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martedì 4 aprile 2017

ETICA PROFESSIONI E RESPONSABILITÀ SOCIALE: UNA CONIUGAZIONE POSSIBILE?







PROVINCIA DI REGGIO EMILIA
NOI CONTRO LE MAFIE
VII EDIZIIONE
3-8 APRILE 2017

Sintesi: Paolo Cugini

Antonio Nicaso, Scrittore e Storico
L’Italia è il paese dove il potere invisibile è visibile. La mafia è un potere che pochi hanno voluto vedere. La mafia è un fenomeno storico che non è facilmente definibile. La mafia in Italia è tutto ciò che lo Stato italiano ha voluto che fosse. Senza i rapporti con la politica e le istituzioni la mafia non sarebbe sopravvissuta così a lungo. Giovanni Falcone era convinto che Cosa Nostra dialogasse con tutti quei soggetti che avrebbe potuto ricavare utilità. Per capire la mafia a Reggio Emilia occorre tener in considerazione un termine: relazione. Le mafie sono di più che un’organizzazione violenta. Le mafie per poter sopravvivere hanno bisogno della relazione con il potere. Ciò ci aiuta a capire la complessità del fenomeno. Capitale sociale definisce l’insieme di risorse di cui dispone un individuo. È un’area intermedia tra il legale e l’illegale, fatta di tante sfumature di grigio. 
Problema del riciclaggio del denaro sporco. Si calcola che nella classifica dei paesi dove venga investito capitale illecito l’Italia è al 4 posto. Es.: un avvocato calabrese suggerisce ad un boss di aprire un ufficio negli USA. Siamo dinanzi a persone intelligenti e scaltre, che non conoscono la geopolitica: per questo è importante l’avocato che conosce le leggi e le situazioni. Importanza del professionista che costituisce una fase importante dello sviluppo delle mafie. Tra i professionisti che collaborano con la mafia ci sono avvocati, bancari, artigiani, medici e altro. Quando parliamo di etica e di morale facciamo riferimento al costume, alle scelte quotidiane. Occorre essere onesti ed evitare gli equivoci. L’etica è un componente essenziale nello sviluppo del mercato. La teoria economica ha sempre riconosciuto l’importanza della fiducia. Comportamenti virtuosi tendono a dare fiducia e benessere. Grazie all’etica si possono valorizzare i contributi del libero mercato. Anche Adam Smith sosteneva l’importanza dell’etica nello sviluppo dei mercati.

Ignazio de Francisci (Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Bologna)
Mi sono occupato di criminalità e antimafia. Sin dall’inizio delle indagini si sono presentati molti casi di professionisti che non facevano uso dell’etica nel loro lavoro. Cosa Nostra non sarebbe quella potenza che è se non avesse avuto collegamenti col mondo politico e con la società. In questi collegamenti spiccano i professionisti perché gli uomini di onore pur essendo carichi di spietatezza, non si sanno muovere in alcuni mondi dove sono richiesti competenze. Un esempio è la medicina. La mafia è dentro gli ospedali, le cliniche private. Ogni famiglia mafiosa ha i suoi collegamenti. O ha un uomo d’onore medico, oppure ogni capo mafia aveva persone a loro disposizione. È uno di quei casi che veniva inquadrato come concorso esterno. Caso del medico che a chiamata del mafioso prestava servizi e la sua attività anche recandosi a domicilio. Questa rete di aiuti rende forte l’organizzazione mafiosa. Quasi sempre i pubblici ministeri hanno fallito quando hanno cercato di condannare un medico per reato di collaborazione con la mafia. Non è facile perché è difficile trovare un termine che spieghi il tipo di coinvolgimento del medico. È difficile trovare il riscontro. 
Anche quando si trovarono le cartelle cliniche e le falsificazioni delle stesse cartelle cliniche, il caso rimaneva difficile da risolvere. Altro aspetto di questo tipo di complicità riguarda i periti. Tante volte i mafiosi arrestati, fingevano di essere pazzi e puntavano al proscioglimento con il ricovero in ospedali psichiatrici giudiziari. Tutte queste figure avevano un corredo di professionisti che attestavano la loro pazzia. Erano sempre gli stessi nomi dei professionisti che favoreggiavano i mafiosi sul tema delle perizie. Altri professionisti imputati sono gli avvocati. Queste indagini sono difficili perché si chiede un supplemento di prova. È più facile condannare un killer che un professionista. Spesso, a causa di ciò, le indagini vengono rallentate. Se non ci fossero queste stampelle esterne la mafia sarebbe molto meno potente. Occorre evitare la tentazione del denaro facile perché è qui che entra la mafia. Anche la cocaina e la prostituzione finanzia la mafia. Le passioni criminali portano denaro alla mafia. Si crea un circuito criminale che avvelena tutta la società. Vorrei che l’Emilia Romagna non assomigliasse mai alla mia triste Sicilia.

Alessandra Dino (Docente di sociologia giuridica Palermo)
Rapporto fra etica e legalità: è controverso. A chi parla di giustizia bisogna chiedergli: da che parte stai? Responsabilità significa criticità. Etica della professione universitaria dovrebbe contribuire a creare cittadini responsabili. Lo studioso non può essere imparziale. Il politico invece deve fare delle scelte, costruire consenso e non deve scontentare il suo elettorato. Che cosa è diventata la nostra università? Max Weber parlava dell’intimità del sapere dicendo che ruolo del sapere è quello di aiutare le persone a capire il senso vero del suo operare. G. Colombo diceva che la democrazia non può andare a braccetto con atteggiamenti infantili. La democrazia è difficile, impegnativa. La nostra Università comprendiamo come sia stata piegata a logiche economiche e politiche. Si usa solo lo strumento quantitativo per valutare l’efficienza del sistema universitario. L’università non è un’agenzia di collocamento. La libertà di pensiero è la base della democrazia. Rapporto etica e denaro. La moneta si è fatta strada assumendo un ruolo fondamentale nella nostra società. Il purgatorio è nato per salvare i ricchi dall’inferno. La vendita delle indulgenze serve per salvare gli usurai.
 Oggi ciò sembra un vecchio ricordo. Il denaro ha modificato la nostra vita. George Simmel: il denaro è uno strumento che cambia le relazioni, dalla qualità alla quantità. C’è chi ha eguagliato la moneta al linguaggio. Ciò ha profonde conseguenze. Il denaro ha un ruolo importante nelle organizzazioni criminali. Lungo la scia dei soldi mafiosi e del riciclaggio di capitali illeciti, si salda la relazione fra organizzazioni criminali e crimini potenti. Le mafie si spingono a cercare criminali potenti. I corrotti sono proprio i mafiosi che apprendono l’utilizzo del riciclaggio del denaro sporco. Nasce il sistema criminale. Offrono prodotti di consumo comune: prostituzione, gioco d’azzardo, ecc. Il 40% dei maschi adulti frequenta abitualmente prostitute. L’elemento più pericoloso è che il crimine dei potenti è fondativo è innovativo: i criminali potenti ridefiniscono le regole, che sperimenta nuovi comportamenti. Occorre andare oltre la dimensione del lecito e della mera legalità perché non riesce a cogliere la profondità del problema. Socializzazione delle perdite. Il crescere delle disuguaglianze crea un circolo vizioso. C’è una correlazione tra diseguaglianza e corruzione. Quando la democrazia è posta al servizio della finanza è la fine. Oltre il 43% dei ragazzi vorrebbe andare via dall’Italia. La disoccupazione giovanile è al 40%. La povertà relativa e assoluta è in continua crescita dal 2015. La povertà non è solo un dato numerico, ma porta conseguenza sulla scarsa tenuta degli aspetti democratici e della tenuta del tessuto sociale. Il meridione è la zona più colpita in Italia. Siamo dentro uno scenario poco bello e dalle tinte fosche. In questo scenario può capitare che sia l’economia a dettare le leggi alla morale. In un mondo che è votato alla produzione della ricchezza la morale trova poco posto. 
Questo modello propone una mozione di giustizia come ineguaglianza. Lo stimolo meritocratico nega la realtà perché non riesce a vedere il rischio e l’insicurezza che è creata dalla logica del denaro. Cosa fare? Occorre intervenire all’interno di riforme politiche, intervenire sul modo d’investire i fondi economici. Occorre investire maggiormente sulla ricerca. La prosperità di un paese non corrisponde dalla quantità di denaro, ma da come le risorse vengano distribuire. Per dare un posto centrale all’etica dobbiamo ripensare il modo di vivere in democrazia. Il ruolo dell’Università in questa prospettiva è fondamentale. Noi possiamo al massimo convincere, perché possiamo determinare delle proposte che cambiano le regole nefaste che producono ingiustizie e disuguaglianze.

venerdì 15 maggio 2015

DESIDERIO DI UNA CHIESA COME POPOLO DI DIO


Paolo Cugini

C’è una categoria ecclesiologica che ha preso piede in America Latina, subito dopo il Concilio Vaticano II: è l’idea della chiesa come popolo di Dio. Sappiamo quanto questa idea abbia sudato per entrare nei documenti ufficiali del Concilio, quando però è passata lo ha fatto in modo eclatante. Sfogliando, infatti, la Lumen Gentium troviamo che il capitolo sul Popolo di Dio precede la parte sulla gerarchia. E’ una bellissima indicazione di metodo, perché ci dice tra le righe e senza bisogno di sforzare troppo la fantasia, che nella chiesa siamo tutti figli e figlie di Dio e che la diversità di carismi e ministeri è in funzione della comunione. Non c’è nessuno, allora, che nella chiesa come popolo di Dio è più importante dell’altro o dell’altra in senso mondano. Tutte le volte che ciò avviene, tutte le volte che nella comunità cristiana si presenta con privilegi e con pretese d superiorità sta negando il Vangelo, anzi, lo sta facendo a pezzi.  Se tutto ciò è chiaro e comprensibile viene da chiedersi che cosa sia avvenuto nella storia da rendere il rapporto tra clero e laici così complicato, ostile, in una parola: teso. In queste righe non m’interessa fare un’analisi storica, ma recuperare il valore di un’idea, di un’intuizione. La chiesa come popolo di Dio, significa, innanzi tutto, uno stile, un modo di essere nel mondo. Di che modo si tratta? Si tratta del modo di Gesù che da ricco che era si è fatto povero, che si è abbassato per innalzarci, che è venuto ad abitare in mezzo a noi, che si è fatto uno di noi.  Si tratta anche, del cammino di discepoli e discepole uguali, dove la differenza non è mai il merito, la conquista personale che si trasforma in sopruso sull’altro, ma un dono condiviso. Mettere in un discorso ecclesiologico l’accento sul popolo, significa desiderare una chiesa che cammina al passo della gente, non davanti o dietro, ma insieme. Una chiesa che non pone differenze, che non costruisce barriere e, soprattutto, che non diventa elitaria. E’ questo, forse, uno dei problemi maggiori che riscontriamo nel cammino della chiesa e che sta diventando eclatante dinanzi allo stile di papa Francesco: una gerarchia ecclesiale che invece di porsi al servizio del popolo di Dio, si mette a comandare, si mette davanti, diventa in altre parole, autoreferenziale. E così, invece di accompagnare il popolo, lo giudica, invece di usare misericordia, lo condanna, invece di mettersi in ascolto, lo fa tacere. La chiesa come popolo di Dio, così com’era stata pensata nel Concilio, era nella prospettiva della comunità così come viene presentata negli Atti degli Apostoli, dove i credenti erano un cuor solo e un’anima sola e avevano tutto in comune. Non c’è nulla, in queste bellissime descrizioni della vita delle prime comunità cristiane, che faccia presagire a quello che avverrà dopo, e cioè la separazione tra laici e presbiteri e una classe gerarchica che diviene una élite, distaccata da quel popolo che dovrebbe guidare con amore.

 La chiesa come popolo di Dio offre un’altra indicazione importante su come dovrebbe svolgersi la vita nella comunità, soprattutto nelle decisioni che è chiamata a realizzare durante il cammino. Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme sapeva coinvolgere tutti. Certamente tra i discepoli e le discepole c’erano funzioni diverse, ma non nel senso del potere civile o politico, vale a dire di un’importanza mondana, di una differenza di quantità. Gesù lo ripete più volte e lui stesso vive il fatto che è venuto a servire e non a farsi servire. Se, allora ci sono delle differenze nella comunità dei credenti, son sempre in funzione della comunità e non di un prestigio personale mondano e temporale. Lo stile dell’autorità come servizio alla comunità si manifesta nella capacità evangelica di coinvolgere le persone nelle decisioni, nell’accompagnare i membri della comunità ad assumersi le responsabilità insieme, a valorizzare e a far emergere al massimo i carismi che lo Spirito Santo suscita in tutti i battezzati. La malattia ecclesiale del clericalismo ha prodotto alla distanza l’infantilismo dei laici, che non riescono a muoversi autonomamente ed hanno bisogno del continuo riferimento dei loro pastori. Più la comunità è segno di un cammino di corresponsabilità e di valorizzazione dei carismi di tutti, più diventa segno della presenza dello Spirito del Signore Risorto nella storia.

C’è poi un altro dato importante suggerito dall’idea di Chiesa come popolo di Dio sul quale vale la pena soffermare l’attenzione. Si tratta dello stile di vita di coloro che Dio chiama a guidare la comunità. Siccome siamo tutti uguali e la diversità non è nell’ordine del merito o della quantità, ma della chiamata che è un dono, ciò significa che lo stile di vita di un vescovo o di un presbitero dovrebbe essere segnato dalla semplicità e dall’essenzialità. La somiglianza del vescovo e del presbitero al Buon Pastore oltre che negli atteggiamenti misericordiosi, dovrebbe essere visibile e comprensibile nello stile sobrio, così com’è lo stile delle persone della comunità, soprattutto le persone povere che in molti contesti ecclesiali costituiscono la maggioranza. L’abitudine consolidata nei secoli, rafforzata nell’occidente medievale, a identificare il vescovo e il presbitero con una gerarchia di potere e non di servizio, con gli imperatori più che con i servi, ha prodotto nell’immaginario collettivo occidentale un’idea distorta di chiesa, che è difficile da rimuovere. Ci ha provato il Concilio Vaticano II con l’idea di chiesa come popolo di Dio e di chiesa come serva dell’umanità, non accompagnato però da un effettivo sforzo di porre il cammino delle comunità in questa direzione. Quanto più avremo Papi alla Francesco, vescovi alla Helder Camara e preti alla Puglisi, tanto prima riusciremo a recuperare l’idea e la pratica del buon pastore, ed avvicinare le persone che si sono allontanate dalla chiesa a causa dello scandalo della testimonianza non data. Che cosa ha provocato nei secoli questo stile temporale e mondano di svolgere il ministero? Primo fra tutti il culto alla personalità, vale a dire la richiesta da parte delle così dette autorità religiose, di essere considerate dai laici come qualcosa di diverso, di sacro, aprendo il varco, in questo modo, ad atteggiamenti idolatrici. Purtroppo sappiamo e constatiamo che questi atteggiamenti di sapore medievale, sono ancora oggi presenti tra di noi. L’aderenza al Vangelo, la fedeltà alla tradizione della chiesa delle prime comunità potrebbe aiutarci a guarire da queste malattie religiose e vivere in modo più sereno.

La celebrazione liturgica, infine, è lo spazio nel quale diviene visibile la modalità ecclesiale che anima la comunità. Nelle comunità in cui si è affermato uno stile temporale di vivere il ministero, tutto l’accento sarà nell’evidenziare da una parte la distanza tra presbiterio e fedeli e, dall’altra, nell’accentuare il potere sacro del ministro. In queste liturgie i laici sembrano non esistere, quasi invisibili. Ori, orpelli, candelabri, tovaglie raffinate, vestiti liturgici curati nel dettaglio, diventano il perno di queste liturgie dove la vita sembra essere un accessorio di poco rilievo. Nella chiesa come popolo di Dio l’accento liturgico è su tutto ciò che fa emergere la comunione e la corresponsabilità. In queste liturgie il rapporto tra la fede e la vita vissuta è ben visibile nel modo di celebrare, di cantare, di muoversi. Protagonista di queste celebrazioni non è il presidente, ma la comunità. Sono, infatti, i fedeli laici che trovano spazio per esprimere la vita, manifestandosi nei momenti previsti dalla liturgia. L’accento non viene messo sulle tovaglie e sui turiboli, che spesso e volentieri non appaiono nemmeno, ma sulla vita celebrata. Le liturgie che celebriamo dicono che cosa passa per la testa di quella comunità. Forse le liturgie medievali esprimevano meglio quel modo di chiesa di essere presente nella storia. Oggi, mi sembra, che abbiamo più che mai bisogno di recuperare quell’idea che i padri della chiesa avevano elaborato e che il Concilio Vaticano II aveva espresso nella Lumen Gentium parlando di popolo di Dio.


martedì 10 marzo 2015

CHE BELLA CHIESA!

 ARCHIVIO BRASILE



Paolo Cugini


Dal 17 al 20 novembre si è svolta a Ruy Barbosa lannuale Assemblea diocesana. Presenti oltre al vescovo e i preti della diocesi, le suore e tanti laici. Nella prima giornata dellassemblea è stata presentata una sintesi del lavoro svolto nelle parrocchie, soprattutto si è cercato di verificare se le priorità diocesane, indicate lo scorso anno, sono state messe in pratica. Il secondo giorno è iniziato con lanalisi della situazione della Chiesa seguita da un dibattito tra i partecipanti dellAssemblea. Nei lavori di gruppo del sabato, si è discusso sul cammino della nostra diocesi e indicato le nuove priorità, che poi sono state presentate all'Assemblea riunita. Durante i tre giorni dellAssemblea diocesana, trascorsi tra incontri, lavori di gruppo, liturgie e pasti, la sensazione era quella di partecipare ad una Chiesa di persone uguali. Può sembrare un pò forte e strana quest affermazione, per questo provo a spiegarmi meglio. In nessun momento durante questi giorni ho avvertito la sensazione che, come prete, ero più importante dei laici o delle suore presenti, e che la mia parola valesse più della loro. Mi sono sentito un figlio di Dio assieme ad altri figli e figlie di Dio, che discutevano assieme e in modo egualitario sul cammino dellunica Chiesa alla quale apparteniamo. Siccome tutti apparteniamo a questa Chiesa, tutti, sia uomini che donne, sia laici che religiosi e sacerdoti, sono coinvolti a discutere con gli stessi diritti e doveri. Tutti, durante questi tre giorni ci siamo sentiti coinvolti a pensare assieme le sorti e il cammino della nostra Chiesa. È in circostanze come questa che avverto il significato e, allo stesso tempo, limportanza della Chiesa, popolo di Dio in cammino e che la Chiesa non é di qualcuno, ma nostra, perché Cristo è morto per tutti e non per qualcuno. Durante i pasti era bello vedere le persone presenti all’'Assemblea discutere sugli argomenti emersi, segno di una effettiva valorizzazione di tutti, perché lopinione di tutti è presa in considerazione.

Ciò che fa riflettere, soprattutto ad un prete come me che è stato formato in Italia, è il modo democratico di procedere, il modo del Vescovo di essere pastore, di condurre un
Assemblea. Quando si parla di democrazia nella Chiesa molta gente storce il naso. Abituati a vedere e vivere la Chiesa come unistituzione gerarchica, dove qualcuno decide e gli altri obbediscono, si pensa che sia questo il modo di viverla. Leggendo il Vangelo in questi anni di missione assieme alle comunità delle campagne e ai poveri dei quartieri delle periferie delle città in cui sono stato parroco, mi sono accorto che non è così. Gesù aveva un modo molto democratico di procedere. Ciò è ben visibile nelle parabole che raccontava, dove faceva di tutto per coinvolgere gli interlocutori. Lo stile democratico di Gesù è visibile nel dialogo con i suoi discepoli, continuamente coinvolti nell’'annuncio del Regno di Dio. Lo stile comunitario di Gesù era chiarissimo nel modo di vivere, atteggiarsi, parlare. La sua comunità non era fatta solamente di uomini, ma anche di donne. Lo ricorda il Vangelo di Luca (8,1-3). Qui da noi la maggior parte dei liders di comunità sono donne e, mi viene da dire: che donne! Oltre ad amministrare, spesso e volentieri da sole,  la casa piena di figli, queste donne guidano la celebrazione domenicale nella comunità. È logico, allora, che esigano e trovino spazio per esprimersi nella Chiesa che servono con tanto amore.
 
Nell'Assemblea diocesana di Ruy Barbosa le sedie sono disposte in circolo, in questo modo diviene evidente che nessuno partecipante arriva all’'Assemblea solamente per ascoltare, ma per intervenire attivamente e anche che nessuno arriva all’'Assemblea solamente per parlare ed esigere di essere ascoltato. Durante lAssemblea le linee della diocesi sono discusse assieme e le priorità sono messe a votazione. In nessun momento dellAssemblea il Vescovo ha imposto la sua opinione, ma é intervenuto in diverse circostanze a motivare e spiegare il senso degli emendamenti proposti.  Nelle varie votazioni realizzate, Dom André de Witte  è questo il nome del vescovo di Ruy Barbosa ha sempre accettato lesito delle votazioni, anche quando il risultato era contrario a quello che lui votava. Qualcuno potrebbe obiettare che nella Chiesa spetta al Vescovo indicare il cammino. Anch'io la pensavo così quando sono arrivato in Brasile. In questi anni di missione il Signore mi ha mostrato un modo differente di essere Chiesa, un modo diverso più evangelico? di condurre il gregge. Interessante sono stati i momenti di dibattito per discutere sulle varie proposte emerse nei lavori di gruppo. Molti prendevano la parola - laici, preti, suore, vescovo - per difendere e sostenere la propria opinione.
 
Anche il coordinatore della pastorale diocesano per i prossimi quattro anni é stato scelto dallAssemblea e non direttamente dal Vescovo come succede normalmente. Candidati erano tutti coloro che erano presenti: ciò significa che anche una suora o un laico o una laica potevano essere eletti. Alcuni anni fa era stata eletta una suora, Teresina, come coordinatrice della pastorale diocesana. Le votazioni si sono svolte con scrutino segreto in due momenti. È stato eletto padre Luis Miguel, un sacerdote spagnolo di 37 anni, già coordinatore della pastorale diocesana negli ultimi quattro anni. La rielezione avvenuta con la stragrande maggioranza dei voti, é dovuta al suo lavoro, molto apprezzato in diocesi. Anche l elezione del coordinatore della pastorale diocesana si è svolto in un clima democratico, senza imposizioni o forzature, nel rispetto di tutti i presenti. È partecipando a momenti come questi che mi sembra di capire il significato delle idee emerse nel Concilio Vaticano II, della Chiesa como Popolo di Dio o come comunione. Interessante è che, nel nostro cammino ecclesiale, le cariche non sono eterne. Siccome si tratta di servire la Chiesa, i criteri richiesti non sono speciali titoli, ma soprattutto amore e fede. Per questo motivo, periodicamente gli incarichi diocesani vengono rinnovati per permettere ad altri di mettersi a servizio della Chiesa.
 
Quando partecipo di assemblee in cui la discussione e i momenti di votazione sono democratici, dove nessuno impone la propria opinione, ma si cerca di arrivare ad un consenso comune, lasciando lo spazio per esprimere il proprio parere a coloro che lo desiderano, mi sembra di vivere nella Chiesa voluta da Gesù. Spesso e volentieri partecipando di incontri ecclesiali in Italia esco con la sensazione che gli assunti della chiesa sono cose per specialisti, per gente che ha studiato,mentre le persone comuni, non solo non sono invitate, ma debbono solo eseguire e obbedire. Al contrario, dopo lAssemblea diocesana a Ruy Barbosa, dove chiunque poteva intervenire liberamente e, soprattutto dove lopinione di tutti veniva ascoltata, son tornato a casa con la sensazione di aver partecipato ad un momento ecclesiale, in cui tutti sono protagonisti e responsabili. Mi è sembrato di capire che la diversità di ministero nella Chiesa non è nell'ordine dellimportanza, di una speciale qualità che il sacramento dellordine dovrebbe imprimere, ma nella disponibilità a servire sempre di più, a mettersi sempre più in basso e non in alto. Mentre partecipavo all’'assemblea diocesana di Ruy Barbosa mi venivano in mente le parole del Vangelo di Giovanni 13, della famosa scena della lavanda dei piedi. Gesù si è messo a lavare i piedi dei discepoli dopo che il testo del Vangelo ricordava che Gesù sapeva che il Padre aveva messo tutto nelle sue mani. Con il potere che il Padre mise nelle sue mani, Gesù si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli.

C´é un modo umano dintendere il potere e un modo evangelico, che dovrebbe essere visibile nella Chiesa, corpo di Cristo. Il potere del Padre presente nella Chiesa di Cristo dovrebbe essere visibile non nei segni del potere mondano vestiti, palazzi, distanza tra i membri -, ma nel modo di porsi a servizio gli uni degli altri. Questo modo, questo stile semplice e significativo era ben visibile durante lAsseblea diocesana di Ruy Barbosa. Nessuno era vestito con i simboli di un presuppposto potere mondano e nessuno si atteggiava come se fosse diverso dagli altri, esigendo attenzioni e privilegi particolari. Durante lAssemblea in nessun momento il vescovo, o il vicario generale né tanto meno il coordinatore diocesano di pastorale, hanno preteso una visibilità speciale. Al contrario, ho visto Don André, nei momenti di intervallo, dialogare con pazienza con coloro che durante lAssemblea si mostravano intransigenti in una particolare posizione. Ho visto il mio vescovo a servizio della Verità non con i segni del potere mondano vestiti, atteggiamenti, posizione, - ma con il marchio invisibile del servo obbediente, che si fa carico delle sofferenze degli altri e le porte senza nessuna recriminazione, così come Gesù ha fatto con noi.
 
Quando penso che sono stato inviato in missione per uno scambio di chiese, credo che ciò che il Signore mi chiede di restituire é questo stile di Chiesa. Quando tornerò in Italia e tutto indica che sarà nel breve periodo desidero mettermi a disposizione per lavorare nell’'edificazione di una Chiesa più umana, più egualitaria e democratica. Assim seja!