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domenica 30 settembre 2018

ABITARE LA VISIONE





Paolo Cugini

Non c’è nulla di puro. Non esiste un mondo dove tutto è bello e coerente. E’ la realtà, e lo sappiamo bene, che è ibrida, mescolata, e dobbiamo abituarci a questa mescolanza. La realtà è plurale, molteplice, si presente multiforme. Cerchiamo di ingabbiarla, di precederla, di anticiparla con i nostri schemi uniformi, ma non c’è nulla da fare. Appena apriamo gli occhi della vita e facciamo i primi passi, entriamo in un mondo in cui è difficile distinguere i colori, le sfumature. Difficoltà che cresce a dismisura man mano che passa il tempo, quando iniziamo ad entrare nel mondo fatto dagli uomini e dalle donne, un mondo che percepiamo essere non solo mescolato, ma contorto, ambiguo, confuso. Sembra che lo facciano apposta; sembra che facciano tutto il possibile per complicare ciò che è semplice, mescolare ciò che è molteplice, confondere ciò che è plurale. Apprendere a convivere nella confusione senza perdersi, è l’arte della vita. Riuscire a valorizzare ciò che s’incontra di buono nella mescolanza delle cose, è sintomo di grande capacità di adattamento.

Il dramma dei puri è proprio quello di non riuscire ad adeguarsi alla mescolanza e, allora, passano tutta la vita a rincorrere il sogno di un mondo luminoso, puro, senza sbavature. Per questo sono spesso arrabbiati con il mondo intero, perché non sanno cedere, non vogliono pensare che non esista un pezzo di mondo che non sia contaminato dalla stupidità e dall’ignoranza. Li vediamo, allora, insoddisfatti, perché costantemente alla ricerca di un mondo che non esiste se non nelle loro teste. Eppure, sono questi insoddisfatti, questi perenni sognatori, questi puri, questi visionari, che rendono il mondo più bello per tutti, perché ci mostrano degli sprazzi di luce, di quella realtà che normalmente nella vita reale non riusciamo a vedere. Loro, i puri, la vedono e la cercano: la esigono. La rincorrono in ogni momento della giornata. La sognano di notte e la vogliono di giorno. Loro, i puri, non sanno stare fermi e non conoscono rassegnazione: ci credono sempre e non ci mollano mai. Pur vivendo nel presente, hanno visioni sul futuro. Hanno occhi penetranti che li conducono continuamente in un’altra dimensione. Per questo, ad un certo punto, confondono la realtà con la visione e ci rimangono male quando qualcuno glielo fa notare. I puri, i sognatori, gli uomini e le donne abitate dalle visioni, capiscono, ad un certo punto della vita, che dovranno viaggiare da soli e che la solitudine sarà la dolce e amara compagna della vita.

Anche Gesù non c’è riuscito. Ha protetto il suo gruppo di discepoli e discepole dalle contaminazioni egoistiche e corrotte del mondo. Li aveva tenuti protetti dalle contaminazioni negative degli uomini del tempio, dagli uomini del potere, dalle sopraffazioni meschine degli uomini della politica e dell’economia. Che cos’era, infatti, il gruppo di discepoli e discepole se non un pezzettino di umanità incontaminato, puro, le cui logiche erano tutte all’insegna dell’amore, dell’uguaglianza, del rispetto reciproco, dell’attenzione all’altro, vissuto in uno spirito di apertura e di accoglienza, liberi dalle leggi ingiuste degli uomini. Purtroppo, come sappiamo, il sogno di Gesù è durato tre anni. Nemmeno Lui ci è riuscito. In ogni modo ci ha lasciato un grande insegnamento, vale a dire, che non c’è prezzo al mondo che possa pagare la dignità umana. Ci ha insegnato a vivere fino in fondo il proprio sogno, a non svendere al primo che capita le proprie visioni, a non lasciarsi tramortire dall’arroganza feroce di chi pensa solo a se stesso, di che pensa un mondo chiuso. Gesù ci ha insegnata che la libertà dei figli e delle figlie di Dio ha un prezzo da pagare molto alto in questo mondo di schiavi della materia, schiavi del dio denaro, schiavi del potere, servi del proprio egoismo. Amare e abitare il sogno di un mondo diverso, un mondo di giustizia e amore: è questa la grande eredità di Gesù e di tutti i sognatori e visionari come lui. Ama e fa ciò che vuoi. Vivi amando e ama vivendo: è questo il grande sogno di Gesù, che ha vissuto amando sino all’ultimo respiro della sua vita.

Ci sono spiriti liberi che non riescono a vivere in un mondo contaminato. Gesù era uno di questi. C’è gente che non ce l’ha fa a vivere tappandosi il naso. Ha i polmoni troppo fini; ha soprattutto voglia di respirare aria pura. E poi si sa che quando uno si abitua a respirare aria viziata pensa e crede che l’aria sia tutta così, che l’aria viziata sia l’aria e allora si adegua, non combatte per poter respirare aria pura e, così, lentamente muore, in tutti i sensi. Arriva persino a contrastare coloro che fanno di tutto per ripulire l’aria, per aiutare tutti a respirare l’aria pulita. Gesù era uno di questi che non ci mollava mai, che non accettava l’aria viziata degli uomini del tempio, che viziavano la religione con le loro regole opportunistiche. Gesù ha trascorso l’adolescenza e la gioventù ad ascoltare, a vedere e ad osservare attentamente il mondo degli adulti e lentamente si è accorto che era un modo dominato dall’ipocrisia, dalla falsità, della ricerca dei propri interessi. Gesù aveva capito che rimanere fedeli ai propri sogni di un mondo fatto di giustizia, di un mondo plurale che ti porta ad essere attento a tutti e ad accogliere tutti, non  solo non paga, ma ti isola. E infatti, sappiamo com’è andata finire quella storia esemplare che tutti i visionari del mondo prendono come puto di riferimento: Gesù è morto da solo in croce, abbandonato dai suoi, tradito da un suo discepolo, rinnegato da colui che aveva scelto come capo del gruppo. Nonostante ciò, non si è arreso, non ha rinunciato alle proprie visioni ma, proprio per questo, proprio per questa suo fedeltà assurda, le ha rese possibili per tutti.

mercoledì 29 marzo 2017

LA VOCAZIONE NELL'INFEDELTÀ

ZONALE OVEST VICARIATO URBANO- DIOCESI DI REGGIO EMILIA E GUASTALLA
LECTIO DIVINA DELLA QUARESIMA 2017




MEDITAZIONE DI DON MATTEO MIONI


GEREMIA 2-4


Sintesi: Palo Cugini
Geremia conosce la sua vocazione come parte di un popolo che è infedele. All’inizio abbiamo ascoltato le parole in cui Dio fa memoria della storia d’amore con il popolo d’Israele. Queste parole d’amore diventano parole in cui Dio consegna la sua debolezza. La forza dell’amore sperimenta la debolezza: perché mi hai abbandonato? Perché hai cercato altro, hai cercato altrove? Che cosa non ho fatto per te?

 Come mai sia avvenuto ciò non si sa. È come nel rapporto tra marito e moglie: a volte non ci si accorge come mai si sia arrivati ad una frattura. Senza dubbio, per Israele, c’è stata l’idolatria. Ma il rapporto con Dio si è spento pian piano. Dio si è reso conto che tra Lui e il suo popolo c’è stato un abbandono. Per questo, dice, intenterò un processo. Qualcuno dichiara il reato dell’altro e lo porta a processo (Cfr. Giobbe). Qui è Dio che chiama a processo il suo popolo. Israele dichiara la sua esigenza di libertà. Israele rifiuta ogni tipo di dipendenza dal suo Dio. Poi nega la propria infedeltà.

V. 23: non mi sono contaminata. Israele nega l’evidenza.
v. 25: tu rispondi: è inutile, amo gli stranieri. Finalmente la chiarezza, Israele non nega più.
v. 32: Siamo liberi, non verremo più da Te. Israele dichiara il suo estremo rifiuto. C’è un crescendo che va verso la rottura. Sono le tappe di tante separazioni coniugali. Io non voglio più il tuo amore.
v.35: io ti chiamo in giudizio perché hai detto non ho peccato. I sentimenti di Dio sono cambiati. C’è aggressività, ira. Dobbiamo accettare questo linguaggio. Geremia ci consegna il suo modo di percepire il cuore di JHWH. Dobbiamo accettare di stare in questa problematicità della Parola.

Ger 3, 1s: cfr Dt 24. Perché Geremia riporta questo insegnamento del Deuteronomio? Perché legalmente Israele non può ritornare da JHWH. Ma anche JHWH si rifiuta di riprenderla. Questi sono i sentimenti umani trasferiti su Dio. C’è anche l’impossibilità dei desideri di questa donna che dichiara di voler stare con gli stranieri. È un rapporto finito. Ma per fortuna non è così. Là dove l’uomo sperimento l’impossibilità, è sempre Dio che riapre la strada.

3,12: Ritorna Israele ribelle. Davanti alla ribellione Dio rimane fedele. Cristo è morto quando eravamo ancora peccatori (cfr. Rom5,1s). L’onnipotenza del perdono di Dio è l’unica vera onnipotenza. Ritornate figli traviati, non figli pentiti. Dio perdona per sempre. Sono pietoso: fedele. È la radice della fedeltà. È garantita la fedeltà della misericordia di Dio. L’uomo è libero di rifiutare l’amore di Dio e Dio è libero di perdonare per sempre (Cfr. Os 11). No darò sfogo all’ardore della mia ira perché sono Dio e non uomo e non verrò alla mia ira. Ritornate: è la litania della misericordia. È la vocazione di Dio: fedele e misericordioso. Dio che rinnova la sua vocazione. Solo se Dio riafferma la sua vocazione allora si può aprire nel cuore d’Israele la possibilità di riconoscere la sua vocazione. Tutto dipende dal Dio della misericordia. Dio non forza la mano. Dipende da Israele di accogliere la misericordia. Non si parla di pentimento ancora. Cfr. Gv 8: l’adultera: va rimettiti in cammino.

Solo Dio può sbloccare la situazione. Ma dopo dipende da noi se volgiamo accogliere la sua misericordia. Tutto dipende dalla nostra libertà di lasciarci amare così. Arrenderci all’amore di Dio. La vocazione dell’uomo è innanzi tutto lasciarsi amare da Dio. Non è il fare delle opere, ma lasciarci riconciliare con Dio. Alla consapevolezza della vocazione di Dio corrisponde la consapevolezza della vocazione d’Israele, dell’uomo.

2 Cor 5: Dio ci ha riconciliati a sé mediante Cristo, ci ha affidato il ministero della riconciliazione. È stato Dio a riconciliare il mondo in Cristo. Noi fungiamo da ambasciatori. Come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Ecco ora il momento favorevole, il momento della salvezza.
È oggi il tempo della salvezza il momento favorevole.



sabato 20 dicembre 2014

L'AMORE CHE SI FA PAROLA (PENSIERO)


Paolo Cugini

C’è un nome che troviamo in tutte le letture di oggi: Davide. Lo troviamo nella profezia della prima lettura, dove il profeta Natan profetizza al re Davide la volontà di Dio di costruire sulla sua discendenza un’eredità eterna. E poi ci viene detto che Giuseppe, il padre di Gesù, è della dinastia di Davide. Tra le due narrazioni passano mille anni. E’ chiaramente il tema della fedeltà della Parola di Dio, che si mantiene fedele e la fedeltà, come sappiamo, è un tema cara alla riflessione biblica. Il problema è capire di che fedeltà si tratta, e cioè che cosa intende la Bibbia quando accenna a ciò.

 C’è sotteso, però, nelle letture di oggi, anche un altro tema e cioè quello del progetto di Dio. Che la nascita di Gesù corrisponda esattamente a quello che i profeti avevano annunciato mille anni prima vuole pure significare qualcosa. Una delle caratteristiche di Dio, oltre all’amore e alla misericordia, è il pensiero, è il fatto che Dio pensa, progetta. Un pensiero la cui forza non sta nel violare gli eventi storici per indirizzarli al suo volere, ma al contrario, nel saper recuperare, ricucire, rigenerare dal di dentro. Questa è la forza della Parola di Dio, che è una semente di eternità, che è capace di far fiorire il deserto, di trasformare armi di guerra in strumenti di lavoro e di pace, di risanare ciò che sembra irrimediabilmente perduto. E’ il pensiero di Dio che c’insegna a non avere fretta, ad attendere i tempi del Signore, a lasciare che le cose maturino, a non disperarci, quindi, se il presente non è carico di ciò che noi aspettiamo. Non a caso il Vangelo di Giovanni chiamerà Gesù il Logos, il pensiero, il Verbo, la Parola. Il pensiero che si esprime con la Parola e che si manifesta nella storia e parla con noi a tu per tu. Pensiero, Parola, significano che la vita non s’improvvisa, che non possiamo permetterci il rischio di lasciare ai sentimenti, alle passioni il diritto di guidarci. Accogliere il Pensiero che viene da Dio e che si manifesta nella sua Parola significa apprendere a lasciar plasmare le nostre passioni, le nostre tensioni dentro un disegno più grande, che va al di là dell’immediato.
L’altro tema presente nelle letture di oggi è quello della fedeltà.  Il problema sorge quando applichiamo alla Bibbia i nostri schemi di riferimento tipici della cultura Occidentale, che provengono da un percorso culturale molto differente da quello semitico. Per noi fedeltà s’identifica con un percorso progressivo e lineare, come la realizzazione di ciò che è stato progettato all’inizio. Fedele, nella prospettiva della nostra cultura, è colui o colei che vive fino in fondo ciò che ha scelto, senza incrinature. Fedeltà, in questa prospettiva, è sinonimo di durezza, capacità di rinuncia, fermezza. Tutto sembra essere determinato dalle capacità del singolo, dalla sua forza e chiarezza di obiettivi. Senza dubbio per essere fedeli a dei principi, a dei valori occorre anche questo, ma non solo.

Il problema è che guardando attentamente la Scrittura la fedeltà non appare mai come qualcosa di lineare, di progressivo. Sfogliando, infatti, la Bibbia, poche pagine dopo questa bellissima profezia, troviamo il re Davide coinvolto in un adulterio e in un omicidio. Andando ancora più avanti suo figlio Salomone, stimato da tutti per la sua grande saggezza, finisce gli anni della sua vita immerso nell’idolatria. Lo stesso Geroboamo, figlio di Salomone, non fa meglio del padre, anzi. In pochi anni riesce a fare ciò che nessun altro era riuscito e cioè a dividere il regno in due. Il percorso storico d’Israele è contrassegnato da una costante tendenza alla caduta, all’infedeltà, alla facilità di seduzione per i cammini diversi da quelli proposti dal Signore. La storia d’Israele è maestra di vita perché rivela il cuore dell’uomo e della donna, un cuore che ha difficoltà a rimanere fermo su ciò che gli viene proposto da Dio. C’è allora una debolezza nella struttura umana che la Bibbia conosce e che ci mostra senza pudori anche perché è a partire da questa presa di coscienza che è possibile cogliere la presenza di Dio nella storia e come si manifesta. Un autentico cammino spirituale illuminato dalla Parola di Dio, non ci rende duri, severi, giudici implacabili, ma misericordiosi, teneri, ricolmi da quella compassione che proviene dalla coscienza della nostra debolezza e, dall’altra, dall’esperienza della misericordia di Dio.  Dio è amore, perdono e misericordia perché è solo così che può essere risanata l’umanità ferita nel profondo dell’anima. Non esiste, allora, possibilità di fedeltà, come relazione autentica d’amore, se non dentro a questo mistero di misericordia di Dio. La spiritualità tipica dell’avvento c’introduce in questo cammino di passività spirituale che esige una grande forza d’animo: fare spazio, abbassare le pretese, affidarsi meno alle nostre forze e più alla misericordia del Signore.


Vivere l’avvento in questa prospettiva significa essere meno attenti e preoccupati all’effimero e più pronti a fare spazio al Signore che viene, per accoglierlo così com’è e non come vorremmo che fosse. 

giovedì 18 dicembre 2014

LA DEBOLEZZA DELLA FEDELTÀ'


Paolo Cugini


Si pensa che la fedeltà sia qualcosa di duro, di fisso, di stabile e irremovibile, ma in realtà non è proprio così. Abbiamo imparato a scuola a dividere la realtà per opposti, da una parte il bianco e dall’altra il nero, da un lato il forte e dall’altra il debole, in un canto il bello e dall’altro canto il brutto. Per stare bene noi, per rispondere a quel mostruoso bisogno di sicurezza che abbiamo dentro abbiamo sigillato la realtà, abbiamo deciso che essa sia dialettica, che sia dicotomica, che avvenga e si sviluppi per forze contrarie. Solo che la realtà non è così, perché ci sono i grigi e non solo il bianco e il nero, cioè la realtà si manifesta nella sa varietà, nella sua pluralità e se ne infischia dei nostri problemi, delle nostre insicurezze, dei nostri bisogni di sopravvivenza. Così è anche per la fedeltà, che è tutto fuorché una durezza, una resistenza, un sacrificio. In realtà sboccia da una fortissima esperienza d’amore, da una relazione d’amore. E non può essere che così perché solo l’amore è in grado di produrre la forza che ci fa proseguire il cammino nonostante tutto, nonostante le improvvise e numerose infiltrazioni negative della vita, che ci fanno dubitare, che s’insinuano nella mente invisibilmente ma insidiosamente e ci fanno dubitare, ci mettono in discussione ciò che sino a qualche tempo addietro era assolutamente indiscutibile. E andiamo avanti, nonostante tutto. E andiamo avanti perché dietro di noi, ragazzo mio, c’è il ricordo di quello che è stato l’origine di tutto, di quello che ad un certo punto ci è venuto incontro come una forza nuova, una forza creatrice, quella stessa forza che ha creato il mondo e che ha fatto si che tutto fosse, compresi noi. E allora, in questa prospettiva e per questa direzione la fedeltà diventa un continuo sforzo di memoria, di fare spazio all’amore originario affinché sappia trasformare il nostro presente, soprattutto quella materia ostica che incontriamo, quella materia resistente, quei frammenti di egoismo e di odio che incontriamo nella nostra vita, fare in modo che non siano loro a farci arretrare, ma avere la pazienza affinché l’amore che c’è in noi e che un giorno ci ha rigenerato, possa trasformare tutto. Si capisce, allora, come la fedeltà passi per periodi di grande timore, si capisce come l’esperienza d’amore nel tempo possa logorarsi, perdere di spessore, d’intensità. Si comprende allora che proprio questo rimanere nell’amore originario nonostante il deserto, si comprende che proprio questo stare, questo rimanere, questo essere spazio dell’amore in mezzo al deserto della vita che ci disorienta, ci lascia senza ragioni, questo rimanere lì in attesa di giorni migliori, sia sotto tutti i punti di vista la vera esperienza dell’amore Perché è troppo facile, ragazzi miei, amare da giovani; è troppo facile amare quando si è sconvolti dalla passione. E’ un gioco da ragazzi dire che si ama e che si è disposti a tutto quando si è nel bel mezzo della gioventù, quando si è nel bel mezzo dell’uragano delle passioni. Prova a dirlo quando non ci capisci più nulla. Prova parlare d’amore quando la vita ti asfalta con le malattie, quando la vita ti prova sovrapponendo delle altre passioni, quando la vita ti annebbia gli occhi con la sabbia delle incomprensioni. Rimanere lì sul proprio posto in questi momenti è il vero amore, è il segno che ciò che c’era all’origine di tutto era autentico, non era una fantasia. La fedeltà nella prova è affidamento e l’affidamento è amore puro perché non si attacca a nulla, perché non ha più dei punti di appoggio, perché in un certo senso non ci sono nemmeno i sentimenti, le passioni, anzi spesso e volentieri c’è il contrario, c’è il non senso, ci sono delle domande che nascono dentro che ci spezzano in due, che ci mettono in ginocchio. Rimanere in queste circostanze è l’amore allo stato puro, è pura gratuità, perché va oltre la ragione, anzi la sconfigge, perché tutta quella ragione che forma delle logiche razionali per farti fuggire dai lunghi anni di deserto della vita, viene letteralmente sconfitta dalla pazienza imperterrita e cosante del rimanere. L’amore è paziente dice san Paolo: è proprio così. Si riescono a cogliere queste autentiche verità solamente nel tempo, solamente dandosi tempo, solamente lungo l’esistenza. Perché all’inizio non si pensa così, all’inizio si pensa tutto sull’amore, ma non che sia così. Anche perché ci sono tutte le fiabe dell’infanzia e poi le favole dell’adolescenza, gli amore violenti della giovinezza quando si pensa che l’amore sia una forza. Nessuno all’inizio si aspetterebbe che l’amore in realtà sia una grande debolezza. Nessuno oserebbe pensare in gioventù che nell’amore puro non ci sia il sentimento. Nessuno oserebbe escludere il sentimento dall’amore puro. Eppure la vita c’insegna questo. Amare è l’essenza della vita: per questo siamo fedeli. Incontrare nel nostro cammino esistenziale qualcuno che c’insegni ad amare è il grande dono che la vita ci può fare: auguri!