domenica 15 marzo 2026

L'Intersezione: il luogo teologico come punto di rottura

 



Paolo Cugini

La teologia tradizionale spesso aspira all'universalità, partendo da presupposti metafisici o dogmatici astratti. Al contrario, la teologia dai margini insiste sulla contestualità. L'intersezione avviene quando la periferia interroga il centro sulla sua presunta neutralità. Come afferma Gustavo Gutiérrez nel suo testo fondativo: “La teologia come riflessione critica sulla prassi storica alla luce della fede non sostituisce le altre funzioni della teologia... ma le situa in una prospettiva nuova”[1].  L'intersezione risiede nel fatto che, entrambe le teologie, utilizzano le stesse fonti, la Scrittura e la Tradizione, ma la teologia dai margini cambia la prospettiva ermeneutica. Se la tradizione legge il testo per preservare l'ortodossia, il margine lo legge per cercare la presenza del Mistero nella storia, nei vissuti quotidiani, soprattutto quelli segnati dall’esclusione, dalla marginalità.

L'intersezione non è solo un incontro, è una collisione che svela come il centro sia in realtà un margine di successo che si è imposto come norma. Non è solo un cambio di geografia, dalla cattedra alla strada, ma di metodo. La teologia dai margini non aggiunge semplicemente nuovi temi come la povertà, il genere, l’etnia, ma mette in discussione la pretesa di oggettività del centro. Mentre la teologia classica si percepisce come una vista dall'alto spesso asettica e universale, la teologia dell'intersezione rivendica una vista dal basso.  Il luogo teologico diventa punto di rottura perché trasforma il dolore e l'esclusione da oggetti di carità a soggetti di rivelazione. Se per il centro la Tradizione è un deposito da custodire, per il margine è un fuoco da attizzare. L'intersezione avviene nel corpo: le fonti non sono solo i libri, ma la carne della storia. Per fare solo un esempio. Leggere l'Esodo dal centro significa celebrare una liberazione passata; leggerlo dal margine significa identificare i faraoni odierni e reclamare una liberazione presente. L'intersezione, dunque, svela che nessuna teologia è neutrale; di fatto, quella che si definisce universale, spesso riflette solo la cultura dominante, vale a dire occidentale, maschile, benestante. La periferia, interrogando il centro, lo costringe a guardarsi allo specchio e a riconoscere i propri limiti contestuali. La teologia tradizionale è, dunque, come un muro solido; mentre l'esperienza del margine è la crepa attraverso cui, secondo l'intuizione di molti teologi della liberazione, passa la luce della Grazia in modo più puro, perché non filtrata dal potere.



[1] G. Gutiérrez, Teologia della liberazione. Prospettive, Queriniana, 1972, p. 25.

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