzazione, luoghi di accoglienza, di fraternità e di sororità.

La comunità che si struttura nell’epoca postcristiana, proprio perché non è istituzione, non ha bisogno di leaders, di guide. Tutti possono celebrare e tutti possono guidare la comunità, perché la prospettiva non è più piramidale, ma circolare. È tutta la comunità che diventa celebrante, anche perché il numero di componenti sarà esiguo e non ci sarà bisogno di un responsabile istituito. Saranno i membri della comunità a decidere come distribuire i compiti per il funzionamento della vita comunitaria. Relazioni ugualitarie, che generano anche l’esigenza che tra i membri non ci siano disuguaglianze sociali. In questo modo, si comprende bene che lo stile del vangelo esige un cammino in cui le relazioni siano guidate dalla ricerca costante dell’uguaglianza tra i membri, senza alcun tipo di discriminazione culturale e sociale. Il Regno di Dio annunciato da Gesù trova nel nuovo contesto culturale postcristiano una maggior possibilità di realizzazione, anche perché la post cristianità nasce sulle macerie dell’impostazione moderna della cristianità. Lo stile coercitivo tipico della modernità lascia necessariamente lo spazio ad uno stile dialogico e democratico.

Una caratteristica che ha segnato negativamente e in profondità la cristianità occidentale è stata il suo intreccio con il potere politico ed economico, spesso divenuto motivo di scandalo. La Chiesa come potenza del mondo ha tenuto lontano dai propri spazi coloro che invece avrebbero dovuti essere accolti. Le classi più povere della società, non solo non si sono sentite accolte dalla Chiesa, se non in alcune esperienze spesso ostacolate dall’istituzione ecclesiale[2], ma sono state prese di mira, penalizzate con tassazioni al limite della sopportazione.  Non solo, ma la rigidità dei suoi dogmi ha creato, di conseguenza, un numero significativo di persone escluse dalla comunità. Divorziati, separati, omosessuali, lesbiche transessuali: c’è tutto un mondo che si sente rifiutato da quella istituzione che avrebbe dovuto esprimere il segno tangibile dell’umanità accogliente di Gesù. Nell’epoca postcristiana che stiamo iniziando a vivere, ci sarà la possibilità d’impostare comunità che s’ispirano al Vangelo e che potranno proporsi come una vera e propria società alternativa alle logiche del denaro e a tutte le logiche di oppressione.

Un'altra caratteristica del cammino ecclesiale postcristiano è che è contaminabile. Se le strutture rigide, i sistemi onnicomprensivi che avevano la pretesa e, soprattutto, la presunzione di spiegare tutto, di dar ragione di ogni aspetto del reale, sono state tra le caratteristiche più significative della modernità e della cristianità moderna, nell’epoca postcristiana che sta facendo i primi passi, la cultura è fluida e, quindi, contaminabile. Mentre la caratteristica di una struttura rigida è quella di proteggersi dalle possibili contaminazioni che possono mettere in pericolo il sistema, in una cultura post moderna che è, allo stesso tempo, post-sistemica la fluidità consente ed esige la possibilità delle contaminazioni conoscitive. Trasportare queste intuizioni in campo teologico significa riconoscere la presenza dello Spirito Santo in ogni cultura e riconoscere che lo Spirito è già presente in tutto. Di questo dato teologico c’era conoscenza anche nell’epoca moderna, ma non si riusciva a viverla in pienezza a causa della rigidità della mentalità sistemica. La contaminazione in ecclesiologia, è un aspetto dell’inculturazione, che implica un atteggiamento di ascolto della cultura altra. Le comunità che si svilupperanno nella post cristianità saranno contaminate, perché non avranno più il problema di difendersi, di proteggere un’ortodossia. Inoltre, saranno contaminate perché riterranno i contenuti provenienti dall’esterno come una possibilità di arricchimento, di scambio e, di conseguenza di crescita e non una minaccia.

Il cambiamento non avverrà da un giorno all’altro: richiederà tempo. In ogni modo, il dato certo è che il cambiamento è in atto e la struttura moderna della cultura occidentale è ormai parte del passato. Siamo, quindi, in una specie di zona di mezzo, in cui non ci sono punti di riferimento e questo stato genera inquietudine, insicurezza, desiderio di attaccarsi ai ricordi del passato. Avere lo sguardo rivolto al futuro dove il Cristo vittorioso sulla morte si trova, significa fidarsi di Lui, della sua Parola, del suo Vangelo, di quello che sta operando in mezzo a noi. Mai come in questa epoca di passaggio verso il postcristianesimo, il mondo ha bisogno di comunità alternative, che sperimentano ogni giorno la bontà della proposta del Signore risorto.



[1] COLLIN, D. Il cristianesimo non esiste ancora. Brescia: Queriniana, 2020.

[2] Cfr. i movimenti pauperistici, ma anche le esperienze dei catari e dei valdesi.

martedì 25 ottobre 2022

L’opzione Benedetto di Rod Dreher

 

Rod Dreher



 

Paolo Cugini

Non sono molte le proposte religiose che sanno offrire uno sguardo rivolto al futuro sul passaggio epocale che stiamo vivendo e che stiamo analizzando. La maggior parte delle analisi sulla post cristianità, oltre ad indicare le cause e l’origine del cambiamento in atto, fanno fatica ad elaborare una proposta nuova. C’è, dunque, una tendenza all’analisi negativa e, soprattutto a guardare al passato con nostalgia. Non mancano, poi, i tentativi di restaurazione di ciò che c’era e che ora non esiste più, tentativi a volter parziali, ma sintomo di quella confusione generale che non riesce a scrollarsi di dosso e il passato e che, per questo, non sa cogliere le opportunità che il cambiamento in atto porta con sé. Una di queste proposte religiose che guardano al passato è quella dello scrittore americano Rod Dreher, autore del libro: L’opzione Benedetto[1].

La tesi di fondo dell’opera di Dreher è che in un mondo come il nostro, molto simile a quello che vide la fine dell’Impero Romano, è necessario fare come Benedetto da Norcia, separarsi dall’impero per poter ritrovare e conservare le proprie origini, radici e identità. Non si tratta della fine del mondo, ma della fine di un mondo, sta finendo un certo tipo di cristianità, quella europea occidentale. La proposta di Dreher non è una fuga dal mondo, una separazione radicale, com’era avvenuto nei primi secoli del cristianesimo, ma d’imparare a stare nel mondo senza farsi condizionare.  L’autore approfondisce le radici filosofiche e teologiche che hanno portato alla frammentazione della nostra società. Nello stesso tempo definisce le virtù cristiane presenti nella regola di San Benedetto un manuale monastico che ha preservato la cultura cristiana nel corso di molti secoli e possono aiutare oggi molti credenti. Secondo Dreher l’Occidente moderno vive come se Dio non esistesse. La nostra società alla deriva si definisce per lo scoppio, la paura e la perdita dei punti di riferimento. La scomparsa della cultura cristiana è una grande perdita per il mondo:

Da quando la modernità ci ha fatto perdere la religione cristiana, abbiamo perso la sola cosa che ci univa, che ci legava ai nostri vicini, che ci ancorava alla fede nell’ordine eterno e nell’ordine temporale… Abbiamo perso il nostro cammino[2].

Si tratta, allora, di riscoprire il passato. I moderni pensano che i modi di servire Dio trasmessi dai predecessori rappresentavano un freno all’autenticità. Al contrario, dovremmo apprendere come lodare Dio in modo da adottare uno stato di spirito veramente cristiano. L’autore cita il teologo riformato Hans Boersma secondo il quale la perdita del sacramentale è la prima causa della rovina della Chiesa moderna. Senza partecipazione all’eterno, cioè senza la coscienza che il mondo materiale e il tempo sono profondamente radicati nell’Essere di Dio, allora la Chiesa è incapace di resistere alle correnti della società liquide. Guardando ai monaci benedettini l’autore non fa altro che riproporre i classici temi della spiritualità cristiana: “La loro tradizione insegna come obbedire alla Parola di Dio e lasciarsi portare dallo Spirito Santo e soprattutto li libera dal fardello che pesa su coloro che devono costantemente adattarsi al cambiamento”.



Come si concretizza la proposta di Dreher nel riproporre l’opzione di san Benedetto? Nella seconda parte il libro analizza lo stile di vita cristiano che è presente nella Regola e che può essere adattato alla vita dei laici cristiani moderni di tutte le chiese e confessioni. Secondo l’autore la Regola di San Benedetto offre soluzioni sul modo di porsi di fronte alla politica, alla fede, all’istruzione e al lavoro. Anzitutto, è una proposta che tiene conto di tutti gli aspetti della vita sociale delle persone e che, di conseguenza, coinvolge il vissuto quotidiano che va dalla famiglia, agli amici, la comunità e ogni tipo di attività. Il principio di fondo della proposta dio Dreher è che coloro che s’identificano con la proposta cristiana devono organizzarsi in modo tale da proteggere i propri valori specifici dal contagio negativo del mondo. Interessante, in questa prospettiva, è il capitolo quinti in cui l’autore configura in modo dettagliato quello che dovrebbe essere e incarnare l’ideale di un villaggio cristiano conforme all’opzione Benedetto.

La sorte della religione è strettamente legata a quella della famiglia e, quella della famiglia, a quella della comunità. Il focolare dev’essere come un monastero, interamente rivolto verso Dio. Le famiglie cristiane amano credere di mettere Dio al primo posto, quando in realtà questo è molto raro. I genitori posso considerarsi come l’abate o la badessa del loro piccolo monastero e creare una vita di famiglia che incoraggi ogni membro a conoscere e servire Dio prima di ogni cosa[3].

Valorizzare la famiglia significa anche, secondo l’autore, recuperare la priorità alla parrocchia e ciò comporta ritirare i figli da un corso di sport che organizza delle partite all’ora della messa. Ancora più importante è che i bambini devono vedere i loro genitori a fare la stessa cosa. I monasteri mantengono lontano dalle pareti ciò che può nuocere alla loro ragione d’essere. Secondo Dreher, nelle scelte quotidiane delle famiglie cristiane non si deve aver paura di far sapere agli altri i fondamenti del proprio credo: non si deve aver vergogna di mostrare efficacemente la propria diversità che deriva dall’adesione al cristianesimo. Tutto ciò non è snobismo; semplicemente far prendere coscienza ai bambini che in questa famiglia, che ci sono certe cose che non si fanno e che è molto positivo così. Per questo occorre fare in modo di assicurarsi che i propri figli abbiano un buon gruppo di amici, che condividono gli stessi valori morali. Occorre, allora, vivere in prossimità dei membri della comunità, per fare in modo di creare legami con coloro che sono in sintonia di pensiero e, così, creare una protezione nei confronti del mondo liquido.

La Chiesa è allo stesso tempo un’arca e una sorgente, e dobbiamo tener conto di queste due realtà. Dio ci ha donato l’arca della Chiesa per aiutarci a prevenire nell’annegamento delle onde furiose della tempesta, ma ci ha donato anche la sorgente della Chiesa perché ci siamo immersi in un annegamento simbolico, al fine di rinascere a vita nuova, nutriti dal torrente della sua grazia[4].

Se non si cambia strada c’è il rischio di far scomparire i vestigi della fede cristiana, della sua civiltà. Per rendere testimonianza, i cristiani dell’era post-cristiana dovranno semplicemente essere la Chiesa, con tutta l’intensità e la creatività possibile. Per questo, occorre riproporre la liturgia, perché ci ricorda che il cristianesimo non è una filosofia, ma un modo di vita che ingloba tutto… La liturgia non si accontenta di trasmettere un’informazione a proposito di Dio: essa forma la nostra immaginazione e il nostro cuore. L’analisi di Dreher non è nuova. Richiama, infatti, alla memoria le analisi che negli anni Ottanta del secolo scorso  lo studioso inglese MacIntyre aveva proposto quando parlava di un mondo che si stava definendo senza tener conto del percorso morale Occidentale al punto da condurre l’autore a parlare di: dopo le virtù: “L’occidente ha abbandonato la ragione e la tradizione delle virtù, consegnandosi al relativismo che sta dilagando nel mondo di oggi” In una società post-virtuosa gli individui detengono la massima libertà di pensiero e d’azione, e la società stessa diventa un assembramento di estranei, ciascuno che persegue i propri interessi sottoposto a vincoli minimi.  Si raggiunge questa situazione quando si abbandonano le norme morali oggettive, quando si rifiuta qualsiasi narrazione religiosa e culturale, quando si rifiuta la memoria del passato. Dreher suggerisce ai lettori la vita ordinata della regola di san Benedetto per resistere al disordine del mondo moderno. Dreher ci tiene a precisare che nell’opzione benedetto non stiamo cercando di annullare sette secoli di storia, come se un’operazione simile fosse possibile. Né stiamo tentando di salvare l’Occidente. Stiamo solamente provando a costruire uno stile di vita cristiano che si erga come un’isola di santità e di stabilità in mezzo all’alta marea della modernità liquida. Occorre che i cristiani interiorizzino cosa davvero significhi porsi in posizione di minoranza. Cominciare a pensare in questi termini è davvero decisivo. “Se non lo faremo, continueremo ad operare in base a regole del gioco che hanno pochissimo a che fare con la partita che si sta effettivamente giocando”.

 Nelle parole di Dreher si percepisce la visione del mondo in toni fortemente negativi e pessimistici, un mondo dal quale ci si deve solo proteggere. Las post cristianità non è vista come possibilità per ripensare qualcosa di nuova anche in termini di fede, ma come minaccia.

 



[1] DREHER, R. Comment être chrétien dans un monde qui ne l’est plus. Le Pari Bénédictin. Paris : Artège, 2017.

[2]Ivi, p. 86.

[3] Ivi, p. 184.

[4] Ivi, p. 344.

martedì 30 agosto 2022

La duplice inversione operata nell’epoca postcristiana: Chantal Delsol

 




C’è in Chantal Delsol[1] la presa di coscienza chiarissima della grande trasformazione in atto nella nostra epoca, la fine di una civiltà vecchia di sedici secoli. È da due secoli che la cristianità lotta per non morire. Certamente, la cristianità ci ha offerto un certo modo coerente di vivere, una visione chiara del limite entro il bene e il male. Non si tratta del fallimento del cristianesimo, che anche se emarginato in Occidente, è ancora vivo. Si tratta della fine della grande influenza che la Chiesa esercitava sulla morale e, di conseguenza, sulle leggi. Cristianità, dunque, per Delsol, non s’identifica con il cristianesimo, ma indica in modo specifico l’istituzione che si è strutturata nei secoli e a preso la forma del cattolicesimo.

Non è il cristianesimo che scompare, ma la cristianità. La cristianità rimanda ad una società in cui l'antropologia cristiana e la morale cristiana hanno caratterizzato i nostri costumi, i nostri modi di essere, le nostre mentalità e hanno permeato le nostre leggi. Non è più così. Le nostre leggi e la nostra morale traggono ispirazione da ogni tipo di visione del mondo[2].

La cristianità, come civiltà è il frutto del cattolicesimo, una società organica che ha rifiutato l’individualismo e la libertà individuale. Per questo motivo si trova in rotta di collisine con la modernità che prugna valori opposti, come la libertà di coscienza e rifiuta le idee che hanno plasmato la cristianità: la verità, la gerarchia e l’autorità. Segni di questa tensione insanabile tra cristianità e modernità sono alcuni documenti ufficiali che la Chiesa emana tra il IX secolo e l’inizio del XX. Tra questi possiamo citare la Mirari Vos di Papa Gregorio XVI del 1932, il Sillabo di Papa Pio IX del 1864 e la Pascendi Dominici gregis di Pio X del 1907 che condannava il modernismo. Delsol nei suoi ultimi testi osserva che la parte così detta tradizionalista della Chiesa non accetta la trasformazione in atto che, a suo avviso, è ineluttabile, è propone continuamente la restaurazione dei valori passati. Dall’altra parte si assiste, da parte di coloro che accettano senza problemi il cambiamento in atto senza comprenderne fino in fondo la portata, quello che Delsol chiama la protestantisation di una parte del cattolicesimo[3]. Si tratta, a questo punto, di sforzarsi di comprendere in profondità il cambiamento in atto, che costituisce una vera e propria:

rivoluzione, nel senso stretto del ritorno del ciclo, nei due campi fondanti l’esistenza umana: la morale e l’ontologia. Noi siamo allo stesso tempo i soggetti e gli attori di un’inversione normativa e di un’inversione ontologica. Ciò significa che i nostri precetti morali così come le nostre visioni del mondo si stanno rovesciando[4].

Delsol ci tiene a sottolineare che l’Occidente in questo cambiamento epocale non sta andando in contro a qualcosa di nuovo – non c’è molto di nuovo sotto il sole - ma assistiamo ad una specie di ritorno alle fonti, a quelle che precedono il cristianesimo, vale a dire un ritorno al paganesimo e ai suoi valori.

Il primo cambiamento che il mondo postcristiano sta vivendo è il cambiamento morale. Nella fase attuale della storia assistiamo ad un tipo di cambiamento simile a quello che è avvenuto all’epoca della nascita del cristianesimo. Secondo Delsol i cristiani non s’instaurano in una società come se fosse una tavola rasa, ma utilizzano ciò che già esisteva e la trasformano. “La morale cristiana segue in parte la morale stoica che trasforma in verità dogmatica e, allo stesso tempo, la democratizza”[5]. Vari valori romani vengono ripesi, al punto che i romani di tradizione accusano i cristiani di parassitismo. I cristiani si appropriano di devozioni, del matrimonio monogamico o la condanna dell’omosessualità maschile[6]. Questo fenomeno di assimilazione e di trasformazione del primo cristianesimo avviene a diversi livelli: liturgico e filosofico[7]. Infatti, come gli studi della storia della liturgia ci hanno dimostrato, molto materiale utilizzato per impostare i sacramenti dell’iniziazione cristiana sono stati assunti e trasformati dai riti misterici delle religioni misteriche presenti all’epoca di Gesù[8]. Lo stesso vale anche per la maggior parte delle vesti liturgiche assimilate e trasformate da quelle usate all’epoca dell’Impero Romano. Anche l’elaborazione dottrinale messa in atto per descrivere i punti fondamentali del mistero cristiano è stata possibile grazie all’assimilazione e alla trasformazione di concetti elaborati dalla filosofia greca[9]. Secondo Delsol, questo fenomeno chiamato di parassitismo culturale, al quale stiamo assistendo in campo morale, è avvenuto anche in altre epoche: ancora una volta, come direbbe Chantal Delsol niente di nuovo sotto il sole. Anche il cristianesimo, dunque, si è stabilizzato all’interno di un cambiamento normativo, nell’altro senso. Nella ricostruzione storica di Delsol è Teodosio che alla fine del IV secolo instaura il cristianesimo come religione dominante. Brucia libri, condanna a morte, reprime, censura, bandisce le cerimonie pagane a Roma soprattutto. Quando un impero s’impone ad un altro la conseguenza immediata è l’annichilamento del nemico, soprattutto, la distruzione della sua cultura. Emblematico, in questa prospettiva, è il caso della filosofa Ipazia, non cristiana che nel 414 d.C. ad Alessandria di Egitto sotto il patriarcato di Cirillo, nipote di Teofilo e suo successore, viene uccisa da monaci fanatici[10]. Il IV secolo ha, così, visto la rottura di un paradigma. “Nello spazio di pochi decenni si assiste ad un rovesciamento radicale dei costumi”[11]. Infatti, solo per fare qualche esempio, l’aborto e l’infanticidio erano sempre stati legittimi presso i popoli antichi, fatta eccezione degli ebrei e degli egizi. I greci e i romani li praticavano normalmente. Gli epicurei incoraggiavano il suicidio e l’omosessualità era ben conosciuta ad Atene. La cultura postcristiana, secondo Delsol, sta riproponendo i valori del paganesimo, sostituendoli con quelli cristiani, con qualche ritocco qua e là.

Nel mondo dei nostri padri la colonizzazione era generosa e ammirabile, la tortura e la guerra buoni; oggi la colonizzazione e la tortura sono dei gesti satanici e anche la guerra. L’omosessualità era bandita e disprezzata, oggi non solo è giustificata ma viene vantata. L’aborto che erta criminalizzato, si vede legittimato e consigliato. Anche la pedofilia un tempo tollerata, oggi è criminalizzata. Il divorzio non incontra ostacoli. Il suicidio era riprovato, oggi è considerato come qualcosa di possibile[12]

Teodosio conserva le feste pagane, ma le spoglia di ogni significato religioso e le vieta alla domenica, ormai divenuto il giorno del Signore.  Come Teodosio secondo Delsol, segna la fine dl paganesimo e l’inizio ella cultura cristiana, così la rivoluzione francese ha segnato l’inizio della fine del cristianesimo e il processo, ancora in atto, del mondo postcristiano. Nel 1792 in Francia viene autorizzato il divorzio; è abrogato nel 1816 e viene ristabilito nel 1884. Viene messa in discussione la legge naturale che viene intesa come una realtà che è l’uomo ad inventare e non il contrario. In questo clima culturale di forti tensioni, cresce sempre di più la proposta del valore della libertà individuale, che fa molta paura all’istituzione ecclesiale che, di fatto, nel XIX secolo interviene con alcuni documenti pontifici in cui si lanciano strali contro la libertà di coscienza[13]. “L’umanismo morale contemporaneo va nella direzione del benessere dell’individuo, senza alcuna visione antropologica. Ciò che conta è il desiderio e il benessere allo stesso istante… per questo motivo viene legalizzata l’eutanasia”[14]. L’inversione normativa che si vede all’opera tra il XIX e il XX secolo rappresenta l’esatto contrario di ciò che si vedeva nel IV secolo. “Si ristabilisce il divorzio che la cristianità aveva abolito, si permette l’infanticidio, diventa legittima l’omosessualità, il suicidio. Si tratta, dunque di un ritorno al paganesimo, alla morale che c’era prima del cristianesimo”[15]. Lo spirito rivoluzionario che ha soffiato in occidente a partire dal XVI secolo in Olanda, interra l’idea di un ordine morale e sociale imposto dall’alto. Secondo Delsol gli stessi chierici non difendono più l’antico ordine morale. Viene legittimata l’assoluta libertà di coscienza, come conseguenza del rovesciamento ontologico in atto. Questo è il punto centrale che Delsol rileva: i cambiamenti morali epocali dipendono da una specifica impostazione ontologica.  

Un’inversione normativa, soprattutto di queste dimensioni, riposa sul solco di un’inversione filosofica. Sarebbe meglio dire un’inversione ontologica, nel senso classico della scienza dei principi primi. Non si può cambiare tutta la morale su dei semplici capricci. Ogni cultura e civiltà posa, in un momento originario e decisivo della sua storia, delle scelte ontologiche primordiali sulle quali tutto il resto si costruisce e si appoggia. Per la cristianità l’epoca decisiva è stata quella dei primi concili, che stabilirono i contorni delle prime verità sulle quali avrebbero vissuto sedici secoli di verità cristiane: Dio, la persona, la morale… “Le scelte ontologiche non sono mai scese dal firmamento: sono delle decisioni umane, degli impegni presi insieme e che determinano i secoli seguenti”[16].

Secondo Delsol, ogni civiltà è basata sul prestigio e la statura considerevole dei suoi primi principi, decretati nei tempi antichi e che cerca continuamente di rinnovare per poter attraversare i secoli. Se i popoli cessano di credervi, si può arrivare ad un disastro, un cataclisma. Arriva, comunque, il giorno in cui crolla la fede nei primi principi. “Oggi noi viviamo un punto di rottura in cui le scelte ontologiche primordiali sono abbattute…83 Ciò che fonda una civiltà non è la verità, ma la fede in una verità”[17]

Una prima inversione ontologica di spessore è avvenuta all’origine del giudaismo. Mosè, secondo Delsol, fece passare il suo popolo a forza dal politeismo al monoteismo. Occorre capire la causa di questi stravolgimenti epocali in termini di visione del mondo e comprendere in che senso la nostra epoca s’iscrive in questi processi. A questo punto del discorso Delsol segue Jaspers[18] quando affermava che personaggi tra loro molto differenti come Budda, Mosè, Gesù, Socrate e Confucio, che si manifestarono nella storia in epoche abbastanza vicine, traducono la venuta di un secondo periodo nella storia delle religioni. La differenza tra il primo e il secondo periodo delle religioni sta nel fatto che il politeismo è nature ed evidente, il monoteismo non è naturale, perché si appellano alla nozione di rivelazione, de fede, che esigono una continua riaffermazione. Secondo Delsol il politeismo non è mai scomparso, anzi riappare costantemente nei momenti di crisi.

Ciò che in Occidente chiamiamo il rinascimento è un momento durante il quale le élites cristiane, colte dal dubbio, cominciano a tornare alle filosofie di Epicuro e di Lucrezio per riempire il vuoto. Oggi, non c’è nulla di più vicino al pensiero postmoderno che il pensiero di Epicuro[19].

Per questo motivo, secondo Delsol, il cristianesimo non sarà rimpiazzato per delle forme negative come il nichilismo – è questo, a suo modo di vedere, l’errore dell’analisi che oggi viene fatta dai gruppi più tradizionalisti del cristianesimo- ma per delle forme storiche molto comuni, più primitive e rustiche. “Dietro il cristianesimo crollato non ci sarà il regno del crimine, il nichilismo, il materialismo estremo: ma piuttosto delle morali stoiche, il paganesimo, delle spiritualità di tipo asiatico”[20]. Delsol è convinta che l’attrattiva per le religioni panteiste sviluppa sul minimo passo indietro della religione monoteista. Il problema, a questo punto, è capire quale metafisica, quale impostazione filosofica sostituisce l’ontologia classica, su cui si dovrà fondare la nuova etica. A partire da autori come Nietzsche, Ilich, ma soprattutto Ludwig Klages che avviene un cambiamento radicale di prospettiva. L’anima, infatti, non traduce più un’istanza immortale, come per i cristiani, ma un principio vitale, come per i Romani. Si assiste così, “all’elogio della passività contro l’attività, del femminile contro il maschile, della natura contro la cultura, della realtà contro l’ispirazione all’eternità”[21]. Il pensiero di Klages, secondo Delsol, ha condizionato la nostra epoca postcristiana, perché più di ogni altro ha saputo presentare un pensiero sostitutivo all’impostazione metafisica occidentale e fornire, così, le basi, per un nuovo modo di pensare e di vedere il mondo. “L’apologia dello slancio vitale e dell’eterno naturale, costituisce un fondamento della filosofia ecologista”[22]. La credenza nella trascendenza è stata sostituita è stata sostituita dal significato della vita da trovare in questa vita. Ecco perché è possibile parlare di panteismo o di politeismo, perché la corrente filosofica he promette di più in questo passaggio epocale è una forma di cosmo teismo legato alla difesa della natura. Il sacro si trova tra i paesaggi della terra e non più nell’aldilà. Non c’è più un mondo al di là per cui sacrificare l’esistenza, ma l’uomo postcristiano si sente a casa propria nel mondo. È in questa prospettiva che Delsol vede l’ecologia come una specie di religione per le nuove generazioni, una sorta di religione immanente e pagana, perché il pensiero ecologico oggi sviluppa una vera e propria filosofia della vita. Delsol conclude la sua disanima affermando che: “la nuova religione ecologica è una forma di panteismo moderno”[23] ed è su questa impostazione ecologica che il postcristianesimo sta impiantando i suoi valori pagani.

 



[1] Chantal Delsol (Parigi, 1943) è una filosofa e scrittrice francese. Laureata in filosofia e storia dell’arte all’Università di Lione, ha conseguito il dottorato (ès lettres) in filosofia alla Sorbona sotto Julien Freund nel 1982. Nel 1992 è diventata professoressa all’Università di Marne-le-Vallée. Membro dell’Accademia di Francia. Vincitrice di numerosi premi, tra cui il Premio dell’Accademia di Scienze Etiche e Politiche (1993,2002) il Premio Mousquetaire (1996) e il Premio dell’Accademia Francese (2001).Ha fondato l'Hannah Arendt Institute nel 1993 ed è diventata membro dell'Accademia di scienze morali e politiche nel 2007. Cattolica, "liberal-conservatrice", federalista e favorevole al principio di sussidiarietà basato su quello di singolarità, è editorialista presso Valeurs Actuelles e direttore della collezione presso Editions de La Table Ronde.

[2] DELSOL, C. «Il cattolicesimo dopo la cristianità», in: http://www.archicompostela.es/wp-content/uploads/2019/10/Chantal-Delsol-IT.pdf

[3] DELSOL.C. La fin de la chrétienté. L’inversion normative et le nouvel âge. Paris : Cerf, 2021, p. 30.

[4] Ivi, p.36.

[5] Ivi, p. 50.

[6] Ivi, p. 51.

[7] Per questo tipo di analisi cfr.:

[8] Cfr. CASEL, O. Fede, gnosi e mistero. Saggio di teologia del culto cristiano. Padova: EMP, 2001.

[9] Cfr. CANTALAMESSA, R. Dal Kerigma al dogma. Studi sulla cristologia dei Padri. Milano: Vita e Pensiero, 2006.

[10] Cfr. TADDEI FERRETTI, C. Ipazia di Alessandria e Sinesio di Cirene. Un rapporto interculturale. Trapani: il Pozzo di Giacobbe, 2018.

[11] DELSOL.C. La fin de la chrétienté, cit. p. 40.

[12] Ivi, p. 43-44.

[13] “Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata provenire da siffatta licenza qualche vantaggio alla Religione” (GREGORIO XVI, Mirari vos, 1832).

[14] DELSOL.C. La fin de la chrétienté, cit. p p. 64.

[15] Ivi, p. 65.

[16] Ivi, p. 82.

[17] Ivi, p. 84.

[18] JASPERS, K. Origine e senso della storia. Milano: Mimesis, 2014.

[19] DELSOL.C. La fin de la chrétienté, cit. p. 89.

[20] Ivi. p. 90.

[21] Ivi, p. 98.

[22] Ivi, p. 99.

[23] Ivi, p. 105.

venerdì 15 luglio 2022

UN MONDO CRISTIANO (CHE SCRICCHIOLA)

 


 

Paolo Cugini

Non c’è più il sistema che reggeva tutto, per questo c’è come una sensazione di vuoto. È venuto meno in modo rapido quella struttura culturale, il sistema cristiano, che nel tempo, attraverso i secoli, aveva creato i riti, le forme di pensiero, un modo di vita cadenzato da momenti religiosi. Era un sistema che reggeva tutto, che dava senso ai giorni, alle scelte, fin nei piccoli particolari. Niente si muoveva fuori di esso. Nei secoli il cristianesimo si era infiltrato nei meandri della cultura e della società che tutto parlava di lui, del cristianesimo, tutto era profondamente cristiano. Non solo la materia era divenuta tutta cristiana, ma anche la coscienza umana, al punto che, una decisione, un’azione che risultava fuori dall’ottica cristiana, provocava un fortissimo senso di colpa, un dolore al petto irresistibile, al punto che era percepita la necessità di confessarla, di espellerla dal corpo, per poter continuare a vivere sereni nel mondo cristiano. Tutto era cristiano. C’era la messa domenicale, alla quale partecipava tutta la famiglia.

C’era la confessione mensile. In ogni paese c’era il prete, figura fondamentale nella strutturazione della vita sociale. E poi c’erano le precessioni, le feste dei patroni, il catechismo per i bambini e anche per gli adulti. Tutto la vita sociale era scandita dal calendario del tempo religioso. Perché, in un certo senso, tutto era religioso. I signori erano religiosi e anche i poveri. Tutto si faceva risalire alla religione: la distinzione tra bene e male, giusto e ingiusto, puro e impuro. Era impossibile vivere fuori dal sistema religioso. Per questo chi disobbediva un precetto religioso era punto gravemente.

La società era tutta religiosa, era intrinsecamente religiosa. Ogni paese aveva la sua chiesa per il culto e il suo campanile che dettava i ritmi religiosi della giornata. Era impensabile che qualcuno crescesse senza il sentimento religioso, il desiderio di fare la volontà di Dio. Era impensabile perché la paura dell’inferno, della dannazione eterna, dell’anima immersa per sempre nel fuoco eterno provocava dolori atroci nella coscienza di coloro che osavano disobbedire i comandamenti di Dio, che in realtà erano i precetti della chiesa e che non è la stessa cosa. C’erano i padroni e i garzoni, i ricchi e i poveracci, i contadini e i mezzadri: tutti si trovavano a messa ad ascoltare il prete che dal pulpito inveiva contro i peccatori e minacciava la dannazione eterna all’inferno.    

Tutto ruotava attorno alla figura di Gesù, pur non conoscendola. Questo è l’aspetto più significativo della storia del cristianesimo occidentale, il paradosso dei paradossi, se vogliamo metterla così. Tutta la civiltà cristiana è stata costruita nell’epoca medievale, ispirandosi ad un personaggio che il popolo non ha avuto la possibilità di conoscere. L’ispirazione ha modellato una narrazione che ha plasmato una realtà, ma la fonte, vale a dire i vangeli, non erano accessibili ai più. Tutta una società è stata modellata per secoli attorno alla figura di Gesù, filtrata dalla casta sacerdotale, dia presbiteri, vescovi, dal Papa, il sommo pontefice. Non avendo accesso alle fonti, al popolo si poteva far credere qualsiasi cosa e, soprattutto, si poteva imporre qualsiasi cosa, come di fatto è avvenuto. Tutta la società, tutto il mondo cristiano, costruito, modellato, ispirato su quei vangeli, che nessuno sfogliava, che nessuno aveva la possibilità di leggere, che nemmeno la casta sacerdotale conosceva, se non qualche pagina. In questo stato di ignoranza collettiva, si poteva passare tutto e spacciarlo come qualcosa di buono, di religioso, di volontà di Dio. Secoli di civiltà cristiana, che ha ispirato una copiosa produzione letteraria e artistica, per non dire filosofica e teologica, fondata sull’occultamento delle fonti a cui si ispirava. Forse è per questo che una volta che i vangeli sono stati messi in mano ai fedeli, i palazzi della gloriosa civiltà cristiana hanno iniziato a scricchiolare? 

giovedì 4 luglio 2019

VISIONI POST-CRISTIANE: dire Dio e la religione nell'epoca del cambiamento





Presentazione

Paolo Cugini

In uscita alla fine di settembre 2019

Il testo: “Visioni postcristiane” è nato sulle strade percorse dall’autore in questi ultimi anni. Strade diverse, come diversi sono i percorsi della vita. Le strade delle parrocchie di una delle tante Unità Pastorali, che dicono di un’esperienza di Chiesa che tenta cammini nuovi per portare il vangelo nelle periferie. Le strade di tanti adulti e di tante coppie che cercano ogni giorno il volto del Signore nelle scelte che compiono, scelte che spesso e volentieri incontrano la difficoltà di far entrare il Vangelo nei percorsi educativi proposti ai propri figli. Sono anche i cammini dei tanti studenti universitari africani incontrati in questi anni. Giovani del Camerun, del Togo e del Congo alla ricerca di una possibilità nuova nella vita. Cammini che hanno trovato pronte comunità cristiane nell’esperienza dell’ascolto e dell’accoglienza, manifestando che c’è ancora un po' di umanità in mezzo a noi, grazie alla forza disarmante del Vangelo. E poi ci sono le piazze dei tanti bambini stranieri carichi di mille problematiche familiari che si riversano rumorosi nei nostri cortili parrocchiali e richiedono quell’attenzione che non sempre è scontata. Cammini quotidiani della diversità, che dicono della fatica di scrollarsi di dosso la tentazione di chiudersi dietro i pregiudizi culturali, la cui veridicità si fa fatica dimostrare. È quello sperimentato nel cammino con i cristiani LGBT che, oltre ad un profondo cammino di fede, hanno messo a dura prova il senso delle eucaristie domenicali di tanti cristiani trovati impreparati dalla novità.

Le pagine che presentiamo costituiscono una sorta di diario spirituale ed esistenziale, nelle quali si cerca di dare ragione della forza del Vangelo, capace di dire qualcosa di significativo nelle complicate situazioni culturali ed esistenziali del nostro tempo. Sono pagine che analizzano le criticità di comunità cristiane che fanno fatica a scrollarsi di dosso metodi e stili che vengono da molto lontano e che rischiano d’intralciare il cammino dello Spirito che viene a noi attraverso i tanti mondi diversi che l’epoca postcristiana ci offre. Riflessioni sorte sul cammino e che hanno già vissuto un primo confronto attraverso i blog dell’autore, come articoli in alcune riviste e come percorsi educativi realizzati con i tanti giovani incontrati. I cammini della diversità obbligano a riflettere sul significato della diversità, dei cammini educativi proposti, oltre al contenuto che la religione può offrire nelle situazioni di un mondo sempre più complesso. Riteniamo, allora, che le pagine proposte in questo libro, possono dire ancora qualcosa ed offrire spunti di riflessione per tutti coloro che prendono sul serio il viaggio affascinante della vita.

lunedì 21 gennaio 2019

IL BISOGNO DI PROFETI NELLA SOCIETÀ POSTCRISTIANA






Paolo Cugini

Leggendo la storia del popolo di Israele, storia tutt’altro che lineare e di facile comprensione, ma colma di sorprese e novità, si coglie un dato a mio avviso molto significativo. Nei momenti più delicati di questa storia, c’è sempre stato qualcuno, nella maggior parte dei casi un profeta, capace di vedere quello che gli altri non riuscivano a vedere. Nelle più grandi catastrofi, come ad esempio l’esilio in Babilonia del 587 a.C., i profeti riuscivano a vedere una sorta di itinerario nascosto dentro la storia, che avrebbe mutato il destino del popolo, trasformandolo da negativo in positivo. I profeti, in definitiva, iniettavano speranza nel popolo, erano coloro che riuscivano a tenere alto il morale, a non permettere che il popolo si abbattesse sotto i colpi della dura realtà.

Oggi, a mio avviso, c’è più che mai bisogno di profeti, di visionari, di persone capaci di vedere dove nessuno riesce a cogliere nulla. C’è un mondo che sta andando in frantumi, e coloro che sono chiamati ad esercitare una guida spirituale non lo vogliono ammettere. La società e la cultura Occidentale giorno dopo giorno, a passi sempre più veloci si sta secolarizzando. Ciò che si percepiva già negli anni ’50-’60 del secolo scorso, vale a dire un processo inarrestabile di secolarizzazione, oggi è palpabile in tutti i settori della società, persino nella religione. Sembra un paradosso, ma non più di tanto.
L’incapacità cronica dell’istituzione ecclesiale di capire il cambiamento, sta creando lo spazio per tutti quei movimenti tradizionalisti che si aggrappano al nulla pur di mantenere in piedi ciò che ormai è crollato al suolo (grazie a Dio). E così, mentre ci sarebbe bisogno di porre le basi per un nuovo cammino ecclesiale e spirituale, nell’oggi di questa fase così delicata, sono i movimenti di tipo fondamentalista a trovare spazio e ad alzare la voce nella Chiesa. Si avverte nell’Occidente secolarizzato, una Chiesa ostaggio del passato, nella ricerca ostentata e, per questo ridicola, di mantenere in piedi quello che è rumorosamente fracassato al suolo.

Si parla sempre di più di società postcristiana per il fatto che si ha la netta sensazione che siamo entrati in un’epoca nuova, in cui la cristianità così come si era venuta a strutturare dal medioevo in poi, non esiste più. Certamente, chi si guarda intorno può affermare che in realtà non sembra notare un grande cambiamento. Tale cambiamento è più interno che esterno, più culturale e spirituale, che materiale. I sociologi ci ricordano anche con le statistiche alla mano, che nell’Occidente secolarizzato i cristiani sono sempre più una minoranza. Le percentuali di coloro che frequentano le chiese cala a vista d’occhio. Allo stesso tempo, si constata il calo vertiginoso dell’accesso alla vita sacramentale. Battesimi, matrimoni, confessioni: sono sempre meno le persone che partecipano a ciò che da sempre sono considerati i cardini della vita ecclesiale.  Sono soprattutto le giovani generazioni a disertare le chiese che, ormai, vedono la presenza di bambini e anziani. Per quanto riguarda i bambini basterà aspettare ancora qualche anno per non vederne quasi più. Quando la cristianità avrà perso la sua presa sulla società Occidentale, non ci sarà più bisogno di catechizzare i propri figli. Spariti i bambini che riempiono le chiese nel periodo scolastico con cui vengono fatti coincidere i percorsi di catechesi, spariranno dalle chiese anche i loro genitori, perlomeno quelli che sono abituati ad accompagnare il percorso religioso dei loro figli, al di là dei loro specifici interessi personali.

Considero un bellissimo dono del Signore la possibilità di poter vivere in quest’epoca di cambiamento epocale, perché i cristiani avranno la possibilità di vivere il Vangelo in un modo più autentico e profondo rispetto a prima. Nella società postcristiana, così come si sta delineando, perdendo l’aspetto culturale di evento di massa, e di necessità sociale, l’essere cristiano, discepolo e discepola del Signore, sarà sempre di più una scelta personale, più che una necessità sociale. Per questo il futuro del cristianesimo, il futuro della Chiesa sarà nei piccoli gruppi, più che nelle grandi cattedrali. Sono già molti i luoghi di culto che, a causa del calo vertiginoso delle frequenze, vengono venduti o dati in affitto per un altro tipo di utilizzo. Mentre le città Occidentali piene zeppe di monumenti ecclesiali, diventeranno mete turistiche per ammirare un passato glorioso, noi, i cristiani, avremo modo di sperimentare la bellezza della vita evangelica rimanendo sotto i riflettori dello sguardo amoroso del Padre.


giovedì 11 gennaio 2018

LA CHIESA HA DAVVERO ANCORA BISOGNO DI PRETI?



[pubblicato su NOTICUM, gennaio 2018]


Paolo Cugini

Ogni contesto culturale produce i suoi protagonisti a tutti i livelli della società civile. C’è stata l’epoca delle contrade e l’epoca degli artigiani. C’è stato un tempo in cui il mondo romano era diviso tra patrizi e plebei. E mentre l’Occidente inventava la stampa, nelle culture andine dell’America Latina, la civiltà sviluppava una cosmogonia in cui uomo, donna, animali e piante erano in perfetta armonia. Oggi, invece, dominano i super mercati, perché rispondono meglio alle esigenze del nuovo modello globalizzato di società e di economia. Non a caso i supermercati li troviamo in ogni angolo del pianeta. In ogni latitudine del pianeta e in ogni epoca troviamo forme di religiosità con i suoi templi e i suoi sacerdoti. Ci sono dei dati antropologici universali come la religione e dei modi contestualizzati di viverli. Nella storia delle religioni gli attori che ruotano intorno al sacro non sono solo uomini, ma anche donne. Mutano le condizioni sociali, mutano allo stesso tempo gli attori del sacro.
Anche la Chiesa, che è un’istituzione umana che risponde a logiche del mondo e, di conseguenza, anche lei è soggetta a mutamenti nel corso dei secoli, ha mutato durante i secoli sia la ritualità attraverso cui esprime l’evento originario, sia la tipologia di coloro che sono addetti ai riti religiosi.  Certamente la Chiesa ha un mandato divino e si alimenta di Dio, ma il modo di gestirla utilizza criteri umani. Come tutte le istituzioni che durano nel tempo, anche la Chiesa fa fatica ad adattarsi ai mutamenti necessari. Il passare del tempo provoca assestamenti strutturali che vengono identificati come identitari e, di conseguenza, immodificabili. Tutto ciò avviene quando una tradizione culturale o religiosa perde il contatto con la sua origine, oppure quando tra l’origine e il presente della storia s’interpongono tradizioni di provenienza esterna, che modificano l’identità della struttura stessa. La mancanza di un gruppo di sapienti, che mantengono il contatto con l’origine e che può allertare la base di un movimento politico o religioso delle distorsioni in atto, provoca lentamente e progressivamente la base identitaria del gruppo. E così, può succedere e di fatto succede, che una religione o un gruppo politico con il tempo si trasforma, allontanandosi dalla sua origine da risultare pressoché irriconoscibile. Le mutazioni all’interno di una struttura sociale, religiosa e politica sono inevitabili e, per questo, occorre essere in grado di accompagnare i cambiamenti per non correre il pericolo di distruggere il contenuto originario.

Muta, in questa prospettiva, all’interno della religione cattolica in questa epoca denominata di post-cristianesimo, anche la figura del prete, il suo modo d’intenderlo, la sua funzione nella comunità. Questo cambiamento è nella regola delle cose della società civile. Sono i cambiamenti culturali che dettano le indicazioni per i cambiamenti di tutte le strutture che ne fanno parte e che non vogliono perdere il loro posto. Nelle epoche denominate di passaggio, come quella che stiamo vivendo, il pericolo consiste nel non coglierlo e nel non riuscire a intuire i cambiamenti necessari per permettere alla propria struttura di rimanere dentro. Che cosa, allora, dovrebbe cambiare nella modalità del prete cattolico di esercitare il suo ministero? Ancora di più è possibile chiedersi: è proprio necessaria questa figura nel nuovo quadro culturale e sociale che si sta configurando?

Se è vero, come c’insegnano i documenti della Chiesa e una lunga tradizione che deriva dai Padri della Chiesa, che è l’Eucarestia che fa la Chiesa, allora occorre mettere le comunità cristiane in grado di nutrirsi di essa. Nell’attuale contesto culturale è in atto, da alcuni decenni, una progressiva e inarrestabile diminuzione del clero, di coloro chiamati cioè a presiedere le comunità per celebrare l’Eucarestia. In Italia, ma non solo, già da qualche anno sono in atto nelle Diocesi delle proposte per arginare il problema. La più significativa è quella delle Unità Pastorali, che vede il raggruppamento di alcune parrocchie affidate ad un solo parroco. Con l’andare del tempo, questo nuovo modello di ristrutturazione delle parrocchie non permetterà più alle comunità di avere la possibilità dell’Eucarestia domenicale. Del resto, questo problema è già visibile nelle parrocchie delle nostre montagne e in altri paesi come la Francia.

Perché non cambiare sistema? Se il problema è permettere alle comunità cristiane di alimentarsi dell’Eucarestia perché insistere con il modello del prete celibe e votato alla Chiesa per tutta la vita? Perché non provare a proporre figure più al passo con i tempi, persone che offrono un servizio limitato nel tempo? Si potrebbero ordinare persone della comunità, di fede provata il cui carisma è riconosciuto dalla stessa comunità. Che tipo di persone? Persone celibi o sposate, uomini o donne. Si anche donne. E’ inutile, infatti, che la Chiesa continui a parlare di genio femminile, se poi esclude le donne dalla possibilità di guidare una comunità. Non può la Chiesa farsi da paladina della lotta contro le ingiustizie causate dalle disuguaglianze sociali, quando esclude le donne dalla possibilità di far parte dei quadri che dirigono le sorti della Chiesa. In fin dei conti si tratta di mantenere viva la fede del Popolo di Dio e, di conseguenza, occorre fare di tutto affinché i fedeli si alimentino del Signore.
Perché la Chiesa resiste così tanto al cambiamento? Non è un problema di Vangelo, ma di potere. Abituata da secoli ad essere significativa e incisiva in Occidente sul piano politico e sociale, avere totalmente a disposizione un schiara di uomini celibi per tutta la vita, qualificati e sottopagati, vuole dire molto. Togliere questo esercito di uomini che firma un giuramento di totale obbedienza all’istituzione, significa privarsi di quella struttura specifica che ha espresso il modo della Chiesa di stare nel mondo. A mio avviso la Chiesa non rinuncerà mai a loro. Si terrà stretta questa schiera di uomini celibi votati fino alla morte a Lei, sino al momento in cui ne rimarrà uno solo. Chi è abituato a comandare, fa fatica ad attorniarsi di persone con cui interloquire alla pari. Nel frattempo sarà la base, il Popolo di Dio che si organizzerà per mantenere viva la fede. L’ho visto fare in America Latina. Siccome il prete passa raramente nelle comunità, sono le persone stesse che vivono in comunità che si organizzano per leggere settimanalmente la Parola di Dio e celebrare alla domenica. La fede è più forte di qualsiasi istituzione. Questo lavoro di base contaminerà anche la struttura della Chiesa. Per ora, sarà importante modificare lentamente il cammino delle comunità per metterle in grado di sopravvivere. In questo modo la notizia della caduta del palazzo sarà meno rumorosa.

Per le Unità Pastorali, che avranno la tendenza in futuro di aumentare di dimensioni, si potrebbe pensare ad una figura che coordini il lavoro pastorale ed economico delle parrocchie coinvolte. Mentre per la guida della comunità, scelta tra il popolo delle comunità, si potrebbe pensare ad una remunerazione frutto del contributo della stessa comunità, per i coordinatori delle Unità Pastorali, che potrebbero essere svolti da laici debitamente preparati, si potrebbe pensare ad uno stipendio con il contributo dell’otto per mille. In questo modo, si uscirebbe dallo schema prevalentemente monastico della guida della comunità, che la vede separata dal popolo di Dio, per uno più conforme alle esigenze del tempo. Due figure, allora, si delineano nel cammino della Chiesa futura: quello del presidente dell’assemblea eucaristica, che celebra l’Eucarestia e quello del coordinatore delle Unità Pastorali. Queste figure pastorali esigono anche una spiritualità nuova che le alimenti e cammini formativi differenziati. Se le guide della comunità sono scelte tra coloro che vivono nella stessa e che probabilmente sono sposate, la spiritualità dovrà rafforzare il significato e il vissuto della vita matrimoniale. In questa prospettiva i seminari, così come oggi sono concepiti, non saranno più necessari, perché la formazione delle guide delle comunità avverrà all’interno della comunità stessa. Senza dubbio, si potranno prevedere percorsi formativi specifici, ma la maggior parte del percorso formativo è bene che sia realizzato nella comunità. Se fino ad ora la figura della guida della comunità aveva nel celibato il segno di un’appartenenza esclusiva a Dio e, per questo, viveva distante come stile di vita dal resto della comunità, ora è sempre più richiesta una figura di guida che condivida lo stile di vita della comunità.


Cambiando il tipo di figura della guida della comunità, cambia anche la spiritualità. Un presidente dell’Eucarestia preso fra il popolo e probabilmente sposato, non può alimentarsi con una spiritualità di stampo monastico, com’è quella del prete. La Chiesa dovrà provvedere ad elaborare una teologia laicale capace di andare incontro alle nuove esigenze. Oltre a ciò, pensando anche a presidenti dell’eucarestia donne, come del resto avviene da decenni anche in alcune chiese protestanti, si dovrà sviluppare sempre di più una teologia femminista capace di raccogliere le sfide dello sguardo femminile sulla realtà. Ci sarà, quindi, bisogno di una spiritualità meno di élite e più incarnata nella vita della gente. Probabilmente il tipo di teologia che elaborerà questo stile di Chiesa incarnato in mezzo al popolo di Dio, sarà meno esigente, meno propensa a porre dei pesi insostenibili alle persone – si pensi alla morale sessuale cattolica – e più al passo con la vita della gente. Ci troveremo dinanzi ad un cristianesimo che lavora meno sul sacro, ma avrà un volto più umano, molto più simile, cioè, al Gesù dei vangeli. Il mondo scristianizzato della nostra epoca post cristiana avrà la possibilità di vedere una chiesa più aderente al Vangelo, più alla ricerca dell’essenziale che della pompa. Come in tutte le cose e in tutte le istituzioni sociali e politiche, dallo stile dei capi si capisce il valore di un’istituzione.