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mercoledì 20 luglio 2022

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI CRISTINA SIMONELLI SU EVA A PALATA PEPOLI

 




ASSOCIAZIONE PALATA E DINTORNI

 

CRISTINA SIMONELLI

EVA, LA PRIMA DONNA. STORIA E STORIE

MERCOLDI 20 LUGLIO

Intervista di: Maria Rosa Nannetti 

Sintesi: Paolo Cugini

Il punto di vista per narrare una storia è importante. Le cose si vedono in tanti modi. Mi occupo della lettura che dei testi biblici hanno fatto i primi cristiani. Venivo dal mondo di pratiche. Ho fatto l’infermiera. Ho vissuto per tanti anni in contesto Rom. Mi dichiaro femminista. Faccio parte del coordinamento delle teologhe italiane.

Il testo è organizzato in quattro stanze, con le porte aperte: una casa comunicante. Eva è una donna polimorfa, che viene da tante storie, interpretazioni. Occorre diffidare delle storie uniche.

I racconti del libro sembrano racconti, ma sono la foto dei nostri problemi. C’è anche una promessa di futuro. Non possiamo mangiare tutto, perché non avere il senso del limite porta alla distruzione.

Adamo ed Eva sembrerebbe una cosa chiara. Quando Dio creò maschio e femmina presumiamo di sapere già tutto. In realtà il nome Adam è un nome collettivo: umanità. Sembra a partire dal secondo capitolo di Genesi, adamà vuole dire terra, gli umani sono tutti fatti della terra. Eva appare molto avanti nella storia. Se andiamo a vedere il testo ebraico o latino, si dice: la chiamò vita. Girolamo, ha pensato che suonava male ha tradotto Eva.

Dominate e soggiogate. Nel modo di oggi si fa fatica a percepire il messaggio originale. Più avanti c’è coltivare e custodire. Il verbo della custodia viene ripreso spesso. C’+è un giardino da coltivare e custodire.

Altro brano pericoloso e rischioso è l’interpretazione del brano della nascita di Eva. Sono racconti densi che se li prendiamo come una descrizione letterale fa ridere. Quando i testi sono stati scritti si sapeva che c’era un’interpretazione simbolico. Adamo dorme: il mistero di ognuno p qualcosa che devo custodire. Essere di fronte all’altro è la chiave di lettura della relazione, che passa attraverso il rispetto, non uno sull’altro, in relazione.

Il serpente più che astuto è prudente e che è la virtù di Ulisse. Il testo è molto articolato e si può leggere in più piani ed è come se Eva dominasse la scena. È come se Eva parlasse tra sé e sé, come se il serpente facesse le domande che Eva si pone. In alcune culture il serpente è una divinità. La storia comincia con dei gesti, con delle scelte. La forma del serpente lascia intendere che la trasgressione sarebbe di tipo sessuale. In alcuni quadri la serpenta viene rappresentata con il volto di donna e i capelli biondi, che sembra sottintendere Lilith. C’è poi un altro piano che fa vedere il serpente come furbo, capace di decidere delle cose da fare. Gesù dice di essere prudenti come i serpenti. Qui è la stessa parola del serpente del libro della Genesi. Prudente vuole dire capaci di intelligenza pratica.

C’è un peso della Tradizione che ha interpretato il testo di genesi in modo patriarcale e misogino. Ci sono però delle dissonanze nella Tradizione, anche se rare, come uomini che parlano berne delle donne. Paolino, vescovo, ha scritto insieme alla moglie Eterasia, dei canti. In uno dei questi scrivono che Adamo di fronte ad Eva e profetizza e la libera.

Ci sono alcune donne che non accettano l’interpretazione patriarcale. Una di queste è Egeria. Viaggia e va a vedere la tomba di Tecla. Poi c’è stato anche Arcangela, che ha scritto l’inferno monacale e fa parte di quelle che sono state messe in convento a forza. C’è quindi, una letteratura al femminile che critica il sistema patriarcale.

Il problema è che ancora adesso si fa fatica a fare una storia della teologia dove ci siano tutti i protagonisti e le protagoniste.

Il valore della trasgressione. La virtù della disobbedienza non è il gusto di trasgredire la norma, ma di fare il bene. 

sabato 14 novembre 2020

L’uomo e la sua dignità: dalla riflessione aristotelica a quella contemporanea

 




Paolo Cugini

La riflessione sulla dignità dell’uomo ha spinto la ricerca nella direzione di cogliere lo specifico nei confronti degli altri esserei viventi. Mentre la filosofia platonica, che ancora oggi è il punto di riferimento della cultura occidntale, presentava l’uomo in un’accezione negativa, vale a dire come copia imperfetta dell’idea perfetta di uomo, aprendo il varco in questo modo al dualismo antropologico tra corpo e anima, come realtà antitetiche a detrimento del corpo, Aristotele cambia di prospettiva. Se in Platone il cittadino e l'uomo sono ancora un tutt'uno, per il suo discepolo la distinzione si accentua sino al punto di affermare che: "l'uomo è per natura un animale politico" e che non sono politici né gli animali né gli dei: solo l'uomo lo è. La dimensione politica come caratteristica tipica dell’uomo ne pone in evidenza l’aspetto sociale, vale a dire la tendenza di formare e vivere in comunità. È importante sottolineare che per Aristotele le dimensioni politica e comunitaria non qualificano l’uomo e non costituiscono nemmeno uno specifico, perché non dicono dell’essenza. Sono condizioni necessarie ma non sufficienti, sono implicati materialmente dall’essenza della specie. Ciò che, invece, identifica l’uomo nell’essenza e ne definisce la diversità rispetto agli altri esseri viventi è il logos. Nella Politica (libro A) dopo aver ribadito che l'uomo è animale politico, distingue la voce, che è data anche agli altri animali, dal logos, che costituisce il proprio dell'uomo, che è l'unico ad avere coscienza del bene e del male. La definizione sembra ottenere completa compatibilità, e se leggiamo anche il libro E dell'Etica Nicomachea, vediamo come l'anima sia dotata di ragione: tuttavia per Aristotele anima è comunemente intesa come sinonimo di sinolo umano, dunque forse lògon èchon va anche qui inteso come l'uomo stesso, in quanto dotato della componente razionale dell'anima.

Queste definizioni ritenute “comode” nel discorso filosofico contemporaneo fanno fatica ad incontrare una breccia. Nel secolo scorso nella corrente filosofica denominata esistenzialismo, la ricerca sull’uomo non avviene più tanto analizzando la sua essenza, ma nel modo in cui l’uomo vive ed esercita la sua libertà. Famosa è l’affermazione di Jean Paul Sartre: “L’esistenza precede l’essenza” che rivela un modo di concepire l’uomo al di fuori non solo dell’orizzonte teologico, che aveva segnato il dibattitto antropologico occidentale, ma anche metafisico. L’uomo, nella prospettiva sartriana, non è altro che ciò che si fa, sorge nel mondo e si definisce dopo, è il frutto delle sue scelte e delle sue azioni e la sua originalità va cercata solamente a questo livello e non come conseguenza di un’azione creatrice o di un essere metafisico.

Il rifiuto dell’impostazione metafisica per rispondere alla domanda antropologica accompagna anche la riflessione del filosofo tedesco Helmuth Plessner, anche se lo sviluppo è differente rispetto a Sartre. Secondo Plessner, infatti, occorre rivedere l’impostazione epistemologica della domanda “chi è l’uomo?” e concepire una strumentazione concettuale adeguata a nuove esigenze. Lo sviluppo delle scienze della natura e l’affermazione di prospettive dell’indagine delle discipline sociali e storiche particolarmente attente alla realtà concreta, “rendono assai difficile il recupero di modalità filosofiche del passato, come quella metafisica” Per Plessner, per comprendere l’uomo occorre conoscere la sua struttura organica. Per comprendere la natura umana è decisivo il fenomeno della posizione eretta. Collochiamo l’uomo nell’ambiente, nella storia e nell’organico in cui viene individuata la posizione eretta, che permette uno sguardo diverso sulla realtà nonché l’uso libero della mano, del pollice, che ha un carattere oppositivo e prensile. Un’autentica riflessione antropologica non può che partire dalla vita e non da posizioni metafisiche, perché può esistere solo chi abbia vita. Ciò che preme a Plessner è ribadire una filosofia della vita, ovvero “una filosofia della natura doveva porsi a monte di una filosofia dell’uomo, perché la vita coinvolge l’uomo senza essere a lui riservata”.

Una posizione diversa come impostazione, ma che rappresenta un significativo contributo al dibattito antropologico contemporaneo è quella di Hannah Arendt. Muovendosi da una posizione di tipo fenomenologico. In Vita Activa la Arendt analizza l’uomo nel suo agire specifico che si manifesta nella politica l’uomo si relaziona, agisce e conduce la sua azione in un contesto sociale e in qualche modo la affida all’altro. Essere un vivente che nasce e muore, ha una temporalità, che ha un’apertura nel tempo ed una storicità. Queste sono, a detta dell’Arendt, le condizioni che devono accompagnare ogni esistenza umana. Ciò permette alla Arendt di riformulare, a partire da questa riflessione sulla condizione umana, la domanda metafisica “Che cosa è l’uomo?” in “Chi è l’uomo?”, sottraendo in questo modo alla prima domanda il rischio di oggettivare l’uomo. L’uomo non va mai oggettivato, l’uomo è un “chi”, non è una “cosa”. L’identità dell’uomo, dunque, dev’essere conquistata, perché il “chi è” di ogni individuo si manifesta attraverso l’azione: l’identità dell’io scaturisce dal suo agire. Secondo la Arendt agendo l’uomo manifesta la sua “unicità nella distinzione”. La radice dell’uomo si deve dunque incontrare nella sua storicità, nel suo sapersi relazionare, con il mondo, con la realtà, con la vita.