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sabato 12 settembre 2020

ANNUNCIARE IL VANGELO OGGI

 




FONDAZIONE MIGRANTES

 

ENZO BIEMMI

Roma 12 settembre 2020

 

Sintesi: Paolo Cugini

 

Attraverso una vita donata al Vangelo provo a dire ciò in cui credo.

1.Il cambiamento d’epoca e la figura di un cristianesimo di libertà e di scelta. È finito per il cristianesimo nella sua forma sociologica, quel cristianesimo nel quale non si poteva essere nient’altro che cristiani.

Tre passaggi:

1.       Si diventa cristiani

2.      Si nasce cristiani e non si può non esserlo

3.      Non si nasce più cristiani, si può diventarlo

 Ci sono altre forme per vivere bene la propria vita. La vita cristiana torna al suo statuto originario di proposta libera. La cultura attuale trasmette la libertà religiosa. La risposta negativa è quello della nostalgia: moltiplicare le azioni per riportare la situazione a quando il cristianesimo era la maggioranza. Oggi abbiamo l’opportunità di offrire il Vangelo come scelta.

2. Siamo una minoranza, ma gioiosa. In questo contesto plurale siamo tornati ad essere quello che eravamo all’inizio. Minoranza gioiosa. Dopo la monocultura, l’appello dello Spirito è quello di abitare la biodiversità culturale e religiosa. Recuperare lo spirito della lettera a Diogneto. Il problema del cristianesimo è quello di decidere quale minoranza vogliamo essere. Non siamo una setta, un rifugio rispetto alla complessità della storia. Non vogliamo essere una minoranza contro, prigioniera del risentimento. È la tentazione più forte per chi è stato a lungo una maggioranza.

Siamo chiamati ad essere una minoranza a favore, inserendo una profezia, una differenza che segnala che il Vangelo può donare qualcosa agli uomini e alle donne di oggi.

Il cristianesimo della grazia. Gesù è il salvatore di tutti. Lo Spirito Santo comunque è incluso in tutti i cuori. La fede come adesione esplicita non condizione l’amore dello Spirito e non è necessario per la salvezza. Lo spirito non è legato ai sacramenti.

Gaudium et spes 22: Cristo è morto per tutti. Dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo lavora per entrare in contatto con tutti con il mistero pasquale.

3.La fede cristiana è in se stessa nell’ordine del non necessario per quanto riguarda la salvezza. La gente non la ritiene più necessaria per vivere. È Dio stesso che in Cristo Gesù ha deciso di rendersi non necessario. È in sé disponibile senza mai imporsi e non condiziona la risposta. Ha donato a tutti lo Spirito. Ciò che è necessario a tutti alla salvezza è l’amore, la carità. Non saremo giudicati sulla fede ma sull’amore. In tutti e tutte c’è una grazia prima o una fede elementare, una fede pratica, fede di seconda mano e che in qualcuno, per una grazia seconda (Gv 1,17) di aver incontrato il Signore Gesù. Oppure la fede del discepolo o la fede confessante. Qualcuno. Gesù nel Vangelo ha 12 apostoli, delle discepole e tante persone che lo seguono. Non c’è una sola forma di vivere la fede. Testimoniare la fede in un contesto secolarizzato segnato dalla pluralità dai percorsi umani. Una fede fatta passare come necessaria non ha più senso oggi. Il vangelo ci precede.




4. La necessità dell’evangelizzazione. Si può vivere senza incontrare la perla rara, ma quando la s’incontra cambia la vita. Non possiamo rinunciare ad annunciare il Vangelo. L’evangelizzazione è necessaria:

a.     Per noi stessi che abbiamo ricevuto la grazia seconda. Siamo nello spazio dell’esigenza intrinseca.

b.    1 Gv: perché la nostra gioia sia piena. Manca qualcosa alla nostra gioia finché questo non è condiviso.

c.     EG: perché non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo. È per questo che noi evangelizziamo.

5. il Vangelo come grazia di umanità. Arriviamo e Dio è già li. La fede cristiana è un dono a tutti per diventare più umani e rendere più umano il mondo. Al centro del credo c’è un’affermazione: per noi uomini e per la nostra salvezza: per l’umano e per la sua pienezza. Conseguenza: lavorare ispirati dal Vangelo per rendere più umano la vita di un fratello e una sorella è sufficiente. C’è bisogno di qualcuno che esca e che lavori per l’umano ispirato dal Vangelo. C’è un umano che è portatore di un Vangelo.

6. La chiesa luogo ospitale di racconti. La fede cristiana non è una filosofia di vita, è una relazione che prende forma nella storia: una relazione in corso. La Chiesa è prima di tutto uno spazio di narrazione, una casa nella quale risuonino i racconti delle storie delle salvezze. Luogo che protegge e favorisca i racconti e intreccia le grandi narrazioni delle meraviglie di Dio, con le proprie storie di salvezza. Gli altri devono vedere in noi la verità dei racconti che facciamo e fanno spazio ai loro racconti. La Chiesa come locanda dei racconti.

7. Il contenuto della catechesi: la persona di Gesù, il Kerigma. Francesco EG 154: Gesù Cristo ti ama ed è vivo al tuo fianco. Dobbiamo annunciare questa cosa. C’è bisogno di qualcuno che ci dica: guarda che Gesù Cristo ti ama. Non sarà completo, ma è generativo. Altro termine del Kerigma che Francesco indica è: misericordia.

8. I contenuti della catechesi. Nella Tradizione della Chiesa sono stati custoditi i contenuti, che hanno la funzione di salvaguardare il contenuto e di non deturpare il volto di Gesù. C’è stato un grande sviluppo. Tutti questi contenuti sono le esplicitazioni cognitivi, morali, rituali, etiche che scaturiscono dalle Scritture. Il libro della catechesi è la Sacra Scrittura. Gli altri testi sono sussidi, mediazioni. Quattro sintesi: Credo, Sacramenti, comandamenti. Padre nostro.




9. La fede: una fiducia intelligente. Dio si è consegnato ai nostri racconti e anche alla nostra intelligenza. L’annuncio regge al dialogo con le grandi domande della vita e della cultura. La ragionevolezza della fede è esigenza di tutti e di tutte. L’annuncio è pertinente in questa condizione culturale? È questo che mi devo porre come domanda. Ho desiderato vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto (Agostino). Il pensare è costitutivo della fede per riconoscere l’identità di colui che ci è venuto incontro. Sensatezza dell’atto del credere, la sensatezza della speranza. In questo orizzonte c’è spazio per il dubbio. Occorre autorizzare ad essere sempre critici. Paul Claudel: il dubbio è un omaggio della libertà di Dio all’uomo.

10. Per una fede popolare. Legittimazione di una figura di fede vivibile da tutti, in particolare dalle persone più semplici, che sgorga dai problemi della vita, con tutte le dimensioni della vita (gesti, affetti, ecc.). Valore della religiosità popolare. La religiosità popolare è sorta come antidoto a forme di espressioni della fede tropo dotte. È alimentata da tre esigenze:

a.      semplicità del rapporto con Dio.

b.      Possibilità di una relazione diretta, e non solo mediata dai sacerdoti. Immediatezza

c.      Relazione utile.

C’è una profezia nella religiosità popolare. Recuperare un cristianesimo popolare che entri in rapporto di reciprocità con il cristianesimo tradizionale e dotto.

 

 

 

 

mercoledì 6 giugno 2018

Vangelo e Cultura nella riflessione di Papa Francesco




Paolo Cugini

    La comunità che esce per evangelizzare incontra nel suo cammino realtà culturali differenti. Sul rapporto Vangelo e cultura Papa Francesco dedica pagine e riflessioni significative sulle quali vale la pena soffermarsi[1]. Il Papa è consapevole della diversità dell’annuncio del Vangelo in un contesto in cui lo stesso è già stato seminato e sta portando frutti, e altri contesti in cui il Vangelo non è mai arrivato o, se arrivato, ha subito resistenze e rifiuti. Le culture che sono state evangelizzate posseggono risorse tali di Vangelo che non si possono identificare con la mera somma dei suoi membri[2]. «Una cultura popolare evangelizzata contiene valori di fede e di solidarietà che possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente» (EG 68)[3]. Nel percorso di evangelizzare le culture, nei paesi di tradizione cattolica si tratta di accompagnare e rafforzare il cammino intrapreso. Papa Francesco è ben consapevole del processo di secolarizzazione in atto nel mondo Occidentale, per questo, in queste situazioni l’invito consiste nel pensare e favorire nuovi processi di evangelizzazione delle culture. Quando si tratta di questi processi d’inculturazione[4] non si può avere fretta. Inculturazione, infatti, significa non solo cogliere il tesoro già presente in ogni cultura per l’azione dello Spirito Santo che anticipa e accompagna l’annuncio del Vangelo, ma anche valorizzarlo per coglierne le novità da applicare in ogni campo della spiritualità. Occorre avere cura e dialogare con ogni forma di cultura popolare incontrata nel cammino, perché: «oltre a costituire il sostrato che custodisce l’autocomprensione della gente, sono un vero soggetto di evangelizzazione»[5].

    Occorre mettere in rilievo anche le resistenze e il processo di purificazione degli elementi negativi che ogni cultura porta con sé. Per Papa Francesco nel mondo Occidentale la cultura deve ancora purificarsi di alcuni elementi negativi che non solo non corrispondono la Vangelo, ma anche al rispetto della dignità dell’uomo e della donna. Tra questi il Papa segnala il maschilismo, l’alcolismo, la violenza domestica, le superstizioni e le credenze fatalistiche. Il Vangelo quando è seminato in una cultura non produce lo stesso modello in tutte le culture. L’inculturazione non è un processo di riduzione verso l’uniformità e la massificazione. Infatti, il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale. A questo proposito Francesco cita un passaggio della Novo Millennio ineunte al numero 40, che vale la pena ascoltare: «Il cristianesimo restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico, e alla tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui esso è accolto e radicato« (EG 116).
    Se la diversità culturale era ben visibile nella Chiesa dei primi secoli, diversità che si esprimeva anche nella diversità di liturgie[6], non sempre la stessa diversità è stata rispettata. Una certa tendenza ad uniformizzare le culture incontrate dal Vangelo è emersa nel corso dei secoli nella storia della Chiesa. Tenendo conto della critica proveniente soprattutto dal continente Latinoamericano, molto sensibile al rispetto delle diversità culturali per la presenza di differenti culture esistenti sul territorio, Francesco sostiene che:

 Nell’evangelizzazione di nuove culture o di culture che non hanno accolto la predicazione cristiana, non è indispensabile imporre una determinata forma culturale, per quanto bella e antica, insieme con la proposta evangelica. Il messaggio che annunciamo presenta sempre un qualche rivestimento culturale, però a volte nella Chiesa cadiamo nella vanitosa sacralizzazione della propria cultura, e con ciò possiamo mostrare più fanatismo che autentico fervore evangelizzatore (EG 117).

    E’ esplicito in questo passaggio, il riferimento alle tesi sostenute dalla Teologia della Liberazione[7] che spesso hanno accusato la curia romana di identificare il messaggio kerygmatico con le forme culturali greche dei primi secoli, utilizzate per esprimere il nucleo della fede cattolica. Joseph Ratzinger ha sempre sostenuto che l’incontro del Vangelo con la filosofia greca è stato provvidenziale e non casuale o accidentale[8]. E’ stato con gli strumenti della filosofia greca che, nei primi secoli, i Padri hanno potuto strutturare gli articoli del Credo e, questo dato, secondo la riflessione di Ratzinger. non può essere considerato casuale, ma provvidenziale.  Secondo i teologi della liberazione l’epoca Patristica ha fornito un bellissimo esempio d’inculturazione del Vangelo[9], ma il Kerygma quando è annunciato in un contesto culturale, esige di essere espresso con le categorie di quella specifica cultura. Papa Francesco, nel testo sopra riportato, sembra sostenere queste tesi, aprendo quindi lo spazio nella Chiesa a forme diverse di esprimere le verità di fede, a partire dalla cultura che il Vangelo incontrata. In questa prospettiva, Evangelii Gaudium cita un passaggio dell’esortazione post-sinodale di Papa Giovanni Paolo II Ecclesia in Oceania, quando sostiene che:

 I vescovi dell’Oceania hanno chiesto che lì la Chiesa sviluppi una comprensione e una presentazione della verità di Cristo partendo dalle tradizioni e dalle culture della regione e hanno sollecitato tutti i missionari a operare in armonia con i cristiani indigeni per assicurare che la fede e la vita della Chiesa siano espresse in forme legittime appropriate a ciascuna cultura (EG 118).

    Questo passaggio dell’Evangelii Gaudium è in sintonia con il discorso realizzato da Francesco nel gennaio 2018 nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia[10]. In quella circostanza il Papa sosteneva con non è possibile alcun cammino di evangelizzazione senza il rispetto delle culture incontrate. Si può entrare nelle culture altre solamente nel modo in cui Mosè, sollecitato da JHWH, si è avvicinato al roveto ardente: togliendosi i sandali. Riconoscere la bellezza e della cultura altra, ringraziando per il contributo apportato, è il primo passo per poter annunciare la gioia del Vangelo con umiltà e attenzione. Significative e, allo stesso tempo, indicative di un percorso che la Chiesa dovrebbe compiere ogni volta che incontra sul proprio cammino un popolo con una propria cultura specifica, sono le parole iniziali nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia:

Grazie per la vostra presenza e perché ci aiutate a vedere più da vicino, nei vostri volti, il riflesso di questa terra. Un volto plurale di un’infinita varietà e di un’enorme ricchezza biologica, culturale e spirituale. Quanti non abbiamo queste terre, abbiamo bisogno della vostra saggezza e della vostra conoscenza per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione[11].

    C’è, dunque, nelle parole del Papa, lo sforzo di creare empatia con la cultura del popolo incontrato, un aggancio che permetta ad un certo punto del dialogo di annunciare la novità del Vangelo. Questo sforzo empatico deve poter proseguire seguendo l’esempio del discorso di Paolo all’Areopago di Atene quando, ad un certo punto del discorso cita una poesia della cultura greca del popolo al quale stava dirigendo il discorso. Lo stesso compie Papa Francesco nel discorso citato ai popoli dell’Amazzonia quando, ad un certo punto, cita uno degli aspetti più significativi della cultura di una regione dell’Amazonia che si trova nella regione Andina, vale a dire il: SUMAK KAWSAY, che tradotto significa Ben vivere. Questa proposta culturale, ripresa in modo particolare dalla costituzione boliviana, è la concretizzazione dell’ideale di armonia cosmica, comunitaria e personale, in cui il valore della vita è il dono maggiore che si deve ricercare non solo per le persone, ma anche per le piante, gli animali e per la propria terra. In questa proposta, l’intercambio tra le persone non si misura attraverso i benefici economici prodotti, ma per la crescita delle relazioni umane, che ci aiutano a diventare più fratelli e sorelle[12]. L’aggancio con elementi specifici della cultura con cui si sta dialogando, permette al Papa di muoversi in due direzioni complementari. La prima, la richiesta agli stati che si implementino politiche interculturali che tengano conto della realtà e della visione del cosmo dei popoli, «formando professionisti della loro stessa etnia che sappiano affrontare la malattia secondo la propria visione del cosmo»[13]. Il discorso di Francesco riprende in diverse circostanze appelli come questo, che cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica al rispetto e allo sviluppo di quegli aspetti fondamentali della cultura dei popoli amazzonici che ne permettono la sopravvivenza. In secondo luogo, il richiamo finale di Francesco è sui valori evangelici e sul ruolo della Chiesa in questa specifica cultura.
Cari fratelli dell’Amazzonia, quanti missionari e missionarie si sono impegnati con i vostri popoli e hanno difeso le vostre culture! Lo hanno fatto ispirati dal Vangelo. Anche Cristo si è incarnato in una cultura, quella ebrea e, a partire da quella, si è donato a noi come novità per tutti i popoli in modo che ciascuno, a partire dalla propria identità, si senta autoaffermato in Lui […] Ogni cultura e ogni visione del cosmo che accoglie il Vangelo arricchisce la Chiesa con la visione di una nuova sfaccettatura del volto di Cristo. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le chiese locali amazzoniche[14].

    Abbiamo analizzato e presentato il discorso del Papa ai popoli dell’Amazzonia perché, a nostro avviso, rappresenta una concretizzazione del delicato rapporto tra Vangelo e cultura espresso nell’Evangelii Gaudium. E’ alla fine che Francesco annuncia il Vangelo, dopo essersi, per così dire, aperto il varco con una serie di agganci culturali con i popoli locali, richiamando l’attenzione su quanto andava dicendo. Il Papa si è sporcato le mani, si è immerso nella cultura del popolo per farsi riconoscere. Non c’è stato un discorso cattedratico, con l’esplicitazione di una dottrina e la richiesta di ascoltare e basta. Al contrario, quello che il Papa ha presentato è il cammino del Vangelo che apre le porte dei cuori e delle coscienze creando delle sintonie, facendo appello alla comune umanità[15]. Solo incarnandosi, che in questo caso specifico significa conoscere la cultura dell’altro, è possibile aprire i cuori all’annuncio del Vangelo, anche nella consapevolezza che non è detto che il metodo abbia successo, come del resto è accaduto nel caso del discorso di Paolo all’Areopago di Atene citato sopra.
    La comunità in uscita non può, dunque esimersi di mettersi in ascolto delle culture, degli stili di vita, delle espressioni esistenziali degli interlocutori che incontra nel cammino e ai quali desidera annunciare con gioia la Buna novella. E’ un modo per ricordarsi che lo Spirito Santo è sempre all’opera e continuamente ci precede. Si tratta allora, del delicato lavoro di ascolto per non correre il rischio di considerare negativo ciò che lo Spirito ha già operato di buono nelle culture, in quel processo frettoloso che vuole semplicemente impiantare qualcosa, senza prima prendersi il tempo di accompagnare, ascoltare e valorizzare ciò che di buono incontriamo.



[1] Molto interessante, a questo proposito, la prolusione che mons. Gianfranco Ravasi ha tenuto alla Facoltà Teologica del Triveneto il 28 marzo del 2018, in occasione del Dies academicos. Si trova in: http://www.fttr.it/wp-content/uploads/2017/03/Fttr-dies2017-RAVASI.pdf. Sul tema Vangelo e Cultura di Papa Francesco valgono le citazioni riportate nel paragrafo della Chiesa Popolo di Dio

[2] Valgono a questo proposito, le profonde riflessioni di Francesco ancora sul Vescovo Toribio il quale, nelle sue visite pastorali, volle arrivare non solo all’altra riva geografica, ma anche culturale. “Fu così che promosse on molti mezzi un’evangelizzazione nella lingua nativa. Con il terzo Concilio di Lima dispose che i catechismi fossero tradotti in quechua e in aymara. Spinse il clero a conoscere e studiare la lingua dei loro fedeli per poter amministrare i sacramenti in modo comprensibile” (ivi, n. 2).
[3] Lo stesso concetto Francesco lo ribadisce nel discorso ai partecipanti alla plenaria del pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione del 29 settembre 2017, in cui afferma che: “Da ogni popolo verso cui andiamo emerge una ricchezza che la Chiesa è chiamata a riconoscere e valorizzare per portare a compimento l’unità di tutto il genere umano di cui è segno e sacramento (cfr. Lumen Gentium 1) […] La ricchezza che proviene alla Chiesa dalla molteplicità di buone tradizioni che i singoli popoli possiedono è preziosa per verificare l’azione della grazia che apre il cuore ad accogliere l’annuncio del Vangelo”

[4] Cfr. in modo particolare il documento della Commissione Teologia Internazionale, Fede e inculturazione, 1989. Il testo italiano si trova in Civiltà Cattolica 140 (1989), I,158-177. Sempre sul tema interessanti anche le riflessioni del gesuita brasiliano MIRANDA, M.F., Inculturazione della fede. Un approccio teologico, Queriniana, Brescia 2002
[5] Dal discorso di Papa Francesco ai nuovi vescovi ordinati nel corso dell’ultimo anno del 14 settembre 2017: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/september/documents/papa-francesco_20170914_nuovi-vescovi.html

[6] Cfr. in modo particolare: E., MAZZA, La mistagogia. Le catechesi liturgiche della fine del IV secolo e il loro metodo, Edizioni Liturgiche, Roma 1989
[7] Cfr. in modo particolare: J.M.,VIGIL, «Il paradigma pluralista e i compiti della teologia. Verso una rilettura pluralista del cristianesimo», in Concilium 1 (2007) 41-51; L. BOFF, Il Cristo cosmico è più grande di Gesù di Nazaret?, in Concilium 1 (2007) 74-83
[8] Cfr. J., RATZINGER,  Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Ed. Cantagalli, Siena 2003
[9] Lo sostiene, tra gli altri, anche R., CANTALAMESSA, Dal Kerygma al dogma. Studi sulla cristologia dei Padri, Vita e Pensiero, Milano 2006
[11] Ivi, p. 3
[12] Sul concetto di Ben vivere cfr.: A., ACOSTA, «El “buen vivir” para la construcción de alternativas», Conferencia en el Encuentro Latinoamericano del Foro Mundial de Alternativas, 2008; BENALCAZAR,C., El buen vivir, más allá del desarrollo: la nueva perspectiva constitucional, 2008.06.11, en: América Lati tina en Movimiento, ALAI. [http://alainet.org/active/24609&lang=es]; O.,SALAZAR,  El principo del buen vivir o Sumak Kawsay como fundamento para el decrecimiento económico, in: Cuadernos de Filosofía Latinoamericana, Vol. 36 / No. 113 / 2015 / pp. 83-99; HOUTART, F., «El concepto de sumak kawsai (buen vivir) y su correspondencia con el bien común de la humanidad», in: ALAI, América Latina en Movimiento 2011-06-02, http://www.dhl.hegoa.ehu.es/ficheros/0000/0738/15._El_concepto_de_sumak_kawsai.pdf

[13] Ivi, p. 3
[14] Ivi, p. 5
[15] Lo stile di Papa Francesco presentato in questo contesto, mi sembra molto in sintonia con lo stile dialogico del Concilio Vaticano II così come lo presenta il teologo Theobald. Non a caso l’autore, nel primo capitolo del libro, fa riferimento proprio a Papa Francesco sulla questione dello stile. Cfr. C., Theobald , L’avvenire del Concilio. Nuovi approcci al Vaticano II, cit. p. 31

martedì 22 maggio 2018

La Chiesa come Popolo di Dio nell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco




Paolo Cugini

Il perno dell’impostazione ecclesiologica di papa Francesco è la ripresa di uno dei temi centrali del Concilio Vaticano II, vale a dire la Chiesa come Popolo di Dio. In un recente saggio Roberto Repole afferma che: “La categoria più importante con cui il Concilio Vaticano II ha parlato della Chiesa è stata quella del Popolo di Dio”[1]. Quando la Lumen Gentium descrive la Chiesa nel suo svolgimento storico, lo fa parlando della Chiesa come Popolo di Dio. Francesco riprende, dunque un’immagine di Chiesa, cara al Concilio, ma che per tante ragioni nei decenni successivi era andata perdendosi, lasciando spazio ad altre immagini, prima fra tutte la Chiesa come comunione. Con Francesco, dunque, c’è una ritrovata centralità della categoria ecclesiale di Popolo di Dio, che il Papa esprime in diverse occasioni sin dagli inizi del suo pontificato.

L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. E’ la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen Gentium al numero 12. L’appartenenza ad un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza ad un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare. Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori. Sentire cum Ecclesia dunque per me è essere in questo popolo”[2].

 La Chiesa è un mistero che sorge dalla Trinità e s’incarna storicamente in un “Popolo pellegrino ed evangelizzatore”. E’ questa idea di popolo, così centrale nella riflessione conciliare[3], che permette a Papa Francesco di sviluppare un’idea a lui cara e che riprenderà anche in altri documenti, vale a dire il dato biblico, che il pensiero profetico ha, ad un certo punto del suo percorso, sviluppato e approfondito, che tutti sono chiamati alla salvezza. E’ questo “tutti”, che acquisisce una dimensione universalista nella riflessione bergogliana, e che provoca e stimola la Chiesa ad allargare i propri orizzonti. La sensibilità ecclesiale di Francesco che esprimerà non solo nei pronunciamenti magistrali successivi, primo fra tutti il capitolo ottavo dell’Amorsi Laetitia, che affronteremo in seguito, è già ben evidente nei primi passi del suo pontificato. La Chiesa come Popolo di Dio esprime la volontà di un destino universale della salvezza. Anche questo tema è mutuato dall’impostazione conciliare che esprimeva il desiderio di una Chiesa aperta a tutti, sentita e percepita come casa di tutti, senza nessun escluso[4]. “Mi piacerebbe dire a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, a quelli che sono timorosi e agli indifferenti: il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con rispetto e amore” (EG 114). Senza dubbio è possibile percepire in simili espressioni il nesso tra universalismo della salvezza e Chiesa della misericordia, anche questo tema assi caro a Papa Francesco, che segna in profondità il suo pontificato.

 La percezione che nessuno si salva da solo, implica l’importanza di una convocazione ecclesiale rivolta a tutti. “Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa. Gesù non dice agli Apostoli di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite. Gesù dice: Andate e fate discepoli tutti i popoli (Mt 28,19)” (EG 113). Francesco fa notare che, quest’appello di Gesù, fu recepito sin dall’inizio dalla comunità cristiana. Infatti, San Paolo afferma nella lettera ai Galati che “non c’è più giudeo né greco… Perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Se, allora, i cristiani sono invitati ad annunziare a tutte le genti il Vangelo della salvezza, ciò significa che essere Chiesa vuole dire essere Popolo di Dio, aperta a tutti, senza esclusione di nessuno. La dimensione missionaria della Chiesa è intrinsecamente legata alla comprensione che ha di se stessa come Popolo di Dio.

La più significativa conseguenza dell’immagine della Chiesa come popolo di Dio è la corresponsabilità di tutti al processo di evangelizzazione. Nessuno deve sentirsi escluso, soprattutto in virtù del battesimo, che ci rende tutti figli e figlie di Dio, con uguale dignità.

“Tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici. Il primo sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità e di cui dovremmo sempre essere orgogliosi, è il battesimo. Attraverso di esso e con l’unzione dello Spirito Santo, i fedeli vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo” (LG 10).

 E’ da questa importante presa di posizione del Concilio Vaticano II che Papa Francesco rilancerà con forza la necessità di una Chiesa in cui tuti e tutte si sentano corresponsabili. A partire dalle importanti intuizioni espresse nell’Evangeli Gaudium sulla corresponsabilità dei laici alla vita della Chiesa, Francesco ha espresso più volte e in diverse circostanze la portata ecclesiale della visione della Chiesa come Popolo di Dio. Da una parte, conduce alla valorizzazione del laicato e, dall’altra, ad una nuova comprensione del ministero presbiterale. Famose, a questo proposito, sono le reiterate prese di posizione nei confronti di quella malattia endemica che Francesco chiama clericalismo[5], tipica di chi vive il ministero più come un prestigio personale, che come un servizio da realizzare all’interno del popolo di Dio, in relazione al gregge affidato.

“Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è un élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi ma che tutti formiamo il santo popolo fedele di Dio […] Siamo, come sottolinea bene il Concilio Vaticano II, il Popolo di Dio, la cui identità “è la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio” (LG, 9)[6]

In questa prospettiva per Francesco diventa di fondamentale importanza il lavoro che viene svolto nei seminari, durante gli anni che preparano i futuri pastori del gregge. Nel discorso che il Papa ha tenuto all’incontro con i vescovi responsabili del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM) nel 2013, sosteneva che la formazione dei seminaristi non può essere orientata solamente alla crescita personale, ma alla sua prospettiva finale: il popolo di Dio[7].
C’è dunque, una comune dignità che ci rende tutti figli e figlie di Dio, appartenenti allo stesso Popolo di Dio, chiamati per vocazione ad annunciare a tutti la gioia del Vangelo. E’ su questo dato specifico che si fonda la corresponsabilità di tutti i fedeli, nessun escluso. Certamente, la sensibilità su questo specifico tema così caro a Papa Francesco deriva dal cammino della Chiesa Latinoamericana dalla quale proviene. In ogni modo, è significativo sottolineare che la scelta di Francesco di utilizzare e valorizzare l’immagine della Chiesa come Popolo di Dio non è casuale e arbitraria, ma fonda un modo specifico d’intendere il ruolo dei fedeli laici, la loro corresponsabilità e ministerialità.

Proprio perché è Popolo di Dio, la Chiesa è invitata ad incarnarsi in tutte le culture che incontra sul proprio cammino. La cultura dice del modo di essere di un popolo. E’ nella cultura di un popolo che incontriamo la sua identità, perché raccoglie il suo stile di vita, le proprie modalità espressive maturate durante i secoli e che lentamente si sono strutturate in una forma specifica. Siccome la persona umana è per sua natura relazionale, tende a costituire una società. “L’essere umano è sempre culturalmente situato: natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse. La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio s’incarna nella cultura di chi lo riceve” (EG 115). La Chiesa, dunque, non può esistere se non inculturata. E’ questa la lezione che deriva da testi conciliari come LG 13 e GS 53-62.
“Il popolo di Dio nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le risorse, le ricchezze, le consuetudini dei popoli, nella misura in cui sono buone e, accogliendole, le purifica, le consolida ed eleva” (LG 13).

Questa sensibilità tipicamente conciliare, deve comunque molto al particolare tipo di recezione avvenuta in America Latina e, soprattutto, in Argentina. E’ ormai parere comune[8]che l’idea della Chiesa come popolo di Dio presente in modo così significativo nel magistero di Papa Francesco, oltre ad essere espressione del contributo conciliare al dibattito sulla Chiesa, viene mutuato dal Papa a partire dalle riflessioni della teologia del popolo di matrice argentina. Vale la pena, allora, soffermare la nostra attenzione un istante su questo passaggio. Secondo il teologo argentino Scannone, La teologia del popolo formulata in Argentina a partire dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso, costituisce una versione contestualizzata della teologia della liberazione che, in quegli anni del dopo-concilio, si andava formulando in America latina[9]. La teologia del Popolo identifica con quest’ultimo termine i poveri che, oltre a costituire la maggioranza della popolazione, mantengono e trasmettono la cultura propria del popolo a cui appartengono[10]. Due elementi fondamentali derivano da questa basilare constatazione.
 La prima, è l’attenzione costante che la teologia del popolo ha mantenuto sulle culture locali, come forma di sopravvivenza dell’identità dei poveri. Non a casa Papa Francesco dedica pagine significative nel suo magistero al tema delle culture non solo nell’Evangli Gaudium, ma anche tutte le volte che nei suoi viaggi entra in contatto con popoli le cui culture locali sono minacciate. Toccare la cultura di un popolo significa mettere a rischio la sua sopravvivenza. Significative sono le reiterate prese di posizione nei confronti della salvezza delle culture dei popoli indigeni, minacciate dalla distruzione causata dalle multinazionali stranieri sul territorio latinoamericano. L’altro aspetto importante è la presa di posizione nei confronti dei poveri. Non a caso, i teologi argentini sosterranno l’opzione preferenziale per i poveri, realizzata per la prima volta nel 1968 a Medellin. Ecco perché Scannone sostiene che:

“L’opzione preferenziale per i poveri, realizzata a Medellin e formalizzata a Puebla (1979), non si oppone all’opzione compiuta da quest’ultima Conferenza per l’evangelizzazione della cultura e delle culture dei popoli, giacché, de facto, coincidono. E probabilmente anche de jure, perché sono loro – i Juan Pueblo, le persone comuni prive dei privilegi del potere, dell’avere o del sapere – che fanno trasparire nel modo migliore e più autentico la cultura comune del Popolo”[11]

Prima di essere una categoria sociologica, il popolo indica uno stile di vita comune, che identifica un popolo rispetto ad un altro. In questa prospettiva, afferma Repole, “Il popolo di Dio non può che esistere strutturalmente nei diversi popoli, ovvero nelle differenti culture: è l’unico popolo di Dio, che esiste però concretamente come abitato dalla pluralità dei popoli e delle culture in cui vive”[12]

Del rapporto Vangelo e cultura così come Papa Francesco lo intende ne tratteremo in modo approfondito più avanti. In questo paragrafo, strettamente legato al tema della Chiesa come Popolo di Dio, è importante sottolineare una tematica che nella Evangeli Gaudium è centrale, vale a dire il sensus fidei dei credenti[13]. L’evangelizzazione dei popoli non può essere delegata ad un corpo speciale della Chiesa, perché tutti, in virtù del Battesimo, sono discepoli e missionari:

 “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile in credendo. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza. (EG 119)[14].

Secondo Papa Francesco, Dio ha dotato i fedeli di un sensu fidei, un istinto della fede, che gli permette di discernere ciò che viene direttamente da Dio. Del resto, questa intuizione è in linea con la teologia del cuore che il pensiero profetico aveva elaborato all’epoca dell’esilio in Babilonia, che sosteneva che Dio avrebbe impresso nel cuore di ogni uomo la sua legge, per permettere a tutti di conoscerla. In virtù del Battesimo ogni fedele riceve lo Spirito Santo che concede loro una relazione intima, intuitiva con la realtà divina, che dona loro una saggezza speciale, anche se non posseggono gli strumenti adeguati per esprimerla con precisione. Probabilmente Francesco deduce queste riflessioni dal suo lavoro pastorale precedente, svolto all’interno della Chiesa argentina. Sono le situazioni critiche della vita che conducono i fedeli a sperimentare la forza dello Spirito Santo ea discernere la scelta giusta da realizzare. In questa prospettiva il sensus fidei, prima di essere un tema teologico, è un’esigenza che il Popolo di Dio sperimenta nel vissuto quotidiano. In ogni modo, tutti i membri del Popolo di Dio sono discepoli e missionari, chiamati ad annunciare il Vangelo a tutti. Non si può parlare di nuova evangelizzazione e di nuovo impulso missionario, senza il coinvolgimento effettivo del Popolo di Dio.
 Chi ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio non può esimersi dall’impegno di evangelizzare. Per questo compito, sottolinea Francesco, non c’è bisogno di corsi specifici, perché l’esperienza dell’amore di Dio vissuta dal cristiano è sufficiente per il primo annuncio. E’ esplicito il richiamo in questi passaggi, alla riflessione realizzata nella Chiesa latinoamericana e contenuta nel documento di Aparecida, in cui s’invitano tutti i discepoli e missionari a realizzare una grande missione su tutto il territorio del Continente[15]. Il teologo Repole ha fatto notare come Francesco porti sul campo della pastorale ordinaria un tema centrale nel Vaticano II, ma che non fu sufficientemente approfondito nel dopo concilio[16]. Il sensus fidei del Popolo di Dio permette di comprendere meglio il senso di una Chiesa tutta coinvolta nel processo di evangelizzazione e chiamata a discernere i segni dei tempi nel vissuto quotidiano. Ecco perché la teologia argentina ha sempre avuta un’attenzione particolare per la pietà popolare, come espressione del sensus fidei fidelium. L’ha considerata come un elemento costitutivo del cammino del popolo di Dio. Anche Papa Francesco collega il sensus fidei alla pietà popolare, presentandola come espressione del Vangelo inculturato e invita a leggere le sue azioni quali espressioni di una vita teologale, “dal momento che vi è all’opera quello Spirito Santo di cui i cristiani sono unti”[17]. Agli occhi di Papa Francesco le azioni della pietà popolare, che non ha nulla da spartire con la devozione popolare, sono la manifestazione di una vita teologale animata dall’azione dello Spirito Santo che è stato riversato, come ci ricorda san paolo nella lettera ai Romani, nei nostri cuori (cfr. Rom 5,5). La pietà popolare è, in questa prospettiva, “spiritualità incarnata nella vita dei semplici” (EG 124)[18].




[1] REPOLE, R., Il sogno di una Chiesa evangelica – L’ecclesiologia di papa Francesco, cit. p. 50; cfr.: ALMEIDA, L. et al. El futuro de la reflexión teológica en América Latina. Bogotá: Editorial CELAM, 1996. p. 195-241;
[2] SPADARO, A., Intervista a papa Francesco, p. 459
[3] Cfr. VITALI, D., Popolo di Dio, Cittadella, Assisi 2013
[4] Per la posizione conciliare su questo tema specifico della prospettiva universalista della salvezza cfr.: CANOBBIO, G., Chiesa perché. Salvezza dell’umanità e mediazione ecclesiale, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994. Cfr. anche: YÁNEZ, H. M. (a cura di). Evangelii gaudium: il testo ci interroga. Roma: Gregorian University Press, 2014. p. 159-170
[5] Cfr. “Il clericalismo si dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartiene a tutto il Popolo di Dio (cfr. LG 9-14) e non solo a pochi eletti e illuminati” in Lettera del Papa Francsco al Cardinale presidente della Pontificia Commissione per l’America Latine, sta in: FRANCISCO, Palabra profetica y mision, Santiago de Chile, Ed. Copygraph, 2016 p. 15
[6] FRANCESCO, Il santo popolo fedele di Dio, in Il Regno/Doc 61 (2016/7), 201-2014, p. 202
[7] “La formazione è un’opera artigianale, non poliziesca. Dobbiamo formare il cuore. Altrimenti formiamo piccoli mostri. E poi questi piccoli mostri formano il popolo di Dio. Questo mi fa venire davvero la pelle d’oca […] Bisogna sempre pensare ai fedeli, al popolo fedele di Dio. Bisogna formare fedeli che siano testimoni della resurrezione di Gesù. Il formatore deve pensare che la persona in formazione sarà chiamata a curare il popolo di Dio. Bisogna sempre pensare nel popolo di Dio” (discorso citato in: SPADARO, A. Svegliate il mondo! Colloquio di Papa Francesco con i superiori generali, in La Civiltà Cattolica
[8] Cfr. REPOLE, R., Il sogno di una Chiesa evangelica – L’ecclesiologia di papa Francesco, Cit., p.65s; SCANNONE, JC., Quando il popolo diventa teologo, EMI, Bologna 2016; ID, Vientos nuevos del Sud: La teología argentina del pueblo y el Papa Francisco, in Rev. Pistis Prax., Teol. Pastor., Curitiba, v. 8, n. 3, 585-611, set./dez. 2016; SCANNONE, J. C. Papa Francesco e la Teologia del popolo. La Civiltà Cattolica, n. 3930, p. 571-590, mar. 2014; POLITI, S. Teología del pueblo: una propuesta argentina a la teología latinoamericana 1967-1975. Buenos Aires: Ediciones Castañeda, 1992.
[9] Su questo tema specifico cfr. GUTIERREZ, La teologia della liberazione, Queriniana, Brescia 1968; SCANNONE, J.C., La teologia della Liberazione. Caratteristiche, correnti, tappe in Stromata 38 (1982) p. 3-40
[10] Cfr. SCANNONE, J.C., Quando il popolo cit. p. 13s
[11] Ivi, p. 14
[12] REPOLE, R., Il sogno di una Chiesa evangelica, cit. p. 67; cfr. anche su questo tema: GALLI, C. M. El pueblo de Dios en los pueblos del mundo. Catolicidad, encarnación e intercambio en la eclesiología actual. 1993. 455 f. Tesi (Dottorato in Teologia) — Facultad de Teología, Universidad Católica Argentina, 1993.
[13] Su questo tema cfr. VITALI, D., Sensus fidelium: una funzione ecclesiale di Intelligenza della fede, Morcelliana, Brescia 2013; Commissione Teologica Internazionale, Il Sensus fidei nella vita della Chiesa (disponibile in francese sul sito della Santa Sede),  giugno 2014.
[14] Significativo notare che in nota il testo rimanda al numero 12 di LG.
[15] Cfr. CELAM, Aparecida
[16] Cfr. REPOLE, R., Il sogno di una Chiesa evangelica, cit. p. 71
[17] Ivi, p.75
[18] C’è      ui, in questo passaggio significativo, un’espicita citazione del documento di Aparecida, di cui Bergoglio fu uno dei principali redattori.