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sabato 17 maggio 2025

ANCHE NOI SIAMO SUE PECORE

 




La lettera di capitano Ibrahim Traoré, presidente della transizione, Burkina Faso a papa Leone XIV.

 

A Sua Santità Papa Roberto Francesco

Non le scrivo da un palazzo, né dalle comodità di ambasciate straniere, ma dal suolo della mia patria, la terra del Burkina Faso, dove la polvere si mescola al sangue dei nostri martiri e gli echi della rivoluzione sono più forti del ronzio dei droni stranieri sopra le nostre teste. Non le scrivo come un uomo in cerca di approvazione, né come uno invischiato in convenevoli diplomatici. Le scrivo come un figlio dell’Africa, audace, ferito, indomito. Ora lei è il padre spirituale di oltre un miliardo di anime, inclusi milioni qui in Africa. Lei eredita non solo una chiesa, ma una missione. E in questo momento di transizione, mentre il fumo bianco aleggia ancora sui tetti del Vaticano, devo inviare questa lettera attraverso mari e deserti, oltre guardie e cancellate, direttamente al suo cuore, perché la storia lo esige, perché la verità lo impone, perché l’Africa, ferita e in rivolta, ci sta guardando.

Santità, noi africani conosciamo il potere della croce. Conosciamo gli inni, le preghiere, le litanie. Abbiamo costruito chiese con mani callose e abbiamo difeso la nostra fede con il nostro sangue.

Ma conosciamo anche un’altra verità, una verità che troppi hanno preferito seppellire: che la Chiesa a volte ha camminato al fianco dei colonizzatori, che mentre i missionari pregavano per le nostre anime, i soldati profanavano le nostre terre, che mentre voi predecessori parlavate del cielo, i nostri antenati erano incatenati sulla terra. E anche ora, in questa cosiddetta era moderna, subiamo ancora le catene non del ferro, ma del silenzio. Dell’indifferenza di giochi geopolitici che si svolgono in sacre oscurità.

Quindi chiedo, in nome delle madri che pregano sui pavimenti di terra battuta e dei bambini che frequentano il catechismo a stomaco vuoto: il suo papato sarà diverso? Sarà lei il Papa che vede l’Africa non come una periferia, ma come il centro profetico? Sarà il Papa che non si limita a visitare le baraccopoli per fotoricordi, ma che osa parlare con rabbia contro le forze che rendono permanenti quelle baraccopoli? Vede, Santità, io sono un uomo forgiato dalla guerra, non dalla ricchezza. Non sono stato rovinato dalle istituzioni occidentali per uso politico. Non mi hanno insegnato la diplomazia a Parigi. Ho imparato la leadership in trincea, tra la gente, dove il dolore è maestro e la speranza è resistenza.

Guido una nazione che è stata emarginata dal mondo finché non ci siamo rifiutati di stare zitti. Ci è stato detto che eravamo troppo poveri per essere indipendenti, troppo deboli per essere sovrani, troppo instabili per resistere. Ma glielo dico con il tuono degli antenati nella voce: abbiamo smesso di chiedere il permesso di esistere. Abbiamo smesso di implorare validazione da parte dei poteri che sfruttano i nostri minerali mentre predicano la moralità. E abbiamo smesso, assolutamente smesso, di accettare che i leader spirituali globali distolgano lo sguardo dalle grida dell’Africa perché la politica è scomoda.

Santità, [non] parlo ora solo per il Burkina Faso, ma per un continente troppo a lungo dominato. L’Africa non è un continente da compatire, siamo un continente di profeti. Profeti che sono stati incarcerati, esiliati e assassinati per aver osato sfidare l’impero. E lei, ora che porta l’anello di San Pietro come simbolo, seguirà la via dei profeti? O sarà anche lei prigioniero della politica?

Non abbiamo bisogno di altre banalità. Non abbiamo bisogno di altri auguri e preghiere mentre le multinazionali occidentali estraggono uranio dal Niger, e oro dal Congo, sotto scorta armata. Non abbiamo bisogno di neutralità diplomatica mentre i giovani africani annegano nel Mediterraneo fuggendo da guerre cui essi non hanno dato inizio, con armi che essi non hanno fabbricato. Non abbiamo bisogno di dichiarazioni sdolcinate mentre la sovranità africana viene messa all’asta a porte chiuse a Bruxelles, Washington e Ginevra.



Ciò di cui abbiamo bisogno è un Papa che nomini l’Erode moderno, che tuoni contro gli imperi economici con la stessa audacia con cui la Chiesa un tempo tuonò contro il comunismo. Un Papa che dica senza indulgenze che è peccato per le nazioni trarre profitto dalla distruzione dell’Africa. Lei conosce gli insegnamenti di Cristo. Sa che Lui rovesciò i tavoli dei cambiavalute. Sa che Lui disse “Beati gli operatori di pace” ma non disse mai “Beati i pacifinti”. Quindi le chiedo personalmente: parlerà contro il silenzio della Francia e le sue operazioni segrete nel Sahel? Condannerà i traffici di armi che alimentano guerre per procura nei nostri deserti e nelle nostre foreste? Smaschererà l’avidità che si ammanta di carità? La diplomazia che maschera l’imperialismo con colloqui di pace, perché lo vediamo succedere, lo viviamo.

Sua Santità, non le chiedo di essere africano.

Le chiedo di essere umano, di essere morale, di essere coraggioso, perché il coraggio, il vero coraggio, non è benedire i potenti. E’ difendere i deboli pagandone il costo. Mi permetta di parlare chiaro. Il Vaticano possiede ricchezze inimmaginabili, arte senza prezzo, accesso oltre ogni confine. Ma il vero potere non si misura in tesori nascosti dietro mura di marmo, il vero potere si misura nel coraggio di affrontare l’ingiustizia. Anche quando si presenta vestito con un abito su misura, con credenziali diplomatiche e sorridendo nonostante i suoi peccati, Sua Santità, il mondo è sull’orlo del precipizio e l’Africa, questo continente martoriato e bellissimo, non si limita a guardare dal basso: ci stiamo sollevando.

Stiamo sanguinando, stiamo risalendo e osiamo porre domande che risuonano più forte del diritto canonico.

Dov’era la Chiesa quando i nostri presidenti sono stati rovesciati da mercenari spalleggiati dall’estero? Dov’era la Chiesa quando i nostri giovani sono stati rapiti e indottrinati in guerre finanziate da nazioni che pretendono di essere forze di pace? Dov’era la Chiesa quando le nostre valute sono crollate, quando il Fondo Monetario Internazionale ha soffocato le nostre economie? Quando i nostri leader sono stati puniti per aver scelto la sovranità anziché la sottomissione? Non ci dica di perdonare mentre la frusta è ancora nella mano del carnefice. Non ci dica di pregare mentre le nostre preghiere vengono ricambiate con attacchi di droni. Non parli di pace senza nominare i profittatori della guerra.  Perché il silenzio, Santità, non è più santo e la neutralità non è più nobile. Se lei deve essere il pastore di questo gregge globale, allora ascolti questo grido dalla polvere di Uagadugu.

Anche noi siamo sue pecore. Ma non pascoliamo in silenzio nei campi, marciamo per le strade, moriamo in prima linea. Risorgiamo dalle ceneri con il fuoco nelle ossa e le Scritture sulla lingua. Non chiediamo carità, esigiamo giustizia. E la giustizia deve iniziare dalla verità. La verità è che il cristianesimo in Africa è stato sia un balsamo che una spada. La verità è che la Chiesa ha nutrito i nostri spiriti senza riuscire a proteggere i nostri corpi. La verità è che la redenzione senza riconoscimento è una mezza verità e le mezze verità non hanno mai guarito le nazioni.

Santità, ora lei siede sulla cattedra di San Pietro. Ma ricordi, Pietro rinnegò Cristo tre volte prima che il gallo cantasse. Non permetta alla Storia di scrivere che la Chiesa ha rinnegato l’Africa ancora una volta. Faccia sì che il gallo canti forte e chiaro in Vaticano. Che svegli la coscienza di cardinali e re.

Che echeggi nei corridoi del potere, dove uomini in toga e uomini in uniforme barattano il silenzio con l’influenza. Che annunci una nuova alba, non solo per la Chiesa, ma per il mondo. Perché qui in Africa non temiamo le albe, le creiamo. Siamo figli e figlie di Sankara, Lumumba, Nkrumah e Biko. Portiamo le Scritture in una mano e l’onore, il ricordo dei rivoluzionari nell’altra. Abbiamo imparato a pregare e protestare con lo stesso respiro. E chiediamo: il suo papato camminerà con noi? Ci verrà lei incontro nel nostro dolore, non solo tra i banchi delle nostre chiese? Riconoscerà Dio nella nostra fame? Cristo nel nostro caos, lo Spirito Santo nelle nostre lotte?

Perché se non è questo il tempo, è quello di Giuda, e se la Chiesa continua a predicare la pace ignorando la macchina dell’oppressione, in quale Buona Novella ci resta da credere? Non lo dico con rabbia, ma con sacra urgenza. Siamo un popolo al crocevia tra profezia e politica, e il tempo dell’Africa non si sta avvicinando, è qui. Stiamo riscrivendo la narrazione, rimodellando il futuro, rivendicando la dignità che ci è stata negata da secoli di dominazione straniera e di manipolazione spirituale. E la Chiesa deve decidere da che parte stare: con i poteri forti qui, o con le persone che sanguinano.

Non scrivo questa lettera per condannare. La scrivo per invitarla, Santità, a una solidarietà più profonda, a una solidarietà che cammini a piedi nudi con i poveri, che osi dire la verità a Roma con la stessa audacia con cui lo fa in Ruanda, che ricordi i santi non solo per i miracoli, ma per il loro impegno per la giustizia.

Aspettiamo le vostre voci, non dai balconi, ma dalle trincee e dalle favelas. Dai campi profughi, da dietro le sbarre delle prigioni politiche dove la verità è incarcerata. Perché solo quella voce, la vostra voce, può riscattare il silenzio. E se oserete pronunciarla, non solo l’Africa vi ascolterà, ma il mondo intero.

Firmato: capitano Ibrahim Traoré, presidente della transizione, Burkina Faso, figlio dell’Africa, servitore della sovranità

venerdì 12 agosto 2022

Rompiamo il silenzio sull’Africa. Appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti italiani

 




Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo.

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.

So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa. Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa.

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.



È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).

 


Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.  Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.

Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.

Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.  Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

 

*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell'Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace

sabato 24 novembre 2018

DOVE VA L'AFRICA?





 SFIDE, MIGRAZIONI, NARRAZIONI

MILANO-24 NOVEMBRE 2018

QUADRO GEO-POLITICO E SFIDE DELLA COOPERAZIONE

Relatore: Mario Raffaelli (presidente AMREF-African Medical and Research Foundation)
Sintesi: Paolo Cugini

Di Africa si parla poco e quando se ne parla se ne parla male, in modo superficiale e schematico.
Questa superficialità c’è anche sulla storia dell’Africa. L’Africa ha sofferto una storia sempre interrotta. Un’interruzione significativa è stato l’incontro con il mondo europeo. La presenza dei paesi europei ha segnato un punto d’arresto del suo sviluppo naturale.

Il dramma dell’Africa si riassume nel fatto che non ha mai avuto la possibilità di sviluppare il proprio sistema economico e politico in modo graduale.
Possiamo parlare di afriche in termini di visione all’interno dell’Africa, frutto anche di conflitti interni e della guerra globale al terrorismo.

Immigrazione e integrazione. L’immigrazione è un problema strutturale. È un Continente in cui i tassi di sviluppo demografico sono in forte crescita. C’è stata una diminuzione drastica della mortalità infantile, che non è stata accompagnata dalla crescita economica. C’è un grande numero di poveri assoluti. C’è stata un’evoluzione in termini sociali. Negli ultimi anno è cresciuta molto la scolarità. Comincia a crescere un capitale umano che prima non c’era.

Si è cominciato a creare un embrione di mercato interno africano. Si pone il problema di come poter fare il grande salto. Nel 2011 c’è stato un rallentamento rispetto alla crescita economica media che era del 5%, trainata dai paesi che sono ricchi di materie prime. Questo sviluppo forte, ha conosciuto la crisi all’epoca della crisi del prezzo delle materie prime. Nei prossimi anni si prevede una crescita del 3,5%. Ci vorrebbe una dinamica di crescita più robusta. In questo periodo, chi sta crescendo di più e meglio sono quei paesi africani che non godono delle risorse di materie prime.
Sono paesi che hanno dato spazio alla crescita dell’agricoltura. Conta anche il fatto che c’è una nuova dinamica dello sviluppo tecnologico. Il telefonino in Africa è stato un fattore di crescita estremamente significativo. Oggi con il telefonino in Africa si fanno molti pagamenti.

Un altro settore è quello dell’energia. Il 75% della popolazione non è raggiunto dall’energia. Sta avendo un grande sviluppo l’energia alternativa, in modo particolare quella solare. Il Ruanda ha costruito la sua crescita sull’energia alternativa e sullo sviluppo tecnologico.

Tutto questo si riflette sui singoli paesi. Il vero salto che l’Africa potrebbe fare sarebbe sullo sviluppo di un mercato interno. La mancanza di un mercato Continentale e regionale è ciò che impedisce la crescita. L’Unione Africana ha deciso d’investire sulla costruzione di un mercato interno. Solo così l’Africa può crescere. È necessaria, in questa prospettiva, è la possibilità di partire a livello regionale. Su questo ci sono situazione diversa. L’Africa Australe e l‘ECOAS hanno già espresso dinamiche in questo senso più forti che in altre aree.

C’è un ammontare di risorse che sono necessarie per rendere credibile un processo di questo tipo, vale a dire strade, porti, ecc. per sviluppare un mercato dinamico.
In Africa c’è una classe media di 300 milioni di persone, che è una forza trainante, ma che ha bisogno di interventi significativi a livello infrastrutturale.

Chi può aiutare? L’Europa e la Cina. Gli USA non sono interessati. La Cina è molto presente in Africa. La Cina ogni due anni fa un grande meeting con i presidenti africani e con i rappresentanti dell’economia cinese. La Cina è una presenza forte sia negli accordi che nella presenza delle persone. C’è una migrazione verso l’Africa di cinesi, che vanno ad aprire il piccolo commercio. Ora la Cina fa interventi grandi, complessi: ad esempio la ferrovia che collega molte città. I cinesi hanno iniziato ad essere presenti anche dal punto di vista militare. Quale tipo di cooperazione bisogna mettere in campo e chi?
Connessione tra sviluppo, sostenibilità e pace. È inutile parlare di sviluppo dove non c’è pace e stabilità.



DEMOGRAFIA E SANITA’

Relatore: Giovanni Putoto (Responsabile ricerca del CUAM. (Medici con l'Africa Cuamm è tra le maggiori organizzazioni non governative sanitarie italiane per la promozione e la tutela della salute delle popolazioni africane. Realizza progetti a lungo termine in un'ottica di sviluppo. A tale scopo si impegna nella formazione in Italia e in Africa delle risorse umane dedicate, nella ricerca e divulgazione scientifica e nell'affermazione del diritto umano fondamentale della salute per tutti- FONTE: wikipedia)

Sintesi: Paolo Cugini

La crescita demografica interessa in maniera esclusiva il Continente africano. Nel 2100 l’Africa avrà il 40 % della popolazione mondiale. Dietro a questa spinta c’è il fenomeno della transizione demografica. In una popolazione ci sono varie fasi. Nella prima, c’è un alto tasso di natalità e mortalità. Nella seconda fase, la mortalità diminuisce. La terza fase è il declino della natalità.
Dal 1960 al 2018 che cosa è successo? Osserviamo che progressivamente c’è una diminuzione del numero della fertilità. Al di sotto dei tre figli per donna diminuiscono, eccetto a quella africana, anche se ha iniziato un processo di convergenza con gli altri paesi. Dal 1960 aveva 7 figli per donna ai 4,5 di oggi.

Prima variazione: i paesi che hanno più fertilità nel mondo sono i paesi fragili.
Ci sono paesi che sono arrivati ad avere 3 figli (Kenya). C’è una grande diversità tra coloro che vivono in città (2 figli) a quelli nelle zone rurali (5 figli). Quanto tempo impiegherà l’Africa per diminuire la propria natalità? Questo è il problema. C’è una condizione di caos che esiste in alcuni paesi e non permettono un’analisi della crescita demografica.

L’Università di Padova ha indagato la mortalità infantile nel Veneto attraverso l’analisi dei registri parrocchiali. La mortalità infantile era di molte superiore ad altre realtà europee. Oggi la media della mortalità infantile dell’Africa sub sahariana è identica a quella dell’Italia degli anni ’50. Nell’arco di 20 anni la mortalità infantile veneta si è allineata alle altre regioni. Il veneto è stata la regione con il più alto flusso migratorio. È intervenuta un’attenzione maggiore ai bambini. È migliorata la cura verso i bambini piccoli, neonati.

Perché una famiglia decide di avere figli? Ci sono dei meccanismi comuni a tutte le popolazioni. L’allattamento è un meccanismo
Secondo motivo: esperienziale. È la ferita della donna quando perde un figlio: è considerato un fatto innaturale. Il meccanismo è di rimpiazzare una vita perduta.
Figli in situazioni di grande crisi c’è una scelta razionale di avere un numero più elevate.

Le cose cambiano quando i genitori decidono d’investire sul futuro dei figli: ha un ritorno.
Un’altra sfida sono i sistemi sanitari. In Africa la gente si paga i servizi. Non c’è nessuna forma di condivisione del rischio. L’Africa deve sviluppare un sistema di Welfare. Investire in salute materna infantile conviene. È una questione politica di cooperazione.

C’è la sfida degli stati fragili. Sta cambiando la geografia delle povertà. La migrazione africana interna è il vero dato fondamentale perché assorbe l’85% del processo migratorio. C’è una migrazione che avviene per natura economica o per motivi di studio. C’è una migrazione importante che avviene per gli stati fragili, che sono capaci di alterare gli equilibri positivi raggiunti.

Gli stati fragili dell’Africa concentrano l’80% dei poveri del mondo. Sierra Leone è uno di questi. Anche l’Etiopia e l’Uganda. Lo stato di violenza è uno dei fattori fondamentali. C’è un uso strumentale della violenza a scopo politico. C’è anche una fragilità climatica, oltre che politica.

Esempio positivo dell’Uganda. Come mai gli ugandesi non ci sono? In Italia ce ne sono 500. Eppure hanno una spinta demografica tra le più alte del mondo. C’è stato un miglioramento relativo dal punto di vista politico ed economico in paese che era stato contrassegnato dai problemi interni. C’è stato uno sviluppo umano con la diminuzione della mortalità infantile. Oltre a ciò c’è da considerare la presenza dei missionari che hanno costruito in ogni villaggio delle scuole e degli ospedali.






lunedì 4 luglio 2016

CONTAMINAZIONI LITURGICHE






Molto bella e animata la messa di Domenica 3 luglio 2016 a Regina Pacis. E' stato il coronamento di un percorso d'incontro, di accoglienza reciproca tra gli studenti universitari del Camerun, Togo e Congo presenti in via Zandonai a Reggio Emilia e le famiglie della Burkina Faso presenti sul nostro territorio. Da mesi ci frequentiamo con incontri biblici, momenti di preghiera e di condivisione. Era giusto che trovassero spazio nella liturgia domenicale per esprimere il loro modo di relazionarsi con Dio. Mi hanno colpito i colori dei vestiti e il coinvolgimento della corporeità. Senza dubbio abbiamo colto che molti di loro provengono da un cammino di chiesa, di comunità. Tra loro ci sono catechisti, ministri dell'Eucarestia, coristi. Sarebbe bello che possano trovare spazio anche nelle nostre comunità, per smetterla, così, di vederli appena come stranieri, e sentirli invece come fratelli e sorelle. E' nella liturgia che possono avvenire dei miracoli. Dinanzi alla presenza del Signore che si è fatto piccolo per noi, nostro fratello, anche noi impariamo ad accoglierci come fratelli e sorelle, andando al di là delle differenze culturali e geografiche. Un grazie, allora, di cuore per la bella celebrazione che ci avete donato. 



mercoledì 1 giugno 2016

GIUBILEO DELLA MISERICORDIA CON LE FAMIGLIE DELLA BURKINA FASO


Il Giubileo della Misericordia con le famiglie della Burkina Faso presenti sulla nostra unità pastorale è stato il frutto di un cammino spirituale che ormai va avanti da mesi. È  Francesco che c'invita ad alzare gli occhi per scorgere nuovi cammini di evangelizzazione e cioè a non concentrare tutti gli sforzi pastorali sulle stesse persone di sempre. Quando con un gruppo di famiglie visitiamo al lunedì sera le famiglie che si sono avvicinate alla Caritas per chiedere un pezzo di pane, ci  rendiamo conto che c'è un altro pane che dobbiamo condividere. E allora, senza trascurare ciò che si è sempre fatto, guardando ai percorsi nuovi iniziati quest'anno, mi viene da esclamare"Come sono belli i piedi del messaggero che reca lieti annunzi" (Isaia).