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venerdì 22 novembre 2024

CAMMINI DI LIBERAZIONE E DI DISINTOSSICAZIONE

 




Paolo Cugini


È abbandonando le sicurezze culturali e spirituali delle origini che apprendiamo a confrontarci senza timore con le narrazioni diverse dalle nostre, senza difenderci, senza attivare quei meccanismi di difesa che ci inducono a proferire argomenti mai sperimentati e solo ripetuti a memoria. Le relazioni educative sono sane quando aiutano l’individuo ad essere se stesso, non a riprodurre desideri altrui. I bambini per compiacere gli adulti fanno tutto quello che loro richiedono, anche perché sanno che è l’unico modo per ottenere qualcosa. Gli adulti insoddisfatti nella vita spesso si rifanno sui figli riproducendo degli automi obbedienti ai comandi. Rompere il cordone ombelicale delle istituzioni che hanno contribuito a formare la coscienza nell’infanzia è il cammino necessario per una vita di adulto libera. Prendersi in mano la vita: è questo il cammino esistenziale, doloroso ma necessario, per divenire se stessi.

In questo cammino di liberazione, uno degli ambienti più importanti da cui prendere le distanze o, perlomeno, rielaborare l’appartenenza in modo critico è il mondo, l’ambiente religioso. Sino a qualche decennio fa l’istituzione religiosa, che in Occidente s’identifica con la parrocchia, era considerato un luogo sano, in cui si apprendevano i valori positivi necessari per una vita sana. Oggi non è più così. I processi di decostruzione culturale prodotti dalla cultura post-moderna stanno mettendo a nudo una serie di fattori negativi del mondo religioso sui quali vale la pena soffermarsi. Con il passare degli anni mi rendo sempre più conto come, uno dei problemi più profondi del mondo religioso sia l’interpretazione delle parole. Il cristianesimo ha veicolato contenuti omofobi, maschilisti e misogini a causa di un modo d’interpretare i testi sacri. Ancora oggi, le relazioni all’interno delle comunità cristiane sono intossicate da modalità relazionali misogine e omofobe, a causa di una interpretazione fondamentalista dei testi sacri. C’è tutto un mondo religioso che soffia sul fuoco dei fondamentalismi, facendo anche il gioco sporco di quei movimenti politici che si alimentano del mondo fondamentalista.

Leggendo e meditando il Vangelo ci si rende conto che la realtà religiosa non è cambiata molto. In questa prospettiva, si comprende che la missione di Gesù sia stata quella di liberare gli uomini e le donne dal veleno mortale della religione o, meglio, di quella religione inventata dagli uomini. Gesù ha proposto delle chiavi di lettura per interpretare le parole del testo sacro, per non rimanere schiavi da quei precetti e quelle pratiche così dette religiose inventate dagli uomini del tempio per soggiogare le persone e, così, sfruttarle. “Avete inteso che fu detto agli antichi… Ma io vi dico” (Mt 5,21s). Le parrocchie dovrebbero essere i luoghi in cui le persone vengono liberate dalla religione e introdotte nel cammino del Vangelo tracciato da Gesù. Non a casa, come ci ricorda il libro degli Atti degli Apostoli, le prime comunità si chiamavano proprio così: il cammino. 

Rimango sempre molto affascinato dai profeti biblici, non solo per il loro coraggio di affrontare i potenti del tempo, con affermazioni dure e radicali, ma soprattutto per la capacità di aprire orizzonti nuovi, iniettando speranza nel popolo. Non basta, infatti, criticare una situazione, analizzare un fallimento, occorre fornire vie d’uscita, soluzioni, per permettere alle persone di ripartire per cammini nuovi. Il rischio, infatti nelle analisi critiche, è di rimanere affascinati per le belle parole, le profonde critiche, ma dimenticandosi che, le sole parole, possono ferire e creare negatività. Che dire ad esempio, di Geremia? Nei primi capitoli sferza i capi religiosi con una serie di oracoli durissimi, che non lasciano spazio all’immaginazione, dalla forza polemica che li anima. Poi, però, nel momento più tragico della storia d’Israele, vale a dire la distruzione della città e del tempio di Gerusalemme e l’esilio di buona parte della popolazione a Babilonia, Geremia se ne esce con una delle profezie più belle di tutta la letteratura profetica, prospettando per il popolo una Nuova Alleanza in cui Dio avrebbe scritto la sua legge d’amore non sulla pietra, come quella mosaica, ma nel cuore (cfr. Ger 32,31-34). 


domenica 26 aprile 2020

I partigiani e l’omelia laica di Don Matteo Zuppi






Ricevo e volentieri pubblico.


  di Luca Bottura

Il vescovo di Bologna mi ha fatto un grande regalo. Nei giorni scorsi aveva concesso una bella intervista al giornale dell’Anpi parlando di Liberazione. Un’intervista coraggiosa, molto più coraggiosa di qualche laico che, in questo clima berciante, si lascia travolgere (per fatica, non per cattiveria) dal coro assordante dei “fuori dal coro”. Quelli per cui liberarci dai nazifascisti sarebbe stato un atto divisivo. Ieri Don Matteo Zuppi ha accettato di fare due chiacchiere durante la mia rassegna stampa dei giorni di quarantena. Ne trascrivo qualche passaggio perché sapermi amministrato da una persona del genere, anche se sono una pecorella anomala, che pascola solo nei dintorni del recinto, mi ha reso la cattività meno pesante e la prospettiva del futuro prossimo decisamente più abbordabile. Finché la chiesa che, volenti o nolenti, è la filigrana di questo Paese, poggerà su fondamenti del genere, avremo qualche ragione in più di sorridere.

«Con quell’intervista spero di aver interpretato lo spirito di questa città e del Paese».

«Il 25 aprile è lo Stato, è quello che sono le nostre istituzioni». «Ho riletto le parole di Mattarella dell’anno scorso e le condivido: la Liberazione è il fondamento dei nostri valori, dunque è di tutti».

 «È vero che il primo tradimento di quei valori furono le violenze del dopoguerra. Forse non sono state condannate appieno, ma questo non toglie nulla ai valori su cui è costruita la nostra casa comune, la nostra convivenza».

«Dobbiamo fare molta attenzione che i semi di intolleranza, di odio, di annullamento dell’avversario, non prevalgano. Non possiamo accettarle in nome proprio di quel lascito».

«Mi ha colpito che i vigili del fuoco inglesi abbiano fatto coraggio a quelli italiani cantando Bella Ciao. Noi dobbiamo superare la logica della parte. C’è una parte sola. Quella canzone è di tutti».

«Quando le istituzioni onorano il 25 aprile lo fanno perché il 25 aprile è il 2 giugno. È la Repubblica, è la Costituzione. Qualcuno dice: le cose non sono andate secondo quegli ideali. Qualcuno può dire: ho dato la vita per la giustizia, la democrazia, e adesso guarda. Questo è il momento di provare ad applicarli, quei valori. Perché come diceva Papa Francesco, siamo tutti sulla stessa barca».

Grazie Don Matteo, buon 25 aprile. In fondo, la Resistenza al nazifascismo compie gli anni in un giorno del mese che anche a dicembre, di solito, regala speranza all’umanità.