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lunedì 24 agosto 2026

Amazzonia, donna resistente. RIflessioni dal XII Foro Social Panamazónico (FOSPA)

 

Anna Chiara e Davide sono insieme in giro per Ecuador. Il testo è frutto delle loro discussioni durante e dopo il Foro Social Panamazónico (FOSPA). Il testo è di Davide.



 


Davide Muradore

 

 

 

A Puyo, cittadina amazzonica alle porte della foresta ecuadoriana, si è tenuta dal 16 al 21 agosto l'ultima edizione del Foro Social Panamazónico. Il Fospa non è un evento, è un formato: plenarie che discutono, tavoli tematici che approfondiscono, e poi la marcia, il corpo collettivo che porta nelle strade quello che nelle sale si è detto a parole. A Puyo si sono ritrovate delegazioni da tutto il bacino amazzonico: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Guyana Francese, Perù, Suriname, Venezuela. Nove paesi che condividono la stessa foresta e le stesse minacce.

 

Resistente è una parola che in Italia porta il peso di una storia precisa, e che qui torna in un contesto completamente diverso. Vale la pena recuperarla non come reperto ma come metodo: la Resistenza italiana funzionò perché tenne insieme cattolici, comunisti, liberali, socialisti, gente che non si somigliava quasi in nulla se non nella scelta di stare da una parte. Non fu mai una cosa sola, ma la somma di sensibilità che normalmente avrebbero fatto fatica a parlarsi. È esattamente il problema che il Fospa si trova davanti oggi, e per questo la parola regge ancora, a settant'anni e diecimila chilometri di distanza.

 

C'è una geografia, in tutto questo, che vale la pena nominare: il Fospa nasce e si nutre nelle periferie della periferia della periferia. Non il centro che pensa e poi manda istruzioni verso i margini, ma il contrario. Sono questi luoghi ai bordi di ogni mappa a produrre le idee più importanti, quelle che poi, se va bene, risalgono verso i centri che si credono tali.

E anche qui, sotto l'etichetta unica del "movimento panamazzonico", si intrecciano sensibilità che non hanno nulla di scontato in comune: popoli indigeni con cosmovisioni proprie, contadini spinti fuori dalla propria terra, accademici, collettivi urbani, chiese di base, organizzazioni di donne, cultura afrodiscendente. Un crocevia di complessità intrecciate. Non una linea unica, ma tanti fili che si tengono per lo stesso nodo.




 

Ed è un crocevia che non si tiene insieme senza attrito. Dentro le comunità dello Yasuní, il grande parco amazzonico dell'Ecuador, patria di una delle più grandi biodiversità del pianeta, c'è chi guarda al Fospa con un certo sospetto, come se fosse un foro che parla di foresta più da fuori che da dentro. È una critica comprensibile, che però rischia di girare a vuoto, perché al Fospa arrivano davvero anche le voci delle comunità più profonde, non solo delegazioni cittadine con la foresta come sfondo. La domanda giusta non è chi è più puro, chi ha più titolo per parlare di Amazzonia. La gara al più puro è una lotta tra poveri che indebolisce tutti; ha forse più senso rendere la cosa più comune possibile, allargare invece che selezionare.

 

Chi arriva dall'Italia cresciuto con la retorica della costituzione più bella del mondo, qui trova qualcosa che costringe a ridimensionare quell'orgoglio di casa. Nella riforma costituzionale del 2008 l'Ecuador ha inserito la natura come soggetto di diritto, non semplicemente oggetto da tutelare ma titolare di diritti propri, ancora oggi in costruzione. Insieme al concetto di buen vivir, sumak kawsay in lingua kichwa: diritti comunitari, ricerca della felicità che non è solo individuale ma condivisa. Sono queste due innovazioni ad aver aperto lo spazio giuridico in cui i Waorani, una delle nazionalità indigene più battagliere tra quelle rappresentate al Fospa, hanno potuto arrivare alla consulta previa: l'istituto che impone allo Stato e alle imprese di non chiudere accordi sullo sfruttamento del territorio tra loro soli, cercando invece l'ultima parola delle comunità che quel territorio lo abitano. Sulla carta, un potere enorme.




Nei fatti, un diritto rimasto in larga parte inapplicato: le sentenze che lo riconoscono si accumulano, la frustrazione pure, e le comunità continuano a tornare in tribunale per chiedere il rispetto di quello che, sulla carta, hanno già vinto.

 

Il Fospa però non si esaurisce nella denuncia. In uno degli incontri tematici si è discusso ad esempio di “finca amazzonica”, un modello di gestione del terreno che valorizza la foresta invece di consumarla, una delle alternative concrete al paradigma estrattivista. Non un'utopia da assemblea, ma una pratica che esiste, che va studiata, replicata, resa economicamente sostenibile. È il punto che spesso manca nel racconto esterno di questi movimenti: dietro il "no" c'è una proposta, tutta da approfondire, ma già in piedi.

 

Sono tutti nodi che risultano ostinatamente femminili. Non per una scelta retorica: l'Amazzonia stessa, nell'immaginario di chi la abita, è donna. Dà vita, nutre, e per questo va difesa come si difende chi genera. E in prima linea contro l'estrattivismo, contro le concessioni petrolifere, contro la deforestazione, ci sono spesso proprio le donne: leader indigene, madri, guardiane di un territorio che considerano corpo prima ancora che terra. Lottano per sé, per le proprie comunità, spesso nonostante la prevaricazione patriarcale maschile, ma il paradosso è che lottando per un pezzo di foresta specifico lottano per l'equilibrio climatico di tutti quanti, ovunque si trovino a leggere queste righe.

 

Il che porta a una domanda scomoda: davvero la salvezza collettiva è solo nelle mani dei popoli indigeni? Davvero non esiste una presa in carico politica e istituzionale all'altezza? Le COP sul clima sono il tentativo più strutturato in questo senso, e restano importanti proprio per questo. Ma quanto sono diventate controverse, tra sedi ospitate da economie fossili, delegazioni di lobbisti più numerose di quelle di interi paesi, impegni annunciati e poi rinviati. Il problema non è che quel processo esista, è che non arrivi mai a pieno compimento. Finché quel vuoto resta, il peso ricade su chi ha meno strumenti e più da perdere.

 



C'è poi quella sensazione che marciare in America Latina ha un sapore diverso. Qui la marcia porta addosso la memoria di dittature, desaparecidos, repressioni, corpi che si sono messi in strada quando dirlo a voce alta poteva costare la vita. Come per Isabel, giovane attivista colombiana contro l'estrattivismo, che per il suo lavoro contro i nodi di potere del suo territorio è costretta razionalmente a temere per la propria vita, in un contesto dove il modello estrattivista si impone sempre di più: per alcuni vera origine, e non conseguenza, dello slittamento verso l'ultradestra, funzionale al modello imposto dalle oligarchie.

 

Resta poi il tema dei mestizos, la popolazione comune e maggioritaria dell'Ecuador. Il cittadino di Puyo che con fare distratto, dalla finestra di casa, dal comedor dov'era in pausa pranzo dal lavoro, o dall'auto ferma davanti alle transenne sulla strada chiusa, posava lo sguardo con aria incuriosita, quando non infastidita, sul corteo che proseguiva. Quel cittadino del Sud globale che rischia di guardare queste battaglie con la stessa distanza con cui le guarda il cittadino medio del Nord globale. Forse per lo stesso motivo: vivere in città, avere altre urgenze quotidiane, sentire l'Amazzonia o la propria montagna come sfondo più che come casa produce ovunque lo stesso effetto. Il territorio diventa cartolina prima che luogo di vita, e la lotta di chi lo abita ancora per davvero finisce percepita come una faccenda di altri.


Ed è anche qui che il Fospa smette di riguardare solo l'Amazzonia e comincia a parlare a tutti. Anche a chi, in Italia, si dà da fare in un ecovillaggio o in un collettivo senza porsi troppe domande sul dopo. Perché il rischio, per una parte di società coscientizzata del Nord globale, è restare dentro una folk politics: gesti giusti, coerenti, persino belli, ma senza l'ambizione politica che li trasformi in qualcosa che incide davvero. Il Fospa, tenendo insieme plenaria e marcia, teoria e corpo in strada, ricorda che un'azione senza impatto politico resta un'intenzione. Serve forse riscoprire quell'ambizione: non accontentarsi di fare bene le cose piccole, ma chiedersi cosa, di quelle cose, è disposto a diventare grande.

 

 

Puyo, 23/08/2026

 

 

Per approfondire

Il Fospa

 

●     Sito ufficiale dell'edizione 2026 di Puyo, con programma e documenti: https://fospaecuador.com/

 

La natura come soggetto di diritto e il buen vivir

 

●     Dieci anni di lotte ambientaliste in Ecuador, buona introduzione al legame tra Pachamama, buen vivir e costituzione:

https://www.lifegate.it/pachamama-costituzione-ecuador

 

●     Costituzione        dell'Ecuador        e         diritti        fondamentali        della        natura: https://www.ilmanifestoinrete.it/2020/07/10/come-la-costituzione-dellecuador-ha-forgi ato-i-diritti-fondamentali-della-natura/

 

●     Sul referendum che ha bloccato le estrazioni nello Yasuní, reso possibile proprio dai diritti della natura in costituzione:

https://lespresso.it/c/opinioni/2023/9/14/lecuador-dimostra-che-la-terra-si-puo-difende re-e-lo-ha-scritto-nella-costituzione/45819

 

●     Intervista ad Alberto Acosta, presidente dell'assemblea costituente del 2008: "Le leggi non bastano"

https://lavialibera.it/it-schede-258-alberto_acosta_diritti_natura

 

I Waorani e la consulta previa

 

●     La vittoria storica dei Waorani contro il petrolio, con le voci delle donne della comunità:

https://www.lifegate.it/indigeni-waorani-petrolio-ecuador

 

●     Dall'Ecuador al Brasile, successi e sconfitte dei popoli indigeni, su come i Waorani abbiano usato le istituzioni dello Stato contro lo Stato:


https://www.qcodemag.it/nuovosito/indice/interventi/dallecuador-al-brasile-successi-e

-sconfitte-dei-popoli-indigeni/

 

●     Chi decide il destino dei territori indigeni, approfondimento sul caso e sul diritto internazionale al consenso libero, previo e informato: https://www.scienze.com/news/2025/04/chi-decide-il-destino-dei-territori-indigeni-il-ca so-dei-waorani-in-ecuador/

 

 

Mi presento

Ho svolto il servizio civile nel 2019 a Lago Agrio, in Amazzonia ecuadoriana, e negli anni successivi al ritorno ho accompagnato due campi estivi nella stessa città per il Centro Missionario Diocesano di Modena, di cui faccio parte dell'équipe organizzativa. Ho una formazione in cooperazione allo sviluppo ed esperienze di lavoro in Ecuador e Madagascar. Attualmente lavoro come funzionario nel progetto Alumni dell'Università di Bologna.


mercoledì 8 luglio 2026

CHI DIFENDE LE DONNE? Quando la religione è complice della cultura patriarcale

 




Paolo Cugini

 

In questi giorni in cui sto partecipando del Congresso organizzato dalla SOTER (Società de Teologia e Scienza della Religione ) sul tema: Violenze e Religioni, molti discorsi vengono presentati da tanti punti di vista religiosi, filosofici e sociali. Mi stanno colpendo soprattutto, le riflessioni di alcune teologhe femministe, che hanno provocato alcune brevi considerazioni, che riporto qui sotto.

Come sostiene Saffiotti: “la crudele realtà della violenza contro ragazze e donne non è un fenomeno isolato, ma la manifestazione concreta di strutture sessiste, patriarcali, misogine e capitaliste profondamente radicate che hanno plasmato e continuano a plasmare la società”[1] (Safiotti, 2024). Il patriarcato è un sistema che gestisce la disuguaglianza tra i sessi, con il sessismo come tecnologia politica, mentre la misoginia è il linguaggio d'odio che sostiene questa tecnologia politica e il sistema patriarcale. “Non c'è patriarcato senza sessismo, non c'è sessismo senza misoginia”[2].

Il patriarcato è, dunque, una forma di organizzazione sociale in cui le relazioni sono governate da due principi fondamentali: le donne sono gerarchicamente subordinate agli uomini; i giovani sono gerarchicamente subordinati agli uomini più anziani. La violenza di genere, quindi, non è solo il comportamento individuale di alcuni uomini, ma un sistema istituzionalizzato e legittimato dal patriarcato, motivo per cui è così difficile spezzare il ciclo della violenza senza un cambiamento dell'intera struttura sociale.

I discorsi religiosi che avvengono soprattutto nei movimenti tradizionalisti rafforzano l'idea simbolica che la famiglia tradizionale salverà la società. Nella famiglia tradizionale, l'uomo è il capofamiglia, mentre la donna è la moglie, sempre pronta a servire il marito, e la madre dedita ai figli. La violenza contro ragazze e donne è rafforzata dal discorso religioso, che viene inteso come norma, verità, perché è Dio che parla attraverso il pastore, il sacerdote, il leader religioso, come parte integrante del cristianesimo patriarcale.

I leaders religiosi cristiani di gruppi tradizionalisti e vicini ai movimenti politici di estrema destra, propongono letture e interpretazioni fondamentaliste dei testi biblici, affermando la sottomissione e il silenzio delle donne, scoraggiando la denuncia, suggerendo alla donna di pregare per il marito, perché deve essere posseduto, o addirittura affermando che, proprio come Gesù ha portato la croce, anche la donna deve portare la sua, suggerendo la sottomissione e l'invisibilità della violenza che si consuma all'interno delle famiglie. Molte donne obbediscono e rimangono in silenzio senza mettere in discussione le parole del leader religioso, il che può portarle a diventare vittime di violenza e persino di femminicidio. C’è una pseudo-spiritualità incentivata da leaders religiosi che non fanno altro che rafforzare il modello culturale patriarcale, con i suoi derivati di misoginia e omofobia.

Da questa prospettiva e lungo questo percorso, la sessualità della donna viene strappata dal suo corpo e confinata alla sfera della maternità, alla sfera della riproduzione e della famiglia. In breve, la sessualità e l'erotismo non sono sacri. Il corpo sacro è asessuato; tutto si riduce all'utero. La tradizione cristiana ha gravi problemi con il corpo e la sessualità, negando loro la sfera del sacro. “Nell'incarnazione simbolica di Eva peccatrice e di Maria redentrice attraverso la sottomissione e la verginità, risiede la "verga del patriarcato" nella mano di Dio Padre, che punisce e redime. Questa verga è diretta in particolare verso la dimensione erotica della donna” (Jarschel; Nanjarí, 2008, p. 4).

A questo punto del discorso sorge immediata una domanda: come si può partecipare alla comunità cristiana e all'Eucaristia o alla Cena della Comunione quando i corpi di ragazze e donne continuano a essere violati, stuprati e uccisi con la complicità “spirituale” di quell’istituzione che dovrebbe valorizzarle e proteggerle?

La Chiesa deve denunciare profeticamente il diritto delle donne all'autonomia, al potere e alla responsabilità di decidere sul proprio corpo, sul proprio benessere spirituale, in tutta la sua dimensione, e sulla sessualità intesa come piacere e non solo come mero scopo procreativo. Pertanto, è essenziale mettere in discussione l'esclusione delle donne dall'ordinazione ministeriale nelle diverse tradizioni cristiane.

È urgente adottare una nuova ermeneutica religiosa e teologica, nonché pratiche ecclesiali e pastorali che garantiscano la piena inclusione delle donne alla mensa della comunione, intesa qui come totalità della vita familiare, sociale, culturale e spirituale.



[1] SAFIOTTI, Heleieth. Violência de Gênero: Poder e Impotência. São Paulo: Expressão Popular, 2024.

[2] TIBURI, Marcia. Como Derrotar o Turbomachismo. Rio de Janeiro: Civilização Brasileira, 2023.

mercoledì 28 giugno 2023

DONNE PRETE: UNA REALTA' IN SVEZIA

 

Linnea e Josephine studiano teologia per prepararsi a diventare prete


Paolo Cugini

Sto visitando la famiglia di un mio amico Reggiano di nome Mario ed è ho incontrato nella parrocchia dove lui fa servizio Linnea e Josophine, due giovani ragazze ventenni che studiano teologia e si stanno preparando per diventare prete. Sì, proprio così: desiderano diventare prete. Nella Chiesa Luterano di Svezia questo è possibile.

Dal 2020 la Chiesa svedese, evangelica luterana, conta più pastori donne che non pastori uomini. Per l'esattezza il 50,2 per cento dei ministri evangelici abilitati a officiare il servizio religioso sono donne: 1.533 su un totale di 3.063 presuli. E nella rete di seminari da qualche anno ben il 70 per cento degli iscritti sono donne.

È dal 1958 che la chiesa protestante svedese ha accettato il sacerdozio femminile. E dal 2000, anno della totale separazione tra Chiesa e Stato, i corsi di teologia sono molto frequentati dalle donne.

Nelle chiese protestanti di molti paesi le donne sono ammesse al sacerdozio. In Germania una donna vescovo, Margot Kässmann, è stata persino presidente dei vescovi luterani.

giovedì 1 dicembre 2022

IL CREDO DELLE DONNE: E' IN LIBRERIA

 



Paolo Cugini

 

È uscito in questi giorni, edito dalle edizioni san Lorenzo di Reggio Emilia, un importante volume che ci tengo a segnalare: Il credo delle donne. Qui di seguito una breve presentazione.

 

 

L’interesse delle edizioni San Lorenzo e, in modo specifico, della collana Cammini diversi, nei confronti del pensiero teologico femminile, ha condotto a seguire in questi ultimi anni diversi percorsi di teologia delle donne, alcuni dei quali già pubblicati. Il primo di questi – Uno sguardo diverso su Dio. La teologia delle donne, Ed. San Lorenzo, Reggio Emilia 2021 – raccoglieva contributi di teologhe, bibliste e teologi sul delicato tema dell’omosessualità visto in una prospettiva di fede. Proprio in questo contesto e grazie ai contributi di coloro che avevano partecipato, abbiamo compreso l’importanza e la profondità di uno sguardo diverso, quello del pensiero femminile, sui problemi della vita illuminato dallo sguardo della fede. Pensiero diverso per troppo tempo silenziato e che esige di essere ascoltato, condiviso.

Il “Credo delle donne” nasce come proposta pastorale voluta da alcune parrocchie della bassa bolognese, ma esteso a tutti. Gli incontri, infatti, si sono realizzati nella modalità meet, permettendo, così, un’ampia partecipazione. Perché questo interesse per lo sguardo femminile sugli articoli del credo? La teologia cattolica, plasmata sin dalle origini dal modello patriarcale è, a nostro avviso, troppo sbilanciata sul modo di vedere maschile della fede. C’è la necessità di trovare un equilibrio, di proporre cammini di pensiero capaci di recuperare non solo il tempo perduto, ma anche di condividere la ricchezza di uno sguardo diverso su Dio, la Chiesa, il mondo. È quello che si sta cercando di fare con la pubblicazione di testi che riprendono conferenze e che, di conseguenze, hanno già avuto un primo riscontro positivo con il pubblico. Il desiderio, dunque, è la condivisione di un pensiero che può aiutare ad allargare i nostri orizzonti e a leggere in modo diverso e, crediamo, più profondo, i contenuti della nostra fede. I primi tre articoli di fede affrontati sono stati affidati alla biblista Soave Buscemi e alle teologhe Selene Zorzi e Cristina Simonelli. Ne seguiranno altri per completare un percorso dalla durata di tre anni e che le edizioni San Lorenzo hanno deciso di accompagnare e sostenere.

La speranza di questo progetto editoriale non è solo quello di condividere un’esperienza ritenuta positiva, ma anche di provocare un interesse nei lettori e, allo stesso tempo, stimolare percorsi simili. Dare spazio nella Chiesa alle donne non può essere solo uno slogan, una moda del momento. Ragionare sulla cultura patriarcale che ha plasmato la cultura occidentale, significa porre in atto dei processi di decostruzione, in grado di aprire spazi nuovi e costanti all’interno dei quali il pensiero femminile possa finalmente esprimersi. Fare spazio alle donne è il primo passo di una logica che si pone in controtendenza, anche nei confronti dei proclami altisonanti sul ruolo delle donne nella società, ma che poi, rimangono lettera morta. Secoli di cultura patriarcale hanno lasciato un segno profondo all’interno della cultura e non saranno delle parole a provocare il cambiamento radicale, ma delle scelte quotidiane capaci di proporre un cammino.

È in questa prospettiva che è nata la proposta di dar voce al pensiero teologico e biblico femminile, per accompagnare il cammino formativo dei fedeli di alcune parrocchie. L’azione è la concretizzazione di un pensiero che esce dallo spazio teorico, per incunearsi nei meandri della storia e, in questo modo, modificarla dall’interno. Le edizioni san Lorenzo sono liete di accompagnare da vicino queste proposte per condividerle e fare in modo che si trasformino in passi di un cammino.

Oltre che nelle librerie Paoline e in quelle cattoliche in tutta Italia, lo potete richiedere direttamente dall'editore:

Ed. San Lorenzo:

https://www.edizionisanlorenzo.it/collections/frontpage/products/il-credo-delle-donne-di-maria-soave-buscemi-selene-zorzi-cristina-simonelli

Oppure su Amazon: https://www.amazon.it/credo-delle-donne-Maria-Buscemi/dp/8880713302/ref=sr_1_11?qid=1670423328&refinements=p_27%3APaolo+Cugini&s=books&sr=1-11


venerdì 14 ottobre 2022

IL CREDO DELLE DONNE-BRESCIA 30 NOVEMBRE

 



Si tratta della presentazione del libro curato dalle Edizioni San Lorenzo sulla prima parte del percorso che ho proposto alle quattro parrocchie nelle quali svolgo il servizio pastorale, sugli articoli del credo analizzati da bibliste e teologhe. 

L'idea del progetto consiste nel tentare nella pastorale ordinaria, di scardinare la struttura patriarcale della Chiesa creando spazi affinché le donne possano esprimere il loro punto di vista, troppo spesso soffocato dall'arroganza clericale. 

L'evento è organizzato da MISSIONEOGGI, rivista missionaria di Brescia e sarà fatta in forma di seminario di studio con la presenza di due delle tre autrici del volume - Selene Zorzi e Soave Buscemi - da me che sono il curatore del volume, dall'esperta di catechesi Eliana Zanoletti e dal direttore della rivista padre Mario Menin.

venerdì 17 settembre 2021

RELIGIONI E PROSTITUZIONE - LE VOCI DELLE DONNE


 

Prosegue l'impegno dell'Osservatorio Interreligioso sulla Violenza contro le Donne (OIVD) con la Federazione Donne Evangeliche Italiane (FDEI) nell’affrontare la questione prostituzione come espressione della violenza contro le donne, a cui anche le culture religiose non sono estranee. 


Il Gruppo Prostituzione OIVD ha infatti organizzato un ciclo di incontri su: 


RELIGIONI E PROSTITUZIONE - LE VOCI DELLE DONNE


Al primo appuntamento sentiremo le voci di:

- Paola Cavallari,  presidente OIVD e socia Coordinamento Teologhe italiane

- Lidia Maggi teologa e pastora battista



Per accedere all'incontro (non comunicare il link se non a persone fidate): 

https://us02web.zoom.us/j/84573088564?pwd=S1Y4QkZPRW5IeENGS2F5QS91azJrQT09#success

 



giovedì 6 maggio 2021

UN MODO DIVERSO DI VEDERE DIO: LA TEOLOGIA DELLE DONNE

 




CUGINI, PAOLO (a cura di), Uno sguardo diverso su Dio: la teologia delle donne, Edizioni san Lorenzo, Reggio Emilia 2021.

Autrici e autori del libro: Maria Soave Buscemi, Rita Torti, Damiano Migliorini, Lidia Maggi, Antonietta Potente.

Il volume contiene le relazioni del percorso svolto a Reggio Emilia nel 2019, proposto dal gruppo cristiani LGBT della città sul tema della teologia delle donne. L’idea che fa da sfondo alla proposta, consiste nella possibilità di offrire ai lettori alcune chiavi di lettura, che aiutino a cogliere il tema della donna nella società e nella chiesa, a partire dalle stesse donne. C’è un pensiero femminile da sempre soffocato all’interno della cultura occidentale, che è marcatamente patriarcale, che sta emergendo negli ultimi decenni, mostrando il valore di un contributo culturale e spirituale che per troppo tempo la società si è privato. Come tutti i pensieri diversi che provengono da lontano, quando appaiono sulla scena culturale, provocano disagio, turbamento. Quelle del presente saggio, sono dunque pagine scomode, frutto di quel cammino diverso che le donne stanno realizzando, condividendo e meritando, quindi, tutta la nostra attenzione.

     La teologia è espressione dell'ascolto della rivelazione e dell'esperienza della fede, le donne sperimentano la fede in modo diverso. Solo il corpo femminile è in grado di generare un altro essere, da nutrirsi e cioè l'Eucaristia: Dio nutre il suo popolo con il proprio corpo. La femminilità è super evocativa in questo senso. Julia Kristeva dice che l'Occidente ha perso il discorso sulla maternità e l'unico settore che può salvarlo è il cattolicesimo, con la Vergine Maria. E c'è un modo per le donne di fare teologia, perché è segnato dall'esperienza corporea. Queste brevissime considerazioni per dire che è dalla parte della realtà che si tenta di fare teologia, di narrare in modo comprensibile il modo di Dio di apparire nell’orizzonte della vita umana. 

     Se per molti secoli si è fatta teologa dall’alto al basso, applicando sistemi deduttivi alla realtà, lasciando fuori dai sistemi quelle situazioni considerate marginali, è forse giunta l’ora di tentare il cammino opposto. Del resto, ce lo ha insegnato l’unico Maestro Gesù, a parlare di Dio a partire dal basso, dagli ultimi, gli esclusi, perché l’amore di Dio non accetta di lasciare fuori dal discorso proprio coloro che per primi devono stare dentro al discorso. Infatti, come ci ha ricordato Simone Weil: "solo i folli e i poveri, con assoluta limpidezza di sguardo, contemplano la verità del mondo e ne colgono tutto lo splendore.".

Non possiamo, allora, che ringraziare tutte quelle donne di buone volontà che, come quelle che hanno contribuito in questo percorso teologico, ci stanno aiutando nel cammino di una profonda conoscenza del Signore, nella certezza che Lui “si lascia trovare da quelli che lo cercano e si lascia vedere da coloro che lo amano” (cfr. Sap 6, 12).

https://www.amazon.it/sguardo-diverso-teologia-delle-donne/dp/888071256X/ref=sr_1_8?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&crid=17974TGL3WRLJ&dchild=1&keywords=paolo+cugini&qid=1620291310&s=books&sprefix=paolo+cugini%2Caps%2C223&sr=1-8

 

https://www.goodbook.it/scheda-libro/autori-vari/uno-sguardo-diverso-su-dio-la-teologia-delle-donne-9788880712565-3435719.html

 

https://www.lafeltrinelli.it/libri/uno-sguardo-diverso-su-dio/9788880712565


giovedì 2 maggio 2019

IL DIACONATO PER LE DONNE


E' l'ultimo incontro del ciclo: la TEOLOGIA DELLE DONNE. Verrà realizzato come gli altri in una delle aule dell'università di Reggio Emilia nel Palazzo Dossetti. 

Relatrice della serata sarà la teologa Cristina Simonelli, presidente del Coordinamento delle teologhe italiane. È docente di teologia patristica a Verona (San Zeno, San Pietro Martire) e presso la Facoltà dell’Italia Settentrionale e Seminario Arcivescovile Venegono (Milano).

Cristina ci parlerà del delicato tema del diaconato per le donne. Tema importante considerata anche la connessione, come ci ha mostrato il teologo Damiano Migliorini nell'ultimo incontro, tra teologia femminista e movimenti LGBT. 

Vi aspettiamo, dunque, numerosi, GIOVEDÌ 30 MAGGIO alle ore 20,45


lunedì 11 dicembre 2017

PERCORSO DI TEOLOGIA DELLE DONNE




Paolo Cugini


Perché un percorso di teologia delle donne? Non esiste un’unica teologia? Dovrebbe esistere, ma in realtà, la teologia è per la stragrande maggioranze dei casi una produzione maschile. Anche perché, come ci hanno insegnato alcune teologhe, la teologia è sempre stata gestita dai maschi e alle donne è sempre toccato di mangiare le briciole e, spesso e volentieri, le sono state tolte anche quelle. Come ci ha insegnato la Forcades in uno dei suoi ultimi libri, per tracciare una storia del pensiero teologico femminile occorre essere degli autentici segugi di biblioteche e archivi. C’è stato e c’è un tale ostracismo sul pensiero femminile, che non è facile trovare qualcosa scritto e pensato da una donna. D'altronde, non potrebbe essere differente perché, nonostante i proclami sulla presunta genialità femminile, la Chiesa le ha sempre tenute ben distanti non solo dai centri di pensiero, ma, soprattutto, dai luoghi in cui si decidono i cammini della stessa istituzione maschilista per volontà umana. 

E allora ci può stare un ciclo di conferenze, in cui le donne stesse condividono il loro sguardo diverso sulla realtà, il loro modo di pensare e sentire Dio, la loro sensibilità. Questo ciclo di conferenze è stato pensato e voluto da un gruppo di amici e amiche che desiderano vedere le donne al centro del cammino ecclesiale, convinti che non possiamo più lasciare ai margini il loro fondamentale contributo. Per la realizzazione di questo prestigioso progetto hanno collaborato CAMMINI DI SPERANZA, che è un'associazione italiani di cristiani LGBT e l'Associazione Fondo Samaria.

Il desiderio è che questo percorso non solo ci aiuti a conoscere un mondo e un pensiero diverso, ma contribuisca alla volontà di creare quel pensiero comune che vede la Chiesa come una comunità di fratelli e sorelle uguali, così com’era la comunità dei discepoli e discepole di Gesù.

Vi invitiamo, allora, LUNEDÌ' 18 DICEMBRE al primo di questi incontri. Ascolteremo la teologa Selene Zorzi che ci presenterà il suo libro: IL GENERE DI DIO.


domenica 12 novembre 2017

LA RIFORMA E IL DESIDERIO DI RIFORMA DELLA CHIESA





BORZANO DI ALBINEA (REGGIO EMILIA) – 12 NOVEMBRE 2017

Relatrice: Lidia Maggi (Pastora Battista a Adumensa – Varese)
Sintesi: Paolo Cugini

Stiamo celebrando il 500° per la prima volta insieme. Riconciliazione della memoria è stato fatto per restituirci un volto meno deformato di Lutero, e per offrirci un volto della Chiesa meno ideologizzato. La Chiesa nasce plurale. L’unità della Chiesa è un mito, una narrazione ideologica. I dati biblici ci racconta una Chiesa che nasce plurale. Paolo utilizza il termine Chiesa come unità. E’ raro che il NT pensi la Chiesa come la pensiamo noi. Il NT pensa una pluralità di modelli di chiesa, uniti nella progettualità. Colletta di Gerusalemme dice delle relazione di collaborazione tra le Chiese. Il modello che nasce dalla Chiesa da Giudei cristiani a Gerusalemme è molto diversa dalle Chiese paoline. Paolo ha un’idea aperta e la comunità si realizza non sull’imposizione delle mani, ma per opera dello Spirito. Paolo fonda chiese carismatiche.
 La ministerialità è plurale che coinvolge uomini e donne. Paolo è stato letto in maniera caricaturata, perché diventava il riferimento principale dei protestanti. La riforma parte con il commento alla lettera ai Romani di Paolo e quindi Paolo diventa il riferimento. Credo che la parodizzazione fatta di Paolo è dovuta alla connessione con il mondo della Riforma e anche perché le lettere di Paolo sono meno immediate rispetto ai vangeli. Paolo ha un linguaggio non facile. Paolo aveva una concezione della Chiesa diverso da quella di Gerusalemme.
 Giacomo è il capo della Chiesa di Gerusalemme. Il familismo entra nelle chiesa sin dalle origini. Paolo reclama di essere apostolo per chiamata diretta. Paolo fonda comunità carismatiche e democratiche che hanno dei problemi, come avviene quando si lascia spazio. 1 Cor. È uno dei testi più antichi. 53 d. C. Paolo rimprovera i Corinzi. Paolo riceve le informazioni da una comunità che si ritrova a Cloe. Febe è diacono. Siamo alla fine della lettera ai Romani. Prisca aveva un ruolo più importante rispetto a su marito Aquila. E’ una comunità gestita da due vescovi, una coppia di sposi, di cui la donna aveva un ruolo più importante. 
C’è una narrazione della storia della Chiesa che non corrisponde alla narrazione del NT. Nel 500° ci siamo detti che abbiamo fatto un cammino che passa attraverso la diversità riconciliata. Non c’è bisogno di ricollocare ad un’unica ecclesiologia i diversi modelli di Chiesa già presenti nel NT.

Apocalisse: alle sette chiese. Le chiese diverse che rappresentano la Chiesa. C’è l’ideologia della Chiesa unita e unica. La realtà narrato dai vangeli è che la chiesa nasce plurale. C’è sempre la tentazione del pensiero unico. I cristiani nascono con una costituzione, nascono con quattro vangeli, quattro versioni, quattro sguardi. Quattro modi diversi di essere Chiesa, di essere discepoli. La Chiesa di Luca è la Chiesa degli ultimi. La Chiesa di Giovanni è la Chiesa degli amici, ecc. Nella Chiesa di Giovanni tutto si gioca all’interno, mentre nella Chiesa di Matteo c’è la missione. Il modello di Giovanni è Gerusalemme, Is 2, 1-4. 
La celebrazione del 500° ci ha restituito questa ricchezza, che la Chiesa nasce plurale. Questo non toglie le ferite, ma ci permette di uscire dallo sguardo irenico e fantasioso del passato. Persino Luca negli Atti ci racconta in una delle sintesi: comunione fraterna. Stavano insieme, in un solo cuore. Tutto era in comunione. Però Luca ci ricorda subito che nella comunità ci sono anche episodi contraddittori. Luca ci racconta qual è il peccato della Chiesa. Anania e Saffira è l’unica coppia della scrittura che ha superato il patriarcato. Abbiamo una coppia che condivide anche l’economia.
 Per noi la Chiesa sono i preti e per questo perdiamo il significato di quello che è avvenuto alle origini. E’ come se Luca scrivesse la Genesi della Chiesa, con l’uomo e la donna che peccano. La comunione dei beni era anche la comunione dei processi decisionali. Luca ci racconta il peccato originale della Chiesa come il cuore diviso. Prima ci mostra l’ideale e poi c’è una riscrittura che narra di un cuore diviso, di una rottura. Chi sono quelli che portano via i cadaveri del vecchio modo di essere chiesa? Sono i giovani. Da noi non hanno spazio, qui portano via i cadaveri del cuore diviso che porta alla morte.

Pluralità di modi essere Chiesa. Nella rivisitazione della storia passiamo da una lettura ideologizzata ad una più realista. Ci ricordiamo comunque, le sofferenze del passato. E’ la sofferenza delle coppie omosessuali che non vengono riconosciute. Ci raccontiamo la storia per quello che è. Non vogliamo dimenticare la nostra storia per non ripetere gli stessi errori.
Oggi viviamo con dei modelli ecclesiologici diversi, non è il peccato originale. Se questi modelli sono riconosciuti dal Vangelo, vuole dire che va bene. La chiesa dove la donna e i laici non hanno spazio, non è molto coerente con il Vangelo. 
La Riforma di Lutero è stata prima di tutto spirituale. Lutero s’interrogava: chi è il Dio in cui io credo? Riscoprire il Dio della misericordia è stata una preoccupazione spirituale. Il processo che ha mosso Lutero a Chiedere alla Chiesa un dibattito, era la preoccupazione del volto di Dio. 
(Discorsi a Tavola di Lutero). Lutero è rimasto monaco anche dopo la Riforma: era la sua formazione. La Riforma è il tentativo di riformare la Chiesa sulle cose essenziali: Scrittura, Grazia, Cristo, Fede.
Cosa conta, qual è il fondamento? Che cos’è quello che davvero conta per credere?

Sola Grazia: Dio non ci salva per i nostri meriti. Come lo ridiciamo oggi? La vita umana, la terra e la salvezza non è in vendita. E’ un modo di ridire il sola gratia. La prestazione non può entrare nella relazione con Dio.
La maggior parte delle Chiese riformate sono nate da Calvino. Per i riformati la Chiesa Luterana rappresenta un ponte tra la Chiesa Cattolica e le Chiese riformate. Anche i Valdesi diventano calvinisti. Le chiese della Riforma si strutturano nella Chiesa Luterana e riformata: battiste, valdesi, ecc.

Sola Scrittura. Siamo nel secolo dell’umanesimo. E’ vero che la Scrittura non era il fondamento della Chiesa. C’erano altri fondamenti: il papato, le diocesi, ecc. Rimettere al centro la Scrittura significa ridare quel fondamento, che poi è stato riconosciuto nel Vaticano II, che dice che la Chiesa è nata dalla Parola. La Riforma, mettendo al Centro La Parola, provocò una rivoluzione culturale, perché promosse la costruzione di scuole. Per la Riforma non c’è bisogno di mediazione. C’è un lavoro sul discernimento dei carismi. Il sacerdozio universale viene vissuto come se non ci fosse bisogno d’intermediari davanti a Dio. E’ da solo 50 anni che ci sono le pastore: come mai la Riforma ci ha messo così tanto tempo per riconoscere la leadership delle donne? La presenza di queste donne cambiano il mondo.

Solo Cristo. E’ un ritorno all’essenzialità, è un fare pulizia. I protestanti sapevano dire perché non erano cattolici: non abbiamo i santi, la madonna, il Papa, ecc. Qual è la parte buona che non può essere tolta?

Il problema dell’essenzialità segna ogni riforma. Rischiamo continuamente di perderci in barocchismi che intasano le Chiese, che non ci permettono di vedere l’architettura della nostra realtà. Rischio di perdere energia in cose che non contano. Ci succede di toccare il Signore, ma di non coglierne la profondità. In quante cose ci perdiamo? Nel desiderio di Riforma c’è quello che ha detto Papa Francesco: la Riforma è una conversione del cuore e la Chiesa ha bisogno di Riforma. C’è una bellezza nell’essenzialità che non bisogna mai strafare, perché rischia di diventare triste. Come si arriva ad un equilibrio? L’essenzialità non s’identifica con la tristezza.

La Riforma ci dà la possibilità di pensare alla Chiesa come noi la sogniamo. Abbiamo sognato una Chiesa cattolica con una leadership meno immerlinata; abbiamo sognato un leader della Chiesa che fosse più semplice. Ed è arrivato Papa Francesco. I sogni non sono una terra che noi abitiamo, ma sono il regno che viene. Riforma vuole dire cambiare direzione, trasformare. Di riforme ne stiamo vedendo abbastanza. Il movimento ecumenico è stato un soffio. Taizé è un altro sogno realizzato. E poi ci sono altre esperienze significative, come ad esempio Bose. Esperienze importanti, non necessariamente monastiche, esistono in giro. il movimento ecumenico è stato il dono più grande che lo Spirito ci ha fatto il secolo scorso. 

La passione ecumenica esige di osare. Se manca la voce delle donne nella Chiesa, la chiesa è mutilata. Gesù narrava Dio utilizzando sia immagini maschili che femminili. Se non ci sono le donne che rileggendo queste storie colgono le sfumature del femminile, si rischia di perdere tanti significati profondi. Occorre osare, fare. Che cosa impedisce ad un protestante di partecipare all'eucarestia con i cattolici? 

L'ecumenismo ci chiama a ripensare la Chiesa, a superare tante ingiustizie. La Chiesa è il luogo dove tutti devono avere gli stessi diritti.