venerdì 23 ottobre 2026

Una liturgia che abita i margini

 




Paolo Cugini

 

 

Come celebrare insieme a persone che conoscono l’esclusione, la precarietà e l’esperienza di non essere ascoltate? La domanda non riguarda soltanto l’adattamento di un rito a un ambiente diverso. Invita a interrogarsi su chi possa prendere parola, su quali esperienze trovino spazio nella celebrazione e su come una comunità possa riconoscersi nei gesti che compie. Una liturgia dei margini comincia quando le persone non sono considerate destinatarie di una proposta già conclusa, ma interlocutrici nella costruzione di un’esperienza condivisa.

Trasportare in un contesto marginale un modello celebrativo elaborato altrove, senza interrogarsi sulla sua comprensibilità e sulla sua capacità di accogliere la vita locale, rischia di produrre distanza. Il problema non è la provenienza romana del rito, né il valore della tradizione che esso custodisce. È l’idea che le sue forme espressive possano essere applicate allo stesso modo ovunque, come se le lingue, le memorie e le condizioni concrete delle persone fossero elementi secondari. Il riferimento cristiano all’incarnazione offre una prospettiva diversa: la vita concreta non è un ostacolo da superare per incontrare il Mistero, ma il luogo nel quale cercarne la presenza. Pensare una liturgia inculturata significa allora prendere sul serio le parole quotidiane, il corpo, le relazioni, le ferite e le speranze delle persone. Non basta aggiungere un canto locale a una celebrazione rimasta estranea al contesto. Occorre domandarsi se l’intero modo di accogliere, parlare, ascoltare e pregare permetta alla comunità di esserci davvero.

Una celebrazione capace di abitare i margini richiede persone disponibili a un ascolto che maturi nella frequentazione del contesto. Non si tratta soltanto di raccogliere informazioni per preparare meglio un incontro. Si tratta di imparare quali parole siano familiari, quali gesti abbiano significato e quali forme di partecipazione possano mettere qualcuno a disagio. Questo ascolto esige tempo e disponibilità a rivedere le proprie abitudini. I margini, inoltre, non costituiscono un mondo uniforme. Anche in una stessa comunità convivono storie, sensibilità e desideri differenti. Pensare insieme la celebrazione significa non attribuire a tutti un’unica voce e non trasformare la sofferenza in un’identità obbligatoria. Chi vive una condizione di esclusione deve poter esprimere anche gratitudine, gioia e progetti, oppure scegliere il silenzio. La partecipazione autentica comprende il diritto di non raccontare pubblicamente il proprio dolore.

Nel contesto di una favela dell’America Latina, la domanda iniziale potrebbe non riguardare le tovaglie, i candelabri o le vesti liturgiche, ma la possibilità che ciascuno si senta accolto e riconosciuto. Questo non impone di contrapporre la bellezza alla povertà. Anche uno spazio semplice può essere curato con attenzione, e anche chi vive nella precarietà può desiderare una celebrazione solenne. La questione è l’ordine delle priorità: gli oggetti e le forme devono servire l’incontro, non diventare il criterio con cui misurare il valore di una comunità. Aiutare le persone a sentirsi amate dal mistero rivelato in Gesù significa offrire spazio a preghiere comprensibili, a canti nei quali possano riconoscersi e a gesti che non richiedano di abbandonare la propria storia. Nell’idea di liturgia come azione del popolo emerge così una domanda decisiva: il popolo partecipa soltanto a ciò che altri hanno preparato, oppure contribuisce a discernere come celebrare? La creatività non consiste nel moltiplicare le novità, ma nel cercare insieme forme che rendano possibile una presenza consapevole.

Non esiste una struttura unica da proporre a tutti i contesti marginali: diventerebbe un altro modello imposto dall’esterno. Si può tuttavia immaginare un percorso da discutere con la comunità, tenendo conto della struttura del rito romano e distinguendo ciò che può essere preparato insieme dalle modifiche che richiedono un discernimento e un’autorizzazione specifici.

La sfida di una liturgia inculturata non consiste nel scegliere tra tradizione e vita, ma nel cercare il loro incontro senza cancellare la singolarità delle persone. Una celebrazione dei margini non dovrebbe idealizzare la precarietà né fare dell’esclusione uno spettacolo. Dovrebbe aiutare una comunità a riconoscere che la propria esperienza merita ascolto e che la gioia del giorno del Signore può essere espressa senza assumere parole e sensibilità estranee.

Il passaggio decisivo è forse questo: da un rito semplicemente portato in un luogo a un rito abitato dalle persone che vi vivono. Non una celebrazione preparata per i margini senza interpellarli, ma un cammino nel quale ascoltare, discernere e celebrare insieme. La domanda da custodire, al termine, rimane concreta: chi ha potuto esserci con la propria voce, la propria storia e la propria libertà?

 

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