Visualizzazione post con etichetta decostruzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta decostruzione. Mostra tutti i post

lunedì 1 settembre 2025

Jacques Derrida e il concetto di contaminazione nella decostruzione

 




Una riflessione critica sulla decostruzione derridiana e l'interazione fra tradizioni

 

Paolo Cugini

 

Jacques Derrida (1930-2004), filosofo franco-algerino, è universalmente riconosciuto come il padre della decostruzione, una metodologia di lettura e di pensiero che ha rivoluzionato i modi di intendere il testo, il senso e la tradizione. Uno dei punti importanti della sua riflessione è il concetto di “contaminazione”, termine che assume una valenza positiva e strategica non solo nella critica letteraria, ma anche nell’interpretazione dei testi religiosi, dei sistemi di pensiero e delle tradizioni culturali.

La decostruzione, secondo Derrida, è il movimento che evidenzia le tensioni, le contraddizioni e le aporie all’interno di un testo, rivelando come nessuna costruzione teorica, nessun sistema, possa essere considerato puro o autosufficiente. L’idea di contaminazione emerge come antidoto alla logica identitaria e alla ricerca di una origine incontaminata. In Della grammatologia (1967), Derrida afferma che “il testo è sempre già contaminato da ciò che non è lui”, sottolineando che nessun senso può essere pensato come isolato e che ogni significato si genera nell’interazione e nella differenza. La contaminazione, in questo contesto, non va intesa come un difetto o un’intrusione negativa, ma come la condizione stessa della possibilità di senso: “La purezza non è mai data, è sempre costruita contro, per esclusione o per differenziazione di un’alterità che necessariamente la contamina.” (Derrida, La disseminazione, 1972).

Quando Derrida si confronta con la lettura dei testi religiosi, la sua critica della purezza acquista una portata etica e politica. Nel saggio Fede e sapere (1996), Derrida mostra come ogni religione, ogni tradizione spirituale, sia irrimediabilmente segnata dalla contaminazione di altre narrazioni, pratiche, rituali e linguaggi. Non esiste una tradizione religiosa che possa essere separata da influenze esterne; anche i testi sacri sono il risultato di sedimentazioni, traduzioni, interpolazioni e riscritture. “Non c’è nessuna religione che possa affermarsi nella purezza della sua origine: ogni fede è attraversata, alterata, modificata dall’incontro, dallo scambio, dalla traduzione.” (Derrida, Fede e sapere). Questo significa che la ricerca di una “origine pura”, sia in una religione, sia in una cultura, è una costruzione ideologica che serve a delimitare confini identitari e a escludere l’alterità. Al contrario, la contaminazione diventa uno spazio di apertura, di dialogo e di ospitalità. L’approccio derridiano non si limita a una critica epistemologica, ma si traduce in una vera e propria etica della contaminazione. In Addio a Emmanuel Lévinas (1997), Derrida riprende il tema dell’ospitalità, mostrando come l’apertura all’altro e la disponibilità “a essere contaminati” siano le condizioni della giustizia e della responsabilità. “L’ospitalità è sempre la possibilità di essere affetti, trasformati, contaminati dall’altro che accolgo.” (Derrida, Addio). Questa visione si riflette anche nella lettura dei testi religiosi, dove l’interpretazione deve accettare la possibilità di essere “contaminata” da altri sensi, altre tradizioni, altri linguaggi, senza volerli neutralizzare o assorbire. Derrida rifiuta ogni idea di confine rigido tra le tradizioni, proponendo la contaminazione come processo creativo e generativo. In Il monolinguismo dell’altro (1996), la contaminazione linguistica diventa metafora del dialogo tra culture e religioni. La lingua, come la tradizione, è sempre già attraversata da tracce di altre lingue, e proprio per questo è vivente: “Non parliamo mai una lingua pura. Ogni parola, ogni testo, ogni tradizione è attraversata dalla differenza, dalla traccia di un’alterità che la costituisce.” (Derrida, Il monolinguismo dell’altro). In questo senso, la decostruzione mostra che la contaminazione è la condizione stessa di ogni identità: non un pericolo, ma una risorsa.



Quando si leggono i testi religiosi con lo sguardo derridiano, si scopre che ogni sacralità, ogni dogma, è il risultato di una stratificazione storica, di una contaminazione con testi precedenti, paralleli o estranei. La Bibbia, il Corano, i Veda, sono testi che portano la memoria di lingue, tradizioni e culture differenti, e ogni tentativo di purificarli è destinato a fallire. La lettura decostruzionista, dunque, invita a riconoscere le tracce di altre tradizioni all’interno di ogni testo sacro, accogliere la contaminazione come apertura verso nuovi sensi e nuove interpretazioni; vivere la diversità non come minaccia, ma come possibilità di ospitalità e di giustizia.

Anche le pratiche e i rituali religiosi, osserva Derrida, sono il risultato di contaminazioni. Le liturgie cristiane, ad esempio, hanno incorporato elementi pagani, e le festività religiose sono spesso intrecciate con tradizioni popolari e folkloristiche. In Fede e sapere, Derrida scrive: “Le pratiche non sono mai pure: sono il frutto di una moltitudine di incontri, negoziazioni, adattamenti.” Questa consapevolezza permette di superare le rigidità dogmatiche e di accogliere la pluralità come ricchezza. Il tentativo di preservare una tradizione nella sua presunta purezza, secondo Derrida, conduce inevitabilmente all’esclusione, alla violenza simbolica e materiale contro l’altro. La contaminazione, invece, è la via verso una società più giusta perché aperta alla differenza e alla trasformazione. In Politiche dell’amicizia (1994): “Il vero amico è colui che accetta la possibilità di essere affetto, modificato, contaminato dall’altro, senza perdere la propria ospitalità.”

Il concetto di “contaminazione” nella filosofia della decostruzione di Jacques Derrida si rivela un potente strumento per la lettura dei testi religiosi, delle tradizioni e delle culture. Nessuna tradizione, nessun testo, nessuna identità può essere pensata come “pura”, perché ogni senso si produce nell’apertura e nell’ospitalità verso l’altro. Vivere la contaminazione significa accogliere la differenza, riconoscere la traccia dell’altro, e lasciarsi trasformare dall’incontro. È in questa prospettiva che la decostruzione diventa non solo una teoria della lettura, ma una vera e propria etica dell’ospitalità.

 

venerdì 22 novembre 2024

CAMMINI DI LIBERAZIONE E DI DISINTOSSICAZIONE

 




Paolo Cugini


È abbandonando le sicurezze culturali e spirituali delle origini che apprendiamo a confrontarci senza timore con le narrazioni diverse dalle nostre, senza difenderci, senza attivare quei meccanismi di difesa che ci inducono a proferire argomenti mai sperimentati e solo ripetuti a memoria. Le relazioni educative sono sane quando aiutano l’individuo ad essere se stesso, non a riprodurre desideri altrui. I bambini per compiacere gli adulti fanno tutto quello che loro richiedono, anche perché sanno che è l’unico modo per ottenere qualcosa. Gli adulti insoddisfatti nella vita spesso si rifanno sui figli riproducendo degli automi obbedienti ai comandi. Rompere il cordone ombelicale delle istituzioni che hanno contribuito a formare la coscienza nell’infanzia è il cammino necessario per una vita di adulto libera. Prendersi in mano la vita: è questo il cammino esistenziale, doloroso ma necessario, per divenire se stessi.

In questo cammino di liberazione, uno degli ambienti più importanti da cui prendere le distanze o, perlomeno, rielaborare l’appartenenza in modo critico è il mondo, l’ambiente religioso. Sino a qualche decennio fa l’istituzione religiosa, che in Occidente s’identifica con la parrocchia, era considerato un luogo sano, in cui si apprendevano i valori positivi necessari per una vita sana. Oggi non è più così. I processi di decostruzione culturale prodotti dalla cultura post-moderna stanno mettendo a nudo una serie di fattori negativi del mondo religioso sui quali vale la pena soffermarsi. Con il passare degli anni mi rendo sempre più conto come, uno dei problemi più profondi del mondo religioso sia l’interpretazione delle parole. Il cristianesimo ha veicolato contenuti omofobi, maschilisti e misogini a causa di un modo d’interpretare i testi sacri. Ancora oggi, le relazioni all’interno delle comunità cristiane sono intossicate da modalità relazionali misogine e omofobe, a causa di una interpretazione fondamentalista dei testi sacri. C’è tutto un mondo religioso che soffia sul fuoco dei fondamentalismi, facendo anche il gioco sporco di quei movimenti politici che si alimentano del mondo fondamentalista.

Leggendo e meditando il Vangelo ci si rende conto che la realtà religiosa non è cambiata molto. In questa prospettiva, si comprende che la missione di Gesù sia stata quella di liberare gli uomini e le donne dal veleno mortale della religione o, meglio, di quella religione inventata dagli uomini. Gesù ha proposto delle chiavi di lettura per interpretare le parole del testo sacro, per non rimanere schiavi da quei precetti e quelle pratiche così dette religiose inventate dagli uomini del tempio per soggiogare le persone e, così, sfruttarle. “Avete inteso che fu detto agli antichi… Ma io vi dico” (Mt 5,21s). Le parrocchie dovrebbero essere i luoghi in cui le persone vengono liberate dalla religione e introdotte nel cammino del Vangelo tracciato da Gesù. Non a casa, come ci ricorda il libro degli Atti degli Apostoli, le prime comunità si chiamavano proprio così: il cammino. 

Rimango sempre molto affascinato dai profeti biblici, non solo per il loro coraggio di affrontare i potenti del tempo, con affermazioni dure e radicali, ma soprattutto per la capacità di aprire orizzonti nuovi, iniettando speranza nel popolo. Non basta, infatti, criticare una situazione, analizzare un fallimento, occorre fornire vie d’uscita, soluzioni, per permettere alle persone di ripartire per cammini nuovi. Il rischio, infatti nelle analisi critiche, è di rimanere affascinati per le belle parole, le profonde critiche, ma dimenticandosi che, le sole parole, possono ferire e creare negatività. Che dire ad esempio, di Geremia? Nei primi capitoli sferza i capi religiosi con una serie di oracoli durissimi, che non lasciano spazio all’immaginazione, dalla forza polemica che li anima. Poi, però, nel momento più tragico della storia d’Israele, vale a dire la distruzione della città e del tempio di Gerusalemme e l’esilio di buona parte della popolazione a Babilonia, Geremia se ne esce con una delle profezie più belle di tutta la letteratura profetica, prospettando per il popolo una Nuova Alleanza in cui Dio avrebbe scritto la sua legge d’amore non sulla pietra, come quella mosaica, ma nel cuore (cfr. Ger 32,31-34). 


giovedì 20 dicembre 2018

LIBERATEVI, PER DIO!




Paolo Cugini

È come la cipolla o come una fodera. Sono esempi che prendo da una mia cara amica, che li usa spesso ogni volta che spiega la complessità del testo biblico. La cipolla vista da lontano, sembra compatta, una cosa unica, ma non è. Quando la vedi da vicino ti accorgi che è stratificata, che la puoi pelare, le puoi togliere le stratificazioni che, per quanto riguarda la cipolla – e non solo – è un processo che ci fa piangere.

Anche le coperte sembrano un corpo unico e invece ci sono delle cuciture che uniscono i pezzi e poi ci sono dei rivestimenti per nascondere le cuciture. La coperta sembra un corpo compatto, ma non è. Come, del resto, tante cose nella vita: sembrano compatte, ma non lo sono. Ci abituiamo a vivere nell’apparenza delle cose, sino al giorno in cui un incontro, un volto, un sentimento forte ci aiuta a svegliarci e a scoprire che non è tutto compatto come sembra, che c’è qualcosa di diverso, che c’è dell'altro.

C’è tutto un sistema di cose che fa di tutto affinché la realtà risulti compatta, bella, simpatica. C’è tutto un mondo che lavora al mascheramento della realtà, soprattutto, al mascheramento delle manipolazioni del reale. E poi intervengono degli eventi che incrinano la compattezza, che aprono degli spiragli, che provocano una riflessione, una crisi e aprono, in questo modo, il cammino della decostruzione che ci conducono alla realtà, vale a dire, alla verità sulle cose. La decostruzione delle strutture messe in atto per coprire la manipolazione della realtà è, allo stesso tempo, un cammino di liberazione e di disvelamento. È di liberazione perché, finalmente, la persona vive con libertà il proprio rapporto con la realtà. Di disvelamento perché la rivelazione del processo di decostruzione ci conduce alla comprensione che le intuizioni che percepivamo nel periodo della manipolazione del reale, erano autentiche. Questa è già un’importante indicazione di metodo. Ci dice, infatti, che ogni persona è dotata per cogliere la verità delle cose, la loro realtà e, quindi, è in grado di percepire ogni tentativo di manipolazione, di distorsione, di dissuasione.

Ad un certo punto nella vita dobbiamo decidere se sbucciare le cipolle o lasciarle così; dobbiamo decidere se togliere le federe e controllare le cuciture, oppure continuare a coprirci come se la coperta fosse un corpo unico. Infine, ad un certo punto della vita dobbiamo decidere se continuare a credere a santa Lucia e a Babbo Natale, o se collocarli al loro posto. Dobbiamo, cioè, ad un certo punto della vita, che sarebbe bello essere il più presto possibile, deciderci se vale la pena soffrire un po’, smascherando i miti che ci stanno offuscando la vista del reale, o fare finta di nulla e pagare il prezzo salatissimo di una vita falsa, di correre il rischio cioè di non vivere mai la realtà.

Quando questo succede, cioè quando ritardiamo ad attivare i processi di decostruzione e di smascheramento stiamo male perché viviamo male. La coscienza si ribella quando qualcosa o qualcuno ci soffoca, tarpa le nostre ali, c’impedisce di volare, di essere noi stessi. La nostra coscienza si arrabbia con noi nel profondo del nostro cuore quando ci vede pigri, remissivi, un po' meschini perché ci rifugiamo dietro le nostre paure. Siamo come arrabbiati quando ci accorgiamo che la vita non è come l’avevamo pensata o come qualcuno l’ha pensata per noi. E allora c’è dentro di noi una voce, un sentimento che ci spinge a prenderci in mano, a prenderci sul serio, a smetterla di piagnucolare e tirarci su le maniche pere smascherare tutto e vivere così finalmente liberi.

È il contatto con la realtà che smaschera le sovrastrutture false che ci stanno impedendo di vivere in modo autentico. È la realtà che provoca l’incresparsi di quelle idee, di quelle filosofie e teologie che rivestono la nostra vita non permettendoci di vivere in modo autentico. La cosa peggiore che purtroppo accade spesso, è quando le filosofie e le ideologie incontrano come alleati i genitori che, non hanno tempo per controllare se tali ideologie sono aderenti o meno alla realtà. Povera quella giovane anima che trova dentro di casa l’alleanza diabolica dei propri genitori con gli spacciatori di ideologie devitalizzanti e castranti! Sarà dura uscire da questa gabbia di matti, ma ce la si può fare. C’è sempre, infatti, un giorno in cui incontriamo qualcosa di reale, in cui percepiamo che il mondo non è come ce lo stanno spacciando. C’è sempre un giorno in cui la giovane anima respira aria di libertà e, quando questo succede, puoi star sicuro che farà di tutto per scrollarsi di dosso il marciume delle filosofie e delle teologie che come catene la tengono in gabbia. Chi sente profumo di libertà, soprattutto quando questo profumo viene verso di noi nella giovinezza, puoi stare sicuro amico mio, che questo profumo non si scorda mai.

Il primo elemento fondamentale di questo processo di smascheramento, che è allo stesso tempo un processo di decostruzione, consiste nel prendere le distanze dai maghi, dai ciarlatani, dai venditori di fumo, imbroglioni da due soldi che, per tante ragioni, abbiamo incontrato nel nostro cammino e ci hanno riempito la testa di fandonie. Credo che sia impossibile questo salutare addio ai ciarlatani senza incontrare qualcuno che ci sia già passato, qualcuno che si sia già liberato dal mondo di fandonie, dal mascheramento del reale. È brutto che lo dica proprio io che sono della stessa categoria, ma molti di questi ciarlatani vestono delle sottane nere e camminano nelle chiese. C’è tutta una religione che prima di essere cammino di libertà è strumento satanico di schiavitù e di morte. Quanta gente ho incontrato in questi anni che ingenuamente seguiva quel tal prete o quel tal gruppo pensando di camminare nella via del Signore e invece stavano percorrendo il sentiero di Satana! Liberatevi, per Dio!


lunedì 23 aprile 2018

LA BIBBIA HA PAROLE D’AMORE PER LE PERSONE OMOSESSUALI?







CICLO D’INCONTRI: LA TEOLOGIA DELLE DONNE

MARIA SOAVE BUSCEMI
REGGIO EMILIA 23 APRILE 2018

Sintesi: Paolo Cugini
Quando pensiamo di avere molte risposte la vita ci cambia le domande. Accompagnare l’erranza delle domande che nascono dalla vita. Errare: camminare, permettersi di sbagliare. Non esiste cammino senza l’erranza della possibilità dell’errore. Non esistono cammini già asfaltati, tutti pieni di risposte. Quando le risposte chiudono e mettono un punto finale, quello che avviene è arroganza, soffocamento. Occorre essere disponibili all’erranza.

Papa Francesco usa tantissimo i gerundi, che è un verbo rotondo, in movimento, in cammino. Errando in un continuo cammino, movimento, umile porsi domande e provare respiri e profumi di alcuni tentativi di risposte che aprono cammini. A volte occorre inventare le parole, quando quelle che abbiamo non esprimono abbastanza il concetto.

Cammino per depregiudiziare la Bibbia, decostruire i pregiudizi con cui andiamo alla Bibbia. La Bibbia ha una parola d’amore per le persone omosessuali? Se c’è la domanda è perché c’è un sospetto.

1.      Non c’è bisogno di difendere l’omosessualità, perché non c’è bisogno di persone che difendono, ma di uomini e donne disposte al dialogo con le differenze e con le diverse infinite possibilità ermeneutiche riguardo la vita, il testo. L’esperienza sessuale dell’Israele antico non corrisponde alla nostra. Questo dato deve entrare in dialogo

2.      Non c’è bisogno di giustificare l’omosessualità. Cerchiamo di comprendere i significati di amore di altre epoche.

3.      Non c’è bisogno di promuovere l’omosessualità. Perché l’elezione di orientamento sessuale, come atto cosciente e riflessivo costituisce un’accoglienza libera e non coercitiva. La libertà va amata e rispettata. Libertà d’identità, di mistero.
Perché si perde tempo nominando un’ideologia?

L’omosessualità è bellezza e grazia, perché è relazione d’amore. Dobbiamo comprendere che l’Israele antico non e sempre stato monoteista. Il monoteismo si è presentato a parte del periodo post-esilico. Fino ad allora c’è stata una grande tensione su come balbettare l’esperienza di Dio, che aveva il nome del tetragramma: JHWH. Era un respiro di molti colori, di molte possibilità. Diventa un’unica possibilità dopo l’esilio 587 a.C. Il respiro dell’Israele antico delle mille possibilità svanisce. Si fortifica l’idea di peccato, la teologia del puro e dell’impuro. Si fortifica la teologia della retribuzione: tutto è meritocrazia. Vien soffocato il respiro di Dio. Esiste, però la resistenza popolare, di uomini e donne che scrivono di amore libero contro il progetto di Salomone e di Gerusalemme. C’è resistenza e noi continuiamo la resistenza ancora oggi, contro le teologie che rendono monotematico e monocultura l’esperienza. Israele era monolatrico. Anarchia al femminile a tutti i respiri possibili.
Ci sono testi nella Bibbia che sono duri da digerire. Ci sono testi che vanno contestualizzati. Conosciamo i testi di Sodoma e Gomorra, del Levitico 18,20.

Levitico 18,20: contro coloro che hanno relazioni omosessuali. Il libro del Levitico è redatto nell’epoca post-esilica quando si stabiliscono le leggi. Nelle stesso contesto abbiamo la poligamia, la schiavitù. Nel caso di tradimento vicino alla porta della città c’era l’uccisione per lapidazione per lavare l’onore del padre. E’ giusta questa pratica della poligamia, schiavitù? E allora perché non riteniamo anacronistica la lettura che Levitico fa sulle relazioni omosessuali? E’ importante uscire dallo schema fondamentalista del testo? Qual è il contesto che ha dato origine al testo?

Il testo di Sodoma e Gomorra in Gen 19, riguarda il rispetto e l’ospitalità. Lot sta difendendo dei cittadini che corrono il rischio di essere violentati da altri cittadini. La questione è la violenza e non l’amore e la relazione omosessuale. Il testo dice no a relazioni di violenza. Il testo dice no sulle relazioni fondate sulla violenza patriarcale egemonica. C’è uno sforzo ermeneutico che dev’essere fatto. La teologia si fa con i piedi e non con la testa. I nostri piedi chi amano, a chi sorridono? Dipende da dove stiamo, con chi stiamo? Abbiam poveri per amici? Abbiamo persone omosessuali, lesbiche per amici? Sentiamo le loro ferite? L’ermeneutica sono i nostri piedi. “Non entrerò mai nella sala degli oppressori perché se ci metto piede sono come loro” (Salmo). Essere voce di chi non ha voce. E’ un errore perché chi non ha voce ha il diritto di avere la sua voce anche quando dirà ciò che io non voglio ascoltare.
Il nostro cammino di gente di Gesù è che chi non ha voce abbia la sua voce, il suo modo di toccare i testi sacri, il suo modo d’interpretare. “Sono venuto perché abbiate vita in abbondanza”. Allora, il mio modo di essere costruisce vita, o morte, esclusione. Quel modo d’interpretare costruisce amore, relazioni non più fondate sulla violenza?

La saga di Gionata e Davide. Gionata era figlio di Saul, il padrone di buoi e cavalli. Gionata quando vede Davide dice: lo amò, parlò alla sua anima. Quando Gionata morirà, Davide adotta il figlio di Gionata. Se entrassimo in una lettura eterosessuale avremmo una bella storia d’amore, romantica. Perché ce la precludiamo quando sono due uomini, due donne. Il Libro di 1 Samuele è scritto nello stesso periodo in cui sono scritte le leggi durissime del Levitico. Ciò significa che ci sono resistenze.

Le tribù d’Israele non erano 12, ma 13. C’è una figlia violata che è la 13 figlia di Giacobbe: 12 maschi e una donna: Dima. Perché, come mai non ci viene detto? Perché non sappiamo di Dina? Perché c’è una tredicesima tribù che non riempie le biblioteche ufficiali e normodotate; c’è una tredicesima tribù errante esclusa da tutti, che ha bisogno di essere nominata, riconosciuta. Questa tredicesima tribù è di Dio.

Dio è sceso in campo è lotta per noi, tra di noi. Lotta contro l’omofobia. Lotta a favore di questa tredicesima tribù. Perché con Gesù le cose non sono migliorate. Gesù non è morto, ma è stato ucciso. Da chi è stato ucciso Gesù? Il tempio e il Sinedrio e l’impero Romano. E’ stato ucciso perché in Cristo Gesù non c’è più giudeo e greco. In Gesù tutti puri per grazia; amati e amate gratis senza dover dimostrare nulla. Il principio è misericordia. Siamo amati e amate gratis. In Gesù non c’è più schiavo né libero. E’ chiaro che questo fa imbestialire l’Impero schiavo-cratico. In Gesù non c’è più né uomo né donna: il patriarcato viene meno, non può esistere.
JHWH è il Padre degli ultimi e non l’ordine simbolico violento del patriarcato.

Criteri ermeneutici:
1.      Partire sempre da sé. E’ la vita, la mia vita tocca il testo della Bibbia.
2.      Decostruire il testo, disfare la maglia. Il modo di leggere tradizionale e fondamentalista non serve all’amore, alla vita.
3.      Ricostruire qualcosa di nuovo con ciò che si ha
4.      Celebrare, fare festa




domenica 25 gennaio 2015

DECOSTRUIRE VIOLENZE







RIFLESSIONI DAL CORSO DI LETTURA POPOLARE DELLA BIBBIA
VERONA 21-26 LUGLIO 2014
Paolo Cugini

È molto significativo che un corso biblico della durata di una settimana dedichi i primi due giorni al tema della decostruzione, spingendo la riflessione verso un confronto tra il pensiero lineare e quello complesso. Esercitarsi a guardare con sospetto o perlomeno con distanza, a tutte quelle certezze che negli anni abbiamo assimilate e credute senza mai sperimentarne l’autenticità. Tra queste verità mai messe in discussione ci sono quelle religiose e anche quelle che provengono dalla nostra scarsa conoscenza della Bibbia. Siamo, infatti, abituati a pensare e a leggere la Bibbia con gli occhi della cultura dalla quale proveniamo, che ci ha insegnato da secoli ad annulare le diferenze, anzi a considerare la differenza come una negazione. Chi legge la Bibbia con gli occhiali della cultura lineare corre il rischio di leggerla in modo superficiale, e cioè come uan storia scritta dall’inizio alla fine, identificando la verità di Dio con quello che si legge in modo immediato. Sappiamo che la storia l’hanno sempre scritta coloro che abitano i palazzi dei re e quindi si tratta quasi sempre di una storia del centro, scritta per giustificare e difendere un potere. In queste storie, come da decenni ci ha insegnato la scuola della Nouvelle Histoire, poco o nulla rimane della storia reale, di quella cioè vissuta dalla gente comune, dai contadini, dalla gente semplice che rimane esclusa dai palazzi, da coloro che in realtà sono i veri protagonisti delle vicende storiche. Anche nella Bibbia incontriamo narrazioni storiche che nei secoli sono state rilette, manipolate, per così dire dal potere centrale vigente e che quindi risentono di queste esclusioni. 

Non è allora un caso se ci sono teologhe che da anni stanno rileggendo la Scrittura a partire da uno sguardo diverso, e cioè quello delle donne, per cogliere nei silenzi imposti alle donne una parola diversa. Chi si si scandalizza dinanzi a questo tipo di percorso diverso, a questo tentativo di leggere tra le righe, di ascoltare il silenzio di chi da sempre è stato messo a tacere è perché è succube della propria cultura lineare, che nel caso di quella Occidentale è anche espressione di un pensiero forte, spesso e volentieri arrogante e oppressivo. Che dire poi di quel modo di leggere la Parola di Dio a partire dai poveri - altre grande categorie di persone messe a tacere dal potere politico e religioso – che l chiesa Latino Americana ci ha insegnato sin dagli anni del dopo Concilio. Un conto è, infatti, leggere la Parola di Dio in pantofole, in un caldo appartamento Occidentale. Ben altra cosa è leggere la stessa Parola tra la gente che vive nelle favelas o nei quartieri poveri di una città nell’interno del Nordest brasiliano. Sono voci diverse, occhi diversi e mentalità diverse che non si escludono, ma si possono mettere in sintonia. E’ questo sguardo diverso che legge la Parola da angolature diverse che destruttura le sicurezze, non perché, come superficialmente si potrebbe sostenere, relativizza i contenuti, ma perché molto più semplicemente li contestualizza.  E’ importate poi sottolineare, a questo punto del discorso, come questo processo di destrutturazione, di polifonia di voci diverse avviene all’interno dello stesso testo biblico, che è tutto fuorché un racconto lineare.  Troviamo, infatti, una accanto all’altra contenuti che provengono da tradizioni culturali diverse, non solo nel tempo, ma anche nella geografia. Che dire, ad esempio, del modo d’intendere la monarchia nella storia d’Israele? Perché vi sono testi che si esprimono a favore della monarchia e altri che manifestano tutto il loro malessere con questa istituzione? 

Sono tante le voci diverse che il lettore attento incontra nella Scrittura. Ascoltare la voce delle differenze che incontriamo nel testo biblico senza cercare immediatamente delle piste per fare sintesi, per mettere a tacere l’inquietudine della nostra coscienza, è una delle più belle sfide che la Scrittura ci chiama a compiere. Liberarci dalle nostre sicurezze che, se guardate in profondità non sono altro che delle durezze, e cioè delle verità alle quali abbiamo affidato, senza mai porle in discussione, la solidità della nostra vita spirituale, è uno dei grandi doni che la Parola di Dio ci offre. Entrare nel mondo delle pluralità di voci, di modi di sentire e di essere, senza il bisogno di ricondurle tutte ad un’unica voce, ma semplicemente apprendere ad abitare la differenza: è la bellezza della vita spirituale che sgorga dalla Bibbia. E’ in questo modo che scopriamo che non basta leggere la Bibbia, ma ciò che conta è come ci lasciamo guardare da Lei, come ci lasciamo cambiare dalle sue pluralità di voci. In questa prospettiva comprendiamo come la conversione del cuore annunciata dai profeti e richiesta da Gesù, non significhi tanto l’entrata in un cammino particolare, ma consiste nella disponibilità ad allargare i nostri orizzonti, il nostro cuore, nella possibilità che ci viene donata gratuitamente di aprire la nostra mente per essere più liberi. La verità e, allo stesso tempo la necessità di un circolo biblico, dovrebbe essere visibile nell’apertura mentale di coloro che vi partecipano. Lo sforzo missionario della chiesa di annunciare al mondo il Vangelo è esattamente in questa direzione e cioè nella possibilità di creare uomini e donne liberi, persone capaci di ascoltare le differenze per il fatto che hanno appreso ad accogliere la differenza dell’altro, ad abitare la complessità, a vivere nella pluralità di vedute. 

Perché è così importante decostruire le certezze apprendendo ad abitare la pluralità di opinioni e la diversità d’interpretazioni così come c’insegna la Scrittura? La risposta la incontriamo osservando la storia. Tutte le volte, infatti, che andiamo verso l’altro con le nostre idee forti, corriamo il rischio di diventare violenti. Potremmo dire che le guerre nascono sempre dalla coscienza che un gruppo ha delle proprie verità e dei propri diritti.