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sabato 28 marzo 2026

La voce dell’assenza: Verso una teologia dei silenziati

 




Paolo Cugini

 

Per secoli, la teologia è stata scritta dai centri del potere: accademie, gerarchie e istituzioni che parlavano per gli altri, spesso soffocandone la voce originale. Oggi, però, emerge con forza l’esigenza di una teologia dai margini. Questa prospettiva non è solo un esercizio accademico, ma un atto di giustizia: significa riconoscere che Dio abita laddove la storia ha cercato di cancellare la parola.

Fare teologia dai margini significa, innanzitutto, raccogliere le riflessioni di chi è stato mantenuto nell'ombra. Diventa così una teologia del silenzio, non inteso come pace contemplativa, ma come lo spazio forzato dei silenziati della storia.

Come suggerisce la teologa della liberazione Ivone Gebara, bisogna guardare alle pieghe della storia dove il dolore è più acuto: "C’è un grido nel silenzio delle donne, dei poveri e degli esclusi che non trova eco nelle cattedrali di pietra, ma che scuote le fondamenta del sacro."

Che cosa significa ascoltare un silenzio che proviene da una cultura violenta e coercitiva? Non è un ascolto passivo. È un esercizio di archeologia del dolore. In molti contesti, il silenzio non è assenza di suoni, ma il risultato di una parola spezzata dal trauma e dall'ingiustizia. Ascoltare questo vuoto significa comprendere che la violenza non colpisce solo il corpo, ma deruba la vittima della propria narrazione. Il teologo Johann Baptist Metz parlava di una "memoria passionis" (memoria della sofferenza), sostenendo che la verità di Dio si rivela proprio nel rifiuto di dimenticare il dolore dei vinti: "La teologia deve farsi carico del silenzio delle vittime, perché solo attraverso quel vuoto si può sperare in una redenzione che non sia cinica."

Il dolore che esce dai contesti silenziati segna la carne e l'anima in modo indelebile. È un dolore che denuncia l'ipocrisia di una società che preferisce l'ordine alla giustizia. Quando la teologia scende dai margini, smette di dare risposte preconfezionate e inizia a stare accanto a queste ferite. Ascoltare il silenzio significa allora trasformare l'assenza in presenza. Non si tratta di dare voce ai poveri, essi hanno già una voce, ma di creare il silenzio necessario affinché gli oppressori e gli indifferenti smettano di parlare e finalmente inizino a sentire. In questa prospettiva, la teologia non è più una serie di affermazioni su Dio, ma un atto di ascolto profondo delle ingiustizie subite, l'unico luogo dove il volto di un Dio sofferente può ancora essere scorto.

Il silenzio come negazione dell'identità: molti migranti vivono un silenzio forzato imposto da sistemi normativi e mediatici che li riducono a numeri o minacce, privandoli della loro storia personale. Una teologia dei margini ascolta questo silenzio come una denuncia dell'ingiustizia che nega la dignità umana. Il dolore accumulato nei viaggi, segnato da violenze, respingimenti e perdite, è un segno indelebile. Ascoltare questo silenzio significa fare propria la memoria della sofferenza (memoria passionis), vedendo nel migrante il volto del Cristo sofferente che ancora oggi viene crocifisso ai margini della società.

 Il teologo Peter Phan suggerisce che la migrazione non è solo un fatto sociale, ma l'essenza stessa della storia della salvezza. Ascoltare il silenzio del migrante significa incontrare un Dio che migra verso l'umanità, superando ogni confine politico o legale per raggiungere chi è più minacciato. Nei contesti di accoglienza, l'ascolto del dolore del migrante non è solo supporto psicologico, ma un atto teologico che restituisce la parola a chi è stato messo a tacere dalla povertà, dalle guerre o dai disastri ambientali. C’è tanto silenzio da ascoltare, silenzio soffocato con la violenza, le brutalità non solo degli aguzzini, ma di un sistema che produce povertà.

 

 

lunedì 5 settembre 2022

LA PAURA DEL SILENZIO. LA PAURA DEL CAMBIAMENTO

 



Riflessioni esistenziali dopo gli esercizi spirituali

Paolo Cugini



Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si riturò in un luogo deserto e là pregava (Mc 1,35).

 

Come mai gli adulti fanno così fatica a stare in silenzio? È questa la domanda che è entrata nella mia mente durante le giornate degli esercizi spirituali. Mi ha colpito l’assenza di tante e tanti che alla domenica vedo in chiesa o che hanno assunto degli incarichi nella comunità. E allora perché non ci sono, come mai?

La classica scusa: non avevo tempo ero stanco, non funziona. Quasi tutti si sono presi una o due settimane di ferie, giustamente – ci mancherebbe – con la famiglia. Quindi non è un problema di tempo, anche perché per partecipare alla proposta integrale degli esercizi spirituali, basta prendersi una giornata di ferie, il venerdì, e sistemare un po' le cose per riuscire ad accompagnare integralmente la proposta. Del resto, vedo che quando teniamo a qualcosa ci facciamo in quattro per esserci. Ciò significa che il tempo ce l’abbiamo anche ma, allora, perché?

Credo che il problema sia nella paura del silenzio, non la paura dei bambini, ma degli adulti. Nel silenzio prolungato dalla coscienza emergono i fantasmi del passato, le situazioni negative che abbiamo schiacciato e che non vogliamo sentire, prendere in mano. Nel silenzio, soprattutto quando è guidato da spunti spirituali, viene fuori tutto: non c’è verso di schiacciare dentro. Entrare nel silenzio significa accettare di mettersi in gioco e, per questo molti, la maggior parte, preferiscono continuare così, lasciare nel pozzo della coscienza le cose negative del passato, quelle mai risolte e andare avanti, come se niente fosse.

Ma è possibile fare finta di niente? È possibile mentire a se stessi tutta la vita? È possibile continuare a stare male facendo finta di nulla, camminando per le strade della vita con il sorriso fuori e le macerie dentro?

Gesù è l’uomo che viene dal silenzio. La sua adolescenza e la sua giovinezza sono avvolte dal silenzio. Ha iniziato la vita adulta con quaranta giorni di deserto e lì, si sa, non c’è molta gente. Nei tre anni di attività pubblica cercava il silenzio come il pane. Appena poteva si allontanava dalla folla, cercava luoghi isolati, passando molto tempo in preghiera di notte, o all’alba. Chi ama il Padre ama il silenzio, lo cerca, lo bramo, non riesce farne a meno.

Il silenzio è il cammino dell’autenticità. Chi accetta la sfida di trascorre qualche giorno in silenzio, accompagnato da una guida, non potrà più farne a meno. È la scoperta della possibilità di vivere in modo autentico, di non avere più bisogno di nascondersi, di fingere di essere qualcuno che sappiamo non corrispondere alla nostra identità.

Il cristiano è l’uomo, la donna che viene dal silenzio, che abita la pace. 

venerdì 12 agosto 2022

Rompiamo il silenzio sull’Africa. Appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti italiani

 




Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo.

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.

So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa. Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa.

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.



È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).

 


Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.  Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.

Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.

Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.  Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

 

*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell'Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace

giovedì 21 ottobre 2021

TI APSETTO NEL SILENZIO




Paolo Cugini 

Cammino su quel sentiero che costeggia il canale, immerso nei miei pensieri di sempre, che scorrazzano tra passato e futuro, lasciando in disparte il presente. Non cerco delle risposte. Le ho già avute. Non cerco nemmeno delle certezze. Non ne ho bisogno e poi non sono reali. Cerco Te.

Vorrei sentirti, percepirti. Vorrei sentirti in quel modo palpabile che non lascio spazio a dubbi, quel modo che riempie in un istante l’anima, la mente. Percepirti in quel modo che mi fa muovere immediatamente verso di Te, in modo esclusivo, in quell’esclusività che diventa spazio per tutti e tutte.

Ti cerco di notte nel silenzio di una chiesa buia. Non c’è nessuno e questo mi emoziona. Non c’è nessuno, per questo sono qui. Ti sento nel silenzio del buio di una chiesa. Sento il Tuo respiro, il Tuo sguardo su di me, che mi ridona vita, mi fa sentire amato, voluto, desiderato.

Ed è questo amore sensibile che riempie la mia anima in un istante, che riorganizza i miei pensieri, li toglie dall’affanno di cercare altrove, dona al tempo una bellezza che diviene voglia di vivere adesso. Smetto di pensare altrove, di perdermi nelle immagini di un futuro ipotizzato, semplice fuga momentanea per ingannare quel tempo che ora si è riempito di senso.

Per questo ti cerco. Nel silenzio. 

giovedì 18 ottobre 2018

NEL SILENZIO DEL PADRE. INDICAZIONI PER USCIRE DALLA RELIGIONE MALATA






Paolo Cugini

Me lo chiedo spesso ultimamente e non riesco a trovare una risposta, una qualsivoglia ragione plausibile, perché molto probabilmente ragione non c’è. Ci saranno delle motivazioni estetiche, erotiche, pansessuali, ma di evangelico non si vede nulla all'orizzonte. Mi chiedo, allora, come mai ci sono cristiani che hanno bisogno di eventi miracolosi per sentire la presenza di Dio? Come mai, ci sono persone che si dicono cristiane e che cercano costantemente l’apparenza pomposa, le manifestazioni eclatanti, lo sfarzo liturgico come segno del sacro? Pensavo che tutta questa roba, dopo il Concilio Vaticano II, fosse finita ammuffita in soffitta. E invece no, ci sono i nostalgici di turno che la ritirano fuori, la ripuliscono e se la mettono anche addosso, dimostrando un cattivo gusto demodé ma, soprattutto, manifestando un’incapacità cronica di accompagnare i tempi, di leggere dentro la storia i segni dei tempi, di una presenza di Dio che esige altro per essere identificata e, quindi, incontrata. Come si fa a pensare che per essere cristiani occorre tenere le manine giunte, il capo chino, vestire una cotta con dei pizzi inamidati, inginocchiarsi nel modo giusto? Pensavo, ripeto, che la storia di Gesù che viene nel mondo non in un palazzo regale, ma in una mangiatoia, fosse servita a qualcosa, fosse stato chiaro come d’ora innanzi Dio avesse deciso di farsi incontrare che, tra l’altro, è il modo che da sempre il Dio biblico desidera essere incontrato: e invece no. Ci sono strutture culturali formatesi nei secoli che sono durissime a morire, anzi per certi aspetti non muoiono mai, ma riappaiono sotto forme diverse nelle nuove strutture. Una di queste è il sacro, che sopravvive al cristianesimo e riappare nelle sue forme più pagane soprattutto nei momenti di crisi della civiltà, momenti in cui la paura dell’ignoto e dell’imprevedibile esige delle rappresentazioni sacrali che il cristianesimo ha cancellato per sempre, ma che la dimensione istintuale dell’uomo esige. Il sacro è, per certi aspetti, la pancia della religione.

Se c’è bisogno di pontificali per dimostrare la trascendenza di Dio nella storia, significa che abbiamo abbandonato il cammino del mistero. Se per mostrare che Dio esiste c’è bisogno di pizzi e merletti, di sontuose processioni con tanto di candelabri e crocefissi d’oro e una pompa sfarzosa per far vedere qualcosa di differente da ciò che è umano, allora siamo arrivati alla frutta della religione. Anzi siamo arrivati proprio al cuore della religione, a quella religione che non è cristianesimo; a quella religione che Gesù ha combattuto durante la sua attività pubblica e, per causa di questa lotta è finito in croce. E’, difatti, la religione dell’uomo, costruita dalle sue mani, elaborata dalla sua fantasia, voluta da lui. È la religione pagana, una manifestazione dell’ateismo o dell’antropomorfismo mascherato per qualcosa di sacro, quando di sacro non vi è nulla. È la religione che l’uomo si costruisce per sentirsi bene, per calmare i sensi di colpa. Si tratta dunque, di un farmaco e, nella fattispecie, un analgesico, che si prende in dosi costanti, sotto forma di riti, quindi, per mantenere sotto controllo il mal di testa. Riti e feste così dette religiose, elementi di quella cultura pagana retaggio dell’ancestrale bisogno di protezione dalle forze oscure del cosmo che, nonostante la tecnologia e la scienza, ancora oggi sono necessarie per una salutare presenza serena nel mondo. Lo sappiamo molto bene che chi vive sotto prescrizioni farmacologiche significa che proprio bene non sta. C’è tutta una religione che serve per tranquillizzare l’angoscia del vuoto prodotto dall'insoddisfazione della vita, dalle carenze affettive, che bruciano dentro di noi e non ci lasciano dormire. Abbiamo bisogno di riempirci la pancia di qualcosa per sentirci pieni e non soffrire troppo. Abbiamo bisogno di sballare la mente, quando non abbiamo avuto la pazienza di ricucire le ferite della vita con il balsamo dell’amore, cadendo in quella disperazione profonda che sembra senza fine. E allora, corriamo alla ricerca di qualcosa che possa lenire il dolore, anche solo per un po'. Sento una profonda pena per quell'umanità disperata che si riversa nelle chiese alla ricerca di quella cura miracolosa, che possa produrre un po' di quella pace che sarebbe dovuta venire se avessimo curato maggiormente la nostra interiorità, dedicando un po' più del nostro tempo a noi stessi, ad ascoltarci, a cercare risposte profonde e non analgesici immediati. Provo una grande tristezza quando vedo le chiese traboccanti di gente accorsa da tutte le parti per ascoltare l’ultimo ciarlatano di turno, pronto ad offrire esorcismi, a scacciare demoni, in altre parole, ad offrire l’ennesima scorciatoia della vita per chi questa bellissima vita dono di Dio, l’ha riempita di cose, svuotandosi l’anima. Quando la religione serve per silenziare i sensi di colpa, significa che Dio è sparito dall'orizzonte della nostra esistenza.

Guardare a Gesù, a come Lui ha affrontato la vita, a come si è messo in relazione con il Padre: è il nostro compito attuale per uscire dalla religione come analgesico e riscoprire l’autentico cammino della fede. Guardare a Gesù, al tempo che ha dedicato alla meditazione, al silenzio, alla riflessione, alla solitudine, per uscire dai cammini disperati delle masse anonime, che vogliono a tutti i costi riempirsi la pancia del divino. Guardare a Gesù, per imitarlo nel suo modo di mettersi in silenzioso ascolto del Padre, per assimilare quella Parola capace di comprendere il cammino da compiere in ogni momento dell’esistenza. Guardare a Gesù, per imparare da Lui a gustare l’amore del Padre che viene al nostro incontro senza che noi ce ne accorgiamo. Perché Lui sa di che cosa abbiamo bisogno: basta solo cercarlo e trascorrere del tempo con Lui. In silenzio.

sabato 26 maggio 2018

INTRODUZIONE A MADELEINE DELBREL






SAGRA DI REGIONA PACIS – REGGO EMILIA
VENERDI 25 MAGGIO 2018



Prof. Edi Natali


Sintesi: Paolo Cugini
Via: è una delle parole chiave di Madeleine, perché la vita avviene nella strada. Quali sono le caratteristiche del cristiano? Chi è il cristiano? La maggior parte non si pone la domanda. Noi ci troviamo in un mondo indifferente.

Madeleine vive in un ambiente ateo, anticlericale. “Il cristiano deve imparare a perdere la fede del prestigio”: il cristiano non deve cercare il prestigio.
Annichilamento: rinunciare a servirsi. Dobbiamo uscire da noi stessi. Rinunciare a ciò che noi pensiamo, alle nostre giornate iper-organizzate per accogliere. Come cristiani tendiamo ad incasellare tutto. Con questo sistema, diceva Madeleine, rischiamo di non incontrare l’altro così com’è. Il cristiano non è il migliore degli uomini e non ha bisogno di azioni eccezionali.

Dio ha bisogno di un volume di sottomissione. Madeleine ricorre spesso alla parola: obbedienza.
Il cristiano è colui che parte alla ricerca di Dio senza una carta stradale. Madeleine non indica un percorso. Dio si trova lungo il cammino e non alla fine. La condizione del cristiano è una insicurezza vertiginosa.
Abramo lascia la sicurezza per l’incertezza: insicurezza vertiginosa.
Qual è la vocazione del cristiano? E’ la chiamata di Cristo che in tutti i tempi è sempre precisa per ogni uomo. Ognuno di noi è interpellato dove si trova.
Gesù è stato un uomo perfetto per essere perfettamente nella nostra vita. Gesù è in tutte le vocazioni umane per questo Madeleine dice che non vuole essere specializzata in nessuna specializzazione.
Essere cristiano è non avere le giornate iper programmate. Essere chiamati dove ci si trova e comprendere che Gesù abita in mezzo a noi, sotto le sembianze di chi è nudo, affamato, straniero, senza rifugio.

Peregrinus e il viator. Mentre l’homo viator ha un messaggio da dare e una strada chiara da percorrere, il peregrino è colui che va per agros, cioè per i campi, a tastoni. Non c’è una strada segnata. La fede è provocata dal contatto di chi non è credente. La fede non è intimismo. Il cristianesimo di Madeleine Delbrel è lontanissimo dal moralismo. Per essere siamo figli e questo ci rende fratelli e sorelle. Spesso facciamo del cristianesimo una dottrina morale.
Madeleine Delbrel desidera imitare Cristo e per questo non privilegia nessuna via particolare. Cercare di avere un cuore capace di mettersi in ascolto, nei panni dell’altro: sentire insieme.

Un amore che non è mai spezzettato: Madeleine dice che non posso amare il fratello se non amo Dio. Tutto quello che fai in orizzontale dev’essere una risposta al contatto verticale. Chi commette l’ingiustizia anche lui ha bisogno della nostra preghiera. Il cristiano non divide mai il mondo in buoni e cattivi, perché il cattivo ha bisogno di redenzione.
Il silenzio è anche ascoltare ed è fondamentale. Un prete che legge il Vangelo e basta è sufficiente. Non dobbiamo mai smettere di ruminare il Vangelo.

Leggere il Vangelo ed annunciarlo. Il Vangelo non può stare chiuso nelle aule accademiche. Se la teologia non è preghiera non serve a niente.
La precarietà è un elemento della vita. Nella sua comunità Madeleine dice di non avere capitali per non creare sicurezze materiali. La povertà per Madeleine è qualcosa di reale. La ricchezza è l’attaccamento. Posso essere povero ma attaccato al poco che ho. Povertà è mancanza di attaccamento. Prima di tutto la povertà mostrata dal Signore: la mancanza di potenza e la mancanza di cipiglio. Avere la porta aperta. Sprofondare nella densità del mondo. Accoglienza adorante di ciò che capita. Bisogna tuffarsi nel mistero.

Un Dio infinitamente buono urta contro la sofferenza, la guerra, il male. Bisogna andare tra gli uomini come a dei perdonati. Il cristiano va a parlare come perdonato, non come innocenti. Riceviamo la fede come un dono che non è nostro.

Cercare di accettare una gioia trafitta dalla croce. Quando possiamo soffrire e amare è il massimo. Senza sofferenza ci sono solo ideali e non amore vero. Siamo chiamati ad amare non nonostante il male, ma a causa del male. A causa del male dobbiamo amare ancora di più.
Non solo amare il prossimo come te stesso, ma come Cristo ti ha amato. Siamo collaboratori alla redenzione.
La preghiera non è semplicemente regolata da situazioni precise, ma anche dalle situazioni della vita. Era una contemplativa attiva. Era molto impegnata, ma molto contemplativa.


lunedì 13 luglio 2015

ESERCIZI SPIRITUALI 2015





UNITA’ PASTORALE
REGINA PACIS, SPIRITO SANTO, RONCINA, CODEMONDO, SAN BARTOLOMEO

ESERCIZI SPIRITUALI  2015

GIOVANI DELLE SUPERIORI
11-13 SETTEMBRE: SANTO STEFANO DI VETTO
TEMA: ERANO UN CUOR SOLO E UN’ANIMA SOLA. L’IDENTITA’ DEL GIOVANE CRISTIANO: RIFLESSIONI SU ATTI 2-4
Costo: 25 euro
Partenza: ore 18 dell’11/9
Ritorno: ore 15 del 13/9

GIOVANI UNIVERSITARI-LAVORATORI
8-11 OTTOBRE: SANTO STEFANO DI VETTO
TEMA: AMICI DEL SIGNORE. LA COMUNIONE NELLA CHIESA: RIFLESSIONI SU GIOVANNI 14-17
Costo: 35 euro
Partenza: ore 18 dell’8/10
Ritorno: ore 15 del 11/10


ADULTI
27-30 AGOSTO: MAROLA
TEMA: LA CHIESA DELLE BEATITUDINI. RIFLESSIONI SU MATTEO 5-7
Costo: 110 euro
Partenza: giovedì 27 dopo cena
Ritorno: domenica 30 dopo pranzo

-          I tre corsi degli Esercizi spirituali saranno predicati da don Paolo Cugini
-          Le iscrizioni si fanno nella segreteria della parrocchia di Regina Pacis

CHE COSA SONO GLI ESERCIZI SPIRITUALI?
Leggendo questo avviso molti si chiederanno: che cosa sono gli esercizi spirituali? Sono un tentativo d’imitare lo stile di Gesù, che spesso e volentieri ricercava momenti prolungati di silenzio per stare solo con il Padre. Momenti di silenzio che Gesù proponeva anche per i suoi discepoli e discepole: “Venite con me in disparte a riposare un po’” (Mc 6). Una parrocchia o un’Unità Pastorale propone quest’esperienza spirituale per permettere ai fedeli di fermarsi un po’ a prendere fiato, a fare un po’ d’ordine dentro di se, ad approfondire il senso della propria vocazione e del proprio cammino. Per questo la chiesa è solita dire che gli esercizi spirituali sono un tempo propizio per il proprio cammino di fede, per rafforzare le proprie convinzioni e le proprie scelte. Gli esercizi spirituali non sono un campeggio o una scampagnata, ma un’esperienza che vuole essere esclusivamente spirituale. Per questo motivo per funzionare gli esercizi spirituali hanno bisogno di alcuni ingredienti fondamentali:

Il primo è il desiderio di conoscere Dio. Non è una scelta di gruppo partecipare agli esercizi spirituali, ma personale, anche perché sono un’esperienza impegnativa e, in alcuni casi difficile. Non è facile, infatti, uscire da una spiritualità tutta incentrata su se stessi per porre al centro Dio, la sua Parola. Conoscere Dio è allora il desiderio che deve muovere una persona verso un’esperienza come gli Esercizi Spirituali, perché è in un simile contesto che è possibile maturare una relazione nuova con Dio, più profonda e più vera.

Il secondo è la Parola. Durante gli Esercizi Spirituali il testo privilegiato di riferimento è la Parola di Dio. Dedicare tempo alla Parola significa uno sforzo di comprensione verso una proposta che spesso e volentieri conosciamo appena per sentito dire. Confrontarsi con la Parola di Dio, con le sue proposte esigenti significa essere disposti ad essere messi in discussione e a lasciarsi destabilizzare.
Il terzo è il silenzio. E’ impossibile vivere una profonda esperienza con Dio senza la disponibilità al silenzio. Lo stesso Gesù si ritirava in luoghi deserti per pregare. Il clima degli Esercizi Spirituali è immerso nel silenzio per permettere alle persone che vi partecipano di entrare in se stesse e di meglio percepire la voce del Signore.


Coloro, quindi, che stanno cercando il Signore, che stanno amando la sua Parola e, per questo, cercano il silenzio sono i benvenuti a questi corsi di Esercizi Spirituali 2015. Buon cammino!

sabato 4 aprile 2015

SABATO SANTO: IL SILENZIO DEL GIORNO TREMENDO




Paolo Cugini

Bisogna avere il coraggio di ascoltarlo, senza sotterfugi, senza riempimenti di significati, senza voler a tutti i costi edulcorarlo. Perché non si può zuccherare quello che dolce non è, non si può sorridere nel giorno più triste dell’anno: il sabato santo. Che cosa, poi, di santo abbia questo giorno così orrendo non l’ho mai capito. Come si fa, infatti, a chiamare santo il giorno più vuoto di tutti, il giorno del non senso assoluto, il giorno nel quale tutta l’umanità è rimasta senza fiato, con il fiato sospeso. Perché tutta l’umanità quel giorno si è alzata senza sapere a chi pregare, senza poter rivolgere la preghiera a nessun Dio, perché Dio era morto il giorno prima, barbaramente assassinato. E non si può sempre giocare a far finta di niente, a non voler vedere, a non voler ascoltare. Ci mancano delle donne come Maria Maddalena che sanno piangere per il suo maestro morto, che sa soffrire intensamente senza finta, senza nascondere niente: questo sì che è amore. Quell’amore che sgorga dal cuore e non dal calcolo, quell’amore che è passione pura e non razionalità controllata, che calcola, che sa fare dei calcoli persino con i sentimenti.   E non si può far finta di niente e correre subito alla domenica, non si può passare sopra a questo giorno tremendo perché si ha paura del buio e fare finta che non sia successo nulla; non si può tapparsi gli occhi e le orecchie per dirigersi subito alla domenica mattina. Soprattutto, però, non si può anticipare la domenica di resurrezione al sabato mattina, come avviene purtroppo spesso e volentieri in certe chiese, che iniziano a preparare gli addobbi della domenica, come se il sabato del grande silenzio non esistesse. Che mancanza di rispetto!

Ci vuole silenzio per ascoltare il nulla, per capire che cosa sarebbe il mondo senza un senso e cioè, senza un Dio. Il vuoto deve poter penetrare il cuore dell’uomo e la coscienza della donna per lo meno una volta nella vita, per aver poi la possibilità di soppesare tutte quelle ideologie che altro non sono che dei vuoti camuffati, ai quali ci aggrappiamo per non morire di asfissia. Costretti ad inventarci dei significati, quando si vede lontano due chilometri che non c’è nessun significato, che ci stiamo arrampicando sugli specchi, che stiamo parlando al vento e non abbiamo il coraggio di tacere per paura di sentire il vuoto, di essere penetrati dal nulla. E’ questo il significato del sabato santo, che è santo proprio per questo, perché ci permette di toccare con mano la cenere della nostra vita, il niente dei nostri progetti senza Dio.

Stare appesi nel vuoto, perlomeno una volta nella vita, può essere di grande aiuto per capire a chi e a che cosa la stiamo attaccando la nostra vita, a chi ci stiamo appendendo. Fiumi quotidiani di inutili parole per abbellire ciò che per natura è brutto, ciò che ci sta uscendo male, che non ha una forma, perché non può avere nessuna forma, per il fatto che gliela stiamo dando noi e basta. Basterebbe avere il coraggio un giorno di girare i luoghi dove avvengono gli incontri tra gli adulti, bisognerebbe cioè perlomeno una volta nella vita stare in un bar per più di due ore, dal fornaio, al mercato e ascoltare, prestare attenzione, aprire bene le orecchie su ciò che si dice, sul nulla di cui si discorre per ore e ore. Parliamo di ciò che siamo e di ciò che facciamo, dove il fare è costretto a sostituire il niente del nostro essere. Per questo facciamo fatica a stare in silenzio il sabato santo, facciamo fatica a cogliere la profondità del vuoto creato dall’assenza di Dio nel mondo, perché quel vuoto, quel silenzio è rivelatore, quel vuoto di quel giorno tremendo rivela il vuoto che abbiamo dentro e che coltiviamo lentamente in ogni momento della nostra giornata. Perché la vita non ha un senso esterno, non ha dei significati che possiamo prendere dall’esterno, perché ogni significato attribuito dall’esterno o elaborato dalla nostra mente non corrisponde alla realtà delle cose ed è quindi pura ideologia e l’ideologia è una finzione, una forzatura, un non senso camuffato con del senso. Per questo l’ideologia non ci riempie, perché è falsa ed ogni falsità ci porta lontani dalla realtà e più aumenta la distanza dalla realtà, aumenta allo stesso tempo la distanza con la verità. E così rimaniamo dentro questo processo ideologico che con il tempo ci svuota, ci rende falsi, ci fa giocare continuamente di anticipo, perché non siamo più in grado, non riusciamo più a cogliere l’istante, il vero, l’autentico. Il significato delle cose viene da dentro il mondo, da dentro l’uomo, dal suo cuore. Lo cogliamo quando stiamo in silenzio, quando entriamo in noi stessi, percepiamo in questi momenti che il senso della vita, il senso profondo dell’esistenza non può venire dalla materia, non può essere qualcosa di materiale, di temporale, di accidentale.

Dev’esserci qualcosa d’altro, di più duraturo, di più vero e profondo. Forse è questo uno dei doni più profondi del giorno tremendo, di quel giorno carico di disperazione che è il sabato santo. E’, infatti, in questo giorno che possiamo toccare con mano il niente della materia, il nulla di tutti i pensieri vuoti quando sono dettati dalla fretta di riempire di significati ciò che significato non ha. E’ in questo giorno tremendo che scopriamo la nostalgia di Dio, il desiderio del suo amore, la bellezza dello stare con Lui, il significato che Lui e solo Lui può dare alla vita in tutti i suoi aspetti. E’ dal giorno tremendo del sabato santo che, verso il tramonto, possiamo scorgere la luce radiosa dell’alba della domenica, del giorno più radioso e luminoso dell’anno: la domenica della risurrezione del Signore.