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giovedì 21 ottobre 2021

Dove sbaglia chi critica il ddl Zan sulla questione identità di genere?

 


Ricevo e volentieri pubblico:

Dea Santonico 20 ottobre 2021

 

La questione di gran lunga più discussa a proposito del ddl Zan e su cui si addensano più critiche è sicuramente quella sull'identità di genere. La critica che arriva da più parti, anche da un pezzo del mondo femminista, ripresa e strumentalizzata poi da una parte del mondo politico, è che, con l’attuale testo, la legge porterebbe ad una sorta di libera autocertificazione di genere, ad un annullamento del dato biologico. Ma è così? Proviamo a ragionarci, partendo da ciò di cui la legge si occupa e dall’obiettivo che ha. Il ddl non si occupa di certificazioni, né per introdurle, né per cancellarle in favore di autocertificazioni: nulla cambia rispetto ai processi di certificazione (di cui è un'altra legge già in vigore ad occuparsi) con o senza il ddl Zan. Ma allora perché l'articolo 1 della legge parla di "identificazione percepita"? In quell’articolo c’è infatti questa definizione: “Per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”.

Prima di rispondere alla domanda che ho posto, è importante sottolineare che la definizione di identità di genere contenuta del ddl Zan non ha il merito di essere originale, si trova, oltre che in altri documenti, in sentenze della Corte di Cassazione e in direttive UE. L'obiettivo del ddl è solo uno: proteggere le persone vittime di violenza per i fattori di discriminazione di cui la legge si occupa. Per farlo, e farlo pienamente per tutte le persone che non si identificano con il genere registrato alla nascita (che non sono solo quelle "certificate" come trans), c'è bisogno di una definizione ampia, che le comprenda tutte, e tale definizione è quella data nell'articolo 1 della legge, che permette di proteggere da crimini d’odio chi ha intrapreso ma non ancora concluso il percorso si transizione, chi quel percorso non se lo può permettere, per motivi economici, di salute o di età, chi, per altri motivi, non vuole o non può intraprenderlo. Il ddl non sta introducendo nessuna autocertificazione, sta invece dicendo un’altra cosa: che nessun certificato è richiesto alle vittime, che la legge le protegge sempre e comunque tutte, senza richiedere che abbiano i documenti “in regola”, che certifichino l'avvenuta transizione o lo stato del loro percorso di transizione. Non dice la legge che la certificazione non serve in assoluto, dice che non serve per essere protetti da violenze e discriminazioni.

Dov'è quindi l'errore che ha portato a spostare la discussione dal merito della legge ad altro? Sto pensando qui a chi fa considerazioni intellettualmente oneste, non a chi le usa per mascherare, dietro il cambiamento, l’obiettivo di cancellare la legge (qui non c’è un errore, c’è un lucido ragionamento). L’errore sta, a mio avviso, nell’aver staccato, da parte di chi critica il ddl sulla questione identità di genere, l'articolo 1 dal corpo della legge stessa. L’articolo 1 è funzionale al testo della legge, da le definizione necessarie, come qualsiasi documento serio, che sia o no una legge, dovrebbe fare. Importante sottolineare le prime parole di quell’articolo: “Ai fini della presente legge, per sesso si intende…, per genere si intende…, per orientamento sessuale si intende…, per identità di genere si intende…”. Appunto. Le definizioni lì contenute valgono e sono rilevanti nel contesto e ai fini di questa legge, non in assoluto. Estrapolare una definizione e far derivare da questa questioni estranee alla legge, può essere un esercizio interessante e volentieri potrei unirmi a chi lo vuole fare, ma ostacolare il ddl Zan su questa base significa prendersi, magari in buona fede, una responsabilità non da poco di fronte alle tante vittime di violenza omotransfobica. E con quale risultato? Nessuno: la definizione di identità di genere seguiterà ad esistere, con o senza il ddl Zan, in molti altri documenti, anche di natura giuridica. Pensiamoci.

 

domenica 6 gennaio 2019

GENERE E TEOLOGIA - II CICLO DI CONFERENZE: LA TEOLOGIA DELLE DONNE






Paolo Cugini



Anche quest’anno il Gruppo Amiche legato al cammino dei cristiani LGBT di Reggio Emilia propone un ciclo di conferenze di Teologia delle Donne. Il successo dello scorso anno, sia per i contenuti proposti che per la partecipazione, hanno fatto sì che il gruppo ritenesse opportuno un nuovo cammino di riflessione. Che cos’è che ha colpito maggiormente nel percorso proposto lo scorso anno? Senza dubbio, lo sguardo diverso del pensiero femminile sui temi del delicato rapporto tra sessualità e teologia e, in modo particolare, la riflessione teologica sull’omosessualità. Le teologhe invitate hanno proposto cammini che hanno il coraggio di osare sentieri nuovi, senza trascurare quelli già battuti. In fin dei conti, l’idea del Gruppo Amiche consiste proprio nel proporre percorsi nuovi, osservando il tema della sessualità e dell’omosessualità da angolature diverse. Uscire dal pensiero unico, dalla teologia delle cose già dette e risapute, per mettersi in ascolto di ciò che Dio desidera dirci in questo nuovo contesto culturale post-cristiano e secolarizzato: è questo l’obiettivo dei cicli di teologia delle donne. Mettersi sul serio ad ascoltare la sofferenza di tanti fratelli e sorelle maltrattati e umiliati per il semplice fatto di essere nati diversi; capire che cosa Dio ha da dire dinanzi a queste sofferenze, che cosa c’insegna con la diversità sessuale. La proposta è quella di affidare alla teologia femminile non tanto delle risposte definitive sul tema così delicato, quanto di offrirci il loro sguardo diverso, il loro modo di approcciare il problema.

Nella prima serata, vale a dire VENERDI 18 GENNAIO 2019 alle ore 20,45, sarà con noi la teologa Selene Zorzi. Selene è stata nostra ospite anche lo scorso anno quando la invitammo a presentare un suo significativo libro: Il genere di Dio. La Chiesa e la teologia alla prova del gender. Selene ha un dottorato in teologia e insegna dal 2006 filosofia e teologia. Ha ottenuto il Diploma da Coach presso la U2Coach Academy si è certificata ACC presso la ICF, specializzandosi in Team Coaching.

Tutti gli incontri di questo secondo ciclo di Teologia delle donne si svolgeranno presso il Palazzo Dossetti dove ha sede l’università di Reggio Emilia (Via Antonio Allegri, 9. Aula D 0.1).

L'Associazione la Tenda dio Gionata e la collana Cammini della diversità delle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia, appoggiano l'iniziativa, con l'intenzione di pubblicare in un testo l'intero percorso. 

Il Gruppo Amiche di Reggio sta realizzando un servizio alla città di grande spessore culturale, oserei dire innovativo: aprire lo spazio al pensiero teologico femminile. Grazie infinite per questa opportunità.

martedì 19 dicembre 2017

IL GENERE DI DIO






CICLO DI CONFERENZE SULLA TEOLOGIA FEMMINILE
SELENE ZORZI


REGGIO EMILIA
LUNEDI 18 DICEMBRE 2017


Sintesi: Paolo Cugini
La teologia delle donne è differente da quelle portate avanti dagli uomini.
Ho iniziato a studiare teologia e sono stato introdotta alla prospettiva dello sguardo femminile sulla realtà di Dio. Solo dopo il Concilio Vaticano II è stata data la possibilità alle donne cattoliche di studiare teologia. L’esegesi biblica delle donne è diversa, perché è una lettura che parta dal sospetto che i testi biblici siano stati scritti dallo sguardo dell’uomo. Riscoprire la presenza delle donne della Bibbia. Le teologhe hanno riscoperto molte immagini femminili. Il lavoro più profondo è stato quello di ascoltare i silenzi delle donne nella Bibbia. Guardare il mondo dai dispositivi di potere che portano pregiudizi e discriminazione.
La teologia fatta dalle donne ha aperto un mondo nuovo, la questione della lettura dei generi. Ci si accorge che c’è un problema anche per il maschile, perché quando non impara a non vedersi parziale significa che c’è un problema. Bisogna iniziare a capire come il maschile e femminile hanno cominciato ad opporsi, per elaborare nuove identità. Le teologhe si sono trovate avvantaggiate quando è uscito il problema del gender, perché da anni studiavano il problema.
La cosa negativa è stato il fatto che gran parte della popolazione ecclesiastica non è stata in gradi di gestire questo dibattito.
Molta confusione si è fatto sulla questione del genere. Ho sottolineato i significati con cui una parola viene definita. Le parole cambiano significato a secondo dei contesti.

I quattro significati della parola GENERE
1.      Uso grammaticale: (genere1) genere, maschile, femminile, neutro in una lingua
2.      Antropologia culturale analizza come a partire dal sesso una società struttura i ruoli di uomini e donne (genere2). Indica l’aspetto sociale e culturale di distinzione tra i sessi non equivalente alla differenza tra sessi biologici. In questo senso il genere cambia di tempo in tempo, di secolo in secolo. In Afghanistan non guidare una macchina è una questione di genere e non di sesso.

Gender: è l’attesa socialmente costruita di come le persone sessualmente determinate come maschio o femmina debbano agire, quali caratteristiche deve sviluppare ognuno di esse, quali ruoli sociali è loro consentito svolgere… Completo di espressioni linguistiche e simboliche. Il gender è all’opera ovunque e in qualsiasi società. Essendo costruzioni storiche, le definizioni di genere possono cambiare e di fatto cambiano.
Sex è la biologia (ormoni, cromosomi, organi genitali, genotipo) e Gender (cultura) è una caratteristica che una società e una cultura considera.
Non cambiamo il sesso cambiando il gender.

3.      Ideologia del Gender: (genere3) identificazione tra sex e gender.
Secondo i detrattori del gender questo nega la differenza tra uomo e donna. In realtà non è vero. E’ la costruzione tipica del mostro per dargli fuoco
4.      Indica un raggruppamento (genere 4) fatto per caratteristiche simili.
Il linguaggio può essere fonte di malintesi.
Tante più parole ho, tanto più farò esperienza, ma riuscirò ad esprimerla, a vedere più cose.
Sex: maschio o femmina (si riferisce al sesso biologico).
Nella pratica sessuale siamo sbagliati o giusti a secondo del rispetto o amore
La castità non è la continenza, ma ordinare la nostra sessualità verso la persona che amiamo. E’ una questione per tutti.
L’Amoris Laetitia sdogana gli studi del genere (n 56; 286). Maschile e femminile non sono qualcosa di rigido, perché cambiano e non possono diventare prigioni per le persone.

Seconda parte del libro
Il libro vuole creare ponti. Come si può parlare di una teologia del genere.
Gen 1,26-27: ad immagine di Dio. Maschio e femmina li creò. Ci sono stati due tipi d’interpretazione. Un testo viene sempre interpretato.
Parola uomo nella lingua italiana significa sia l’umanità maschile che l’umanità. Per secoli la teologia cristiana ha fondato l’interpretazione che la sessualità è per la procreazione.
Il dato rivelato è che maschio e femmina sono ad immagine di Dio, hanno pari dignità divina. Possiamo usare quindi maschio e femmina per parlare di Dio. Dio non ha sesso, quindi dobbiamo riconoscere che tutta la teologia che parla di Dio parla di genere.

Le donne hanno riscoperto le immagini femminili di Dio.
a.      Ruah. In Ebraico è femminile lo Spirito
b.      Dio madre
c.       Dio Sapienza (Sap 7,24)
d.      Regno di Dio (basileia) Mt 13,33-35 lievito; Lc 15,8-10 dramma

Genere maschile e Dio
Un padre patriarcale non fa le cose che Dio fa. Questo Padre si prende cura, si commuove. Anche Gesù come maschio, però sempre avere una maschilità molte diversa dal patriarcato: ascolta il desiderio delle donne. E’ un punto di riferimento per la maschilità del modello di oggi. La maschilità è in crisi.  Se cominciamo a parlare di una nuova antropologia, questa è rivoluzionaria. La teologia di genere è rivoluzionaria, perché ci dà più immagini di Dio e chiede di trasformare le pratiche istituzionali.

La Commissione teologica Internazionale ha avviato lo studio per la possibilità dell’ordinazione della donna e della nuova antropologia. Non si parla solo di diaconesse, ma dell’ordinazione. Che vuole dire oggi? Pensare a nuove modalità.  Occorre ripensare i rapporti inter ecclesiali. Le donne non possono fare nulla. La Chiesa Cattolica riconosce che possono essere leadership, ma non possono essere ordinate. Sulla questione del Gender c’è molta cattiva coscienza. Spesso non si vanno a leggere i testi, ma si fanno delle caricature sulle tesi dell’avversario per screditarlo.

In un momento di crisi dobbiamo tornare al consolidato. Forse è anche questo il motivo delle polemiche sul gender.