Visualizzazione post con etichetta cammino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cammino. Mostra tutti i post

venerdì 5 settembre 2025

L’ebbrezza dell’incontro con mondi nuovi

 




La contaminazione culturale come apertura e ricchezza

 

 

Paolo Cugini

 

C’è davvero un senso di ebrezza, una vertigine sottile, ogni volta che ci si avvicina a mondi nuovi, a culture diverse, e si lascia che queste ci contaminino. Questo è un aspetto davvero importante da sottolineare: la necessità esistenziale, vitale di uscire dai propri mondi, per scoprirne altri, Forse è questo il problema maggiore: alzarsi e mettersi in cammino. Alzarsi ed aprire la porta e decidere di non tornare alla sera, ma di prendere un treno, un aeroplano e viaggiare. La metafora del viaggio è molto potente perché rivela una parte importante di noi: il desiderio del nuovo, di conoscere altro, di tuffarsi nel mondo dell’altro e lasciarsi contaminare, permette al mondo altro, cioè, di toccarci, di prenderci per mano e condurci in una nuova realtà che ci può cambiare per sempre.

 La contaminazione, in questo senso, non è una perdita di identità, bensì una feconda apertura. Questo ci dice anche del senso autentico di ciò che intendiamo con il termine identità, che prima di essere un dato fisso, è una conquista che sta sempre dinanzi a noi. Siamo il nostro cammino. Quando una cultura, una lingua, una tradizione diversa penetra nel nostro mondo, qualcosa di profondo si muove. Nella scoperta dell’altro, come suggerisce Italo Calvino nelle sue Città invisibili, ci troviamo di fronte all’alterità che ci invita a immaginare altre possibili esistenze. Calvino ci fa capire che il viaggio, reale o metaforico, è sempre incontro e contaminazione; ogni città visitata è una nuova parte di sé che si aggiunge al mosaico della propria identità. L’incontro dell’altro può voler dire abbandono, perché la contaminazione ci fa scoprire qualcosa di nuovo, ma a volte anche qualcosa di meglio.

La contaminazione culturale, invece di essere temuta, può diventare il motore di crescita personale e collettiva. Edward Said, nel suo saggio Orientalismo, parla del pericolo dell’immobilismo culturale e della necessità di lasciarsi permeare dall’altro per andare oltre le proprie barriere. Per Said, la conoscenza dell’altro è sempre una forma di apertura, un modo per superare pregiudizi e resistenze, un invito a ripensarsi. La contaminazione è uno spazio nuovo, perché è come un fiume che trasporta lingue, storie, sapori, sensazioni da una riva all’altra, mostrando che la ricchezza nasce proprio dal mescolarsi, dal lasciarsi attraversare dagli influssi più diversi. In questa prospettiva, la contaminazione diventa la chiave per aprire porte e finestre sul nuovo. La contaminazione è un  viaggio interiore attraverso mondi che si sovrappongono e si intrecciano, mostrando come la vera meraviglia sia sempre nell’incontro tra universi diversi.

C’è dunque qualcosa di profondamente gioioso e vitale nell’entrare in contatto con culture altre, nel lasciarsi contaminare senza paura. È una sensazione che ricorda il primo assaggio di un frutto esotico, la prima parola pronunciata in una lingua straniera, la prima sera trascorsa in una città che non si conosceva: momenti in cui la nostra identità si espande, si arricchisce, si rinnova. Contaminarsi significa aprirsi, scoprire, accogliere. Significa abbandonare le certezze per abbracciare la complessità. E così, ogni volta che mondi diversi si incontrano, nasce quell’ebbrezza creativa che è il segno più vivo dell’esistenza. Nel lasciarci toccare dall’altro, diventiamo noi stessi più aperti, più profondi, più umani. La contaminazione dice di un cammino di umanizzazione: basta solo muoversi.

 

sabato 9 settembre 2023

LA SOLITUDINE DELLA LIBERTA'

 




 

Paolo Cugini

Siete morti e volete che tutti lo siano. Non siete stati capaci di spiccare il volo della libertà e allora volete che tutti siano in gabbia. Siete rimasti invischiati nelle maglie strette della religione e volete tarpare le ali a tutti. Chi è stato il miserabile che vi ha insegnato che la religione e Dio sono la stessa cosa? Non vi siete mai accorti che Dio si manifesta nell’amore, nella libertà, nella giustizia? Che cosa c’entra Dio con le rigide regole del sacro, talmente rigide che nemmeno voi riuscite a viverle?

Eppure, Lui, il Signore del sabato, lo aveva detto che le regole sono a servizio dell’uomo e della donna e non il contrario. Lui, che non è venuto per condannare ma per salvare aveva puntato il dito contro i capi religiosi accusandoli di aver cambiato la Parola di Dio con le loro tradizioni umane. Ma non c’è stato nulla da fare perché, quando l’anima è divorata dalla cupidigia, non riesce a vedere altro che interessi personali, alla faccia di Dio e dei suoi parenti.

Non ci resta, allora, che voltare le spalle e andare per la nostra strada, la strada della libertà, fatta di polvere e salite, di pericoli e di possibilità di perdersi, ma perlomeno non ci saranno più, come compagni di viaggio, dei furfanti bugiardi. Meglio camminare soli perchè, a volte, la libertà lo esige.

giovedì 20 dicembre 2018

LIBERATEVI, PER DIO!




Paolo Cugini

È come la cipolla o come una fodera. Sono esempi che prendo da una mia cara amica, che li usa spesso ogni volta che spiega la complessità del testo biblico. La cipolla vista da lontano, sembra compatta, una cosa unica, ma non è. Quando la vedi da vicino ti accorgi che è stratificata, che la puoi pelare, le puoi togliere le stratificazioni che, per quanto riguarda la cipolla – e non solo – è un processo che ci fa piangere.

Anche le coperte sembrano un corpo unico e invece ci sono delle cuciture che uniscono i pezzi e poi ci sono dei rivestimenti per nascondere le cuciture. La coperta sembra un corpo compatto, ma non è. Come, del resto, tante cose nella vita: sembrano compatte, ma non lo sono. Ci abituiamo a vivere nell’apparenza delle cose, sino al giorno in cui un incontro, un volto, un sentimento forte ci aiuta a svegliarci e a scoprire che non è tutto compatto come sembra, che c’è qualcosa di diverso, che c’è dell'altro.

C’è tutto un sistema di cose che fa di tutto affinché la realtà risulti compatta, bella, simpatica. C’è tutto un mondo che lavora al mascheramento della realtà, soprattutto, al mascheramento delle manipolazioni del reale. E poi intervengono degli eventi che incrinano la compattezza, che aprono degli spiragli, che provocano una riflessione, una crisi e aprono, in questo modo, il cammino della decostruzione che ci conducono alla realtà, vale a dire, alla verità sulle cose. La decostruzione delle strutture messe in atto per coprire la manipolazione della realtà è, allo stesso tempo, un cammino di liberazione e di disvelamento. È di liberazione perché, finalmente, la persona vive con libertà il proprio rapporto con la realtà. Di disvelamento perché la rivelazione del processo di decostruzione ci conduce alla comprensione che le intuizioni che percepivamo nel periodo della manipolazione del reale, erano autentiche. Questa è già un’importante indicazione di metodo. Ci dice, infatti, che ogni persona è dotata per cogliere la verità delle cose, la loro realtà e, quindi, è in grado di percepire ogni tentativo di manipolazione, di distorsione, di dissuasione.

Ad un certo punto nella vita dobbiamo decidere se sbucciare le cipolle o lasciarle così; dobbiamo decidere se togliere le federe e controllare le cuciture, oppure continuare a coprirci come se la coperta fosse un corpo unico. Infine, ad un certo punto della vita dobbiamo decidere se continuare a credere a santa Lucia e a Babbo Natale, o se collocarli al loro posto. Dobbiamo, cioè, ad un certo punto della vita, che sarebbe bello essere il più presto possibile, deciderci se vale la pena soffrire un po’, smascherando i miti che ci stanno offuscando la vista del reale, o fare finta di nulla e pagare il prezzo salatissimo di una vita falsa, di correre il rischio cioè di non vivere mai la realtà.

Quando questo succede, cioè quando ritardiamo ad attivare i processi di decostruzione e di smascheramento stiamo male perché viviamo male. La coscienza si ribella quando qualcosa o qualcuno ci soffoca, tarpa le nostre ali, c’impedisce di volare, di essere noi stessi. La nostra coscienza si arrabbia con noi nel profondo del nostro cuore quando ci vede pigri, remissivi, un po' meschini perché ci rifugiamo dietro le nostre paure. Siamo come arrabbiati quando ci accorgiamo che la vita non è come l’avevamo pensata o come qualcuno l’ha pensata per noi. E allora c’è dentro di noi una voce, un sentimento che ci spinge a prenderci in mano, a prenderci sul serio, a smetterla di piagnucolare e tirarci su le maniche pere smascherare tutto e vivere così finalmente liberi.

È il contatto con la realtà che smaschera le sovrastrutture false che ci stanno impedendo di vivere in modo autentico. È la realtà che provoca l’incresparsi di quelle idee, di quelle filosofie e teologie che rivestono la nostra vita non permettendoci di vivere in modo autentico. La cosa peggiore che purtroppo accade spesso, è quando le filosofie e le ideologie incontrano come alleati i genitori che, non hanno tempo per controllare se tali ideologie sono aderenti o meno alla realtà. Povera quella giovane anima che trova dentro di casa l’alleanza diabolica dei propri genitori con gli spacciatori di ideologie devitalizzanti e castranti! Sarà dura uscire da questa gabbia di matti, ma ce la si può fare. C’è sempre, infatti, un giorno in cui incontriamo qualcosa di reale, in cui percepiamo che il mondo non è come ce lo stanno spacciando. C’è sempre un giorno in cui la giovane anima respira aria di libertà e, quando questo succede, puoi star sicuro che farà di tutto per scrollarsi di dosso il marciume delle filosofie e delle teologie che come catene la tengono in gabbia. Chi sente profumo di libertà, soprattutto quando questo profumo viene verso di noi nella giovinezza, puoi stare sicuro amico mio, che questo profumo non si scorda mai.

Il primo elemento fondamentale di questo processo di smascheramento, che è allo stesso tempo un processo di decostruzione, consiste nel prendere le distanze dai maghi, dai ciarlatani, dai venditori di fumo, imbroglioni da due soldi che, per tante ragioni, abbiamo incontrato nel nostro cammino e ci hanno riempito la testa di fandonie. Credo che sia impossibile questo salutare addio ai ciarlatani senza incontrare qualcuno che ci sia già passato, qualcuno che si sia già liberato dal mondo di fandonie, dal mascheramento del reale. È brutto che lo dica proprio io che sono della stessa categoria, ma molti di questi ciarlatani vestono delle sottane nere e camminano nelle chiese. C’è tutta una religione che prima di essere cammino di libertà è strumento satanico di schiavitù e di morte. Quanta gente ho incontrato in questi anni che ingenuamente seguiva quel tal prete o quel tal gruppo pensando di camminare nella via del Signore e invece stavano percorrendo il sentiero di Satana! Liberatevi, per Dio!


lunedì 16 gennaio 2017

LA MINISTERIALITÀ NELLE NOSTRE COMUNITÀ


Paolo Cugini
Nel cammino di Chiesa che abbiamo intrapreso con le Unità Pastorali è importante capire la direzione che vogliamo imboccare. In questo cammino ci sono offerte delle indicazioni diocesane, che abbiamo già letto e fatto nostre. Soprattutto, però, il cammino che stiamo percorrendo, lo dobbiamo pensare insieme, lasciandoci ispirare dalla Parola di Dio e condurre dallo Spirito Santo. Pensare insieme significa essere presenti nei momenti di confronto, come i Consigli Pastorali o le Lectio del martedì. Essere cristiani adulti nella fede significa assumersi le proprie responsabilità, uscire dall’infantilismo spirituale che pretende sempre di ricevere tutto come qualcosa di dovuto. Costruire un cammino insieme, significa anche che nessuno ha la verità in tasca, ma che la dobbiamo cercare insieme. Inoltre, siccome il cammino indica una meta, significa che camminiamo in avanti e non indietro, guardando a ciò che c’è dinanzi a noi e non a ciò che c’è dietro.

 Il cammino lo costruiamo insieme, cristiani membri di più comunità, che provengono da esperienze diverse e, di conseguenza, abbiamo la possibilità di arricchirci di doni nuovi gli uni gli altri. Confrontandosi con altre esperienze pastorali si percepisce un rischio in questo nuovo cammino ecclesiale, vale a dire la possibilità di perdere il valore della comunità parrocchiale. Se l’Unità Pastorale, infatti, diviene il sostituto della parrocchia e tutto viene deciso in quella sede, il rischio grave è quello di perdere la propria identità di comunità, il rapporto con le persone che sono accanto a noi. Ecco perché dobbiamo interrogarci sulle modalità di ministerialità che la situazione pastorale attuale richiede alle nostre comunità, per mantenersi in vita. Questo vuole dire che, oltre ai sacerdoti e ai diaconi permanenti, occorre interrogarsi sui ministeri che oggi sono necessari per mantenere viva la comunità locale. Attraverso la parrocchia, la Chiesa è sempre riuscita a mantenere un contatto con le persone presenti nel territorio, arrivando loro attraverso i sacramenti e i cammini di evangelizzazione. Parrocchia che, per diversi secoli, si è identificata in Occidente con il parroco. 

L’attuale situazione ecclesiale chiede a tutti i cristiani di recuperare il significato profondo del proprio battesimo, per capire in che modo siamo chiamati ad esercitare i nostri doni profetici, sacerdotali e regali. Lo facciamo insieme, in ascolto di quel sensus fidei del quale tutti siamo dotati in virtù del battesimo. Ascolto che non si esaurisce in un Consiglio Pastorale, ma che richiede un atteggiamento costante di discernimento comunitario dei segni del tempo. Gli Atti degli Apostoli ci ricordano che le prime comunità venivano denominate così: il Cammino. Comunità in cammino, allora, per essere un segno visibile nel mondo della presenza del Signore; comunità capaci di rimanere in ascolto del Signore che ci chiede di rimanere con lo sguardo fisso su di Lui, che si trova sempre dinnanzi a noi e non dietro. 

martedì 28 giugno 2016

BUON VIAGGIO DON EUGENIO





LA VITA COME CAMMINO

don Paolo Cugini
C’è un’immagine che ricorre spesso nei Vangeli, vale a dire quella di Gesù che cammina sulla strada con i suoi discepoli. È sulla strada che Gesù ha svolto la sua missione. È sempre sulla strada che Gesù ha incontrato le persone, gli ammalati, i poveri. È, infine,  sulla strada che Gesù ha annunziato l’avvento del Regno di Dio, regno di pace, di giustizia, di fraternità.
Ho conosciuto don Eugenio guardando una foto. Era il 1992 e in seminario, dove allora mi trovavo per prepararmi al ministero, il Centro Missionario Diocesano aveva organizzato una mostra fotografica sulle missioni diocesane. Mentre guardavo le foto ne trovai una che ritraeva una persona che camminava spedita non si sa dove sulla strada impolverata del sertao della Bahia. Chiesi a chi era vicino a me chi fosse il personaggio in questione e mi venne risposto: “È don Eugenio Morlini, uno tosto”. Incuriosito dal personaggio andai a frugare tra le lettere dei missionari diocesani, che erano state appena pubblicate in quel periodo. Lessi con interesse alcune delle lettere che don Eugenio scriveva alla fine degli anni ’70. Mi colpirono molto alcune delle sue parole che esprimevano una sete di giustizia impressionante. Era l’epoca delle lotte contro i latifondisti locali, che opprimevano i poveri. A distanza di circa venticinque anni, mi ricordo ancora un pezzo di una di queste lettere nelle quali don Eugenio diceva che, sino a quando ci sarebbero stati dei poveri che soffrivano le ingiustizie dei potenti, non si poteva rimanere nel chiuso delle chiese per celebrare delle liturgie. Affermazione forte e senza dubbio provocatoria, che esprimeva comunque uno dei maggiori insegnamenti del cammino della Chiesa Latinoamericana vissuto nelle comunità di base, vale a dire il legame tra fede e vita.

Ciò che celebriamo nella liturgia dev’essere il riflesso di ciò che viviamo nella vita di ogni giorno e viceversa.  Non possiamo osannare in chiesa il Dio della vita e poi disinteressarci di chi soffre e rimanere indifferenti dinanzi alle cause dell’ingiustizia. Nelle comunità di san Bartolomeo e Codemondo questo stile è molto presente e, mi sembra, la maggior eredità che lascia don Eugenio a noi. Ogni volta che celebriamo alla domenica il giorno del Signore, c’impegniamo a vivere come il Signore ha vissuto, ad assimilare la sua sete di giustizia, a desiderare di costruire ponti dove il mondo semina odio, a rimanere sensibili dinanzi alle sofferenze dei fratelli e delle sorelle che incontriamo nel nostro cammino, a rimanere aperti sul mondo e non chiusi nel nostro orticello.

Essere amici di don Eugenio vuole dire sforzarci di percorrere a nostro modo i sentieri che lui stesso ha percorso mostrandoci il cammino. Sono i sentieri della pace, della lotta contro le mafie, dell’attenzione ai più poveri, agli ammalati, ai lontani. Sono anche i sentieri che lo hanno portato in quelle parti del mondo piene di tensioni e di sofferenze, per portare un po' di sollievo. Mentre lo ringraziamo per il servizio che ha svolto per tanti anni in mezzo a noi, lo raccomandiamo al Signore perché lo tenga in salute e perché continui a seminare le sementi del Regno di Dio nella nuova tappa della sua vita. Buon cammino Eugenio.


mercoledì 27 maggio 2015

EDUCARE I GIOVANI ALLA FEDE







Paolo Cugini
E’ stato questo il titolo della relazione del prof. Pier Paolo Triani all’incontro regionale degli assistenti ecclesiastici Agesci tenutosi a Bologna lunedì 18 maggio. Un tema sempre molto stimolante per coloro che sono tutti i giorni a contatto con i giovani e che desiderano annunciare loro il Vangelo. Triani faceva notare che dal punto di vista formativo la condizione giovanile è piuttosto critica. Si nota infatti, anche tra i giovani che frequentano le parrocchie, una scarsa conoscenza della Bibbia, accompagnata da una scarsa frequenza della messa domenicale e di una generale resistenza alle proposte specifiche del vissuto ecclesiale.
I giovani probabilmente, non sono interessati ai problemi religiosi così come li presentiamo a loro. In realtà, si tratta di una generazione non cristiana o, per dirla alla Matteo Armando, sono la prima generazione incredula. Si tratta di una generazione secolare, post cristiana. Al di là del dibattito degli studiosi, troviamo alcune costanti nel vissuto religioso dei giovani oggi che per il prof Triani sono le seguenti:
1.      Erosione dell’appartenenza sociale alla fede cattolica, ma in generale un’erosione di appartenenza alle istituzioni religiose. Alla domanda: credi? Tra i giovani del nord Italia hanno risposto affermativamente il 42%, mentre nel Sud Italia il 55%. Ormai i giovani non si riconoscono più nella dimensione religiosa, perché percepita come qualcosa che appartiene al mondo dell’infanzia.

2.      Progressivo analfabetismo religioso. Le parole e i racconti cristiani erano più diffusi in passato rispetto ad oggi.

3.      Siamo in presenza di una forte riduzione della mediazione comunitaria. L’esperienza religiosa è considerata come un’esperienza individuale, personalista. La mediazione della chiesa è percepita come sovrastruttura convenzionale. Vale, allora, la dimensione relazionale. I giovani sospettano le mediazioni istituzionali. La fiducia nella chiesa è medio e, nelle ultime statistiche, è l’unica istituzione che non ha perso terreno. I giovani si fidano di papa Francesco. I giovani si fidano delle perone che vivono quello che dicono.

4.      Indebolimento dell’evocazione dei simboli cristiani e la trasformazione del simbolismo religioso. Irrilevanza del linguaggio cristiano. Appare sempre con maggior forza il Gesù sentimentale, così come viene presentato nelle devozioni, più che il Gesù della storia e dei vangeli. La parola Gesù non comunica più nel profondo. Ciò porta a una dimenticanza della dimensione trascendente. Ormai il tema religioso appartiene al privato.
Il prof Triani faceva notare come la domanda religiosa, nonostante tutto, permane. Le parole della fede cristiana sono parole forti che possono scuotere ancora le nuove generazioni. Occorre allora, passare dalla lettura stanca della condizione giovanile ad una concezione dinamica. Non serve a niente e a nessuno rimanere solamente sul piano delle indagini statistiche e alimentare le frustrazioni su ciò che non riusciamo più a fare con i giovani.  Oggi sempre di più siamo consapevoli che la fede sia un processo che si costruisce in un tempo più lungo. La maturità religiosa si raggiunge verso i trent’anni. Oggi i ragazzi non solo vivono questo processo, ma vivono esplicitamente l’adesione alla fede come un processo aperto e dinamico. Non si accontentano più delle modalità scolastiche della trasmissione della fede, ma vogliono essere coinvolti attivamente nel cammino formativo. Quali linee di lavoro si possono indicare per raggiungere questi obiettivi? Il prof Triani ne ha indicate otto:

1.      L’educazione alla fede è sempre una parola buona sulla vita delle persone. Incontro con la Parola buona. La comunità cristiana si deve porre l’interrogativo sulle modalità da mettere in atto per aiutare le nuove generazioni ad incontrare questa Parola.

2.      Riporre al centro dell’azione educativa la dinamica esistenziale delle persone, del raccontare la fede. Fede non come concetto, ma fede come racconto che parla di vita e alla vita delle persone. Educare alla possibilità dei sì della fede.

3.      Educarci all’apertura. C’è un rischio di chiusura su di sé che nega la possibilità stessa di riconoscere una parola altra.

4.      Tema del progetto che diventa autoreferenziale. Vocazione: che cosa ti viene chiesto? Educazione all’interiorità è inseparabile all’educazione all’apertura. Conosco me stesso se mi apro all’altro.

5.      Educare allo stupore. Aiutare a capire che c’è un mistero più grande.

6.      Educare a fare i conti con la fragilità. Il concetto di salvezza è difficile oggi. La fragilità dell’umano.

7.      Educare a sentirsi parte di una grande storia. E’ il senso della comunità, sia parrocchiale che diocesana. Necessità di uscire dalle dinamiche asfittiche del piccolo gruppetto parrocchiale.

8.      Educare a leggere la vita con le parole evangeliche. E’ questo uno dei compiti principali della comunità. Mettere in grado i giovani, gli educatori, i responsabili, a leggere la propria vita a partire dal Vangelo, per fare in modo che le proprie scelte siano il più possibile evangeliche.

Per rendere operativi questi obiettivi il prof. Triani indicava come fondamentali alcuni elementi. In primo luogo l’ascolto quotidiano della Parola di Dio. La comunità non potrà mai trasmettere alle nuove generazioni i contenuti di quella Parola che non conosce e non vive. In secondo luogo, occorre recuperare il valore simbolico della liturgia. E’ certamente questa una delle urgenze maggiori. Assistiamo, oggi nella chiesa, ad un ritorno angoscioso delle forme liturgiche passate, probabilmente per nascondere il vuoto religioso. Recuperare il simbolismo liturgico che trova i suoi significati nella Parola di Dio, permette di cogliere in modo immediato il legame tra fede e vita, corpo e spirito. Il rischio, che già stiamo assistendo, è un ritorno dei ritualismi fini a se stessi, svuotati di significato e, soprattutto, scevri da qualsiasi legame con la vita. Infine, Triani indicava nella preghiera personale il cammino per una vita di donazione totale e gratuita, vita che stimola le nuove generazioni ad uscire dai cammini egoistici che incontra nella vita di ogni giorno.









lunedì 23 febbraio 2015

SOSPINTO DALLO SPIRITO








Paolo Cugini

Si dice spesso che dell'adolescenza e della gioventù di Gesù non si sa nulla e che soprattutto i vangeli non riportano nulla. E' vero fino a metà. Senz'altro non c'è scritto nulla di esplicito, ma ci sono diversi indizi. Uno di questi lo si trova, ad esempio, proprio all'inizio del Vangelo di Marco dove si dice che Gesù fu sospinto dallo Spirito nel deserto.  Come fa un uomo ad essere sospinto dallo Spirito se prima non si è preparato a ciò, se prima non ha fatto tutta una serie di scelte che permettesse allo Spirito di sospingerlo, di guidarlo? Ci devono essere stati anni di ricerca di Dio, settimane intense di ricerca dello Spirito, seguite da giornate d'intensa preghiera. E poi, sempre per lo stesso motivo, ma dalla parte opposta, ci devono essere state nell'adolescenza di Gesù e ancor di più nella sua giovinezza tutta una serie di no a quella vita materiale, a quelle proposte materiali che non si conciliavano con lo Spirito che stava accogliendo dentro di sé.

Nel deserto. Lo Spirito sospinge Gesù nel deserto. Ma perché, potremmo obiettare noi, proprio nel deserto se vi è appena uscito, se ha appena trascorso tutta l'adolescenza e la giovinezza immerso nel silenzio? E allora perché appena mette piede nel mondo, appena inizia la sua così detta attività pubblica, subito dopo, il minuto successivo, l'istante seguente, lo Spirito lo sospinge da dove era appena uscito, vale a dire il deserto? Perché lo sappiamo  bene che chi ha Dio nel cuore non riesce a staccarsene e allora lo va a cercare là dove l'ha trovato, vale a dire nel silenzio. E' vero che Dio è dappertutto, ma è fuori discussione che lo si trova in modo speciale nel silenzio. E allora l'essere sospinto dallo Spirito nel deserto significa che lo Spirito ci conduce là dove c'è l'amore, la dove c'è il nuovo modo di rapportarsi con Dio che Gesù ha inaugurato, una relazione figliale, che è una relazione d'amore.

Gesù nel deserto non solo incontra l'amore del padre ma è tentato da satana. Certamente non è Dio che tenta il Figlio, come una certa tradizione ci ha insegnato. La tentazione fa parte della dinamica esistenziale di tutti coloro che hanno scelto il Signore, di tutti coloro che si sono decisi in modo definitivo per Lui. Certamente chi non sceglie nulla non è tentato da nulla. Gesù è un pezzo d'umanità come il nostro che però non è stato piegato da satana. Il senso della vita spirituale e dell'azione dello Spirito Santo in noi ha come obiettivo quello di farci divenire delle persone resistenti al male, che non si piegano, ma rimangono in piedi, come il Signore. Bella è l'immagine del libro dell'Apocalisse che descrive Gesù come l'Agnello sgozzato che sta in piedi di fianco al trono di Dio. E' sgozzato, segno della lotta cruenta con il mondo del male, ma in piedi. Il rimanere in piedi non è un semplice sforzo umano, una capacità umana, ma un dono dello Spirito.

E' bene ricordarci e ripeterci questo dato spirituale. La forza e la resistenza al male non sono qualità umane, ma doni dello Spirito. Chi conta sulle proprie forze è destinato a farsi spezzare. La vita spirituale, in questa prospettiva, non è una prova di forza ma, al contrario, un farsi docili, un fare spazio all'azione dello Spirito. Può sembrare la stessa cosa o un semplice gioco di parole, ma non lo è. E' l'esperienza che ce lo insegna. Nel cammino della vita cristiana apprendiamo a non cadere quando con umiltà ci siamo rialzati molte volte e abbiamo imparato ad affidarci al Signore. Non è santo chi non cade mai, ma chi si lascia rialzare dal Signore. Per questo Lui è venuto al mondo per indicarci il metodo, il cammino da compiere per diventare resistenti al male. Ciò significa che dobbiamo stare lontani dai puri, da coloro che pensano di non essere mai caduti per le loro virtù, che pensano che la santità sia un gioco di resistenza, che s'identifichi nel non fare, nel non toccare in altre parole, nel non vivere. Gesù ci chiama alla vita e questa passa nel fare spazio al suo Spirito, nel fidarci di lui, nel lasciarci leccare le ferite, senza volerle nascondere, rinchiudendoci in atteggiamenti ipocriti e meschini. Fuggiamo allora il giudizio sprezzante dei giusti di questo mondo, per gettarci tra le braccia della misericordia del Signore nella certezza che solo l'amore vince il male.

domenica 8 febbraio 2015

FUGA DALLA RELIGIONE MATERIALE





Paolo Cugini

C’è un testo nel Vangelo di Marco (Mc 1, 29-39) che narra, una giornata tipica di Gesù, un periodo che va dal pranzo del sabato alla mattina della domenica. Che cosa fa Gesù in queste ore? Cura la suocera di Pietro e molti malati, indemoniati e afflitti da varie malattie. E’ quindi una giornata pesante, fatta di relazioni esigenti, che tendono a svuotare più che a riempire, relazioni quantitativamente numerose e qualitativamente povere. Quello che Gesù vive in questa sua giornata tipica è uno spaccato simbolico della giornata tipica dell’adulto, di quegli adulti che vivono una paternità e una maternità, immersi, quindi, in relazioni nelle quali sono chiamati continuamente a dare, sollecitati ad uscire da se stessi per andare incontro alle esigenze degli altri. E’ vero che, come c’insegna Gesù, c’è più gioia nel dare che nel ricevere, ma è anche vero, però – e la vita ce lo insegna tutti i giorni – che una vita fatta solo di risposte alle esigenze degli altri svuota e, alla distanza, diventa frustrante. Il vuoto esistenziale, che tanti adulti sperimentano come conseguenza di relazioni frustranti, spesso e volentieri crea lo spazio per quelle carenze che implicitamente esigono di essere riempite con qualcosa, qualcuno. A me sembra che questo quadro esprima significativamente la condizione di tanti adulti oggi, di tante madri e padri che, ad un certo punto della loro vita, dopo tanto dare e poco ricevere, si sentono persi in un vuoto esistenziale e spirituale che genera ansie e apre la strada alla ricerca di surrogati. Che cosa è successo? Come mai una vita iniziata nell’amore si trasforma in un vuoto angosciante?
Nella giornata che Gesù vive con grande passione e intensità, sembra che alla gente non interessi chi sia Lui, ma che cosa possono ricevere da Lui. La volgarità della gente, accompagnata da quella sfrontatezza tipica di chi vive solo in funzione di sé, pochissimo preoccupata per gli altri, raggiunge in queste poche righe del Vangelo, livelli parossistici. I versetti emanano una certa solitudine di Gesù: è solo con se stesso, con il suo potere di curare che, anche se deve essere segno di qualcosa d’altro, rischia di chiudersi nell’elemento materiale, esterno. Gesù ha un problema: come aiutare le persone a compiere il cammino che va dai propri bisogni immediati, materiali, chiaramente necessari a uno sguardo più elevato, spirituale. Forse per questo se ne va quando lo cercano, perché sa benissimo che lo cercano non per quello che Lui vuole proporre, ma per quello di cui hanno bisogno. In altre parole: la gente non cerca Gesù per conoscerlo, ma per soddisfare i propri desideri, non cera Gesù per quello che è, ma per quello che ha. Com’ è simile questa situazione a quella che viviamo noi ogni giorno nelle nostre famiglie e nelle nostre parrocchie! E’ questo un bellissimo squarcio su quella che potremmo chiamare: “La religione della pancia”, quella religione, cioè, fatta di coloro che cercano Dio non per conoscerlo, ma per soddisfare i propri bisogni.
Gesù non è venuto per soddisfare le esigenze immediate della gente. Quando lo fa è per lasciare un segno di qualcosa di più grande che de v’essere cercato. Gesù pone delle distanze, dei vuoti affinché siano riempiti con una riflessione, con delle domande. Sicuramente le persone si saranno chieste il perché dell’uscita di scena di Gesù.  Non sempre la presenza è necessaria e significativa. Ci sono delle assenze, dei vuoti che riempiono di senso molto di più della presenza, soprattutto quando si tratta di aiutare a cogliere l’essenza delle cose.
Questa uscita di scena di Gesù aiuta a comprendere un altro aspetto significativo della sua personalità. Gesù non si attacca alle persone per vivere. Poteva sfruttare la situazione positiva, ma non l’ha fatto. Per vivere non aveva bisogno di riempirsi la vita con la fama, con sentimenti passeggeri: era già pieno. Il suo sguardo era altrove perché pieno di qualcosa che dava senso e completezza alla sua vita. Gesù non aveva carenze da soddisfare, perché era già soddisfatto. Insisto su questo aspetto perché è fondamentale nel nostro contesto sociale e culturale. Molti adulti si perdono proprio a causa di queste carenze, sintomo di una perdita di senso della vita, di un vuoto che lentamente occupa l’esistenza e conduce le persone ad attaccarsi a qualcosa, a qualcuno, divenendo schiavo di se stesso e degli altri. Per Gesù non è così. E’ in mezzo ad un mondo carente che lo cerca per soddisfare i propri vuoti, ma Gesù non cade nel loro gioco. Lui è soddisfatto, non ha bisogno di riempire dei vuoti; è pieno e quindi non ha bisogno di riempirsi con le carenze della gente: sa dove deve andare e cosa è chiamato a fare. Probabilmente, da un punto di vista esistenziale è questo l’aspetto più significativo di un cammino spirituale: sapere che cosa si deve fare, coscienza del proprio posto nel mondo.
Come faceva Gesù ad essere così libero da non attaccarsi alle persone o alle cose? Come faceva ad essere così pieno da non aver bisogno di riempirsi l’anima con le passioni del mondo? La risposta possiamo trovarla in quel versetto centrale del brano che stiamo analizzando nel quale si parla della preghiera di Gesù. “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava” (Mc 1,35). Se Gesù era pieno nonostante le tante relazioni frustranti e svuotanti che quotidianamente viveva era perché si trovava il tempo ogni giorno per riempirsi di Dio, del suo amore, alla continua ricerca della sua volontà. Gesù, senza dubbio, non viveva una religione della pancia, non cercava Dio per soddisfare i suoi desideri e colmare le sue carenze. Gesù si alzava di notte non per farsi guarire, ma per cercare Dio, per conoscerlo, per riempirsi del suo amore. Per questo Gesù era un uomo libero e non aveva bisogno di riempirsi l’anima con il successo o con le persone. Siccome era pineo dell’amore di Dio al: “Tutti ti cercano” risponde: “Andiamocene altrove!”. Che uomo Gesù! Che libertà! Gesù c’insegna che la vera religione non si attacca alle persone o alle cose, ma chi cerca Dio con tutto se stesso ha continuamente lo sguardo altrove, e sa condurre dentro questo sguardo tutta l’umanità.