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domenica 29 dicembre 2024

IL PADRE DI FAMIGLIA: IL SOLO AVVENTURIERO AL MONDO

 




Charles Péguy


C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun pericolo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e soprattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario,

Chi sarà tanto prode, o tanto temerario? Contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra. Gli altri, al maximum, si giocano solo la loro testa, il che non è niente. Lui invece mette in gioco tutte le membra. Gli altri soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado. Lui solo soffre per altri. Alii patitur. Al secondo, al ventesimo grado. Fa soffrire altri, ne è responsabile. Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra. Gli altri navigano a secco di vele. Lui solo, qualunque sia la forza del vento, è obbligato a navigare a piene vele. Tutti hanno vantaggio su di lui e lui non ha vantaggio su nessuno. Si muove continuamente con i suoi ostaggi, in lungo e in largo tra quei terribili fortunali. Le cose che accadono, i guai, la malattia, la morte, tutto ciò che accade, tutti i guai hanno vantaggio su di lui, sempre; è sempre esposto a tutto, in pieno, di fronte, perché naviga su una larghezza immensa. Gli altri scantonano. Sono corsari. Sono a secco di vele.

Ma lui, che naviga, che è obbligato a governare la nave su questa rotta immensamente larga, lui solo non può assolutamente passare senza che la fatalità si accorga di lui. E allora è lui che è coinvolto nel mondo, e lui solo. Tutti gli altri possono infischiarsene. Lui solo paga per tutti. Capo e padre di ostaggi, anche lui stesso è sempre ostaggio. Che importa agli altri di guerre e rivoluzioni, guerre civili e guerre straniere, l’avvenire di una società, ciò che accade alla città, la decadenza di tutto un popolo. Non rischiano mai altro che la testa. Niente, meno di niente. Lui invece non solo è coinvolto dappertutto nella città presente. Dalla famiglia, dalla sua razza, dalla sua discendenza da quei bambini è coinvolto dappertutto nella città futura, nello sviluppo ulteriore, in tutto il temporale accadere della città. Si gioca la razza, si gioca il popolo, si gioca la società, mette come posta la società. Si gioca (tutta) la città, presente, passata, a venire. Tale è la sua posta in gioco. Gli altri scantonano sempre. Sono carene leggere, sottili come lame di coltello. Lui è la nave grossa, pesante bastimento da carico. È il luogo d’appuntamento di tutte le tempeste. Tutti i venti del cielo congiurano e si mettono d’accordo, si abbattono da tutti gli angoli del cielo, accorrono e si intersecano da tutti i punti dell’orizzonte per assalirlo. Lui scopre alla sorte, alla fortuna, alla sfortuna che vigila, alla fatalità una larghezza (di spalle) (su cui abbattersi), una superficie, un volume incredibile. Non è coinvolto solo nella città presente. È coinvolto dappertutto nell’avvenire del mondo. E anche in tutto il passato, nella memoria, in tutta la storia. È assalito dagli scrupoli, straziato dai rimorsi, a priori, (di sapere) in che città di domani, in quale ulteriore società, in quale dissoluzione di tutta una società, in quale miserabile città, in quale decadenza, in quale decadenza di tutto un popolo lasceranno, consegneranno, domani, stanno per lasciare, entro qualche anno, il giorno della morte, quei bambini di cui i padri  si sentono così pienamente, così assolutamente responsabili, di cui sono temporalmente i pieni autori. Quindi per loro nulla è indifferente. Niente di quello che succede, niente di storico è per loro indifferente. Soffrono di tutto. Soffrono dappertutto. Solo loro hanno esaurito la sofferenza temporale, tutto il dolore di chi vive nel tempo. Chi non ha mai avuto un bambino malato non sa cosa sia la malattia. Chi non ha perso un bambino, chi non ha visto morto il suo bambino non sa cosa sia il dolore. E non sa cosa sia la morte. E, coinvolti da ogni parte nelle sofferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono tutti  ingolfati nell’esistenza, sono pesanti e impacciati, sono goffi, impediti nelle manovre; sembrano deboli e vili; non solo lo sembrano; sono deboli, sono vili, sono codardi. Nella manovra. Capi responsabili e appesantiti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi, non fanno un passo che non sia vigliacco, sembrano, sono circospetti, sono prudenti, non fanno una mossa che non sia sconcertante. E tutti li disprezzano e, quel che è peggio, hanno ragione a disprezzarli. Gli altri scantonano sempre. Non hanno bagagli. Vili, scantonano con districamenti politici. Coraggiosi scantonano con districamenti eroici, con districamenti d’audacia. Temporali, scantonano verso la carriera e le dominazioni temporali. Spirituali, scantonano, si defilano verso le osservanze della regola. Storici, scantonano verso le carriere della gloria. Riescono sempre, sia nella regola, sia nel secolo.

II padre di famiglia è solo, e condannato a non riuscire affatto. Non può mai scantonare. Deve sempre passare in tutta la sua larghezza. Ed è molto semplice, non ci passa. Non ci passa mai. Non passa da nessuna parte. Non riesce né nella regola né nel secolo. Non riesce nella regola, la regola si oppone. Prima di cominciare. Non riesce nel secolo. Il secolo si oppone prima, durante, dopo. Non riesce nella politica e non riesce nell’audacia… È troppo grosso. Ha tutta la famiglia attorno al corpo. È come la donnola di La Fontaine, ma dopo che è ingrassata. Ha socialmente un grasso, un tessuto adiposo sociale, che lo rende inadatto alla corsa. Ora, temporalmente tutto non è altro che corsa, non è altro che concorso e concorrenza. Gli altri corrono, intanto, gli altri arrivano, quelli magri, fini, sottili, socialmente scarichi, sgombri di bagagli. Così tutti lo disprezzano; in sua presenza, tra di loro, lo schermiscono; sordamente, involontariamente congiurano contro di lui.

 Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Preferenzialmente. E quello che chiamano la carità. Bisogna sottolineare attentamente che la vita di famiglia è la vita più impegnata nel secolo, la vita meno conforme, la meno simpatica, la meno affine alla regola. Vuol dire lasciarsi prendere, lasciarsi abbindolare dalle apparenze più grossolane, commettere l’errore più smaccato, e anche naturalmente il più comune, l’errore più frequente, quello di dire che la vita pubblica è vivace, e la vita di famiglia è silenziosa, e la regola, la vita regolare è anche lei silenziosa; e quindi la vita pubblica è non ritirata, e la vita di famiglia è ritirata, e la regola, la vita regolare è anche lei ritirata; e concluderne, credere, che sia la vita di famiglia che è vicina alla vita di regola, apparentata alla vita di regola, e che sia la vita pubblica che se ne è allontanata. Questo è lasciarsi prendere dalle più grossolane apparenze. È diametralmente il contrario. La vita di famiglia è agli antipodi della vita della regola. Nessun uomo al mondo è coinvolto nel mondo, nella storia e nel destino del mondo quanto l’uomo di famiglia, tanto quanto il padre di famiglia, così pienamente, così carnalmente. L’uomo pubblico invece, il vir politicus, non è affatto coinvolto nel mondo, non è affatto coinvolto nella storia e nel destino del mondo. Cosa importa all’uomo politico, al demagogo, al tribuno, all’oratore, al legislatore, all’eloquente, anche all’uomo politico serio, all’uomo pubblico, all’uomo di Stato, all’uomo di governo, (e a maggior ragione) al capo di partito (come tali), cosa importa al militare e al giudice, al generale e al presidente di corte e al presidente di camera, (come tali, come tali), che importa come tali al funzionario e al magistrato, al generale, al deputato, al senatore, al giornalista, al pubblicista, all’esattore, e all’usciere del ministero, cosa importa al signor sindaco; cosa importa come tale a ogni uomo pubblico delle sorti della città presente, le sorti ulteriori, la destinazione e il destino; cosa gli importa di cosa sarà di questo popolo, cosa faremo di questo popolo; vi sono coinvolti solo con la testa e qualcuno con la gloria; al massimo con l’onore, quando ne hanno: niente, meno di niente. Non ci rischiano che la testa, al più, al maximum; al meno, di solito l’avanzamento, la carriera, al più del meno l’apice; miserie. Gloria temporale, onore temporale; niente, meno di niente. Avanzamento temporale, carriera temporale, apice temporale, testa temporale; miserie. E le gioie e le miserie del dominio. E le gioie e le miserie del denaro. Ecco tutto quello che si giocano. Come tali. Se intanto, se insieme sono padri di famiglia, cosa estremamente rara, l’operazione è tutta diversa, il comportamento e l’azione pubblica è tutta diversa, tutta diversa la situazione anche per così dire topografica, geografica, demografica. Cosa importa loro, come tali, una rivoluzione, una guerra civile o straniera, un sabotaggio di tutto un popolo. Una diminuzione, una decrescita; una perdita, forse irrimediabile; una decadenza, forse irreparabile, irrevocabile. Tutt’al più si giocano, nel temporale, una gloria del loro nome, la gloria, ulteriore, l’onore o il discredito sul loro nome. Di solito questo tipo di considerazione li lascia abbastanza freddi. Sono abbastanza poco sensibili a considerazioni di questo tipo. Di solito. Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza. II solo padre di famiglia, il padre di famiglia da solo. Ed è un pover’uomo. Tormentato da scrupoli, assalito, invaso, tormentato da rimorsi, per crimini che non ha affatto commesso, che non commetterà mai, che altri mille, che tutti gli altri commetteranno, sente oscuramente, molto profondamente, che è lui, in effetti, che è lui davvero il responsabile. Perché è padre di famiglia. È uno dei casi più significativi che ci siano di responsabilità senza colpa, di colpevolezza senza colpa. Eppure di responsabilità reale, di colpevolezza reale; comune; misteriosa; di fatalità, anche; infinitamente più profonda; segreta; in comunità, in comunione; con la creazione con (tutto) il mondo; infinitamente più grave delle nostre proprie responsabilità, personali, particolari, limitate, note, individuali e collettive; infinitamente più profonda; infinitamente più vicina alla creazione stessa; e quasi (oscuramente ce ne accorgiamo), quasi infinitamente più giusta, attinente alla creazione stessa, al mistero, al segreto della creazione; una colpevolezza, allora, infinitamente più seria delle nostre colpevolezze propriamente criminali.

Per il padre di famiglia (questo è lo stato, costante, uno stato situazionale; è la sua stessa patente, la sua condizione ab urbe condita, una volta fondata la famiglia. È la sua stessa definizione, il pane di tutti i (suoi) giorni, il cruccio delle sue notti. È il midollo, stesso, della sua vita, il segreto della sua esistenza, la sua regola interiore, la sua regola esteriore, la regola del suo secolo, la sua regola di secolo. Ed è un pover’uomo; innocente criminale; innocente responsabile; innocente colpevole; innocente assalito da scrupoli; innocente tormentato dai rimorsi; legato, incatenato da ogni parte, mani, piedi, da tutti i lacci, da tutte le catene, è lui, amico mio, è lui, e lui solo, che ha le relazioni pericolose; confuso, prigioniero, ostaggio, manette alle mani, ganasce ai piedi, capo, responsabile dei prigionieri, capo, responsabile degli ostaggi, fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria, (peggiore, infinitamente più grave di quella formale), perché se è così tacita, se può essere così sottintesa, come se andasse da sé, per così dire; non vale la pena di parlarne, perché tutti lo sanno bene; è una cosa intesa, senza che ci si pensi, una cosa alla quale tutti consentono, a cui tutti danno la mano. È infinitamente peggio di una cosa infinitamente concertata, che una cosa universalmente concertata. È una cosa universalmente non concertata. Così è infinitamente meno demolibile. Una cosa che va da sé. Che si sappia. Allora tutti ci calpestano sopra. 

Allora, ringalluzzito, anche il prete ci calpesta sopra. Clericus. Il sacerdote se ne accorge bene, un istinto di casta lo avverte, uno degli avvertimenti, uno degli istinti più sicuri, uno degli istinti più infallibili, un segreto orgoglio infallibile lo avverte che è lui il nemico, il più lontano, il più straniero, che l’uomo di famiglia, che il padre di famiglia è l’uomo più lontano dalla regola e dalla clericatura, l’uomo del mondo più coinvolto nel mondo, un istinto segreto lo avverte che lui è infinitamente più vicino al pubblico peccatore; e reciprocamente; che il tribuno, l’oratore, l’eloquente, l’uomo della tribuna è infinitamente più vicino all’uomo del pulpito, infinitamente più imparentato all’uomo del pulpito, che l’uomo del meeting, della pubblica riunione è infinitamente più vicino all’uomo della predica e all’uomo del sermone; più pronto, per l’uno e per l’altro, sia per diventarlo, sia per subirne l’effetto, sia insieme l’uno e l’altro, che sono dello stesso genere, che si passa comodamente e quasi continuamente dall’uno all’altro, che c’è tra loro un’intesa, interna, un accordo segreto, una somiglianza, almeno di modo, e in più che appartengono allo stesso mondo; e per la regola che il celibe, l’uomo libero, il non prigioniero, il non ostaggio, lo slegato, il non legato, l’inlegato, il mai legato, lo scantonatore, il pié leggero, il corridore, il bombarolo, il festaiolo, l’uomo all’erta è infinitamente più vicino; e più pronto, più disponibile; che lui piace di più; che con lui ci si capirà meglio, ci si intenderà sempre. E poi è lui che è un personaggio gradevole. Il padre di famiglia è un povero essere. Tirar su solo tre bambini, pensa un po’. Che grottesco, che ridicolo. Tutte le forze della società sono congiurate, si congiurano contro una cosa del genere. Ora, il sacerdote è una forza della società, fa parte delle forze della società. Allora tutti calpestano il padre di famiglia. Allora il sacerdote, ardito, lo calpesta. Non ha che indulgenza, e che indulgenze, per tutti gli altri. Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avven¬turiero, che vive di avventure.

Invece è l’uomo di famiglia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costantemente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tessuto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti¬diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.


lunedì 9 dicembre 2024

INCONTRO EGLI SPOSI CON CRISTO - Un'esperienza tipicamente brasiliana

 
Un momento dell'incontro


Paolo Cugini

Si è svolto in questo fine settimana – da venerdì 6 a domenica 8 dicembre – nella parrocchia di san Vincenzo de Paolo che accompagno da un anno, il primo ECC, incontro degli sposi con Cristo. Sono tre giorni intensi fatti di preghiera, conferenze, testimonianze, liturgie tutto sul tema della vita matrimoniale, del valore della famiglia e del sacramento del matrimonio.

Della parrocchia hanno aderito alla ‘iniziativa dodici coppie. Prima della messa di chiusura dell’incontro, le coppie partecipanti, hanno avuto modo di conoscere le otre cinquanta coppie della parrocchia vicina di san Giorgio, che è venuta a montare questo incontro, aiutandoci, anche perché san Giorgio di ECC ne ha già fatti 35. 

L’obiettivo di questa esperienza consiste nell’offrire alle coppie partecipanti una possibilità di fermarsi tre giorni con il proprio partner per riflettere sul proprio cammino di coppia, non solo ascoltando e pregando, ma anche guardandosi in faccia parlando tra di loro. Spesso la vita di coppia è così intensa che non lascia spazio a momenti di confronto, o di spiritualità tipica della coppia e, a causa di questo, spesso ci si perde di vista e si diventa come estranei dentro la propria casa. 



Ho conosciuto questa esperienza, inventata in Brasile negli anni ’80 del secolo scorso, nella prima parrocchia che ho accompagnato nello Stato della Bahia, vale a dire Miguel Calmon. Lì incontrai più di cento coppie di sposi che avevano partecipato alla tre giorni di incontri e che, diversi di loro, si erano inseriti nei vari servizi pastorali della parrocchia. Il percorso che inizia con i tre giorni di incontro continua, poi, con un incontro settimanale in gruppetti di coppie di sposi. Dal punto divista formativo si tratta di un percorso molto intenso e profondo, che ha un grande valore non solo per le famiglie degli sposi che vi partecipano, ma anche per la comunità parrocchiale. 




venerdì 30 giugno 2023

QUANDO UN PRETE SPOSATO PUO’ ESSERE UNA RISORSA E NON UN PROBLEMA

 

Mario



 

Paolo Cugini

Mario è un uomo italiano felicemente sposato padre di due figli che attualmente vive con la famiglia a Malmo, in Svezia. Alle sue spalle ha un eccellente curriculum scolastico fatto di un baccellierato in teologia, una licenza (Master) in teologia spirituale; ha frequentato il corso biennale per Consulenti e responsabili organizzativi a Milano gestito dallo studio APS (Analisi psico-sociale) e il corso per formatori a Torrazzeta (Pavia) con Manenti e Cencini. Mario unisce competenze specifiche a qualità umane di prim’ordine. Inoltre, ha insegnato per dieci anni teologia spirituale ed è stato responsabile della Pastorale Giovanile della diocesi di Reggio Emilia, oltre ad essere stato parroco. Si può dire che la Chiesa l’abbia servita e, chi l’ha conosciuto, può tranquillamente aggiungere che l’ha servita molto bene. Poi nel 2008 ha conosciuto Laura, si sono sposati ed hanno due figli. Mario non si considera un ex prete, ma un prete che ha interrotto un percorso e ne ha iniziato un altro.

Laura


A seguito del viaggio di Papa Francesco nel 2016 per partecipare ai festeggiamenti dei 500 anni della riforma di Lutero, che si è tenuta a Lund e Malmo, l’associazione comunità Papa Giovanni XXIII, ha inviato La famiglia di Laura e Mario per vivere un’esperienza ecumenica in dialogo con le altre chiese. L’aspetto sorprendente è che possono vivere questo dialogo all’interno di un’altra Chiesa, quella luterana. Attualmente Laura lavora con un’associazione privata sostenuta dalle chiese, con le vittime di tratta: in maggioranza sono donne e transessuali. Mario, invece, lavora presso la Parrocchia luterana di San Matteo, che fa parte dell’Unità pastorale della città, divisa in sei gruppi di parrocchie. San Matteo fa parte del gruppo di parrocchie di san Giovanni: San Matteo, San Paolo, Santa Maria e san Giovanni. In parrocchia lavorano 14 dipendenti. Ciò è possibile perché in Svezia, chi vuole può dare il 2% (non l’8 per mille) alla propria Chiesa. La funzione di Mario è quella di educatore con i bambini, la cura del catechismo e dei giovani. Lavora in cucina una domenica al mese perché, dopo la messa domenicale, c’è il pranzo comunitario. Con le persone che lavorano in parrocchia c’è un incontro d’equipe settimanale di verifica e progettazione. Ci sono inoltre altri incontri con gli educatori.

La cappellina dove avviene la preghiera della sera sullo stile di Taizé


Mario lavora anche presso la Chiesa luterana di Santa Maria. Anche se in Svezia è lo stato che si occupa dei poveri, le chiese sono anche loro attive sul tema della carità. Presso la Chiesa diaconale di Santa Maria si fanno attività in favore delle persone emarginate. Qui Mario, assieme ad una équipe, fa accoglienza ai più poveri. Inoltre, gli è stato chiesto d’introdurre la teologia della liberazione come teologia di riferimento del lavoro diaconale. La diacona Ninni è responsabile dei punti di diaconia luterani della città. Alcuni anni fa ha frequentato i corsi del Centro di Studi Biblici di San Leopoldo, in Brasile. È stato in questo Centro Studi che, negli anni ’70 del secolo scorso, alcuni biblisti legati alla Teologia della liberazione, hanno messo a punto un metodo specifico, denominato: Lettura popolare della Bibbia.  Ninni ha conosciuto la famiglia di Mario e Laura, ha apprezzato molto la prassi del lavoro di ascolto realizzata da Mario e ha deciso che la teologia della liberazione doveva divenire la prassi del cammino dei diaconi. In questo nuovo percorso, due sono stati gli eventi che hanno segnato particolarmente il cammino.

Cena della piccola comunità


Il primo, è stato un lavoro di ricerca – azione proposto da Mario con i genitori che partecipano alle attività musicali con i bambini in chiesa. Un progetto nuovo e innovativo che ha permesso all’équipe parrocchiale di conoscere le motivazioni e le aspettative dei partecipanti, che spesso, per motivi anche culturali, non vengono esplicitate. Questo lavoro di ricerca ha permesso all’équipe di orientare meglio le scelte pastorali e, allo stesso tempo, di conoscere meglio le competenze di Mario che, in seguito, è stato invitato a realizzarla in altre parrocchie. L’altro momento importante in questo cammino formativo è stata la giornata fatta insieme con il metodo della lettura popolare della Bibbia, venuta così bene da mettere in programma altri cinque momenti in autunno.

Oltre a questo cammino, la famiglia di Laura e Mario fa parte di una “piccola comunità” composta da loro, da due ragazze che stanno facendo un’esperienza comunitaria in un appartamento della parrocchia, situato accanto all’appartamento dei nostri amici, e ad altre quattro persone che vivono nelle vicinanze. Questa comunità è nata nel 2015, nel periodo che ha visto l’afflusso di una grossa ondata migratoria proveniente dalla Siria e un prete decise di fondare una piccola comunità ispirata alla spiritualità di Taizé fatta di preghiera e accoglienza. Dal 2019 Laura e Mario sono in questa parrocchia e sono stati invitati a far parte di questa piccola comunità.

Linnea e Ida, che fanno parte della piccola comunità, si sono sposate lo scorso anno
Linnea sta studiando teologia per diventare prete


Mentre termino queste righe mi viene da dire: c’era bisogno d’andare in Svezia nella chiesa Luterana per vivere serenamente la propria fede? Non potevamo accoglierli noi? Tanta competenza e tanta umanità non potevano essere messi a disposizione di quel pezzetto di Regno di Dio che è qui vicino a noi? Queste sono mie personalissime domande, che Laura e Mario non si sono mai posti, perché la loro intenzione sin dall'inizio è stata quella di realizzare un 'esperienza missionaria come famiglia e, posso aggiungere, ci stanno riuscendo benissimo.

sabato 14 settembre 2019

DISPARITÀ DI GENERE - FESTIVAL DELLA FILOSOFIA 2019




Costi umani e sociali della disuguaglianza

Chiara Saraceno

Sintesi: Paolo Cugini

Abbiamo un problema di monopolio maschile. Il termine genere da costrutto sociale mediato dal femminismo è stato ad evidenziare quanto sia una costruzione sociale, che diventa una corazza anche nella percezione. Siamo passati da questa grande innovazione concettuale, al fatto che oggi viene utilizzato come accusa. Oggi si è accusate di utilizzare il vocabolario del genere.

La parità di genere è uno degli obiettivi dello sviluppo sostenibile. La parità di genere non è solo un obiettivo tra i tanti, ma è una dimensione dell’essere umano. È uno degli strumenti con cui si costruisce la società. Ci sono studi che dimostrano che nelle industri in cui esiste una presenza significativa delle donne, la produzione è migliore. Occorre incorporare l’uguaglianza come un valore.

Gli uomini anche loro sono incasellati, anche le loro possibilità di fare. Essere ridotto a categoria è il primo passo verso la discriminazione, sino a scendere nei discorsi di odio.
Uno dei grandi cambiamenti positivi in Italia la chiusura del gender classe. La disuguaglianza è ancora molto grande nel campo del lavoro. In Italia è fondamentale per le donne lo studio per entrare nel campo del lavoro. In Italia le donne escono dal mercato del lavoro per maternità.


Le famiglie in cui lavoro solo l’uomo in Italia sono di più rispetto agli altri paesi. Ciò significa che nelle coppie con figli le donne sono molto vulnerabili dal punto di vista economico. Le donne fanno il lavoro necessario per i figli e per il marito. Le donne sono molto vulnerabili anche dinanzi alla fine del matrimonio. In questo caso anche i figli sono vulnerabili dal punto di vista della povertà. In Italia sono tante le famiglie monoreddito perché la rigidità dei ruoli di genere è più elevata.
L’Italia è in una sensazione di ambivalenza. Da un lato l’idea di parità è passata. Dall’altro, c’è ancora disparità. C’è un problema anche di organizzazione sociale che favorisce gli uomini e molto meno le donne. Ci sono dei forti stereotipi di genere.

Anche per le donne che rimangono continuamente nel mercato del lavoro ogni figlio costa in termini pensionistici, perché la loro carriera viene rallentata, perché appaiono come persone su cui non investire perché hanno fatto un figlio.
Le conseguenze sulla povertà del fatto che in Italia c’è questa alta percentuale di famiglie monoreddito. L’Italia è un paese in cui la povertà non riguarda persone, ma famiglie. È molto concentrato nel meridione e con figli minorenni.

Occorre investire nella formazione e occupazione delle donne più svantaggiate. Investire nella scolarizzazione femminile ha delle ricadute positive sul problema della povertà.
Nella politica la presenza delle donne in Italia ´molto rara. C-´solo una governatrice di regione e due donne sindache di grandi città. L’asimmetria del potere economico produce violenza di coppia.
I luoghi di lavoro spesso sono spazi di molestie sessuali. Anche in politica le donne sono più oggetto di violenza di genere. Nel caso delle donne si utilizza spesso il riferimento al sesso.
Nel migliore dei casi possiamo dire che c’è un percorso disuguale nel cammino di uguaglianza di genere.