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giovedì 23 ottobre 2025

PENSARE IL NUOVO PARADIGMA

 





Paolo Cugini

Sono ormai decenni che si parla di cultura postmoderna e di un mondo in cambiamento. Molti settori della cultura vengono definiti con il prefisso: post. C’è la percezione di un mondo dal quale si ha fretta a prendere le distanze, lo si vuole lasciar perdere. Le nuove generazioni nascono senza voler troppo sapere ciò che c’era prima, perché immerse nel qui ed ora, ma soprattutto nei mondi paralleli che le nuove tecnologie offrono. Comprendere il nostro mondo è un punto di partenza importante per imparare ad abitarlo in modo cosciente. Questo livello essenziale di comprensione della realtà non è semplice. Un aspetto che differenzia il nuovo contesto culturale con il vecchio è proprio questo dato. Siamo entrati in un mondo che è così complesso da rendere difficile una sintesi. Al contrario, il mondo moderno si caratterizzava per la semplicità del paradigma. Tutto, infatti, era riportato al soggetto, alla possibilità di descrivere ogni aspetto del sapere e della conoscenza in modo razionale, intellegibile. C’erano dei punti fermi nella modernità, che rendevano il dibattitto culturale possibile e comprensibile, perché le varianti in gioco erano conosciute da tutti. Oltre a ciò, la vita quotidiana era segnata da ritmi regolari, in cui religione, politica, giustizia e morale avevano un proprio spazio riconosciuto dalle altre forze in campo. Tutto sembrava armonico.

Eppure, nonostante le apparenze, tutto è crollato. La crisi ecologica che diviene sempre più evidente giorno dopo giorno e che preoccupa per i segnali di non ritorno che sta dando, è sotto gli occhi di tutti. La costante crisi economica su scala mondiale è il chiaro segnale che il sistema economico elaborato dalla modernità non era poi così efficiente. La crisi politica delle democrazie, che fanno fatica ad assorbire il costante dislivello delle classi sociali e l’aumento delle povertà, sta producendo il ritorno dei movimenti di estrema destra in tutto il mondo. Che dire poi della crisi che il cristianesimo sta vivendo, la religione che per secoli si è identificata con il mondo occidentale, elaborando magnifiche cattedrali, protagonista di ogni forma di intervento sociale creando scuole, università ospedali, sembra arrivato al capolinea. Sembra che in gioco ci sia proprio il modo di pensare tipicamente moderno, un modo che, cercando la perfezione, si è spesso dimenticato di includere la realtà e, con essa, la natura ogni volta che ha preteso di sistematizzare in uno schema il mondo ipotizzato. A mio avviso è questo metodo con il paradigma conseguente che è andato in crisi in modo definitivo. È la realtà che ha risposto ai sistemi elaborati nella modernità con un’invocazione sottesa: la ragione non può permettersi di ignorare la realtà. C’è dunque una razionalità che è sotto accusa, perché è la causa dei disastri a tutti i livelli che il mondo attuale sta assistendo. Il prefisso “post”, che troviamo oggi in varie dominazioni culturali, significa soprattutto la netta presa di distanza con quel modo di ragionare che sta portando al collasso il cosmo. Quella, dunque, che potremmo denominare la cultura del dopo, ha come significato sotteso la ricerca di una razionalità che sappia dialogare con la realtà e, soprattutto che non la inventi, creano mondi distopici, irreali, insensati. La cultura del dopo si trova, dunque, dinanzi un grande compito, quello di riscrivere i contenuti che guidano il vissuto quotidiano. La nuova razionalità ha come dovere fondamentale di mettersi in ascolto della realtà e, per questo, non può che entrare in contatto con la scienza, con ciò che coloro che ogni giorno sono in relazione con la natura, con il cosmo, con i micro e macrorganismo che osservano, comprendono, analizzano. È un cambiamento di paradigma fondamentale, che esige la disponibilità ad abbandonare per sempre quei metodi che sono alla base della distruzione del pianeta e delle culture.

I cambiamenti portano novità. Ciò vale, soprattutto, quando ci troviamo immersi in un cambiamento paradigmatico, come nel nostro caso. Cambiamento di paradigma significa cambiamento di mentalità, di modo di pensare, di valutare le cose. Non è facile assimilare il nuovo, perché richiede la disponibilità ad abbandonare il vecchio, a considerare sorpassati i modi di approccio alla realtà adottati per tanto tempo. Ci può convincere l’evidenza contundente sia del crollo sistematico del mondo che era, sia la forza travolgente del nuovo che avanza. La tentazione di chiudersi in se stessi, di fare finta che non stia accadendo nulla, mettere la testa sotto la sabbia non serve a nulla. Prima o poi occorre fare i conti con il nuovo che avanza a ritmi impressionanti. Sono nuovi criteri che sono entrati in gioco e che continuano ad entrare a causa della grande rapidità dei cambiamenti in atto. Proprio quello della rapidità è una delle caratteristiche peculiari del nuovo paradigma culturale in continua formazione. Rapidità significa, da una parte, la difficoltà di accompagnare i cambiamenti mentre, dall’altra, la grande capacità di adattamento alle nuove situazioni che vengono a crearsi. Si è, così, passati da un modo di vivere basato su valori che sembravano eterni, ad un modo di stare al mondo che dipende dagli eventi del tempo presente. Il dato della rapidità dei cambiamenti in atto pone l’attenzione sulla razionalità da attivare. Abituati nella modernità a tempi lenti, per certi aspetti eterni, nel senso che i punti di riferimento culturale non cambiavano mai, diventa difficile adattarsi ai nuovi ritmi di cambiamento.

Ci si può chiedere se per essere attuali sia necessario essere in grado di utilizzare tutto ciò che il nuovo quadro culturale offre. In fin dei conti, l’identità personale da cosa dipende? La risposta a questa semplice domanda rivela già il livello di cambiamento in atto. Se diciamo, infatti, che l’identità di una persona, il suo posto nella società e, dunque il suo valore, dipende da un riferimento ideale di valori che orientano il vivere comune, ci poniamo immediatamente nella ziona del “pre”, di ciò che era e che non è più. Una caratteristica di ciò che stiamo vivendo è la totale irrilevanza dei criteri assoluti, che hanno orientato il mondo occidentale per molti secoli. La ricerca del fondamento, caratteristico della metafisica classica, ricerca importante non solo nel mondo filosofico, ma anche religioso, non è più un bisogno avvertito dalle nuove generazioni. Ciò che oggi è importante e che dà valore all’identità personale è l’immagine, la visibilità. È attuale chi è visibile. Si prendono sempre più decisioni sia personali che collettive a partire dalle opinioni incontrate nelle piattaforme mediatiche. Vale ciò che pensano gli altri. Che poi si tratti di una massa manipolata, è un altro discorso. Entrare in questo mondo significa apprendere a navigare sulla debolezza di un pensiero che non cerca profondità, ma solo di convincere. 

Per chi viene da una formazione filosofica e religiosa l’attuale contesto culturale è preoccupante. Una cultura che si fonda sull’immagine è fragile e debole e spinge ad un continuo cambiamento senza fondamento. Anche la ragione diviene strumento non per orientare delle scelte coerenti, ma a servizio di una logia della persuasione che non crea futuro, ma solo la capacità di abitare tanti mondi diversi a volte contemporaneamente. 

giovedì 18 aprile 2024

PERCHÉ LA RELIGIONE STA SCOMPARENDO NEL MONDO OCCIDENTALE?

 




 

Paolo Cugini

 

In questi primi mesi della missione a Manaus, capitale dello Stato dell’Amazzonia, incontrando per le strade del quartiere in cui vivo, che si chiama Compensa, oltre alle comunità cattoliche che accompagno, tantissime chiese evangeliche, penso che nessuno o quasi nel popolo brasiliano sia senza religione. Anche coloro che, infatti, non frequentano una chiesa specifica, esprimono una fede in Dio. Questo dato mi pone molte domande, tra le quali ce n’è una che, per certi aspetti, mi fa male, ed è questa: perché in uno dei paesi più religiosi al mondo, un paese che vede un grandissimo numero di chiese cristiane c’è così tanta povertà, così tanta disuguaglianza? I due dati sono legati? Il cristianesimo incide nei processi sociali in modo negativo? A questa prima domanda tenterò una risposta in un articolo successivo. Oggi cerco, invece di rispondere ad una seconda domanda.

Come mai in Occidente la religione sta scomparendo? È questa la sensazione che da alcuni anni si percepisce fisicamente, nel senso che è visibile il calo impressionante dei fedeli nelle chiese, dei genitori che chiedono il battesimo dei loro figli, dei giovani che cercano una chiesa per sposarsi. Anche il numero di funerali religiosi è calato in modo impressionante. Gli stessi seminari, un tempo gremiti di giovani desiderosi di divenire sacerdoti, vengono venduti, o imprestati, in ogni modo sono spazi evidentemente sproporzionati per l’esiguo numero di giovani che oggi li frequentano. Che cosa sta succedendo? Sembra che ci sia tutto un mondo, un modo di vivere nel mondo che ha segnato secoli di storia occidentale, che è il mondo religioso modellato dal cristianesimo nelle sue varie forme e, in modo specifico, il cattolicesimo, stia andando a rotoli e, il dato più impressionante è che questo cambiamento epocale stia avvenendo in modo rapidissimo.



La domanda provocante a questo punto è questa: perché? Perché sta succedendo? Perché la religione sta morendo nel mondo occidentale?  Più che la religione con le sue sfumature, sta morendo un modo di rappresentare Dio, un modo di vivere la relazione dell’uomo e della donna con Dio, quel modo che, nel mondo Occidentale, è stato presentato dal cattolicesimo. Che cosa in fin dei conti viene rifiutato attualmente della forma religiosa occidentale, perlomeno, così come si è manifestata nel tempo?

Prima di tutto l’istituzione. C’è chiaramente un rifiuto del modo autoreferenziale in cui la Chiesa ufficiale si pone. La cultura post-moderna, segnata da un pensiero debole (Gianni Vattimo) e dalla modernità liquida (Zygmunt Bauman) rimane indifferente dinanzi a pronunciamenti unidirezionali e a manifestazioni ufficiali di sapore medievale, come i pontificali e lo sfarzo ostentato di indumenti che non riescono a comunicare i contenuti che vorrebbero. La Chiesa non ha saputo attualizzare il suo modo di celebrare i misteri in un contesto come quello in cui viviamo, nel quale l’immagine è quasi tutto. Infatti, lo spettacolo offerto è antiquato e puzza di roba vecchia. Le nuove generazioni sono alla continua ricerca di messaggi nuovi, capaci d’intercettare i loro desideri e non trovano per nulla attraente il messaggio sbiadito e ammuffito della Chiesa. Piviali, cotte, sottane, pizzi, turiboli e altre suppellettili del genere, più che essere elementi che contribuiscono a esprimere un mistero, nell’attuale contesto culturale provocano più che altro ripugnanza e derisione. Il problema, a questo punto è il seguente: come mai coloro che guidano questa secolare istituzione non se ne accorgono? Sembra la storia del re nudo.



In secondo luogo, va sottolineata l’incapacità dell’istituzione Chiesa di dialogare con la modernità. Sui temi più importanti dell’attualità, come il tema del genere, dell’omosessualità, ma anche dell’eutanasia e altro, la chiesa cattolica presenta gli stessi argomenti che avrebbe presentato al tempo di San Tommaso, vale a dire nel XIII secolo. La Chiesa è rimasta lì e sembra non volersi schiodare dal suo passato glorioso. Del resto, nella Fides et ratio,  un documento ufficiale del 1998, quindi abbastanza recente, l’allora pontefice Papa Giovanni Paolo II affermava che, ancora oggi, la teologia ufficiale della Chiesa cattolica è il tomismo, vale a dire la teologia elaborata da santo Tommaso d’acquino, morto nel 1274. Quella stessa istituzione che nel 1832 nell’enciclica Mirari vos  di papa Gregorio XVI condannava sia la libertà di coscienza che la libertà di stampa, oggi vuole sostituirsi alle coscienze delle singole persone su temi cruciali che esigono la libertà di coscienza. Questa autoreferenzialità il mondo postmoderno non l’accetta. Il dato significativo è che, mentre sino a qualche decennio fa, chi la pensava diversamente dalla Chiesa cattolica contestava con argomentazioni, oggi, dinanzi alle prese di posizione della Chiesa, la risposta è il disinteresse o, al massimo, l’ironia.

Un’ultima osservazione. Per tutto quello che sta avvenendo nell’istituzione cattolica, quello che il mondo fa fatica a vedere è la presenza dei contenuti del Vangelo di Gesù. Può sembrare un giudizio duro, ma è quello che si vede, si sente, si ascolta. Il Vangelo è un messaggio semplice, che le persone semplici comprendono. È un messaggio di pace in un mondo di conflitti. È un messaggio di giustizia in un mondo devastato dalla corruzione. È un messaggio di uguaglianza in un mondo in cui le disuguaglianze sono sempre più stridenti. Il Vangelo è il messaggio di Gesù che da ricco che era si fece povero per condividere con i poveri la sua ricchezza, mentre l’immagine che la chiesa offre nei suoi pontificali, nei suoi palazzi, nei suoi principali rappresentanti è quella di essere un’istituzione che vuole contare e non vuole mollare il potere. Questo si vede, si sente, si percepisce.

 

sabato 14 agosto 2021

IL CRISTINAESIMO: UNA RELIGIONE?

 



Paolo Cugini

 

    L’elaborazione razionale moderna che ha avuto nell’illuminismo l’apice più significativo e, per certi aspetti, rappresentativo, volendo interpretare la realtà, l’ha deturpata. La produzione avvenuta nel periodo moderno di sistemi a tutti i livelli, con la pretesa di spiegare la realtà, di mostrarne il cammino, l’hanno invece, ingabbiata in modo tale da provocarne la ribellione. Ciò che da decenni sta avvenendo a diversi livelli come il clima, la finanza, l’economia, la politica, solo per citare alcuni ambiti, è il risultato di questo processo di omologazione della realtà, con la presunzione che potesse essere colta nella sua complessità da un sapere pre-comprensivo. La realtà può solo essere ascoltata e, le proposte razionali che possono essere elaborate, vanno eseguite come conseguenza di questo primo inalienabile movimento di ascolto. I disastri dei metodi euristici moderni si sono visti anche nella scienza, come ha sapientemente mostrato Paul Feyerabend, affermando come spesso gli scienziati forzano la realtà, vale a dire i dati delle sperimentazioni, affinché si possa dimostrare le loro teorie. Non è la realtà che precede l’idea e la orienta, ma il contrario: l’idea che forza la realtà e la deturpa affinché l’idea sia dimostrata e vittoriosa.  In questa prospettiva, la fenomenologia ha rappresentato per la cultura occidentale un tentativo riuscito di cambiare percorso, di non anticipare la realtà, ma di coglierla per come si manifesta, accompagnarla e, a partire da questo punto di prospettiva, elaborare alcuni percorsi.

    Al processo di omologazione moderna, anche la religione non ha corrisposto ma, al contrario, si sta riproponendo in modo nuovo. È come se il processo di secolarizzazione le abbia fatto bene. Dopo essere passata per decenni sotto il fuoco incrociato dei sistemi materialisti ed esistenzialisti, ricevendo a più riprese il marchio di essere espressione di contenuti desueti, stanno emergendo forme sacrali spontanee, non vincolate da dogmi o dottrine, ma espressione dell’esperienza personale di auto-trascendenza. La critica moderna e la secolarizzazione hanno colpito duramente l’involucro esterno delle religioni, nelle loro formulazioni etiche, nel tentativo di rispondere alla sfida razionalista hanno rafforzato l’apparato concettuale e dottrinale che, in ogni modo, si è rivelato troppo pesante e inadeguato. Da un lato, assistiamo al fiorire di percorsi religiosi sganciati dalla proposta delle grandi tradizioni religiose, percorsi individuali, o di piccoli gruppi, alla ricerca di un benessere personale più che comunitario. Dall’altra, il processo di secolarizzazione non ha promosso un superamento della religione, ma una sua mutazione di senso. Ciò è visibile in modo particolare nel cristianesimo, come ha sostenuto Dacquino, perché: “all’interno della differenziazione funzionale della società, mostra lo specifico socio-culturale dell’esperienza religiosa”. Senza dubbio, questa metamorfosi ha provocato un dibattito interno del cristianesimo stesso, tra coloro che sostengo la bontà della relazione tra ambito sociale e più strettamente sacrale e coloro che, ritengono questo connubio la negazione della missione della religione, che dovrebbe essere relegato solamente alla sfera sacrale e trascendente. L’aspetto più significativo di questo dibattito all’interno del cristianesimo è la messa in discussione dell’identità religiosa.

In fin dei conti il cristianesimo è una religione? Forse è questo uno dei contributi più significativi, anche se inaspettati, della secolarizzazione. Mettere in discussione la struttura religiosa del cristianesimo significa osservarlo da un nuovo punto di vista, non da quello sacrale, ma dal principio fondante su cui si è strutturato, vale a dire l’Incarnazione. Il Dio che entra nella storia rende inutile qualsiasi rivestimento sacrale, perché d’ora innanzi il divino è accessibile senza alcuna mediazione. È l’immediatezza del divino nella storia che provoca il processo di destrutturazione deli apparati sacrali della religione. Nonostante questo, il cristianesimo sin dall’inizio non rinuncia al sacro, ma anzi ne fa uso abbondantemente, assorbendo dal mondo pagano, in modo particolare dal Sacro Romano Impero, una quantità significativa di materiale che il cristianesimo ha utilizzato per il proprio rivestimento sacrale. Oltre a ciò, la produzione teologica del millennio medievale farà di tutto per coprire di significati razionali i rivestimenti sacrali del cristianesimo, trasformandolo in religione. Uno degli aspetti più significativi dell’epoca post-moderna consiste nell’attivare processi di decostruzione, che sono, allo stesso tempo, processi di smascheramento a tutti i livelli. Ebbene, il cristianesimo, sta passando il vaglio di questo processo, recuperando da una parte, l’essenza della propria proposta contenuta nell’Incarnazione e, dall’altra, avendo la possibilità di lasciarsi alle spalle secoli di oscurantismo intellettuale e di confusione sacrale. Un ritorno alle origini, dunque, è la grande opportunità dell’epoca post-moderna. In questo processo di smascheramento un grande merito l’ha avuto, per le considerazioni fatte sopra, la secolarizzazione, che più o meno involontariamente ha aperto una nuova stagione per il cristianesimo. Sganciandosi, infatti, dal marchio religioso può avere la possibilità di manifestare il contenuto specifico della propria proposta sia sul paino personale che sociale. Non solo, ma come afferma Dotolo: “la fine dell’equazione tra cristianesimo e religione è, o può essere, l’inizio di un diverso approccio al dire Dio, senza appiattimenti a buon mercato di un ideale regolativo che incide anche sulla qualità dell’esistenza”.

 

giovedì 11 gennaio 2018

LA CHIESA HA DAVVERO ANCORA BISOGNO DI PRETI?



[pubblicato su NOTICUM, gennaio 2018]


Paolo Cugini

Ogni contesto culturale produce i suoi protagonisti a tutti i livelli della società civile. C’è stata l’epoca delle contrade e l’epoca degli artigiani. C’è stato un tempo in cui il mondo romano era diviso tra patrizi e plebei. E mentre l’Occidente inventava la stampa, nelle culture andine dell’America Latina, la civiltà sviluppava una cosmogonia in cui uomo, donna, animali e piante erano in perfetta armonia. Oggi, invece, dominano i super mercati, perché rispondono meglio alle esigenze del nuovo modello globalizzato di società e di economia. Non a caso i supermercati li troviamo in ogni angolo del pianeta. In ogni latitudine del pianeta e in ogni epoca troviamo forme di religiosità con i suoi templi e i suoi sacerdoti. Ci sono dei dati antropologici universali come la religione e dei modi contestualizzati di viverli. Nella storia delle religioni gli attori che ruotano intorno al sacro non sono solo uomini, ma anche donne. Mutano le condizioni sociali, mutano allo stesso tempo gli attori del sacro.
Anche la Chiesa, che è un’istituzione umana che risponde a logiche del mondo e, di conseguenza, anche lei è soggetta a mutamenti nel corso dei secoli, ha mutato durante i secoli sia la ritualità attraverso cui esprime l’evento originario, sia la tipologia di coloro che sono addetti ai riti religiosi.  Certamente la Chiesa ha un mandato divino e si alimenta di Dio, ma il modo di gestirla utilizza criteri umani. Come tutte le istituzioni che durano nel tempo, anche la Chiesa fa fatica ad adattarsi ai mutamenti necessari. Il passare del tempo provoca assestamenti strutturali che vengono identificati come identitari e, di conseguenza, immodificabili. Tutto ciò avviene quando una tradizione culturale o religiosa perde il contatto con la sua origine, oppure quando tra l’origine e il presente della storia s’interpongono tradizioni di provenienza esterna, che modificano l’identità della struttura stessa. La mancanza di un gruppo di sapienti, che mantengono il contatto con l’origine e che può allertare la base di un movimento politico o religioso delle distorsioni in atto, provoca lentamente e progressivamente la base identitaria del gruppo. E così, può succedere e di fatto succede, che una religione o un gruppo politico con il tempo si trasforma, allontanandosi dalla sua origine da risultare pressoché irriconoscibile. Le mutazioni all’interno di una struttura sociale, religiosa e politica sono inevitabili e, per questo, occorre essere in grado di accompagnare i cambiamenti per non correre il pericolo di distruggere il contenuto originario.

Muta, in questa prospettiva, all’interno della religione cattolica in questa epoca denominata di post-cristianesimo, anche la figura del prete, il suo modo d’intenderlo, la sua funzione nella comunità. Questo cambiamento è nella regola delle cose della società civile. Sono i cambiamenti culturali che dettano le indicazioni per i cambiamenti di tutte le strutture che ne fanno parte e che non vogliono perdere il loro posto. Nelle epoche denominate di passaggio, come quella che stiamo vivendo, il pericolo consiste nel non coglierlo e nel non riuscire a intuire i cambiamenti necessari per permettere alla propria struttura di rimanere dentro. Che cosa, allora, dovrebbe cambiare nella modalità del prete cattolico di esercitare il suo ministero? Ancora di più è possibile chiedersi: è proprio necessaria questa figura nel nuovo quadro culturale e sociale che si sta configurando?

Se è vero, come c’insegnano i documenti della Chiesa e una lunga tradizione che deriva dai Padri della Chiesa, che è l’Eucarestia che fa la Chiesa, allora occorre mettere le comunità cristiane in grado di nutrirsi di essa. Nell’attuale contesto culturale è in atto, da alcuni decenni, una progressiva e inarrestabile diminuzione del clero, di coloro chiamati cioè a presiedere le comunità per celebrare l’Eucarestia. In Italia, ma non solo, già da qualche anno sono in atto nelle Diocesi delle proposte per arginare il problema. La più significativa è quella delle Unità Pastorali, che vede il raggruppamento di alcune parrocchie affidate ad un solo parroco. Con l’andare del tempo, questo nuovo modello di ristrutturazione delle parrocchie non permetterà più alle comunità di avere la possibilità dell’Eucarestia domenicale. Del resto, questo problema è già visibile nelle parrocchie delle nostre montagne e in altri paesi come la Francia.

Perché non cambiare sistema? Se il problema è permettere alle comunità cristiane di alimentarsi dell’Eucarestia perché insistere con il modello del prete celibe e votato alla Chiesa per tutta la vita? Perché non provare a proporre figure più al passo con i tempi, persone che offrono un servizio limitato nel tempo? Si potrebbero ordinare persone della comunità, di fede provata il cui carisma è riconosciuto dalla stessa comunità. Che tipo di persone? Persone celibi o sposate, uomini o donne. Si anche donne. E’ inutile, infatti, che la Chiesa continui a parlare di genio femminile, se poi esclude le donne dalla possibilità di guidare una comunità. Non può la Chiesa farsi da paladina della lotta contro le ingiustizie causate dalle disuguaglianze sociali, quando esclude le donne dalla possibilità di far parte dei quadri che dirigono le sorti della Chiesa. In fin dei conti si tratta di mantenere viva la fede del Popolo di Dio e, di conseguenza, occorre fare di tutto affinché i fedeli si alimentino del Signore.
Perché la Chiesa resiste così tanto al cambiamento? Non è un problema di Vangelo, ma di potere. Abituata da secoli ad essere significativa e incisiva in Occidente sul piano politico e sociale, avere totalmente a disposizione un schiara di uomini celibi per tutta la vita, qualificati e sottopagati, vuole dire molto. Togliere questo esercito di uomini che firma un giuramento di totale obbedienza all’istituzione, significa privarsi di quella struttura specifica che ha espresso il modo della Chiesa di stare nel mondo. A mio avviso la Chiesa non rinuncerà mai a loro. Si terrà stretta questa schiera di uomini celibi votati fino alla morte a Lei, sino al momento in cui ne rimarrà uno solo. Chi è abituato a comandare, fa fatica ad attorniarsi di persone con cui interloquire alla pari. Nel frattempo sarà la base, il Popolo di Dio che si organizzerà per mantenere viva la fede. L’ho visto fare in America Latina. Siccome il prete passa raramente nelle comunità, sono le persone stesse che vivono in comunità che si organizzano per leggere settimanalmente la Parola di Dio e celebrare alla domenica. La fede è più forte di qualsiasi istituzione. Questo lavoro di base contaminerà anche la struttura della Chiesa. Per ora, sarà importante modificare lentamente il cammino delle comunità per metterle in grado di sopravvivere. In questo modo la notizia della caduta del palazzo sarà meno rumorosa.

Per le Unità Pastorali, che avranno la tendenza in futuro di aumentare di dimensioni, si potrebbe pensare ad una figura che coordini il lavoro pastorale ed economico delle parrocchie coinvolte. Mentre per la guida della comunità, scelta tra il popolo delle comunità, si potrebbe pensare ad una remunerazione frutto del contributo della stessa comunità, per i coordinatori delle Unità Pastorali, che potrebbero essere svolti da laici debitamente preparati, si potrebbe pensare ad uno stipendio con il contributo dell’otto per mille. In questo modo, si uscirebbe dallo schema prevalentemente monastico della guida della comunità, che la vede separata dal popolo di Dio, per uno più conforme alle esigenze del tempo. Due figure, allora, si delineano nel cammino della Chiesa futura: quello del presidente dell’assemblea eucaristica, che celebra l’Eucarestia e quello del coordinatore delle Unità Pastorali. Queste figure pastorali esigono anche una spiritualità nuova che le alimenti e cammini formativi differenziati. Se le guide della comunità sono scelte tra coloro che vivono nella stessa e che probabilmente sono sposate, la spiritualità dovrà rafforzare il significato e il vissuto della vita matrimoniale. In questa prospettiva i seminari, così come oggi sono concepiti, non saranno più necessari, perché la formazione delle guide delle comunità avverrà all’interno della comunità stessa. Senza dubbio, si potranno prevedere percorsi formativi specifici, ma la maggior parte del percorso formativo è bene che sia realizzato nella comunità. Se fino ad ora la figura della guida della comunità aveva nel celibato il segno di un’appartenenza esclusiva a Dio e, per questo, viveva distante come stile di vita dal resto della comunità, ora è sempre più richiesta una figura di guida che condivida lo stile di vita della comunità.


Cambiando il tipo di figura della guida della comunità, cambia anche la spiritualità. Un presidente dell’Eucarestia preso fra il popolo e probabilmente sposato, non può alimentarsi con una spiritualità di stampo monastico, com’è quella del prete. La Chiesa dovrà provvedere ad elaborare una teologia laicale capace di andare incontro alle nuove esigenze. Oltre a ciò, pensando anche a presidenti dell’eucarestia donne, come del resto avviene da decenni anche in alcune chiese protestanti, si dovrà sviluppare sempre di più una teologia femminista capace di raccogliere le sfide dello sguardo femminile sulla realtà. Ci sarà, quindi, bisogno di una spiritualità meno di élite e più incarnata nella vita della gente. Probabilmente il tipo di teologia che elaborerà questo stile di Chiesa incarnato in mezzo al popolo di Dio, sarà meno esigente, meno propensa a porre dei pesi insostenibili alle persone – si pensi alla morale sessuale cattolica – e più al passo con la vita della gente. Ci troveremo dinanzi ad un cristianesimo che lavora meno sul sacro, ma avrà un volto più umano, molto più simile, cioè, al Gesù dei vangeli. Il mondo scristianizzato della nostra epoca post cristiana avrà la possibilità di vedere una chiesa più aderente al Vangelo, più alla ricerca dell’essenziale che della pompa. Come in tutte le cose e in tutte le istituzioni sociali e politiche, dallo stile dei capi si capisce il valore di un’istituzione. 

sabato 8 luglio 2017

IL CONTESTO: CONDIZIONE POST-CRISTIANA, RIEVANGELIZZAZIONE, NUOVE FORME DEL BISOGNO RELIGIOSO





VERONA, 6 LUGLIO 2017
Relatore: Carmelo Dotolo
Sintesi: Paolo Cugini

Qual è lo spirito dei nostri tempi? Rischio di forzature interpretative.
Il contesto appartiene a quella azione dello Spirito che ci fa leggere il contesto come partner del processo di comprensione dell’evangelizzazione. Il contesto non è opzionale, non è aggiuntivo. Il contesto non è l’etichetta che attraverso un termine nuovo ci permette di fare un frullato migliore. Il contesto deve entrare NEL PROCESSO DI RICOMPRENSIONE DELL’Identità CRISTIANA. Scegliere un’analisi del contesto significa operare una selezione interpretativa. Il contesto è oggetto ambivalenza d’interpretazione.
Occorre cogliere alcuni elementi che possono diventare decisivi perché il contesto ci aiuta a cambiare paradigma interpretativo.

La riforma implica un cambiamento del paradigma. Se non ho la chiarezza e non condivido il paradigma lo sforzo diventa impossibile. Come si fa una riforma? Il LG troviamo una serie di modelli ecclesiologici che sono contraddittorie e spesso conflittuali. Ogni modello può giustificare qualsiasi lettura contestuale.
La condizione post cristiana la interpreto come paradigma dei nostri giorni, l’architettura del nostro tempo entro la quale dobbiamo rileggere la possibilità di suggerire percorsi itinerari e percorsi di evangelizzazione. La prima preoccupazione è quello di comprendere la concezione post cristiana non è indifferente ai processi di evangelizzazione al nostro modo di credere, di pregare. Le nuove forme del desiderio religioso sono una sorta di banco di prova rispetto a come una lettura del paradigma funziona su eventuali modelli di evangelizzazione. Non è semplicemente una lettura di sociologia.

Esigenza di un cambiamento preme all’interno della nostra società e cultura. Se riteniamo che la cosa vanno cambiate senza cambiarle è probabile che facciamo scelte che vanno in un’ottica che non è il Vangelo.
Quando si va verso un cambiamento che la storia, le culture provoca, nella storia del cristianesimo si pone sempre una domanda: che cos'è il cristianesimo? Qual è l’essenza del cristianesimo? Dopo Costantino s’inizia quella che alcuni chiamano la fine del cristianesimo delle origini. C’è la crisi di un’identità Cristian. Attorno all'anno mille c’è la crisi della forma del cristianesimo. Modernità scopri che c’è un’alterità. Questa domanda mostra come una forma di cristianità sembra avere una sorta di conclusione nel momento in cui il movimento culturale pone questioni nuove al cristianesimo. La forma non funzione più perché non corrisponde più all'orizzonte, alle attese dell’uomo. La domanda è: qual è il cristianesimo?
Nel ‘900 nasce la provocazione maggiore. Harnack disse che l’essenza è il Vangelo di Gesù Cristo. Nella logica della storia sembrava essere un’eresia a partire dalle forme giuridiche, istituzionali. A partire da questo momento si capisce che si doveva ritornare alle origini, allo stile di Gesù di Nazareth, quasi ad indicare che la storia delle forme che hanno dato un volto al Vangelo hanno dimenticato la freschezza delle origini.

Vaticano II: finalmente è finita l’epoca costantiniana del cristianesimo in cui la religione cristiana non è più il collante sociale della nostra identità, dei valori. Per la prima volta il Vaticano II ha sigillato l’idea che il cristianesimo deve giocare le proprie credenziali nella logica della proposta qualitativa della sua identità. La presenza del cristianesimo dentro la realtà culturale in Italia è un dato di fatto. C’è un’idea che ritiene il cristianesimo una presenza ovvia, scontata che determina il nostro modo di fare. Perché andare a preoccuparci di evangelizzare? Che cosa dobbiamo evangelizzare?

C’è un sottofondo patrimoniale culturale che si ritiene cristiano. Questo sistema è andato in crisi. Il cristianesimo è diventato sempre di più un’esperienza da museo. È un’esperienza che ci appartiene: nascita, matrimonio, morte. In alcuni tessuti regionali c’è un’iniziazione cristiana. Se questo non fosse un problema, perché evangelizzare? E c’interroghiamo vuole dire che c’è qualcosa che non funziona?
Nessuno più oggi discute animatamente o si contrappone al cristianesimo. È la logica dell’indifferenza, accettazione della differenza quando questa non calpesta il mio orto. Nei confronti del cristianesimo c’è una sorta d’indifferenza. È il cristianesimo della lepre, quella che rincorre il mondo, per questo c’è bisogno degli eventi per riaffermare il nostro modo di essere.

Post cristianesimo è quella condizione in cui il cristianesimo è sullo sfondo, utile ai buoni sentimenti, che non producono modifiche strutturali. È il cristianesimo delle feste, dove si sta assieme. E’ il cristianesimo che non deve disturbare lo spazio pubblico e che quindi non deve avere una forza profetica. È una sorta di elegante reindividualizzazione privatistica dell’esperienza cristiana. E’ il cristianesimo che ha rinunciato d’incidere. Quando parliamo di cristianesimo allora a che cosa ci riferiamo?

La forma che il cristianesimo deve assumere oggi non può più essere quello di una volta. Deve diventare un cristianesimo alter-nativo. Diverso volto dell’essere cristiano.
La condizione post cristiana non vuole dire che dobbiamo svendere la nostra identità, ma che dobbiamo reinventarla, ritradurre la nostra identità. Dobbiamo chiederci qual è oggi la forma dell’identità cristiana al punto che produce un’interpretazione liberante.

Il paradigma che vuole corrispondere ad una condizione post cristiana sta nel recuperare la centralità di Gesù di Nazareth. È un conosciuto ignoto. Gesù è conosciuto, ma ignoto rispetto alla nostra identità. Le sue parole, il suo stile, i suoi segni sembrano essere nel dimenticatoio.

Stiamo vivendo una nuova forma di positivismo. Tutto ciò che funziona è nella logica dei benefici. Si sta verificando una forma di neo ateismo naturalistico per cui funziona solo ciò che dà risposta immediata. Ciò che conta, conta immediatamente perché mi dà benefici. È la logica della religione via internet.
Anche il bisogno religioso che è una delle forme più importanti sta entrando nella logica della funzionalità.
Recuperare l’identità del cristianesimo. Gesù opera tre spostamenti.
-          Spostamento antropologico: tenerezza, attenzione
-          Spostamento interpretativo dell’esperienza religiosa. Provoca uno spostamento in ordine al desiderio di spiritualità.

-          Spostamento sull’immaginario di Dio. La provocazione di Gesù modifica l’immaginario teologico. Rompe quella che è una familiarità psicologica con l’idea. La porta oltre. Non è stato semplice questo spostamento. Dio è l’itinerario, l’orizzonte, il senso. Gesù traduce l’orizzonte del senso. È un’interpretazione che sposta una logica, per cui Dio va al di là delle logiche.
Gesù realizza questi spostamenti attraverso una dimensione profetica e messianica che decostruisce e ricostruisce. L’epoca post cristiana è favorevole per recuperare quel volto del cristianesimo ed evangelico che va a intercettare questi spostamenti che Gesù ha operato.
Nuove forme del bisogno religioso. Gesù fa emergere il potenziale dell’umano e lo lascia emergere nella logica del triplice cambiamento. Affinché questo si possa realizzare è necessario cogliere il contesto. Il lavoro dell’evangelizzazione deve cogliere i segni dei tempi. Oggi lo stare assieme è un segno.
Alcuni aspetti importanti per rileggere un cristianesimo che sappia essere protagonista:

-          Bisogno di autenticità. Desiderio di autenticità nelle relazioni, nella propria vita, nelle scelte discriminanti. Bisogno di liberarsi da abitudini vuote.

-          Recupero del mondo egli affetti e delle emozioni. Il mondo degli affetti si supera il criterio utilitaristico. È un mondo che non può sopportare razionalità a tavolino. Gioca sull’importanza del desiderio. Il desiderio a differenza del bisogno è qualcosa che non puoi appagare e ti permette sempre di andare oltre, e di non fermarti dinazi a nulla. Il desiderio è sempre rivolto all’altro, mentre il bisogno rivolto a me. Il bisogno vivnee sodisfatto, il desiderio nutrito nella crelazione con l’altro. Il bisogno è possessivo, il desiderio spinge ad andare oltre. Il recupero del mondo degli affetti, delle emozioni, del desiderio, è un aspetto importante nei processi di organizzazione dei percorsi pastorali.

-          Le relazioni. L’esercizio della relazione è fondamentale. La relazione mi pone nelle condizioni dell’incontro con l’altro non solo come utile e funzionale, ma come compagno di viaggio di un cammino di ricerca di senso, di libertà e di salvezza. È il paradigma del samaritano.
Cosa significa per una nuova forma di esperienza religiosa? Se il paradigma è Gesù e incontra alcuni segni dei tempi a tutti i livelli, quale può essere una forma di cristianesimo che risponda a questa idea?

-          Lavorare a delle identità progettuali, nelle quali divenire se stessi si giochi nella relazione con gli altri, con l’ambiente, con Dio. Dobbiamo aiutare le persone a crearsi una visione del mondo che sia aperta a progetti che siano capaci di creare quei tre elementi, quei tre cambiamenti che si diceva sopra. Identità consapevoli dell’originalità della proposta.

-          Lavorare ad un’esperienza credente empatica, capace di vivere l’incontro come risorsa di una differente convivialità. La stessa organizzazione pastorale deve portare a questo. Occorre pensare forme ministeriali che aiutino queste esperienze di convivialità


-          Esperienza di liberazione e riconciliazione. Recuperare qualcosa che stiamo smarrendo e cioè quella forza che ci fa essere fermi, accoglienti, e capaci di operare una decostruzione. Religione che sia contro culturale, capace di creare una cultura nella quale gli obiettivi del regno siano prioritari. Cristianesimo che lotti contro la disumanizzazione, il dissesto ecologico. Di fronte ai fenomeni attuali, chi è che sta criticando il sistema? Il cristianesimo che scomoda viene messo in un angolo. Occorre intervenire nella critica del sistema. Lavorare ad un cristianesimo che non disturba, è un cammino non evangelico. Gesù ha pagato perché ha destrutturato, altrimenti non si spiegherebbe la croce. Dobbiamo recuperare la profezia critica (Metz). 

sabato 29 aprile 2017

IL DOLORE NELLA CULTURA OCCIDENTALE (appunti)




(Intervento nel seminario sul tema del dolore- Studio Teologico Inter diocesano- Aprile 2017)


Paolo Cugini
C’è dolore e dolore. C’è un dolore naturale, quel dolore che affrontiamo nelle vicissitudini umane, come la malattia, la sofferenza interiore o come il dolore dovuto alle cause naturale. E c’è anche un dolore causato, un dolore che potrebbe non esserci, ma che invece appare a causa di un determinato modo di pensare, di rapportarsi con le cose, d’interpretare il mondo. C’è, allora un dolore che è causato da una cultura, da un modo di pensare: è di questo tipo di dolore che vorrei parlare. C’è il dolore dei poveri, causato dall’ingiustizia sociale prodotta dal modo d’intendere l’economia.
Alcune situazioni di dolore prodotto della cultura Occidentale:

1.      Il dolore degli eretici. Il dolore di coloro che esprimono un pensiero diverso rispetto al pensiero dominante, sia esso politico, sociale che teologico. Il dolore di coloro che sono stati uccisi a causa di un’idea teologica differente (675 giustiziati per eresia, senza contare quelli torturati, imprigionati, le streghe). Il dolore di coloro che sono perseguitati a causa di un pensiero differente. I casi Leonardo Boff e John Sobrino.

2.      Il dolore delle popolazioni Indigene americane. (1500 c’erano 5 milioni di Indios e dopo 50 anni erano stati decimati a cinquecento mila. Dibattito sullo statuto antropologico degli indios. Il papa intervenne con una bolla per definire che gli indios avevano un’anima. La distruzione dei popoli e delle culture indigene da parte degli spagnoli.


3.      Il dolore dei poveri. L’economia che uccide. Il dolore di coloro che vivono in condizione disumane e che sanno sin dalla nascita che non avranno mai alcuna possibilità di avere il minimo per vivere e che quindi si abituano sin da subito ad arrangiarsi. C’è un segno su di loro che è come un marchio: la rassegnazione negativa, che deriva dall’esperienza che contro i potenti non si può nulla. Raccontare l’umiliazione dei poveri in alcune situazioni vissute in Brasile.

4.      Il dolore di coloro che la pensano diversamente dalla politica dominante. Il caso attuale della Turchia dove circa 40 mila persone dell’opposizione sono astate incarcerate. Oppure durante le dittature militari in America Latina negli anni ’60-80 del secolo scorso, in cui migliaia di persone dell’opposizione sono state barbaramente torturate, assassinate. Citare frei Betto, Diario del Faro,  (dice di un’incapacità di abitare la differenza. Problema: da dove deriva questa incapacità?).


5.      Il dolore delle donne. La cultura patriarcale e maschilista che ha modellato la cultura Occidentale, cultura sorta dall’evoluzione progressiva incentrata sull’idea della forza. Le tante violenze che ancora oggi le donne subiscono sono anche il frutto di una cultura maschilista, una cultura della forza che sfocia nella violenza. Cultura che ha influenzato anche la religione e, nel nostro caso, la chiesa cattolica. Sino a quando le donne saranno lasciate fuori dalla possibilità di esercitare un sacerdozio ministeriale come gli uomini, la chiesa non potrà dire molto al mondo sul tema dell’eguaglianza. La realtà contraddice la cultura. Esperienza delle CEBs in America Latina condotte per la grande maggioranza da donne dice di un cammino che è già avviato e che può contaminare anche la chiesa Occidentale. La mancanza di aderenza alla realtà genera l’idea impazzita.

6.      Il dolore delle persone africane in Occidente. La sofferenza di non essere accettati a causa della diversità della pelle, di essere messi ai margini della società per il semplice fatto di avere la pelle nera. Anche nelle nostre parrocchie – ce lo hanno raccontato gli studenti africani che abitano nelle nostre parrocchie – spesso durante la messa chi ha la pelle nera si trova la mano tesa per lo scambio della pace senza una risposta. Il pregiudizio è duro a morire.


7.      Il dolore delle persone LGBT. Sto accompagnando il percorso spirituale di un gruppo di persone lesbiche e gay. Quanta sofferenza per una diversità non accettata. Quanti pregiudizi che escono da quell’istituzione alla quale Gesù ha insegnato di non condannare, ma di accogliere. C’è ancora un lungo cammino da compiere, il cammino della conoscenza dell’altro, del rispetto per le differenze.

8.      Il dolore del popolo ebraico sterminato nella seconda guerra mondiale. Il diario di Etty Hillesum lo abbiamo commentato durante il percorso con gli studenti universitari. Quanta dignità che abbiamo trovato in Etty che, nonostante le situazioni disumane nelle quali si è venuta a trovare, non ha mai smesso di pregare, di ringraziare Dio, di dire a tutti che la vita era bella.

La causa
Tutte queste sofferenze, questo dolore hanno un comune denominatore, a mio avviso, vale a dire sono l’espressione di un modo particolare di pensare l’essere, un modo speciale di pensare il rapporto dell’uomo con il mondo. Si può pensare come causa dei mali dell’Occidente il processo d’irrigidimento dell’essere e, di conseguenza, i suoi sviluppi nell’irrigidimento dell’idea. La causa dei mali dell’Occidente stanno esattamente a monte della sua impostazione filosofica, ovvero, nella metafisica. È il modo di concepire l’essere come rigido, unico, immobile, perfetto, che produce violenza nei confronti di ciò che è percepito come differente, come realtà che non si adegua all’idea. Tutto ciò che non è conforme all’idea viene percepito come negativo e genera il processo di volontà di annichilamento. La distruzione dell’altro come possibilità di mantenimento dell’ordine sociale e politico. L’idea non accetta la differenza.

Per capire questa affermazione bisognerebbe ripercorrere a ritroso il percorso che la metafisica ha realizzato sin dai primordi. Bisognerebbe riprendere una storia dell’essere così come si è sviluppata nella metafisica Occidentale, a partire da Parmenide, anche se, giustamente, Giovanni Reale, nei suoi saggi sulla storia della filosofia antica, fa notare come in realtà la metafisica e, di conseguenza, la riflessione sull’essere, nasce solamente quando Platone inventa il mondo sovrasensibile. In ogni modo è importante ritornare a Parmenide perché ritroviamo nel suo pensiero quelle qualità dell’essere che Platone applicherà alle idee ed Aristotele alla sostanza. L’essere di Parmenide è Uno, immobile, eterno, ingenerato, immortale, indivisibile.

Non a caso Heidegger in Essere e Tempo parla della storia della metafisica Occidentale come un processo d’indebolimento dell’essere, perché in realtà la metafisica classica confonde l’essere con l’ente. Il problema della metafisica classica, che ha sempre presentato l’essere come qualcosa di fisso, di rigido. In questa prospettiva la verità non sarebbe nient’altro che una proiezione soggettiva che produce una fissazione del vero a partire dalla precomprensione dell’essere. Questo è a mio avviso, il problema. Ci siamo abituati a pensare il vero identificandolo con un’idea astratta, una precomprensione concettuale, che anticipa la realtà interpretandola. qualcosa di rigido. Ci siamo abituati a chiamare vero un’idea indipendentemente dalla realtà. Ci siamo fidati delle nostre intuizioni e su queste abbiamo interpretato la realtà. Il pensiero Occidentale ha sempre interpretato la realtà a partire da idee pre- costituite o, per dirla con Péguy, da idee bell’e fatte. La storia del pensiero Occidentale è la storia dell’interpretazione della realtà a partire da un’idea.

Gianni Vattimo sostiene che esiste una serie di eventi avvenuti negli ultimi decenni che comprovano la dissoluzione della metafisica classica, l’indebolimento di un essere rappresentato come fondamento unico e oggettivo della realtà. La caduta del muro di Berlino, la crisi sistematica del modello economico neoliberale, la crisi ecologica, la fine del mito del progresso: sono tutti sintomi di un indebolimento della metafisica forte, che sfocia nel nichilismo. Per la metafisica classica che Vattimo critica, la verità non è niente di più che il frutto di una proiezione soggettiva, idealista: un’idea fissa. È proprio a questo tipo di verità che il mondo postmoderno sta dicendo addio.

C’è anche una certa teologia, un certo modo di pensare Dio che è rigido, poco duttile, un po' violento, perché fa violenza alla verità stessa di Dio. È quella teologia che poi sfocia nel rubricismo e nel formalismo: vale più il contorno che l’essenza, l’osservanza delle norme che la persona.

È possibile uscire dalla durezza della metafisica Occidentale per andare verso un mondo dove gli opposti non si respingono, ma convivono? E’ possibile uscire dalla teologia della forza – pensiamo ai concetti di Onnipotenza, monoteismo, ecc. della tradizione Occidentale – verso una teologia più rispettosa di Dio? Ci sono alcune risposte che vanno in questa direzione:

1.      Jean Luc Marion sostiene che il termine essere è incompatibile con il lessico teologica e che il termine essere non è teologico. La rivelazione dice qualcosa dell’ente e non dell’essere. Per questo c’è grande differenza tra il Dio dell’ontologia e quello della rivelazione. “Un Dio che ha bisogno che la propria esistenza sia provata è un Dio ben poco divino e la prova dell’esistenza di Dio è una grande bestemmia”. Secondo Heidegger la teologia non riguarda Dio, ma la fede nel crocefisso. La teologia riguarda la fede nell’evento del crocifisso.
Problema:
·         come dire il Dio della rivelazione che non è di questo mondo?
·         La metafisica ci ha abituati a pensare Dio a partire dall’essere e invece Dio viene a noi attraverso l’evento: la rivelazione
·         Come dev’essere scritto il Dio di una teologia cristiana manifestata dalla croce di Cristo?
·         La rivelazione biblica ignora la differenza ontologica (Gen 1,24); Rom 4,17; 1 Cor 1,28; Lc 15, 12-32;
·         Dio sceglie il non ente per annullare l’ente
·         Per Dio quello che non è come se fosse
·         Per Dio quello che è può essere come se non fosse
·         Il fatto di essere un ente non garantisce nulla
·         1 Cor 1,28: la sapienza che viene da Dio provoca la confusione della sapienza degli uomini
·         Occorre pensare la possibilità di dire l’ente senza ricorrere all’essere

2. Il pensiero biblico ci può offrire qualche spunto. Ci sono, infatti nella Bibbia, alcune visoni che dicono di una possibilità della convivenza delle differenze.

1.       L’alleanza che Dio stabilisce con Noè è l’arcobaleno. E' un dato che è stato spesso dimenticato. Dio non ha scelto un colore, ma l'arcobaleno: è l'elogio della pluralità. Viviamo l'alleanza con Dio quando abitiamo la pluralità

2.      Il profetismo. Isaia 11. Convivenza dei contrari: la vacca e l’orsa pascoleranno insieme; il lupo e l’agnello dormiranno insieme.

3.      I nomi di Dio. È significativo che nella Bibbia, non esiste un solo concetto, una solo parola per definire il nome di Dio, ma diverse: YHWH, Eloim, El, Io Sono, ecc. La pluralità dei nomi dice di un’impossibilità di dire Dio con un solo concetto. Dio rimane sempre al di là della nostra capacità di accoglierlo. Dio è più grande dell’idea, la trascende.

4.      I Vangeli per narrare la vita del figlio di Dio sono 4 e non uno. Non si può pensare di cogliere la vita di Gesù, il figlio di Dio, da un unico punto di vista. Il cristiano è colui che si allena alla pluralità di vedute, alla compresenza di visioni diverse, a percorre cammini interpretativo diversi, a volte opposti. Il cristianesimo non è un cammino monotematico.

5.      La Trinità. È l’elaborazione della prima comunità che intuisce che Dio non può essere concepito e intrappolato da una prospettiva unica. La Trinità dice di un’unità che non s’identifica con uniformità e dove la pluralità è matrice di unità.

Per aiutarci a non essere causa di dolore, a non provocare dolore nel mondo con giudizi affrettati e rigidi, ingabbiati nei pregiudizi culturali è necessario mantenerci in ascolto della realtà, a contatto con la realtà, a formulare idee che procedono dalla realtà e non il contrario.
La realtà, per suo verso, è plurale, molteplice, viva, in movimento. La realtà dice della compresenza dei diversi ed è solo il contatto con la realtà che ci può salvare dalla tirannia dell’idea. È dalla realtà che procede l’idea e non viceversa.