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mercoledì 12 gennaio 2022

IL DENARO

 




 

Paolo Cugini

 

Per chi intenda comprendere l’elemento caratterizzante della nostra epoca contemporanea (1800-1900) non mi sembra azzardato affermare che tale specificità vada cercato nel denaro. Il mondo occidentale, dalla rivoluzione industriale in poi, si è identificato con il capitalismo. Dire occidente è la stessa cosa che dire capitalismo. Se è vero questo, sarebbe importante analizzare le condizioni di possibilità che il pensiero greco – romano aveva in germe per approdare ad un tale punto di arrivo. Il capitalismo come teoria, come sistema esistenziale era prevedibile a partire dalle categorie della filosofia classica? Il capitalismo è la logica conseguenza della speculazione filosofica classica passando per il pensiero cristiano? Sono domande inquietanti, perché mettono in discussione tutto un modo di sentire e di pensare, che cerca nei valori metafisici le ragioni di possibilità dell’esistenza umana.

Da una parte, si nota l’origine speculativa, l’amore per la riflessione astratta, concettuale, l’attenzione allo spirito e a tutto ciò che ruota attorno a questa dimensione; dall’altra, si constata un mondo materiale nel senso stretto del termine, un mondo cioè dove ciò che è importante è legato a ciò che serve all’uomo per il soddisfacimento dei propri bisogni. L’occidente nasce spiritualmente e sta morendo affondato nella materia. L’amore per lo spirituale è stato soppiantato dal bisogno materiale. È evidente che, un’analisi di questo tipo corre il rischio di essere troppo generalizzante, di non cogliere alcuni aspetti fondamentali dell’evoluzione del pensiero occidentale. In questa prospettiva, credo che il problema acquisti una visione diversa se si considera il rapporto spirito/materia. Ogni volta che nella riflessione speculativa si sono separati questi due elementi, si è giunti a situazioni ove vengono radicalizzate le posizioni: spiritualismo e materialismo.

Su questa linea di ricerca è possibile individuare le cause del capitalismo occidentale come un frutto in germe dalla stessa riflessione della cultura classica. Il capitalismo è, dunque, l’eredità più limpida di una tradizione di pensiero che ha separato lo spirituale dal materiale, considerando quest’ultimo l’aspetto predominante della realtà. A partire da un’antropologica dualistica è possibile giustificare il materialismo assoluto contenuto nel capitalismo.

Sarebbe, comunque, troppo restrittivo considerare il capitalismo come il frutto maturo di una determinata tradizione filosofica. Esistono, infatti, altri fattori che possono essere considerati come determinanti per l’affermarsi di una tale materializzazione del mondo. Penso, a questo punto, al ruolo che la religione ha avuto. Penso al ruolo giocato dalla Chiesa nei secoli, al suo contributo, alla separazione tra spirituale e materiale. È chiaro che, in questa prospettiva, il pensiero corre al potere temporale della Chiesa medioevale e di come questo sodalizio sia continuato nelle epoche successive e continui, pur in modo moderato, tutt’ora. Il problema, anche a questo riguardo, non consiste tanto nel fatto, più o meno scandaloso, dei compromessi della Chiesa con il potere temporale e della conseguente sua affermazione attraverso soprusi e crociate. Credo che il problema vada ricercato nella stessa natura umana dalla quale la Chiesa è costituita, come qualsiasi istituzione storica.

 

Il denaro esercita su ogni uomo una forte attrattiva. Con esso, infatti, scorge la possibilità di impossessarsi in breve tempo di tutto ciò che la natura sembra avergli negato. O, ancora, con il denaro l’uomo avverte la possibilità di appagare tutto ciò che altrimenti rimarrebbe per sempre inappagato: d’altronde si vive una volta e basta e allora vale la pena rischiare tutto ciò che si possiede e tutto ciò che è possibile fare pur di appropriarsi di questo strumento di così grande potenza. In gioco c’è il senso stesso dell’esistenza un senso che ha una matrice molto consistente: la natura umana.

(articolo del 1992).

 

lunedì 17 maggio 2021

IN ASCOLTO DEI SENTIMENTI

 


Paolo Cugini

 

    Il mondo consumista nel quale viviamo accentua sempre di più il predominio della materia sullo spirito. Uno dei grandi insegnamenti che incontriamo in tutte le epoche antiche e nelle grandi culture e religioni è l’insegnamento affinché lo spirito domini la materia, la dimensione spirituale abbia la meglio sulla dimensione istintuale. La crisi delle grandi religioni in occidente ha lasciato spazio al dominio della mentalità consumista e, di conseguenza, del prevalere della materia sullo spirito. Una vita dominata dalla materia corre il rischio di non riuscire più a gestire la vita istintuale che, proprio dalla materia, trova il proprio alimento e sostegno.

Eppure ci sono state le scuole di pensiero che tanto hanno inciso nella formazione della cultura occidentale, che tanto hanno fatto affinché lo spirito dominasse la materia, l’anima la vita corporale.  Tra i più grandi maestri di questa scuola ci sono Socrate e Platone, che hanno fatto della cura dell’anima lo scopo principale della vita dell’uomo e della donna. Curare l’anima significa dedicare tempo a se stessi, per imparare a non lasciarsi travolgere dagli eventi, ma a dominarli. Quando curiamo l’anima in modo autentico, sentiamo dentro di noi un movimento spontaneo che ci porta verso l’altro, l’altra, un desiderio di comunione con il mondo.

La vita spirituale è come un grido che esce dall’anima quando è soffocata dalla materia, perché non accetta di essere identificata, assopita dalle cose. La qualità non può essere soppiantata dalla quantità, la dolcezza dalla durezza, il silenzio dal chiasso, la leggerezza dalla pesantezza. Ci vuole il coraggio di ascoltare i segnali che la realtà circostante ci offre per avvertirci dei sovvertimenti che sono in atto. Anche perché non si può fare finta per sempre. Si può pensare di vivere facendo finta che tutto va bene, che davvero le cose possono sostituire il senso profondo dell’essere, ma non dura. Arriva, prima o poi il giorno in cui il male dell’anima è così grande che il vuoto non può essere più nascosto, il grido di dolore del non senso non può rimanere inascoltato.

Sono i sentimenti i soli che ci potranno salvare dalla valanga della materia che incoscientemente assimiliamo, perché sono loro che ci avvertono in modo delicato e costante, del malessere che ci sa avvolgendo e che va ascoltato e non ignorato. E’ dai sentimenti che ci arriva lo stimolo che mette in moto la ragione affinché prenda i provvedimenti necessari per non morire soffocati dal nulla.