venerdì 6 agosto 2021

DIO NELLA PRIGIONE DELL’ESSERE




Paolo Cugini

È possibile pensare e percepire Dio al di fuori delle categorie metafisiche della filosofia occidentale che da sempre lo descrivono nei termini ontologici dell’Essere? Ci ha provato il filosofo francese Jean Luc Marion a liberare Dio dalla prigione dell’essere. Forse, però, non c’è bisogno di scomodare la filosofia per capire che Dio è al di là delle nostre griglie concettuali.

La percezione di Dio avviene, prima di tutto, nella storia personale di una persona e, quindi, nell’orizzonte delle percezioni sensibili, interiori ed esteriori. Non arriviamo a Dio perché dimostriamo razionalmente la sua esistenza, ma perché ne percepiamo la presenza. Arriviamo a credere in lui perché, per certi aspetti, lo vediamo, lo sentiamo, ci accorgiamo che c’è qualcosa di nuovo, di qualitativamente differente. E, allora, più che dimostrare la sua esistenza con argomenti razionali, lo testimoniamo, perché lo abbiamo visto, sentito, percepito. Se l’argomentazione razionale ha bisogno di una logica ferrea, si sillogismi ben articolati che giungo ad una conclusione che non lascia spazio al dubbio, ben differente è ciò che procede dalla testimonianza.

In primo luogo è sempre personale, soggettiva. Ciò non significa che abbia una validità minore rispetto ad una prova che ha un fondamento esclusivamente oggettivo, come un’equazione matematica. Stiamo, infatti, parlando di Dio, il quale non può essere incasellato da alcuna argomentazione, nel senso che di Dio c’è sempre qualcosa che ci sfugge, che rimane fuori dal nostro orizzonte di conoscenze. Questo è un aspetto importante da considerare. Nessuno può avere la presunzione di sapere tutto di Dio, o comunicare in modo apodittico qualcosa di Lui. Ogni volta che parliamo di Dio, dobbiamo imparare a toglierci i calzari, come fece Mosè quando si avvicinò al roveto ardente dove vide la presenza di Dio.

In secondo luogo, Dio non si manifesta con fattezze umane. Lo chiamiamo Padre per comodità di espressione filtrata dalla cultura patriarcale. Dio non ha sesso, né genere. Di Dio possiamo solo parlare per supposizione, per approssimazione. Per difetto, dunque. Possiamo condividere quella particolare esperienza sensibile così diversa dal punto di vista qualitativo e, spesso emotivo, che la chiamiamo Dio, senza sapere bene di che cosa si tratta. Chi può discernere le nostre impressioni e verificarne la bontà, possono essere solamente coloro che provengono dallo stesso tipo di esperienza, che hanno un vissuto simile da condividere.

C’è, poi, la sua Parola, quella che si trova scritta nella Bibbia e che viene definita Parola di Dio. Anche questa, però, va filtrata, verificata, perché ripiena di elementi culturali dell’epoca in cui è stata scritta. Dio si rivela e lo fa utilizzando la cultura del tempo per potersi comunicare con quegli uomini e con quelle donne. I testi che leggiamo nella Bibbia sono ripieni di elementi culturali specifici del periodo in cui è stato scritto quel testo in particolare. Riusciamo a cogliere la verità della Parola rivelata sia attraverso il lavoro degli esegeti, che attraverso l’esperienza personale, che ci permette di riconoscere il Signore ascoltato nella Parola, con quello incontrato nella vita.

Dire Dio in questo particolare frangente della storia, che in pochissimi decenni ha smantellato la fragilità dei sistemi razionali, che alla distanza si sono dimostrati incapaci di descrivere il Mistero, significa il coraggio di piegare le sbarre arrugginite della metafisica, che per secoli hanno preteso di rinchiudere il Mistero e così liberarlo, permettendo alle persone libere d’incontrarlo per come si manifesta e non per come lo si rappresenta. 

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