Paolo Cugini
La
teologia tradizionale spesso aspira all'universalità, partendo da presupposti
metafisici o dogmatici astratti. Al contrario, la teologia dai margini insiste
sulla contestualità. L'intersezione avviene quando la periferia interroga
il centro sulla sua presunta neutralità. Come afferma Gustavo
Gutiérrez nel suo testo fondativo: “La teologia come riflessione critica
sulla prassi storica alla luce della fede non sostituisce le altre funzioni
della teologia... ma le situa in una prospettiva nuova”[1]. L'intersezione risiede nel fatto che, entrambe
le teologie, utilizzano le stesse fonti, la Scrittura e la Tradizione, ma la
teologia dai margini cambia la prospettiva ermeneutica. Se la tradizione
legge il testo per preservare l'ortodossia, il margine lo legge per cercare la
presenza del Mistero nella storia, nei vissuti quotidiani, soprattutto quelli
segnati dall’esclusione, dalla marginalità.
L'intersezione
non è solo un incontro, è una collisione che svela come il centro sia in realtà
un margine di successo che si è imposto come norma. Non è solo un cambio di
geografia, dalla cattedra alla strada, ma di metodo. La teologia dai
margini non aggiunge semplicemente nuovi temi come la povertà, il genere, l’etnia,
ma mette in discussione la pretesa di oggettività del centro. Mentre
la teologia classica si percepisce come una vista dall'alto spesso asettica e
universale, la teologia dell'intersezione rivendica una vista dal basso. Il
luogo teologico diventa punto di rottura perché trasforma il dolore e
l'esclusione da oggetti di carità a soggetti di rivelazione. Se per il centro
la Tradizione è un deposito da custodire, per il margine è un fuoco da
attizzare. L'intersezione avviene nel corpo: le fonti non sono solo i libri, ma
la carne della storia. Per fare solo un esempio. Leggere l'Esodo dal
centro significa celebrare una liberazione passata; leggerlo dal margine
significa identificare i faraoni odierni e reclamare una liberazione presente. L'intersezione,
dunque, svela che nessuna teologia è neutrale; di fatto, quella che si
definisce universale, spesso riflette solo la cultura dominante, vale a dire occidentale,
maschile, benestante. La periferia, interrogando il centro, lo costringe a
guardarsi allo specchio e a riconoscere i propri limiti contestuali. La
teologia tradizionale è, dunque, come un muro solido; mentre l'esperienza del
margine è la crepa attraverso cui, secondo l'intuizione di molti teologi della
liberazione, passa la luce della Grazia in modo più puro, perché non filtrata
dal potere.
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