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lunedì 19 gennaio 2026

L’INVIO DI 150 OPERATORI PASTORALI

 




Una parrocchia dal volto laicale

Paolo Cugini

 

Domenica 18 gennaio 2026 nella parrocchia san Vincenzo de Paoli situata nel quartiere Compensa della città di Manaus, circa 150 persone hanno ricevuto il mandato di operatori pastorali. Di che cosa si tratta?

L’archidiocesi di Manaus da decenni si è strutturata sull’esperienza delle Comunità Ecclesaili di Base (CEBs). Si tratta di comunità sorte dalla base, dall’esigenza delle persone di vivere un’esperienza di fede, anche senza la presenza fissa di un parroco. La parrocchia di san Vincenzo di Paoli, che servo da circa tre anni, è costituita da 8 comunità di base. Durate la settimana in tutte le comunità vengono svolte mote attività, sia di tipo specificamente religioso, come novene, rosari, adorazione eucaristica, condivisione della Parola, sia attività di tipo sociale come corsi di chitarra, teatro per ragazzi, attività fisica per anziani e altro. Al giovedì il parroco non può essere presente in tutte le otto comunità per guidare l’adorazione eucaristica. Ciò esige la presenza nella comunità sia di ministri straordinari dell’eucaristia, che di ministri della Parola.

I componenti dell'equipe parrocchiale


Ogni comunità ha due personaggi centrali che sono il coordinatore/coordinatrice pastorale e il responsabile dell’amministrazione. La coordinatrice – le donne sono la maggioranza in questo ruolo delicato – indicono il consiglio pastorale mensile e tengono le file della progettazione comunitaria. Il responsabile dell’amministrazione si occupa dei beni della comunità e della manutenzione degli spazi comunitari. Poi ci sono i responsabili dei vari settori della comunità: catechesi, giovani, liturgia, salute, Caritas, decima, fede e politica, formazione e progetti sociali.

Il direttorio pastorale dell’archidiocesi di Manaus, che verrà rinnovato proprio quest’anno, prevede la durata di due anni per ogni incarico, che può essere rinnovato per un mandato. Ciò significa che ogni persona può realizzare un servizio nella comunità per quattro anni e poi lasciare lo spazio ad altri. In questo modo, nell’arco di un decennio, la comunità si ritrova con varie persone con esperienza di leadership, arricchendo, in questo modo, la stessa comunità di persone con responsabilità pastorale.

Nei mesi settembre e ottobre sono avvenuti in tutte le comunità diversi incontri per stabilire il passaggio di consegne ai nuovi coordinatori delle viarie pastorali. Lo stile sinodale, indicato dai due sinodi sulla sinodalità svolti a Roma, è ben presente e radicato nel cammino delle comunità di base presenti a Manaus. L’abitudine a confrontarsi mensilmente nei consigli pastorali della comunità e settimanalmente per preparare la liturgia domenicale condividendo la Parola di Dio, ha plasmato le comunità in uno stile dialogico e sinodale.

L'incontro di formazione svolto al mattino con gli operatori pastorali


Una volta al mese avviene il consiglio pastorale parrocchiale, in cui ci incontriamo per verificare il cammino delle comunità e decidere insieme le strategie pastorali del mese successivo. Oltre a ciò, una volta al mese, incontro i responsabili di ogni settore delle comunità. Questo è il mio modo di essere presente nelle comunità: un accompagnamento pastorale costante con coloro che hanno assunto uno specifico incarico nella comunità.

Domenica durante la mesa della sera, in cui abbiamo realizzato l’invio delle nuove coordinazioni comunitarie, si respirava un bel clima di amicizia e la sensazione della bellezza di questo cammino di chiesa. In mezzo a tante sofferenze e drammi esistenziali è bello vedere come le comunità cristiane siano recepite come uno spazio sicuro, uno spazio di vita e di speranza.

 

sabato 6 dicembre 2025

Il giorno in cui le donne lasciarono la Chiesa: per sempre

 


 

Paolo Cugini

 

 

E venne il giorno. C’era un brusio nell’aria accompagnato da risate amiche. Un fuggi fuggi silenzioso, ma allegro. Si erano messe d’accordo di nascosto, come ai vecchi tempi della scuola. Ma ora erano già grandi e, proprio per questo, decisero quel giorno di andarsene altrove. Avevano, infatti, deciso, di uscire dalla chiesa per sempre: senza ritorno. Le ultime vicende le avevano convinte definitivamente che non c’era posto per loro. Forse, proprio quei rifiuti continui facevano parte di una voce del Mistero che orientava la storia, l’universo ad andare da un’altra parte. L’universo è immenso e allora perché insistere a permanere in un lugo che giorno dopo giorno si rivela ostile?

Era questo il pensiero delle amiche che, piene di gioia, quel giorno decisero di passare in tutte le strade del borgo per chiamare tutte le donne che incontravano e dire loro la grande notizia: il Mistero ci chiama tutte ad andare altrove. Secoli e secoli ricevendo solo rifiuti, incomprensioni, intimazioni al silenzio. E poi non vi ricordate quando si divertivano a bruciarci, a chiamarci streghe! E perché, poi, dovremmo rimanere in un posto così, che non ci vuole, ci tratta male? Andiamocene tutte, gridavano, e danzando e cantando allegramente passavano di porta in porta. “Andiamo ragazze! Siamo libere! Non lasciamoci più intrappolare dai loro discorsi meschini”

Fu così che da quel giorno le chiese rimasero senza più alcuna donna: se ne erano andate tutte.

E in quel giorno, fu scritto nei cieli e inciso nei sussurri del vento: Saranno tempi nuovi, proclamava il silenzio delle navate vuote, poiché le donne, figlie della terra e del coraggio, hanno ascoltato il segreto battito del Mistero. Così, come onde che abbandonano la riva dopo lunghi secoli di tempesta, esse si allontanarono dai luoghi che non le avevano amate, conducendo con sé il lume antico della libertà. E le campane, che un tempo chiamavano all’adunanza, restarono mute a contemplare la rivoluzione serena delle anime in cammino.

Fu la fine di un’epoca e l’alba di un’altra, dove la voce delle donne, finalmente sciolta dai ceppi dell’invisibilità, si fece eco nei vicoli, nelle piazze, sotto il cielo sterminato: Non ci sarà più prigione che possa tenerci, né parola che possa ammutolirci. Da oggi, la vita si scrive altrove. E ancora oggi, chi ascolta con cuore aperto può udirle, danzare leggere al confine tra il vecchio e il nuovo mondo, annunciando che dove la libertà chiama, nessun cuore rimarrà in catene.

 

giovedì 18 aprile 2024

PERCHÉ LA RELIGIONE STA SCOMPARENDO NEL MONDO OCCIDENTALE?

 




 

Paolo Cugini

 

In questi primi mesi della missione a Manaus, capitale dello Stato dell’Amazzonia, incontrando per le strade del quartiere in cui vivo, che si chiama Compensa, oltre alle comunità cattoliche che accompagno, tantissime chiese evangeliche, penso che nessuno o quasi nel popolo brasiliano sia senza religione. Anche coloro che, infatti, non frequentano una chiesa specifica, esprimono una fede in Dio. Questo dato mi pone molte domande, tra le quali ce n’è una che, per certi aspetti, mi fa male, ed è questa: perché in uno dei paesi più religiosi al mondo, un paese che vede un grandissimo numero di chiese cristiane c’è così tanta povertà, così tanta disuguaglianza? I due dati sono legati? Il cristianesimo incide nei processi sociali in modo negativo? A questa prima domanda tenterò una risposta in un articolo successivo. Oggi cerco, invece di rispondere ad una seconda domanda.

Come mai in Occidente la religione sta scomparendo? È questa la sensazione che da alcuni anni si percepisce fisicamente, nel senso che è visibile il calo impressionante dei fedeli nelle chiese, dei genitori che chiedono il battesimo dei loro figli, dei giovani che cercano una chiesa per sposarsi. Anche il numero di funerali religiosi è calato in modo impressionante. Gli stessi seminari, un tempo gremiti di giovani desiderosi di divenire sacerdoti, vengono venduti, o imprestati, in ogni modo sono spazi evidentemente sproporzionati per l’esiguo numero di giovani che oggi li frequentano. Che cosa sta succedendo? Sembra che ci sia tutto un mondo, un modo di vivere nel mondo che ha segnato secoli di storia occidentale, che è il mondo religioso modellato dal cristianesimo nelle sue varie forme e, in modo specifico, il cattolicesimo, stia andando a rotoli e, il dato più impressionante è che questo cambiamento epocale stia avvenendo in modo rapidissimo.



La domanda provocante a questo punto è questa: perché? Perché sta succedendo? Perché la religione sta morendo nel mondo occidentale?  Più che la religione con le sue sfumature, sta morendo un modo di rappresentare Dio, un modo di vivere la relazione dell’uomo e della donna con Dio, quel modo che, nel mondo Occidentale, è stato presentato dal cattolicesimo. Che cosa in fin dei conti viene rifiutato attualmente della forma religiosa occidentale, perlomeno, così come si è manifestata nel tempo?

Prima di tutto l’istituzione. C’è chiaramente un rifiuto del modo autoreferenziale in cui la Chiesa ufficiale si pone. La cultura post-moderna, segnata da un pensiero debole (Gianni Vattimo) e dalla modernità liquida (Zygmunt Bauman) rimane indifferente dinanzi a pronunciamenti unidirezionali e a manifestazioni ufficiali di sapore medievale, come i pontificali e lo sfarzo ostentato di indumenti che non riescono a comunicare i contenuti che vorrebbero. La Chiesa non ha saputo attualizzare il suo modo di celebrare i misteri in un contesto come quello in cui viviamo, nel quale l’immagine è quasi tutto. Infatti, lo spettacolo offerto è antiquato e puzza di roba vecchia. Le nuove generazioni sono alla continua ricerca di messaggi nuovi, capaci d’intercettare i loro desideri e non trovano per nulla attraente il messaggio sbiadito e ammuffito della Chiesa. Piviali, cotte, sottane, pizzi, turiboli e altre suppellettili del genere, più che essere elementi che contribuiscono a esprimere un mistero, nell’attuale contesto culturale provocano più che altro ripugnanza e derisione. Il problema, a questo punto è il seguente: come mai coloro che guidano questa secolare istituzione non se ne accorgono? Sembra la storia del re nudo.



In secondo luogo, va sottolineata l’incapacità dell’istituzione Chiesa di dialogare con la modernità. Sui temi più importanti dell’attualità, come il tema del genere, dell’omosessualità, ma anche dell’eutanasia e altro, la chiesa cattolica presenta gli stessi argomenti che avrebbe presentato al tempo di San Tommaso, vale a dire nel XIII secolo. La Chiesa è rimasta lì e sembra non volersi schiodare dal suo passato glorioso. Del resto, nella Fides et ratio,  un documento ufficiale del 1998, quindi abbastanza recente, l’allora pontefice Papa Giovanni Paolo II affermava che, ancora oggi, la teologia ufficiale della Chiesa cattolica è il tomismo, vale a dire la teologia elaborata da santo Tommaso d’acquino, morto nel 1274. Quella stessa istituzione che nel 1832 nell’enciclica Mirari vos  di papa Gregorio XVI condannava sia la libertà di coscienza che la libertà di stampa, oggi vuole sostituirsi alle coscienze delle singole persone su temi cruciali che esigono la libertà di coscienza. Questa autoreferenzialità il mondo postmoderno non l’accetta. Il dato significativo è che, mentre sino a qualche decennio fa, chi la pensava diversamente dalla Chiesa cattolica contestava con argomentazioni, oggi, dinanzi alle prese di posizione della Chiesa, la risposta è il disinteresse o, al massimo, l’ironia.

Un’ultima osservazione. Per tutto quello che sta avvenendo nell’istituzione cattolica, quello che il mondo fa fatica a vedere è la presenza dei contenuti del Vangelo di Gesù. Può sembrare un giudizio duro, ma è quello che si vede, si sente, si ascolta. Il Vangelo è un messaggio semplice, che le persone semplici comprendono. È un messaggio di pace in un mondo di conflitti. È un messaggio di giustizia in un mondo devastato dalla corruzione. È un messaggio di uguaglianza in un mondo in cui le disuguaglianze sono sempre più stridenti. Il Vangelo è il messaggio di Gesù che da ricco che era si fece povero per condividere con i poveri la sua ricchezza, mentre l’immagine che la chiesa offre nei suoi pontificali, nei suoi palazzi, nei suoi principali rappresentanti è quella di essere un’istituzione che vuole contare e non vuole mollare il potere. Questo si vede, si sente, si percepisce.

 

venerdì 12 aprile 2024

IL GRANDE ERRORE

 



 

Paolo Cugini

 

Aver identificato il rito con la fede: è questo il grande errore. Aver identificato il cammino di fede, che esige un cammino di conversione, un cambiamento di mentalità, con la partecipazione al rito: è stata questa la grande bestemmia che è stata prodotta e riprodotta nei secoli. Un tempo ci credevano tutti – ci ho creduto anch’io-, nel senso che tutti pensavano che fosse proprio così. Secoli e secoli di messe domenicali, hanno fatto credere che per andare in paradiso, che rappresenta un altro grande problema d’interpretazione, bisognava andare a messa alla domenica e, il non andarci, significava cadere in peccato mortale e, di conseguenza, la necessità di confessarsi per non rischiare di aggiungere peccati su peccati. Anche perché a quel tempo, che in realtà è l’altro ieri, di preti ce n’erano a bizzeffe, per lo meno in Occidente, nel continente cristiano. I seminari erano pieni di bambini e di ragazzi, ed erano pieni perché c li mandavano i genitori. Le numerose famiglie cattoliche regalavano volentieri alla chiesa un figlio maschio o una figlia al seminario o al convento. Il mondo era tutto cattolico ed avere in famiglia un prete o una suora era un onore e non una vergogna come ai nostri giorni.

Dicevo che c’erano tanti preti e, di conseguenza, era possibile un certo tipo di pastorale che poneva il prete al centro del discorso. La pastorale, infatti, nasce dalle esigenze del momento, dai problemi incontrati, dal contesto specifico. Non ci si deve meravigliare, dunque, se nel corso della storia le scelte pastorali cambiano e se in un lugo si agisce in modo differente da un altro. C’è stato, dunque, un tempo in cui ci si poteva permettere il lusso d’inventare che, il non andare a messa, fosse un peccato mortale e che, per accedere nuovamente al banchetto eucaristico, fosse necessaria la confessione sacramentale, che non costava nulla, vista la quantità industriale dei preti a disposizione. Ce n’erano così tanti, ma così tanti che un giorno, negli anni ì50 del secolo scorso, un vescovo in visita ad un seminario del Nord Italia nella Regione dell’Emilia-Romagna, in quella città che rimane tra la Pilotta e la Ghirlandina, disse con tono sconsolato al rettore: “e dove li metteremo tutti questi futuri preti?”.

Ce n’erano così tanti di preti da far credere che davvero Gesù avesse inventato la chiesa al maschile, che davvero le donne servivano solo per lavare la biancheria dei preti e delle sacrestie, perché, come si diceva a quei tempi che, in realtà era ieri pomeriggio, è stata la donna a mangiare la mela e a darla poi all’uomo. Tutto un mondo, una cultura, una spiritualità, ma anche un’economia e, perché no, una pedagogia è stata costruita su questa abbondanza spaventosa – in tutti i sensi – di preti. Quello che viene chiamato patriarcato ha fornito il substrato culturale per il diffondersi di pratiche ecclesiali, spacciate per oro colato dal Vangelo, mentre, in realtà, si trattava di scelte pastorali, anche se di pastorale in senso stretto c’era ben poco, perché si trattava d’imposizioni vere e proprie dettate dall’alto e, in altro, a quel tempo, c’erano loro: i preti. Si è fatto credere, e tutto un mondo ci ha creduto per secoli, che l’uomo fosse superiore e la donna inferiore e, per questo, solo gli uomini potevano entrare nei seminari e diventare preti.

Il problema, se così possiamo parlare, è che si è creduto che questa sovrabbondanza di preti fosse un dono della provvidenza. Poi si è scoperto che non era proprio così, che in diversi casi la provvidenza divina c’entrasse poco o nulla, anzi! Questo errore di valutazione è stato il problema, l’inizio dei problemi. Si è chiaramente confuso la quantità con la qualità. Ne hanno sfornati così tanti, da non permettere alcun tipo di lettura differente. Tanti preti hanno voluto dire per secoli tante messe, a tutte le ore del giorno. Tante messe, moltissime messe, sempre più messe ha fatto credere che il centro di tutto, il centro della religione cristiana fosse il rito e non il contenuto. Per questo per secoli si sono prodotte tantissime messe in cui la stragrande maggioranza dei fedeli partecipava senza capire assolutamente nulla. Del resto, non ce n’era bisogno di comprendere, perché chi portava in paradiso era la messa, il rito e non il contenuto, che avrebbe potuto provocare dei cambiamenti di comportamento o, addirittura, dei cambiamenti culturali.  

Eppure, il discorso di Gesù all’inizio del Vangelo era chiaro, anzi, chiarissimo, al punto da non dare adito ad alcun tipo di fraintendimento. e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo" (Mc 1,15). Più chiaro di così! Non c’è nemmeno bisogno di chiamare un interprete, un esegeta: è tutto molto chiaro. Del resto, il Vangelo è scritto per le persone semplice ed è, quindi alla portata di tutti. L’invito è all’accoglienza del Vangelo e alla disponibilità al cambiamento, per permettere allo Spirito del Signore di modellare la nostra umanità, per fare in modo che i tratti dell’umanità di Gesù, del suo modo di essere nel modo, del suo stile non-violento, della sua capacità di accogliere tutti e tutte senza escludere nessuno, siano riprodotti in noi. È di questo che avevamo bisogno! È di questo che il modo aveva sete e continua ad averne! Certamente, lo si capisce bene che il rito è più facile, che una quantità di riti da ascoltare è più facile che essere disponibili a cambiare idea, a modificare il proprio modo di essere e di pensare. È più facile pensare e far credere che se tieni le manine in un certo modo e ti inginocchi in un altro Gesù è contento. Più difficile è smettere di essere disonesto. Difficile è condividere quello che si ha con i più poveri. Difficile è rispondere all’arroganza del mondo con gesti di amore e comprensione. Spacciare il rito come una scorciatoia per il paradiso: è stata questa la grande furbata.

Se uno ci guarda dentro bene, però, se si osserva il rito da vicino ci si accorge quasi immediatamente che c’è della sintonia, dell’armonia, c’è del sincronismo tra rito e contenuto del Vangelo. Il centro della messa, infatti, contiene in sintesi lo stile della vita di Gesù: un corpo spezzato per tutti, un sangue sparso per amore, una vita donata in modo gratuito e disinteressato. Forse per questo che, ad un certo punto, qualcuno ha cominciato a dire: meno messe più messa! Che cosa voleva dire quel furbacchione? Probabilmente che la religione fa male alla salute, che una vita religiosa fatta solo di precetti e di riti nuoce all’equilibrio esistenziale, perché ci porta a credere che possiamo controllare Dio, possiamo pretendere di aver il pass per il paradiso e, di conseguenza, rischiamo di entrare nella pericolosissima fase di delirio di onnipotenza. Il Vangelo, invece, ci propone uno stile di vita in cui il rito è una parte del percorso, un ricordo di ciò che è stato e un invito per continuare il cammino insieme ai fratelli e alle sorelle. 

giovedì 25 maggio 2023

Le zone pastorali nell’Archidiocesi di Bologna



Relatore: Don Angelo Baldassarri

Sintesi: Paolo cugini

Il cammino in questi cinque anni ha portato a comprendere l’importanza di camminare insieme e uscire da un’autoreferenzialità. Non tutti vivono questo percorso con lo stesso slancio.

Le cose che sono emerse di più:

1.      L’affaticamento è dovuto dal moltiplicarsi delle cose da fare

2.      Il cammino lo si fa volentieri quando le prospettive si percepiscono feconde. Si tratta di precisare le prospettive.

L’aspetto maggiore da affrontare è il cambiamento epocale che stiamo vivendo. Siamo in una società che sempre più non conosce il Vangelo. C’è un lutto da vivere e quindi, da reimpostare il modo in cui entriamo in contatto con questo mondo scristianizzato. Dentro a questo c’è il tema della missionarietà. Il punto importante è capire che la zona è un’occasione per ripensarci in modo missionario. Non c’è solo un calo di presbiteri, ma è cambiato il mondo. Oggi la gente si sposta sempre di più e non s’identifica più con la parrocchia.

La motivazione da rilanciare è questa: proposta che ci fa immaginare di portare il Vangelo adesso a chi non lo conosce. Il problema è il contrasto tra le tante cose da fare e il nuovo che aspetta una nuova prospettiva.

Occorre coinvolgere di soggetti pastorali che ci sono nelle nostre comunità. Come Diocesi valorizzando le zone si cerca di creare comunità sorelle per portare il Vangelo insieme. Le zone pastorali non sono delle collegiate, cioè una parrocchia che mette insieme più comunità. Si tratta di mettere in rete le comunità.

Occorre sottolineare la necessità di far conoscere le parrocchie tra di loro. È importante pensare cammini di formazione comunitaria, come zona. Anche la Caritas la si può proporre insieme. Uno snodo importante che sta emergendo è pensare che si possono valorizzare ciò che è specifico di una zona. Ad esempio, se in una zona c’è un ospedale, sarà importante pensare una pastorale che tenga conto di ciò.

Il lavoro del moderatore è quello di aiutare le varie realtà a vivere in armonia. L’idea è quella di scrivere un piccolo testo in cui si precisano le scelte che sono in atto. Occorre vedere di verificare che in ogni zona ci sia una comunità di preti e non lasciarli da soli. Altro punto importante è trovare collaboratori validi sul territorio. Si potrebbe provare ad affidare parrocchie ad alcuni laici. Fare in modo che quando ci sono gli avvicendamenti dei parroci fare in modo che il cambio preveda il coinvolgimento delle comunità: si tratta di accompagnare la complessità del cambiamento.

Ci s’interroga sulla possibilità di celebrazione della Parola nei giorni festivi là dove non c’è il presbitero. Occorre verificare se si deve favorire la celebrazione festiva.

C’è da tener conto che le zone sono molto diverse. Da parte delle parrocchie del centro è fare un’unica zona con un unico parroco. 

giovedì 27 ottobre 2022

Per un cristianesimo postcristiano. Guardando avanti

 



Paolo Cugini

 

Forse ha ragione Collin quando dice che il cristianesimo non esiste ancora[1]. Lo prendiamo come un auspicio e come l’indicazione di un camino, come per dire che, chi desidera vivere, sperimentare la proposta cristiana, deve andare nella direzione opposta di quello che era stato indicato nella cristianità, senza nostalgia del passato, ma guardando avanti con fiducia. In questo ultimo paragrafo, dopo aver analizzato alcune teorie che presentano uno sguardo nostalgico al tempo che fu e che non è più, cercheremo di abbozzare qualche linea di sviluppo nel futuro postcristiano.

A questo punto del discorso è importante fare una precisazione. La fine della metafisica non significa fine della religione, ma la fine di quella forma religiosa che ha utilizzato la metafisica per sistematizzare il proprio pensiero. La fine della metafisica più che essere la fine della religione, dunque, apre il cammino per nuove ed interessanti novità. Di seguito offro alcune brevi indicazioni che, senza dubbio, avranno bisogno di un approfondimento, ma che in ogni modo desiderano offrire un contributo al dibattito sul futuro del cristianesimo. Provo, quindi, ad indicare alcune piste di sviluppo che, a mio avviso, sono già in atto.

La prima di queste è la possibilità di un cristianesimo non istituzionale. Si potrebbe pensare che il protestantesimo abbia già percorso questo cammino e che, di conseguenza, non c’è nulla di nuovo nella proposta. In realtà sappiamo che le cose non sono proprio così. Se, infatti, è vero che all’inizio il protestantesimo ha preso le distanze dalle forme istituzionali della religione, il suo sviluppo storico lo ha riposato nell’alveo dell’istituzionalizzazione. Non è facile pensare e strutturare un’intuizione nuova. Non basta infatti l’intuizione, occorre anche un contesto che ne permetta la realizzazione. Quando Lutero ha iniziato la sua riforma, la cultura moderna stava mettendo le radici sul cammino tracciato dell’umanesimo e stava influenzando tutti i settori della società, compresa la religione. Gli sviluppi della teologia moderna per mantenere un dialogo con il mondo culturale circostante, prende come punto di riferimento il metodo scientifico. Che cosa significa, allora, un’impostazione non-istituzionale del cristianesimo? Come si dovrebbe configurare? Significherebbe un ritorno alle origini o, per lo meno, riprendere un cammino lasciato in sospeso. Il postcristianesimo apre la possibilità non per restaurare la cristianità, come vorrebbero, con sfumature diverse, Cuchet, Delsol e Dreher, ma per riprendere il cammino interrotto proprio dalla cristianità, non per riprodurlo, ma per prendere ispirazione dalle origini. Abbandonare i luoghi di culto istituzionalizzati, che diventano sempre più vuoti, per ritrovarsi a leggere la Parola di Dio in piccole comunità domestiche, in un movimento che si sviluppa dal basso, senza la necessità di un riferimento istituzionale, che spesso diviene la causa della lentezza del cammino delle comunità: è questo un primo sviluppo.

Possibilità di creare comunità in cui il principio di uguaglianza non è un’utopia, ma il clima naturale del cammino. Se l’istituzione controlla i contenuti e le modalità del cammino, la libertà in un percorso di base non istituzionalizzato metterebbe le basi per un’esperienza comunitaria in cui i membri hanno gli stessi diritti e doveri, compreso quello della presidenza nella celebrazione. In fin dei conti, il controllo delle relazioni in una cultura patriarcale diviene oppressivo ed esclusivo come forma per controllare il potere. La cristianità si è lasciata modellare dalla cultura patriarcale perché, sin dal suo sorgere, ha avuto pretese di potere. Al contrario, in una comunità alla quale non interessa alcun potere, ma solo ed esclusivamente il benessere delle persone, l’uguaglianza dei membri diviene un’esigenza implicita. In questa prospettiva, la comunità cristiana che verrà sarà come un punto di riferimento sicuro nel quale tutti potranno sentirsi parte, senza alcun tipo di esclusione. Comunità di questo tipo, modellate dallo stile del Vangelo, potranno divenire cammini costanti di umanizzazione, luoghi di accoglienza, di fraternità e di sororità.

La comunità che si struttura nell’epoca postcristiana, proprio perché non è istituzione, non ha bisogno di leaders, di guide. Tutti possono celebrare e tutti possono guidare la comunità, perché la prospettiva non è più piramidale, ma circolare. È tutta la comunità che diventa celebrante, anche perché il numero di componenti sarà esiguo e non ci sarà bisogno di un responsabile istituito. Saranno i membri della comunità a decidere come distribuire i compiti per il funzionamento della vita comunitaria. Relazioni ugualitarie, che generano anche l’esigenza che tra i membri non ci siano disuguaglianze sociali. In questo modo, si comprende bene che lo stile del vangelo esige un cammino in cui le relazioni siano guidate dalla ricerca costante dell’uguaglianza tra i membri, senza alcun tipo di discriminazione culturale e sociale. Il Regno di Dio annunciato da Gesù trova nel nuovo contesto culturale postcristiano una maggior possibilità di realizzazione, anche perché la post cristianità nasce sulle macerie dell’impostazione moderna della cristianità. Lo stile coercitivo tipico della modernità lascia necessariamente lo spazio ad uno stile dialogico e democratico.

Una caratteristica che ha segnato negativamente e in profondità la cristianità occidentale è stata il suo intreccio con il potere politico ed economico, spesso divenuto motivo di scandalo. La Chiesa come potenza del mondo ha tenuto lontano dai propri spazi coloro che invece avrebbero dovuti essere accolti. Le classi più povere della società, non solo non si sono sentite accolte dalla Chiesa, se non in alcune esperienze spesso ostacolate dall’istituzione ecclesiale[2], ma sono state prese di mira, penalizzate con tassazioni al limite della sopportazione.  Non solo, ma la rigidità dei suoi dogmi ha creato, di conseguenza, un numero significativo di persone escluse dalla comunità. Divorziati, separati, omosessuali, lesbiche transessuali: c’è tutto un mondo che si sente rifiutato da quella istituzione che avrebbe dovuto esprimere il segno tangibile dell’umanità accogliente di Gesù. Nell’epoca postcristiana che stiamo iniziando a vivere, ci sarà la possibilità d’impostare comunità che s’ispirano al Vangelo e che potranno proporsi come una vera e propria società alternativa alle logiche del denaro e a tutte le logiche di oppressione.

Un'altra caratteristica del cammino ecclesiale postcristiano è che è contaminabile. Se le strutture rigide, i sistemi onnicomprensivi che avevano la pretesa e, soprattutto, la presunzione di spiegare tutto, di dar ragione di ogni aspetto del reale, sono state tra le caratteristiche più significative della modernità e della cristianità moderna, nell’epoca postcristiana che sta facendo i primi passi, la cultura è fluida e, quindi, contaminabile. Mentre la caratteristica di una struttura rigida è quella di proteggersi dalle possibili contaminazioni che possono mettere in pericolo il sistema, in una cultura post moderna che è, allo stesso tempo, post-sistemica la fluidità consente ed esige la possibilità delle contaminazioni conoscitive. Trasportare queste intuizioni in campo teologico significa riconoscere la presenza dello Spirito Santo in ogni cultura e riconoscere che lo Spirito è già presente in tutto. Di questo dato teologico c’era conoscenza anche nell’epoca moderna, ma non si riusciva a viverla in pienezza a causa della rigidità della mentalità sistemica. La contaminazione in ecclesiologia, è un aspetto dell’inculturazione, che implica un atteggiamento di ascolto della cultura altra. Le comunità che si svilupperanno nella post cristianità saranno contaminate, perché non avranno più il problema di difendersi, di proteggere un’ortodossia. Inoltre, saranno contaminate perché riterranno i contenuti provenienti dall’esterno come una possibilità di arricchimento, di scambio e, di conseguenza di crescita e non una minaccia.

Il cambiamento non avverrà da un giorno all’altro: richiederà tempo. In ogni modo, il dato certo è che il cambiamento è in atto e la struttura moderna della cultura occidentale è ormai parte del passato. Siamo, quindi, in una specie di zona di mezzo, in cui non ci sono punti di riferimento e questo stato genera inquietudine, insicurezza, desiderio di attaccarsi ai ricordi del passato. Avere lo sguardo rivolto al futuro dove il Cristo vittorioso sulla morte si trova, significa fidarsi di Lui, della sua Parola, del suo Vangelo, di quello che sta operando in mezzo a noi. Mai come in questa epoca di passaggio verso il postcristianesimo, il mondo ha bisogno di comunità alternative, che sperimentano ogni giorno la bontà della proposta del Signore risorto.



[1] COLLIN, D. Il cristianesimo non esiste ancora. Brescia: Queriniana, 2020.

[2] Cfr. i movimenti pauperistici, ma anche le esperienze dei catari e dei valdesi.

sabato 16 luglio 2022

DONNE NELLA BIBBIA - CONVEGNO ALL'ABBAZIA DI MAGUZZANO

 



SABATO 16 LUGLIO 2022

PROFEZIA

LA VOCE AUTOREVOLE DELLE DONNE

CRISTINA FRESCURA

 

Sintesi: Paolo Cugini

 

Analisi narrativa applicata al testo biblico.

Si parla della presenza femminile all’interno dei testi profetici. Profezia al femminile.

Sfondo storico. Disamina sulle questioni che riguardano il ruolo della profezia nel mondo antico. Ci sono sguardi nuovi sulla problematicità del ruolo del profeta e della profetessa.

Secondo capitolo. Figure specificamente femminili con uno sguardo sociologico.

Terzo capitolo. Genere e metafore. Alcuni studi si concentrano su metafore specifiche. Metafora legata al parto come esperienza traumatica.

Miriam, la profetessa. È l’immagine della copertina. Il contesto è il libro dell’Esodo. C’è un canto di tutto il popolo. Miriam prende la parola usando il genere del canto, una parola poetica.

Numeri 26, 58-62. Genealogia di Mosè. Nell’esilio la madre partorisce tre figli, Mosè, Aronne e Miriam. C’è una sorella maggiore con due fratelli maschi.

Numeri 12,1-5. Obiezione di Aronne e Miriam sul matrimonio di Mosè. La domanda è seguita da una domanda retorica.

Numeri 12,6-8. Mosè è più di un profeta, è l’amico del Signore e non ha bisogno di un ruolo di mediazione, come un profeta. Miriam è definita una profetessa e Mosè sembra essere qualcosa d’altro. E poi, che tipo di profetessa è Miriam.

Numeri 12,9-16. La profezia passa anche attraverso il corpo del profeta, in questo caso su Miriam. Era già successo nella narrazione della vocazione di Mosè. Il corpo di Miriam è ricoperto di Lebbra. Il peccato ha colpito solo la sorella. Il risanamento passa attraverso un gesto rituale. Il dettaglio interessante è che il popolo non riprende il cammino finché Miriam non è riammessa. Completezza del ruolo di guida di Mosè dipende anche dall’armonia con i fratelli.

Michea 6,1-4. Il popolo si ribella e Dio risponde. Vengono citati i tre fratelli, che vengono citati insieme.

Profeta, predire, è un interprete. Non possiamo parlare di profezia in un senso univoco. La figura più significativa è quella del Battista, che sta davanti, ma non fa ombra.

La condivisione comunitaria aiuta a discernere il carisma del profeta. È nella pluralità che si ridimensiona la presunta profezia.

Voce di donna. Profezia e genere. Concilio Vaticano II. Cettina Militello analizza la presenza femminile al Concilio, che è scarsa. La voce femminile esprime differenza rispetto alla voce uniforme maschile. Si tratta di rendere con to del fatto che tutto quello che è univoco non rende conto alla realtà.

Una voce autorevole. Autorità e potere. Profezia come voce di genere, altro binomio è autorità e potere, il profeta che si pone come una voce autorevole. Spesso la voce del profeta è una voce che non viene ascoltata. L’autorevolezza non può prescindere dalle dinamiche di autorità e potere. Cosa vuole dire per la chiesa essere profetica nel mondo. A volte ci sono dei compromessi al ribasso.

Mariangela Gualtieri, Ci sono donne gonfie d’amore. 2010. Profezia è portare la parola.

venerdì 26 novembre 2021

QUALE CHIESA? Un libro del Cardinal Matteo Zuppi e don Paolo Cugini

QUALE CHIESA? UN LIBRO CON IL CARDINAL MATTEO ZUPPI

 


 

Parlare di Chiesa è sempre un argomento delicato, perché si entra in un ambito in cui convergono stili e pareri differenti, spesso contrastanti. Lo diventa ancora di più in un’epoca storica, come la nostra, in continuo e veloce cambiamento, che richiede una capacità di adattamento non facile da assimilare. Cambiano le situazioni storiche e cambia anche la Chiesa, il modo di pensarsi nel tempo. L’annuncio del Vangelo, compito specifico affidato da Gesù alla Chiesa, esige una costante riflessione, per comprendere e mettere in atto le modalità che sembrano più idonee per la realizzazione di questo servizio. Annunciare il Vangelo esige una comunità che si sforza di vivere ciò che desidera annunciare. È il tema della comunità cristiana, che ha visto nella parrocchia un modello ecclesiale significativo e privilegiato per molto tempo, uno degli snodi del problema.

In occidente, parlare di parrocchia ha significato parlare di parroci, della loro preparazione e formazione. Ogni parrocchia ha sempre avuto il proprio parroco di riferimento al punto che, nell’ecclesiologia tridentina, la parrocchia era la sposa del parroco che, una volta entrato in parrocchia, rimaneva per sempre. Fedeltà al ministero, in questo contesto, significava fedeltà alla comunità parrocchiale, presenza costante in essa. Proprio per questo, il Concilio di Trento prevedeva che le parrocchie non dovevano essere né troppo estese né troppo numerose per permettere al parroco il contatto personale e costante con i parrocchiani. Questo modello è durato secoli e ha avuto un valore altamente positivo. Il parroco era colui che accompagnava nella vita di fede le persone durante tuta la vita, dal battesimo sino alla morte. Il parroco, in questo modo, diveniva punto di riferimento costante nei problemi della vita quotidiana, perché era lui ad essere presente nella comunità, a condurla in un contesto in cui la dimensione religiosa s’identificava con quella ecclesiale. C’è stato un periodo lunghissimo della vita in occidente in cui era famoso l’adagio che diceva che, in un paese c’erano tre persone fondamentali: il dottore, il prete e il farmacista. Ogni comunità, anche la più piccola, aveva dunque il suo parroco, che curava la dimensione religiosa delle persone, all’interno di relazioni umane, che si consolidavano nel tempo, grazia alla permanenza del prete nella comunità.

Poi, in poco tempo, tutto questo mondo è crollato. Forse, il problema maggiore, è che il crollo è stato così veloce, che molte persone e anche molti prelati, non se ne sono accorti o, forse, non lo vogliono ammettere e accettare. Dinanzi ad un cambiamento così rapido del contesto culturale occidentale, che ha travolto anche il modello ecclesiale vigente, di struttura piramidale, che identificava l’autorità ecclesiale con la comunità, si fa fatica ancora oggi a produrre i passi necessari per un cambiamento di mentalità, soprattutto, per mettere in atto un nuovo modello ecclesiale. Accompagnare un cambiamento in atto di una realtà così complessa com’è la Chiesa, non è cosa facile, anzi. La tentazione di chiudersi in se stessi, di non accettare la realtà e riproporre il passato e i suoi fasti come se niente stesse accadendo, è sempre dietro alla porta. Il popolo di Dio, assieme ai suoi pastori, è invece chiamato ad un lento cammino di discernimento comunitario, per tentare d’interpretare alla luce della parola di Dio i segni dei tempi, ed elaborare proposte che esigono in ogni modo, una continua verifica. Un aspetto importante di questo delicatissimo momento storico, è che la comunità cristiana non è sola, ma ha diversi strumenti che possono orientarla nel cammino di discernimento comunitario.

 In primo luogo, ci sono i documenti del Concilio Vaticano II, che offrono ancora oggi notevoli spunti di riflessione per il cammino della Chiesa. In secondo luogo, la comunità locale ha a disposizione il Magistero di Papa Francesco, attento sia alle grandi intuizioni del Vaticano II, che alla realtà in cui viviamo e, per questo, capace d’interpretare il cambiamento in atto e offrire linee guida per la riflessione comunitaria. Infine, il Magistero vivo del Cardinale Matteo Zuppi, attento a traghettare la comunità locale nelle difficoltà che incontra ad incarnare il Vangelo in questa epoca di cambiamento. Strumenti, dunque, che dicono di un’attenzione provvidenziale del Signore che cammino con noi e in mezzo a noi, dove le onde e il mare in burrasca non devono spaventarci e disorientarci nel compito che abbiamo di essere testimoni del Risorto.

Le pagine che proponiamo, sono frutto di un percorso di formazione permanete degli adulti delle parrocchie di Palata Pepoli, Dodici Morelli, Galeazza e Bevilacqua dell’Archidiocesi di Bologna, che per alcuni mesi si sono confrontati sul tema: quale Chiesa? I primi due capitoli sono stati curati da don Paolo Cugini, amministratore parrocchiale delle suddette parrocchie. L’ultimo capitolo, oltre a riportare la relazione del Cardinale Matteo Maria Zuppi realizzata durante il percorso formativo, riporta anche alcuni suoi interventi sul tema specifico. 

venerdì 15 ottobre 2021

CAPIRE PAPA FRANCESCO - INCONTRO A PALATA PEPOLI DOMENICA 14 NOVEMBRE

 


L’obiettivo dell’incontro è quello di fornire alcune chiavi di lettura per tentare di comprendere le dinamiche di crisi che sta vivendo la Chiesa cattolica. Se è vero che la Chiesa nei secoli è passata attraverso situazioni di crisi più o meno accentuate, è altrettanto vero che è raro nella storia vedere una crisi che ha come maggior bersaglio il Papa e, in questo caso, Papa Francesco. Capire la crisi attuale della Chiesa significa comprendere i punti essenziali della proposta ecclesiale di Francesco, gli snodi del suo pensiero e le prospettive che si stanno aprendo. Lo faremo analizzando non solo i testi del Papa, ma anche il pensiero di color che lo contestano.

Ti aspettiamo, allora, a Palata Pepoli Domenica 14 novembre alle 15,30.

martedì 7 settembre 2021

A che punto siamo con gli abusi di potere, di coscienza e abusi sessuali dentro le chiese?


 

A che punto siamo con gli abusi di potere, di coscienza e abusi sessuali dentro le chiese? Continua la nostra ricerca perché nelle chiese e nelle comunità religiose le voci di donne escano dal silenzio. Il nostro obiettivo è di proseguire la campagna contro gli abusi clericali sulle religiose espressione più significativa della condizione di subordinazione delle donne nella Chiesa. Per questo abbiamo voluto dare voce alle autrici di due testi differenti che aiutano a comprendere meglio questa complessa realtà: da una parte un racconto di vita religiosa segnata drammaticamente dall’abuso sessuale e dall’altra il percorso di progressiva presa di coscienza della condizione delle donne attraverso la vita religiosa ma anche la maternità e l’esperienza nel movimento femminista. Insomma diamo voce a due donne non solo vittime ma soprattutto esempio di azione di cambiamento.

 

Doris Reisinger Wagner è teologa ,filosofa e ricercatrice in questo momento è una delle massime esperte mondiali sugli abusi clericali e la sua testimonianza rappresenta una delle più forti sfide alla gerarchia ecclesiale perché va a toccare il fulcro del potere vaticano.

Paola Lazzarini è sociologa della religione, giornalista e fondatrice dell’associazione ”Donne per la Chiesa” di cui è presidente impegnata come voce critica e libera per promuovere un movimento “dal basso” di donne cattoliche.

Condurrà l’incontro Ludovica Eugenio direttora di Adista che da tempo affronta le tematiche più controverse della condizione delle donne nella Chiesa con serietà e coraggio.

Vi invitiamo a partecipare giovedì 16 settembre h 18. Troverete il link nella locandina.

venerdì 19 marzo 2021

LA CHIESA CHE SOGNO - INTERVENTO DEL CARDINALE DI BOLOGNA MATTEO ZUPPI

 





Parrocchie di Galeazze, Palata Pepoli, Bevilacqua e Dodici Morelli

 


Percorso di formazione sul tema: Quale Chiesa?

 (incontro realizzato in meet)

Sintesi: Paolo Cugini

 

     Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento. Ci sono segnali di questo. Fino a vent’anni fa in ognuna delle parrocchie c’era il parroco e a volte anche il cappellano. Oggi questo cammino è faticoso per la gente e anche per i preti. La presenza del prete era ed è l’ossatura portante della vita della Chiesa. Tutto cambia, anche la chiesa. Dobbiamo fare di tutto perché cambi e diventi migliore. Stiamo cambiando, e quindi dobbiamo cambiare in meglio. Non dobbiamo rivendicare il passato. Possiamo continuare a fare la lista dei reclami, ma non serve a nulla. La coperta è corta e quindi si fa quello che si può. La chiesa deve crescere. Abbiamo bisogno dei preti: il servizio si trasformerà, ma abbiamo bisogno dei preti. Forse, però, il Signore in questo frangente della storia ci chiede qualche altra cosa.

      Il primo giorno del Concilio Vaticano II, nell’ottobre del 1962, San Giovanni XXIII fece il discorso della luna, la mattina, parlava dei profeti di sventura, rimpiangono il passato, che dimenticano che la storia non è quella del passato, esaltandolo, senza essere obiettivi, perché non è vero che proprio tutto nel passato andava bene. La chiesa incontra difficoltà quando vive con le cose del passato, e non riesce a vivere il presene. La chiesa chiaramente, non deve andare dietro al mondo. Dobbiamo stare dentro il mondo. Dicono che ieri funzionava, ma le cose sono cambiate. Molta gente, poi, pensa di conoscere la chiesa, ma non ha mai letto il Vangelo.

Che cosa ci chiede il Signore in questo tempo di cambiamento? Ci chiede qualcosa a tutti quanti noi. Ci chiede, innanzitutto, di costruire comunità dove oggi possiamo vivere la Parola di Dio, testimoniare il suo Vangelo tra gli uomini e le donne. Per questo, anche la più piccola comunità è importante.



Dobbiamo crescere nella comunione e, in questo cammino, c’è bisogno di ognuno di noi di seguire un Vangelo che non si riduce a una regola, ad obbedire delle regole. Capisco le regole se vivo con passione la vita.  Un vescovo brasiliano disse che cominciò a giocare a pallone perché alla gente piaceva. Dopo ho imparato il regolamento del gioco del calcio, ma prima si è messo a giocare perché vedeva con che passione la sua gente giocava a calcio. La chiesa non può partire dalle regole, ma dall’amore, dal Vangelo.

La Chiesa non è un club privato, una realtà elitaria. La chiesa è una casa aperta per cui chi arriva è subito coinvolto. La comunità è fatta per conoscere il Signore. Siamo fratelli e sorelle: non è un titolo di merito, ma significa averci un legame. Se noi crescessimo nel legame tra di noi, nell’amicizia, nel crescere spiritualmente, è il cammino da compiere. La chiesa non sarà mai un gruppo di autoaiuto. La chiesa è più di una partecipanza, perché ci volgiamo bene.

Credo che sia una bellissima sfida. È un cambiamento che ci coinvolge e ci aiuta a rendere ricca la comunità con il dono che siamo ognuno di noi. C’è sempre bisogno di qualcuno che armonizzi e quindi c’è bisogno di ministeri. Capiremo meglio il Vangelo aiutandoci gli uni gli altri. Prima il Vangelo e poi le regole.



Quello che abbiamo detto è che siamo chiamati a costruire la comunità, che non si attiva solo quando arriva il prete. Possiamo, ade esempio, pregare insieme in assenza di prete, come ad esempio i vespri, o le lodi. E quindi dobbiamo aiutarci. I cambiamenti che stiamo vivendo devono aiutarci a migliorare il cammino delle nostre comunità e non solo della mia comunità. Ogni comunità è importante, anche la più piccola. Non isolata. Abbiamo la possibilità di crescita della comunione tra di noi. Il mio campanile in collegamento con gli altri. La pentecoste che ho vissuto nel 2016 mi colpì tanto, anche perché c’erano tutte le comunità.

Se non so camminare ti insegnerò a volare. Farei delle nostre difficoltà un motivo per crescere. Questo è vero per tutto. Fare della Pandemia un motivo per cambiare. È vero che la situazione è gravissima. Però possiamo fare anche di questo un motivo di cambiamento. Il Signore non ci farà mancare ciò di cui abbiamo bisogno. Il seme ha bisogno di tempo per crescere. 

martedì 16 marzo 2021

POLIEDRO


 


Paolo Cugini

 

Deriva dal greco: polis, molti e èdron, faccia, quindi molte facce. Si tratta, dunque, di un solido geometrico limitato da superfici piane poligonali. Ci sono, poi, i poliedri regolari, costituiti da facce uguali, e i poliedri irregolari. È una figura che esercita un certo fascino perché valorizza le specificità. E’, infatti, nella prospettiva dell’unità nella diversità. La valorizzazione delle parti, invece, non viene attuata dalla sfera che, per sua caratteristica specifica, annulla qualsiasi spigolo, perché nella sfera tutto dev’essere omogeneo. Poliedro e sfera indicano, dunque, delle modalità d’intendere la relazione tra singolo e comunità, o tra diverse comunità in relazione tra di loro.

Questa figura geometrica è spesso citata da Papa Francesco per indicare la sua visione di Chiesa, come un’unione di tutte le parzialità che nell’unità mantiene l’originalità delle singolarità.  È l’esatto contrario in ciò che avviene nella sfera in cui la superficie non presenta sbavature. Tutte le volte che la Chiesa s’impone sui fedeli senza nessuna possibilità di ascolto o di replica, manifesta la sua intenzione di livellare la relazione affinché appaia un’uniformità, che lascia tranquilli chi detiene il potere, ma genera tensioni e ribellioni in chi le subisce. San Paolo, in questa prospettiva, in più di una circostanza ha manifestato il desiderio di costituire comunità cristiane seguendo il modello del poliedro, vale a dire, cercando di raggiungere l’unità salvaguardando le diversità. San Paolo era convinto che proprio lo Spirito Santo è colui che suscita le diversità, manifestando alle persone che lo accolgono i carismi specifici che permettono alla comunità cristiana di esistere ad immagine del Cristo.

Sul piano sociale e politico poliedro e sfera indicano due modi d’intendere le relazioni all’interno di una comunità, una nazione. Mentre, infatti, nel modello della sfera il cittadino si annulla o, spesso e volentieri, è annullato da misure autoritarie e violente, nel modello del poliedro il cittadino conserva la sua peculiarità. Il modello del poliedro permette al cittadino d’interagire con la struttura socio politica mantenendo una propria autonomia. Si percepisce lo stile poliedrico di governare un paese nell’antica polis greca, una delle rare esperienze politiche in cui i governanti non solo agivano per il bene dei cittadini, ma li coinvolgevano nelle decisioni da prendere. Mentre il modello sferico annulla la parte, la singolarità a beneficio del tutto, il modello poliedrico la valorizza e crede che ogni singolo cittadino è chiamato a dare il meglio di se stesso per il bene della comunità e riesce a farlo proprio perché è sollecitato nelle sue specificità.

Amo il poliedro e detesto la sfera. Mi piace essere coinvolto e coinvolgere le persone sui progetti che mi frullano per la testa. Non mi piace quando incontro sulla mia strada persone con una mentalità “sferica”, che asfaltano le volontà dei singoli per imporre la propria. La cosa peggiore è quando questo modello sferico si vede attuato nella Chiesa facendolo passare come volontà di Dio stracciando, in questo modo, pagine su pagine di Vangelo.

lunedì 9 novembre 2020

LA CHIESA COME OSPEDALE DA CAMPO

 




 Se si vuole amare il Signore, allora bi­sogna mettersi dentro a questo «ospedale da campo» che è la chiesa. La chiesa è tale non perché emana l’odore dell’incenso, ma perché – ad esempio – ha l’odore di feci dell’anziano da lavare; l’odore dell’incen­so viene soltanto dopo. Se prima si pulisce l’anziano che ha bisogno, allora può esserci anche l’odore dell’incenso; invece, se non è così, l’incenso puzza! Perché dove non c’è più lo Spirito del Signore, l’incenso puzza di ipocrisia” (Card. Matteo Zuppi, Bologna).

giovedì 25 giugno 2020

CHIAVI DI LETTURA DEL LIBRO: CHIESA POPOLO DI DIO







L'ultimo libro pubblicato intende offrire una riflessione intorno all’idea di Chiesa come popolo di Dio. Non si tratta di uno studio sistematico, nel senso classico del termine, vale a dire che la seguente ricerca non intende presentare una riflessione organica e articolata sull’oggetto di studio. Intende, invece, accompagnare lo sviluppo di un’idea di Chiesa sperimentata prima sul campo e poi ricercata tra le pagine di quella storia scritta dalla Chiesa latinoamericana, che oggi è possibile vedere nella proposta ecclesiale di papa Francesco. Il nostro desiderio è quello di gettare un ponte tra l’esperienza delle comunità ecclesiali di base latinoamericane, le intuizioni conciliari della Chiesa come popolo di Dio e la proposta di Francesco di una Chiesa missionaria, misericordiosa, che desidera integrare tutti nel suo cammino. Diversi sono i criteri che hanno guidato la stesura del presente studio.

Il primo e il più immediato è quello autobiografico. Il punto di partenza di questa ricerca, infatti, è l’esperienza da noi realizzata in quindici anni vissuti all’interno delle comunità ecclesiali di base del Nord-Est del Brasile. Il contatto con parrocchie immense, sia come territorio ma, soprattutto, nel numero di Comunità di base che le compongono, ha permesso di verificare la validità di un cammino di Chiesa in cui la ministerialità, in tutti i suoi aspetti, è all’ordine del giorno. Vivere il ministero in parrocchie costituite da decine di comunità comporta la capacità di porre fiducia nei laici e nelle laiche presenti sul territorio, di collaborare con loro in un comune progetto di evangelizzazione. Dall’esperienza pastorale sul campo è nato il desiderio di approfondire il cammino di questa Chiesa, per giungere alla scoperta della grande sintonia con la proposta conciliare della Chiesa come popolo di Dio, scoperta avvenuta non solo attraverso la lettura dei principali documenti della Chiesa latinoamericana, in modo particolare brasiliana, ma anche attraverso l’incontro con operatori e operatrici di pastorale.

Il presente lavoro si pone in continuità con la ricerca da noi realizzata a conclusione del corso di licenza in Teologia dell’evangelizzazione: Un nuovo modo di essere Chiesa. Le comunità ecclesiali di base in Brasile: storia e caratteristiche di un’esperienza di evangelizzazione.[1] Si tratta di una ricerca di carattere storico, focalizzata sull’analisi delle origini e della vita delle Comunità ecclesiali di base in Brasile. La presente tesi di dottorato in Teologia dell’Evangelizzazione tenta invece di cogliere la portata teologica e, in modo particolare, ecclesiologica di questa particolare esperienza di Chiesa. Non abbiamo voluto, quindi, ripetere la narrazione storica, ma soffermarci sugli sviluppi attuali per coglierne sia le criticità e, soprattutto, la possibilità di una proposta per il cammino della Chiesa.



Un secondo aspetto autobiografico ha stimolato la presente ricerca: l’esperienza di parroco in un’unità pastorale di cinque parrocchie, vissuta una volta rientrato in Italia. Le domande sottese alle scelte pastorali di questi ultimi anni sono sempre state orientate alla ricerca di un possibile utilizzo dell’esperienza maturata negli anni trascorsi in Brasile. Senza dubbio, l’idea non consisteva in un semplice trasferimento da un modello di Chiesa ad un altro, ma nel capire in profondità che cosa il particolare cammino della Chiesa latinoamericana e, in modo particolare quella brasiliana, potesse offrire all’esperienza ecclesiale italiana nel tentativo messo in atto delle Unità Pastorali, che esigono attenzioni nuove e modalità nuove non solo di evangelizzazione, ma anche di vivere il ministero. Come avremo modo di vedere, grazie ad una serie di Conferenze episcopali che hanno coinvolto tutto il continente, la Chiesa latinoamericana ha attualizzato sin da subito i contenuti del Concilio Vaticano II. La riflessione si è concentrata sin dall’inizio, sul modo di coinvolgere le chiese locali nella proposta di Chiesa come popolo di Dio, individuata quale modello ecclesiale presente nel cammino delle Comunità di base. Questo aspetto è, a nostro avviso, l’elemento più significativo del cammino della Chiesa latinoamericana, che ha percepito la proposta ecclesiologica del Vaticano II in sintonia con il proprio specifico cammino. In questo modo, l’opzione preferenziale per i poveri, la valorizzazione del laicato, la sinodalità, l’impegno in difesa delle classi più povere alla ricerca delle cause della disuguaglianza sociale, l’attenzione alla religiosità popolare e alla cultura, più che punti di partenza su cui impostare un progetto pastorale, divennero sviluppo di scelte pastorali già in atto.

Il secondo criterio per comprendere la seguente ricerca, è il contesto in cui essa si è svolta, vale a dire la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna. Non abbiamo svolto questo studio in modo indipendente dagli studi realizzati in questa sede, soprattutto nel periodo degli anni della Licenza in Teologia dell’Evangelizzazione, ma abbiamo scelto di inserirla in modo profondo in questo cammino. La prova di ciò sono le citazioni di diversi corsi frequentati e di alcuni studi dei professori della Facoltà. Il primo materiale a cui abbiamo attinto nella selezione dei contenuti utili alla ricerca, è rappresentato dai corsi frequentati e dai suggerimenti bibliografici dei docenti, che ringraziamo. La stessa idea iniziale del presente studio è avvenuta durante la frequenza del corso del professor Valentino Bulgarelli: “La questione ecclesiologica per una nuova evangelizzazione” (Anno Accademico 2013-2014), che mostrava il volto di una Chiesa attraente, che dall’esperienza delle prime comunità narrate nel libro degli Atti degli Apostoli, giungeva sino all’attuale camino ecclesiale proposto da papa Francesco. Ed è proprio questa l’ossatura principale del presente lavoro, che tenta di mostrare la continuità e, allo stesso tempo, la creatività della proposta ecclesiale di Papa Francesco in relazione alla proposta ecclesiale del Concilio Vaticano II di una Chiesa come popolo di Dio. Se durante la frequenza del corso del professor Bulgarelli, poi divenuto il primo relatore della ricerca, è emersa l’intuizione iniziale, lo stimolo a realizzarla è avvenuto durante uno dei seminari di dottorato del professor Paolo Boschini, il quale sosteneva la necessità di lavorare su un oggetto di ricerca che incontri l’effettivo interesse del candidato. Sono state queste parole che ci hanno mostrato come l’esperienza personale, lungi dall’essere un intralcio, può divenire uno stimolo che orienta la ricerca verso un progetto condivisibile.


Un terzo livello di comprensione della seguente ricerca è il rapporto con le fonti. Per lo svolgimento del seguente lavoro, che ha come oggetto di studio il modello ecclesiologico della Chiesa popolo di Dio, siamo partiti dai documenti del Concilio, e abbiamo passato in rassegna diversi documenti della Chiesa latinoamericana e brasiliana, decidendo di privilegiare il rapporto diretto con i documenti, e lasciando in seconda battuta le ricerche sugli stessi. Questo significa che ogni qual volta viene analizzato un documento ecclesiale, il testo finale offre un’analisi del conduttore della ricerca, prima di affidarsi all’interpretazione degli studiosi. Ci è parso questo un criterio fondamentale, in grado di attribuire senso e ragione di una ricerca di dottorato, che deve poter esprimere la recezione dei criteri ermeneutici in grado di analizzare un documento. Su questa prima stratificazione ermeneutica è poi avvenuto il confronto con la letteratura a disposizione. Questa chiave interpretativa ha costituito una svolta nello svolgimento della ricerca. L’oggetto principale del nostro studio, cioè il modello ecclesiologico della Chiesa come popolo di Dio, ci ha posto dinanzi a una bibliografia sterminata, che ha creato, in un primo momento, una grande preoccupazione. Il rischio era duplice: da una parte la possibilità di perdere di il filo che orientava la ricerca, e di condurla per percorsi secondari; dall’altra, quella di insistere eccessivamente sullo spessore scientifico, perdendo di vista il dato storico ed esperienziale. Privilegiare il contatto diretto con i documenti, ci ha inoltre consentito di selezionare i temi da evidenziare. L’espressione “Chiesa popolo di Dio” può indicare, infatti, una miriade di aspetti tutti importanti del modello ecclesiale in questione, al punto da non permettere un discernimento efficace. Il contatto diretto con i documenti, orientato dall’esperienza realizzata sul campo, ci ha permesso di individuare gli aspetti che in seguito abbiamo approfondito. Le scelte bibliografiche sono state dunque, orientate dalla nostra analisi dei documenti. Questo significa che in tutte e tre le parti di cui è composta la presente ricerca, abbiamo privilegiato le fonti documentarie. Rimane comunque, importante ricordare che il lavoro svolto ha come punto di partenza e di arrivo l’esperienza sul campo.


Un quarto criterio che può aiutare a comprendere il percorso intrapreso, deriva dalla scelta del materiale utilizzato durante la ricerca. Abbiamo utilizzato quasi esclusivamente studi realizzati negli idiomi di nostra conoscenza, vale a dire: francese, portoghese e spagnolo oltre, chiaramente, all’italiano. Per realizzare la prima e la terza parte, vale a dire quella sulle Comunità di base in Brasile e sulla proposta ecclesiale di Francesco, il materiale a nostra disposizione era quasi tutto in portoghese e spagnolo. Nella letteratura italiana non esiste uno studio che prenda in esame i documenti della CNBB da noi analizzati nella prima parte. È questo un primo livello di originalità di questa ricerca che ci sembra opportuno sottolineare. Si parla anche in Italia di Chiesa latinoamericana, ma spesso senza conoscere i documenti ecclesiali, e tanto meno gli sviluppi attuali. Parlare delle Comunità di base nel loro periodo di massimo splendore è estremamente diverso dall’occuparsi di questo cammino nel suo sviluppo attuale. Abbiamo, dunque, sfogliato le fonti originali per documentare il cammino di una Chiesa che negli ultimi decenni è cambiata significativamente, ma che, nonostante tutto, ha ancora qualcosa da dirci.

Un quinto livello ermeneutico riguarda il metodo. Questa ricerca può essere analizzata con il metodo utilizzato dalla Chiesa latinoamericana nella redazione dei propri documenti, vale a dire il metodo del vedere, giudicare e agire. La prima parte, come già abbiamo sottolineato, ha come punto di partenza il “vedere” quella specifica esperienza ecclesiale da noi vissuta: le Comunità ecclesiali di base del Nord-Est del Brasile. Questo primo livello permette di comprendere il significato delle modalità di attuazione della Chiesa come popolo di Dio. Ministerialità, sinodalità, centralità della Parola e opzione preferenziale per i poveri, prima di essere frutto di un’elaborazione teologica, sono il contenuto di uno specifico cammino di Chiesa. È questo “vedere” che fornisce lo spunto per analizzare il modello ecclesiale sottostante, vale a dire la Chiesa come popolo di Dio. La seconda parte, in questa prospettiva, corrisponde al “giudicare”. L’analisi dei documenti del Conciliano Vaticano II che, dopo secoli, ripropone l’idea di Chiesa come popolo di Dio, e dei documenti delle Conferenze episcopali latinoamericane di Medellín (1968) e Puebla (1979), ci permette di “giudicare” la validità di quell’esperienza ecclesiale da noi presa in considerazione e verificarne le condizioni di possibilità attuale. Il contatto con i documenti prodotti negli anni ‘80, soprattutto i documenti riguardanti il Sinodo straordinario dei Vescovi indetto da Giovanni Paolo II nel 1985, ci ha permesso di comprendere il livello di ricezione del modello di Chiesa popolo di Dio, giungendo a considerare proprio questi documenti come il vero e proprio spartiacque tra la ricezione del Vaticano II in Occidente e il cammino della Chiesa latinoamericana.



La terza ed ultima parte, vale a dire l’analisi della proposta ecclesiale di papa Francesco, può essere considerata l’“agire”, cioè, la comprensione della modalità di attuazione nell’oggi ecclesiale, della proposta conciliare della Chiesa come popolo di Dio vista e osservata nell’esperienza delle Comunità ecclesiali di base. Papa Francesco è stato e continua ad essere una grande novità, soprattutto per la Chiesa in Occidente. Provenendo dalla Chiesa latinoamericana ed avendo svolto il ministero episcopale in questo continente, partecipando anche direttamente alla stesura del documento di Aparecida, ha portato nel cammino della Chiesa universale una ventata di aria nuova, creando qualche perplessità e critica. Sarà compito della terza parte della ricerca offrire elementi che permettano di comprendere la bontà di una proposta ecclesiale nel suo agire nel momento presente.
Sempre a livello di metodo vorremmo proporre un ulteriore criterio ermeneutico utilizzato nella seguente ricerca. La seconda parte, che prende in esame il modello di Chiesa come popolo di Dio, non espone in modo sistematico un’analisi del modello in questione: abbiamo infatti scelto di percorrere un cammino diverso. Siamo sempre più convinti che il contenuto di un’idea anche teologica si comprenda dal modo in cui si presenta nel cammino della storia. Si tratta del principio d’Incarnazione applicato in teologia. Più che applicare dei sistemi teologici alle esperienze ecclesiali analizzate, si tratta di capire come queste esperienze abbiano espresso quel determinato modello ecclesiologico e quali contenuti. È del resto, uno dei principi espressi varie volte dallo stesso papa Francesco, che analizzeremo nell’ultima parte del nostro lavoro: la realtà è più importante dell’idea. È nella realtà, nell’oggi della storia che Cristo si manifesta. È nell’attenzione alla storia che è comprendiamo il significato di un’esperienza di Chiesa che può, poi, essere formalizzata in teoria. È questo il motivo che ci ha condotto a privilegiare, ogni volta che se ne presentava l’occasione, l’evoluzione storica non solo dell’esperienza di Chiesa presa in esame, ma anche dei dibattiti che hanno animato lo specifico cammino ecclesiale della Chiesa come popolo di Dio. In questa prospettiva, senza accompagnare il dibattito della stessa sul tema specifico della Chiesa popolo di Dio in America Latina, sarebbe impossibile comprendere le scelte, per altro da noi ritenute discutibili, operate dalla Congregazione della Dottrina della Fede sulla Teologia della liberazione. In modo particolare, diventano importanti per la nostra ricerca le riflessioni elaborate dai teologi argentini che, come vedremo, prenderanno progressivamente le distanze dalla corrente della Teologia della liberazione che identificherà la propria analisi della realtà sociale con i parametri dello schema proposto dal marxismo. Senza accompagnare questo dibattito, che acquisisce un’importanza notevole al punto da essere presente in tutte e tre le parti della tesi, diventerebbe difficile formulare una teoria sulla Chiesa come popolo di Dio nel cammino della Chiesa latinoamericana, che tanto ha influito sul cammino della Chiesa Occidentale. Ancora una volta, dunque, è sul piano della storia, in obbedienza a quel principio ermeneutico messo in atto dallo stesso Signore della storia, che è possibile prendere in considerazione il significato di un particolare concetto teologico.



Rispetto al progetto iniziale, il lavoro di ricerca ci ha condotti a un cambiamento di orizzonte. Prospettiva conclusiva dell’idea originaria della ricerca era infatti una Chiesa attraente. L’idea era quella di dare forma e chiarezza alle intuizioni emerse durante il corso del professor Bulgarelli sopra citato. Approfondendo la proposta ecclesiale di papa Francesco, seguendo anche i preziosi consigli del professor Fabrizio Mandreoli, che ci ha consigliato di prendere in considerazione il dossier della Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione della Facoltà dell’Emilia Romagna sulle origini del pensiero e del metodo teologico di Jorge Mario Bergoglio, siamo giunti ad intuire un dato importante: l’idea di Chiesa attraente vagheggiata all’inizio del presente lavoro si è venuta lentamente ad identificare con la proposta ecclesiale di Papa Francesco, vero e proprio punto di sintesi tra l’esperienza ecclesiale latinoamericana e le argomentazioni teologiche del Vaticano II.



Il presente lavoro si avvale dell’apporto di diversi studi in lingua portoghese, francese e spagnola, non ancora tradotti in italiano. Citiamo quindi tali testi in traduzione nostra. 
Inoltre, laddove l’italiano usa tradizionalmente il solo maschile per i plurali, abbiamo invece specificato maschile e femminile (ad es. laici e laiche), per una scelta di coerenza anche linguistica con il percorso di comunità e di Chiesa inclusiva che descriviamo, per quanto tale uso possa apparire ridondante e desueto.




[1] Tesi pubblicata per le edizioni Publishing, Milano 2018.