venerdì 7 agosto 2026

I primi dieci giorni del campo missionario a Manaus

 

Una chiaccherata con Terezinha, uma delle responsabili di una delle 8 comunità



Paolo Cugini

 

MANAUS – Dieci giorni possono bastare per stravolgere una vita, cambiare radicalmente prospettiva e ridefinire il concetto stesso di comunità, fede e accoglienza. Questo è il primo bilancio, intimo e profondo, che emerge dalla verifica dei giovani volontari dopo la prima parte del loro campo missionario a Manaus, nel cuore dell'Amazzonia. Un'esperienza vissuta non da spettatori o turisti, ma immergendosi totalmente nella complessa realtà del quartiere Compensa, ospiti delle famiglie locali. Il filo conduttore delle testimonianze raccolte è lo straordinario impatto umano, capace di superare persino le barriere linguistiche.

Per Daria, partita senza aspettative particolari, l'impatto è stato profondamente toccante: «Mi è piaciuto moltissimo a livello umano. Anche senza parlare la stessa lingua siamo riusciti a comunicare, perché si percepiva chiaramente la loro voglia di entrare in contatto con noi». Ciò che colpisce i giovani è la capacità degli abitanti di trovare la bellezza e un fortissimo senso di appartenenza anche in un contesto difficile. «Nelle famiglie che ci hanno ospitato abbiamo toccato con mano l'essenza dell'accoglienza», continua Daria. «Una condivisione totale a partire dal pochissimo che si ha».

L'impatto con la Compensa richiede flessibilità, ma restituisce molto più di quanto tolga. Lisa descrive l'esperienza come l'incontro con «un altro pianeta», completamente diverso da qualsiasi cosa avesse già visto: «Vivere nella Compensa è stato fondamentale. Vedi persone che fanno di tutto per darti ciò che hanno, senza farsi troppe storie. Spesso in Italia siamo egoisti, mentre qui colpisce questo modo di fare così diretto e spontaneo. Certo, serve un grosso spirito di adattamento, ma l'accoglienza che abbiamo ricevuto è impressionante».

Colazione in un bar della Compensa


Alle sue parole fanno eco quelle di Edoardo M., che definisce questi primi dieci giorni come «un bel bagno di umiltà». Vivere stabilmente all'interno delle famiglie della favela, anziché nel centro città, ha permesso ai ragazzi di cogliere la realtà senza filtri. «Capiamo davvero quanto siamo fortunati», ammette Edoardo. «La parte più bella è stata ascoltare le loro testimonianze e capire il loro vissuto. In un contesto non facile per chi ci vive da sempre, anche un piccolo gesto come un saluto diventa importante. È una realtà per certi versi chiusa, ma incredibilmente aperta all'altro».

La missione a Manaus sta offrendo ai ragazzi anche una forte provocazione sul piano spirituale ed ecclesiale, tracciando un netto e talvolta impietoso confronto con le realtà parrocchiali d'origine in Italia. I giovani hanno scoperto una comunità cristiana radicalmente diversa: Una Chiesa "terra terra", concreta e spogliata di formalismi. Un cammino ecclesiale dinamico, dove i giovani assumono la responsabilità diretta degli incarichi pastorali. Un modello pastorale strutturato attorno alle persone e alle loro vite, anziché incentrato esclusivamente sulla burocrazia e sulla ritualità.

In una delle zone più delicate della Compensa, con le fogne a cielo aperto


«Qui il cammino ecclesiale sembra molto più umano», continua Daria, lanciando una riflessione che interroga il futuro delle nostre comunità: «È una Chiesa centrata sulle persone e non sul rito. Nelle nostre parrocchie, spesso, ci sono i più anziani che si credono i padroni assoluti della struttura, bloccando il rinnovamento».

Anche Emanuele è in sintonia con i suoi amici. "Mi sono sentito a mio agio. È stato bello vedere la condivisione della famiglia che ci ha accolto. Negli ultimi giorni, iniziando a capire la lingua, ci siamo inseriti ancora meglio". Uno dei temi più caldi emersi dai racconti è il contrasto tra l'esperienza ecclesiale italiana e quella brasiliana di periferia. Il confronto con l'Italia accende riflettori importanti sulla partecipazione dei giovani: In Italia spesso l'attività caritativa parrocchiale è ridotta e i giovani fanno fatica a inserirsi se non hanno già una famiglia attiva all'interno della Chiesa, mentre nella Compensa la partecipazione appare più fluida e naturale. Edoardo M., che già studia a Bologna e ha alle spalle esperienze di volontariato con le suore, ha notato subito la differenza: "Qui si vede che le persone che vanno in chiesa ci tengono moltissimo al servizio caritativo".

servizio ai senza tetto dopo l'adorazione eucaristica in una comunità


Il viaggio lascia nei ragazzi una consapevolezza nuova, ma anche il desiderio di aver fatto ancora di più. Resta un pizzico di autocritica costruttiva, come l'auspicio di Edoardo M. di "poter interagire ancora di più con i poveri", e l'osservazione di Edoardo B. sulla composizione demografica locale, avendo notato "pochi bambini" durante le attività. Ciò che traspare, alla fine, è il ritratto di una gioventù italiana desiderosa di mettersi in gioco, capace di farsi interpellare dalla povertà e di tornare a casa con un bagaglio di umanità rinnovato.

Una mattinata a pulire la favela san Lazzaro


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