Visualizzazione post con etichetta relazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta relazione. Mostra tutti i post

sabato 6 agosto 2022

FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME

 



Tema degli esercizi spirituali

Galeazza 1-4 settembre 2022

Paolo Cugini

 

Secondo il sociologo francese Guillaume Cuchet, una delle cause del processo di scristianizzazione in atto nel mondo occidentale, è la fine della religione del precetto, “l’uscita dalla cultura della pratica obbligatoria”. A mio avviso, c’è del vero in questa affermazione. Liberi dall’obbligo del precetto, finalmente abbiamo la possibilità di scoprire il significato profondo della consegna che Gesù ha fatto la sera dell’ultima cena, quando ai sui discepoli (e, probabilmente, alle sue discepole) ha detto: fate questo in memoria di me.

Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1). Il Vangelo è una storia d’amore. Gesù ha comunicato il suo messaggio creando delle relazioni amicali, vivendo con i suoi amici e le sue amiche, stando con loro, dedicandogli tempo, disponibilità per rispondere alle loro domande e perplessità. Sembrano riflessioni banali o, uno sforzo di voler mostrare a tutti i costi il lato umano di Gesù.

Il problema è che secoli e secoli di obblighi, precetti, imposizioni, minacce, penitenze – tutta roba che con il Vangelo e il messaggio di Gesù non ha nulla a che fare – ci hanno fatto perdere di vista l’essenziale, il cuore del vangelo, vale a dire che la divinità Gesù ce l’ha comunicata con la sua umanità. Chi non riesce a staccarsi di dosso la religione dell’obbligo e dei precetti fa tantissima fatica a mandare giù queste affermazioni. Chi si è abituato a vedere il sacro nella forma, nei pizzi dorati, nei candelabri, nei piviali ricamati, trova impossibile pensare che la dignità di Dio si possa trovare negli stracci puzzolenti di un povero, oppure, nel gesto umano di uno sguardo, un sorriso, una mano tesa.

Trascorrere tre giorni a sfogliare le pagine del Vangelo, rimanere in silenzio, meditare, scrivere su un quaderno le nostre riflessioni- è questa la proposta degli esercizi spirituali-, non è tempo perso. Può, invece, aiutarci a riscoprire il tesoro nascosto, la perla perduta, il dono che il Signore ci ha fatto della domenica, creata non per finire i lavori rimasti indietro, ma per riposarci in Lui, fare esperienza della sua presenza, del suo amore.

 

 

venerdì 25 agosto 2017

ESSERE FIGLI NELLA SOCIETÀ POST CRISTIANA



RIFLESSIONI A PARTIRE DALL'ULTIMO LIBRO DI MASSIMO RECALCATI

Paolo Cugini

Con Il segreto del figlio[1], lo psicoterapeuta Massimo Recalcati porta a compimento una sorta di trilogia dedicata alle figure del padre[2]e della madre[3], nello sforzo di ripensare i ruoli del tessuto familiare alla prova dei nuovi paradigmi che la società post moderna sta imponendo. Ci sono dei cambiamenti in atto che non solo sono epocali, ma che stanno producendo dei cambiamenti così rapidi che esigono la necessità di essere compresi per non correre il rischio, come spesso accade, di trasferire nel presente modelli educativi ormai obsoleti.
Secondo Massimo Recalcati “mai nessun tempo come il nostro ha dedicato tanta attenzione premurosa al rapporto fra genitori e figli. Il figlio assomiglia sempre di più a un principe al quale la famiglia offre i suoi innumerevoli servizi”. Nell’epoca in cui si è sgretolata la figura del padre e la presenza della madre è sempre più ambigua, si cerca sempre di più, sino al parossismo, il dialogo con i figli, l’empatia. Questo sforzo ha prodotto con il tempo un’alterazione della differenza simbolica che distingue i figli dai genitori, al punto che i figli rivendicano la stessa dignità simbolica dei loro genitori, gli stessi diritti, le stesse opportunità. La perdita di significanza del fine, tipico della società post cristiana, assume i contorni della formazione di un nuovo paradigma culturale che sta contaminando tutti i settori della vita, compreso quello famigliare. È vero che oggi non esiste più lo sguardo severo e punitivo della Legge del padre, che per secoli ha schiacciato la vita del figlio sotto il peso della colpa. È vero anche che, in un certo senso, è alle spalle quel tempo in cui la società religiosa rivelava il volto repressivo esigendo il sacrificio morale del desiderio. È altrettanto vero, però, che sembriamo vivere il paradossale capovolgimento di questa situazione. “L’assenza della Legge e del senso di colpa – sostiene Recalcati – hanno generato una nuova forma di umanità insensibile alla vita dell’altro e alla sua differenza, capace d’interpretare la vita in una modalità esclusivamente predatoria”.
Il rischio di questa nuovo prospettiva è l’azzeramento di ogni senso di responsabilità. La vita del figlio sembra dover prodursi nel cammino di una realizzazione di sé che esclude il tempo necessario della fatica e della sconfitta. “La cultura oggi dominante dell’empatia e del dialogo incessante vorrebbe smussare gli spigoli duri della vita, consentendo ai nostri figli un cammino privo d’inciampi e di ostacoli”. Non si percepisce più che la vita per evolversi e svilupparsi ha bisogno d’incontrare ostacoli e che questi sono parte essenziale del cammino della crescita. Proteggere i figli dagli ostacoli significa non permettere loro di crescere, di misurarsi con la realtà, di attivare la propria capacità di adattamento alle situazioni. L’intelligenza, infatti, più che identificarsi con un voto scolastico, si manifesta nelle modalità messe in atto per adattarsi ai diversi ambienti e alle difficoltà incontrate. La cosa peggiore che può avvenire a dei genitori è pensare che comprendere i propri figli significhi fare di tutto per rendere loro facile la vita, sempre in discesa, priva di pericoli e di ostacoli. Sono, invece, proprio gli ostacoli, le difficoltà che permettono ai figli di crescere, di divenire, in altre parole, loro stessi. In un certo senso, è proprio affrontando i pericoli della vita che un figlio scopre la propria differenza, il proprio essere diverso dai genitori. È quello che Recalcati chiama il segreto del figlio, vale a dire il suo essere altro dai genitori, che l’illusione dell’empatia, dello sforzo d’immedesimazione messo in atto dai genitori verso i figli, vuole cancellare. Il figlio, per sua natura, si ribella all’eredità che gli altri gli hanno preparato.
Questa dinamica è ben visibile nella parabola del figliol prodigo raccontata nel Vangelo di Luca. “Dammi la parte che mi spetta”. Nella parabola di Luca il viaggio del figlio nasce con una falsa partenza, quella della proclamazione di una libertà che respinge il debito simbolico. “È il velleitarismo di molti adolescenti ribelli che fondano la loro libertà sul consumo di sostanze più che sull’interpretazione dell’eredità come compito, come riconquista soggettiva”. Il destino del figlio sembra sprofondare in un godimento dissociato dal desiderio. Nel suo viaggio non c’è amore, né conoscenza, né realizzazione professionale o umana. In ogni modo il viaggio del figlio esprime un dato incontrovertibile, vale a dire il fatto che la famiglia non può mai esaurire l’orizzonte del figlio. Appartenere ad una famiglia non significa e, soprattutto, non comporta l’identificazione. Recalcati, commentando il brano di Luca, sostiene che “appartenenza ed erranza sono due poli egualmente fondamentali del processo di umanizzazione della vita […] I figli necessitano di trovare nei propri genitori degli ostacoli anche quando questi non lo sono perché il conflitto custodisce la differenza simbolica tra le generazioni ed è dunque un passaggio indispensabile alla formazione della vita”.
Che cosa dice di significativo la figura del padre protagonista nella parabola del figliol prodigo? In primo luogo, che la Legge che lui incarna è a servizio della vita e non il contrario. Per questo lascia andare il figlio e lo asseconda nelle sue esigenze. È un padre che sa stare al proprio posto, che accetta la differenza del figlio, permettendogli, in questo modo, di realizzare il suo desiderio. Non lo condanna a morte, ma lo lascia andare; non gli chiude la porta di casa, ma lo avvolge nel silenzio che dice del rispetto di un’alterità che deve rimanere tale. 
Il viaggio ha cambiato il figlio, lo ha reso profondamente diverso da quello che era quando è partito. Possiamo dire che senza la rottura iniziale, senza il viaggio il figlio non avrebbe mai scoperto se stesso. Il viaggio ha trasformato il suo essere. “Solo l’erranza, non l’identità chiusa su se stessa, può generare conoscenza”. È lo scontrarsi con le situazioni della vita che permette al figlio di divenire altro, di scoprire se stesso, di capire chi è. Se fosse rimasto nella casa del padre – com’è successo all’altro figlio -, se fosse rimasto intrappolato dalla paura della Legge, non avrebbe mai avuto la possibilità di sapere chi era, nel bene e nel male. Il figlio che torna è molto diverso dal figlio che era partito: è un’altra persona. Recalcati sottolinea che, quando il figlio decide di ritornare a casa, l’incontro con il padre si rivela un’autentica sorpresa. Infatti, mentre il figlio si attendeva la punizione della Legge, riceve dal padre un’accoglienza carica d’affetto e d’amore. Da parte del padre non c’è nessuna applicazione inesorabile della Legge, ma un movimento, un correre che dice della logica dell’amore. Il perdono implicito del padre nell’abbraccio al figlio, rende possibile il pentimento come trasformazione autentica. Il perdono dona la possibilità di un’altra occasione, di un’altra possibilità. Il figlio ha potuto ritrovarsi perché si è perduto e perdendosi ha avuto la possibilità di conoscere la verità del padre. Non solo, ma perdendosi ha potuto vivere fino in fondo le asperità del reale. Al contrario, il figlio che rimane all’ombra del padre, non può fare la festa del ritrovamento. “Il padre di cui parla la parabola di Gesù – conclude Recalcati – è il padre che sa amare il segreto del figlio, che lo sa lasciare andare verso la sua strada e che lo sa anche attendere, amare, perdonare […] Il Padre che sa perdonare è il padre che sa amare, che sa esporsi senza riserve all’incognita del figlio, che sa tramontare”.
Il perdono non nasconde le crepe di una relazione interrotta, ma le valorizza, anche perché il figlio ritornato non è più lo stesso e il perdono non riporta alla situazione iniziale, ma sancisce la realtà di una presenza diversa del figlio. Il perdono del padre verso il viglio dice della sua libertà nei confronti del figlio, dice che in lui non è avvenuto un processo d’identificazione, ma che l’essere padre comporta che il figlio compi il suo cammino. Il perdono del padre non significa quindi, la ricostruzione del punto di partenza, ma l’accettazione delle rotture avvenute, nella consapevolezza che le lacerazioni e le rotture sono parte costitutiva del cammino.
Che cosa dice questa parabola ai genitori che vivono nell’epoca della post cristianità? Secondo Recalcati nel tempo in cui tramonta la Legge che punisce e castiga “il compito primo dei genitori è quello di aver fede nel segreto incomprensibile del figlio e nel suo splendore. Non esigere che la sua vita ripercorra le nostre orme, che condivida i nostri interessi, che ripeta la nostra vita. Lasciare invece che il figlio nel suo viaggio possa perdersi e smarrirsi, che possa conoscere la sconfitta e la ferita per trovare il proprio passo”.
È certamente questa di Recalcati un’affermazione in controtendenza, ma che mi trova d’accordo. Il figlio è un dono di Dio e, proprio per essere un dono, mantiene in sé non solo un aspetto di gratuità, ma anche di mistero. Il mistero del figlio racchiuso nel dono è un invito ai genitori per realizzare un cammino alla ricerca di sé stessi, delle proprie motivazioni, di ciò che nell’infanzia o nella giovinezza è stato represso o nascosto a se stessi. Il figlio come dice di una diversità che deve rimanere tale e che non può essere fagocitata e schiacciata nelle proiezioni affettive di paternità e maternità non risolte e insoddisfatte. Il mistero del figlio è un’occasione occasione donata da Dio ai genitori per riprendere il viaggio della conoscenza di se stessi, per riprendere in mano un cammino a volte interrotto a causa del vortice dei ritmi impressi dalla società nella quale ci si trova inseriti.




[1] RECALCATI, M., Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli, Milano 2017
[2] ID., Che cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina ceditore, Milano 2011
[3] ID, Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, Feltrinelli, Milano 2015

lunedì 25 aprile 2016

QUALE CONTAMINAZIONE?




Paolo Cugini

Usciamo da una lunga stagione durante la quale si è identificata la verità con l’idea astratta, con i sistemi filosofici e teologici, con la presunzione di capire il reale a partire dall'applicazione di sistemi teorici pensati a tavolino. In questo processo anche la chiesa è stata coinvolta. Nel mondo Occidentale l’epoca della cristianità ha visto la religione a braccetto del potere, lontano dalle classi povere, anzi spesso e volentieri contrapposte ad esse. Per molti secoli le sorti dei popoli erano decise nei palazzi episcopali. Il messaggio del Vangelo è stato proposto per molti anni da una chiesa forte, potente e gloriosa. Se viviamo un processo di scristianizzazione, le cause vanno cercate anche nel modo nel quale il cristianesimo si è proposto al mondo.

L’epoca attuale, che sta strutturandosi sulle rovine delle meta narrazioni moderne, sgretolatosi nell'impatto con la realtà, offre nuove possibilità per il sapere e per la comprensione della stessa realtà. Se la modernità si è configurata in Occidente come possibilità d’interpretazione del reale a partire da predefiniti presupposti teorici, l’epoca postmoderna offre la possibilità di percorrere il cammino inverso. Possibilità di ascoltare il reale per come si manifesta, di cogliere la realtà nella sua novità. Ciò comporta la disponibilità a lasciarsi contaminare, a cambiare opinione, a mettere in moto processi di adattamento al reale. In questa prospettiva la verità non è più esclusivamente un pensiero che viene dall’idea, ma un dono che riceviamo dalla realtà e che esige l’accoglienza. Il dono che si rivela nel presente della storia, per essere colto nella sua novità, ha bisogno di una coscienza libera da precomprensioni, da pregiudizi, da idee belle e fatte, per dirla alla Péguy. Non è un caso che il devozionismo religioso sia un’esperienza squisitamente moderna. Nell'epoca dove viene rafforzato il pensiero sistematico, quel pensiero che precede la realtà e che ha la pretesa di organizzarla, di capirla, di spiegarla senza ascoltarla, la religione dell’impero, che s’identifica con la chiesa della cristianità, perdendo il contatto con la realtà del dato rivelato, produce la religione di cui ha bisogno. La devozione, intesa in tutte le sue manifestazioni, risponde al bisogno d’intimismo soggettivo stimolato dal quadro culturale della modernità, dalla separazione tra fede e ragione, sacro e profano, tra liturgia e vita. E allora il luogo della vera devozione a Dio è il cuore dell’uomo, l’intimità soggettiva con il sacro, perdendo di vista la possibilità di una trasformazione del mondo richiesta dall'annuncio del Vangelo del Regno di Dio.

Il nostro rapporto con la realtà, come la consideriamo e come ci relazioniamo con essa, dice anche del nostro modo d’intendere Dio, il dato rivelato e i contenuti che ad esso attribuiamo. La modernità è stata la massima espressione di un pensiero che si organizza per difendersi dalla realtà, per proteggersi dalla sua forza. Soprattutto, però, bisogna dire per onestà di pensiero, che la modernità si è organizzata contro la realtà, in contrapposizione ad essa e per questo l'ha per così dire imbavagliata, per lo meno ci ha provato. Il cambiamento climatico in atto, la perenne crisi economica nella quale stagna il modello neo-liberale sono, tra le altre,  le conseguenze dell’impostazione moderna di approcciarsi alla realtà. Un Dio interpretato a partire da precomprensioni concettuali è divenuto sempre più distante dall'uomo e dalla natura. Proprio questo, il Dio distante è stato gestito da una classe sacerdotale che nel tempo anch'essa è divenuta distante al popolo e al mondo circostante. La scristianizzazione del mondo occidentale non è altro che la logica conseguenza del distanziamento dell’uomo e della donna dal Dio pensato da un élite. Scristianizzazione che si manifesta come secolarizzazione, come desiderio di autonomia da un Dio percepito come indifferente al vissuto dell’uomo e della donna, un Dio assente alle sorti dell’umanità un Dio, quindi che per certi versi risulta inutile.  La secolarizzazione del mondo occidentale significa l’addio ad un modo di pensare Dio che deturpa la realtà interpretandola, che separa il mondo in classi, che produce un mondo sul modello di chi lo pensa. Secolarizzazione come desiderio di scrollarsi di dosso secoli di umiliazioni, per divenire finalmente autonomi, cioè liberi. La scristianizzazione del mondo postmoderno significa, allora liberazione dal Dio dei sacerdoti del tempio, di quel tempio simbolo del potere che s’impone sul mondo non solo con la forza delle armi, ma anche e soprattutto con la violenza dell’imposizione delle proprie idee.

Più che di scristianizzazione si dovrebbe parlare di fenomeno di de-ecclesializzazione. Un certo modo di gestire la proposta di Cristo da parte dell’istituzione ecclesiale ha identificato il Dio dei cristiani con l’istituzione. E’ questa, in realtà, che è andata in crisi. E’ il suo modo di presentare Dio, che nel mondo postmoderno non funziona più. Basterebbe sfogliare la storia della chiesa per cogliere il graduale allontanamento dell’istituzione dal messaggio originale, il Vangelo di Gesù, per incamminarsi verso un irrigidimento istituzionale che poco spazio lascia al kerigma. Da Gregorio VII in poi il papato si è gradualmente assunto a potere temporale assoluto, diminuendo il ruolo dei vescovi e del collegio episcopale. Nei documenti ufficiali della chiesa spariscono gradualmente il riferimento alla Sacra Scrittura per fare posto alle citazioni dei papi, identificando così sempre più la chiesa con il papato. Per cogliere la cecità di questo processo progressivo d’irrigidimento dell’istituzione papale nei confronti della realtà del Vangelo, basterebbe sfogliare le encicliche del XIX secolo, che ha visto la chiesa impegnata da un lato ad affermare la supremazia del papa – l’affermazione dogmatica del Concilio Vaticano primo dell’infallibilità del papa in campo di fede -, dall’altro a lottare contro la soppressione dei beni ecclesiali da parte dello stato italiano (la famosa questione romana). L’apologetica esasperata delle encicliche papali del XIX secolo, tutte in trincea per difendersi dagli attacchi del mondo, giungendo persino ad inveire contro la libertà di stampa e la libertà di coscienza (Mirari Vos, 1838), sono l’espressione penosa di quanto andiamo dicendo, vale a dire la progressiva ed inesorabile distanza della chiesa non solo dal mondo comune, ma dallo stesso Vangelo.
Una chiesa che non ha più bisogno di difendere titoli onorifici e beni temporali diviene allo stesso tempo più debole, vulnerabile e più evangelica, più simile al Signore che da ricco che era si è fatto povero, che si è spogliato per farsi uomo come noi e camminare insieme a noi, non rivestito di vesti sacerdotali ma con il grembiule per lavarci i piedi. La chiesa del Grembiule, come Tonino Bello amava dire, è la chiesa libera dalla seduzione del potere e così disponibile a camminare con la gente, a dialogare con loro. 

Una chiesa che dialoga con il mondo circostante, dialoga nel vero senso della parola, significa che anche si mette in ascolto, che accoglie le provocazioni esterne, che non giudica inferiore tutto ciò che non coincide con la propria esperienza. La chiesa che dialoga è la chiesa che si lascia contaminare da ciò che incontra e, per questo, diviene più debole, più umile, più attenta. E’ la chiesa che entra nel mondo scendendo dalla cattedra e si mette al livello delle persone che incontra, proprio come ha fatto Gesù che è disceso per mettersi a servizio dell’uomo e della donna incontrati nelle strade del mondo. E’ la chiesa che comprende che il suo compito non è quello d’insegnare dalla cattedra, ma di ascoltare il grido degli uomini e delle donne del tempo presente.

Una chiesa in ascolto dei fratelli e delle sorelle comporta la disponibilità al cambiamento, alla conversione. La chiesa contaminata, è così la chiesa convertita, che si lascia mettere in discussione e provocare da ciò che incontra, che è disposta a fermarsi per ascoltare, proprio come faceva Gesù. Ciò comporta un nuovo modello di comprensione e d’interpretazione dell’idea di verità e di rivelazione. E’ un cambiamento radicale di paradigma: dalla chiesa che insegna, alla chiesa che ascolta. Dalla chiesa che dall'alto dice al mondo cosa deve fare, quali valori vivere e come si deve comportare, alla chiesa che accetta consigli, che modifica le sue posizioni: in definitiva una chiesa che scende dal piedistallo.

Da chi dovrebbe lasciarsi contaminare la chiesa oggi? In primo luogo dal mondo laico. Può essere un paradosso, ma non lo è. S’incontra spesso nel mondo cattolico un’idea di laico come se fosse identificato con anticristiano, negatore dei valori evangelici. In realtà quel mondo laico che non si riconosce in nessuna religione non per questo si pone contro, è antagonista: semplicemente vuole vivere in pace senza che nessuno voglia imporre dall'esterno i propri valori. C’è molta sete di libertà, di umanesimo, di uguaglianza in quel mondo laico che, non identificandosi nella chiesa, persegue quegli ideali che ogni uomo e ogni donna di buona volontà, che prende sul serio il proprio cammino esistenziale, sente pulsare dentro di sé. Da questo mondo che lotta per la vita e per la libertà la chiesa deve mettersi in umile ascolto.

Nell'epoca postmoderna la chiesa non incide più con la forza, con i proclami, volendo imporre il proprio stile di vita, le proprie idee; la chiesa è incisiva e stimolo della società quando vive quello che ascolta dalla Parola di Dio. In questo modo diviene fermento nella massa, granello di senapa. In un contesto culturale sempre più pluralista ognuno deve poter aver il diritto di vivere i propri valori senza che nessuno gli dica che cosa deve e può fare. Concordo con Habermas quando afferma che in una società pluralista e multiculturale il garante di ciò che è giusto non può essere né una religione, né un partito, né alcuna forza esterna, ma il consenso deve avvenire attraverso un dialogo ove tutti hanno la possibilità di esprimere il proprio parere. Una verità del consenso, che nasce orizzontalmente e che sempre ha la possibilità di rinnovarsi, di rimodellarsi a partire dalle nuove esigenze. Può sembrare una verità debole, ma è la sola che possa rispettare il cammino di tutti. La chiesa contaminata è per l’appunto la chiesa che accetta di confrontarsi alla pari con le opinioni altrui, che non impone la propria, anche se la può vivere all'interno delle sue comunità.

Ciò significa che il mondo postmoderno non ha più bisogno di liturgie pompose, di piviali decorati, di pontificali maestosi, di mitrie dorate, di vescovi imbalsamati dentro camici inamidati: non rappresentano altro che la fine di un’epoca che ci sta ormai alle spalle e che non ritornerà più (per lo meno speriamo). Le liturgie delle quali il nuovo contesto culturale ha bisogno per comprendere la forza del Vangelo, dovrebbero manifestare quell'orizzontalità che Gesù ha dimostrato quando camminava per le strade di Nazareth, quella circolarità che rivela il desiderio di uguaglianza tra tutti coloro che sono attorno all'altare, quell'attenzione ai rifiutati della storia, segno della misericordia del Padre. Liturgie dove il celebrante non ha bisogno d’indossare paramenti che marcano una differenza di grado, ma gli abiti quotidiani che indicano una relazione di prossimità e di eguaglianza. Liturgie dove si celebra ciò che si vive: è di questo che abbiamo bisogno.




domenica 13 dicembre 2015

SE NON SEI UNO NON PUOI ESSERE IN DUE



Marzo 2015 – Incontro per le coppie presso il centro Papa Giovanni XXIII-RE
RELATRICE: dr. Elsa Belotti
Sintesi: Paolo Cugini


Ci dev'essere l’incontro per capire chi sono io. L’altro è fondamentale, qualunque sia. Cosa significa trovare la nostra identità?

Rispondere alla domanda: chi sono io? Se non so rispondere a questa domanda non so chi è non riesco a pormi in relazione con l’altro. Noi siamo tutti delle piccole formichine per portare qualcosa al formicaio. La nostra briciolina può servire al formicaio. La depressione è una brutta malattia. Una percentuale della depressione deriva dal fatto che uno non si è individuato. Se sento di aver valore mi mantengo in salute.

Dio crea l’uomo perché ha bisogno d’incontro. Dobbiamo parlare della povertà di Dio. Dio è povero. Solo dove c’è la povertà c’è la possibilità di un incontro. Dio riconosce la sua povertà. Solo dove c'è la povertà ci può essere l’amore. Dio crea l’uomo per potersi specchiare nell'uomo. Lo specchio è molto importante. Subito dopo Dio crea la donna dall'uomo. Dio riconosce la povertà.
Dio crea la donna perché la donna faccia lo specchio dell’uomo. Quando incontriamo la persona fino in fondo, alla fine vediamo la bellezza della persona. Oggi è l’individualismo che crea la sofferenza delle persone. Individualismo: io basto a me stesso. Il contrario di amore è autosufficienza, io basto a me stesso, non ho bisogno di nessuno. Il narcisismo: la realtà coincide con quello che penso io. Finchè le nostre immagini si scontrano con la realtà e la vediamo come nemica allora non può succedere nulla di buono. L’unica salvezza che abbiamo è accettare la realtà per quella che è. Noi insegniamo fin da bambini che la realtà è brutta e che la fiaba è bella.
Cosa insegniamo ai bambini quando piove: è una brutta giornata. Abbiamo dato l’etichetta di brutto a qualcosa che è positivo. Riuscire convincere le persone a cambiare le loro immagine negative sulla realtà è il compito dell’educazione.
Il narcisismo fa morire la persona. Se la realtà deve coincidere con quello che desidero sono destinato a morire.
Oggi si dà il farmaco per curare e non per guarire. L’immagine non coincide con la realtà.  Tutti abbiamo perso l’autorevolezza. Perduto: è una cosa che non possiamo più ritrovare. L’autorevolezza è andata a finire nella mia testa: io penso così. Ognuno si fa la sua autorevolezza.

L’incontro ci rende umani, con le caratteristiche di compassione, che è la parte più alta della nostra umanità. Vediamo solo la parte negativa: perché abbiamo i nostri sogni. Guardiamo le nostre difficoltà. La cosa più importante della nostra vita è la consapevolezza. La consapevolezza è una conoscenza di noi stessi come uomini, come persone. Questa ci porta sempre alla compassione. Non ci sono scuole sulla consapevolezza. É difficile trovare l’insegnate della consapevolezza, perché di saggi ce ne sono pochi. Fa comodo a tutti avere persone non consapevoli. É importante rovesciare sempre i concetti. Occorre che il bambino veda l’amore nei nostri occhi per poter cambiare. Non c’è amore abbastanza per i bambini. È l’amore che dà l’autorevolezza. Quando una persona non è consapevole diventa dipendente. Tutte le dipendenze derivano dalla situazione affettiva con i genitori.  Con la dipendenza dalla droga dico la dipendenza dalla mamma. Quando una persona è dipendente diventa manipolabile. La consapevolezza è il senso della realtà. Dove manca la consapevolezza l’uomo perde la dignità. Quando c’è la dignità viene l’autorevolezza. Oggi i genitori vogliono essere amati dai figli. Non dobbiamo essere amati dai figli, siamo noi che dobbiamo amarli. I genitori non possono essere simpatici. Un genitore è odiato dai figli perché è normale che sia così. Ecco perché la coppia salta, perché l’amore che non abbiamo dal coniuge lo vogliamo dal figlio.

La dignità l’hanno solo le persone buone. Differenza tra il male e il dolore. Il dolore può esser la parte positiva del male, ma il dolore non è male. I cattivi scaricano il male sui buoni. I buoni accolgono il dolore. I cattivi lo rovesciano sugli altri. I cattivi non accettano il dolore. La rabbia viene dal senso d’impotenza. L’impotenza viene dal dolore. Il matrimonio è la strada privilegiata dei nostri dolori infantili. Una persona che è uno, non dà troppo importanza alle emozioni. Non ci si può fermare alle emozioni. Non basta ascoltare le emozioni: bisogna andare oltre. Corpo, psiche, spirito. I sintomi sono dei messaggi. Quando uno si ammala è perché si è rotta l’armonia. Lo spirito ci dà la gioia.

Cammino spirituale: purificare i nostri sentimenti. Il cammino spirituale significa occuparsi dei nostri sentimenti sino ad arrivare alla compassione. Accogliere con compassione l’altro. Avere la visione storica. Tutto passa. Dare il giusto valore alle cose. Nessuno ci prepara a diventare coppia. Fa comodo a tutti la separazione. Solo chi è veramente uno può essere coppia. Io non posso fare a meno di te. Solo chi è pienamente autonomo può entrare nella coppia. Sei capace di stare insieme da solo? Devo saper stare in piedi da solo. Solo quando so che faccio da specchio all’altro posso andare avanti nella coppia.

Perchè nel fidanzamento tutto è così bello? Nel fidanzamento tutti e due si staccano dai genitori. Nel momento del matrimonio rientriamo in famiglia. Ripristiniamo il rapporto che avevamo prima. Mettiamo nel rapporto di coppia il rapporto che avevamo con i genitori.  Ci scegliamo molto simili. Ci mettiamo insieme perché abbiamo lo stesso problema dell’infanzia.
Prendo uno con il mio stesso difetto così posso dire che il problema ce l’hai tu. Uno butta sull’altro la parte non bella. Mio marito è il mio sintomo. L’autostima si può avere in due modi.

Nel matrimonio non permettiamo mai al coniuge di essere migliore dei genitori. Tutte le separazioni ci sono per questo, perché non permettiamo al coniuge di essere migliori dei nostri genitori. Occorre abbandonare il padre e la madre. Siamo sempre noi: non è che cambiando persona cambiamo la realtà. Sono io che devo cambiare. Tocca a me. Dobbiamo ringraziare di quello che abbiamo. Se l’altro l’ho scelto io, l’altro mi fa la terapia.

Le donne hanno il potere, Capacità di portare salvezza.  Gli uomini sono l’elemento equilibratore. Siate la salvezza dell’umanità.