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mercoledì 19 novembre 2025

ASSEMBLEA DELLE COMUNITA’ IN UNA PARROCCHIA DI PERIFERIA DI MANAUS (AMAZZONIA)

 


Un momento dell'Assemblea


Un’incredibile esperienza di Chiesa

Paolo Cugini

 

 

Domenica 16 novembre si è svolta l'Asemblea nella parrocchia San Vincenzo de Paoli, costituita da sette comunità, più una in formazione, situata in una delle zone più calde della città di Manaus. Zona calda perché dominata da quel Comando Vermelho (Comando Rosso), fatto da trafficanti di droga che gestiscono il territorio e dove è importante apprendere alla svelta come ci si deve muovere e in che orari. Solo per fare un esempio. Per nove mesi mi è stato proibito di celebrare la messa e anche di passare in una zono molto povera dove stiamo tentando di costituire una comunità. Per celebrare la messa in quella zona devo chiedere l’autorizzazione ai trafficanti locali e, per ben nove mesi, non me l’anno data. Altro esempio. Nei primi mesi della mia permanenza nella Compensa – adoro essere il parroco di questo territorio – verso le 23 stavo passando in una stradina del quartiere. Ad un certo punto del cammino si sono avvicinanti due tizi che mi hanno chiesto: “dove pensi di andare?” . La domanda e il tono in cui mi è tata posta mi ha fatto intuire subito che si trattava di trafficanti della zona. Ho, quindi, prontamente risposto che ero il nuovo parroco della Compensa e che stavo tornando a casa. “Impari, allora, a dove mette i piedi. Qui siamo nella Compensa”. Da quel giorno, non sono mai più passato alla sera tardi in quella zona. Il messaggio mi era arrivato forte e chiaro.

Uno squarcio di Compensa


Che cosa significa annunciare il Vangelo in questo territorio? Che strategie pastorali mettere in atto? È stata questa la domanda che ha accompagnato l’annuale assemblea delle comunità. Più di cento persone si sono fatte presenti. Ormai sono abituati a convivere in questa situazione. Alle 20,30 le attività nelle comunità devono terminare: bisogna tornare a casa sani e salvi. Non c’è famiglia che non abbia da raccontare situazioni drammatiche vissute in questi anni. Non potendo affrontare il problema droga e traffico in modo diretto, cerchiamo di aggirarlo moltiplicando i progetti di prevenzione. Negli ultimi due anni si è sviluppato un grande lavoro di pastorale giovanile, che ingloba anche il progetto di Capoeira. Attraverso il progetto sociale Margens stiamo entrando nelle stradine del quartiere – in alcuni punti una vera ragnatela- per coinvolgere i bambini con proposta gratuite (musica, teatro, lezioni di inglese e altro). Ciò che mi colpisce di più negli operatori pastorali è la creatività. Ne inventano di tutti i colori. Ogni sabato preparo il calendario pastorale della settimana successiva: più di ottanta eventi di tipo religioso, sociale, ludico avvengono nelle comunità. Il parroco, che sono io, è presente nelle messe e nello studio biblico. Interessante è che non mi chiedono nemmeno di essere presente, che era uno dei motivi che mi stressavano di più quando ero in Italia. Se non ci sono sanno il perché.

I giovani della parrocchia che hanno partecipato al Giubileo dei giovani svoltosi nel mese di ottobre


Nella seconda parte dell’Assemblea sono state presentate le nuove coordinazioni pastorali delle comunità. Ogni comunità, infatti, è gestita da una coordinatrice pastorale, un amministrativo e un responsabile per ogni settore della pastorale (catechesi, liturgia, decima, salute, giovani, ecc.). Ogni due anni vengono rinnovate le coordinazioni. Una persona può decidere di rinnovare il mandato per una volta, poi deve consegnare il mandato. Questo modo di gestire la comunità è scritto nel direttorio arcidiocesano, frutto di un lavoro sinodale durato due anni. Quando nel luglio di due anni fa sono arrivato a Manaus, il Cardinale Leonardo mi ha consegnato il direttorio pastorale e quello amministrativo e mi ha detto: “studiali. Dovrai lavorare sulle linee pastorali indicate su questi due testi”. Sono rimasto favorevolmente colpito da queste parole, perché volevano dire che un prete quando entra in una parrocchia di questa diocesi non fa quello che vuole: c’è un progetto pastorale da servire.

Volontari Caritas di una delle comunità


Abbiamo, infine deciso una data in gennaio per dare l’invio ecclesiale a circa 150 tra giovani e adulti che faranno di tutto nei prossimi due anni per pensare come rendere possibile la proposta del Vangelo nelle comunità della Compensa. Tra di loro tantissime donne che, non solo celebrano la Parola di Dio alla Domenica, ma si fanno in quattro per visitare gli ammalati, gli anziani, per preparare i pasti per i poveri e tenere dietro al parroco che ogni tanto ne combina qualcuna. 

sabato 16 agosto 2025

INIZIATI I LAVORI NEL PROGETTO DELLA COMUNITA' CRISTO RE

 




I giovani di Reggio Emilia, preparati dal Centro Missionario per un’estate alternativa, arrivati questa settimana si stanno già dando da fare.

In primo luogo, è bene sottolineare che, la scelta fatta assieme al CMD di trascorrere i 20 giorni non in una struttura, ma vivendo nelle famiglie delle comunità della parrocchia, ha trovato un riscontro favorevole negli stessi giovani che nelle famiglie ospitanti. Che cosa sta dicendo a loro questa esperienza lo scriveranno alla fine. Dalla calorosa accoglienza delle famiglie (ma quanto sono accoglienti i brasiliani!) e delle comunità si capisce che la presenza di questi giovani è colta come un momento molto positivo nelle loro vite.

Sabato mattina si sono trovati a svolgere un lavoro in quella comunità che avevo presentato durante i due mesi trascorsi in Italia: Cristo Re (questo è il link in cui spiegavo il progetto: https://regiron.blogspot.com/2025/06/delle-sale-per-la-comujita-cristo-re.html ). È in questa comunità che, nella parte sottostante alla chiesa, vorremo costruire delle sale che serviranno per la cucina della Caritas e altri progetti sociali, oltre che per la catechesi. Lo spazio era piuttosto in disordine. I giovani del CMD, assieme ad alcune persone della comunità, hanno lavorato sodo per ripulire il territorio e lasciare lo spazio il più possibile pulito per poter iniziare i lavori che dovrebbero partire lunedì.

Qui di seguito alcune foto che testimoniano il prezioso lavoro svolto questa mattina. 












sabato 25 maggio 2024

IL PROGETTO SAN PIETRO NEL QUARTIERE COMPENSA DI MANAUS

 

La cappella della comunità san Pietro e a lato lo spazio delle attività



Paolo Cugini

 

San Pietro è una delle sette comunità di cui è composta la parrocchia san Vincenzo di Paola di cui sono Parroco. Si trova nel quartiere Compensa, considerati uno dei quartieri rossi di Manaus dominato dal così detto “Comando Vermelho (Rosso)”. La comunità san Pietro è molto povera e vive a lato della favela “Mio bene e mio Male”, con la maggior parte delle case sulle palafitte. Per poter entrare nella favela occorre il permesso dei trafficanti locali. Ho raccontato la prima messa celebrata in questa favela in un altro post (https://regiron.blogspot.com/2024/01/linferno-e-piu-bello.html ).

immagini della comunità san Pietro

Una delle strade della comunità


Lo spazio adiacente alla cappella della comunità viene utilizzato non solo per la catechesi, ma per varie attività sociali. Tre pomeriggi alla settimana si svolge la capoeira, che coinvolge diversi adolescenti sia della comunità che della favela. Spesso lo spazio è utilizzato alla mattina dai funzionari del comune che, non avendo altri spazi per attendere le persone del territorio, chiedono alla chiesa. Noi lo cediamo volentieri anche perché è un modo per collaborare con il comune sui temi sociali, educativi e di salute pubblica.

Un momento della capoeira realizzato nello spazio a fianco della cappella


Passando per le strade della comunità e anche della favela si rimane colpiti dal grande numero di bambini e di adolescenti. Ci siamo trovati già alcune volte con i responsabili della comunità per pensare a progetti educativi e ludici da proporre ai bambini della comunità, ma il problema è sempre quello: lo spazio. I bambini e i ragazzi, com’è di costume da queste parti, giocano per strada divenendo facili prede del traffico organizzato. L’obiettivo delle varie attività musicali, teatrali e altro che vorremo mettere in piedi consiste proprio nel togliere i bambini dalla strada e offrire loro non solo momenti formativi, ma anche una comunità che li accoglie. Un po' di questo viene fatto non solo al sabato nella catechesi, ma anche al martedì quando, lo spazio adiacente alla chiesa viene aperto per offrire una merenda preparata da alcune mamme della comunità.


La favela Mio bene mio male che è di fianco alla comunità san Pietro


In realtà uno spazio per fare qualche sala ci sarebbe. È da anni che la comunità ne parla e progetta. Sopra lo spazio adiacente alla chiesa si vorrebbero costruire alcune stanze. Per fare questo, occorrerebbe ritoccare le fondamenta e la scala laterale. Sono anni che la comunità organizza alcuni eventi per raccogliere qualche fondo, per iniziare i lavori, ma con scarso successo. Nonostante ciò, la comunità non si ferma, ma sempre propone momenti formativi e aggregativi per bambini e giovani. Notevole è il lavoro con i giovani che è stato fatto quest’anno nella comunità san Pietro. Una coppia di giovani sposi si è assunta la responsabilità di formare un coro giovanile e di insegnare a suonare vari strumenti: chitarra, basso, tastiere e batteria. Incredibile a crederci è che, in soli quattro mesi, il progetto è stato portato a termine.


E' qui che la comunità vorrebbe costruire alcune stanze per le attività


Ciò significa che il potenziale umano e la voglia di fare c’è e come! Prova a pensare se avessero a disposizione queste stanze progettate da anni: farebbero la rivoluzione nella comunità e nella favela!

domenica 30 luglio 2023

DALLA PARROCCHIA ALL’AREA MISSIONARIA

 

La Cattedrale di Manaus



Paolo Cugini

 

Sabato sono stato a pranzo dal Cardinale dell’arcidiocesi di Manaus mons. Leonardo Steiner. A tavola c’era anche il vescovo ausiliare mons. Edmilson Tadeu. Pranzo in semplicità, senza cerimoniali, ma spirito di servizio e comunione.

Mons Leonardo cardinale di Manaus


Durante il pranzo, mons. Leonardo mi ha parlato dell’arcidiocesi di Manaus, della sua estensione e anche della su precedente esperienza nella prelazia di San Félix do Araguaia, come successore di Mons Pietro Casaldaliga.

Mons Edmilson Tadeu vescovo ausiliare di Manaus


“Ci sono delle aree missionarie dove un prete solo deve accompagnare 80 comunità e ci sono delle zone ancora scoperte”. Della prelazia di San Felix do Araguaia aveva ammirato il grande lavoro svolto dal suo predecessore mons. Casaldaliga per la formazione dei laici e laiche. Gli ultimi anni di dom Pedro sono stati caratterizzati dalla malattia e il lavoro pastorale ne ha risentito. “Un giorno stavo passando in una regione della prelazia – continua a raccontarmi mons. Leonardo – e incontrai una comunità che da 8 anni non aveva la celebrazione di una messa. Rimasi impressionata dalla leader della comunità, che mi raccontava che, nonostante questa lunga mancanza, la comunità non aveva mai smesso di celebrare alla domenica e di leggere la Parola di Dio durante la settimana. Dove ci sono leaders formati, le comunità rimangono vive”.

Alcuni ministri dell'eucarestia e della Parola. Tra loro c'è anche una ragazza di 22 anni


Ho chiesto poi a mons. Leonardo che differenza c’è tra una parrocchia e una zona missionaria, notando la sua insistenza, anche nell’archidiocesi, di formare zone missionarie.

“Nella parrocchia – continua mons. Leonardo – c’è la comunità della matrice che è considerata la più importante, dove confluiscono anche i momenti più significativi della vita delle parrocchia, come i momenti formazioni o alcune celebrazioni. Nell’area missionaria non c’è la matrice e, di conseguenze, tutte le comunità hanno la stessa importanza e dignità, dalla più piccola alla più grande. Questo stile di chiesa di comunità di comunità l’ho visto attuato nella prelazia di San Félix do Araguaia e mi ha colpito molto e sto cercando di proporlo anche nell’arcidiocesi”.

A cena da Charlene e Davide


Alla sera, dopo aver celebrato la bellezza di tre messe, cena a casa di una coppia della comunità Gesù luce dei popoli. Con me erano invitati un’altra coppia e la leader della comunità. La coppia ospitante – Charlene e Davide – ha tre figli, tutti e tre chierichetti. “È stato il mio figlio più grande a portarmi in chiesa”, mi dice Charlene seduta a tavola davanti a me. A cena vari tipi di pesce che, qui a Manaus, non mancano mai. Verso le 22 a nanna, per recuperare le forze: domani, domenica 30 luglio, mi aspettano 4 messe, un pranzo in una famiglia di una comunità e la cena in un’altra.


venerdì 29 aprile 2022

ADOLESCENTI, AFFETTIVITA’ E SESSUALITA’: PARLIAMONE




 Paolo Cugini

Il mondo degli adolescenti, da sempre, non è di facile accesso. È un periodo delicato della vita, fatto di cambiamenti, di formazione dell’identità e, in questo cammino, la dimensione affettiva e sessuale ha un ruolo rilevante. Su questi argomenti spesso gli adolescenti sembrano sicuri, a volte spavaldi, ma in realtà c’è molta confusione e insicurezza sull’argomento. È, inoltre, difficile incontrare persone competenti e capaci di accompagnare gli adolescenti in questa fase delicata della vita e, soprattutto, capaci di offrire loro più che delle risposte, degli strumenti in grado di aiutarli a comprendere il proprio vissuto affettivo.

Le parrocchie di Dodici Morelli, Galeazza, Palata Pepoli e Bevilacqua, hanno pensato di rivolgersi per questo tipo di servizio pastorale, a Elena Ferrari, pediatra e sessuologa di Reggio Emilia, madre di due figli e da anni presente sul territorio con questo tipo di attenzione. Abbiamo realizzato due incontri: uno con i ragazzi e uno con i genitori. L’obiettivo degli incontri è stato quello di sondare il terreno, vedere e capire che cosa sta bollendo nella pentola dell’affettività e sessualità adolescenziale negli adolescenti del nostro territorio e, inoltre, comprendere dai genitori la disponibilità ad un percorso formativo sul tema in questione. “Occorre aiutare gli adolescenti – ha affermato Elena Ferrari- a capire che affettività e sessualità sono un dono bellissimo che il Signore ci ha fatto.  Nessuno parla di come imparare a conoscersi e a conoscere l’altro.  Sessualità come valore e come dono, come rispetto di sé del proprio corpo e del corpo dell’altro. Abituarsi a confrontarsi con le emozioni, sentimenti, anche quelli che ci hanno fatto soffrire”.

Elena Ferrari, pediatra e sessuologa di Reggio Emilia


È questo un primo passo fondamentale, perché permette agli adolescenti un bagno di realtà su un tema che spesso viene presentato in modo artefatto e fuorviante. La pediatra ci ha ricordato che oggi il problema vero non è la sessualità vissuta, ma è la sessualità virtuale. Gli adolescenti, dicono le ricerche, fanno sempre più uso della sessualità in internet. Secondo alcune ricerche apparse recentemente sui giornali, In Italia l’età media di accesso al porno è 11 anni. “Non c’è niente di peggio che la pornografia perché crea dipendenza. Sarebbe importante – ha continuato la Ferrari - tenere aperto come genitori un canale di comunicazione, facendo passare un messaggio positivo sulla sessualità, senza demonizzare. Spesso i ragazzi sono soli”.

Oggi i ragazzi/e si sentono pronti per gestire delle relazioni intime, ma sono poco informati, molto confusi e mettono alla porta la dimensione affettiva. Gli adolescenti iniziano a sperimentare la sessualità in età sempre più precoce e senza consapevolezza dei rischi. Per questo è importante costruire attorno a loro punti di riferimento ai quali potersi rivolgere e, un percorso formativo di questo livello, non può che giovare sia loro che alla serenità dei genitori.

 Per arginare questa solitudine su un tema delicato come questo, nell’incontro con i genitori, alla fine del dibattitto con Elena Ferrari, si è deciso di dare continuità al percorso formativo e di estenderlo anche ai preadolescenti delle medie. Ci vediamo a ottobre. 

venerdì 2 luglio 2021

LA CHIAMATA: IN CHE SENSO?

 



Paolo Cugini

 

Bisognerebbe avere il coraggio di dire e pensare realmente a quello che s’intende quando si parla di chiamata. C’è molta sovrastruttura spirituale. Ho visto troppe volte, ho ascoltato troppi discorsi, ho incontrato così tanti presupposti “chiamati”, da diventare sospettoso sulle dinamiche della chiamata. Infatti, spesso si spaccia per chiamata ciò che in realtà è frutto di emozioni, suggestioni del momento, fantasie rivestite di mistica, forzature di alcuni ambienti. Spesso si indica come “chiamata” il desiderio di una vita diversa da quello che può offrire una vita matrimoniale, soprattutto per quei giovani che provengono da contesti familiari negativi.

Nel contesto attuale il presupposto “chiamato” alla vita presbiterale viene collocato in un ambiente artificiale per un periodo molto lungo di 6/7 anni, in un momento delicato della vita, vale a dire la giovinezza. Periodo in cui le persone solitamente decidono d’impostare la propria vita verso una direzione, solitamente il matrimonio o la vita a due. Giovani che manifestano un spiccata sensibilità religiosa e un desiderio di una vita differente, donata agli altri, vengono rinchiusi per un periodo prolungato per una formazione prevalentemente intellettuale. Vale la pena dire, anche, che questa formazione intellettuale, non è di alto livello e non è per offrire strumenti per comprendere la contemporaneità, per affrontare la vita attuale. Al contrario, questi giovani sensibili vengono letteralmente imbuniti di nozioni dottrinali, da imparare a memoria, nozioni storiche di contenuti spesso in contrasto con il cammino della scienza.

Il risultato è quello di giovani che escono da questo lungo percorso di studi, non con capacità tali da affrontare in modo lucido e creativo la realtà attuale e le sue sfide, ma come persone vecchie, preoccupate a ripetere in modo esatto dei riti dei quali si considerano gli unici mediatori, con un apparato concettuale appreso, che li trova spiazzati sui grandi problemi della vita dei loro contemporanei. Il dramma è che saranno proprio queste giovani persone con una simile pseudo-preparazione ad essere messi a capo di comunità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Abbandono delle comunità da parte delle nuove generazioni, perché non si sentono per nulla rappresentate da così detti leaders religiosi in grande difficoltà a comprendere le problematiche del tempo presente e, di conseguenza, totalmente incapaci di offrire chiavi di lettura significative per la vita di ogni giorno. Queste leaders religiosi così formati corrispondono all’esigenza di quella fetta di comunità di adulti che identificano il cammino della fede con i riti da partecipare. E così abbiamo una comunità in cui il prete celebra i riti che gli adulti desiderano e organizza attività per il divertimento di bambini e ragazzi.

Forse, però, Gesù pensava a qualcosa d’altro quando parlava alle folle e ai discepoli e alle discepole.

 

giovedì 10 dicembre 2020

La dignità umana e il problema del fondamento dei diritti umani. Alcune prospettive del dibattito attuale

 



 

Paolo Cugini

 Il concetto di dignità umana è divenuto particolarmente significativo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, come frutto della riflessione sui tragici eventi che l’hanno caratterizzata. Da quel momento, il termine dignità umana appare non solo nei documenti internazionali come la dichiarazione universale dei diritti umani adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione, il 10 dicembre 1948 a Parigi, ma anche in molte costituzioni nazionali, come quella italiana, e regionali. Certamente, sia in campo filosofico che giuridico il tema era già presente e dibattuto prima di questi tragici eventi, ma si è particolarmente acceso proprio a partire dalla necessità di chiarire i limiti e, allo stesso tempo i valori fondamentali, che potevano essere indicati come vincolanti l’agire umano. Tale riflessione, è divenuta ancora più urgente negli ultimi decenni su alcuni temi di bioetica come l’eutanasia, il fine-vita, l’aborto, tra gli altri. Il problema che viene sollevato è il seguente: quando parliamo di dignità dell’uomo, che cosa intendiamo? Nelle ricerche analizzate emergono, in linea generale, due correnti di pensiero: la teoria ontologica o della dotazione e la teoria utilitaristica o della prestazione.

La teoria ontologica fonda la dignità dell’uomo su Dio, per cui essendo l’uomo ad immagine di Dio, ogni aspetto della vita umana è sacro. La positività di questa teoria consiste nel proporsi come baluardo per ogni momento della vita umana, anche e soprattutto, in quei momenti in cui la persona è più debole come la nascita, la malattia e la prossimità della morte. Questa teoria si è sviluppata in occidente soprattutto grazie al cristianesimo, che trova nella Sacra Scrittura i fondamenti delle proprie posizioni. L’uomo ha una dignità che le è stata conferita da Dio, poiché lo ha creato a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26). La riflessione Patristica dei primi secoli della Chiesa e, soprattutto, la teologia Scolastica di Tommaso, hanno fornito una struttura metafisica a tale posizione. L’uomo ha una dignità che non solo gli è conferita da Dio, ma che è inscritta nella natura umana è, quindi, un “possesso originario”, ereditato dalla nascita e, di conseguenza, un dato oggettivo indiscutibile. Questa impostazione ontologica apre il cammino ai così detti valori non negoziabili, nel senso che non sono oggetto di discussione, perché protetti dalla sacralità della vita che viene da Dio e che trova un fondamento metafisico nella legge naturale. Il discorso sui diritti dell’uomo, in questa prospettiva ontologica, ha una valenza universale, perché non dipendono dall’agire umano, o da valori soggettivi e, proprio per questo, devono essere difesi universalmente. Questo modo di fondare il discorso della dignità umana, nel contesto secolarizzato in cui viviamo, incontra molti detrattori che, pur riconoscendone alcuni elementi fondamentali, come il valore della vita, non accettano una argomentazione di tipo religioso o metafisico, perché esclude un dibattito razionale che possa attualizzare e contestualizzare il discorso. In ogni modo, la prospettiva ontologica offre non pochi vantaggi sul piano della vita quotidiana. Infatti, come osserva Francesco Viola:

“vantaggio pratico della via ontologica, e della teoria della dotazione che è ad essa collegata, è quello della totale non discriminazione fra gli esseri appartenenti alla specie umana. La via ontologica non tollera alcuna discriminazione derivante dalla razza, dal genere, dallo stato di salute, dal grado di capacità in atto possedute, dallo sviluppo intellettuale e morale. Tutti coloro che appartengono alla specie umana hanno ipso facto quello status normativo particolare che viene solitamente designato come dignità”.



Al polo opposto, si pone la prospettiva utilitaristica che fa dipendere la dignità umana dal risultato dell’agire umano, “una conquista della soggettività umana che si costruisce una propria identità”. Merito, potere, virtù o censo possono essere elementi che determinano un grado di qualità di una persona rispetto alle altre. Nella teoria utilitaristica la tutela della dignità dell’uomo “è essenzialmente imperniata sul rispetto della sua volontà e, pertanto, può essere posa in essere solo quando l’individuo gode di piena autonomia”. In tale concezione, diventa fondamentale il principio di autodeterminazione, per il quale è necessario assicurare al soggetto il massimo grado di libertà e decisionalità sulle questioni che lo riguardano. C’è un’assolutizzazione della libertà di scelta soggettiva, che apre questioni delicate sul piano morale, lasciando scoperte di protezione proprio quelle situazioni umane più necessitanti di sicurezza da parte dello Stato o di organi competenti. Se, infatti, è degna la persona che per una serie di circostanze riesce a “meritarsi” una qualità della vita degna, che dire di tutto coloro che, per condizioni sociali o fisiche, partono svantaggiati non potendo, quindi, provvedere alla crescita qualitativa della propria esistenza? L’impostazione utilitaristica è alla base della cultura che considera le persone non tutte degne degli stessi diritti; è alla base della società divisa in classi che dichiara qualcuno più degno dell’altro, a partire non da qualità innate, ma da una posizione accidentale dovuta dal fatto di essere nato in una casa piuttosto che in un’altra. Sfogliando le pagine della storia occidentale e anche le pagine dei libri sacri, troviamo le impronte di queste civiltà che hanno giustificato la schiavitù, la superiorità di rango, la giustificazione di privilegi e di punizioni. Secondo Carminiani: “corollari di questa tesi sono: è più degno chi vive meglio, chi è in condizioni di poter perseguire il massimo grado di soddisfazione personale; in definitiva chi nella vita gode di più”. La giustificazione sul porre fine alla vita quando questa si trova in condizioni considerate indegne, trova il suo appoggio teorico nella prospettiva utilitaristica.



La domanda che, a questo punto del discorso, viene spontanea è la seguente: quando nei documenti del diritto internazionale o nazionale incontriamo l’affermazione della dignità umana, a che cosa si riferisce e che cosa s’intende? Quando c’imbattiamo in queste affermazioni generali entrano in gioco le nostre precomprensioni teoriche più o meno esplicitate, ma non sappiamo quali sono le intenzioni del redattore dei testi. Senza dubbio, c’è alla base il desiderio e la volontà di offrire strumenti giuridici in grado di garantire la massima protezione possibile alla vita umana in tutte le sue fasi e a tutte le latitudini. Nella conclusione proverò ad abbozzare una mia riflessione sul tipo di fondazione che oggi il diritto internazionale cerca per avvalorare le proprie posizioni.

Ripercorrere, se pur velocemente e con notevoli dimenticanze e lacune, alcune delle riflessioni che hanno segnato il pensiero occidentale sul tema della dignità della persona umana, permette di comprendere la profondità e la ricchezza culturale che ha segnato la nostra civiltà. C’è stato un lungo cammino in cui la filosofia e la teologia hanno dialogato, offrendo contenuti che per molti secoli si sono intrecciati per poi, ad un certo punto, intraprendere ognuno il proprio cammino. Questa separazione, seppur necessaria, ha lasciato a mio avviso qualche traccia negativa all’interno della cultura occidentale, perché, segnando negativamente la religione e la sua istituzione, spesso e volentieri non ha permesso l’obiettività di riconoscere i contenuti positivi e, per certi aspetti universali, di cui ancora oggi l’umanità necessita.

Il rifiuto di ogni fondazione metafisica da una parte e l’ambiguità dell’approccio utilitaristico dall’altra, obbligano a cercare quella che possiamo definire una terza via, per formulare criteri il più possibile condivisi, che aiutino le persone a prendere decisioni che sappiano salvaguardare la dignità della persona umana in tutti i momenti della vita. In questa prospettiva, a mio avviso, è possibile attivare il principio di responsabilità, così come indicato da Hans Jonas, solamente all’interno di un processo che sappia ascoltare e valutare le opinioni provenienti dalle diverse matrici culturali di un luogo. È la proposta elaborata da Jurgen Habermas nella sua teoria dell’agire comunicativosecondo il quale, per raggiungere il massimo possibile di obiettività, occorre che il linguaggio dei partecipanti del dibattito sia intellegibile per tutti. Per questo motivo, non è possibile argomentare facendo riferimento a codici religiosi o filosofici o di altra natura, conosciuti solamente da colui che prende la parola. Inoltre, la discussione non dev’essere viziata dal tentativo subdolo di voler a tutti i costi convincere e persuadere l’interlocutore su quello che si vuole affermare e, per questo, il dibattito deve avvenire sul piano della chiarezza e dell’autenticità. Questi criteri, secondo Habermas, sono il minimo che si possa richiedere in qualsiasi dibattito che ricerchi la verità su qualche aspetto della vita sociale, che cerchi risposte a problemi concreti della vita. In questa prospettiva, a mio avviso, viene superata la questione della formulazione di diritti universali della persona umana, perché ciò che importa è la ricerca di una decisione che interessa la comunità locale.





Una simile impostazione, anche se partendo da un punto di riferimento diverso, è quella di Gianni Vattimo. Venendo meno le narrazioni metafisiche per quel processo di dissoluzione dell’essere che la storia della metafisica porta con sé, non rimane altro che interpretare gli eventi per come appaiono sul piano della storia. L’ermeneutica diviene, allora, lo stile di coloro che, abbandonando la presupposta presunzione di chi crede di trovare verità assiomatiche in un percorso storico dominato dalla contingenza, diviene capace di accompagnare il manifestarsi della realtà per offrirne un’interpretazione. Chi è in grado, a detta di Vattimo, d’interpretare un evento dichiarando buono per il bene comune, è la comunità che lo valuta a partire da alcuni criteri condivisi come la vita e l’amore.

Habermas e Vattimo sono solamente alcune delle proposte emerse in questi ultimi decenni di crisi della metafisica classica e affermazione di una cultura che fa fatica a pensare oltre la soglia di casa. Forse possono apparire posizioni deboli, inconcludenti. A mio avviso, però, mostrano lo sforzo di pensare cammini nuovi in grado di offrire alcuni principi, capaci soprattutto di coinvolgere le comunità, vale a dire i diretti interessati dei problemi affrontati. Forse è questo aspetto, una delle maggiori lacune del pensiero forte, così forte da elaborare teorie che spesso e volentieri nella storia hanno scartato i più deboli.

 

sabato 20 ottobre 2018

VOGLIONO SOLO VIVERE. RIFLESSIONI SUI CRISTIANI LGBT







Paolo Cugini

È stata questa la mia considerazione finale al termine dei tre giorni del Forum con i cristiani LGBT, svoltosi all’inizio del mese di ottobre 2018 ad Albano Laziale. Non vogliono nient’altro che questo: vivere come tutti. È questa una risposta semplice e banale alla classica domanda che la gente perbene, quella gente che pensa di essere nel giusto e nel vero, per il semplice fatto che si sente normale (non ho scritto: che è, ma che si sente): che cosa vogliono questi qua? Vogliono vivere, mia cara signora omofoba; desiderano vivere liberi e non giudicati, carissimo signore della porta accanto, che ti fa ribrezzo solamente sentire nominare la parola omosessuale. È questo semplicissimo dato esistenziale, che ho compreso in queste bellissime giornate di amicizia, studio, preghiera e condivisione. Mentre ascoltavo le relazioni, partecipavo ai gruppi di lavoro, pregavo, mi domandavo: ma perché siamo arrivati al punto che delle persone devono nascondere la propria identità, per paura delle ripercussioni, non solo in famiglia, ma anche nel lavoro e anche -mi rincresce molto dirlo, ma è la verità – nella Chiesa. Che cosa è successo?

Ascoltando le testimonianze dei cristiani omosessuali, dei loro genitori (mi hanno colpito, in modo particolare, le testimonianze di alcune mamme), delle loro sofferenze causate spesso dagli uomini di Chiesa, che utilizzano la dottrina come un machete senza nessun scrupolo, forti dell’identificazione dottrina-verità, mi chiedo a cosa siano serviti secoli di filosofia e di teologia, se non sono riusciti a sgretolare nel pensiero occidentale pregiudizi ancestrali ingiustificati, tenuti in piedi solamente da ragioni artefatte, messe in piedi per salvare l’opinione comune. Nonostante da decenni la scienza affermi che ci sono persone che nascono omosessuali, la cultura nella quale siamo nati e della quale ci siamo imbevuti, rifiuta questo dato confermato dalle stesse persone interessate. Basterebbe fermarsi ed ascoltarle. Come prete dico: basterebbe prendere sul serio le testimonianze ascoltate nelle confessioni, per capire che nella dottrina cattolica che dichiara “l'inclinazione omosessuale oggettivamente disordinata, c’è qualcosa che non funziona, qualcosa che non è inerente alla realtà. Quando la teologia non spiega la realtà, o la spiega parzialmente, mettendo delle pezze a ciò che, a causa delle precomprensioni culturali, non riesce a comprendere, significa che ha imboccato la strada dell’ideologia e, come sappiamo, qualsiasi ideologia è di parte, difende interessi, provoca divisioni dentro e fuori le persone. Come ha sostenuto la teologa Cristina Simonelli, attuale presidente delle teologhe italiane, nel suo intervento al V Forum dei cristiani LGBT: “Il catechismo della Chiesa cattolica è una sintesi datata, non certo eterna o intangibile: a dimostrazione, è stata tolta la liceità della pena di morte, può essere tolto anche il disordine oggettivo!  Si tratta dunque di un documento che merita rispetto, sì, ma anche comprensione storica, critica, teologica e dunque dibattito”.

Sono solo due anni che come pastore accompagno cristiani LGBT e già sono stanco di sentire l’ipocrisia della Chiesa che servo, che utilizza le parole magiche dell’accoglienza e dell’inclusione senza poi, dall’altra parte, offrire i contenuti della stessa. Rimango stordito quando ascolto le belle parole dell’accoglienza da quella mia Chiesa, che poi sbatte volgarmente fuori dai confessionali fratelli e sorelle che s’inginocchiano per chiedere misericordia. Ma che roba è questa? Di che cosa stiamo parlando? Soprattutto: ci rendiamo conto dei disastri che stiamo combinando in nome di un Vangelo che il mondo non riconosce nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti schizofrenici? Con la bocca, infatti, diciamo una cosa, mentre con i nostri gesti la neghiamo. Perché non permettiamo ad una persona omosessuale di leggere in Chiesa o di fare catechismo (su questo tema specifico la letteratura è spiacevolmente e vergognosamente enorme)? Come si fa, poi, a dire ai cristiani LGBT “ti accolgo nella comunità” e poi vescovi e preti proibiscono di realizzare le veglie per le vittime dell’omofobia? Quanta vergogna e quanto imbarazzo ho sentito in questi due anni in cui assieme agli amici e amiche del gruppo abbiamo organizzato le veglie di preghiera e venire barbaramente e violentemente attaccati da quegli stessi fratelli e sorelle che alla domenica incontravamo attorno alla stessa mensa del Signore per ascoltare la sua stessa Parola e cibarci del suo stesso corpo. Perché accadono queste cose? Che cosa hanno fatto? Non hanno diritto di pregare come tutti? Perché tu che sei stato messo per essere il pastore conforme al Vangelo del Signore, sbatti le porte in faccia a questi fratelli e sorelle? Eppure i cani li lasciamo entrare nelle Chiese!

Chi lavora da anni con i cristiani omosessuali sente che, grazie anche agli impulsi e agli stimoli dottrinali di Papa Francesco, è giunto il momento di osare qualche passo in più nella direzione di un’accoglienza che sia retta da una nuova elaborazione dottrinale e teologica. Lo ha ricordato suor Fabrizia che da dieci anni, assieme alle sue consorelle domenicane, ha aperto le porte del monastero di Firenze. Dopo aver ricordato che: “le nostre comunità cristiane, che hanno condannato per lo più al nascondimento le persone LGBT presenti al loro interno, lasciando sussistere il sospetto di un sottile legame tra condizione omosessuale e perversione morale, debbono riconoscere di aver tradito lo sguardo benedicente di Dio”, suor Fabrizia ha aggiunto che “per quanto sia fondamentale la conversione pastorale, siamo convinte che questa non basti. Crediamo che la teologia sia chiamata oggi a ripensare con coraggio, secondo la sua specifica vocazione alla ricerca, le questioni relative al mondo LGBT”.

I nostri fratelli e le nostre sorelle LGBT ci stanno facendo crescere, ci stanno aiutando a togliere dai nostri occhi il velo dell’ipocrisia, ci stanno aiutando a capire il vangelo divenendo in questo modo, un luogo ermeneutico incredibile. Per questo, ve ne siamo grati e preghiamo perché anche i nostri pastori-vescovi escano al più presto dalle facili parole e dai facili atteggiamenti di maniera, per riconoscere finalmente il dono di grazia che Dio ha fatto con la vostra vita omosessuale.




sabato 16 giugno 2018

ITAITUBA: LA PRELATURA SUL FIUME TAPAJOS

Eccoci qua





Paolo Cugini

Mercoledì 13 giugno. Siamo giunti nella prelatura di Itaituba alla sera dopo un viaggio veramente pesante. In Aereo da Manaus a Santarem dove ci è venuto a prendere un consacrato carmelita per fare circa 400 Km su strade sterrate allucinanti, intervallate da pezzi di asfalto. Giunti alla prelatura ci ha accolti il Vescovo mons Wilmar Santin visibilmente stanco, anche lui proveniente da un viaggio all’interno della prelatura: 450 km per realizzare alcune cresime. Cena e poi a letto.

Il vescovo Wilmar Santin: è sempre sorridente e trasmette un'energia incredibile

Giovedì 14 giugno. In città tutti i giorni, eccetto il sabato, alle 6,45 ci sono le lodi e mesa con la comunità, alla quale ci siamo uniti anche noi. Subito dopo la colazione partenza su due macchine per visitare le comunità di una delle due parrocchie della città, vale a dire Nostra Signora del Buon Rimedio. La periferia della città di Itaituba, che conta con circa cento mila abitanti, è molto vasta. In molti dei quartieri le strade non sono ancora asfaltate. Mentre viaggiavamo suor Celina ci ha raccontato la situazione pastorale delle varie comunità incontrate. Oltre alla sede della parrocchia Nostra Signora del Buon Rimedio, ci sono 28 comunità. Da quasi due anni la parrocchia non ha un parroco. Era l’unica parrocchia ad avere un parroco diocesano. 

In macchina per la visita alle comunità della città
Don Gabriele Carlotti, il vescovo Mons Wilmar e suor Celina

Le suore accompagnano la formazione e la coordinazione del lavoro pastorale delle comunità nella città, visitando anche le famiglie. E’ una città in continua espansione e, di conseguenza, continuamente si assiste al fenomeno già incontrato dell’invasione di terra da parte delle famiglie che vengono da fuori per abitare in città. Le famiglie che desiderano offrire un’educazione migliore ai figli sono obbligate a spostarsi in città poiché nelle comunità rurali al massimo ci sono le scuole elementari. Lo stesso discorso vale per la salute. Chi vive nelle comunità della campagna o lungo il fiume in caso di necessità deve far ricorso all’ospedale che trova in città. Non osiamo immaginare il trasporto in ambulanza in simili strade. Ci siamo fermati dinanzi ad una cappella in legno e abbiamo visitato una zona in cui la comunità ha comprato un terreno con l’idea di costruire la nuova cappella. Tutto è fatto con i mezzi della comunità che si organizza, oltre che la decima, con dei momenti di festa e altre iniziative per raccogliere fondi. A detta di suor Celina, è in questi momenti in cui le persone si uniscono per costruire qualcosa insieme, che cresce il senso di appartenenza alla comunità. Mentre visitavamo la periferia della città, siamo rimasti impressionati dal numero enorme di chiese evangeliche e neo-pentecostali: ce ne sono davvero tantissime. La maggior parte dei quartieri che abbiamo visitato sono in condizioni di grande povertà.

strada in un quartiere della città

Una chiesetta di una delle tante comunità dei quartieri della città


Nel pomeriggio lunga chiacchierata con Mons Wilmar Santin di 65 anni, vescovo della Prelatura di Itaituba dal 2011, che ci ha fatto il quadro completo della situazione della prelatura.

La chiacchierata con il vescovo


I Municipi di Itaituba sono Ruropolis, Trairao, Novo Progresso, Jacarèacanga. Oltre a questi c’è una punta del municipio di Altamira che è pastoralmente servita dalla prelatura: Castelo de Sonhos e Cachoeira da Serra. Il municipio di Altamira è molto lungo ed era troppo per una prelatura sola, quindi l’hanno divisa. Di questi due ultimi municipi non si sa quanto siano estesi, comunque la prelatura ha un territorio grande quanto lo Stato del Paranà.



Nella prelatura ci sono i cercatori d’oro perché è una zona ricca di oro. Ciò comporta tutta una situazione sociale piuttosto grave. Il governo sta favorendo il garimpo, vale a dire l’estrazione dell’oro. Molti sono anche gli stranieri che arrivano, soprattutto canadesi.

Cercatori d'oro


Altri settori significativi sul piano economico sono l’industria del legno e la produzione di NIOBIO (Columbio): è usato per i computer. Brasile e Canada sono i maggiori produttori. Questo provoca grande contaminazione di mercurio. I composti del Columbio sono molto tossici e danneggiano in modo irrecuperabile l’organismo. Questo vale anche per il mercurio.

Idroelettrica: esiste un grande progetto nell’area, nella Bacia del Tapajòs sono progettate 43 centrali idroelettrica.

Sul territorio della prelatura ci sono attualmente 8 parrocchie: due in Itaituba e una in ogni municipio e poi Castelo de Sonhos. Le due parrocchie della città di quasi centomila abitanti possono contare con un solo presbitero.
Esistono anche due aree pastorali che funzionano come parrocchie, anche se la documentazione (certificati di battesimo, matrimoni, ecc.) rimane nella chiesa centrale. C’erano due preti oblati, che sono andati via ed erano coloro che si occupavano di queste due aree. Adesso chi aiuta è suor Creuza che si occupa di queste due zone pastorali con 28 comunità attive e altre 15 sono inattive. Ci sono comunità sul fiume a alcune all’interno.

Nella prelatura esiste un’area indigena chiamata san Francesco: è una missione attiva di circa 100 anni, una delle missioni più antiche in Brasile che lavora con i popoli indigeni ed è gestita dai francescani, che sono arrivati nel 1910. Quest’immensa area indigena è composta da circa 130 villaggi di indios. Ci sono anche i carmeliti scalzi che stanno aiutando.
“Oggi attendiamo 5 villaggi – ci racconta il vescovo -  che non avevano ricevuto servizio pastorale dalla Chiesa sino ad oggi. Altri villaggi si, con i Francescani. Le ultime sono state visitate da un prete circa due anni fa. Questi villaggi non sono organizzati e non hanno tradizioni. Gli indigeni parlano portoghese Nei villaggi indigeni c’è la visita del padre ogni tre mesi”.

In Ruropolis ci sono tre preti stranieri verbiti. Tutti i preti presenti in diocesi sono religiosi: Verbiti, Oblati, carmelitani, Cavanis (il loro carisma è l’educazione e stanno fondando una facoltà cattolica e stanno aprendo un asilo), Francescani.
Pastorali Sociali attive nella prelatura

·         CPT (pastorale della terra) si è costituita con il nuovo Vescovo.
·         Pastorale dei bambini è presente da molto tempo, anche se non sempre è strutturata. Il vescovo precedente aveva investito molto nella formazione degli agenti della pastorale del bambino.
·         Pastorale del migrante: ci sono molti migranti provenienti dal Mato Grosso
·         Pastorale carceraria
·         Pastorale delle persone anziane, che è articolata nelle due parrocchie della città di Itaituba
·         Pastorale della sobrietà per persone con dipendenza chimica
·         Pastorale di AIDS
·         Pastorale indigenista: è il quarto anno che s’incontrano per uno scambio di opinione e formazione
·         Pastorale di Giustizia e Pace
·         Radio Comunitaria: ci sono cinque soci di cui tre legati alla Chiesa

Le distanze sono enormi, oltre a ciò le strade sono sterrate e, quelle asfaltate sono piene di buche. Questo dato è importante per caprie le difficoltà che incontrano gli operatori pastorali nel loro servizio.

Nella prelatura è presente l' ECC (Incontro degli Sposi con Cristo): è iniziato nel 2014 nella città di Itaituba. L’ECC è una proposta pastorale rivolta direttamente alle coppie di sposi per aiutarli a riscoprire la loro vocazione matrimoniale e il loro inserimento nella vita della comunità cristiana. Nel 2011 era presente in Novo Progresso e in Castello de sonhos. In città sono al quarto incontro della prima tappa (il cammino ne prevede tre). L’ECC ha aiutato le coppie ad assumere l’impegno del servizio nelle comunità.

Pastorale della decima: funziona nelle parrocchie e riesce a mantenere il lavoro pastorale. Stanno lavorando per aiutare le persone ad avere uno spirito della decima per crescere nell’appartenenza alla comunità.

Catechesi: quando è arrivato il vescovo era solo catechesi tradizionale. Oggi si cerca di fare un lavoro di catechesi d’iniziazione cristiana, conforme alle indicazioni della CNBB (documento 97 del 2011). Nel 2013-14 la prelatura ha realizzato un direttorio di catechesi da tenere in comune per tutte le parrocchie. Anche alcuni manuali di altre diocesi sono stati assunti dalla Prelatura. L’obiettivo è lavorare in comunione e insieme. Altro passo importante è stata la conoscenza di Padre Abimar, teologo assessore della CNBB di catechesi, che ha realizzato incontri nella prelatura per i parroci, le suore e alcuni laici. I risultati di questo lavoro di catechesi si stanno notando. Nel 2016 c’è stato un congresso regionale sulla catechesi e hanno partecipato 21 laici della prelatura. Questo lavoro sta aiutando a togliere le comunità dalla dipendenza del prete. Altro momento importante nel cammino di ristrutturazione della catechesi è stato il Corso di catechetica: quattro settimane. Hanno partecipato tre persone. Serve per formare coordinatori diocesani. Un grande problema è la perseveranza in questi cammini formativi.

Altro punto importante della prelatura è la Formazione:
·         C’è un centro di formazione diocesano che è utilizzato per gli incontri che durano alcuni giorni.
·         Centro di Pastorale dove è attivo un corso di teologia per laici che dura una settimana per mese per due anni. Qui funziona anche le segreterie delle pastorali sociali.
·         è stato realizzato il primo seminario di Catechesi nel 2018

Il centro di formazione


Assemblea: Avviene ogni 4 anni. Le persone hanno chiesto di regionalizzare la formazione. Le priorità che l’assemblea ha indicato sono:
1.      Formazione
2.      Difesa della vita: è stato fatto poco. Sono apparse alcune nuove pastorali sociali.
3.      Pastorale vocazione: è iniziata ma non si è sviluppata bene

Assemblea del 2017, priorità:
1.      Giovani
2.      Formazione
3.      Famiglia
4.      Pastorale Vocazionale

Situazione del seminario: Non ci sono preti diocesani, ma tutti religiosi. Attualmente c’è un seminarista che sta facendo l’esperienza pastorale e sta passando in tutte le parrocchie della prelatura. Ce ne sono altri tre che terminano gli studi di filosofia a Santarem. Gli studi teologici vengono fatti a Belem. Prima c’era un seminario a Belém, ma l’hanno chiuso perché non c’erano più seminaristi. Attualmente stanno cercando di inviare i seminaristi per Belo Horizonte dai gesuiti, una delle migliori facoltà teologiche del Brasile. Qui c’è una comunità di formazione a tutti i livelli e il vescovo è molto soddisfatto. Non ci sono vocazioni, perché secondo il vescovo non è stato fatto un buon lavoro. Infatti, ogni congregazione pensa per sé e non stimola le vocazioni diocesane.

Ci sono due congregazioni femminili: Carmelitane della divina provvidenza (4); L’altra: Missionarie di Santa Teresa di Gesù Bambino (3). Queste due congregazioni sono venute per amicizia con il Vescovo. Nella parrocchia di Jacareacanga c’è la congregazione delle passioniste (3). Poi ce ne sono 3 dell’Immacolata Concezione che attuano nella missione San Francesco con i popoli indigeni.
Una delle difficoltà è l’avvicendamento del clero religioso. In una parrocchia in sei anni hanno cambiato cinque parroci. E’ faticoso portare avanti un piano pastorale. Secondo il vescovo questo è uno dei problemi principali. Si fa fatica a lavorare insieme perché ogni congregazione sembra andare per conto proprio.

Altro problema. Il vescovo anteriore non aveva un piano pastorale fatto insieme. Ogni parrocchia e area pastorale aveva una dipendenza totale con i preti. Ogni parrocchia era un’isola. Il nuovo vescovo ha iniziato la sua attività realizzando incontri con i preti per favorire la comunione del presbiterio: quattro incontri per anno. Due incontri sono di fraternità. I presbiteri hanno suggerito che gli incontri vengano fatti ogni volta in parrocchie diverse. L’idea è riuscire ad avere una linea pastorale comune e di assumere insieme la prelatura. Il vescovo ha consegnato una chiave della sua casa ad ogni prete della diocesi.

Proposta per Reggio Emilia: Assumere la parrocchia in città nostra Signora del buon Rimedio e una mano per la parte liturgica e la parte più sacramentale nelle comunità. E’ una parrocchia che è già stata affidata a Diocesani e così potrebbe avere un modello diocesano.


Esterno ed interno della chiesa della parrocchia di Nostra Signora del Buon Rimedio che il Vescovo vorrebbe affidare
alla diocesi di Reggio EMilia

Venerdì 15 giugno. Giornata trascorsa visitando le comunità della zona rurale. Tra andata e ritorno abbiamo trascorso 150 km di strada sterrata. Per lavorare pastoralmente in questi contesti ci vogliono delle schiene di acciaio. Mentre andavamo abbiamo notato che lo stile di Chiesa è lo stesso di quello che abbiamo accompagnato per anni nello Stato della Bahia, vale a dire, parrocchie costituite di Comunità Ecclesiali di Base con il laici che assumono i servizi pastorali delle comunità. Senza il loro contributo le comunità sarebbero sparite e la fede del popolo non avrebbe la possibilità di essere alimentata. Se ciò è vero in generale, lo è ancora di più in questo contesto in cui da anni non c’è un presbitero che accompagni il cammino. Dopo circa 50 Km abbiamo fatto sosta nella casa della leader della comunità Santa Teresina, che ci ha rifocillati con caffè, frutta e biscotti.
 E’ sempre bello essere accolti da un sorriso. Abbiamo continuato il cammino per giungere ad una comunità di circa 1500 persone, posta sul fiume Tapajos. Comunità ben strutturata in cui funzionano diversi servizi pastorali: la catechesi, la pastorale dei bambini, della decima e la celebrazione domenicale. “L’ultima messa nella comunità – ci dice suor Creuza che ci ha accompagnato nel viaggio e che accompagna queste comunità – è stata celebrata nel dicembre dello scorso anno e non ci sono previsioni di un’altra. Attualmente c’è un solo prete in città con quasi 100 mila abitanti e, di conseguenza, non riesce ad accompagnare anche le comunità della campagna”.

Cappella della comunità di San Giovanni Battista

Mentre suor Creuza parlava, pensavo alla fatica che facciamo in Italia per spostare l’orario di una messa o, addirittura per toglierne una. Qui il problema non si pone: il prete non c’è. E’ vero che sono contesti diversi, come del resto sempre ci viene rinfacciato a noi preti missionari, come se fosse una colpa essere stati inviati in missione dal nostro vescovo e dalla nostra diocesi di origine, ma la Chiesa è la stessa. Forse l’importanza di una diocesi come Reggio Emilia di avere un piede nelle missioni, serve anche per questo: aiutarci a guardare i problemi tenendo conto punti di vista diversi, sguardi di Chiesa che sono altro rispetto al punto di vista unico. La Chiesa proprio perché è cattolica è universale, costituita da tutti i popoli di tante culture diverse; quando la comunità si chiude in sé stessa e pensa a se stessa tenendo conto del suo unico punto di vista, s’impoverisce.
 Nonostante questa mancanza di preti, è bello vedere che la comunità continua a vivere. Appena arrivati abbiamo notato il clima di festa attorno alla cappella di san Giovanni Battista. “Ci stiamo preparando per la festa del patrono – ci dice la leader della comunità -. E poi per l’occasione ci sarà il matrimonio di 12 coppie!”.


Abbiamo poi ripreso il viaggio per dirigerci nella comunità di Filadelfia e Moreira. Quest’ultima ci ha colpito particolarmente: una comunità immersa nella natura. C’erano piante enormi di manga, banana e altri tipi di frutta oltre a piante di fiori. A 20 metri dalla cappella un gruppetto di bambini schiamazzavano allegri mentre facevano il bagno nel fiume. Nelle comunità della campagna il tempo sembra fermarsi. Le famiglie che vivono qui hanno un pezzetto di terra in cui possono piantare ciò che serve per vivere. Le grandi piogge, caratteristica di tutta l’Amazzonia, mantengono una vegetazione ricchissima e con colori impressionanti. Nel ritorno ci siamo fermati alla comunità di Santa Teresina, nella quale abbiamo trovato il pranzo pronto.



Alla sera messa nelle comunità. La suora che articola la pastorale nella città, ha approfittato della presenza di preti che sanno il portoghese per collocarci a celebrare messa in alcune comunità della città. Io ho celebrato la messa nella comunità di san Sebastiano. Come sempre la liturgia era tutta preparata in ogni sua parte, dai laici della comunità. Alla fine hanno fatto di tutto per trattenermi implorandomi di ritornare.

Il vescovo alla sera non c’era. E’, infatti, partito nel pomeriggio per celebrare le cresime in una comunità che dista 650 Km di strade allucinanti! In questa comunità rimarrà sino a giovedì e ne approfitta per stare con la gente e con il prete della parrocchia. Quando siamo arrivati mercoledì sera era appena giunto da un altro viaggio faticosissimo. Lui però, è sempre sorridente e con la battuta pronta: un uomo veramente straordinario e con una fede impressionante. Incontrare persone così motiva il ministero e rafforza il desiderio della missione.
La cattedrale della Prelatura di Itaituba


Domani rientro a Manaus. E qui che condivideremo le nostre considerazioni delle visite realizzate, da consegnare la Vescovo Massimo

 
Don Umberto e don Gabriele a fare la spesa