Visualizzazione post con etichetta missionari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta missionari. Mostra tutti i post

giovedì 31 luglio 2025

Progetto di valorizzazione per i missionari rientrati nella Diocesi di origine

 



Idee, percorsi e proposte per una nuova fecondità pastorale

 

Paolo Cugini

Premessa

Il ritorno dei missionari e delle missionarie nella loro diocesi di origine rappresenta un dono prezioso e una risorsa spesso inesplorata per le comunità locali. Dopo anni di servizio missionario in contesti diversi, queste persone portano con sé un bagaglio umano, spirituale e culturale ricchissimo, che può contribuire a rinnovare la vita pastorale, la sensibilità ecclesiale e l’apertura al mondo. Tuttavia, la fase del rientro necessita di attenzione, ascolto e percorsi che permettano al missionario o alla missionaria di sentirsi nuovamente accolto/a e valorizzato/a. È a partire da questa sensibilità che provo ad elaborare e presentare una proposta, che possa aiutare da un lato, i missionari a rientrare nella diocesi di origine sentendosi accolti, voluti bene e, dall’altro, le diocesi a valorizzare la ricchezza di competenze acquisite negli anni di missione.

Il primissimo consiglio per una proficua valorizzazione del vissuto umano e spirituale dei missionari che rientrano dopo anni di servizio pastorale e sociale in mondi “altri”, potrebbe essere quella di accoglierli in comunità specifiche progettate e strutturate dal CMD locale e dal suo direttore, che prevede moment idi spiritualità, formazione e animazione missionaria. Mi sembra una grande mancanza di rispetto e di sensibilità gettare immediatamente nella pastorale locale persone che provengono da esperienze pastorali ed ecclesiali molto diverse, con la semplice preoccupazione di “coprire dei buchi scoperti”.

Obiettivi del Progetto

·         Accompagnare il reinserimento umano, spirituale e pastorale dei missionari rientrati.

·         Valorizzare e diffondere le competenze, le storie e i carismi maturati durante l’esperienza missionaria.

·         Sensibilizzare la comunità diocesana all’universalità della Chiesa e alla dimensione missionaria della fede.

·         Favorire nuove forme di impegno, testimonianza e animazione missionaria nelle parrocchie e nei diversi ambiti diocesani.

Percorsi di accompagnamento e accoglienza

·         Colloqui di ascolto e accompagnamento: Incontri personali con il vescovo, referenti diocesani e figure di supporto per raccogliere le esperienze vissute, accogliere eventuali fatiche e individuare percorsi di reinserimento personalizzati.

·         Laboratori di condivisione: Organizzazione di gruppi di confronto tra missionari rientrati e altri operatori pastorali per riflettere sulle sfide del ritorno e sulle potenzialità di servizio nella nuova fase della vita.

·         Momenti di preghiera e celebrazione: Liturgie di ringraziamento, testimonianze in assemblea, eventi pubblici per accogliere i missionari e far sentire il calore della comunità.

Valorizzazione delle competenze e delle esperienze

Nelle diocesi in cui è attivo un Centro Missionario Diocesano, potrebbe essere affidato a questo organismo l’organizzazione di alcuni momenti specifici come:

·         testimonianze nelle parrocchie e nelle scuole: organizzazione di incontri in cui i missionari possano raccontare la loro esperienza, sensibilizzando bambini, giovani e adulti all’apertura verso l’altro e alla missione.

·         Formazione missionaria: coinvolgimento dei missionari nei percorsi di preparazione di nuovi volontari, catechisti, operatori pastorali, con moduli dedicati alla mondialità, al dialogo interreligioso e alla giustizia sociale.

·         Partecipazione agli organismi diocesani: Inserimento dei missionari rientrati in équipe di formazione, commissioni pastorali, centri di ascolto e gruppi di lavoro per arricchire la progettualità della diocesi.

Iniziative di sensibilizzazione e coinvolgimento della comunità

·         Giornate missionarie: Promozione di eventi periodici dedicati alla missionarietà, con mostre fotografiche, mercatini solidali, testimonianze e laboratori interculturali. Il CMD potrebbe organizzare un calendario permanente di questi eventi che, allo stesso tempo, esigono una costante raccolta di materiale dalle missioni.

·         Animazione liturgica e catechesi: Inserimento di temi missionari nelle omelie, nella formazione liturgica, nelle catechesi e nei percorsi di formazione diocesana, valorizzando il contributo diretto dei missionari rientrati.

·         Collaborazione con associazioni e ONG: Attivazione di sinergie tra diocesi, organizzazioni missionarie e realtà del territorio per progetti di solidarietà, scambio culturale e volontariato internazionale. Questa è una caratteristica specifica dei missionari che, vivendo e attuando per anni i realtà sociali caratterizzate dalla povertà e dalla marginalizzazione, vengono a contatto con organismi, non solo ecclesiali,  presenti sul territorio con i quali collaborano in rete per risolvere assieme i problemi incontrati.

Proposte di coinvolgimento pastorale

Anni di servizio pastorale attivo dovrebbero aver condotto i missionari ad assumere competenze specifiche di tipo ecclesiale e sociale.

·         Valorizzare le competenze ecclesiali. Nel nuovo contesto pastorale costituito dalle Unità Pastorali, i missionari, soprattutto presbiteri, che per anni hanno accompagnato parrocchie formate da decine di comunità, possono aiutare i presbiteri locali a vivere in modo più sereno il loro compito, nel coinvolgimento dei laici e delle laiche.

·         Nuove responsabilità pastorali: affidare ai missionari compiti di coordinamento, formazione, animazione missionaria o accompagnamento dei giovani in discernimento.

·         Progetti di cooperazione internazionale: Sfruttare le reti e le relazioni costruite all’estero per avviare gemellaggi, scambi e progetti di sviluppo tra la diocesi e altre Chiese sorelle.

·         Accompagnamento spirituale: Offrire ai missionari spazi e tempi di accompagnamento spirituale, rilettura dell’esperienza e discernimento vocazionale per individuare nuovi cammini di servizio.

Conclusione

Valorizzare i missionari e le missionarie rientrati rappresenta una grande opportunità per l’intera diocesi: significa aprirsi all’universalità della Chiesa, arricchire le comunità con testimonianze vive e favorire percorsi di rinnovamento pastorale e spirituale. Il loro ritorno può diventare un seme di speranza e di rinnovamento per tutti e tutte, se accolto con attenzione, creatività e spirito di comunione. Crediamoci.

 

 

venerdì 19 agosto 2022

MISSIONARIO

 



Paolo Cugini

Non si diventa missionari perché si va in missione. È qualcosa che una persona deve avere dentro come battezzato, come discepolo di Gesù, che lo vuole imitare, vuole seguire il suo esempio. E allora con entusiasmo si prende su e si va per le strade, le case ad incontrare le persone dove vive la gente e lì senza mediazione, senza sotterfugi si annuncia il Vangelo di Gesù. Perché la realtà è questa e cioè che il Vangelo per essere annunciato non ha bisogno di strutture, di cose molto sofisticate. Ha semplicemente bisogno di un cuore che lo accolga e che accogliendolo si faccia testimone, portatore, annunciatore.

Gesù non ha bisogno di sofisticazioni: è l’inganno del mondo che complica tutto e soprattutto che tenta di rendere tutto alla mercé dei ricchi, di coloro che le cose non le accolgono, ma le comprano. Gesù, invece non lo compriamo. Forse qualcuno crede di comprarlo, ma la realtà è un’altra. Anche perché Gesù fugge e si nasconde: si nasconde là dove l’umanità non lo cerca e cioè nei poveri, nei sofferenti, negli esclusi, negli emarginati, senza casa e senza terra. In questa prospettiva missionaria, missionario non è solamente colui che annuncia il Vangelo all’umanità, ma che allo stesso tempo è alla ricerca continua del Signore. Perché la verità è che nessuno possiede il Signore, anche perché il Signore non si lascia possedere da nessuno, e c’è continuamente bisogno di cercarlo. E allora, il missionario mentre annuncia il Signore lo trova nei poveri che ricevono l’annuncio, lo trova tutte le volte che si sforza di andare fuori: fuori dalle Chiese, dagli oratori, dagli schemi prefissati; fuori per un incontro più vero e autentico, perché povero e spogliato di tutto. Missionario è colui che, come Cisto, è alla ricerca dell’uomo, della donna e lo va a trovare per entrare nella sua casa, per cercare un’approssimazione, una relazione. Di fatto, il missionario è anzitutto un uomo di relazione, che cerca la relazione che ama conoscere gli altri e lasciarsi conoscere.

È chiaro che la missionarietà comporta una stanchezza, un ritorno. Ciò significa che come c’è il tempo dell’uscire fuori, c’è anche il tempo dell’entrare dentro. Ed è il tempo della preghiera, della riflessione, del voltarsi dinanzi al Padre. È il momento, anche dell’accoglienza dell’altro. La missione, per chi la vive, comporta anche un cambiamento. Ogni approssimazione, se è autentica, comporta un mutamento. C’è qualcosa che deve morire per lasciare spazio all’altro, alla novità dell’altro. E l’altro è il fratello, la sorella alla quale mi sono avvicinato per portargli un annuncio di salvezza che è la conoscenza del Signore. E in questo incontro scopriamo che c’è qualcosa che non conoscevamo, che non sapevamo; scopriamo che mentre portiamo il Signore, Lui stesso ci sta aspettando nel fratello, nella sorella. Per questo c’è sempre una morte in un incontro di annuncio, perché il nuovo uccide ciò che è passato, il vecchio, per fare spazio alla novità. Non c’è risurrezione senza morte (Diario 2000).

martedì 18 gennaio 2022

LA MISSIONARIETA’ DELLA COMUNITA’ POST-CRISTIANA

 



 

Paolo Cugini

 

     Affermare che è finita l’epoca della cristianità non significa dire che il cristianesimo è finito: anzi. Forse mai come in questa epoca è possibile davvero vivere con maggiore autenticità e intensità il messaggio cristiano, perlomeno, così come era presentato alle origini e vissuto nei primi secoli. Del resto, è proprio il lavoro svolto durante il Concilio Vaticano II, considerato da molti un Concilio di rottura con la tradizione, mentre, in realtà, la grande rivoluzione operata in esso è stata quella di riprendere i contenuti dei Padri della Chiesa, grazie all’impulso degli studi della Nouvelle Teologie, che per decenni ha tradotto non solo i testi di questi Padri, ma ne ha proposto degli approfondimenti, delle ricerche.

Il problema maggiore, consiste nell’accompagnare questa fase estremamente delicata di passaggio epocale, nella quale mentre vediamo la fine di un’epoca storica, che ha segnato per secoli l’occidente, dall’altra si tratta di riprendere, per così dire un discorso interrotto da secoli, quello di comunità evangeliche, che non cercano di contare qualcosa nel mondo o di incidere nella società, ma si sforzano di vivere il Vangelo nella vita quotidiana. In questo cammino anche il ruolo della guida della comunità va ridimensionato o meglio, riportato al suo significato iniziale.

Un aspetto significativo che ha caratterizzato le comunità cristiane nel loro sorgere, è stata la dimensione missionaria. Paolo, il protagonista dei primi viaggi missionari documentati non solo dalle sue lettere ma anche dal libro degli atti degli Apostoli, non riusciva a tenere per sé il grande incontro che lui stesso aveva fatto con il Risorto sulla strada di Damasco (cfr. At 9): sentiva il desiderio di comunicarlo a tutti. La verità dell’incontro con il risorto sembra essere il desiderio di comunicarlo a tutti. La dimensione missionaria della fede è intrinseca al cammino della comunità cristiana. L’uscita prima dalla comunità di Antiochia e poi dalla comunità di Gerusalemme, conduce Paolo a scoprire una delle novità più significative della Chiesa degli inizi: anche i pagani sono chiamati alla salvezza attraverso il Vangelo. Paolo non avrebbe mai scoperto questa novità se fosse rimasto chiuso tra le mura della comunità. La scoperta di Paolo e del suo compagno di Viaggio Barnaba, sarà fondamentale nella discussione avvenuta nell’assemblea di Gerusalemme (At 15) sulla necessità di non imporre le Leggi mosaiche a coloro che entravano nella comunità cristiana provenendo da un contesto pagano, perché a partire da Gesù, dalla sua passione morte e risurrezione – è questo il kerigma che Paolo annunciava nei suoi viaggi – è solo la grazia che salva. 

È uscendo dalla comunità per andare a portare il kerigma a coloro che ancora non lo conoscono che la Chiesa scopre cose nuove e permette, in questo modo di crescere, arricchendosi di contenuti e significati nuovi. L’aspetto missionario è, dunque, uno dei primi e fondamentali elementi che il nuovo contesto che si sta creando con la fine della cristianità, permette di recuperare e valorizzare. Nell’epoca della cristianità la parrocchia ha identificato il cammino della comunità e la sua caratteristica, oltre a voler controllare il territorio sul piano religioso, è una chiusura asfittica, al punto che ogni parrocchia era un mondo chiuso a se stante. Il campanilismo è la malattia cronica delle parrocchie, comunità chiuse e autoreferenziali, con il desiderio di comunicare agli altri l’annuncio del risorto, praticamente azzerato. Riprendere in mano la dimensione missionaria significa, in primo luogo, fare esperienza del risorto, sentirne la presenza per poi muoversi verso l’esterno, e penare cammini di nuova evangelizzazione o, meglio, di rievangelizzazione. 

Non si tratta di processi d’indottrinamento, né di catechizzazione a tappetto, ma di condivisione del motivo centrale che dà gioia alla propria vita. Come per Paolo, la verità dell’incontro con il risorto, si manifesta nel desiderio, che diventa necessità di dire agli altri il motivo della propria gioia, della propria rinascita. Quando questo avviene, è nei consigli pastorali della comunità che si decide in che modo uscire e come. La comunità che esce a portare al mondo circostante il Vangelo della gioia sente la necessità di rimettere, per così dire, ordine in “casa”. Si esce per annunciare il Vangelo e, allo stesso tempo, s’invitano le persone incontrate a partecipare della nostra festa della domenica, che è il giorno del Signore. Lo slancio missionario della comunità provoca, come conseguenza, il riordino della liturgia, lo svecchiamento in cui spesso e volentieri si trovano i nostri culti i cui protagonisti sono sempre le stesse persone, che compiono gli stessi gesti e cantano le stesse canzoni. 

L’uscita verso l’esterno della comunità provoca, come conseguenza, la necessità di un riassetto interno. Chi infatti, invita qualcuno a casa, la ripulisce, la sistema: la vuole presentare bella. È questo un effetto significativo della dimensione missionaria della comunità: produce un movimento di ripulitura.

 

mercoledì 16 ottobre 2019

Amazzonia Casa Comune Eventi di condivisione e di ascolto durante il Sinodo sull’Amazzonia





Paolo Cugini

Città del Vaticano. In vista del Sinodo sull’Amazzonia, è cominciato un processo di articolazione che raccoglie alcune istituzioni e organizzazioni della Chiesa con il proposito di creare uno spazio per il dialogo e l’ascolto, che accompagna il Sinodo sull’Amazzonia in svolgimento a Roma. Come ricorda Roberto Carrasco Rojas, OMI, uno dei membri del comitato di coordinamento, “non si tratta solamente di presentare varie attività, si tratta piuttosto di un esercizio in comunicazione e dialogo interculturale, un’interazione con ciò che è nuovo, diverso, ancora sconosciuto”.

Amazzonia Casa Comune – è questo il nome dell’iniziativa -, è un impegno a rendere presente la vita dell’Amazzonia e chi vi abita.  Nell’Amazzonia, maloca è il posto in cui le comunità indigene si siedono per semplicemente essere, ascoltare, celebrare e essere capaci di capire quello che succede nella vita della comunità.  I fratelli e le sorelle indigeni e altri rappresentanti del territorio, assieme alla presenza ecclesiale in quel territorio, sono gli attori e protagonisti di questo spazio.

Amazzonia Casa Comune è, dunque, uno spazio ecclesiale in cui vengono discussi temi che i fratelli e le sorelle dell’Amazzonia considerano prioritari. Concretamente questo spazio ha come punto di riferimento costante la Chiesa di Santa Maria in Traspontina dov’è attivata una mostra fotografica permanente sulla realtà amazzonica e dove avvengono le principali celebrazioni liturgiche durante il Sinodo. Oltre a questo spazio, altri eventi stanno avvenendo presso l’Istituto Consolata e presso il Centro Internazionale della Gioventù San Lorenzo.

Tra gli eventi in programma ne segnalo alcuni. Il primo è il percorso organizzato all’Istituto Consolata dal titolo: I Volti dell’ad Gentes. Tra i vari interventi, significativi sono stati quelli di padre Livio Girardi e di suor Amelia Gomes. Padre Livio Girardi ha proposto una riflessione sulla metodologia dei missionari nella terra Indigena Raposa Terra do Sol, in cui si è passati dal progetto di sacramentalizzazione, tipico dell’impostazione missionaria prima del Concilio Vaticano II, ad un maggiore sforzo d’inculturazione. Come ha sostenuto padre Girardi: “nel 1974 i missionari della Consolata decidono di dedicarsi totalmente ai popoli indigeni e spinsero la Chiesa di Roraima (Brasile) a fare lo stesso”. Dal canto suo, suor Amelia Gomes ha evidenziato il processo d’inculturazione messo in atto nel cammino di evangelizzazione di alcune comunità della Guinea Bissau. “Il nostro stile di missione– ha sottolineato suor Amelia - è basato sulla semplicità, privilegiando la cura delle relazioni. Questi gesti ci hanno permesso di conoscere la tradizione e la cultura del popolo. Partecipando della loro vita, ci ha permesso di essere accolti. Per mezzo della vicinanza e del dialogo abbiamo iniziato un percorso di evangelizzazione. Abbiamo osservato, ascoltato senza fretta, progettando la missione con pazienza senza fretta”.

Il confronto che sta avvenendo nello spazio di Amazzonia Casa Comune sui diversi modelli di missione attuati dai missionari nelle terre indigene, è di estrema importanza perché può aiutare ad uscire da quei processi di colonizzazione missionaria denunciati da Papa Francesco in questi giorni. In questa prospettiva, toccante è stata la testimonianza condivisa da alcuni rappresentanti dei popoli indigeni presenti in questi a giorni a Roma per accompagnare il Sinodo sull’Amazzonia, sulla figura del laico spagnolo Vicente Canãs, che ha attuato per molti anni nel territorio amazzonico in difesa dei popoli indigeni. Il cacique (capo indigeno) José Luis, intervenuto nella tavola rotonda organizzata all’Istituto Consolata venerdì 11 ottobre sul tema: Il protagonismo dei popoli indigeni, ha condiviso la sua testimonianza con le seguenti parole: “Ho accompagnato il lavoro del CIMI in Rondonia e ho visto che sono persone che sono venute per aiutarci. Vicente Canas ci ha aiutato molto. I missionari sono persone che si donano per gli altri, si dimenticano di sé stessi, si consegnano spiritualmente, si distaccano dai beni. Oggi il mondo ha bisogno di persone così”. Mentre i Padri sinodali si confrontano sulle linee pastorali da adottare per dei cammini di evangelizzazione sempre più inculturati da attuare nei territori amazzonici, negli spazi di Amazzonia Casa Comune il confronto sta avvenendo su percorsi d’inculturazione già sperimentati e, il dato sicuramente più interessante, è la testimonianza diretta di alcuni rappresentanti dei popoli indigeni. Parole significative perché testimoniano la bontà del Vangelo come proposta possibile di un modo diverso di entrare in relazione con popoli e culture “altre” che, piuttosto della violenza e della soppressione, sceglie il cammino dell’ascolto e della valorizzazione. Come ha sostenuto l’indigena Ernestina, sempre nello spazio del dibattito sul protagonismo dei popoli indigeni: “I missionari rispettano la cultura indigena e non hanno mai impedito i nostri rituali, le nostre celebrazioni.” Ascoltare queste parole in un contesto politico in cui le conquiste di tanti anni di lotta in Brasile sono messe a dura prova dalla brutalità del neo presidente Bolsonaro, imprime forza e coraggio a coloro che vivono in queste zone ricche di tensioni.

Molti sono ancora gli eventi in programma ad Amazzonia Casa Comune. Chi fosse interessato può consultare il sito: amazonia-casa-comun.org








giovedì 21 marzo 2019

ULTIMA TAPPA DELLA VISITA ALLE PARROCCHIE DELLA DIOCESI DI ALTO DE SOLIMOES




Padre Marcello con a fianco il traduttore



SAN PAOLO DI OLIVENZA

Paolo Cugini
Venerdì 15 marzo. Alla mattina quasi perdiamo la lancia! Don Gabriele aveva detto a don Washington che la lancia sarebbe arrivata alle 8, mentre quest’ultimo insisteva nel dire che sarebbe arrivata alle 9 e che quindi saremmo riusciti tranquillamente a fare colazione. Mentre stavamo sorseggiando il caffè, arriva un signore invitandoci a fare alla svelta a prendere le nostre valigie perché la lancia per San Paulo di Olivenza – la nostra prossima meta – era già arrivata ed era già sul punto di partire. Ancora una volta, purtroppo, mi tocca scrivere che don Gabriele aveva ragione: pazienza.
Più di due ore di viaggio sul rio Solimões: che spettacolo! Mentre Gabriele leggeva il suo ennesimo libro (ne ha divorati parecchi in questo periodo e tutti sul tema dell’Amazzonia), io mi sono messo dietro a contemplare il panorama. Quante piante, quanto verde, quant’acqua! Mentre viaggiavamo e contemplavo questo panorama paradisiaco, mi venivano in mente i paesaggi della Bahia che ho visto per circa quindici anni: quanta siccità! Quanta voglia di acqua che non si decideva a scendere dal cielo! Nell’ultima città in cui sono stato come parroco e in cui si trova adesso don Luca Grassi – la città di Pintadas – negli ultimi tre anni non era caduta una goccia d’acqua: roba da pazzi. Qui invece, acqua a volontà, non solo nei tantissimi fiumi, ma anche durante il giorno: piove sempre a catinelle.
Arrivati al porto non troviamo nessuno ad attenderci: forse abbiamo sbagliato giorno? In ogni modo, visto che san Paulo di Olivenza non è Parigi, ci siamo incamminati puntando la chiesa. Non abbiamo sbagliato. Arrivati alla chiesa qualcuno, su nostra richiesta, ci indica la casa parrocchiale che troviamo subito, anche perché è enorme. San Paulo di Olivenza è stata la prima sede della diocesi di Alto Solimões, quindi la casa parrocchiale era la casa in cui abitava il vescovo. Il parroco attuale è un giovanissimo prete di 36 anni, 1,85 per 120 kg circa: insomma c’è proprio tutto.  Un prete simpatico, gioviale, diocesano del sud del Brasile, un fidei donum come noi. Ci sediamo e, dopo le presentazioni di rito, iniziamo a parlare e, soprattutto ad ascoltarlo. Padre Marcello e della diocesi di Uruaçu, nello Stato di Goiais. Dopo otto anni di presbiterato chiese al vescovo di venire nella diocesi di Alto di Solimões. Dal 2011 al 2013 Marcello ha lavorato nella Pontificie Opere Missionarie nella capitale del Brasile, a Brasilia, e in questo contesto ha avuto modo di percorrere il Brasile, facendo incontri missionari e, in questo contesto ebbe la possibilità di vedere la realtà amazzonica. Siccome la diocesi di origine era abbastanza guarnita di preti, chiese al suo vescovo di venire in missione in Amazzonia con il progetto di chiese sorelle, che in Brasile è attivo dal 1972. Il contratto è triennale con possibilità di rinnovo.

 La parrocchia ha sei comunità nella città e venti lungo il fiume, anche se in realtà sono 16. Il municipio ne ha 72 di comunità, ma molte sono delle chiese evangeliche: Battista, Assemblea di Dio e la Cruzada. In parrocchia ci sono anche tre congregazioni di suore, che aiutano nel lavoro pastorale, oltre a progetti specifici del loro carisma. Una di queste aiuta i popoli indigeni a coltivare senza appiccare il fuoco.


I cinque giovani in cammino vocazionale con padre Marcello


Nella casa parrocchiale, assieme a padre Marcello, vivono anche 5 giovani – dai 17 ai 30 anni – che stanno facendo una esperienza comunitaria per un anno, con l’obiettivo di discernere per verificare la vocazione. Sono arrivati da un cammino vocazionale nelle parrocchie. Se tutto va bene il prossimo anno andranno nel propedeutico a Manaus. Questi cinque giovani si chiamano: Alex di Santo Antonio di Iça con 17 anni; Adelsono (19) e Genilson (22) di san Paolo di Olivenza; Bartolomeo e Romas di trent’anni che sono della città di Amaturà.
In questa casa non ci sono giovani di origine indigena. Nella diocesi c’è n’è uno solo – Hercules – di origine indigena d’etnia tikuna che sta in un cammino vocazionale. Non si trova qui a san Paulo di Olivenza, ma a Belém di Solimões perché i Cappuccini in questo luogo hanno svolto un lavoro vocazionale specifico, tentando formare i giovani con interesse vocazionale nella comunità. Quando vanno fuori dalla comunità, i giovani indigeni solitamente non ritornano.

Anche per Marcello la difficoltà della Chiesa cattolica in questa regione amazzonica, è la mancanza di presenza. “I preti e le suore vanno per fare una visita, spesso raramente. Solamente quando ci saranno giovani indigeni religiosi o suore l’evangelizzazione sarà possibile, perché sapranno parlare con l’idioma che la gente conosce. Questo è il motivo della grande facilità che gli evangelici hanno per entrare nelle comunità. Sono persone del posto che conoscono, quindi la lingua, diventano pastori e rimangono con la gente ad accompagnarli nella fede”. Ci sarebbe da riflettere sul diverso stile di evangelizzazione tra cattolici e protestanti, ma mi porterebbe via molto tempo. Dico solo che, a causa dei problemi sopra descritti, vale a dire una scarsissima presenza, il lavoro missionario cattolico è stato strutturato su due poli fondamentali: la sacramentalizzazione, e la diffusione delle devozioni. Per i protestanti, invece, il grande lavoro che svolgono è la conoscenza della Parola di Dio, il Vangelo. Per questo quando arrivano in una comunità se li portano via tutta: perché gli annunciano il Vangelo, parlano di Gesù e non altre storie.

Padre Marcello parla anche della grande prospettiva del Sinodo. “Il modo di essere Chiesa che abbiamo, a volte rende difficile la propria evangelizzazione. Molte cose che per noi sono efficaci, come il tema della catechesi tutti i fini settimana, qui nelle comunità sul fiume è impossibile. Altro esempio è dalla parrocchia di Belém di Solimões che non hanno il sacrario, il tabernacolo, perché secondo i Cappuccini che stanno facendo servizio là, il popolo tikuna non è ancora in grado di comprendere il mistero eucaristico”.  Poi c’è la realtà dei ministri. “In Amazzonia non ci saranno mai preti a sufficienza, così come stanno le cose. Alcuni studi propongono la figura delle diaconesse, o dei diaconi permanenti e la validità dei presbiteri sposati per l’Amazzonia. Comunque vadano le cose nel Sinodo, è necessario pensare qualcosa di nuovo rispetto a quello che c’è oggi”. Padre Marcello sostiene anche che l’Amazzonia nella Chiesa del Brasile “è stata considerato come il purgatorio, in cui venivano inviati religiosi che venivano puniti. In realtà in Amazzonia dovrebbero venire i migliori presbiteri e religiosi, proprio per la durezza dell’esperienza che l’Amazzonia propone”.

Arrivo alla comunità Maria di Nazareth

Domenica 17 marzo. Dopo la preghiera e colazione il programma prevede la messa in una comunità del fiume: Maria di Nazareth. Sono un po' emozionato (è solo un modo di dire) perché sarà la prima messa che celebriamo in una comunità totalmente indigena. Quaranta minuti di barca assieme al parroco padre Marcello e ad altre quattro persone che vengono con noi. Il clima che si respira all’arrivo nella comunità è da film Mission. Tutti parlano la lingua nativa: solo qualcuno accenna a qualche frase di portoghese. Sono davvero curioso di vedere come si svolgerà la messa. Mi colpiscono subito i volti sorridenti di tutti, non solo dei tantissimi bambini. E poi i colori: che varietà! Mentre il coro canta diversi canti nella lingua locale tikuna, padre Marcello si intrattiene con i leader religiosi e sociali della comunità: il cachiqui. Finalmente inizia la messa. Padre Marcello parla e, un maestro locale, traduce. L’impressione avuta – dovuta al fatto che in diverse occasioni ho dovuto tradurre dal portoghese all’italiano e viceversa- è che padre Marcello diceva troppe cose prima di lasciare al traduttore la parola. Quindi, a mio avviso, più che ripetere le parole del prete, il traduttore interpretava a suo modo. La messa si è svolta nel modo classico, con l’interprete che è intervenuto solo in due momenti: il Vangelo e l’omelia. Ciò significa che nella gran parte della celebrazione la gente non ha partecipato.
Finita la messa ci siamo incontrati con Gabriele in mezzo alla cappella, mentre la gente usciva e la domanda è stata spontanea e immediata: ma a che cosa serve e a chi una messa così, dove i partecipanti non capiscono nulla perché non viene celebrata nella loro lingua? È mai possibile che in tutto questo tempo non si sia mai pensato a qualcosa di diverso, più inculturato, per fare in modo che i tikuna partecipino attivamente come, tra l’altro, è indicato dallo stesso Concilio Vaticano II? Ci toccherà mettere mano anche a questo.


Foto di gruppo dopo la messa


Mentre stavamo camminando per visitare la moglie del cachiqui, che si trova ammalata da qualche giorno – la diagnosi che poi ha fatto padre Marcello è appendicite: come trasportarla all’ospedale di San Paulo di Olivenza? – ho fatto due chiacchere con uno dei capi della comunità che si chiama Gabriel. È un uomo di 37 anni padre di 8 figli (la moglie ha 36 anni). Quando gli ho chiesto se erano sposati in qualche modo o rito mi ha risposto: “Siamo amigados (accompagnati). I tikuna non hanno un rito specifico di matrimonio. Quando due giovani desiderano vivere insieme riuniscono la comunità e chiedono ai rispettivi genitori la possibilità di vivere insieme”. C’è un forte senso comunitario nelle comunità indigene.
Ho parlato con suor Dora -un’italiana del Pime sull’impressione che ho avuto osservando con attenzione alcuni volti di bambine indigene, che avevano un’apparenza strana, triste. Ho avanzato l’ipotesi dell’abuso sessuale e lei me lo ha ampiamente confermato. “Ci sono alcune psicologhe che lavorano al campo base della salute indigena e stanno aiutando le bambine e le donne proprio in questo settore. Stanno consigliando le donne di non andare sole nei campi, ma di andare assieme. Il fenomeno dell’abuso sessuale è molto diffuso, legato al tema dell’alcolismo”. Pensavo che il problema fosse legato alla cultura patriarcale, ma lei non è molto d’accordo. “È vero che le donne nelle assemblee non parlano molto, ma se una donna non è d’accordo di una cosa che è stata decisa e ne parla in casa con il marito, viene rifatta un’altra riunione per ridiscutere tutto”. Del problema della violenza sessuale sui minori ne avevano parlato anche al corso a Manaus. Mi ricordo che ne aveva parlato suor Rose, che fa parte di una équipe allargata di missionarie che lavorano sulle problematiche legate al traffico di organi e nella regione detta delle tre frontiere, che sarebbe proprio Tabatinga. Tre frontiere perché in pochi metri si toccano i confini di tre paesi: Brasile, Colombia e Perù.


COMUNITÀ DI SANTA RITA

Lunedì, 18 marzo. Alla mattina salutiamo nella preghiera padre Marcello e i cinque giovani che stanno riflettendo sulla loro vocazione e salpiamo per santa Rita. Dopo un’ora circa di battello, arriviamo a destinazione. Santa Rita è una comunità che appartiene dal punto di vista ecclesiale alla parrocchia di San Paolo di Olivenza. In questa comunità vive una comunità di tre suore del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) due italiane – Laura e Dora – e una brasiliana: Odete. Sono qui da circa un anno. “Quando siamo arrivate lo scorso anno – ci racconta suor Dora – nella casa c’era solo una stanza: il resto lo stavano mettendo a posto. Entrando in “casa” padre Marcello disse: ho un’idea, andiamo a trascorrere una settimana a san Paolo di Olivenza!”.
La chiesa della comunità santa Rita



La comunità di Santa Rita, dal punto di vista religioso è quasi tutta protestante. Dal punto di vista sociale è forse la realtà più povera incontrata sino ad ora: il che è tutto dire. La presenza delle te suore del PIME a santa Rita corrisponde all’intuizione pastorale del vescovo Adolfo: non si può più pensare di pretendere di fare missione solamente visitando ogni tanto le comunità come si è sempre fatto: occorre vivere in mezzo alla gente, occorre essere presenza. Don Adolfo sta invitando suore, laici e presbiteri da varie parti del Brasile a viere nelle comunità della diocesi, per essere vicini alle comunità indigene. Verso sera – cioè le 17, visto che il sole viene giù molto presto – facciamo un giro nel paesino, per avvisare alcune persone per la messa di domani. Ne approfittiamo anche per entrare in alcuni negozi. Suor Odete ci spiega che il commercio locale è tutto in mano ai peruani (abitanti del Perù). Ci spiega anche i meccanismi loschi che stanno avvenendo in questi negozi, che lei stessa ha potuto verificare. “La carta di credito delle famiglie povere che ricevono la pensione o i benefici del governo viene presa dai commercianti peruani, che trattengono metà della mensilità da spendere nei loro negozi. Questo tipo di atteggiamento è proibito per legge. Il problema è che qui siamo così fuori dal mondo che chiunque fa ciò che vuole e i poveri ci rimettono”.  Dalle parole di suor Odete capiamo che è anche difficile organizzare un lavoro di coscientizzazione. “I popoli kokama e tikuna che vivono qui, accettano passivamente la situazione: non sono abituati a ribellarsi dinanzi alle ingiustizie”.

Momento di preghiera con le suore del PIME

Martedì, 19 marzo. Alla mattina preghiamo insieme con le suore: lodi della solennità di san Giuseppe. Dopo colazione cerchiamo Nicanor, che è il cachiqui della comunità che, in canoa ci porta a visitare alcune comunità vicine. Se fosse stagione di bassa marea le comunità potrebbero essere raggiunte a piedi, ma essendo stagione di alta marea, il fiume si è alzato e sta allagando tutto il paese, comprese le strade. Con Nicanor (di anni 81), quindi, prendiamo una canoa: e qui comincia l’avventura. Infatti, appena entriamo nell’igarapé (è una parte del fiume che entra in uno spazio senza uscita) con la canoa, guidata da Nicanor e da una ragazzina di 13 anni chiamata Rita, cerchiamo di entrare nel fiume Solimões (che sarebbe il fiume delle Amazzoni). Nicanor e Rita, nonostante remino con tutte le forze, non riescono a remare contro corrente, in direzione della comunità di Porto Franco verso cui siamo diretti, e la canoa per alcuni momenti è trascinata dalla forte corrente del fiume. 
Don Gabriele al lavoro per non affondare!


Per fortuna, da lontano Nicanor vede la barca a motore di uno dei suoi 7 figli e lo invita ad affiancarsi. A quel punto Nicanor lega la nostra canoa alla barca del figlio, che lentamente ci trascina al posto desiderato. Appena arrivati suor Dora riconosce sulla strada della comunità, la psicologa Renata, di Manaus, che visita le famiglie, e soprattutto attende donne che hanno subito violenze. Oltre a ciò, entra nelle scuole per orientare i giovani sui temi dell’alcol e della droga. Assieme a Renata e ad alcune persone della sua équipe facciamo due passi per la comunità per conoscere un po' il territorio.
Don Gabriele e suor Laura in visita al quartiere allagato


Nel pomeriggio visita al quartiere di Santa Rita chiamato favela. È la zona più povera della comunità. Quasi tutto il quartiere è evangelico. Mentre passiamo vari bambini e signore riconoscono le suore, che salutano con calore. Tra una zona allagata e una no, attraversiamo il quartiere in mezzo a campetti di calcio improvvisati in cui giocano tanti bambini e ragazzi/e. Mentre camminiamo in mezzo a tanta povertà penso alla vita di queste tre suore. Ci vuole veramente tanta fede, tanto amore, anzi un amore per Dio fuori dal normale, per accettare la proposta di vivere in mezzo a questo nulla. È vero che sono tre donne con dell’iniziativa, ognuna con caratteristiche e doni diversi. In ogni modo, la loro presenza qui chiama in causa molte pagine del Vangelo, le pagine della sequela a Gesù che chiede di rinnegare se stessi, di rinunciare a tutto. Nella vita di queste tre donne a Santa Rita appare lo stile del seme gettato nel terreno, del fermento nella massa, di qualcosa che viene svolto in piena e pura fiducia, affidandosi a Dio, più che alla possibilità di controllare i risultati di un lavoro svolto. Per chi nasce qui forse è normale, ma per chi viene dall’Italia o dal sud del Brasile, molto normale non è.

Foto di gruppo dopo la messa nella cappella della comunità santa Rita

Alla sera messa nella cappella di santa Rita. Celebriamo la solennità di san Giuseppe. Nella piccola chiesetta arrivano lentamente alcune persone. Oltre alla celebrazione domenicale realizzata dalle suore, nella cappella durante la settimana viene celebrato il rosario, oltre alla catechesi dei bambini. Alla celebrazione guidata da don Gabriele e ben preparata, le persone si lasciano coinvolgere. È un bel momento che rimarrà senza dubbio segnato nella loro memoria.


mercoledì 28 novembre 2018

DOVE VA LA MISSIONE? INCONTRO ORGANIZZATO DAL CMD DI REGGIO EMILIA





FOGLIANO – REGGIO EMILIA 27 Novembre 2018


Tavola rotonda con: suor Paola Torelli, Pe Mario Menin, direttore di Missione Oggi; Suor Teresina Caffi (saveriana), don Paolo Cugini, don Pietro Adani

Sintesi: Paolo Cugini
Domanda: nel tuo libro metti la missione quale realtà complessa, mutevole. Ci ricordi la difficoltà della missione. Con questo libro che messaggio vuoi dare?
Mario Menin: ho lavorato in una favela che si chiama Eliopolis. Abbiamo fatto un cammino di Comunità Ecclesiali di Base con Mons Evaristo Arns. Ho scritto questo libro perché ho risposto ad una domanda che mi è stata rivolta. Quando uno dice missione che cosa intende? La missione è cambiata. Siamo passati da una missione senza l’altro ad una missione con l’altro. Una missione a senso unico, come operazione del mondo Occidentale cristiano, alla riscoperta della missione come movimento di Dio verso di noi. Un viaggio di Dio che gli è costato molto per venire in mezzo a noi. La missione è un’azione di Dio, prima che una nostra azione. Ho scritto il libro per dire che la missione a partire dal Concilio Vaticano II è la Chiesa. Se volgiamo riformare la Chiesa dobbiamo ripartire dalla missione. La missione è di tutti i discepoli, è di tutti i battezzati. Importante è che ci siano delle persone che vadano in missione, però non possiamo dispensarci dall’essere missionari: tutti siamo chiamati ad essere missionari. Siamo passati da una missione contro gli altri, ad una missione con le altre religioni. La missione è con la gente, con gli altri. La missione è una cosa semplice, ma complessa allo stesso tempo. È annuncio, testimonianza, profezia, comunione. Pensiamo ai monaci uccisi, a Charles de Foucauld,

Domanda: che cosa significa essere donna consacrata, missionaria oggi?
Suor Teresina: La missione sono andata imparandola facendola. Avevo il desiderio di andare in Africa. Ero andata in missione motivata. Quando sono arrivata in Congo e vedendo come vivevano le mie sorelle ci sono rimasto di colpo. Un giorno sono uscita e sono andata a trovare una anziana che vedendomi fece una festa. Ho capito che la vita non si regge dallo sforzo di essere giusti, ma sulla misericordia. Quando ho visto per la prima volta un uomo ucciso a causa dalla guerra per il solo fatto che era uscito per andare a prendere la sua capra, ho capito che la missione doveva prendere un’altra piega. Non ci dev’essere nessun altro interesse. Dal dolore del popolo congolese ho capito che il popolo va amato e basta. Ho sentito questo popolo congolese dentro di me. Ho capito che dovevo interessarmi di tutto, della politica, dell’economia: tutto era pertinente alla mia missione. Quando i problemi si fanno forti devi avere la passione delle radici. Ho imparato la passione per le cause strutturali della povertà, per interessarmi della giustizia.
Papa Francesco va ringraziato per quello che dice. Il vero ateismo per cui preoccuparsi è la fine dell’interesse per il popolo, per l’umano. Dove c’è un po' di compassione, lì c’è Dio.

Domanda: In che modo l’unità pastorale Può essere  missione sul territorio?
Menin: Se l’UP è creata perché mancano i preti è solo una pezza per rimediare alla scarsità del numero dei sacerdoti. Le UP sono una risposta missionaria o sono una semplice riorganizzazione per rendere più funzionale il lavoro pastorale? L’aspetto buono della UP è la sinodalità perché i preti devono confrontarsi. Entrare in un cammino di sinodalità: è questa la grande sfida delle UP. Se scommettessimo sulla soggettività missionaria di tutti i battezzati e scommettessimo sulle piccole comunità dove si celebra, è possibile immaginare che una parrocchia diventi una comunione di comunità, che abitano in maniera responsabile sul territorio? Le comunità cristiane dovrebbero essere antenne sulle povertà di un territorio. Ci sono resistenze forti sulle UP da parte del clero. Nessuna Chiesa è autosufficiente. L’esperienza delle UP provoca sulla ministerialità.

sabato 4 novembre 2017

LA MISSIONE S’IMPARA FACENDOLA





Paolo Cugini


Siamo soliti pensare alla missionarietà come qualcosa di specifico, una vocazione specifica di qualcuno che esce dal proprio paese per annunciare il Vangelo altrove. Missione, invece, significa desiderio di annunciare il Vangelo di Gesù Cristo alle persone che vivono accanto a noi. Per fare questo è necessario, in primo luogo, trovarsi insieme a pregare, per chiedere allo Spirito Santo un’ispirazione, un’idea che orienti il nostro desiderio. E poi bisognerebbe cominciare, passare dall’idea all’azione, per ascoltare la realtà e da lì elaborare un progetto missionario da attuare nel nostro territorio. E’ con i piedi per terra che è possibile ascoltare la presenza del Signore, che non si trova solo fra le quattro mura di una Chiesa, ma nei cuori di tante persone che vivono accanto a noi. Uscire significa, allora, la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo di quel Signore incontrato e lodato in Chiesa, un Signore che ci precede costantemente, perché è al di là dei nostri pensieri e della nostra immaginazione. Uscire per chi è abituato a stare e a vivere la fede tra le comode mura del centro, non è facile. Spesso e volentieri chi vive una fede parrocchiale non si pone nemmeno l’interrogativo della necessità, anzi, dell’esigenza di pensare all’annuncio del Vangelo a coloro che non frequentano gli spazi ecclesiali. C’è un’abitudine a pensare ad intra, che conduce a credere che il cammino dell’evangelizzazione consista nel portare la gente dentro i perimetri ecclesiali, facendo coincidere il Regno di Dio con la Chiesa, la possibilità di salvezza, con la partecipazione alle attività parrocchiali. Secoli di un certo modo di pensare e fare la Chiesa hanno lasciato un segno profondo nella coscienza dei cattolici Occidentali. 

Lo slancio missionario fa bene alla comunità, perché la libera dalle paure e, soprattutto, dalla tentazione di chiudersi in se stessa. Quando la comunità si preoccupa d’annunciare il Vangelo sul territorio, ha meno tempo da perdere per curare l’arredo interno, divenendo quindi più essenziale. 
Come ci farebbe bene questo slancio di uscita all’esterno, per lasciare le comode poltrone e così stare un po' sulla strada! Forse ci aiuterebbe anche a scoprire il dono della diversità dell’altro, ad imparare a vedere il bicchiere mezzo pieno, ad abbandonare il cronico atteggiamento di giudizio negativo verso tutto ciò che non collima con i nostri gusti e desideri. L’uscita della comunità cristiana verso l’esterno, oltre a realizzare il motivo per cui è nata, vale a dire, essere segno della presenza del Signore nel mondo, aiuterebbe a umanizzare coloro che la abitano. Troppo tempo al chiuso di poche stanze fa male all’anima, perché la rende ottusa, incapace di vedere e pensare al di là di ciò che non ha mai visto e pensato. La rigidità, che va a braccetto con l’arroganza e la supponenza, si presenta nelle persone chiuse nel proprio mondo. Quando la Chiesa presta il fianco a questo stile chiuso, le persone che vi circolano non le permettono di pensare alto, di ascoltare la realtà, d’incontrare il Signore presente nella storia, perché fanno precedere la realtà con le loro idee precostituite. Avvinghiarsi all’idea è il segno evidente di un’arresa, di una pigrizia mentale che non permette alcun tipo di slancio in avanti.
È bello leggere nei vangeli lo sforzo che faceva Gesù per agganciare gli interlocutori e inserirli in un cammino di salvezza. E’ bello incontrarlo non solo nelle sinagoghe, ma sulle strade, sulle rive del mare di Galilea, sulle barche per incontrare la gente, ascoltare i poveri. Significativo, poi, il fatto che durante il cammino, inizia a mandare i suoi discepoli, perché la missione s’impara facendola. Quante volte ho sentito questa litania sulle mie reiterate sollecitazioni ad uscire: ma don non siamo preparati! Questa scusa va sempre a braccetto con l’altra, che sostiene che chi deve andare e incontrare la gente è il prete. E invece Gesù a metà del cammino, chiama i suoi discepoli e li manda ad annunciare il Regno dei cieli. Secoli di monopolio clericale hanno ridotto il laicato ad uno stato infantile veramente impressionante. Forse bisognerebbe avere il coraggio di abbandonare lo stile parrocchiale, la sua istituzione e puntare a qualcosa di più consono con l’attuale situazione. Più che insistere sull’occupare un territorio, avrebbe più senso lavorare sullo stile della comunità. Si passerebbe dall’ansia dei numeri, alla bellezza dello stare insieme e dello stile comunitario che si crea quando ci si trova ascoltando la Parola e sforzandosi di viverla.

Gli itinerari di evangelizzazione difficilmente escono fuori a tavolino, frutto esclusivo delle nostre proiezioni. L’uscire per andare verso coloro che non frequentano i nostri spazi, stimola la creatività pastorale e ci libera dall’ossessione di ripetere sempre le stesse proposte, allo stesso modo. Ci libera, soprattutto dall’ossessione di costruire spazi sempre nuovi per accogliere i fedeli. Non mi risulta che nel Vangelo Gesù agisca in modo tale da incentivare la costruzione di templi. Lui è sempre interessato alle persone e ai loro cammini. Le polemiche assurde che avvengono nei nostri consigli pastorali sul tema dell’orario delle messe è un segnale fortissimo dell’irrigidimento che il nostro sistema pastorale ha generato. Uscire da questo sistema rigido è il grande compito che abbiamo dinanzi, nella consapevolezza che chi deciderà di entrare in questo cammino di rottura, incontrerà reazione che possono sfiorare la violenza non solo verbale. Abbiamo bisogno di uscire perché ormai nelle nostre parrocchie si muore di noia. Abbiamo la necessità di abitare la strada per smettere di perdere tempo a pulire le sale, a sistemare le tende. Dobbiamo metterci al più presto in cammino per ritrovare vigore nelle liturgie, che rischiano giorno dopo giorno, domenica dopo domenica di essere spettacoli pietosi, riesumazioni di liturgie medievali, attenzione maniacale ai pizzi e alle cotte, distanziando in questo modo sempre di più la liturgia dalla vita. E poi c’interroghiamo sul perché le nuove generazioni non rimangono con noi dopo la Cresima! La creatività pastorale sgorga dal contatto con la realtà, perché, come c’insegna papa Francesco, la realtà deve sempre precedere l’idea. E’ nella realtà che incontriamo Colui che si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi e ci indica il cammino.
Senza dubbio lo sforzo missionario delle nostre comunità porterebbe materiale nuovo sul tavolo dei nostri consigli pastorali. Ci aiuterebbe a scoprire la situazione sociale di tante famiglie di immigrati e anche di italiani che vivono in pessime condizioni sul nostro territorio. Ci aiuterebbe a comprendere meglio la situazione giovanile dei nostri quartieri, per elaborare una pastorale giovanile meno di élite e più in sintonia con la realtà circostante. Uscire dai nostri spazi potrebbe produrre un pensiero nuovo nei nostri consigli pastorali, un’attenzione nuova, più sensibile e misericordiosa, nei confronti di tutti coloro che sotto la nostra “tenda da campo” – così come simpaticamente chiama la chiesa papa Francesco – ci stanno ancora troppo stretti.