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martedì 4 aprile 2017

ETICA PROFESSIONI E RESPONSABILITÀ SOCIALE: UNA CONIUGAZIONE POSSIBILE?







PROVINCIA DI REGGIO EMILIA
NOI CONTRO LE MAFIE
VII EDIZIIONE
3-8 APRILE 2017

Sintesi: Paolo Cugini

Antonio Nicaso, Scrittore e Storico
L’Italia è il paese dove il potere invisibile è visibile. La mafia è un potere che pochi hanno voluto vedere. La mafia è un fenomeno storico che non è facilmente definibile. La mafia in Italia è tutto ciò che lo Stato italiano ha voluto che fosse. Senza i rapporti con la politica e le istituzioni la mafia non sarebbe sopravvissuta così a lungo. Giovanni Falcone era convinto che Cosa Nostra dialogasse con tutti quei soggetti che avrebbe potuto ricavare utilità. Per capire la mafia a Reggio Emilia occorre tener in considerazione un termine: relazione. Le mafie sono di più che un’organizzazione violenta. Le mafie per poter sopravvivere hanno bisogno della relazione con il potere. Ciò ci aiuta a capire la complessità del fenomeno. Capitale sociale definisce l’insieme di risorse di cui dispone un individuo. È un’area intermedia tra il legale e l’illegale, fatta di tante sfumature di grigio. 
Problema del riciclaggio del denaro sporco. Si calcola che nella classifica dei paesi dove venga investito capitale illecito l’Italia è al 4 posto. Es.: un avvocato calabrese suggerisce ad un boss di aprire un ufficio negli USA. Siamo dinanzi a persone intelligenti e scaltre, che non conoscono la geopolitica: per questo è importante l’avocato che conosce le leggi e le situazioni. Importanza del professionista che costituisce una fase importante dello sviluppo delle mafie. Tra i professionisti che collaborano con la mafia ci sono avvocati, bancari, artigiani, medici e altro. Quando parliamo di etica e di morale facciamo riferimento al costume, alle scelte quotidiane. Occorre essere onesti ed evitare gli equivoci. L’etica è un componente essenziale nello sviluppo del mercato. La teoria economica ha sempre riconosciuto l’importanza della fiducia. Comportamenti virtuosi tendono a dare fiducia e benessere. Grazie all’etica si possono valorizzare i contributi del libero mercato. Anche Adam Smith sosteneva l’importanza dell’etica nello sviluppo dei mercati.

Ignazio de Francisci (Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Bologna)
Mi sono occupato di criminalità e antimafia. Sin dall’inizio delle indagini si sono presentati molti casi di professionisti che non facevano uso dell’etica nel loro lavoro. Cosa Nostra non sarebbe quella potenza che è se non avesse avuto collegamenti col mondo politico e con la società. In questi collegamenti spiccano i professionisti perché gli uomini di onore pur essendo carichi di spietatezza, non si sanno muovere in alcuni mondi dove sono richiesti competenze. Un esempio è la medicina. La mafia è dentro gli ospedali, le cliniche private. Ogni famiglia mafiosa ha i suoi collegamenti. O ha un uomo d’onore medico, oppure ogni capo mafia aveva persone a loro disposizione. È uno di quei casi che veniva inquadrato come concorso esterno. Caso del medico che a chiamata del mafioso prestava servizi e la sua attività anche recandosi a domicilio. Questa rete di aiuti rende forte l’organizzazione mafiosa. Quasi sempre i pubblici ministeri hanno fallito quando hanno cercato di condannare un medico per reato di collaborazione con la mafia. Non è facile perché è difficile trovare un termine che spieghi il tipo di coinvolgimento del medico. È difficile trovare il riscontro. 
Anche quando si trovarono le cartelle cliniche e le falsificazioni delle stesse cartelle cliniche, il caso rimaneva difficile da risolvere. Altro aspetto di questo tipo di complicità riguarda i periti. Tante volte i mafiosi arrestati, fingevano di essere pazzi e puntavano al proscioglimento con il ricovero in ospedali psichiatrici giudiziari. Tutte queste figure avevano un corredo di professionisti che attestavano la loro pazzia. Erano sempre gli stessi nomi dei professionisti che favoreggiavano i mafiosi sul tema delle perizie. Altri professionisti imputati sono gli avvocati. Queste indagini sono difficili perché si chiede un supplemento di prova. È più facile condannare un killer che un professionista. Spesso, a causa di ciò, le indagini vengono rallentate. Se non ci fossero queste stampelle esterne la mafia sarebbe molto meno potente. Occorre evitare la tentazione del denaro facile perché è qui che entra la mafia. Anche la cocaina e la prostituzione finanzia la mafia. Le passioni criminali portano denaro alla mafia. Si crea un circuito criminale che avvelena tutta la società. Vorrei che l’Emilia Romagna non assomigliasse mai alla mia triste Sicilia.

Alessandra Dino (Docente di sociologia giuridica Palermo)
Rapporto fra etica e legalità: è controverso. A chi parla di giustizia bisogna chiedergli: da che parte stai? Responsabilità significa criticità. Etica della professione universitaria dovrebbe contribuire a creare cittadini responsabili. Lo studioso non può essere imparziale. Il politico invece deve fare delle scelte, costruire consenso e non deve scontentare il suo elettorato. Che cosa è diventata la nostra università? Max Weber parlava dell’intimità del sapere dicendo che ruolo del sapere è quello di aiutare le persone a capire il senso vero del suo operare. G. Colombo diceva che la democrazia non può andare a braccetto con atteggiamenti infantili. La democrazia è difficile, impegnativa. La nostra Università comprendiamo come sia stata piegata a logiche economiche e politiche. Si usa solo lo strumento quantitativo per valutare l’efficienza del sistema universitario. L’università non è un’agenzia di collocamento. La libertà di pensiero è la base della democrazia. Rapporto etica e denaro. La moneta si è fatta strada assumendo un ruolo fondamentale nella nostra società. Il purgatorio è nato per salvare i ricchi dall’inferno. La vendita delle indulgenze serve per salvare gli usurai.
 Oggi ciò sembra un vecchio ricordo. Il denaro ha modificato la nostra vita. George Simmel: il denaro è uno strumento che cambia le relazioni, dalla qualità alla quantità. C’è chi ha eguagliato la moneta al linguaggio. Ciò ha profonde conseguenze. Il denaro ha un ruolo importante nelle organizzazioni criminali. Lungo la scia dei soldi mafiosi e del riciclaggio di capitali illeciti, si salda la relazione fra organizzazioni criminali e crimini potenti. Le mafie si spingono a cercare criminali potenti. I corrotti sono proprio i mafiosi che apprendono l’utilizzo del riciclaggio del denaro sporco. Nasce il sistema criminale. Offrono prodotti di consumo comune: prostituzione, gioco d’azzardo, ecc. Il 40% dei maschi adulti frequenta abitualmente prostitute. L’elemento più pericoloso è che il crimine dei potenti è fondativo è innovativo: i criminali potenti ridefiniscono le regole, che sperimenta nuovi comportamenti. Occorre andare oltre la dimensione del lecito e della mera legalità perché non riesce a cogliere la profondità del problema. Socializzazione delle perdite. Il crescere delle disuguaglianze crea un circolo vizioso. C’è una correlazione tra diseguaglianza e corruzione. Quando la democrazia è posta al servizio della finanza è la fine. Oltre il 43% dei ragazzi vorrebbe andare via dall’Italia. La disoccupazione giovanile è al 40%. La povertà relativa e assoluta è in continua crescita dal 2015. La povertà non è solo un dato numerico, ma porta conseguenza sulla scarsa tenuta degli aspetti democratici e della tenuta del tessuto sociale. Il meridione è la zona più colpita in Italia. Siamo dentro uno scenario poco bello e dalle tinte fosche. In questo scenario può capitare che sia l’economia a dettare le leggi alla morale. In un mondo che è votato alla produzione della ricchezza la morale trova poco posto. 
Questo modello propone una mozione di giustizia come ineguaglianza. Lo stimolo meritocratico nega la realtà perché non riesce a vedere il rischio e l’insicurezza che è creata dalla logica del denaro. Cosa fare? Occorre intervenire all’interno di riforme politiche, intervenire sul modo d’investire i fondi economici. Occorre investire maggiormente sulla ricerca. La prosperità di un paese non corrisponde dalla quantità di denaro, ma da come le risorse vengano distribuire. Per dare un posto centrale all’etica dobbiamo ripensare il modo di vivere in democrazia. Il ruolo dell’Università in questa prospettiva è fondamentale. Noi possiamo al massimo convincere, perché possiamo determinare delle proposte che cambiano le regole nefaste che producono ingiustizie e disuguaglianze.

sabato 29 ottobre 2016

LOTTARE CONTRO LA CORRUZIONE POLITICA: INCONTRO A BRESCELLO-RE



Giovedì 3 novembre alle ore 21 a Brescello nella sala Prampolini si terrà la presentazione del libro Rivoluzione. Diario di una rivoluzione politica nel Nordest brasiliano. L'incontro fa parte di una serie d'incontri organizzati dal gruppo SCIOGLIERE L'INDIFFERENZA. QUI ED ORA PER BRESCELLO, che ha l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica sui temi della mafia e della corruzione politica. 

martedì 18 ottobre 2016

PRESENTAZIONE DEL LIBRO SULL'OPERAZIONE AEMILIA



Segnalo un'importante iniziativa che si terrà a Brescello sabato 22 ottobre alle ore 17 dove verrà presentato il libro di SABRINA PIGNEDOLI sull'operazione AEMILIA. Conoscere meglio il fenomeno della mafia sul nostro territorio è un modo significativo per prevenirlo.

martedì 28 giugno 2016

BUON VIAGGIO DON EUGENIO





LA VITA COME CAMMINO

don Paolo Cugini
C’è un’immagine che ricorre spesso nei Vangeli, vale a dire quella di Gesù che cammina sulla strada con i suoi discepoli. È sulla strada che Gesù ha svolto la sua missione. È sempre sulla strada che Gesù ha incontrato le persone, gli ammalati, i poveri. È, infine,  sulla strada che Gesù ha annunziato l’avvento del Regno di Dio, regno di pace, di giustizia, di fraternità.
Ho conosciuto don Eugenio guardando una foto. Era il 1992 e in seminario, dove allora mi trovavo per prepararmi al ministero, il Centro Missionario Diocesano aveva organizzato una mostra fotografica sulle missioni diocesane. Mentre guardavo le foto ne trovai una che ritraeva una persona che camminava spedita non si sa dove sulla strada impolverata del sertao della Bahia. Chiesi a chi era vicino a me chi fosse il personaggio in questione e mi venne risposto: “È don Eugenio Morlini, uno tosto”. Incuriosito dal personaggio andai a frugare tra le lettere dei missionari diocesani, che erano state appena pubblicate in quel periodo. Lessi con interesse alcune delle lettere che don Eugenio scriveva alla fine degli anni ’70. Mi colpirono molto alcune delle sue parole che esprimevano una sete di giustizia impressionante. Era l’epoca delle lotte contro i latifondisti locali, che opprimevano i poveri. A distanza di circa venticinque anni, mi ricordo ancora un pezzo di una di queste lettere nelle quali don Eugenio diceva che, sino a quando ci sarebbero stati dei poveri che soffrivano le ingiustizie dei potenti, non si poteva rimanere nel chiuso delle chiese per celebrare delle liturgie. Affermazione forte e senza dubbio provocatoria, che esprimeva comunque uno dei maggiori insegnamenti del cammino della Chiesa Latinoamericana vissuto nelle comunità di base, vale a dire il legame tra fede e vita.

Ciò che celebriamo nella liturgia dev’essere il riflesso di ciò che viviamo nella vita di ogni giorno e viceversa.  Non possiamo osannare in chiesa il Dio della vita e poi disinteressarci di chi soffre e rimanere indifferenti dinanzi alle cause dell’ingiustizia. Nelle comunità di san Bartolomeo e Codemondo questo stile è molto presente e, mi sembra, la maggior eredità che lascia don Eugenio a noi. Ogni volta che celebriamo alla domenica il giorno del Signore, c’impegniamo a vivere come il Signore ha vissuto, ad assimilare la sua sete di giustizia, a desiderare di costruire ponti dove il mondo semina odio, a rimanere sensibili dinanzi alle sofferenze dei fratelli e delle sorelle che incontriamo nel nostro cammino, a rimanere aperti sul mondo e non chiusi nel nostro orticello.

Essere amici di don Eugenio vuole dire sforzarci di percorrere a nostro modo i sentieri che lui stesso ha percorso mostrandoci il cammino. Sono i sentieri della pace, della lotta contro le mafie, dell’attenzione ai più poveri, agli ammalati, ai lontani. Sono anche i sentieri che lo hanno portato in quelle parti del mondo piene di tensioni e di sofferenze, per portare un po' di sollievo. Mentre lo ringraziamo per il servizio che ha svolto per tanti anni in mezzo a noi, lo raccomandiamo al Signore perché lo tenga in salute e perché continui a seminare le sementi del Regno di Dio nella nuova tappa della sua vita. Buon cammino Eugenio.


martedì 8 marzo 2016

LEGALITÀ' E MISERICORDIA






Testimonianza di Vincenzo Linarello – Veglia “Legalità e Misericordia
1 marzo 2016 – Chiesa di Gualtieri


Grazie per l’invito. E’ veramente commovente e bello per noi che quest’incontro avvenga il 1° marzo, che questa data sia rimasta nel cuore di molti una data di memoria, di riscatto e liberazione.
Goel oggi è una realtà particolare e ci siamo sempre chiesti come definirci. L’ultima attenzione che ci piace è “comunità di riscatto”. Essere comunità, perché oggi Goel è composto da 10 cooperative sociali, due associazioni di volontariato, 2 cooperative non di tipo sociale e 28 aziende agricole, che operano in settori molto diversi: dai servizi sociali ai servizi sanitari con persone che hanno disturbi mentali, dall’accoglienza dei migranti ad attività di turismo responsabile; dall’aver messo in piedi una Cooperativa di aziende agricole vittime di ‘ndrangheta, fino a creare un marchio di moda per ridare lavoro e dignità alle tessitrici calabresi.
Sono settori molti diversi e da un po’ di tempo ci vediamo tutti quanti insieme perché ci piace l’idea che alle tessitrici stia a cuore cosa accade agli operatori sociali, che agli operatori sociali stia a cuore cosa accade agli agricoltori, che agli agricoltori stia a cuore cosa accade agli operatori turistici, e così via. E’ la faticosa costruzione di una comunità che poggia su un progetto di riscatto. Da qui il nome che ci siamo dati, Goel, che abbiamo scelto con grande attenzione quando nel 2003 ci costituimmo. Il Goel, nell’antico Israele, era colui che pagava il prezzo del riscatto di chi era caduto in schiavitù e lo restituiva, diremmo oggi, allo stato di “cittadino libero”. E ci piaceva questa idea perché la consideriamo alla base di un progetto di liberazione: tu che non sei vittima della schiavitù, che non hai avuto una situazione negativa alle spalle, sei disponibile a pagare il prezzo del riscatto dell’altro. Ed è così che si costruisce la “comunità di riscatto”.
Dentro questo tipo di percorso, l’idea di riscatto ovviamente riguarda un territorio come quello della Calabria, con la disoccupazione, con la violenza della ‘ndrangheta, con quel sistema di alleanza negativa tra la ‘ndrangheta e le massonerie deviate all’interno del territorio, quel modo di ricattare nella quotidianità le persone, prenderle per il collo dei bisogni quotidiani per riuscire ad asservirle, per riuscire a indirizzare i voti e il consenso per assoggettare le persone. Ecco allora l’altro grande obiettivo: noi dobbiamo tracciare un percorso di liberazione che ci consenta di rendere a Cesare quel che di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Cosa vuol dire questo nella nostra esperienza? Vuol dire avere la forza di restituire a quel Cesare della ‘ndrangheta, a quel Cesare della massoneria deviata, a quel Cesare della politica corrotta quelle logiche. Ci vuole coraggio per restituire a Cesare quel che è di Cesare, perché rimandare al mittente la logica delle raccomandazioni, del clientelismo, la logica del potere, la logica della sopraffazione di cui tutti siamo pronti in qualche modo a denunciare quando siamo le vittime, ma che poi con grande facilità relativizziamo quando siamo noi a usufruirne direttamente. Allora quelle logiche vanno restituite, quella forma di potere, di privilegio, di cui in qualche modo si può godere. Pensate ai processi d’infiltrazione all’interno di questo territorio, una pesante infiltrazione che la ‘ndrangheta sta portando avanti. Ma questa infiltrazione porta dei soldi e questi soldi da qualche parte vengono spesi. Allora tutti siamo sicuramente pronti a denunciare la presenza della mafia nel territorio, ma chi è pronto a restituire i soldi ai mafiosi quando vengono a comprare nella propria impresa, nel proprio esercizio commerciale quando in qualche modo ti trovi nella “fortunata” situazione di bere quella bevanda avvelenata dall’infiltrazione?
Allora capite la forza, la potenza di questa frase di Gesù: dare a Cesare quel che è di Cesare. Non ci si può lamentare di alcune cose solo quando queste ci danneggiano. Bisogna avere la forza e la coerenza di restituire al mittente, anche quando questo ci potrebbe avvantaggiare. Dall’altro lato bisogna restituire a Dio quello che è di Dio. Cosa vuol dire? A me piace pensare alla logica della parabola dei talenti, dove il padrone consegna questi talenti dicendo ai servi di investirli e di ridarglieli con gli interessi. Cosa è di Dio? Cosa restituirgli? La vita, il creato, la nostra libertà. Bisogna avere la capacità di prendere queste cose che ci ha dato Dio e restituirgliele con gli interessi. Così anche la dignità, il non piegare mai la testa di fronte a nessuno, perché il primo dei comandamenti dice “non avrai altro Dio all’infuori di me”… Nessun mafioso, nessun massone, nessun potente e nessun politico è più di Dio. Non piego la testa di fronte a nessuno, ma non perché sono superbo, ma perché quella dignità originaria che mi ha dato Dio io la devo restituire integra, non consumata, non svenduta, non messa sotto i piedi attraverso il servilismo quotidiano di fronte a certe logiche di potere. E allora restituire a Dio la libertà con gli interessi, la vita con gli interessi, restituire a Dio il creato con gli interessi: capite la potenza di questa frase di Gesù.
Allora il ragionamento della misericordia, a mio avviso, assume un volto nuovo. Una delle cose che ho imparato stando nella Locride, in Calabria, incontrando anche quotidianamente le persone appartenenti alla ‘ndrangheta, è che la vera misericordia nei loro confronti passa necessariamente attraverso il coraggio. Io non posso essere misericordioso nei confronti delle persone che temo. Prima devo avere la forza di guardare negli occhi il mafioso, di non temerlo, di essere forte di fronte a lui, e solo dopo posso essere misericordioso. Questa era la capacità di Gesù che, quando era assediato dal potere, di fronte ai tentativi di metterlo a morte, di intrappolarlo, mostrava grande dignità: non tremava di fronte al potere, di fronte ai “mafiosi” dell’epoca.
I comportamenti della mafia fanno parte di ogni tempo: si organizzavano, cospiravano allo stesso modo di come si organizzano oggi e cercano di cospirare contro di noi. A fine ottobre è stato bruciato un intero capannone di una nostra azienda agricola, colpita per la settima volta: circa 100mila euro di danni. Allora, come reagire? Quale è l’atteggiamento giusto? Ricordo che quando andai da questa azienda, loro erano disperati, avevano paura, erano sconfortati, non volevano andare avanti. Ma noi non siamo soli, c’è la forza che ci viene da Dio. Allora gli ho detto: non vi preoccupate, hanno fatto un grosso errore a mettersi contro Dio, e trasformeremo questa cosa in una vittoria incredibile. Loro mi guardavano perplessi, a dire il vero, quando dissi questo. Però di fatto che cosa è accaduto? È successo che grazie alla solidarietà di tanti, alcuni presenti anche qui oggi, siamo riusciti in tempo rapidissimo a raccogliere ben oltre 70.000 euro e abbiamo ricomprato il trattore e ricostruito il capannone. Loro ci volevano depressi, ci volevano rinunciatari, volevano che dichiarassimo alla stampa che in questa terra non si riesce a fare più nulla, e invece noi abbiamo organizzato una festa. Il 19 dicembre abbiamo fatto la festa della ripartenza: siamo andati nei campi, abbiamo inaugurato il capannone nuovo, il trattore, con centinaia di persone venute insieme a noi, tra cui don Matteo e alcuni di voi. E quell’azienda agricola quest’anno ha venduto tutto, molto più dello scorso anno.
Il risultato dell’esperimento quale è stato? Che il male si è trasformato in bene. Se tiriamo in ballo Dio, non solo vinciamo la paura, ma ritorciamo contro il male, il male stesso. Ma rinunciare alla paura è la premessa alla misericordia. Io non sono dell’idea che non bisogna parlare con i mafiosi. Io con i mafiosi ci parlo, quando li incontro per strada in alcune situazioni mi ci fermo a parlare, li guardo negli occhi, non ho timore a dirgli che per me è totalmente sbagliato quello che fanno. E’ sbagliato per il territorio ed è sbagliato per loro stessi. In diverse situazioni ho fatto notare ad alcuni mafiosi, che quando loro si troveranno ad aver bisogno di essere ricoverati all’ospedale, andranno a quello stesso ospedale che per colpa del clientelismo e della raccomandazione probabilmente verrà guidato da persone inette; avranno, sì, la forza della violenza per chiedere di essere accuditi meglio di altri, ma chi li accudirà se coloro che sono stati selezionati magari sono il frutto di una certa logica clientelare? Alla fine patiranno la malasanità, patiranno il sistema che loro stessi hanno contribuito a creare.
Come Goel ci siamo detti che non dobbiamo vincere, noi dobbiamo convincere, questa è la misericordia. Misericordia è dire: la giustizia è questo, ed io sono così sicuro che la tua via è fallimentare che te lo dimostro in modo chiaro ed inequivocabile. Allora convincere vuol dire due cose: persuadere i mafiosi che la loro via è fallimentare. Chi di voi era a Locri alla manifestazione del 1 marzo 2008, si ricorderà forse che noi dal palco abbiamo detto: voi siete un’organizzazione che rovina il futuro dei suoi stessi figli all’interno del territorio, noi stiamo seguendo una strada che sta portando dignità e rispetto.
Allora convincere vuol dire persuasione, ma vuol dire anche avere la capacità di raccogliere la sfida di dimostrare che il Vangelo incarnato nella società è una risposta buona per tutti, anche per loro. Questo ci chiede lo sforzo di spremere le meningi e di lavorare, di sudare sangue per trovare soluzioni buone per tutti. Quando noi andiamo in alcuni paesini della Locride e cominciamo a parlare di legalità, di valori, di giustizia, ci sono persone che ti vomitano addosso la disoccupazione, l’abbandono. E sono cose vere, non sono false. E quella sfida bisogna che noi abbiamo il coraggio di assumercela, di prenderla sulle spalle e dargli una risposta. Una risposta è quella delle aziende agricole di Goel Bio, che invece di farsi pagare le arance a 5 centesimi al chilo, le fanno pagare a 40 centesimi al chilo. E abbiamo dimostrato che quelle aziende agricole vittime di ‘ndrangheta oggi ricevono il giusto prezzo per il lavoro nei campi. E questa è la dimostrazione chiara che si può far fronte a quelle ingiustizie, che poi sono l’humus su cui cresce la mafia, grazie alla forza dello Spirito Santo, alla creatività che viene dallo Spirito Santo, che ci porta a risolvere quei problemi, a dimostrare che il Vangelo non solo è giusto, ma funziona. Il grande ministero dei laici è dimostrare che il Vangelo funziona! Che funziona in economia, che funziona nella politica, nella società.
Questa opera non si costruisce da soli, ma con l’aiuto dello Spirito Santo, sudando e trovando soluzioni ai problemi. Solo così toglieremo alla ‘ndrangheta ogni legittimazione, toglieremo alla ‘ndrangheta ogni scusa perché la strada del Vangelo è una strada che funziona, su cui si possono costruire alternative serie. Allora la misericordia assume un altro volto: tu non neghi la relazione con il fratello che ha sbagliato, ma lo guardi negli occhi e gli dici che non hai paura di lui, non lo odi, e hai un’alternativa valida al fallimento totale che lui ha scelto. Il cuore della misericordia è questo! Ed era l’atteggiamento di Gesù, che non ha mai avuto paura di entrare nella casa dei pubblicani, dei farisei. Traduciamolo con il linguaggio di oggi… E’ andato nella casa dei politici corrotti, è entrato nella casa delle persone comuni, che non contavano nulla. Non ha mai avuto paura di confrontarsi con altri, perché dentro aveva la sicurezza che il messaggio che stava portando che gli veniva dal Padre, era un messaggio solido, che ha una risposta seria per chi sta male.

Ovviamente questo ha delle conseguenze che bisogna essere disposti a pagare. Però, credetemi, in questa battaglia non siamo da soli, e Dio è veramente pronto a spendersi insieme a noi, ad aiutarci a trasformare il territorio. Quindi, non tiratevi indietro, non giratevi dall’altro lato, non abbiate paura: restituite a Cesare quel che è di Cesare, aprite gli occhi sul territorio, impicciatevi di quello che accade, non cascate dalle nuvole e abbiate il coraggio di affrontare senza odio, perché noi non vogliamo vincere ma solo convincere, senza paura. Coraggio a tutti e facciamocela insieme. 

sabato 23 gennaio 2016

SERATA SUL GIUDICE ROSARIO LIVATINO - MARTIRE DELLA GIUSTIZIA




UNA MISSIONE TRA FEDE E DIRITTO
VENERDI’ 22 GENNAIO 2016
CENTRO PARROCCHIALE SACRO CUORE-RE

Rosario Livatino “martire della giustizia e indirettamente della fede” (Giovanni Paolo II) Incontro con Padre Giuseppe Livatino, postulatore della causa di beatificazione del giudice Rosario Livatino dialoga con il relatore: SALVO OGNIBENE, autore del libro L’EUCARISTIA MAFIOSA

Sintesi: Paolo Cugini
Il giudice Livatino è un punto di riferimento fondamentale. Chi ha la possibilità d’intraprendere un percorso nella facoltà di giurisprudenza incontrare un personaggio così è significativo.
Chi era Rosario Livatino?

Sono significative le due agende di Livatino. La sua vita è piena di scelte consapevoli e fatte con amore. Non studiava per il voto, ma per comprendere per domani svolgere bene il proprio ruolo. Livatino prendeva sempre il massimo dei voti. Non si accontentava di studiare e basta. Il suo sapere lo mette a disposizione degli altri. Spesso rinunciava alla ricreazione. Per Rosario c’erano delle priorità, tra le quali c’era l’aiutare gli altri. Per questo se qualcuno gli chiedeva un favore lui lo aiutava. Era il punto di riferimento della classe.

Livatino vince il concorso come Magistrato. Colpisce per la sua intelligenza spiccata. Nel 1979 comincia ad indagare sulle cosche mafiose. Manda alla sbarra per la prima volta i capi mafiosi di Agrigento.
Quando è morto i giornalisti non sono riusciti a trovare nulla, né foto né interviste. L’unica foto che hanno trovato era quella della sua patente.
Rosario ha un compito importante, però rimane sconosciuto, perché non amava far parlare di sé. Non si lasciò mai scappare un’indiscrezione. In pochi anni Livatino riuscì ad incarnare l’immagine perfetta del magistrato, che si limita solo ad applicare la legge.
Il giudice dev’essere garante della legge: quando il magistrato giudica deve garantire che sia applicata la giustizia.

Livatino era abituato a fermarsi a parlare con gli usceri.
Il rispetto del lavoro degli altri diventa prioritario nella sua impostazione.
In vita pochi sapevano della vita di Rosario. Nemmeno i suoi genitori sapevano che Rosario si fermava nella chiesa per pregare. Solo il parroco si accorse di questo. Scoprì chi era quell'uomo che si fermava al mattino a pregare solo dopo la sua morte, quando vide la sua foto nel giornale. Quella di Rosario era una fede vissuta, mai ostentata. Non era la fede della domenica. Tutte le volte che si confessava lo segnava sull’agenda.

E’ una fede che si costruisce pian piano.
Rosario visse molti momenti difficili. Scopre di essere tradito dall’ordine dei magistrati. Nel processo di Santa Barbara nel 1984 qualcuno diede un dritta per rallentare le indagini di Livatino. Si decise di affidare le varie indagini a gruppi di magistrati. Ciò significava una serie di mediazioni infinite: tutto era messo in atto per rallentare il processo. Il giochetto costò a Rosario due anni di astinenza dall’Eucarestia: non se la sentiva di assumere il corpo di Cristo in quello stato. Livatino si sentì tradito. Scrive nelle sue agende: qualcosa si è spezzato. Lui, comunque, continuò ad essere fedele alla magistratura.

Scopre che uno dei colleghi ha un fratello imprenditore e che la moglie di un suo collega è coinvolta in uno schema di clientelismo. Il procuratore capo si faceva offrire al bar il caffè dai mafiosi. Livatino continua a fare il suo dovere e lo fa in pienezza.

Rosario non agiva in questo modo per i soldi, o per lo status. Per Livatino il rendere giustizia era donazione di sé a Dio. Il rendere giustizia per lui era preghiera. Livatino non era un cristiano come tanti, ma viveva il Vangelo nella sua essenza.
Rosario si poneva sotto lo sguardo di Dio. Il peccato è ombra. Per giudicare occorre la luce e per amministrare la giustizia non poteva che camminare vicino a Dio.

Rosario segue il orso della cresima da adulto. Sente la necessità di quel sacramento. Riceverà la cresima a 36 anni.Spesso Livatino assumeva una posizione di Favor rei talmente impressionante che superava le proposte degli avvocati difensori. Rendere giustizia per Livatino era sanare un’ingiustizia. Concepisce lo spirito vero della pena: il recupero del soggetto che ha sbagliato.

Nel processo di beatificazione non ci sono testimonianze contrarie.
Rosario ha solo paura che siano danneggiati i suoi genitori.
Negli ultimi 10 giorni della sua vita Livatino non segna nulla nella sua agenda. La mattina del 21 settembre del 1990 lo raggiungono a 4 Km da Agrigento e gli sparano da dietro.
Livatino conclude degnamente la sua vita.

L’anatema di Giovanni Paolo II non era previsto. Sembra che prima di questo discorso avesse incontrato i genitori di Livatino.


giovedì 31 dicembre 2015

ALLA FINE CI VERRÀ CHIESTO SE SIAMO STATI CREDIBILI E NON SE SIAMO STATI CREDENTI



CONVEGNO NAZIONALE PAX CHRISTI
31 DICEMBRE 2015 – MOLFETTA

Tavola Rotonda: ALLA FINE NON CI VERRA’ CHIESTO SE SIAMO STATI CREDENTI MA SE SIAMO STATI CREDIBILI

Sintesi: Paolo Cugini

Don Luigi Ciotti (Libera)
Si sale sulla croce tutte le volte che si sceglie la parte ei poveri. I miei due grandi riferimenti sono il Vangelo e la Costituzione. C’è molta politica nel Vangelo nella sua vera accezione del termine quando denuncia. C’è molto vangelo nella costituzione. A Paola Sindaco dico quello che disse Martini: Dio non è cattolico, Dio è di tutti, ama tutti. Questo è molto importante e mi commuove a pensare alla stanza del silenzio per guardarsi dentro.

Ci sono 42 conflitti in atto in questo momento. In questi tempi di guerra non dev’essere impossibile parlare di pace. C’è un terrorismo economico, ambientale che impoverisce la terra. Non potrei non dire che il percorso militare è disastroso. Nel 2014 ci hanno consegnato il dato di 180 mila morti civili nelle guerre. Spesso è stata dichiarata guerra a regimi che noi abbiamo contribuito a costruire e consolidare. La forza è sempre una scorciatoia. Cosa fanno le Nazione Unite? Dove stanno? Sono nate per porre fine alle guerre. Oggi siamo circondati da tanti conflitti. C’è chi considera il pacifismo un idealismo. Il pacifismo è una fede concreta nella dignità della politica come strumento di pace. Stasera chiediamo alla politica di assumersi questo. Il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi, ma togliendo le cause che ha prodotto questo. La Camorra, Ndrangheta. Nella provincia di Foggia più di 400  persone sono state uccise dalla mafia. La Banca d’Italia ha palato di corrotti al suo interno. Noi siamo chiamati al dubbio.

Il mondo Occidentale deve interrogarsi sui meccanismi di morte che crea. Siamo in guerra. Dov’è il ruolo di quelle istituzioni. Dobbiamo chiamare per nome le istituzioni corrotte.
Livatino e Papa Woityla. Nella valle dei tempi si scagliò contro la mafia. Nel 1944 la chiesa siciliana diede la scomunica ai mafiosi. Il giornale della diocesi di Palermo nel 1897 chiama per nome i mafiosi per rendere conto dei crimini. Don Sturzo diceva che la mafia è in Sicilia ma la testa è a Roma. Corruzione e mafie vanno a braccetto.
C’è una velocità criminale molto forte. Woityla ha fatto 5 visite pastorali in Sicilia. Nella valle dei tempi è la seconda. 15 preti gli aveva mandato una lettera per dirgli di dire qualcosa. Mentre va al corteo il papa entra in una porticina. Il papa sta andandosene via aggrappandosi al pastorale torna indietro e si mette a gridare. Erano i genitori di uno ucciso dalla mafia dietro alla porticina.
Nella Laudato Si c’è un passaggio che è fondamentale. Bisogna prendere dolorosa cosciente e trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo e riconoscere qual è il contributo quello che ciascuno può portare. Se le cose non ci toccano non servono. Facendo memoria è un modo d’impegnarci più tutti.
L’umiltà del noi. Non è opera di navigatori solitari. Siamo piccoli. Il coraggio e l’umiltà richiedo umiltà e responsabilità. Ogni cittadino deve sentirsi responsabile di esigere i diritti dell’altro come se fossero i nostri.
In tutta Europa c’è un reddito minimo. Mi batto è per l’interazione e non per l’inclusione.
Da dopo l’abbattimento del muro di Berlino è bene chiedersi quanti muri abbiamo costruito, muri di filo spinato. La speranza ha bisogno anche di conoscenza. I muri che sono stati creati per respingere: 1200 Km di confine USA sul confine con il Messico. Migliaia di muri, di filo spinato in tantissime parti del mondo.
Facciamo emergere le cose belle che ci sono nel nostro paese: tanti giovani che ci mettono la faccia con coraggio. Abbiamo visto fare le mura per alzare le mura per proteggere i quartieri dei benpensanti.
I cittadini devono vedere che vengono restituiti a loro i beni confiscati alla mafia. Oltre 500 associazioni in Italia fanno uso dei beni confiscati alla mafia. Occorre avere un sistema legislativo che permetta questo.
Responsabilità è conoscenza. Sono le due anime del percorso formativo di cui abbiamo bisogno. Ci vuole un’educazione al bene comune.
La costruzione dell’uguaglianza, della giustizia sociale è compito della politica formale, ma c’è quella costruzione e compito informale ella politica che ci chiama in causa tutti come cittadini responsabili. Diventa comodo gridare alla corruzione se non c’impegniamo in prima persona. Uguaglianza non è la negazione della differenza, ma il riconoscimento di ogni differenza. Non possiamo stare zitti. Ci sono i soldi per le spese militari e non per quelle sociali. I conflitti fanno scattare la corsa alle armi. Il filo spinato è diventato la pubblicità per respingere la gente. Non ci sono i soldi per contrastare la povertà. E poi la sanità.
I minori in Italia al di sotto dei 18 anni sono 10 milioni. Ogni 100 persone minori di 14 anni ce ne sono 151 che hanno oltre 65 anni. Davanti abbiamo una società sempre più anziana e famiglie che si compongono in età sempre più avanzata.
C’è troppo un sapere di seconda mano, per sentito dire. Pace vuole dire le politiche sociali.
Conformismo, sfiducia e ribellione: sono i tre atteggiamenti che abbiamo trovato nei giovani. Ribellione costruttiva di tanti ragazzi. Hanno bisogno di adulti presenti e non invadenti, tolleranti, credibili e appassionati.

Daniela Marcone (Libera Puglia)
Figlia di Francesco Marcone 31/3/1995
Hanno ucciso mio padre con due colpi di pistola. E’ stata una persona credibile. E’ stato oggetto d’indagini tutte in salita. Non è stata una vicenda giudiziaria facile. Era il direttore del Registro di Atti a Foggia. Nel ’95 c’era la mafia del mattone. Chi aveva interesse ad uccidere un alto funzionario? La mafia che uccise questo funzionario era la mafia dei colletti bianchi. C’è un’economia che nel sommerso l’aspetto più pericoloso. Cosa sarebbe successo se l’assassinio di mio padre fosse stato processato subito? In realtà nessuno venne chiamato. Nessuno era indagato. Speravo che prima o poi mi sarebbe stata chiesta la possibilità di parlare. Venne composto un comitato cittadino. Chiedemmo alla città di affiancarsi a noi per la richiesta di giustizia. Se la risposta fosse arrivata subito la mia vita sarebbe stata diversa. Nel 75% dei casi di vittime della mafia non si ha risposta dalla giustizia. Anche nel nostro caso conosciamo una parte, ma non tutta. Il rischio è che camminiamo al fianco dell’assassino. Dare una risposta a mio padre mi richiamava al mio senso di responsabilità. Lo stato siamo noi: questo ci diceva nostro padre. Credibilità degli atti di ufficio di mio padre. Mons Casale fece un’omelia coraggiosissima al funerale del papà. Fu un richiamo molto forte. Per dieci anni ho cercato di mettere a posto le cose. Ho capito che la giustizia dei tribunali è importante, ma è la risposta di una città che cammina al tuo fianco che ti dà risposte ulteriori.
Le carte processuali mi avevano fatto conoscere una città in pericolo. Dopo 20 anni si è aperto un altro fronte: la scoperta dell’altro. Le persone che hanno sparato, che hanno ucciso mio padre, all’improvviso ho iniziato a vederli come uomini e non come mostri. Non è facile questo passaggio. E’ il percorso di LIBERA MEMORIA che stiamo facendo assieme alle vittime delle mafie. Considerare l’altro un nostro e non un mostro.

Mons Francesco Savino (Vescovo di Cassano)
Ruolo della Chiesa in questo cammino che ci chiede di perdonare e d’interrogarci di come porci da credenti?
Dopo la testimonianza di Daniela ho pensato come sia urgente superare la malattia dell’altzaimer culturale, spirituale. Oggi si vuole rimuovere una memoria che attiva processi di cambiamento. E’ necessario recuperare la memoria che ci aiuti ad attivare processi per nuovi stili di vita. Come non ricordare la serata del ’92 a Molfetta, con Bettazzi, Tonino. Ci siamo oggi sulle frontiere che ci portano a dire si.
Tonino era credibile perché aveva deciso da che parte stare: dalla parte degli ultimi, di quelle persone che allora come oggi fanno fatica a vivere con libertà la vita. Oggi come ieri dobbiamo dirci da che parte vogliamo essere. Non possiamo essere neutrali. Siamo credibili quando facciamo questa scelta, quando ci mettiamo la faccia, la vita.
E. Bloch piaceva tanto a don Tonino. Mai come in questo momento non possiamo rischiare di vivere di belle parole. In Papa Francesco c’è coerenza tra quello che dice e quello che fa. Non ci è dato di fuggire vigliaccamente, scegliendo Pilato o Barabba.
Costituzione (Calamandrei: la Costituzione è un impegno); Bibbia (occorre recuperare due domande: Dove sei? (Numero 160 della Laudato Si); Dov’è tuo fratello? Abbiamo preso gli immigrati e gli abbiamo detto: sei un dono. Pastorale inclusiva. E’ sulla inclusione la risposta della Chiesa. Il problema del Sud è un problema culturale. Passare dalla cultura dei favori alla cultura dei diritti. In Calabria i poteri forti hanno creato una cultura dove i diritti passano tutti per favori. Al Sud comincia a spandersi il virus dell’individualismo, narcisismo. Anche le cooperative c’è questo virus. Passare dalla cultura dell’indifferenza alla cultura della responsabilità, della partecipazione. I poteri ci vogliono divisi. Al potere piace che siamo individui e non una comunità. L’1% è proprietario del 60% dei beni del mondo.
Dobbiamo costruire questo soggetto sul bene comune. Francesco: la realtà è più dell’idea. La Calabria fra 10 anni sarà una regione dormitorio. La Calabria esporta tutti i cervelli giovanili. C’è la questione drammatica sul lavoro e qui la Chiesa non può tacere.
Paolo Natalicchio (Sindaca di Molfetta)
Dopo il 2000 è esploso il progetto della grande espansione urbanistica in modo impressionante. Anni difficili. Appalti che duravano 10 anni. Grandi opere, urbanistica e socialità. Pochi mesi prima di diventare sindaco è scoppiato un’indagine sulle manovre delle grandi opere. Nel silenzio della città sono arrivati i rinvii a giudizio alcuni giorni fa. La questione del Grande Porto, opera incompiuta, è la terza opera più grande d’Italia: 100 milioni di Euro. Un appalto complicato su cui sono rotolati problemi e dopo è arrivata la magistratura. Ha fato cadere sulle spalle della comunità una serie di presunti reati. Siamo rimasti scossi dagli elicotteri che arrivavano. Pochi mesi fa Raffaele Cantone ha scritto parole chiare.
Gare lunghe sugli appalti, tutte da rifare. Tanti lavoratori. Ci sono 24 lavoratori per 42 disabili. Evidentemente una certa politica ha usato il lavoro per tirare dentro.
Ci siamo messi a fare gli artigiani della Molfetta che volevamo. Siamo stati massacrati dalle critiche. Non abbiamo capito chi aveva progettato quel porto? Per quali industrie? Per chi?
Tentazione di scappare. Ho la convinzione di essere a servizio della mia terra. Le città non hanno piena consapevolezza di quello che si nasconde nelle sacche storiche della criminalità, nelle stanze ben dipinte dei poteri. Noi sindaci siamo quelli che come tanti parroci, siamo in prima linea.
La risposta più grande ai rigurgiti di ingiustizia sta nella rete di persone e società che vogliono la giustizia.

Sindaco di Palermo: carta di Palermo sulla mobilità umana internazionale. 

sabato 5 dicembre 2015

REGGIO CONTRO LE MAFIE




Sala consiglio Comunale RE

Venerdì 4 dicembre 2015
Decima iniziativa


Sintesi: Paolo Cugini

 LUCA VECCHI

Che cosa le istituzioni pubbliche possono fare? Adoperarsi, un controllo adeguato. Investire in una strategia della legalità, formazione. Portare avanti azioni quotidiane che sia in grado di dare conseguenze.
Il lavoro che la comunità deve fare è sulla cultura, riconoscere il fenomeno mafioso per sconfiggerlo. La forza delle istituzioni e la credibilità sono un grande deterrente per le mafie. Idea di una società aperta che si contrappone alla società chiusa nella paura. In questa prospettiva è molto importante l’unità della comunità. La battaglia politica non può impoverire il cammino dell’unità.

Centro di documentazione contro le mafie.
Sito: reggiocontrolemafie.it

Roberto Scarpinato, Il ritorno del principe
Dobbiamo liberarci dagli stereotipi. Mafia come criminalità.
La mafia si è trasformato in un’agenzia che offre beni di massa. Stupefacenti, prostitute, gioco d’azzardo, ecc.
Droga è cresciuta molto il consumo con la nascita della nuova borghesia cinese, indiana. Nei prossimi anni il 15% della popolazione consumerà droga.
Il problema è politico perché il capitale in mano alle mafie può diventare così ingente da condizionare l’economia.
Il vero nemico sono i vizi dell’uomo normale. E’ la banalità del male il nemico.
Oggi sono gli imprenditori che cercano i mafiosi perché riescono ad abbattere i costi.
Il fenomeno del rapporto con la mafia è ormai di massa.
Gli imprenditori mafiosi sono inseriti nel tessuto sociale e distruggono la concorrenza.
La mafia che non fa rumore cambia il rapporto con l’imprenditore. La mafia nuova viene incontro alla tua domanda e interagisce sul territorio con l’economia.
Gli strumenti della giustizia che abbiamo è per una mafia violenta e non per la mafia silente, la mafia che non ha bisogno di utilizzare la violenza.
Le mafie entrano nel territorio con la corruzione. L’uomo comprato è un complice.

GIANCARLO CAPALDO
Responsabile del gruppo antiterrorismo a Roma.
Sempre di più nel mondo moderno si afferma l’esigenza della sicurezza, perché senza questa non c’è libertà. Una società debba cercare una via di mediazione frutto dell’equilibrio. Spesso in un clima di esasperazione.
Oggi c’è molta tensione. Il momento militare può creare ostacoli. I fatti gravi bisogno anticiparli.
Consapevolezza dei cittadini di poter partecipare per vedere che cosa emerge. Ora non sappiamo ancora nulla. Non ci basta la sentenza, ma tanti soggetti che hanno collaborato senza costituire condotte sanzionabili dal punto di vista giuridico.

CARLO LUCARELLI
Mi sono stupito perché ci siamo stupiti perché probabilmente si erano crogiolati nell’dea di essere diversi e queste cose non succedono da noi.
Siamo come tutti. Questo processo deve restare qui perché se viene spostato conferma il pregiudizio che siamo diversi e che queste cose non ci appartengono.
Siamo diversi nella pragmaticità.

Modalità di radicamento delle mafie
La corruzione è un’emergenza criminale superiore alla Mafia. La corruzione ci viene a costare 60 miliardi di euro all’anno, che si prendono dallo stato sociale.
Abbiamo una corruzione che sta impoverendo sempre id più il ceto medio.
Oggi la corruzione è gratis, non costa nulla.
Regime della prescrizione. C’è una forma criminale che distrugge lo stato sociale, che mette in ginocchio il paese. Oggi il nuovo criminale è il mafioso con il colletto bianco.
C’è una fetta di capitale dirigente a Roma che non vuole essere controllato.
La mafia si muove ormai sul filo della corruzione e qui siamo scoperti.













martedì 1 dicembre 2015

CONTRO LE NUOVE MAFIE







Venerdì 4 dicembre 2015 alle ore 20.45 nella Sala del Tricolore (piazza Prampolini n' 1)

 si terrà l’incontro, aperto alla cittadinanza, dal titolo:


CONTRASTARE NUOVE MAFIE E TERRORISMO



 Ingresso gratuito.

Sarà realizzato un dialogo-intervista con ospiti:

- Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo, autore del libro “Il ritorno del principe”;

- Giancarlo Capaldo, procuratore aggiunto di Roma, responsabile del pool antiterrorismo, già coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia, autore del libro “Roma mafiosa”;

- Carlo Lucarelli, scrittore e giornalista Rai.

Conduce: Elia Minari, coordinatore di Cortocircuito, associazione culturale antimafia di Reggio Emilia.

Saluti di:
Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia;
Natalia Maramotti, assessora a Sicurezza e cultura della legalità.

mercoledì 18 novembre 2015

DAL SOVRAINDEBITAMENTO ALL'USURA






L’EMILIA E I NUOVI POVERI

ANALISI DEL FENOMENO E RISVOLTI PSICOSOCIALI
REGGIO EMILIA 18 NOVEMBRE 2015

Evento organizzato da LIBERA , SOS GIUSTIZIE, CAMERA DI COMMERCIO

Sintesi: Paolo Cugini


Manuel Masini
Obiettivo di darci degli strumenti. Occorre riconoscere le situazioni. Avere una cultura. Come capacità di analisi. Importanza di fare rete. La criminalità è organizzata e anche coloro che la combattono devono esserlo.


Lorenzo Frigerio (giornalista)
La mafia uccide i malavitosi. Dalla Chiesa: la mafia sta nelle maggiori città italiane. Bisogna capire il riciclaggio. C’è una rete mafiosa di controllo, che controlla il potere.
Capacità della criminalità mafiosa di estendere il proprio potere fuori dal raggio d’azione solito.

Articolo 416 Bis: colpisce l’azione riminale di tipo mafioso. E’ una norma che è contestata nelle udienze contro i mafiosi. Individua l’associazione mafiosa a partire dal metodo, di alcuni elementi. Senza il riferimento legislativo si corre il rischio di non capire il problema.
Calare l’articolo nel contesto emiliano.
Coloro che ne fanno parte: possono essere di qualsiasi regione.
Forza d’intimazione e un vincolo associativo che ha delle sue regole. Basta la semplice minaccia. Assoggettamento e omertà sono caratteristiche non solo del Sud, ma di ogni luogo dove la mafia si fa presente.
Estorsione e usura sono difficili da contrastare perché l’omertà è diffusa.
I magistrati parlano di omertà diffusa in contesti di sviluppo e cultura. C’è un grosso cambiamento culturale in questo senso. Il metodo è riproducibile in vari contesti, anche in quelli i n cui nessuno avrebbe immaginato. L’espansione delle mafie è frutto di mancanza di conoscenza del fenomeno. La diffusine della criminalità organizzata a livello internazionale è dovuta a elementi ben precisi. L’istituto del soggiorno obbligato. All’interno dell’operazione aemilia c’è il soggiorno obbligato c’è un tipo di nome Dragone 9/6/1982.
Soggiorno obbligato. I dati a disposizione sono dal 1987.
Processo migratorio degli anni ’70-
Sviluppo dell’industria e richiesta di mano d’opera a fronte del mancato sviluppo del Sud.
Interi quartieri si sono spostati dal Sud al Nord in ricerca di condizioni di vita migliori. Quando Dragone arriva, arrivano anche una serie di persone incensurate suoi amici, che vengono per cercare lavoro (criminale).
La stragrande maggioranza delle persone del sud che arriva è gente onesta. Chiaro che accanto a questi ci sono alcuni che fanno la scelta criminale sfruttando la rete dei parenti, mimetizzandosi all’interno di quel contesto. Non si può ridurre la presenza delle mafie al Nord con il fenomeno migratorio.
Disponibilità dei locali delle persone che abitano al Nord da tempo per fare delle scelte criminali. C’è la scelta criminale di persone del Nord. Senza questi appoggi la mafia non si sarebbe sviluppata. La sottovalutazione delle mafie è che c’erano anche un lavoro per insabbiare l’evidenza dei fatti.
L’obiettivo è l’arricchimento.
I meccanismi di usura nascono da un coinvolgimento sempre più mortale d’imprenditori a soggetti criminali.
Imprenditori che scelgono il socio criminale perché garantisce una serie di elementi che il socio legale non potrebbe garantire, come la liquidità di denaro, legami e rapporti con il mondo della politica; la capacità di esercitare la violenza.
28 gennaio: presenza di un’ndrangheta ramificata. E’ una propaggine di una locale di Cutro. Grande Aracri. Indagine che nasce da altri processi. Queste operazioni ci forniscono un quadro che ci dice che da 20 anni agisce una cellula cutresi che ha guadagnato autonomia. E’ il controllo delle menti. Un controllo che si fa forte del denaro.
N’organizzazione che ha saputo sviluppare le proprie capacità di forza a partire dal luogo. L’epicentro è Reggio Emilia. Nicolino Grande Aracri è il capo.
Tutto nasce 32 anni fa. 6 capi, organizzatori, affiliati, 219 imputati. Ci sono altri elementi pericolosi, che nascono dalla forza di questa cosca.
Omertà del mondo del giornalismo. C’è una ricostruzione secondo la quale questa organizzazione era attiva e pericolosa. Ci sono state parecchie sottovalutazioni legate all’incapacità di riconoscere il fenomeno per quello che era e si è lavorato per non farlo vedere. L’imprenditoria e un giornalismo a Reggio ha lavorato per insabbiare.

DON MARCELLO COZZI
Rischio di pensare che è un problema che riguarda altri, le associazioni preposte agli addetti ai lavori. Che cosa deve fare la gente?
La risposta è nel titolo dell’incontro. Abbiamo bisogno di leggi che possano rispondere. Non possiamo rimanere al di fuori. Sul piano sociale e culturale la riflessione ci deve riguardare. Che cosa c’entrano i poveri con le mafie?

In questi 20 anni abbiamo a che fare con un’usura di mafia. La riflessione deve partire dai numeri ma dobbiamo capire che cosa dicono questi numeri.
In questi ultimi due anni il 75% dei casi ascoltati di usura e indebitamento si tratta di usura di mafia. Dev’essere rivisto l’articolo 14 della legge 108, la legge anti usura, che riguarda il reintegro dei lavoratori autonomi che decidono di denunciare.
L’usura è la seconda voce in assoluto delle mafie. Il primo è la droga. La richiesta di droga è sempre molto alto. Non possiamo pensare che sia un fattore legislativo a sconfiggere il problema della droga.
Con libera si è lavoro su un’inchiesta della procura di Locri in Calabria: Usura bot delle mafie. Insieme d’inchieste fatte in tutt’Italia. La droga ha portato nelle case delle mafie 15 miliardi di euro. Sono 60 i clan mafiosi che si sono dati all'affare dell’usura su tutto il territorio del paese. 220 milioni di Euro nascosti nelle soffitte, nelle valigie, nei materassi.
Usura che si evolve, parliamo di usurai che chiedono di entrare nella società, acquistano delle quote nella tua società.
Villaggio turistico: 18 mila euro di usura al mese. L’usura di oggi si è molto evoluta.
Viene fuori un aumento del 113% rispetto al biennio precedenti di ascolti. Ascoltando le persone si coglie che a crisi non è passata.
Altro dato: nessuna richiesta di aiuto dalla Val d’Aosta e dal trentino. L’Istat sono le prime regioni in Italia per il PIL.

Le prime 5 regioni dalle quali sono venute ai servizi dello sportello SOS sono le 5 regioni del Sud. La crisi ha flagellato il Sud Italia.
Nel 2014 c’è stato un aumento di richiesta di aiuto di commercianti. C’è stato un calo vertiginoso dei lavoratori dipendenti. Perché? Ormai molti non si rivolgono più a noi che i debiti sono così tanti che nessuno è più in grado di aiutarli.

Sembra che molti si sono arresi dinanzi alla soluzione dei propri problemi.
Dobbiamo fermarci e riflettere. L’usura è la conseguenza di un sistema economico malato. L’usura è vissuta come male necessario. L’usura sembra essere diventata un ammortizzatore sociale.
Il problema è capire che mondo economico abbiamo costruito. E’ in questo sistema che occorre cercare le radici di quanto sta accadendo oggi. Ogni porta chiusa è una porta aperta per l’integralismo.