Visualizzazione post con etichetta camminare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta camminare. Mostra tutti i post

venerdì 22 aprile 2022

EDUCARE CAMMINANDO A FIANCO - UN LIBRO DA LEGGERE

 




Paolo Cugini


È uscito in questi giorni Sulle strade verso Emmaus – per un’educazione che si fa cammino, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2022”, l’opera prima del giovane educatore reggiano Francesco Santarello, per gli amici Ciri.  

Una delle caratteristiche più significative dello stile educativo di Ciri è la capacità di elaborare percorsi educativi a partire dall’esperienza concreta dei ragazzi che incontra. L’arte dell’ascolto, dell’avvicinarsi del camminare assieme (sono temi trattati nel libro) non si apprende sui libri, ma si coltiva nel cuore e, soprattutto, fiorisce dall’amore che si mette nelle relazioni che curiamo. Non è un caso, allora, che l’autore narri in due tempi cinque storie di giovani incontrati nel cammino della vita, un cammino fatto di vita vera, quella vita che spesso è piena di difficoltà, di momenti oscuri, di smarrimenti. Sebastiano, Sofia, Alex, Francesco e Camilla – sono questi i nomi dei protagonisti del libro – sono giovani che in un modo o nell’altro passano da Emmaus a Gerusalemme, da situazioni di smarrimento alla luce del Mistero incontrato che riorienta l’esistenza.

Il libro di Francesco Santarello è scritto con il linguaggio della vita, che va all’essenziale, quel linguaggio che non comunica appena concetti, ma che li riesce a trasmettere con la forma che prende il vissuto quotidiano. Si legge, tra le righe, l’amore dell’autore per i giovani incontrati, la passione dell’educatore che ha capito che lavorare con i ragazzi e le ragazze in una prospettiva educativa esige la pazienza dell’agricoltore, che sa aspettare il tempo propizio, senza forzare la mano, nella consapevolezza che ogni persona è un prodigio, un dono diverso di Dio per l’umanità.

C’è un altro aspetto fondamentale nell’arte educativa di Ciri, che si respira in ogni pagina della sua opera prima: la fede. Ciri è un giovane padre di famiglia, cresciuto all’ombra del campanile, per così dire, in continua ricerca del volto del Signore non solo nell’ascolto della sua Parola, ma anche nelle relazioni che instaura. La profonda umanità che si coglie leggendo le pagine del libro, accompagnando le storie di Sebastiano, Sofia, Alex, Francesco e Camilla è la stessa che Ciri mette nel cortile dell’oratorio quando gioca con i ragazzi o in uno dei tanti momenti formativi con gli educatori. C’è l’annuncio del Vangelo che viene proclamato dal pulpito e c’è quello che passa attraverso gli sguardi, gli atteggiamenti, il modo di essere, le scelte quotidiane.

Consiglio la lettura di questo libro non solo agli educatori di professione, ma anche ai catechisti, ai genitori, a tutti coloro che cercano ogni giorno di avvicinarsi al prossimo per consegnare qualcosa di buono, per collaborare alla costruzione di un mondo più vero e umano. Buona lettura.

 Una nota di merito va alle Edizioni San Lorenzo che, in questi ultimi anni, si sta facendo promotrice di percorsi nuovi, per certi aspetti diversi, com'è appunto il percorso educativo di Francesco Santarello.  

Francesco Santarello, per i conoscenti più famoso come Ciri (storia di un soprannome che ha a che fare col suo essere educatore e formatore oggi), è nato nel 1986 a Correggio (RE), sposato dal 2017 con Benedetta, oggi hanno una figlia di nome Letizia. Francesco è educatore professionale con una carriera che spazia dall’ambito scolastico a quello oratoriano. Si occupa in particolare dell’educazione delle giovani generazioni, dalle elementari agli universitari: panorama che gli offre la possibilità di capire le differenze enormi che esistono fra un bambino e un preadolescente, fra un preadolescente e un adolescente, fra un adolescente e un giovane.

 

Don Michele Falabretti, (curatore dell'introduzione) prete di Bergamo, viene dall’esperienza dell’oratorio e ne ha conservato amore viscerale («Non so perché i vescovi italiani abbiano chiamato me. Più che conoscere la mia persona, credo conoscano molto bene l’esperienza di cura dei ragazzi e dei giovani così come la si fa in Lombardia»), è stato nominato Responsabile del Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile della CEI nel 2012, e riconfermato nel 2017 con un secondo mandato quinquennale.  Ha partecipato come esperto al Sinodo dei giovani. Ha inoltre organizzato diversi Convegni Nazionali di Pastorale Giovanile. Collabora da anni con la rivista Note di Pastorale Giovanile. 

 

Acquista il libro qui: SULLE STRADE VERSO EMMAUS - di FRANCESCO SANTARELLO, int. MICHELE FALA – Edizioni San Lorenzo

domenica 25 gennaio 2015

CAMMINARE ZOPPICANDO







 Paolo Cugini

In questi giorni mi ha fatto riflettere una frase di san Tommaso d’Aquino che ho trovato nell’Ufficio delle letture, che diceva cosí: “É meglio zoppicare sulla via, che camminare a forte andatura sulla strada. Chi zoppica sulla strada, anche se avanza poco, si avvicina tuttavia al termine. Chi invece cammina fuori strada, quanto piú velocemente corre tanto piú si allontana dalla meta”.

Mentre leggevo con attenzione questo testo di Tommaso me ne veniva in mente un altro del  sociologo polacco Zygmunt Bauman. In un suo famoso libbro – Amore Liquido – Bauman sosteneva che una caratteristica dell’epoca attuale, chiamata postmoderna, é la velocità, la rapidità dei cambiamenti, che esige una capacità notevole di mobilità nelle persone e la consegeunte capacitá di non idenditficarsi con nulla. Per riuscire ad accompagnare la diversità delle situazioni e le nuove possibilità che la postmodernità presenta, é necessario secondo Bauman, essere “liquidi” e cioè non solidi, non vincolarsi troppo con qualcosa che poi ci possa impedire di entrare nelle nuove situazioni. L’uomo e la donna contemporanei, insegna Bauman, sono coloro che hanno appreso a cambiare continuamente strada, perché sembra che l’importante non sia la meta, ma il cammino.  Leggendo queste afermazioni qualcuno si potrebbe scandalizzare, ma è esattamente questo stile di vita – chiamiamolo così – che l’attuale cultura propone a diversi livelli di complessità e che assimiliamo senza nemmeno accorgercene. 

Forse il senso di un cammino spirituale dovrebbe essere quello di aiutarci ad accettare di camminare zoppicando sulla strada che stiamo percorrendo, per vincere la tentazione di correre sulle altre strade. Zoppicare sulla strada significa apprendere ad accettarci così come siamo, accolgiere e integrare nella nostra visione di mondo i nostri limiti, le nostre incapacitá. Gesù è salito sul calvario zoppicando, senza dubbio non a causa dei suoi peccati, visto che non ne aveva, ma caricando su di sè i nostri. Quell’andare lento e insanguinato sul monte calvario insegna molte cose. Prima di tutto sfata un’opinione tipicamente post-moderna che dice che la vita dev’essere fatta di corsa, che bisogna correre e che è necessario arrivare sempre prima degli altri. In secondo luogo, il cammino zoppicante di Cristo sul Calvario insegna che nella strada che percorriamo dobbiamo guardade alla meta che è Cristo e che non è vero che per raggiungerla si possono utilizzare tutti i mezzi possibili. Le cadute di Gesù mentre saliva il calvario, c’insegnano che il primo mezzo importante per raggiungere la meta siamo noi. Il cammino dietro al Signore zoppicante ci aiuta a capire noi stessi, a scoprirci, a comprendere chi siamo e così a liberarci finalmente di quelle maschere che mettiamo per sembrare diversi, piú veloci, quasi uguali agli altri. Gesù insanguinato sulla croce c’insegna che non è importante nel cammino della vita apparire puliti, perfetti, pettinati ma mostrarsi così come siamo. L’importante non è quello che appariamo agli altri, ma quello che siamo. L’importante non è l’apparenza, ma l’autenticità. 

Mi sembra che questo modo di essere nel mondo e cioè come persone autentiche, riveli l’importanza di una cammino spirituale serio. Chi non si decide a prendere sul serio la propria vita spirituale perde un’occasione d’oro di conoscersi meglio e, quindi, di poter vivere in pace con se stesso e con gli altri. E allora solo così scopriremo che la vera felicità non sta nel correre su tante strade, ma nello scoprire la bellezza della propria strada, non sta nell’andare rapido, ma nel camminare lentamente, curadosi le proprie ferite. In questo lento cammino sulla strada della vita, apprendendo a curare le nostre ferite per arrivare alla meta, scopriremo che accanto a noi, sulla stessa strada,  c’è qualcuno che sta zoppicando e che ha bisogno di essere sollevato per poter continuare il cammino. Sono i doni che la bellezza della lentezza mostra durante il cammino e che non potremmo mai scoprire nella frenesia della rapidità.

martedì 16 dicembre 2014

MENTRE ANDAVANO PER LA STRADA





RIFLESSIONI SUL SENSO DELL’EVANGELIZZAZIONE

Paolo Cugini

“Mentre andavano per la strada…”. E’ un versetto che dice molto sullo stile di Gesù. E’ significativo che il verbo andare sia al plurale. L’annuncio del Vangelo, così come l’ha pensato Gesù, non è qualcosa per eremiti, ma è anzitutto comunione, cioè è una questione d’amore. L’amore esige l’altro, il fratello e la sorella. La comunione indica anche percorsi di relazione, di attenzione all’altro, di cura. E allora il verbo al plurale è molto più che una semplice questione grammaticale, ma più che altro esistenziale, spirituale. Stiamo bene al mondo quando amiamo qualcuno, quando andiamo per le strade della vita con qualcuno al fianco, quando ci sentiamo amati da qualcuno, ci sentiamo importanti per qualcuno e quando, allo stesso tempo, diamo importanza con il nostro amore a qualcuno. L’andare di Gesù perle strade è prima di tutto questo camminare assieme, che dice della condivisione con qualcuno di un percorso e che questo percorso diventa vuoto se fatto da solo.
Sappiamo poi, leggendo i vangeli, che la compagnia di Gesù non era solo costituita da dodici uomini, ma anche da donne. Realizziamo la nostra umanità in un rapporto di reciprocità. L’incontro dell’uomo con la donna e della donna con l’uomo e del genere nel senso più ampio possibile, non è solo un problema di finalità, di progettualità, ma di umanità. C’è un’attrazione reciproca che non può essere ostacolata, ma va accompagnata per il nostro bene esistenziale, spirituale. L’umanità soffre quando questo incontro non avviene o quando è ostacolato per motivi culturali, spirituali (?), ecclesiali (?), pre-concettuali. L’annuncio del Vangelo come incontro nella reciprocità, come cammino verso l’altro, come attenzione al genere è una buona notizia per il mondo.
Il fatto poi che i discepoli e le discepole di Gesù andavano, significa anche che durante il percorso sperimentavano non solo la reciprocità, ma anche la diversità. Dai pochi dati che abbiamo nei vangeli sappiamo che lo sforzo di Gesù con i discepoli e le discepole non è stato indirizzato a metterli tutti dentro uno stesso modello. Durante il cammino Gesù ha accompagnato, conosciuto e valorizzato le singole diversità. Tra i discepoli e le discepole di Gesù c’era di tutto. Alla fine del percorso e cioè ai piedi della croce, c’erano tutti loro ognuno con le proprie caratteristiche, ognuno con la propria umanità. Dopo la Resurrezione li ha uniti l’unico obiettivo di annunciare il Vangelo, ognuno con quelle caratteristiche emerse durante il cammino con il Maestro.
Il cammino significa lentezza, tempo disponibile per dialogare, ascoltare, rispondere. Camminare con gli amici e le amiche significa darsi tempo per conoscersi e farsi conoscere. Gesù ha permesso ai suoi amici e amiche di conoscerlo camminando con loro. Si è dato il tempo per questo, per l’ascolto e la conoscenza dell’altro. Evangelizzare passa anche per questo piccolissimo, ma significativo dettaglio.  L’unico progetto visibile nell’attività pubblica di Gesù è quello di dirigersi a Gerusalemme. Per il resto cammina con i suoi discepoli e discepole. Mentre cammina entra nei villaggi che incontra, spiega la Parola e guarisce le persone ammalate. Si percepisce una grandissima libertà di movimento e nessuna istituzionalizzazione. Anzi, se volgiamo proprio dirla tutta fino in fondo, sono evidenti le polemiche di Gesù con il potere religioso, con le istituzioni religiose. Non c’è in tutto il Vangelo una sola parola positiva sulle istituzioni religiose: è un caso, un dettaglio, o un’indicazione programmatica?
Mentre camminava con i suoi discepoli e discepole Gesù ha annunciato il Regno di Dio, regno di pace, di giustizia, di comunione. Ha realizzato questo annuncio spiegando la Parola, curando gli ammalati, condividendo la vita quotidiana con coloro che lo seguivano. In nessun momento nei vangeli si dice che Gesù avesse celebrato dei riti. Forse l’unico rito al quale partecipa è quello accennato al capitolo quarto del Vangelo di Luca, che narra l’inizio della sua attività pubblica. In quella situazione Gesù si alzò per spiegare la Parola. Gesù annunciò la Buona Novella senza celebrare riti e, soprattutto, senza inventarne alcuno. Rito, infatti, rimanda ad un’istituzione che Intende preservare qualcosa che ritiene valido. Gesù ha annunciato il Vangelo sulla strada, inventando, creando l’annuncio a partire dal contesto nel quale si trovava, senza far riferimento a schemi rituali istituzionalizzati. Anche questi non sono dettagli da poco.

 Il testo preso come riferimento della riflessione dice che andavano per la strada. Gesù con la sua comunità ha annunciato la buona notizia sulla strada, mentre andavano, in cammino. Non si sono stabilizzati. Gesù non ha costruito una struttura per accogliere la sua comunità e dei luoghi sacri per celebrare i suoi riti. La strada è luogo d’incontro non di persone che scegliamo, ma che semplicemente incontriamo. La strada dice di una costante disponibilità alla novità dell’altro.  Gesù ha evangelizzato non parlando sempre alle stesse persone per tutta la durata della sua vita pubblica, ma a quelle che incontrava nel cammino. E’ dalla strada che Gesù ha guardato il mondo, la storia, il suo tempo. Il punto che Gesù sceglie per guardare il mondo non è di poco conto. Sarebbe stato tutto un altro Vangelo se Gesù avesse annunciato il Regno dal palazzo del re. Lo ha annunciato dalla strada. Forse è per questo che è venuto fuori quella roba strana che anche oggi facciamo fatica a capire e a vivere.