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martedì 1 luglio 2025

CRISI DELLE VOCAZIONI SACERDOTALI E CRISI DELLA PARROCCHIA

 



 

Paolo Cugini

 

È il gioco del gatto che si morde la coda o il grande quesito de è nato prima l’uovo o la gallina. Che il tema della crisi delle vocazioni sacerdotali sia strettamente legato a quello della crisi della parrocchia è visibile. A un giovane che intende entrare in seminario viene chiesto di rinunciare ad innamorarsi di una donna, di mettere su famiglia, avere figli, cioè le cose più normali della vita e per cui siamo strutturati, per fare cosa? È la risposta a questa domanda che può offrire delle indicazioni importanti sull’attuale problema del cammino ecclesiale, soprattutto in Occidete.

C’è un dato di fatto che è, allo stesso tempo, imbarazzante e inquietante che riguarda il modello ecclesiale della parrocchia, che è questo: su ciò che è specifico della fede cristiana, la parrocchia non riesce più ad incidere, se non in modo molto parziale. Gli over ’60 ancora presenti nella parrocchia lo sono, quasi esclusivamente, per le messe e i riti specificamente religiosi. Hanno imparato che la salvezza dipende dalla partecipazione alla messa domenicale. Questo lo fanno con zelo ed è proprio questo che esigono dai preti. Se un prete provasse a spiegare loro che, in realtà, quando Gesù disse nel contesto dell’ultima cena: “fate questo in memoria di me”, non voleva dire esclusivamente di celebrare un rito, ma di imitare il suo stile di vita, verrebbe preso a legnate. Abituati per una vita a partecipare a dei riti, non si può esigere un cambiamento di prospettiva: andrebbero in crisi.

Sotto gli over ’60 in occidente assistiamo ad un vuoto inquietante. I genitori che si presentano nelle parrocchie non lo fanno per un cammino personale di fede, ma quasi esclusivamente per qualcosa che pretendono per il loro figli: i sacramenti e il servizio di assistenza nei fine settimana e nei periodi estivi. I sacramenti per i figli sono richiesti non per motivi religiosi, ma sociali. C’è, dietro la richiesta, un senso di giustizia e di uguaglianza. In Italia, in quasi tutte le zone, i bambini vengono battezzati e poi ricevano i saramenti; non farlo sarebbe porre il proprio figlio in una situazione di minoranze, che potrebbe divenire problematica. Quei pochi giovani preti rimasti, vengono soprattutto coinvolti nell’organizzare momenti di intrattenimento. È bravo quel prete che sa organizzare tanti momenti di divertimento per i bambini della parrocchia. È bravo quel prete che, durante l’estate, trascorre tre mesi a scorrazzare da tutte le parti per portare bambini, ragazzi e giovani a fare tante esperienze, soprattutto ludiche. In mezzo ci si mette anche qualche preghiera, ma senza esagerare troppo. È un bravissimo prete quello che passa le giornate in oratorio a giocare con i bambini, a organizzare i doposcuola, i compleanni dei bambini e dei loro amichetti. Il prete che osasse organizzare momenti di spiritualità, come ritiri spirituali, lectio divine e non si adegua al sistema, sarebbe considerato un pessimo prete. Gli stessi ragazzi che s’incontrano nelle parrocchie, per la maggior parte rifiutano in modo categorico una proposta specificamente religiosa, spirituale. Se ad un prete venisse in mente, in un giorno della settimana durante il periodo scolastico, di organizzare alcuni incontri in cui si parli del Vangelo, di Gesù e della sua proposta, verrebbe insultato o ridicolizzato.  

A questo punto mi chiedo: ci fate rinunciare all’amore di una donna, alla possibilità di avere figli, in altre parole, alla possibilità di una vita normale, sana, per questo? Per intrattenere i vostri figli? Non potreste cercarvi delle strutture associative adatte a queste finalità educative? È vero he le parrocchie fanno di tutto per abbassare i costi e ad andare incontro alle famiglie, anche le più bisognose, ma vi chiedo: c’è bisogno di preti per questo? Non è evidente che i seminari in Occidente si stanno drasticamente svuotando esattamente per questo, e cioè, perchè non c’è più una richiesta di tipo religioso, spirituale? Vi state rendendo conto che alla domenica le chiese sono vuote?

Forse occorrerebbe cambiare strada. E' proprio questo cambiamento che tento di proporre nel mio nuovo libro: Il nome di Dio non è più Dio.

venerdì 30 giugno 2023

QUANDO UN PRETE SPOSATO PUO’ ESSERE UNA RISORSA E NON UN PROBLEMA

 

Mario



 

Paolo Cugini

Mario è un uomo italiano felicemente sposato padre di due figli che attualmente vive con la famiglia a Malmo, in Svezia. Alle sue spalle ha un eccellente curriculum scolastico fatto di un baccellierato in teologia, una licenza (Master) in teologia spirituale; ha frequentato il corso biennale per Consulenti e responsabili organizzativi a Milano gestito dallo studio APS (Analisi psico-sociale) e il corso per formatori a Torrazzeta (Pavia) con Manenti e Cencini. Mario unisce competenze specifiche a qualità umane di prim’ordine. Inoltre, ha insegnato per dieci anni teologia spirituale ed è stato responsabile della Pastorale Giovanile della diocesi di Reggio Emilia, oltre ad essere stato parroco. Si può dire che la Chiesa l’abbia servita e, chi l’ha conosciuto, può tranquillamente aggiungere che l’ha servita molto bene. Poi nel 2008 ha conosciuto Laura, si sono sposati ed hanno due figli. Mario non si considera un ex prete, ma un prete che ha interrotto un percorso e ne ha iniziato un altro.

Laura


A seguito del viaggio di Papa Francesco nel 2016 per partecipare ai festeggiamenti dei 500 anni della riforma di Lutero, che si è tenuta a Lund e Malmo, l’associazione comunità Papa Giovanni XXIII, ha inviato La famiglia di Laura e Mario per vivere un’esperienza ecumenica in dialogo con le altre chiese. L’aspetto sorprendente è che possono vivere questo dialogo all’interno di un’altra Chiesa, quella luterana. Attualmente Laura lavora con un’associazione privata sostenuta dalle chiese, con le vittime di tratta: in maggioranza sono donne e transessuali. Mario, invece, lavora presso la Parrocchia luterana di San Matteo, che fa parte dell’Unità pastorale della città, divisa in sei gruppi di parrocchie. San Matteo fa parte del gruppo di parrocchie di san Giovanni: San Matteo, San Paolo, Santa Maria e san Giovanni. In parrocchia lavorano 14 dipendenti. Ciò è possibile perché in Svezia, chi vuole può dare il 2% (non l’8 per mille) alla propria Chiesa. La funzione di Mario è quella di educatore con i bambini, la cura del catechismo e dei giovani. Lavora in cucina una domenica al mese perché, dopo la messa domenicale, c’è il pranzo comunitario. Con le persone che lavorano in parrocchia c’è un incontro d’equipe settimanale di verifica e progettazione. Ci sono inoltre altri incontri con gli educatori.

La cappellina dove avviene la preghiera della sera sullo stile di Taizé


Mario lavora anche presso la Chiesa luterana di Santa Maria. Anche se in Svezia è lo stato che si occupa dei poveri, le chiese sono anche loro attive sul tema della carità. Presso la Chiesa diaconale di Santa Maria si fanno attività in favore delle persone emarginate. Qui Mario, assieme ad una équipe, fa accoglienza ai più poveri. Inoltre, gli è stato chiesto d’introdurre la teologia della liberazione come teologia di riferimento del lavoro diaconale. La diacona Ninni è responsabile dei punti di diaconia luterani della città. Alcuni anni fa ha frequentato i corsi del Centro di Studi Biblici di San Leopoldo, in Brasile. È stato in questo Centro Studi che, negli anni ’70 del secolo scorso, alcuni biblisti legati alla Teologia della liberazione, hanno messo a punto un metodo specifico, denominato: Lettura popolare della Bibbia.  Ninni ha conosciuto la famiglia di Mario e Laura, ha apprezzato molto la prassi del lavoro di ascolto realizzata da Mario e ha deciso che la teologia della liberazione doveva divenire la prassi del cammino dei diaconi. In questo nuovo percorso, due sono stati gli eventi che hanno segnato particolarmente il cammino.

Cena della piccola comunità


Il primo, è stato un lavoro di ricerca – azione proposto da Mario con i genitori che partecipano alle attività musicali con i bambini in chiesa. Un progetto nuovo e innovativo che ha permesso all’équipe parrocchiale di conoscere le motivazioni e le aspettative dei partecipanti, che spesso, per motivi anche culturali, non vengono esplicitate. Questo lavoro di ricerca ha permesso all’équipe di orientare meglio le scelte pastorali e, allo stesso tempo, di conoscere meglio le competenze di Mario che, in seguito, è stato invitato a realizzarla in altre parrocchie. L’altro momento importante in questo cammino formativo è stata la giornata fatta insieme con il metodo della lettura popolare della Bibbia, venuta così bene da mettere in programma altri cinque momenti in autunno.

Oltre a questo cammino, la famiglia di Laura e Mario fa parte di una “piccola comunità” composta da loro, da due ragazze che stanno facendo un’esperienza comunitaria in un appartamento della parrocchia, situato accanto all’appartamento dei nostri amici, e ad altre quattro persone che vivono nelle vicinanze. Questa comunità è nata nel 2015, nel periodo che ha visto l’afflusso di una grossa ondata migratoria proveniente dalla Siria e un prete decise di fondare una piccola comunità ispirata alla spiritualità di Taizé fatta di preghiera e accoglienza. Dal 2019 Laura e Mario sono in questa parrocchia e sono stati invitati a far parte di questa piccola comunità.

Linnea e Ida, che fanno parte della piccola comunità, si sono sposate lo scorso anno
Linnea sta studiando teologia per diventare prete


Mentre termino queste righe mi viene da dire: c’era bisogno d’andare in Svezia nella chiesa Luterana per vivere serenamente la propria fede? Non potevamo accoglierli noi? Tanta competenza e tanta umanità non potevano essere messi a disposizione di quel pezzetto di Regno di Dio che è qui vicino a noi? Queste sono mie personalissime domande, che Laura e Mario non si sono mai posti, perché la loro intenzione sin dall'inizio è stata quella di realizzare un 'esperienza missionaria come famiglia e, posso aggiungere, ci stanno riuscendo benissimo.

lunedì 5 giugno 2023

PRESBITERI GUIDE DI COMUNITA’: QUALE DISCERNIMENTO?

 



 

Paolo Cugini

Il prete è stato senza dubbio una figura di grande importanza nella società occidentale e, per certi versi, lo è anche oggi. Avere in una comunità una persona totalmente disponibile non solo per la vita religiosa, ma anche per servizi fondamentali come la cura delle persone anziane, l’elaborazione di proposte educative per bambini e adolescenti, l’attenzione per le famiglie, tra le altre cose, è di grande importanza. In ogni modo, però, è una figura che sta vivendo una grande crisi non solo d’identità, ma anche e, soprattutto, di credibilità. Da una parte, gli scandali della pedofilia hanno contribuito a corrodere l’immagine del prete come un essere ontologicamente diverso, come una certa spiritualità aveva contribuito a creare, come se fosse immune alle passioni. Dall’altra, l’attuale contesto culturale sempre più post-cristiana e post-teista, rende obsoleta la presenza di quel modello di prete che funzionava nell’epoca della cristianità, ma che oggi ha valore solo per la vecchia guardia cattolica. Provo, allora, ad indicare alcune strade che potrebbero essere percorse per una giuda di comunità che presiede l’eucarestia nell’epoca che stiamo vivendo.

Prima di tutto, occorre chiudere i seminari: non servono più. Sono stati inventati nell’epoca della cristianità e, grazie a Dio, quest’epoca è finita. Non bisogna pensare d’inventare altre strutture che lo sostituiscano: non serve. Nella Chiesa del dopo, che a dire il vero è già iniziata, le guide di comunità non dovranno essere celibi e nemmeno separati dal popolo di Dio. Saranno scelti tra quelle donne e quegli uomini che la comunità indicherà. Si, hai letto bene: donne. Fa specie che, un cammino che avrebbe dovuto incarnare la proposta egualitaria e pacifica di Gesù, dopo secoli è ancora ferma e irremovibile su questo punto. La fine della cristianità ci permette di guardare con più serenità alla proposta iniziale di Gesù e cogliere quegli aspetti che l’istituzione con il tempo ha modificato. Una comunità di discepoli e discepole uguali, la cui uguaglianza si fonda sull’unico battesimo esige uno stile di eguaglianza anche nelle guide di comunità. I seminari servivano per offrire percorsi formativi per i futuri presbiteri. D’ora innanzi sarà la comunità che se ne prenderà cura. Famiglia e comunità sono gli ambienti esistenziali più idonei per il cammino di formazione umana di coloro che saranno guide di comunità. Sarà necessario, poi, mettere mano alla proposta culturale che dovrà essere fornita per le future guide. Un percorso molto più semplice, più attento alle tematiche del tempo presente, collegato alle facoltà umanistiche già esistenti e integrato con proposte locali modificabili di anno in anno.

Le guide di comunità che presiedono l’eucarestia dovranno essere persone adulte, con alle spalle un cammino di vita evangelica riconosciuta dalla comunità. L’idea che dei ragazzi di 25 anni siano in grado di presiedere l’eucarestia in una comunità, per il semplice fatto che hanno terminato un percorso di studi è veramente poco evangelica. Più che di anni di studi, che certamente sono importanti, il criterio di discernimento per indicare una guida di una comunità riunita per celebrare l’Eucarestia, dovrebbe essere lo stile di vita, uno stile trasparente riconosciuto dai membri della stessa comunità. Si tratta di spezzare il pane della Parola e dell’eucarestia, che indica lo stile di amore gratuito e disinteressato di Gesù, la sua sete di giustizia, il suo amore per i poveri, gli esclusi, la sua ricerca costante di cammini di pace.  Ebbene, chi celebra dovrebbe essere una persona che da anni sta vivendo questo stile, in un modo così evidente da venir riconosciuto dalla stessa comunità. È questo che conta: vivere il Vangelo, essere discepoli e discepole del Signore. Per uscire dalle logiche di egoismo e autoreferenzialità stimolate dall’istinto di sopravvivenza, è necessaria un’intensa e profonda vita comunitaria, che pone al centro il servizio gratuito e disinteressato ai fratelli e alle sorelle, soprattutto a quelli più poveri, deboli e indifesi. È tra coloro che spiccano nel servizio umile che verranno indicate le future guide.

Da questo aspetto ne deriva un altro di grande importante. A mio avviso nel cammino di Chiesa che viene formandosi sulle macerie della cristianità, la comunità non dovrebbe più subire passivamente la nomina della sua giuda, ma dovrebbe essere coinvolta. Sappiamo che nei primi secoli la scelta di un vescovo spesso avveniva per indicazione del popolo. Il caso più eclatante è l’elezione di Agostino a vescovo d’Ippona. Il coinvolgimento del popolo nella scelta della guida di comunità sarebbe un segno chiaro dell’uscita da una parte, dalla mentalità gerarchica sempre strisciante e mai abbandonata, che rivela un’impostazione autoritaria e un’interpretazione del potere che non lascia spazio all’immaginazione; dall’altra, manifesterebbe il coinvolgimento effettivo dei laici nella vita della comunità. Infatti, nonostante i proclami e i tanti documenti, è visibile ancora oggi la separazione netta tra clero e laicato. Una guida scelta tra la gente e dal popolo sarebbe un gesto che indicherebbe una controtendenza di stile e segnerebbe l’avvio di una Chiesa davvero popolo di Dio. Sarebbe la comunità che indica al vescovo la guida scelta tra le persone della comunità stessa e, dopo un cammino di discernimento, giungere alla nomina. In questo modo, diverrebbe visibile che, la scelta della guida della comunità, più che essere basata su criteri meritocratici, tipica della mentalità individualistica che poco ha a che fare con il Vangelo, verrebbe evidenziata la disponibilità alla vita comune, al servizio umile, all’ascolto, tutti elementi che non s’imparano sui libri, ma si assimilano da un vissuto quotidiano animato dal desiderio di seguire il Maestro.

Continuando su questa linea è possibile domandarsi: perché una persona deve fare per tutta la vita la guida di comunità? Quest’impostazione che sto presentando, infatti, pone la questione del significato della vocazione, che ha sempre avuto una valenza soggettiva e personale. Se la scelta non è più individuale ma comunitaria, nel senso che è la comunità che indica il candidato e non viceversa, può essere un servizio a tempo, un periodo stabilito assieme ai membri della comunità, a partire anche dalla situazione personale del candidato. Questo aspetto aiuterebbe a sfatare l’alone di mistero attorno al prescelto, come se fosse un eletto da Dio. Il periodo alla guida della comunità potrebbe essere realizzato anche da una coppia di sposi, che ricevono il sacramento dell’ordine e, al termine del mandato, può svolgere altre mansioni. Se il centro del cammino di fede indicato dal vangelo è la comunità, allora dovrebbe essere rivista alla radice la teologia del sacramento dell’ordine sacro. Credo che, dinanzi ai cambiamenti epocali, come quello che stiamo accompagnando, diventi importante non aggrapparsi alle tradizioni come se fossero dei pezzi di marmo massiccio, ma lasciarsi guidare dallo Spirito Santo che soffia dove vuole. In fin dei conti, le comunità cristiane non sono chiamate a proteggere il passato, ma a vivere nel presente la novità del Vangelo di Gesù accogliendo con docilità e disponibilità il suo Spirito.

Per ultimo, questa forma di ministero non dovrebbe essere remunerata. La guida di comunità, infatti, è una persona che svolge il proprio lavoro e alla domenica presiede l’eucarestia. Oltre a ciò, guida gli organismi di coordinazione della comunità. Ciò significa che nella comunità i diversi servizi vengono assunti da varie persone in modo gratuito. Questo vale per i funerali, i matrimoni, la catechesi, la pastorale giovanile e altri servizi ancora. Non ci sarà, dunque, più bisogno di alcun organismo amministrativo a livello diocesano come il sostentamento del clero e nemmeno di una tassa dello Stato come l’otto per mille. Chi guida la comunità dovrà essere una persona che si mantiene con il proprio lavoro. Ciò permetterebbe alle guide di essere più libere, meno dipendenti dalla comunità da un legame di tipo economico. È da persone libere che abbiamo la possibilità di accompagnare i fratelli e sorelle nel cammino della libertà dei figli e delle figlie di Dio vissuta da Gesù.  

 


giovedì 11 gennaio 2018

LA CHIESA HA DAVVERO ANCORA BISOGNO DI PRETI?



[pubblicato su NOTICUM, gennaio 2018]


Paolo Cugini

Ogni contesto culturale produce i suoi protagonisti a tutti i livelli della società civile. C’è stata l’epoca delle contrade e l’epoca degli artigiani. C’è stato un tempo in cui il mondo romano era diviso tra patrizi e plebei. E mentre l’Occidente inventava la stampa, nelle culture andine dell’America Latina, la civiltà sviluppava una cosmogonia in cui uomo, donna, animali e piante erano in perfetta armonia. Oggi, invece, dominano i super mercati, perché rispondono meglio alle esigenze del nuovo modello globalizzato di società e di economia. Non a caso i supermercati li troviamo in ogni angolo del pianeta. In ogni latitudine del pianeta e in ogni epoca troviamo forme di religiosità con i suoi templi e i suoi sacerdoti. Ci sono dei dati antropologici universali come la religione e dei modi contestualizzati di viverli. Nella storia delle religioni gli attori che ruotano intorno al sacro non sono solo uomini, ma anche donne. Mutano le condizioni sociali, mutano allo stesso tempo gli attori del sacro.
Anche la Chiesa, che è un’istituzione umana che risponde a logiche del mondo e, di conseguenza, anche lei è soggetta a mutamenti nel corso dei secoli, ha mutato durante i secoli sia la ritualità attraverso cui esprime l’evento originario, sia la tipologia di coloro che sono addetti ai riti religiosi.  Certamente la Chiesa ha un mandato divino e si alimenta di Dio, ma il modo di gestirla utilizza criteri umani. Come tutte le istituzioni che durano nel tempo, anche la Chiesa fa fatica ad adattarsi ai mutamenti necessari. Il passare del tempo provoca assestamenti strutturali che vengono identificati come identitari e, di conseguenza, immodificabili. Tutto ciò avviene quando una tradizione culturale o religiosa perde il contatto con la sua origine, oppure quando tra l’origine e il presente della storia s’interpongono tradizioni di provenienza esterna, che modificano l’identità della struttura stessa. La mancanza di un gruppo di sapienti, che mantengono il contatto con l’origine e che può allertare la base di un movimento politico o religioso delle distorsioni in atto, provoca lentamente e progressivamente la base identitaria del gruppo. E così, può succedere e di fatto succede, che una religione o un gruppo politico con il tempo si trasforma, allontanandosi dalla sua origine da risultare pressoché irriconoscibile. Le mutazioni all’interno di una struttura sociale, religiosa e politica sono inevitabili e, per questo, occorre essere in grado di accompagnare i cambiamenti per non correre il pericolo di distruggere il contenuto originario.

Muta, in questa prospettiva, all’interno della religione cattolica in questa epoca denominata di post-cristianesimo, anche la figura del prete, il suo modo d’intenderlo, la sua funzione nella comunità. Questo cambiamento è nella regola delle cose della società civile. Sono i cambiamenti culturali che dettano le indicazioni per i cambiamenti di tutte le strutture che ne fanno parte e che non vogliono perdere il loro posto. Nelle epoche denominate di passaggio, come quella che stiamo vivendo, il pericolo consiste nel non coglierlo e nel non riuscire a intuire i cambiamenti necessari per permettere alla propria struttura di rimanere dentro. Che cosa, allora, dovrebbe cambiare nella modalità del prete cattolico di esercitare il suo ministero? Ancora di più è possibile chiedersi: è proprio necessaria questa figura nel nuovo quadro culturale e sociale che si sta configurando?

Se è vero, come c’insegnano i documenti della Chiesa e una lunga tradizione che deriva dai Padri della Chiesa, che è l’Eucarestia che fa la Chiesa, allora occorre mettere le comunità cristiane in grado di nutrirsi di essa. Nell’attuale contesto culturale è in atto, da alcuni decenni, una progressiva e inarrestabile diminuzione del clero, di coloro chiamati cioè a presiedere le comunità per celebrare l’Eucarestia. In Italia, ma non solo, già da qualche anno sono in atto nelle Diocesi delle proposte per arginare il problema. La più significativa è quella delle Unità Pastorali, che vede il raggruppamento di alcune parrocchie affidate ad un solo parroco. Con l’andare del tempo, questo nuovo modello di ristrutturazione delle parrocchie non permetterà più alle comunità di avere la possibilità dell’Eucarestia domenicale. Del resto, questo problema è già visibile nelle parrocchie delle nostre montagne e in altri paesi come la Francia.

Perché non cambiare sistema? Se il problema è permettere alle comunità cristiane di alimentarsi dell’Eucarestia perché insistere con il modello del prete celibe e votato alla Chiesa per tutta la vita? Perché non provare a proporre figure più al passo con i tempi, persone che offrono un servizio limitato nel tempo? Si potrebbero ordinare persone della comunità, di fede provata il cui carisma è riconosciuto dalla stessa comunità. Che tipo di persone? Persone celibi o sposate, uomini o donne. Si anche donne. E’ inutile, infatti, che la Chiesa continui a parlare di genio femminile, se poi esclude le donne dalla possibilità di guidare una comunità. Non può la Chiesa farsi da paladina della lotta contro le ingiustizie causate dalle disuguaglianze sociali, quando esclude le donne dalla possibilità di far parte dei quadri che dirigono le sorti della Chiesa. In fin dei conti si tratta di mantenere viva la fede del Popolo di Dio e, di conseguenza, occorre fare di tutto affinché i fedeli si alimentino del Signore.
Perché la Chiesa resiste così tanto al cambiamento? Non è un problema di Vangelo, ma di potere. Abituata da secoli ad essere significativa e incisiva in Occidente sul piano politico e sociale, avere totalmente a disposizione un schiara di uomini celibi per tutta la vita, qualificati e sottopagati, vuole dire molto. Togliere questo esercito di uomini che firma un giuramento di totale obbedienza all’istituzione, significa privarsi di quella struttura specifica che ha espresso il modo della Chiesa di stare nel mondo. A mio avviso la Chiesa non rinuncerà mai a loro. Si terrà stretta questa schiera di uomini celibi votati fino alla morte a Lei, sino al momento in cui ne rimarrà uno solo. Chi è abituato a comandare, fa fatica ad attorniarsi di persone con cui interloquire alla pari. Nel frattempo sarà la base, il Popolo di Dio che si organizzerà per mantenere viva la fede. L’ho visto fare in America Latina. Siccome il prete passa raramente nelle comunità, sono le persone stesse che vivono in comunità che si organizzano per leggere settimanalmente la Parola di Dio e celebrare alla domenica. La fede è più forte di qualsiasi istituzione. Questo lavoro di base contaminerà anche la struttura della Chiesa. Per ora, sarà importante modificare lentamente il cammino delle comunità per metterle in grado di sopravvivere. In questo modo la notizia della caduta del palazzo sarà meno rumorosa.

Per le Unità Pastorali, che avranno la tendenza in futuro di aumentare di dimensioni, si potrebbe pensare ad una figura che coordini il lavoro pastorale ed economico delle parrocchie coinvolte. Mentre per la guida della comunità, scelta tra il popolo delle comunità, si potrebbe pensare ad una remunerazione frutto del contributo della stessa comunità, per i coordinatori delle Unità Pastorali, che potrebbero essere svolti da laici debitamente preparati, si potrebbe pensare ad uno stipendio con il contributo dell’otto per mille. In questo modo, si uscirebbe dallo schema prevalentemente monastico della guida della comunità, che la vede separata dal popolo di Dio, per uno più conforme alle esigenze del tempo. Due figure, allora, si delineano nel cammino della Chiesa futura: quello del presidente dell’assemblea eucaristica, che celebra l’Eucarestia e quello del coordinatore delle Unità Pastorali. Queste figure pastorali esigono anche una spiritualità nuova che le alimenti e cammini formativi differenziati. Se le guide della comunità sono scelte tra coloro che vivono nella stessa e che probabilmente sono sposate, la spiritualità dovrà rafforzare il significato e il vissuto della vita matrimoniale. In questa prospettiva i seminari, così come oggi sono concepiti, non saranno più necessari, perché la formazione delle guide delle comunità avverrà all’interno della comunità stessa. Senza dubbio, si potranno prevedere percorsi formativi specifici, ma la maggior parte del percorso formativo è bene che sia realizzato nella comunità. Se fino ad ora la figura della guida della comunità aveva nel celibato il segno di un’appartenenza esclusiva a Dio e, per questo, viveva distante come stile di vita dal resto della comunità, ora è sempre più richiesta una figura di guida che condivida lo stile di vita della comunità.


Cambiando il tipo di figura della guida della comunità, cambia anche la spiritualità. Un presidente dell’Eucarestia preso fra il popolo e probabilmente sposato, non può alimentarsi con una spiritualità di stampo monastico, com’è quella del prete. La Chiesa dovrà provvedere ad elaborare una teologia laicale capace di andare incontro alle nuove esigenze. Oltre a ciò, pensando anche a presidenti dell’eucarestia donne, come del resto avviene da decenni anche in alcune chiese protestanti, si dovrà sviluppare sempre di più una teologia femminista capace di raccogliere le sfide dello sguardo femminile sulla realtà. Ci sarà, quindi, bisogno di una spiritualità meno di élite e più incarnata nella vita della gente. Probabilmente il tipo di teologia che elaborerà questo stile di Chiesa incarnato in mezzo al popolo di Dio, sarà meno esigente, meno propensa a porre dei pesi insostenibili alle persone – si pensi alla morale sessuale cattolica – e più al passo con la vita della gente. Ci troveremo dinanzi ad un cristianesimo che lavora meno sul sacro, ma avrà un volto più umano, molto più simile, cioè, al Gesù dei vangeli. Il mondo scristianizzato della nostra epoca post cristiana avrà la possibilità di vedere una chiesa più aderente al Vangelo, più alla ricerca dell’essenziale che della pompa. Come in tutte le cose e in tutte le istituzioni sociali e politiche, dallo stile dei capi si capisce il valore di un’istituzione. 

sabato 1 luglio 2017

PRETI SCOMODI




Paolo Cugini

Molto bella e pieno di significato ecclesiale e spirituale è stata la visita che papa Francesco ha realizzato nello stesso giorno a Bozzolo e a Barbiana, per rendere omaggio a due grandi preti: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Due preti scomodi per il loro stile di vita così aderente al Vangelo da mettere in difficoltà chi il Vangelo lo prende un po' alla leggera. In comune don Mazzolari e don Milani hanno molte cose ma, allo stesso tempo, ci sono anche differenze. La visita del Papa nello stesso giorno nei paesi di questi due preti, mentre ne sottolineava le sintonie, ha avuto anche il sapore di una riabilitazione. Purtroppo, infatti, come succede spesso nella Chiesa, quando qualcuno vive il Vangelo in modo radicale, dalla gerarchia che dovrebbe riconoscerne il valore, viene invece preso di mira. Sia don Milani che don Mazzolari sono stati trattati male dai loro rispettivi vescovi oltre ad essere finiti sotto gli artigli dal Sant’Uffizio che ha censurato alcuni dei loro libri.
Che cosa ha detto Papa Francesco a Barbiana e a Bozzolo?

In primo luogo, c’è stato un forte richiamo al valore della libertà di coscienza. Parlando del ruolo educativo di don Milani e del compito di ogni educatore, Francesco ha sottolineato che: “Quella degli educatori è una missione d’amore. La cosa essenziale da insegnare è la crescita di una coscienza libera capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore e dall’amore di compromettersi con gli altri e servire il bene comune […] Noi adulti chiamati a vivere la libertà di coscienza in modo autentico come ricerca del vero del bello e del bene pronti a pagare il prezzo che ciò comporta e questo senza compromessi”. 
La Chiesa cattolica ha educato per molti secoli i fedeli ad obbedire ciecamente al Papa, ai vescovi e ai loro sacerdoti. Accanto a questi accorati appelli per molti secoli la Chiesa nei suoi documenti ufficiali si è espressa negativamente contro la libertà di coscienza. Non c’è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per verificare queste affermazioni. La Mirari Vos del 1832 e il Sillabo della fine Ottocento contenevano anatemi sia contro la libertà di coscienza che contro la libertà di stampa. Appello accorato all’obbedienza ai superiori e sfiducia nella libertà di coscienza hanno prodotto come logica conseguenza l’infantilismo nei fedeli, e l’arroganza autoritaria e prepotente dei superiori, atteggiamenti molto diversi da quelli proposti da Gesù nel cammino di discepolato. Nella Dignitatis Humanae il Concilio Vaticano II ha provato a dare una sterzata rivalutando il valore della libertà di coscienza come cammino fondamentale per maturare una coscienza critica nelle persone. Sia Don Milani che don Mazzolari sono state senza dubbio delle persone libere, che hanno aiutato i fedeli a maturare un proprio giudizio critico nei confronti della realtà. Lo ha fatto don Lorenzo nella scuola di Barbiana. Lo si comprende bene sfogliando le pagine di Lettera ad una professoressa, scritto con il metodo di scrittura collettiva. Don Lorenzo era abituato a sollecitare i suoi alunni ad analizzare insieme i contenuti di ciò che leggevano sui giornali, per giungere ad esprimere un pensiero personale capace di accettare il confronto positivo con gli altri. Si giunge a pensare insieme in modo libero e critico solamente se ci si è educati alla maturazione di una coscienza libera, capace di cogliere la presenza del trascendente nella storia e dentro di sé. Sia don Lorenzo che don Primo ci hanno insegnato che l’obbedienza è autentica quando passa al vaglio della libertà di coscienza, di una coscienza educata nella relazione d’amore con qualcuno. 
La storia ci ha purtroppo insegnato che, quando la coscienza non viene accompagnata nella formazione del riconoscimento del bene, ma viene sollecitata solo all’obbedienza passiva, diviene facile preda dei più turpi comandi.  Affidare in modo radicale la propria capacità di decidere ad un’entità esterna, significa abdicare alla propria dignità di persona. Un vero educatore, come lo sono stati don Lorenzo e don Primo, accompagna le persone a maturare un pensiero critico personale. Come ha ricordato Papa Francesco a Bozzolo, i preti non sono dei meri ripetitori di affermazioni oggettive, ma trasmettitori di contenuti che sono chiamati a vivere e interpretare con la loro vita. Queste indicazioni hanno un risvolto ecclesiale immediato. Infatti, non c’è possibilità di sinodalità senza un’educazione alla libertà di coscienza. Chi è abituato a delegare il sacrosanto diritto di formulare un proprio parere, difficilmente si sentirà coinvolto a mettere in comune un proprio pensiero nella costruzione di un percorso. Le difficoltà che incontriamo nelle comunità parrocchiali nel coinvolgimento dei laici non solo nella gestione dei servizi della comunità, ma soprattutto nello sforzo dell’elaborazione di un pensiero che sappia leggere i segni dei tempi e operare le scelte necessarie per la comunità, è dovuta anche alla carente educazione di coscienze libere. Si è insistito all’esaurimento sulla necessità di obbedire ai superiori non curanti dello scotto che si sarebbe pagato più avanti.

Un secondo punto significativo che Papa Francesco ha evidenziato nella vita di don Milani e don Mazzolari è il loro modo di essere sacerdoti. A Barbiana Francesco ha affermato che: “La dimensione sacerdotale di don Lorenzo è alla radice di tutta la sua vita. Tutto nasce dal suo essere prete, la sua fede. Una fede totalizzante che diventa un donarsi completamente al Signore e che nel ministero diventa donazione totale”. Lo stesso concetto, anche se con sfumature diverse Papa Francesco l’ha ripetuto a Bozzolo. “I parroci sono la forza della chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale danno vita ad un vero e proprio magistero dei parroci. Mazzolari è stato definito il parroco d’Italia”. 
In diverse circostanze Francesco ha messo in guardia la Chiesa dal pericolo del clericalismo. Con questo termine il Papa indica un modo sbagliato d’intendere il proprio ruolo di pastori e di guide del popolo, non come servitori, ma come persone arroganti che si sentono superiori e così si allontanano dalla gente. Al contrario, don Lorenzo e don Primo sono esempi di pastori che si sono immersi nei problemi delle persone loro affidate, divenendo parte di loro. Erano preti, come suole spesso dire Francesco, che avevano l’odore delle pecore. Come Gesù che aveva condotto i suoi discepoli in mezzo alla folla, immersi nei problemi della gente, così hanno fatto don Primo e don Lorenzo a contatto con i problemi dei loro parrocchiani. Entrambi i sacerdoti erano persone molto attente ai problemi del tempo. Conosciamo le prese di posizioni di don Primo nei confronti del fascismo. Sappiamo anche delle lotte che don Lorenzo, assieme ai suoi ragazzi di Barbiana, ha portato avanti sui temi dell’obiezione di coscienza e della scuola. Preti immersi nei problemi del loro tempo e, quindi, non distanti. Don Lorenzo e don Primo hanno insegnato che il ministro di Dio non è colui che vive il suo ministero esclusivamente nell’ambito del sacro, di quel sacro che si manifesta esclusivamente nell’ambito liturgico, come se la liturgia potesse essere qualcosa di distante della vita. Se Francesco reiteratamente allerta la Chiesa sulle forme del neo pelagianesimo di ritorno sempre in agguato, che tende a separare la vita dal sacro, inculcando nelle menti dei fedeli un Dio totalmente distante dal mondo, contraddicendo il principio dell’Incarnazione manifestato dal Figlio Gesù Cristo, è perché il pericolo è reale. Del resto, un Dio distante, totalmente distaccato dalla realtà che esige per l’appunto sacerdoti del sacro che siano il più possibile distanti dalla realtà per essere puri dinanzi al sacro, fa comodo. Più Dio è qualcosa di distante, più l’uomo e la donna sono liberi di fare e vivere come vogliono. Gesù Cristo, venendo al mondo ha rappresentato la critica più radicale a questo modo d’intendere la religione come distanza tra Dio e gli uomini, che esige un personale specializzato per entrare in contatto con Lui.  
L’incarnazione del Verbo ha rotto questo schema idolatrico, mostrando il vero volto di Dio, non pensiero astratto alieno dagli uomini e dalle donne, ma totalmente immerso nella realtà per poterla trasformare dal di dentro.  Sia don Primo che don Lorenzo hanno vissuto il loro rapporto con il Signore incarnati nel pezzetto di mondo nel quale vivevano, offrendo a Dio l’umanità che loro stessi incontravano. Questa incarnazione ha permesso loro di fuggire la tentazione del clericalismo, dell’atteggiamento di superiorità che spesso vediamo in quella porzione di clero che gioca il proprio ministero dentro a quattro pareti o nell’esclusivo ambito liturgico. “Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti”. Solamente camminando insieme, immersi nella realtà presente, a contatto con i problemi veri incontrati a contatto con la gente vera, si potrà evitare il rischio di caricare la gente di pesi assurdi. Francesco ha visto in don Primo e in don Lorenzo sacerdoti capaci di accompagnare la propria gente nelle loro ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alle problematiche attuali.

Un ultimo aspetto che possiamo evidenziare nei discorsi che Papa Francesco ha realizzato a Bozzolo e a Barbiana è la povertà. Sia per don Mazzolari che per don Milani è evidente lo stile essenziale e povero di questi due sacerdoti. Di Mazzolari Francesco ha detto che ha vissuto da prete povero e non da povero prete. Lo stesso si può dire di don Milani che ha dedicato tutto il suo ministero ad un piccolo gruppetto di bambini e ragazzi poveri. Don Lorenzo e don Primo sono quindi il segno di quella Chiesa povera e dei poveri così vagheggiata nel Concilio Vaticano II e che Papa Francesco tenta di riprende nel suo pontificato. “Possiamo diventare chiesa povera e dei poveri – ha detto Francesco a Bozzolo-. I poveri sono una presenza scomodante. […]. I poveri vanno amati come poveri, come sono, senza far calcoli”. Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Nella scuola di Barbiana don Lorenzo ha insegnato tutta la vita e tutti i giorni dell’anno ai bambini poveri della sua piccola parrocchia. È la Parola che apre la cittadinanza alla società. Il possesso della parola come strumento di libertà: è questo che sapeva fare don Primo, non solo per le sue famose doti di predicatore e di scrittore, ma anche per il modo con cui utilizzava questi strumenti per aiutare i lontani. Don Primo e don Lorenzo sono stati, a loro modo e anche nella loro esperienza di presbiteri, dei modelli di quella chiesa povera e dei poveri che sta così profondamente segnando il pontificato di Papa Francesco. Povertà come segno di una vita evangelica, che annuncia il Vangelo non solo con la Parola, ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza. La povertà evangelica vissuta da don Lorenzo e da don Primo sono un tutt’uno con il loro ministero, segno di una sequela autentica al Signore che è venuto in mezzo a noi povero tra i poveri. A Bozzolo Papa Francesco ha ricordato che don Primo: “nel suo testamento scriveva: intorno al mio altare non ci fu mai denaro. Il poco che è passato nelle mie mani è andato dove doveva andare. Dio con niente fa tutto. La credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della chiesa. Don Primo ricorda che la carità è questione di sguardo”. Mettere al centro i poveri per fare in modo che siano loro stessi i protagonisti della loro rinascita. Sia per don Lorenzo che per don Primo la cultura è stato uno strumento privilegiato per questo cammino che ha permesso loro anche di uscire dalla sterile palude di una carità che non serve a nulla, ma che mantiene in vita il sistema che produce povertà. Offrire ai poveri gli strumenti per un loro riscatto esistenziale e sociale è stato lo sforzo costante di questi due preti.



martedì 20 settembre 2016

PRETI NUOVI PER IL MONDO NUOVO





RIFLESSIONI SUL MINISTERO PRESBITERALE NELL'EPOCA DELLE UNITA’ PASTORALI

Paolo Cugini

Siamo abituati a vivere il ministero come eroi. Ci mettiamo davanti alla comunità per guidarla con le nostre capacità. Del resto siamo stati formati così. C’è tutta una teologia dell’ordine sacro che ci diceva della potenza del sacramento, della diversità ontologica che provocava in coloro che la ricevevano e ci abbiamo sempre creduto. C’era tutta una spiritualità che faceva leva su questa diversità spingendo il sacerdote giorno dopo giorno in una zona separata, distante dal popolo. Era la spiritualità del prete mangiato, del rapporto verticale con Dio, della vita totalmente immersa nel mistero, come esseri separati dal mondo. La talare nera voleva significare proprio questo e cioè uno stato di permanente morte al mondo, di esclusione e ripudio dei piaceri della vita come segno di una ricerca esclusiva di Dio.  Siamo stati abituati a porci dinnanzi al popolo per guidarlo verso il Regno, con la consapevolezza che era nostro compito farlo in virtù dei poteri ricevuti, delle scelte fatte, della spiritualità ascetica che ci contraddistingueva.  Per questo, la pastorale è sempre stata compito nostro, del prete. I laici dovevano stare al loro posto, vale a dire, non potevano impicciarsi di cose che non li riguardavano. Come facevano, infatti, a capire le cose di Dio se erano per natura e costituzione immersi fino al collo negli affari del mondo? La parrocchia ha vissuto per secoli su questo separazione precisa tra clero e laici. Del resto c’era un’ecclesiologia che sosteneva questa impostazione. Non solo un’ecclesiologia, ma anche un clima culturale che permetteva alla chiesa di controllare il territorio in modo capillare con il sistema parrocchiale. La vocazione sacerdotale rispondeva all’esigenza culturale ed ecclesiologica. Erano così tanti i ragazzi desiderosi di diventare sacerdoti sino a qualche decennio fa che, un giorno, il Vescovo di una diocesi, visitando il seminario disse con i suoi collaboratori: “Dove li metteremo tutti questi giovani preti?”.  

In pochissimi decenni i tempi sono cambiati. I preti sono sempre meno e, molti di questi, sono anziani. Il nuovo contesto culturale sempre più secolarizzato, ha influito nel processo di progressiva scristianizzazione dell’Occidente. I seminari sono sempre più vuoti e molte parrocchie non hanno più un sacerdote fisso. S’iniziano a pensare nuove strategie pastorali per supplire alla scarsità dei sacerdoti. Ci sono vescovi che per mantenere lo schema del prete in ogni parrocchia importa sacerdoti dai paesi dove questi sono in abbondanza. Altri, più coraggiosi, tentano di proporre cammini nuovi, tra i quali le unità pastorali. Il problema che si pone è sempre lo stesso: come controllare il territorio? Come essere presenti sul territorio? La scarsità numerica del clero provoca nuove riflessioni. Si comincia a rivolgere l’attenzione ai laici, a riflettere che il territorio può essere controllato solamente con un loro diretto coinvolgimento. Il nuovo contesto culturale provoca una nuova ecclesiologia, un nuovo modo d’intendere il rapporto tra clero e laici. La nuova ecclesiologia esige anche un nuovo modo d’intendere il ruolo del presbitero. Se, infatti, nell’epoca della cristianità la competenza specifica del presbitero derivava dalla sua coscienza di diversità dal mondo, dalla forza derivata dal sacramento che lo rendeva un essere tutto speciale e, quindi, isolato dal resto del mondo, ora c’è bisogno di qualcosa di nuovo. Dovendo collaborare con i laici per garantire l’evangelizzazione su territori sempre più vasti, la competenza maggiore che un presbitero può avere in un simile contesto è la capacità di lavorare in gruppo, di valorizzare le persone che ha attorno. Dalla dimensione verticale, che tuttavia rimane ancora presente anche se attenuata, si passa a valorizzare la dimensione orizzontale, la capacità empatica, dialogica, collaborativa. Nel nuovo contesto che si apre il presbitero non potrà più permettersi il lusso di essere un uomo separato dal mondo, una sorta di monaco, ma ben inserito nel mondo: uomo tra gli uomini e le donne.

È molto probabile che in questo contesto lo stesso celibato non sarà più il segno caratteristico del presbitero. Le capacità relazionali richieste dal nuovo contesto culturale, maturano molto di più all’interno di una relazione di coppia e famigliare, che nel chiuso di una canonica. La stessa spiritualità che dovrà contraddistinguere la vita nel presbitero nel nuovo contesto pastorale e culturale dovrà per forza cambiare. Non potrà più essere quella dell’uomo mangiato, divorato dai suoi parrocchiani, ma quella dell’uomo che collabora con loro in un progetto unico. Pensare e agire insieme verso un unico obiettivo esige spiritualità e competenze molto differenti di colui che si sente investito da un potere unico e da una missione da portare avanti da solo. Più che di preti eroi con poteri paranormali, nel nuovo contesto culturale ci sarà bisogno di presbiteri che hanno chiara la coscienza che la chiesa non è loro e che non sono stati chiamati a salvare nessuno: ci ha già pensato Cristo una volta per tutte. Certamente nelle comunità bisognerà con calma e pazienza spiegare a certi laici amanti dei preti eroi che i tempi sono cambiati e che, di conseguenza, anche la chiesa sta cambiando. Ce la possiamo fare. 

sabato 30 aprile 2016

DAL PRETE ALLA COMUNITÀ





NUOVI ORIZZONTI PASTORALI


Don Paolo Cugini
Ritengo importante riflettere sui cambiamenti in atto sia dal punto di vista culturale che pastorale, pur restando il fatto che si tratta solo di riflessioni e nulla di più. Parlare di unità pastorale non è la stessa cosa che parlare di parrocchia. Ciò significa che non è possibile trasferire le modalità pastorali utilizzate nella parrocchia sull'unità pastorale.
In questo processo di cambiamento di modalità pastorali un ruolo importante riguarda il parroco. Non è più possibile, infatti, il rapporto di uno a uno: un parroco una comunità. Essere presente su diverse comunità parrocchiali è la grande novità per molti presbiteri che si sono formati nei seminari per accompagnare una sola comunità alla volta. Il pensiero corre anche verso tutti quei presbiteri che per decenni hanno vissuto la propria esperienza pastorale a servizio di una comunità, identificando il proprio ministero con la stessa comunità.

Dicevo che non si può pretendere e, allo stesso tempo, non ha senso trasferire sulle unità pastorali le modalità progettuali e di relazione che avveniva nella parrocchia gestita dal parroco. Senza dubbia i parrocchiani abituati all'assistenza diretta del parroco si aspettano la continuità di quel modello. Si tratta di passare da un approccio pastorale personalizzato – è il parroco che fa le cose direttamente – ad un approccio più comunitario. Il parroco dell’unità pastorale dovrà avere la pazienza e l’intelligenza di attivare dei processi di evangelizzazione che non dipendano da lui, dalla sua presenza, ma di laici presenti sul posto. E’ vero che i laici, soprattutto le laiche – è sempre bene ricordarselo che le comunità parrocchiali hanno una presenza preponderante di donne nei settori chiave della pastorale – sono sempre stati presenti nelle parrocchie. Il problema, però non è la presenza o l’attività specifica, ma il modo di vivere un servizio.

Questo modo di abitare la pastorale, che richiede un presenza da parte del parroco meno da protagonista e più da stimolatore, coordinatore, ne orienta anche la spiritualità. Infatti, più che identificarsi con modelli di santi eroici, capaci di grandi gesti, protagonisti di imprese mirabolanti (alla Curato d’Ars, tanto per intenderci), dovrà ricercare un tipo di spiritualità che stimoli maggiormente cammini di condivisione, che provochi la capacità di mettersi da parte, di fare spazio. Creare spazi nuovi d’incontro e di evangelizzazione, nei quali chi agisce, chi è presente non è il parroco, ma i cristiani. La libertà dalla tirannia della presenza fisica a tutte le azioni pastorali è senza dubbio una delle conquiste più significative dei presbiteri che accompagnano le unità pastorali ed uno dei segni più evidenti della maturità sia della comunità che del presbitero. C’è da dire che non tutti, purtroppo, ci riescono: fanno fatica a non cedere alla tentazione gratificante di accontentare i parrocchiani.

Ciò vale anche per lo stile di accompagnamento spirituale, che dovrà essere sempre meno direttivo – che esige una presenza costante – e più orientativo, che fa leva cioè sia sulla libertà del laico di riferimento, che sulla maturità affettiva del presbitero.

Chiamati a servire comunità per un periodo circoscritto – i fatidici nove anni – e non più per tutta la vita, e a distribuire il proprio impegno pastorale su più comunità contemporaneamente, il presbitero dovrà apprendere a valorizzare al massimo i laici presenti sul territorio. Saranno, infatti loro a restare e a dar continuità ai progetti pastorali e di evangelizzazione messi in atto. L’esperienza insegna che quando i meccanismi non dipendono da qualcuno, ma hanno passato il vaglio di consigli pastorali, e degli strumenti pastorali che permettono un discernimento il più comunitario possibile, il progetto pensato rimane.

sabato 27 giugno 2015

L'IDENTITÀ DEL PRESBITERO NELL'UNITA' PASTORALE



SPUNTI DI RIFLESSIONE

Paolo Cugini

Introduzione
La nuova prospettiva ecclesiale che si apre dinanzi a noi con l’esperienza delle Unità Pastorali, cambia il modo di vivere e comprendere il ministero presbiterale. E’ questo, forse, uno dei dati di fatto sui quali non si riflette ancora abbastanza. C’è in gioco la struttura spirituale del presbitero, il suo modo di sentirsi parte della chiesa e di esprimere questa appartenenza.  Da una lunghissima stagione, perlomeno in Occidente, che ha visto l’identificazione della parrocchia con il sacerdote, si passa ad una impostazione nuova, nella quale entrambi i soggetti in causa devono reinventare il proprio ruolo. La figura del presbitero, in questo nuovo modello ecclesiale che è l’Unità Pastorale, dev’essere ripensata. Il presbitero non può, infatti, pensare di vivere il ministero nel modo con il quale lo viveva nella parrocchia. Siamo dinanzi ad un passaggio epocale che dev’essere colto e sul quale è importante abbozzare delle riflessioni. Il presbitero è chiamato a compiere una serie di passaggi significativi e, dentro questi passaggi, dev’essere accompagnato.

Momento di passaggio
Da un servizio pastorale incentrato sul presbitero, che nella parrocchia è il punto di riferimento di ogni attività, si passa ad una presenza sempre più mediata da laici, che assumono responsabilità effettive nella comunità. Il presbitero dovrà essere in questo nuovo contesto ecclesiale, sempre di più una persona capace d’intessere relazioni, di essere ponte tra le persone che interagiscono nelle varie comunità dell’unità pastorale. Se nel contesto parrocchiale il presbitero era l’unica autorità, nell’unità pastorale il presbitero dovrà condividere la leadership con figure di laici qualificati e creare relazioni di stima con loro e tra di loro. Anche se nell’unità pastorale presumibilmente ci saranno più di una figura presbiterale, ciò non toglie che il presbitero non potrà più garantire come un tempo la presenza totale nella parrocchia. Possono sembrare osservazioni banali, ma nel nostro contesto ecclesiali sono fondamentali. Le persone della comunità parrocchiale, infatti, da secoli sono state abituate a rapportarsi con un’unica figura di presbitero e a delegare a questa figura tutta la vita spirituale, liturgica e pastorale della comunità. Questa unicità di presenza ha prodotto spesso anche il culto della personalità, soprattutto quando il presbitero era dotato di una personalità forte. Culto della personalità alimentato sia da una teologia del presbitero che insisteva in modo eccessivo sul potere conferito al presbitero da parte della chiesa, che lo rendeva ontologicamente differente in virtù del sacramento dell’ordine; sia anche da una spiritualità che vedeva nel presbitero un uomo distaccato dal popolo, tutto dedito al Signore, nei digiuni e nella preghiera.

  Uno dei grandi problemi che i presbiteri dovranno affrontare consisterà nell’accompagnare le persone delle varie comunità parrocchiali presenti nell’unità pastorale, ad abituarsi a non avere la presenza fisica del sacerdote 24 ore al giorno. Senza dubbio, sarà proprio questo uno dei grandi motivi delle lamentele. Se il presbitero non vorrà scoppiare in poco tempo, dovrà vincere la tentazione di voler rispondere a tutte le richieste dei laici, come faceva un tempo e lo faceva perché era proprio questa una delle caratteristiche della spiritualità e della mistica del parroco: farsi mangiare. Il prete come cibo donato alle persone della comunità: erano queste le parole della spiritualità di Chevrier, che si assimilava nei seminari e che orientava la spiritualità del presbitero. Il prete come uomo mangiato, consumato per il suo popolo. Il presbitero come figura eroica, che viveva il ministero in una donazione totale ed esclusiva per quella porzione di popolo che incontrava nella parrocchia a lui affidata per tutta la vita. Per questo la parrocchia era fortemente segnata dalla figura del presbitero che lo serviva, dalla sua personalità e spiritualità, nel bene e nel male. Non a caso il patrono dei parroci è il santo curato d’Ars, che racchiude in sé tutte le caratteristiche richieste per stimolare la santità presbiterale, vale a dire la dedizione totale per le anime (relativamente poche) a lui affidate, nella preghiera, nel digiuno, nella disponibilità esclusiva per la vita sacramentale. Oggi, nella prospettiva dell’Unità Pastorale, sarà necessario trovare una nuova figura di santità che ispiri le nuove generazioni di presbiteri. Sarà, infatti, impensabile – anche se ci saranno ancora molte persone nelle parrocchie ad esigerlo – pretendere dai sacerdoti lo stesso tipo di sacramentalizzazione, e lo stesso rapporto di esclusività con le persone delle comunità. Nell’ecclesiologia sottesa alle Unità Pastorali il presbitero, più che essere punto di riferimento unico per il cammino spirituale delle persone presenti nella comunità, dovrà divenire lo stimolatore dei carismi. Più che essere al centro della vita della comunità, dovrà essere sempre di più ai margini, favorendo e stimolando il laicato locale. Nell’unità pastorale formata da diverse comunità, il presbitero non potrà più essere al centro e riferimento di ogni singolo settore della parrocchia. Sarà perciò come forzato a proporre dei percorsi formativi che mettano in grado il laicato locale ad assumere in modo responsabile i diversi ministeri e servizi. La nuova situazione pastorale che si viene a delineare stimola una nuova spiritualità presbiterale, meno incentrata sulla santità intesa come sforzo individuale, e più attenta alla comunione e alle situazioni che la rendono possibile, vale a dire, la capacità d’ascolto, l’attenzione alle relazioni.

Da un modello all’altro
 E’ inutile oggi fare della dietrologia: importante è capire che d’ora innanzi è un altro tipo di presbitero che dovrà essere pensato per il nuovo aspetto della comunità incontrata nell’unità pastorale. Questo, senza dubbio, sarà uno dei problemi maggiori in questa prima fase di cambiamento per i presbiteri formati nella spiritualità sopra descritta. Occorrerà molta pazienza e una grande capacità di mettersi in ascolto del cambiamento in atto, assieme ad una buona dose di umiltà per convivere con la sofferenza interiore, che un tale cambiamento può provocare nell’anima di colui che è chiamato a cambiare impostazione. Ogni impostazione pastorale, infatti, ha dietro di sé una propria visione ecclesiologica e, di conseguenza, una specifica spiritualità. Il presbitero ha sempre vissuto nella parrocchia il compito dell’evangelizzazione come proprio compito specifico: per questo raramente delegava agli altri. Solamente a partire dal Concilio Vaticano II – stiamo parlando di appena 50 anni fa! – la sensibilità verso l’impegno dei laici si è fatta strada nella vita della chiesa con tantissime fatiche e incomprensioni presenti ancora oggi. Qual è il ruolo del sacerdote nell’agglomerato di parrocchie che costituiscono l’unità pastorale, ognuna delle quali molto spesso viene da una lunga tradizione? Certamente viene meno la mistica sponsale che vedeva il parroco sposo della sposa (la parrocchia). Questa mistica alimentava poi tutta una serie di atteggiamenti e di scelte che identificavano il parroco come figura di riferimento fondamentale all’interno della comunità. La presenza costante del parroco nella parrocchia contribuiva a creare legami molto profondi. Nella parrocchia tutto è sempre ruotato attorno al parroco. E’ lui che fa le benedizioni alle case, gli incontri con i fidanzati, i funerali e tutti i sacramenti. E’ sempre il parroco che nella parrocchia si occupa delle minime cose, come l’apertura e la chiusura dei locali, la formazione degli educatori e gli incontri con le famiglie. Tante cose, tutte utili, ma che avevano il limite d’identificare la parrocchia con il parroco. Nella nuova impostazione delle unità pastorali sarà impossibile mantenere lo stesso sistema pastorale. Sarà dunque necessario un cambiamento d’impostazione, di modo d’intendere l’evangelizzazione che avrà delle conseguenze sia sulla spiritualità che sulla teologia dei sacramenti. Per facilitare la riflessione provo a pormi alcune domande:
·         In una prospettiva di Unità Pastorale come dovranno essere effettuate le confessioni? Come faranno due sacerdoti su di un’Unità Pastorale di 15/20 mila abitanti con 4/5 parrocchie come si realizzeranno le confessioni dei bambini? Sarà ancora possibile realizzarle come si è sempre fatto o sarà necessario prendere sul serio le celebrazioni penitenziali con assoluzione comunitaria? La mente va anche a tutti quegli adulti abituati ad una confessione prima della messa: come accompagnare questi adulti ad una relazione diversa con il sacramento della riconciliazione?

·         Come pensare e vivere nella nuova impostazione pastorale l’Eucarestia? E’ giusto tirare il collo a due preti (è solo un esempio) che devono alla domenica celebrare 6/7 messe in 5/6 comunità differenti? Come ripensare un calendario domenicale che tenga conto la centralità dell’Eucarestia e, allo stesso tempo, la possibilità del presbitero di vivere l’Eucarestia non solo come momento celebrativo, ma anche come momento di comunione con i fedeli e di relazione con loro? E’ veramente poco evangelico assistere alle corse forsennate dei presbiteri che passano le domeniche a correre tra una chiesa e l’altra senza avere un minuto da trascorrere con le persone presenti all’Eucarestia. A volte questo correre è il sintomo di una duplice difficoltà: da una parte dei presbiteri che fanno fatica a ricollocarsi alla domenica in un modo diverso nelle comunità; dall’altro dei fedeli laici che fanno fatica a staccarsi dalla “propria” messa fatta sempre nello stesso orario e nello stesso luogo.

Cambiamento come un dono

Tutte queste problematiche evidenziate, che mostrano la necessità di cambiare prospettiva e impostazione pastorale, non sono solo nell’ordine del negativo, ma vanno lette come segno dei tempi, come opportunità che il Signore offre alla nostra Chiesa per crescere. Il Signore ci vuole aiutare a crescere nella comunione, nella corresponsabilità, nel pensare ed attuare insieme l’evangelizzazione del territorio. Sarà questa la grande fatica che ci aspetta. Da una parte, i laici sono stati abituati nelle nostre parrocchie, a delegare tutto al prete; dall’altra i sacerdoti sono da sempre abituati a centralizzare tutto, sin nelle minime cose. Questo sistema pastorale ha prodotto da un lato l’infantilismo pastorale dei laici e, dall’altra, il maschilismo paternalista del clero. Avvicinare questi due mondi molto distanti tra loro è forse uno dei dono che il Signore ci sta ponendo accanto in questa nuova situazione. Paradossalmente, la nuova situazione pastorale che il Signore ci presenta dinanzi può aiutare i presbiteri a vivere il proprio ministero in un modo più umano, più a livello della gente e meno da star, da padroni della comunità. Quando, infatti, un presbitero non ha più una singola comunità da accompagnare, ma diverse, non potrà più far dipendere il cammino della comunità dalla sua presenza, ma dovrà apprendere a valorizzare i carismi e a mettere in grado le persone della comunità ad assumersi le proprie responsabilità. Detto in altri termini: le comunità all’interno di una Unità Pastorale, soprattutto se si tratta di un’unità estesa sia geograficamente che di numero di abitanti, dovranno funzionare – pastoralmente parlando – senza la presenza costante del presbitero. Ciò comporta, da una parte, l’attivazione di percorsi formativi permanenti, che permetta ai laici le condizioni per assumere il servizio nella comunità nel quale viene inviato, dall’altra meno presbiteri tutto fare e onnipresenti, e più presbiteri strumenti di comunione, lievito invisibile nelle comunità. Forse è all’interno di questa impostazione pastorale che potrà maturare nell’anima del presbitero quello stile di libertà che caratterizzava lo stile di Gesù, che non spadroneggiava sul gregge o sui discepoli e discepole che formava lungo il cammino, ma li lasciava maturare ognuno con i suoi tempi. Pensiamo al cammino di Pietro o di Tommaso, ma anche di Paolo e della Maddalena. C’è ancora veramente molto su cui riflettere in questa nuova impostazione pastorale. 

venerdì 13 marzo 2015

LE UNITÀ PASTORALI VISTE DALL'AMERICA LATINA: UNO SGUARDO DIVERSO





Paolo Cugini

 Guardare il cammino della chiesa italiana da quell'angolo di mondo che ha visto il fermento delle Comunità Ecclesiali di Base (Cebs) può senza dubbio aiutare a cogliere sfumature che difficilmente si percepiscono quando si osserva un fenomeno troppo da vicino e, soprattutto, da un unico punto di vista. Del resto, una delle tante caratteristiche dello Spirito Santo che inventa e guida la Chiesa affinché divenga sempre segno visibile della presenza del Signore risorto, è quella dell’imprevedibilità, della creatività. Ciò significa che non solo non bisogna fissarsi troppo sui modelli ecclesiali sorti storicamente, ma anche e soprattutto, che bisogna essere attenti ai segni dei tempi e ai cambiamenti che questi segni esigono. La libertà dei figli di Dio, che lo Spirito Santo suscita, dovrebbe poter manifestarsi nella capacità di staccarci dalle forme religiose storiche, per essere pronti ad abbracciare quello che lo Spirito Santo suscita nella chiesa. Se c'è qualcosa che è chiaro e sorprendente leggendo i racconti delle prime comunità cristiane, è quello di essere sempre all'avanguardia nei tempi, anzi spesso e volentieri di essere qualche metro più avanti. Quelli allora che ci appaiono come problemi insormontabili, che non ci fanno dormire alla notte, alla luce della presenza misteriosa dello Spirito Santo, che soffia dove vuole e come vuole, dovrebbero sempre di più apparire come possibilità nuove, come cammini nuovi che il Signore ci sta presentando ai nostri occhi.

Se le caratteristiche delle comunità di base latinoamericane sono la partecipazione attiva dei laici e la centralità della Parola di Dio, quelle delle parrocchie italiane sono il sacerdote e l’Eucarestia. La parrocchia italiana nasce con la presenza del sacerdote residente. Su questo rapporto stretto tra parroco e parrocchia nasce e si sviluppa anche una specifica spiritualità, che vede nella comunità parrocchiale la sposa del parroco. Per questo, una volta entrato in parrocchia il parroco non si spostava più: era inamovibile. Non può, infatti, lo sposo abbandonare la sposa e per questo le rimane fedele fino alla morte. Questa identificazione stretta tra parroco e comunità parrocchiale è ben visibile anche nelle sagrestie parrocchiali nelle quali spesso viene riportato la lista di parroci che l’hanno servita. Se la comunità esiste quando c’è un parroco, è chiaro che non si è mai fatto nulla per mettere in grado i laici di guidare una comunità, di celebrare la Parola. Forse sarebbe meglio dire che non solo non si è fatto nulla, ma non è mai venuto in mente. Del resto, l’abbondanza impressionante di sacerdoti durante i secoli, non ha fatto mai sospettare la possibilità di un cambiamento tanto radicale come quello avvenuto negli ultimi decenni. Se la parrocchia è sempre stata pensata a partire dal parroco, è veramente molto difficile cambiare l’impostazione, anche perché nei secoli i fedeli si sono abituati a pensare la comunità in funzione di figure stabili, che risiedevano nella comunità per decenni e, spesso e volentieri, risolvendo tutte le problematiche legate alla vita di comunità. Che bisogno c’era, infatti, d’interessarsi della catechesi o della liturgia se in una parrocchia di 300 abitanti c’era il parroco residente? Nel tempo, la spiritualità della gente di una comunità ha sempre dipeso dalla spiritualità del parroco.

Le unità pastorali nascono esattamente in questa prospettiva, tentando, cioè, di rispondere a questo problema: in che modo le parrocchie possono essere servite dal sacerdote nell'epoca della crisi di vocazioni? Se la parrocchia dipende dalla presenza del sacerdote è chiaro che la comunità non esiste senza questa presenza. Nelle comunità di base latinoamericane il centro non è il parroco, ma il popolo di Dio, anche perché la comunità non s’identifica con una persona, ma con l’assemblea riunita attorno alla Parola. E' per questo motivo che il grande lavoro svolto nel cammino di Chiesa latinoamericano è avvenuto sulla formazione dei laici, per metterli in grado di celebrare la Parola, di svolgere le funzioni religiose della comunità, compresi i funerali e i matrimoni. Chiaramente, non si tratta di contrapporre dei modelli ecclesiologici, o di dire qual’è il migliore. Si stratta solo di guardare un problema da un altro punto di vista e provare ad ascoltare l’effetto che fa. Senza dubbio, guardare il problema pastorale, così come si sta configurando nella realtà italiana, dalla prospettiva latinoamericana fa un certo effetto. Infatti, dove in Italia si pone l’accento sulla crisi (di vocazioni) e dove tutte le problematiche pastorali sono viste in funzione o alla luce della suddetta, guardando questa crisi di vocazioni con il cannocchiale latinoamericano sembra si tratti, in realtà, di un’abbondanza.

La storia delle parrocchie italiane è antichissima. Ci sono parrocchie anche piccole che risalgono al secolo 12º o anche prima. Si percepisce molta sofferenza da parte delle persone di una piccola parrocchia che in poco tempo e quasi per decisione d’ufficio, viene accorpata ad altre, perdendo la sua identità e, per certi aspetti la sua storia. Bisognerebbe avere la pazienza di accompagnare le comunità parrocchiali verso il nuovo modello di comunità che si vuole mettere in atto. Non si può spazzare via una tradizione secolare solamente per rispondere a quelle che vengono percepite come esigenze impellenti. Guardare il problema da un altro punto di vista, può aiutare a percepire il fenomeno in questione, non tanto come un problema, ma come un segno dei tempi, che ha bisogno di essere letto e interpretato. Si tratterebbe, allora, non semplicemente di creare queste strutture ecclesiali impersonali, chiamate unità pastorali – impersonali perché non hanno un’identità ecclesiale specifica, non hanno storia: sembrano proprio nate a tavolino – per rispondere sempre al solito problema della presenza del sacerdote nelle parrocchie in questo nuovo contesto pastorale. Alla luce dell’esperienza latinoamericana si potrebbe leggere la situazione come un’occasione – un segno dei tempi? – che il Signore sta presentando alla sua chiesa per investire maggiormente sulla formazione dei laici. Questo non significa che sino ad ora non si è fatto nulla in questa prospettiva. Anzi, molto si è fatto anche in Italia, soprattutto dopo le indicazioni del Concilio Vaticano II. L’impressione, però, è che l’alto livello della formazione offerta, non corrisponda poi al coinvolgimento dei laici nelle comunità. Meno presenza dei sacerdoti nelle singole comunità, potrebbe significare la possibilità una presenza più qualificata, più ministeriale dei laici nelle suddette. Perché allora, laici debitamente preparati, non potrebbero celebrare la Liturgia della Parola domenicale, con la distribuzione dell’Eucarestia per opera dei ministri straordinari? E perché non potrebbero celebrare i funerali o organizzare in modo diverso e più comunitario le benedizioni alle famiglie? L’attuazione ministeriale effettiva nelle comunità parrocchiali, renderebbe più significativo il cammino di formazione proposto ai laici. Oltre a ciò, diverrebbe anche più visibile e, allo stesso tempo necessaria, una corresponsabilità sempre maggiore dei laici nella vita della comunità.


Mettersi dal punto di vista dell’altro aiuta a vedere meglio il proprio punto di vista. Non si tratta di copiare modelli pastorali per trasportarli da un posto all'altro, ma semplicemente di guardare assieme lo stesso fenomeno con occhiali diversi e cogliere così sfumature diverse. Il tanto agognato scambio di chiese, può divenire efficace quando apprendiamo a fidarci, a confrontarci serenamente, ad uscire dall’auto-referenzialità. Probabilmente, solo così potremmo scoprire che, quello che da un punto di vista appare come un problema che ci toglie il sonno, dall'altro sembra essere un’ottima occasione per crescere.