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martedì 3 ottobre 2023

ASCOLTATE E VIVRETE. LIBRO CON LE OMELIE DELL'ANNO B (CHE SARA' IL PROSSIMO)

 




 

 

L’omelia è un momento importante nella vita di una comunità cristiana. Lo ricorda anche san Paolo quando nella lettera ai romani ricorda che: “la fede dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rom 10,17). Anche Papa Francesco nel suo primo documento ufficiale, vale a dire l’Evangelii Gaudium, ha ribadito che: “rinnoviamo la nostra fiducia nella predicazione, che si fonda sulla convinzione che è Dio che desidera raggiungere gli altri attraverso il predicatore e che Egli dispiega il suo potere mediante la parola umana” (Evangeli Gaudium, 136).

L’omiletica è un genere letterario a sé da non confondere con l’esegesi, anche se, senza dubbio, ha bisogno di alimentarsi nelle ricerche esegetiche per poter elaborare una riflessione che sappia cogliere l’essenza di un testo della Sacra Scrittura. Il contenuto dell’omelia nasce da un duplice ascolto: della parola di Dio e della realtà in cui si vuole comunicare il contenuto. L’attenzione al contesto è, dunque, di fondamentale importanza. Possiamo parlare di contesto a diversi livelli di complessità. C’è il contesto in cui vive la comunità, che è importante conoscere per fare in modo di offrire chiavi di lettura in grado di leggere il vissuto della comunità. Ogni comunità cristiana è, inoltre, inserita in un particolare contesto sociale, politico e culturale di una città, una nazione, che va tenuto in considerazione. C’è infine, un livello maggiore che è quello della cultura di un’epoca, che influenza le mentalità e le scelte. Oggi in Occidente viviamo in un contesto culturale post-cristiano. I segni di questo clima culturale lo tocchiamo con mano tutti i giorni. Lo si coglie dal calo vertiginoso della richiesta dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, dalla partecipazione sempre più scarsa alla messa domenicale. La fine della cristianità è visibile anche nell’assuefazione ai riti e alle celebrazioni pompose, come i pontificali, le processioni: segni di una visibilità non ritenuta più necessaria. Come annunciare il Vangelo in questo contesto: è questo il problema.

La parola di Dio è il Verbo incarnato nella storia e il suo annuncio non può essere asettico, imparziale, distaccato: deve avere il sapore del contesto in cui viene seminato. Proprio per questo, le omelie che propongono qui di seguito, tengono conto di alcuni aspetti che a mio avviso sono significativi. Il primo, è l’attenzione alla polemica di Gesù con i capi del popolo. Il rapporto tra fede e religione, culto e vita sono aspetti che il Vangelo di Marco accompagna e che in ogni occasione opportuna ho cercato di dare risalto. È, infatti, a mio avviso, su questo punto che la cultura Occidentale è divenuta particolarmente sensibile. Nella post-cristianità tutto ciò che è precetto, imposizione dall’alto è destinata a rimanere disattesa. C’è una sensibilità particolare nei confronti dei cammini di liberazione, che anche la spiritualità può offrire. Qui ci troviamo dinanzi ad un paradosso. Se, infatti, la nostra epoca è segnata da un abbandono sempre maggiore dalle forme di religione istituzionali come la Chiesa Cattolica, la Protestante e l’Ortodossa, dall’altra si assiste alla ricerca di esperienze spirituali, di guide alla meditazione e alla scoperta della vita interiore. Il paradosso è solo apparente perché cela una critica implicita alle religioni che sembrano ora incapaci di fornire strumenti per accompagnare la vita spirituale delle persone.

È l’attenzione a questi aspetti che segnano le riflessioni proposte nelle omelie dell’anno liturgico B. Un’attenzione che è soprattutto pastorale, perché nascono all’interno della vita di alcune comunità parrocchiali. Dire attenzione pastorale significa richiamarsi al contesto, al cammino di fede delle comunità, per accompagnarle il meglio possibile all’interno del Mistero rivelato da Gesù Cristo. In realtà, più che vere e proprie omelie, quelle che presentiamo sono dei canovacci, che offrono degli spunti che possono essere sviluppati come meglio si crede. Buona lettura. 

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sabato 18 febbraio 2023

Credo in Dio che custodisce la vita: la cura

 




PARROCCHIE DI: BEVILACQUA, DODICI MORELLI, GALEAZZA, PALATA PEPOLI

 

CICLO DI INCONTRI: IL CREDO DELLE DONNE


 

Venerdì 17 febbraio 2023

 

Relatrice: Lidia Maggi

 

Sintesi: Paolo Cugini

 

Proviamo a ridire le parole della fede. C’è un Dio che continua a prendersi cura di un Dio della vita, della storia.

La storia è abbandonata a se stessa? Oppure è accompagnata da un progetto? Dio si prende cura con la Parola che ci viene consegnata. Siamo stati creati con una voce che ci ha riconosciuto. Siamo affidati ad una Parola che per noi è di Dio. È una parola che ci strappa al nostro monologo ed è una parola che dice di tante voci, ci consegna delle narrazioni. Una Parola che ci circonda. Il canone biblico mette in scena una Parola dove Dio parla direttamente, dall’alto. Una Parola altra, che non ci appartiene, ma che comunica un messaggio per noi.

Poi c’è la parola dei profeti, che sono la bocca di Dio. Cercano di ridire la Parola nelle faccende storiche dove Israele s’incarta, per provare a trovare senso. Spesso i profeti usano un linguaggio del corpo. Poi ci sono i Sapienziali, in cui Dio parla attraverso la vita laica.

Tutte le volte che assolutizziamo un’immagine di Dio, rischiamo di farci un idolo. Rischio di fissarci su di un’immagine. Nella Bibbia troviamo mille modi di dire Dio. Occorrono tanti sguardi per dire Dio. Per troppo tempo Dio è stato detto in modo univoco, al maschile. Siamo diventati tutti un po' più ricchi quando abbiamo scoperto voci nuove, parole nuove. Una Parola che è un discorso complesso, non è Babele, non è un pensiero unico.

Dio che si prende cura: ci sono tante immagini. Alcune di queste sono legate alla genitorialità: Is 49: può una madre dimenticarsi del figlio? Dio viene raffigurato dal profeta come una madre che non può dimenticarsi dei figli.

Dio Padre. Gesù quando mette in scena il Dio che si prende cura lo fa per rialzare quelli che si sentono inutili. Uno sguardo diverso del potere capovolto. Gesù utilizza l’immagine della paternità per liberare dall’ansia di sopravvivere. Pensare che la vita è bella e Dio, come Padre, se ne prende cura. Si può entrare nella vita con fiducia.

Gesù vede la donna e la chiama a sé e le dice parole che le offrono visibilità. Attraverso il tocco che la confermano come donna liberata e diventa una predicatrice. Il gesto di cura di Gesù è un gesto di liberazione.

Esodo: è una grande storia di cura, perché è una storia di liberazione. Dio chiede aiuto a Mosè per liberare il suo popolo. A Mosè viene affiancato suo fratello Aronne. Prima di questo c’è un preambolo che mette in scena un pasto. Ci sono due donne che hanno ricevuto l’ordine di uccidere i bambini, ma non obbediscono all’ordine del faraone, e ascoltano la loro vocazione e custodiscono la vita.  Quando Dio entra in scena al capitolo tre di Esodo sembra richiamare i gesti che hanno fatto le donne nel capitolo precedente. È un Dio che sembra avere appreso la grammatica della liberazione attraverso le donne. C’è un’epopea di liberazione con un Dio vigoroso, condottiero. Dall’altra parte, c’è un Dio che si prende cura attraverso le braccia di levatrici. Il Dio della libertà: occorre mettere in atto una molteplicità diverse. In questa narrazione troviamo lo sguardo maschile e femminile. Anche Gesù fa lo stesso.

Lo si coglie quando Gesù cita il salmo 22 sulla croce: mio Dio perché mi hai abbandonato? Per ritrovare fiducia non basta la memoria collettiva, ma è necessaria la memoria personale dove l’immagine del divino è l’immagine di una levatrice: Cfr. Sal 22,9. Dio che si prende cura; Sal 91. Gesù riprende questa immagine del salmo come un lamento verso Gerusalemme. C’è una volontà di cura, che non sempre sono antropomorfiche.

C’è l’immagine della responsabilità nel gesto di cura c’è Dio. Il libro di Rut c’è l’esperienza di un Esodo laico. C’è una comunità che agisce e si assume la responsabilità di nutrire.

Sal 22: il pastore è un’immagine maschile. Però, Gesù accosta l’immagine della moneta, un’immagine femminile.

Dio ci consegna narrazioni, che ci risollevano dal sentirci impotenti. Dio custodisce il mondo con la cura.

Nei primi 11 capitoli della Bibbia c’è un Dio che continuamente ricrea il mondo. Dio riapre continuamente una possibilità. Quando l’umanità si perde, Dio la ricerca. Quando il mondo sembra implodere nel diluvio, Dio chiama un uomo per far riprendere la vita.

Fatica di una comunicazione che non sia semplicemente eco della mia voce. È in scena un Dio che offre continuamente una possibilità. È il Dio delle seconde volte più radicale. La vita risorge quando il peccato è perdonato, quando ci scambiamo misericordia, quando ci riconciliamo. Il Dio che si prende cura è il Dio che mi chiama. Dio riapre continuamente la vita. È il Dio delle seconde volte. È un Dio che riapre il giardino. Il Dio della cura è un Dio che non esclude.

Il Dio che continuamente ricrea e non si rassegna a tutte le chiusure.

Il tema del Dio personale, della relazione e del luogo privilegiato della Parola, non esclusivo. La Parola è umana e ci apre all’altro. Ci sono due opportunità per non farci delle immagini di Dio. Dove moltipliche le immagini crei delle possibilità di linguaggio.

 

 

martedì 29 dicembre 2020

LO SGUARDO




Paolo Cugini

 


 

Ci sono sguardi e sguardi. Non tutti gli sguardi sono uguali.

Ci sono sguardi anonimi e altri che ti fanno emozionare. Sguardi che ti prendono e altri che ti lasciano. Sguardi che scivolano via come la pioggia sulle foglie, e sguardi che penetrano come la pioggia sulla terra riarsa. Ci sono sguardi che ti feriscono e altri che ti danno la vita. Ci sono sguardi che ti lasciano indifferente e altri che ti portano via.

Lo sguardo dell’altro è il balsamo nella vita. Senza lo sguardo dell’altro non so chi sono e rischio di essere avvolto dalle illusioni, dalle idee su me stesso e non dalla realtà. Senza uno sguardo sincero non divento ciò che posso essere. E se quello sguardo è carico d’amore, allora potrò divenire finalmente me stesso. Per favore, guardami.

Se nessuno mi guarda la solitudine uccide la vita. Se qualcuno mi guarda la vita torna a sgorgare nelle vene e provoca la voglia di organizzare il futuro, di fare progetti.

Il tuo volto io cerco: non lasciarmi senza il tuo sguardo.

mercoledì 14 agosto 2019

L’UMANITA’ DELLA LITURGIA





FRATERNITÀ DI BOSE

14 AGOSTO 2019
Relatore: Goffredo Boselli
Sintesi: Paolo Cugini

La liturgia è il Vangelo celebrato.

a.      L’umanità di Cristo sorgente dell’umanità della liturgia. Già nel 1945 Bonhoeffer scriveva: “Cristo crea in noi non un tipo di uomo, ma l’uomo”. C’è un cammino di umanizzazione che la vita cristiana deve compiere. Gaudium et Spes: “chiunque segue Cristo, diventa anche lui più uomo”. Sarà nella qualità umana dei singoli credenti si giocherà la credibilità del messaggio cristiano. È la qualità umana del vivere che fa la differenza oggi. L’umanesimo evangelico nella sua profonda complicità con l’umano autentico, rappresenta il presente e soprattutto il futuro del cristianesimo. La comprensione del cammino di fede sembra orientarsi nella direzione che, essere cristiano, significa orientarsi verso Gesù vero Dio e vero Uomo. “Cristo è l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15). Nella su umanità Cristo rende visibile Dio. Ormai Dio senza l’uomo Gesù non solo è impensabile, ma è non credibile. Non si dà confessione della verità di Dio senza l’umanità di Cristo. Pascal diceva che: “non è solo impossibile, ma inutile conoscere Dio senza Gesù Cristo”. Dio non lo conosciamo attraverso idee, ma attraverso l’umanissima vita di Gesù di Nazareth. Gv 14: “Io sono la via Verità e la vita”. Agostino: “presso il Padre è la verità e la vita e non avevamo una via, il Figlio di Dio assumendo la natura dell’uomo si è fatto via. Per questo, cammina attraverso l’umanità di Gesù Cristo e arriverai a Dio”.
 Il particolare modo di entrare in empatia con le persone, la sua capacità d’interpretare i loro desideri: sono caratteristiche dell’umanità di Gesù, che si vede anche nella sete di giustizia. Col. 2,9 “E’ in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”. Tutta la pienezza: nella piena umanità di Gesù si è manifestata la pienezza della sua divinità. Gesù Cristo è il vero Dio, il vero Dio è Gesù Cristo. È quello che nel quarto Vangelo Gesù ricorda a Filippo: “chi ha visto me ha visto il Padre”, non qualcosa, una traccia, ma il Padre, tutto il Padre. Ciò che c’è da vedere di Dio lo abbiamo visto in Gesù. Qui sta ogni possibile discorso sul senso umano della liturgia. La ricerca di una liturgia più umana non è semplicemente richiamare la dimensione etica della liturgia, né l’ennesima strategia pastorale, ma è di ordine teologico e, pertanto, essenziale se vuole essere liturgia cristiana e non un mero rito religioso come tanti. La nostra liturgia è cristiana se è conforme all’umanità di Gesù.

Maggioni: Gesù è la trasparenza del volto di Dio e non un involucro. Il corpo di Gesù è risorto, asceso al cielo. Il corpo di Gesù adesso abita in Dio. È nella umanità della liturgia che si rivela la divinità di Gesù. Una liturgia più umana rivela la divinità di Gesù. Se il mistero di Dio si è rivelato attraverso l’umanità di Gesù, allo stesso modo la liturgia dev’essere fedele al modo di questa rivelazione. Allora, anche la celebrazione della rivelazione di Dio deve avere la forma del Vangelo. Il modo di celebrare la celebrazione dev’essere conforme al modo in cui Dio si è rivelato in Gesù, nella sua umanità. La liturgia è rivelazione in atto. “Attraverso la liturgia si attua l’opera della nostra redenzione” (orazione). Sono queste idee che hanno guidato la riforma del Concilio Vaticano II, per riportare la liturgia alla sua origine, cioè al Vangelo.
Esempio dell’altare: tavola del Signore (1 Cor 10,21). Gesù parlava la lingua del popolo, e non una lingua sacra. Gesù ha parlato e si faceva capire. Ha celebrato la prima volta l’eucarestia attorno ad una tavola. I primi discepoli nelle loro case spezzavano il pane. Un’umanità quella di Gesù caratterizzata da una convivialità costante. Gesù si sedeva a mensa con tutti. La cena è l’ultima di tante cene con i suoi discepoli. La centralità dell’altare delle nostre chiese, ricorda che la comunità cristiana è una comunità di tavola, perché Gesù l’ha voluta così. Il riferimento di Gesù nell’ultima cena non è il contesto sacrificale, ma domestico, di comunità, una liturgia guidata dal padre di famiglia, in un contesto informale vicino alla vita. Gesù ha voluto per la sua comunità una tavola condivisa in un contesto familiare. Le forme rituali non si devono allontanare dalla vita: altro che sacralità e distanza! Se togliamo dalla liturgia ciò che c’è di autenticamente umano, togliamo allo stesso tempo ciò che c’è di autenticamente divino. Nella liturgia dobbiamo trovare la grammatica della vita.

Ciò vale anche per la lingua della liturgia. Il Vaticano II ha dato la possibilità di accedere alle lingue parlate. Gesù parlava in aramaico, la lingua del suo tempo, grazie alla quale si faceva intendere. Gesù non ha parlato una lingua sacra, ma ha utilizzato espressioni della vita della gente. Gesù non viveva nelle sacrestie o nelle università e utilizzava il vocabolario della vita quotidiana, molto più che quello religioso. “Le folle erano stupite del suo insegnamento”. “Mai un uomo ha parlato così”.  



b   Il compito di una liturgia umana: la vita. Nel 2010 Ratzinger definiva l’evangelizzazione la risposta alla domanda: come vivere? Oggi la domanda che gli uomini e le donne si pongo d’innanzi alla nostra proposta di fede è: credere mi aiuta a vivere? Cosa aggiunge la fede alla mia vita? Il Vangelo cosa apporta di diverso nella mia vita? L’annuncio del Vangelo oggi si giocherà in larga parte sul crinale delle risposte credibili alla domanda: credere mi aiuta a vivere? Il rapporto tra liturgia e vita si presenta in modo nuovo rispetto all’epoca del Concilio. Oggi si declina chiedendo alla celebrazione di essere un luogo vitale, di rigenerare la vita dei singoli credenti. La liturgia come luogo che genera e rigenera il credente alla vita, luogo sorgivo della vita della comunità.
Cardinal Martini: “se nei vangeli si parla poco di liturgia, ciò avviene perché essi sono una liturgia vissuta con Gesù in mezzo ai suoi. Tutto ciò che i vangeli riferiscono di Gesù con la sua gente è un’anticipazione del senso della liturgia”. Martini propone un senso più ampio di liturgia, non riconducibile alla semplice ritualità.
La liturgia come continuazione dei vangeli. I vangeli narrano persone di ogni tipo incontro a Gesù. “Signore, aiutami!”; “Gesù abbi pietà di me!”; “Signore, il mio servo è in casa che soffre”: sono espressioni liturgiche della gente che cercano Gesù. Questa vera e proprio liturgia dei vangeli ci narra di un uomo Gesù, che ascolta le richieste vitali del popolo.  Gesù ha combattuto una battaglia è per la vita e l’ha combattuta sino alla sua stessa morte. Battaglia che vinta ridando fiducia e speranza a tutti coloro che incontrava. Di fronte alla vastità del messaggio cristiano, all’iperattivismo della vita parrocchiale, alla complessità dei nostri riti, della loro ridondanza barocca, impressiona la semplicità della liturgia dei vangeli. Theobald:vita e fede sono intimante legate”. Non si può trasmettere la fede senza trasmettere la fede nella vita.

La celebrazione dei sacramenti della fede è luogo di contatto della vita di Cristo con la vita dell’uomo e della donna oggi. Nei passaggi decisivi della vita unici e definitivi dell’esistenza, là dove la vita è più vita, i sacramenti della Chiesa vi proiettano la luce del Vangelo. Scopo dei sacramenti: significare la vita con la luce del mistero pasquale, per sottrarli alla logica del caso e del destino. Nei sacramenti si rivela tutta l’umanità della liturgia. La pastorale dei sacramenti è l’odierna Galilea delle genti. Dentro alla domanda di sacramenti c’è un senso profondo della vita che va riconosciuto e onorato, c’è una forma germinale di quella fede naturale che ogni essere umano ha della vita. È fede in Dio autore della vita. Solo una liturgia umana sa celebrare la vita umana. Ernesto Balducci: se non capiamo la vita non capiamo Dio.

Trasmissione della vita come compito di una liturgia umana. Può capitare che chi celebra diventi un ostacolo per lo scorrere della vita. L’umanità di chi presiede è importante. Solo gesti e parole colmi di umanità possono essere segno dell’umanità di Gesù. IL sacramento passa dall’umanità in cui è posto. Stile umano e grazia di Dio devono formare un’unità. I Vangeli raccontano degli episodi sorprendenti nei quali quelli che erano introno a Gesù, i suoi discepoli, diventano degli ostacoli tra Gesù e le persone che lo cercano. A volte la vita come compito della liturgia, è contraddetta da chi celebra.




c.      L’umanità sofferente come criterio di verifica dell’umanità della liturgia. La sofferenza è il luogo massimo dell’umanità. Il criterio della verità della liturgia è quella di farsi carico delle sofferenze: abbandono, esclusione, solitudine. Oggi vendiamo la disumanità a regnare il mondo. Umani si diventa. Compito di una liturgia umana è quella di contribuire ad umanizzare. Comunione, carità, accoglienza: la liturgia è risorsa di umanità. Preghiera Eucaristica V: “donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli”. La celebrazione eucaristica è il luogo della fraternità. L’Eucarestia è il più alto magistero di umanità. Non possiamo ricevere in modo innocente il pane di vita, senza condividere il pane per la vita con chi è nel bisogno. La nostra fede eucaristica ci chiama a vivere un’etica eucaristica, che ci porta vivere un’umanità è più profonda nei confronti dei bisognosi. Arrupe: “se in qualche parte del mondo esiste la fame la nostra celebrazione eucaristica è in qualche modo incompleta”. Questo è il senso umano della liturgia. È il Cristo che nella liturgia ci viene incontro con i poveri, i migranti, gli esclusi. L’eucaristia è una protesta contro l’ineguaglianza. L’eucarestia contiene un’utopia. Non è possibile essere umani quando si celebra ed essere disumani quando si esce dalla Chiesa.

sabato 9 febbraio 2019

FINALMENTE A CASA

Isola della pietra furata: una delle tante isole intorno a Barra Grande

                                                                                                       

                                                                                                            Paolo Cugini

Oltre agli incontri con amici e amiche che da tempo non vedevo e che hanno rallegrato i nostri cuori, ci sono stati due incontri che in un certo modo mi hanno fatto sentire a casa, in tutti i sensi e con tutto me stesso.

Il primo è stata la messa di domenica 3 febbraio alle 19 a Barra Grande, nel Sud dello Stato della Bahia. Avevo chiesto a Leo - l’amico di Miguel Calmon, professore di Storia e inventore del giornale di critica politica Virus, che dal 2011 vive a Barra Grande dopo aver vinto un concorso statale come professore di storia – di avvisare il parroco che ero disponibile a celebrare la Messa. Come di costume, sono giunto sul posto una ventina di minuti prima per conoscere le persone del luogo. È stato bello entrare nella cappella della comunità, semplice ma in ordine, salutare le ministre della Parola, dell’Eucarestia e della decima (quante donne, Madonna mia!). Poi, entrando, mi sono venuti incontro i giovani membri del coro che hanno animato la messa. Prima della celebrazione eucaristica una signora ha letto un commentario nel quale, oltre al tema della liturgia, si spiegava ai presenti il motivo della mia presenza. Durante la celebrazione, ero uno dei collaboratori della liturgia, preparata e animata da molte persone della comunità. Alla fine della Messa, dopo l’oremus, un signore ha dato gli avvisi ricordando l’incontro di preparazione delle liturgie delle prossime domeniche. Questo signore è omosessuale e convive con il suo compagno. In questa comunità cattolica tutti lo sanno e trova spazio perché, tra le persone semplici, quello che conta non è la diversità sessuale, ma l’essere figlia e figlio di Dio.

 Su mia sollecitazione, la ministra della Parola responsabile della comunità, mi ha ricordato che la comunità si trova al mercoledì per il rosario degli uomini, al giovedì sera per l’adorazione eucaristica animata dai laici e la domenica per la celebrazione della Parola in assenza del presbitero. Quando alla domenica c’è la messa – avviene due volte al mese perché il parroco deve attendere a 22 parrocchie (Bau!!!) – la comunità celebra la Parola al venerdì sera. Piccola comunità, dunque, ma piena di vita, con molte persone che si mettono a disposizione per animarla. Comunità che sa ritrovarsi in qualsiasi circostanza, anche in assenza del parroco. Forse gli ancora troppi preti delle nostre diocesi italiane, educati a guidare le comunità accentrando tutto su di loro, non stanno favorendo la formazione di comunità con laici e laiche capaci di trasmettere la fede, di animare la comunità perché al centro della comunità, purtroppo, c’è un ministro ordinato e non Gesù Cristo. Per questo motivo servirebbero i missionari. Servirebbero…


Il secondo evento che mi ha fatto sentire a casa è stato alle paoline il giorno 8 di febbraio, prima di imbarcare per Manaus. Ero andato dalle paoline per cercare qualcosa sull’Amazzonia e mi sono imbattuto sul testo-base della Campagna della Fraternità, che guiderà la quaresima di quest’anno. È dal 1962 che la Chiesa brasiliana ha deciso di dedicare un tema sociale da meditare durante il periodo della quaresima. Viene scelto un tema e, su questo, viene preparato un inno da cantare nelle messe, e un CD con i canti da fare durante le domeniche di quaresima. Oltre a ciò, viene preparato un testo base che sviluppa il tema scelto con il metodo Vedere-Giudicare- Agire, in modo tale da mettere i leaders delle comunità in condizioni di poter accompagnare le persone negli incontri. Il materiale della CF prevede anche libretti per i circoli biblici, per le adorazioni oltre a materiale specifico per i giovani e per le scuole.

 Il tema della Campagna della Fraternità 2019 è: FRATERNITA’ E POLITICHE PUBBLICHE. È stato questo tema che mi ha fatto sentire a casa. Che stufata, infatti, negli ultimi anni, dover a che fare con persone che mi rompevano l’anima con le rubriche liturgiche, con coloro che pensano che liturgia si riduca ad una ripetizione formale di gesti, che il problema maggiore sembra essere se nell’avvicinarci al corpo di Cristo bisogna inginocchiarsi o stare in piedi, tenere le manine chiuse o aperte. È la vittoria della sterilità della fede che va da un’altra parte rispetto alla vita.

Che bello, invece, prendere per mano un testo voluto dai vescovi brasiliani che durante il tempo liturgico della quaresima chiedono ai fedeli non di mettere le manine giunte, ma di riflettere sulle politiche pubbliche messe in atto non solo nel Paese, ma nelle proprie città, nei propri quartieri. Chi sta leggendo queste parole in Italia si chiederà immediatamente: ma che cosa c’entra la liturgia con le politiche pubbliche? Tesoro della mamma, ti capisco sai; se ti hanno fatto credere per tutta la vita che la liturgia sia una cosa che riguarda il sacro e che tutto è fatto per far risaltare l’onnipotenza di un Dio che vuole distanza e sacrifici, allora non puoi che storcere il naso dinanzi ad una simile proposta, che sembra una vera e propria blasfemia. Se ci fermiamo un attimino, però, a riflettere sul mistero di Dio che si è fatto uomo e che è venuto ad abitare in mezzo a noi per stare con noi, perché è l’Emmanuele, il Dio con noi, allora capiamo che è la vita quotidiana che Gesù è venuto sia a valorizzare che a trasformare. Non ci può, allora, più essere separazione tra fede e vita, liturgia ed esistenza quotidiana, perché in Gesù la vita si compie e si dona con abbondanza (Gv 10,10). Che forza avrebbero le liturgie italiane se dalla Messa domenicale ci si prendesse l’impegno per lavorare contro le mafie, contro la corruzione politica, per impegnarsi attivamente per un mondo più giusto e più vero? Che bello sarebbero le nostre liturgie domenicali se al loro interno fosse portata la vita vera, quella che viviamo ogni giorno e che Gesù è venuto a valorizzare, più che stare attenti all’osservanza delle rubriche! Mentre scrivo non ho in mente solo le liturgie del Brasile, ma anche di alcune comunità italiane che porto nel cuore e che hanno fatto un cammino in questa direzione. Anche perché se la liturgia non esprime la vita del popolo di Dio, così come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, per “tenere i fedeli” e a non perdere i giovani, saremo obbligati ad inventarci altre cose o a sterilizzare ai massimi livelli la vita liturgica.

Leo è il primo a sinistra: sempre sorridente


mercoledì 11 luglio 2018

LO CAPISCI PIAN PIANO




Paolo Cugini

Lo capisci pian piano, mentre cammini nella vita e vai avanti negli anni, rimanendo attento agli eventi, confrontandoli con il passato. E già questo non è facile, amico mio, perché le distrazioni sono tante e se non si rimane concentrati è facile imboccare un sentiero che ti porta lontano. E poi ti perdi e, quando ti perdi, carissima amica, non è facile, per nulla facile ritrovare il cammino. A volte lo ritrovi per caso e allora il cuore scoppia di gioia, com’è la vita quando l’accogli come un dono che, come tale non riesci a programmare, a mettere a posto in ogni dettaglio. Dono, sorpresa: sono le qualità degli eventi che, quando ascoltati, manifestano la novità, la bellezza del cammino che, per certi aspetti, è fatto proprio perché uno si perda. Che noia, infatti, quella vita sempre sulla strada principale, sull’autostrada del senso comune, delle idee preconfezionate. Sono i curiosi, sono i bambini distratti, sono i ragazzi e le ragazze ribelli che, ad un certo punto, buttano l’occhio a destra e a sinistra – meglio sempre a sinistra, è una questione di stile e di sentire con il mondo, soprattutto con il mondo che ama e che soffre, quel mondo che ama e desidera la giustizia e non riesce ad accettare le disuguaglianze e allora è attratto dai sentieri che vede sul ciglio sinistro dell’autostrada della vita - e ci si butta con tutte le forze. Perdersi non è un peccato, perché fa parte del cammino, anche perché, spesso e volentieri, è perdendosi che s’impara a vedere la realtà con occhi nuovi, da punti di vista nuovi e si vedono cose mai visti prima. 
Nessuno, allora, dovrebbe chiedere perdono del sentiero imboccato, perché è grazie a quella perdita, a quella momentanea distrazione, a quel fugace colpo di testa, a quella svista, a quella curiosità, che qualcuno inizia a comprendere qualcosa di nuovo della vita. Benedette ribellioni! E’ grazie a quel sentiero imboccato, che la vita acquista un sapore nuovo, autentico. E’ grazie alla curiosità per qualcosa che è ignoto che possiamo avvicinarci a Dio. E allora, una volta ritornato, anche solo per qualche istante sulla strada principale della vita, potrà aiutare gli altri, coloro che non escono mai, tutti coloro che non uscendo mai cominciano a pensare e ad inventare e a spargere ai quattro canti leggende assurde sui sentieri laterali, come se fossero luoghi maledetti, come se l’unico spazio benedetto fosse la strada centrale. Non lo sanno, e non potranno mai saperlo che non è così.  Glielo dobbiamo dire noi, i ribelli, che le cose sono diverse, che la realtà è tutt’altro che piatta, che c’è qualcosa che va scoperto, cercato. E’ la nostra missione.

Lo capisci piano piano, dicevo, mentre cammini nei sentieri della vita; capisci che non è detto che la religione ti possa servire per diventare una persona migliore. Dipende come la prendi e da che lato la guardi. Dipende anche da chi ti introduce nel mistero di Dio. Da bambino la vivi come qualcosa di bello, come qualcosa di naturale che fanno e vivono tutti. Soprattutto, ti sembra che tutti anelino all’incontro con Dio, che tutti desiderino il cammino del bene, perché credi, e lo credi fin dal profondo del cuore, che per tutti il senso della vita sia proprio questo, il bene, e non ti passa nemmeno per la testa che, mentre aspiri al bene, ci possa essere qualcuno che aspiri qualcosa d’altro. Non lo pensi e non ti passa nemmeno nell’anticamera del cervello che mentre tu aspiri al bene, mentre cerchi Dio c’è qualcuno lì vicino a te, dinanzi a te, qualcuno che tu non immagineresti mai, nemmeno nel più triste dei romanzi, che colui che sta accanto a te, vicino a te, dinanzi a te, cerca qualcosa d’altro. Nella religione. Si hai capito bene, amico caro. C’è qualcuno che utilizza la religione per raggiungere i suoi scopi venuti dal regno del male. Forse un giorno era partito bene, era partito come qualsiasi persona cercando, cioè il cammino del bene, il cammino di Dio. E poi qualcosa è successo, qualcosa dentro di lui si è spezzato forse a causa di eventi negativi, di frustrazioni umane, di qualcosa di desiderato e mai raggiunto. E così lentamente, piano piano, il cammino verso il bene ha preso la direzione opposta. Ci sono delle ragioni che non si sapranno e scopriranno mai. Questa, però, è la cosa strana, e cioè che nonostante tutto, nonostante il cammino verso il male, rimane nello spazio religioso.

Lo capisci pian piano che coloro che sono al potere, coloro che in un certo senso ti guidano, che hanno il ruolo di guidarti, di dirigere qualcosa – una fabbrica, un comune, una chiesa, una scuola, una nazione, un partito, ecc. -non è detto che siano i migliori del settore: anzi. Più sei disposto a cedere qualcosa della tua dignità, più hai la possibilità di salire nella scala sociale, nella scala del potere, di coloro che contano e dirigono le sorti di qualcosa. E così, l’umanità è quasi sempre guidata da persone senza scrupoli, dai peggiori, dalla feccia, da coloro che ad un certo punto della loro vita hanno iniziato a cedere, a calare le braghe, a perdere la loro dignità. Più sali nella scala sociale più trovi gente squallida, senza scrupoli, disposti a tutto pur di apparire, anche perché non hanno più nulla in termini di rispetto e dignità. Eppure, ed è questo l’aspetto della storia che rende triste, sono proprio loro a comandare il destino di tutto un popolo, di tutto un gruppo: è la feccia al potere. E questo, carissimo amico, prima lo capisci meglio è. Per non lasciarti travolgere, per non cadere nella loro rete, per non ritrovarti a metà del cammino della vita a scoprire l’inganno nel quale sei caduto ad un certo punto del percorso.

Lo capisci pian piano che se cerchi il bene, se cerchi un senso della vita, se capisci che la vita è un dono prezioso che vale la pena viverla con passione, devi abituarti a camminare da solo. Lo capisci lentamente che occorre camminare sui sentieri della vita mantenendo gli occhi sempre aperti e lo sguardo attento, soprattutto, guardando bene negli occhi chi si presenta dinnanzi a te. Anche perché i maestri nell’arte della vita non li trovi sulle cattedre, non li trovi di sicuro nelle banche, nemmeno seduti sulle comode poltrone della politica, dell’economia o della religione, ma nei posti più nascosti, nei luoghi trascurati da chi cerca il successo. Perché chi ama la verità, non desidera apparire, perché ha capito che la verità si nasconde, non si confonde con la superficialità, con l’apparenza, non si offre al primo arrivato. E allora bisogna cercare e, per questo lavoro di ricerca, occorre accettare le rinunce che vengono come conseguenza. E lo dovrai fare spesso e volentieri da solo, da sola, perché gli adulti, caro mio, da un pezzo hanno abbandonato i cammini nascosti nei boschi, per starsene tranquilli sulle strade asfaltate delle sicurezze. Hanno imparato, questi furbacchioni, a rimanere protetti sulla strada maestra, nella che non presenta ostacoli, perché gli hanno insegnato e loro hanno creduto, che la vita è tranquillità, che nella vita bisogna fare di tutto per mettersi a posto, sistemarsi, fare le cose in ordine come fanno tutti. E allora, carissima amica, non buttare via i tuoi vent’anni ad accontentarti di quello che trovi sui banchi del mercato, quello che i tuoi occhi vedono in modo immediato. Vai altrove, non fidarti troppo alla svelta di quello che ti dicono i sensi: fermati, rifletti.

Pensa a come Gesù ha vissuto la sua adolescenza e la sua giovinezza. Se Gesù è stato un adulto coi fiocchi, uno di quelli che se ne trovano pochi, cioè uno che sapeva quello che diceva, perché prima di aprire la bocca aveva già vissuto quello che stava per dire, è perché durante l’adolescenza e la giovinezza si è nascosto, non si è esposto, è stato in silenzio, ha vissuto in luoghi isolati. Prima di manifestare il suo carisma, ha cercato di capire il senso della sua vita, della sua presenza nella storia: ha cercato di capire chi era. Quanti giovani si bruciano perché troppo alla svelta vengono fuori allo scoperto, fidandosi solo dell’apparenza, dell’arroganza di un vigore che poi con il tempo scompare. Quello che Gesù ha fatto su di sé, vale a dire un lavoro lungo di silenzio e riflessione per capire e decidere la direzione da dare alla sua vita, lo ha proposto ai suoi discepoli e alle sue discepole. Li ha chiamati, lo hanno seguito rinunciando al resto, hanno trascorso tre anni con Lui, ascoltandolo, condividendo la vita quotidiana, osservano il suo stile di vita. Questo, a mio avviso, è stato il più grande lavoro di Gesù: ha insegnato ad un gruppo di uomini e donne come si sta al mondo e il prezzo che si deve pagare per essere una persona autentica, per vivere con dignità. Chi trova sul proprio cammino della vita un tipo alla Gesù, trova il più grande tesoro. E’ chiaro che i tipi alla Gesù non si trovano nei luoghi comuni, nelle situazioni normali dell’esistenza: va cercato.

martedì 30 gennaio 2018

GESÙ PANE DI VITA


UNITA’ PASTORALE PADRE MISERICORDIOSO E SANTA MARIA DEGLI ANGELI


I MARTEDÌ TEOLOGICI

Relatore: Maurizio Marcheselli

Sintesi: Paolo Cugini
Discorso sul pane della vita. Gesù come pane della vita. Non insisto sul carattere eucaristico del testo. Cerco di riflettere su cosa dice questa immagine sulla persona di Gesù.

Il pane come simbolo. Un simbolo è un’immagine, un modo di utilizzare l’immagine. Non tutti i modi di utilizzare le immagine nel parlare si equivalgono. Giovanni predilige usare le immagini come simboli, cioè non come allegorie. Il simbolo presuppone che avvicini due cose. Simbolo: comporre, cacciare insieme. Ci devono essere due elementi. La prima è un’esperienza della vita ordinaria. Il secondo è un plusvalore che fa riferimento a dinamiche spirituali. Se viene meno l’aspetto concreto da cui io parto, non mi rimane niente. Un simbolo per funzionare ha bisogno che rimanga vivo il significato dell’esperienza concreta nella vita ordinaria. Il Gesù di Giovanni ama molto parlare con simboli. Qui abbiamo il simbolo del pane. Dobbiamo conservare nella mente il mangiare se vogliamo capire che cosa Gesù dice nel capitolo 6. Gesù in Giovanni predilige questo simbolo base che è il mangiare. Che cos’è il cibo per la mia vita ordinaria? Il mangiare, il cibo è essenziale per la vita. Gesù vuole offrire un significato ulteriore a questo livello materiale che è il mangiare. C’è un cibo che non si ricava dai cereali e che serve per vivere. Quale pane per quale vita? Gesù non procede per contrapposizioni. Non si oppone nulla, anzi devo conservare nella memoria l’esperienza gradevole del mangiare, per cogliere quello che Gesù mi vuole fare intravvedere una realtà più profonda. L’avere bisogno di cibo permette a Gesù di condurci verso il bisogno di un’altra vita. Se Dio esiste, per definizione la sua vita non ha principio né fine. Gesù lavora sull’immagine del pane, ne fa un simbolo. A Gesù piace partire sempre da qualcosa di materiale, per condurci verso l’altrove. A partire da esperienze sensibili Gesù ci vuole parlare di qualcosa di spirituale.

Il racconto del segno: Gv 6, 5-11. E’ il racconto più raccontato di tutti i vangeli. Il modo in cui Gv racconta questo episodio ha alcune particolarità, che veicolano il significato specifico che Gv ha visto in questo episodio. Gesù è salito sul monte, alza gli occhi e vede una folla che viene a Lui. Nei sinottici sono i discepoli che cominciano a preoccuparsi. Qui nessuno si preoccupa. Tutta l’iniziativa è nelle mani di Gesù. E’ Gesù che fa la domanda. E’ una caratteristica tipica della narrazione di Giovanni sui segni. Es. il cieco nato. Se si ripete vuole dire che non è casuale. Nessuno può chiedere quel che non conosce. E il dono che Gesù fa è qualcosa di inimmaginabile. Per questo è Gesù che prende l’iniziativa. “Da dove”: il problema è l’origine. Da dove prenderemo dei pani perché questi mangino. Nel Vangelo di Giovanni la questione dell’origine è fondamentale. Da dove viene il pane che dobbiamo dare loro? La questione del da dove è uno delle questioni cruciali del Vangelo di Gv. L’origine del donatore e l’origine del dono è la stessa. Quel da dove, quel luogo da cui sta tirando fuori il pane, non è diverso dal luogo da dove Lui stesso è venuto. In questo quadro ci vedo tutta la storia di Gesù. Il mistero di Dio come mistero di Padre e Figlio era rimasto nascosto sino a quando Gesù non è venuto in mezzo a noi. Dio dal suo monte, guardando le folle degli uomini, ha deciso d’intervenire. Il dono è come il donatore. Vale anche nella nostra esperienza. Quando si fa un regalo, il regalo è il riflesso di chi lo fa. Il dono ha le caratteristiche del donatore. Il pane ha le caratteristiche del donatore. Questo dono non è l’esisto di una domanda, ma il frutto di un’azione libera, gratuita. Si capisce, allora l’ironia di Gv 6,7. Il pane che Gesù sta per dare non si compra da nessuna parte. Diceva questo per metterlo alla prova. Quel pane si compra da qualche parte? Abbiamo comprato Gesù? Quel pane fa pare di quelle cose che non sono in commercio. Tutto parte da un’iniziativa gratuita di Gesù.

Gv 6,11: che curioso modo di raccontare! Perché Giovanni racconta in questo modo insistendo sul rapporto immediato? Gesù prende il pane e lo dà. Cfr. Gv 10: nessuno mi toglie la vita, io la do da me stessa. Ho il potere di darla e di prenderla di nuovo. In Gv c’è un’insistenza fortissima sulla libertà con cui Gesù ha consegnato se stesso alla morte. Gesù non si fa aiutare perché il pane che Gesù dà riflette l’atto di dare la vita al mondo. Il Gesù che dà il pane ai 5 mila è l’immagine di Gesù che consegna la sua vita e lo può fare solo Lui.

Due apici:
1.      Incarnazione: In Gv i gesti e le parole sono sempre intrecciati. Gesù spiega il senso del pane che aveva distribuito il giorno prima. A Cafarnao c’è una folla dai quali emergono i giudei. La folla interviene 4 volte e Gesù risponde 4 volte. Il primo apice del discorso è quando Gesù parla con la folla. Gv 6,35: Io sono il pane della vita. Gv 6,30: allora gli dissero: quali segno tu compi? La folla vorrebbe un segno e ricorda alla manna. Gesù interroga: chi diede? Micca Mosè, ma Dio. Gesù puntualizza il soggetto. E poi passa dal passato al presente. Non leggere diede, ma dà. La Scrittura parla di un pane che Dio dà adesso. Qual è il pane di Dio? Il pane di Dio è quello che discende dal cielo. Espressione che si apre a due possibili interpretazioni. Il greco è ambiguo e consente le due letture. La folla capisce il pane e non la persona. Gesù non ha ancora detto che è Lui quel pane. Solo dopo dice: io sono il pane della vita. Quel pane che dà la vita coincide con la mia persona. Gv usa tre tipi di parole per dire vita: Psychè (vita terrena); sarx (carne che è l’esistenza umana che ha un inizio e una fine)  e Zoè (questa vita per Gv è la vita in senso assoluto, è la vita come Dio ce l’ha. Se Dio esiste la sua vita è eterna). E’ la parola che c’è qui: il pane della vita. Si parla di un pane che sostenta, alimenta in noi la vita stessa di Dio. Quel pane è Gesù. E’ la sua persona che è alimento. La sua persona, il suo sé è il pane che Dio ha disposto per avere la vita di Dio. La vita eterna comincia adesso, quando accogliamo Gesù. L’equivalente del mangiare è credere. Mangiare il pane ha come equivalente credere in Lui. La fede è l’atto con cui metabolizzo il pane. Mangiare vuole dire il credere. Perché Gesù aggiunge al mangiare il bere? Sino ad ora non aveva ancora parlato di bere. Is 55: o voi tutti assettati… E’ molto simile a Gv 6: questa roba non si compra. La cosa interessante è questa: che cos’è questo cibo e questa bevanda? Isaia dice che mangerete cibi succulenti. Ascoltatemi e nella misura in cui ascolterete mangerete. Ascoltami, perché se ascolti mangi. E’ come in Gv 6: si mangia Gesù che è parola di Dio fatta carne. La Parola di Dio è il vero pane. La prima fame che noi abbiamo è la fame di senso. Si muore di questa fame. Cfr. Proverbi: Donna Sofia è la personificazione della Sapienza. La Sapienza si è costruita la sua casa: ho imbandito la mia tavola. Gesù si sta comportando come il profeta e come la Sapienza. Che cosa si mangia da donna Sofia? Lei, la Sapienza. A coloro che sono stolti Sofia dà da mangiare la Sapienza stessa. E’ pane di vita perché Gesù è Parola fatta carne. Come la Bibbia diceva dei profeti re dei saggi, la Parola è il primo cibo che abbiamo bisogno, perché la parola ci rivela il senso delle cose.  

2.      Croce. Gv 6,48-51: Gesù in Gv è il pane della vita. Il secondo apice: il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Il pane è la mia carne. Il pane che darò per la vita del mondo. La novità di questa frase è che qui parla della croce. Questo testo vuole dire: la carne è la dimensione fisica, di essere umano. In che senso Lui è pane in questo contesto? La sua esistenza di uomo Gesù la darà per, a vantaggio di. La sua carne, la sua esistenza umana è per, a vantaggio di. E’ una carne per. Gesù sta pensando la sua morte. Gesù darà la sua carne per, nella morte. In che senso la carne di Gesù, la sua umanità, consegnata alla morte, è pane? Per Giovanni la croce è un momento di rivelazione suprema, nella croce si è svelato il mistero, rivelazione dell’amore di Dio per il mondo, che si manifesta con l’amore che Dio ha per noi. La croce è l’espressione più estrema dell’amore di Dio per il mondo. La croce è l’icona dell’amore. La fame più radicale che abbiamo è che qualcuno ci voglia bene, che qualcuno ci ami. E’ la fame dell’essere voluti bene. E’ questo di cui abbiamo bisogno di mangiare: l’amore di Cristo per noi. E’ questo il pane. Buon appetito.




venerdì 17 marzo 2017

SUSANNA TAMARO ALL'INCONTRO DEI GIOVANI CON IL VESCOVO MASSIMO

INCONTRO DEI GIOVANI CON IL VESCOVO





VENERDÌ 17 MARZO 2017

DIALOGO CON SUSANNA TAMARO

Sintesi: Paolo Cugini


Vescovo: La vita è la cosa più trasgressiva che ci sia, perché è sempre nuova ogni giorno.

Susanna: Non ho mai pensato di fare lo scrittore. La mia vocazione era capire le forme della natura. Viviamo un universo che esplode di complessità e volevo capire questo. Il mio scrivere è stata una conseguenza di quello che vedevo. Come si può pensare che ci sia evento di casualità in una conchiglia?

Vescovo: come mai l’uomo si dimentica del suo rapporto con le cose e diventa brutto?

Susanna: la natura è bella e noi siamo belli. Il mondo contemporaneo c’impone di essere brutti. C’è un desiderio di essere belli in noi, che è positivo.

Vescovo: senza guardare a qualcuno di grande diventiamo piccoli. Hai avuto qualche maestro di riferimento?

Susanna: non ho mai incontrato maestri. Ho avuto pessimi maestri e professori. Sono molto autodidatta. Invecchiando uno deve avere il dovere di essere maestro, per condividere le proprie esperienze. Questo viene ridicolizzato. La società contemporanea non ci permette d’invecchiare.

Vescovo: un libro nasce da un’esperienza che ci ha fatto crescere

Susanna: i miei libri nascono da una risposta che cerco su problemi che mi pongo. Nella narrazione cerco di rispondere alle domande che mi pongo. I miei libri sono molto materiali.

Vescovo: oggi si legge sempre meno. Che cosa può spingere un ragazzo a leggere?

Susanna: io odiavo leggere quando ero piccola. Ho cominciato a leggere quando ho scoperto che c’erano storie che m’interessavano. Leggendo mi annoiavo meno. Quando uno legge un libro, le immagini se le fa nella testa. È importante anche leggere la poesia, perché t’illumina, da un’immagine che apre una porta nella mente. Leggere non è un dovere, ma un piacere. Quando leggi hai arricchito il tuo mondo. E poi quando leggi stai con te stesso.

Vescovo: Come sei arrivata a vivere l’esperienza della compagnia fatta di parole?

Susanna: è stata la poesia. Ho scoperto che attraverso la poesia ero meno sola. Ho scoperto che nella parola c’era qualcosa di molto potente. Verso i 22/23 anni ho avuto una folgorazione.

Vescovo: leggendo i tuoi libri sembra che ci siano due registi in te. Uno è quella del dramma. E poi c’è la Susanna che ha imparato ad attraversare i drammi. Come si riesce ad attraversare i drammi? Come ripartire?

Susanna: ho avuto un’infanzia, adolescenza e giovinezza catastrofiche. Nonostante tutto ho deciso che il passato non deve condizionare il futuro. È una decisione. La vita è troppo bella per farsela rovinare da un evento negativo. Non farsi soffocare dal passato.

Vescovo: Dio è presente nei tuoi libri nella forma di una lotta; Dio è una presenza nei tuoi libri ed emerge come giustizia. Susanna è un crocevia di religioni. È vissuta a Trieste, città con presenza di varie religioni. Che cosa diresti ai giovani che cercano Dio? C’è un oltre?

Susanna: vengo da una famiglia ebrea. Nella famiglia c’erano ebrei e ortodossi. Non ho avuto una educazione cattolica. L’impostazione ebraica mi ha segnato. La sete di giustizia viene da lì. La grande scoperta che ho fatto è che ho capito che siamo immersi nell’eterno. Se non c’è una giustizia nella vita niente rimane in piedi. Le nostre AZIONI HANNO UN SENSO PER QUANTO CI AVVICINIAMO AL BENE E CI ALLONTANIAMO AL MALE. Peccato: mancare il bersaglio. Tutto quello che va verso la vita è bene. Dobbiamo ricominciare ad ascoltare il nostro cuore. Capacità di entrare in noi stessi.

Vescovo: ciascuno di noi a 20 anni cerca i segni del proprio futuro. Come capire il proprio posto nel mondo?

Susanna: è difficile perché i tempi stanno cambiando. C’è una cosa fondamentale: è quello di avere dentro una passione. Se non hai passioni non hai un’ancora. La passione può diventare anche un’attività lavorativa. È importante seguire le proprie passioni.

Vescovo: Che cos’è la preghiera?

Susanna: per me è uno stato di costante attenzione sulla realtà, capire che cosa sta succedendo introno a me e riuscire ad intervenire. Presenza reale.

Vescovo: come ha cambiato la tua vita l’essere conosciuta?

Susanna: il successo è veleno potente, perché ad un certo punto sei innalzato. Ho sempre avuto paura del successo, perché sono anche timida. Io volevo continuare ad essere una persona e non un personaggio. Poi c’è la tentazione dei soldi. Ho sempre avuto problemi di soldi. Liberarsi dai soldi è difficilissimo. Alla fine ho fatto una fondazione che si occupa di progetti per le donne nel 2000. Quando avevo i soldi dovevo sempre pensare ai soldi.

Vescovo: legge un brano di La tigre e l’acrobata

Susanna: La tigre e l’acrobata è il mio testamento spirituale. La morte è un’altra forma di nascita e in questa nascita vivremo un’altra dimensione di vita, con un’altra intensità. Se qui avremo costruito cose belle avremo cose belle.

venerdì 17 aprile 2015

COME STIMOLARE IL CAMMINO SPIRITUALE NEI GIOVANI?


Paolo Cugini

Il cammino spirituale è un percorso che ha come obiettivo quello di vivere il Vangelo di Gesù per riuscire a tradurlo nel vissuto quotidiano. S’inizia un cammino spirituale perché si desidera conoscere il senso della propria vita, il progetto che il Signore ha su di noi. Per raggiungere questo obiettivo occorre, in primo luogo, desiderarlo, avere nel cuore un sogno grande. Senza questo desiderio è impossibile intraprendere un cammino spirituale. É nell’adolescenza che matura questo desiderio, quando si comincia a percepire la necessità di fondare la propria esistenza su qualcosa di solido e, allo stesso tempo, quando s’inizia a pensare al proprio futuro. Questi desideri sorgono quando si comincia a cogliere il vuoto di una vita riempite da cose, il vuoto di una vita frenetica che non lascia spazio alla riflessione. Desideri di senso che sorgono anche quando sono stimolati dalle persone adulte che ci circondano, dalle vite vissute intensamente, da quelle vite donate che c’interpellano. Le domande che cominciano a sorgere in questo periodo offrono l’opportunità per scoprire una dimensione della vita che solitamente rimane in ombra, vale a dire l’interiorità. Abituati fin da piccoli a cercare il giudizio degli altri e quindi a vivere costantemente all’esterno, raramente ci accorgiamo della nostra interiorità, dello spazio che abbiamo dentro di noi per verificare le nostre scelte, per capire chi siamo veramente. Il cammino spirituale diviene, allora, un percorso significativo di conoscenza di sé, di costruzione della propria identità personale.

Come stimolare le domande di senso, il bisogno di una vita interiore nel cammino di un adolescente? Risposte a queste domande non sono facili da trovare. In primo luogo, un adolescente dovrebbe trovare questi stimoli dentro il suo vissuto quotidiano. Nelle scelte che vive in famiglia dovrebbe percepire quel qualcosa di diverso e di significativo, che stimolano la ricerca che va oltre ai dati immediati. Nel contesto nel quale viviamo gli adolescenti sono continuamente sollecitati a dare risposte immediate e veloci ai problemi che emergono. Il sociologo Bauman definisce la nostra società come liquida, precaria, veloce. L’adattamento a questo stile di società richiede, allora, la capacità a saper cambiare rapidamente, a non stabilizzarsi su qualcosa, a non indurire, per così dire, la propria identità su valori e situazioni che possono cambiare da un momento all’altro. Sin dall’infanzia, nell’esperienza scolastica e nelle esperienze sociali in genere, le persone sono costantemente sollecitate a non fermarsi, ad essere disponibili a cambiare, a saltar su al treno della vita che passa veloce, a non perdere occasioni, in altre parole, ad essere dentro al fluire del mondo postmoderno. Nell’ambito della vita famigliare l’adolescente dovrebbe respirare qualcosa di diverso, vale a dire, quella tranquillità, quella stabilità che il tempo moderno non riesce e non vuole più offrire, ma che sono necessari per scoprire il valore della vita interiore, che si nutre di calma, di un modo più sereno di rapportarsi con il tempo.


Riconquistare il tempo, il sapore di ritmi più umani all’interno dei quali sia possibile riscoprire il valore del tempo trascorso a dialogare con l’altro senza mediazioni meccaniche. In definitiva, è al primato della persona che dobbiamo ritornare, persona che come diceva Emmanuel Mounier, non apre la porta all’individualismo esasperato, stimolato sempre di più dalla tecnologia, ma al mondo dell’altro nel quale il volto diviene traccia dell’Altro, dell’Assoluto. In un mondo più umano, nel quale le persone divengono responsabili nella comunità, la vita interiore, il cammino spirituale non rappresentano più degli optional, degli aspetti esotici della vita, ma momenti necessari e indispensabili per quel cammino di umanizzazione del quale la nostra società ha così bisogno.