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martedì 15 ottobre 2019

I VOLTI DELL’AD GENTES




ROMA 14 OTTOBRE 2019

Sintesi: Paolo Cugini

Il modello estrattivo non cambia, perché è parte del modello economico neoliberale.
La situazione attuale dei popoli indigeni è difficile, perché i territori sono contestati e minacciati. In 9 mesi i territori sono invasi come da tempo non succedeva.
Stiamo vivendo un contesto ecclesiale speciale, non solo per il Sinodo. È contesto che dalla Laudato Sii è entrato in dialogo con i popoli indigeni.

Che cosa fa la CNBB in questa situazione? Mantiene una posizione ferma sul tema dei diritti umani.

Padre Livio Girardi. I Volti della Missione

Metodologia dei missionari nella terra Indigena Raposa Terra do Sol
I popoli indigeni sono 8: yianomami sono i più noti. In Roraima ci sono 33 terre indigene già marcate dai governi precedenti.
Che tipo di presenza ha esercitato la Chiesa in questi luoghi? Prima del Vaticano II il progetto è la sacramentalizzazione. In certi aspetti la Chiesa è stata complice ed assente.
Dopo il Vaticano II la novità è una lettura nuova della realtà. “Noi che il Dio dei bianchi fosse buono”: così disse un capo indigena vedendo quello che stava succedendo.
Nel 1974 i missionari della Consolata decidono di dedicarsi totalmente ai popoli indigeni e spinsero la Chiesa di Roraima a fare lo stesso. Nel 1979 il vescovo scrive una lettera in cui si chiede se i missionari possono evangelizzare gli indios. La Chiesa deve fare l’opzione per i poveri. Quattro conseguenze di questa lettera:
1.      L’organizzazione del movimento indigena
2.      Preparazione degli agenti pastorali
3.      Progetti di promozione umana
4.      Progetto “una vaca para o indio”

Conseguenze di questa scelta è la forza dell’unità dei popoli indigeni. Per i missionari ha portato una nuova metodologia. Non dialoga più con il padrone di terre, ma con gli indios. Inoltre, la comunità diventa un luogo teologico.

Suor Amelia Gomes: i popoli della Guinea Guissau

È uno Stato Africano. Gli abitanti parlano il portoghese, oltre il criolo. Circa il 42% della popolazione è analfabeta. La prima missione è avvenuta nel 1992 a Emapada. Abbiamo iniziato conoscendo e visitando le famiglie, per conoscere la realtà del popolo. La proposta è stata la possibilità di viere in un modo nuovo. Per mezzo della vicinanza e del dialogo abbiamo iniziato un percorso di evangelizzazione. Abbiamo osservato, ascoltato senza fretta, progettando la missione con pazienza senza fretta. Rischi di dimenticare che la missione è opera di Dio.

Il nostro stile di missione è basato sulla semplicità, privilegiando la cura delle relazioni. Questi gesti ci hanno permesso di conoscere la tradizione e la cultura del popolo. Partecipando della loro vita, ci ha permesso di essere accolti.
Noi abbiamo capito che i popoli non devono lasciare le loro tradizioni per essere cristiani. Abbiamo riflettuto, così, sull’idea d’inculturazione.

Nei percorsi formativi che proponiamo – pittura, cucito, e altro – annunciamo la Buona Novella. Risvegliamo, infatti, il valore della vita, della donna, del valore della famiglia.
La missione come presenza rispetta tutte le tradizioni e le culture.
Ci siamo domandati: come annunciare il Vangelo ai non cristiani? Ci dev’essere un processo di attenzione alle culture.

In Guinea Bissau siamo sempre andati dove ci hanno chiamato, rimanendo attenti alle loro esigenze. È stato interessante scoprire che Dio li aveva visitati prima di noi. Nei luoghi in cui siamo andate senza essere chiamate, la missione non è continuata.
Abbiamo imparato a prendere in considerazione le persone e le culture in tutti i suoi aspetti.


sabato 28 settembre 2019

NELL'ANIMA DELLA CINA


FESTIVAL FRANCESCANO
BOLOGNA 2019




Sintesi: Paolo Cugini

Prodi: La Cina è sempre stata all’avanguardia. La Cina è una forza comune per recuperare un ruolo del mondo. C’è un grande progresso che ha unificato il Paese. Quando c’è una potenza che decade e una che cresce spesso c’è una guerra di mezzo. Il compito dell’Europa sarebbe quello di mediare tra le due potenze. L’Italia è il paese europeo in cui ci sono più cinesi.

Spadaro: in generale Matteo Ricci per i gesuiti è un modello. I gesuiti hanno nel cuore la Cina, perché la Cina rappresenta l’altro da noi, la sua cultura è fortemente diversa dalla cultura Occidentale. Papa Francesco è colpito da Matteo Ricci perché lui aveva disegnato il mappamondo per il popolo cinese. Il mappamondo ti fa conoscere il mondo. La Cina si è sempre letta come una specie di proiezione del cielo sulla terra. Matteo ricci facendosi cinese è riuscito a creare un ponte tra la Cina e il mondo, e mostrando come nel mondo c’erano grandi culture. È la logica della tavolozza di colori. La chiave dei rapporti dei popoli per Matteo Ricci è l’amicizia. Il rapporto tra Cina ed Europa è lontanissimo. La via della seta è stata attiva dal primo e il XIV secolo. L’economia si lega moltissimo con la spiritualità. All’interno della via della seta, si sono incontrati cristiani, mussulmani, buddisti, confuciani, zoroastrismi, ecc. C’erano monaci che attraversavano la via della seta.

Prodi: Pechino è l’opposto di Palermo. La Cina ha la consapevolezza della propria crescita economica e della tendenza positiva. La tensione tra Cina e USA non è più commerciale, ma tecnologica. La Cina sta sopravanzando gli USA sullo sviluppo tecnologico. La Cina ha il 20% della popolazione del mondo e il 6% delle terre coltivabili. La Cina è spinta a fare una politica estera per cercare cibo, materie prime di cui ha bisogno. Ecco perché è così presente in Africa e in America Latina. L’Europa dovrebbe lavorare assieme alla Cina per l’Africa. Spadaro ha parlato di Matteo Ricci. Ebbene lui prima ha dovuto dimostrare competenze. Il problema della selezione è il più grande strumento che ci sia in Cina. Il livello intellettuale è elevatissimo. In questa storia dell’arricchimento ci sono stati anche problemi di corruzione. Ecco perché il nuovo presidente ha fatto una campagna contro la corruzione. La storia cambia sempre. Fra 30 anni il paese più popoloso sarà l’India.

Spadaro: Dobbiamo considerare che quello che stiamo vivendo nel dialogo tra Vaticano e Cina è qualcosa di nuovo. Matteo Ricci è stato accolto in Cina non perché prete, ma perché uomo dotto e colto. Adesso il dialogo avviene su un livello religioso. Il Governo cinese si rende conto che la crescita economica richiede un’armonia interna. La Chiesa cattolica è un’entità strutturata con cui si può dialogare, più che con le sette. C’è un bisogno di armonia sociale che spinge il Governo a cercare il dialogo. Lo sviluppo economico produce domande di senso. Ci sono delle sette che crescono nel paese, crescono molto di più della Chiesa cattolica che è stata divisa sino ad ora. Dopo il dialogo tutti i vescovi che lavorano in Cina sono in comunione con il Papa. Ratzinger si chiedeva se esisteva un cristianesimo cinese. Lo stesso si chiese il presidente della Cina. L’unico momento della storia in cui il cristianesimo ha dovuto confrontarsi con una sfida così grande è stato nel periodo dell’inculturazione con il pensiero greco-ellenico. Ripensare il cristianesimo con le filosofie confuciane, taoiste, ecc. Occorre ripensare l’inculturazione del cristianesimo. Sono stati ordinati dopo l’accordo provvisorio, due vescovi cinesi. Per la prima volta in Cina vengono ordinati due vescovi che sono stati scelti in perfetto accordo tra il Governo cinese e la Santa Sede. Il Papa è stato riconosciuto come fondamentale per la selezione e ordinazione di vescovi in Cina. È la prima volta in Cina. Nel corso della celebrazione il Papa è stato nominato. Questa è una rivoluzione rispetto al passato. Tutto quello che riguarda gli affari dipendono dalla Cina, ma dal punto di vista religioso in Cina oggi si vive in comunione con il Papa.

Dell’umana fratellanza e altri dubbi


FESTIVAL FRANCESCANO
BOLOGNA 2019


Adnane Mokrani e Brunetto Salvarani

modera Giuseppe Caffulli

Due teologi, uno cristiano (Brunetto Salvarani) e uno musulmano (Adnane Mokrani), si confronteranno sul rapporto tra le religioni, dal Concilio Vaticano II al “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.
Sintesi: Paolo Cugini

Il documento sulla fratellanza spinge sulla cultura della pace e della tolleranza. Francesco dice che la pace non è solo il contrario della guerra.

Adnane: “Le religioni non incitano alla guerra e non invitano alla violenza”. Questa conferma così chiara, ha suscitato dubbi. Nella storia in tanti casi, le religioni sono state usate come strumenti di guerra. La religione dovrebbe essere strumento di pace e realizzazione. Nella storia la religione è stata usata per servire il potere.

Salvarani: Tre considerazioni. La prima è sul tema della fratellanza. Giacobbe ed Esaù, due fratelli che litigano. Peer dirsi fratelli occorre fare un percorso insieme. La storia di Genesi è utile perché dopo molti momenti di conflitti, alla fine, quando s’immagina che Esaù è esasperato, alla fine c’è un abbraccio. La fratellanza ha dei prezzi da pagare. Due sorelle: Lia e Rachele, mogli di Giacobbe. L’esito della fratellanza non è scontato. Quell’abbraccio finale non viene fatto. Qui c’è una fratellanza solo sulla carta. Occorre passare dalla carta alla carne, pagando dei prezzi. La seconda considerazione: è un documento laico. Si parla poco di teologia. Il tema è di far emergere la dimensione sociale del dialogo. Ultima considerazione: faccio fatica ad usare il termine tolleranza, perché la fratellanza prevede un medesimo livello, e quindi si tratta di educarci alla gestione dei conflitti. Dobbiamo recuperare una responsabilità corale e globale.
Giuseppe: tema della povertà e giustizia. Uno dei problemi del mondo è legato agli squilibri economici. Come si declina il tema della giustizia?

Adnane: nel documento si parla di un unico destino dell’umanità. “Abbiamo condiviso gioie e tristezze nel mondo contemporaneo”. C’è un’emergenza che necessita solidarietà, unità, resistenza. Viviamo un’epoca di globalizzazione anche dei problemi che non permettono visioni monistiche. La religione dovrebbe essere la coscienza critica dell’umanità, strumento di liberazione. Il documento parla di valori condivisibili. Credere in Dio significa credere nella gente che soffre: la solidarietà è il frutto diretto nella fede in Dio. C’è un cerchio tra Dio, popoli, umanità e valori fondamentali.

Salvarani: religioni come coscienza critica. La gente che soffre: in un ambito francescano fa venire in mente il testamento di Francesco. Qui racconta che si è convertito baciando il lebbroso. Questo è fondamentale, perché è un messaggio importante. È in quel lebbroso che si trova l’immagine più realistica di Dio. Oggi ci sono due tesi: da una parte c’è chi identifica le religioni come responsabili del fanatismo. Dall’altra c’è chi dice che le religioni non c’entrano. Sono entrambi risposte sbagliate. Non possiamo dimenticare le nostre responsabilità nei colonialismi vecchie e nuovi. Quello che non possiamo sopportare è il sistema di iniquità economica che produce disuguaglianze esplosive. Dove sono le religioni in una stagione storica così delicata? Dovrebbero essere li dove si dice che occorre recuperare la dignità umana per tutti.
Giuseppe: Il documento di Abudabi cerca di mantenere una riflessione condivisa tra cattolici e mussulmani. Esistono, però dei codici diversi d’interpretazione. Come si dialoga a partire dalle differenze?

Adnane: ci sono differenze non solo tra Occidente e Oriente, ma anche dentro l’Islam e anche dentro il cristianesimo. La vera differenza è quella tra oppressori e oppressi, tra dittatori e quelli che subiscono la dittatura. Nel mondo arabo c’è sete di libertà e democrazia. La dittatura nel mondo arabo non è separata dal tema del denaro. I potenti coprono le situazioni di disuguaglianza. C’è una solidarietà del male. Dobbiamo rispondere con la solidarietà del bene. Nel documento si capiscono i valori postivi condivisi. La libertà come dono e il pluralismo come fatto positivo: questa è una novità teologica. Dio ci vuole diversi. L’interpretazione dei testi sacri ci aiuta molto, perché ci aiuta a capire che Dio può parlare in diverse lingue e culture e ogni credente può imparare da tutti.

Salvarani: Un passaggio di questo testo del documento di Abudabi apre ad una posizione teologica che non c’era stato in un nessun documento cattolico. “Il pluralismo di fedi, culture, di sesso, è sapiente volontà divina”. Sparisce il paradigma inclusivista e esclusivista: Dio ha creato il plurale. Sono una sapiente volontà divina. In Europa si ha l’impressione che quella che oggi non ci aiuti è la crisi della politica. Oggi la politica dovrebbe rendersi conto che il fatto che le religioni vogliono essere presenti sullo spazio pubblico è una benedizione. Siamo in una stagione fatta di paure e strumentalizzazioni. Dobbiamo ricostruire un tessuto di comunità. È possibile camminare insieme.
Giuseppe: viviamo il problema delle differenze interne nelle nostre culture. A partire da quello che siamo, come impostare un dialogo autentico? Quale Islam oggi e come superare le differenze?

Adnane: da mussulmano posso parlare, analizzare la crisi del mondo islamico, ma sono anche interessato gli sviluppi dentro il cristianesimo e in particolare la missione di Papa Francesco. Occorre trovare nuovi linguaggi, nuovi cammini. Francesco sta in mezzo ad una tempesta, senza cambiare via, senza lasciarsi travolgere dalle tempeste negative. Sunniti e sciti hanno il compito per dire che non c’è nessuna giustificazione per la guerra e la violenza.

Salvarani: attenzione nei confronti di quanto sta succedendo oggi nel cristianesimo. Oggi tutte le religioni stanno vivendo una lotta durissima al proprio interno. C’è una spinta verso l’idea che la tradizione sia il tradizionalismo, mentre la Tradizione significa coltivare le cose che vengono dal passato con la novità della contemporaneità. La Chiesa si fa colloquio. Novembre 2015 a Firenze, Francesco diceva che noi siamo in un’epoca del cambiamento. Noi siamo gli ultimi cristiani di un certo modo di essere cristiani. Non sono più sufficienti i rosari, le devozioni, per essere credibili. Oggi il mondo non ha bisogno di parole, ma di uno stile. Il problema è come vive il cristiano. Le difficoltà, le perplessità sono pane quotidiano di un cammino di fede. Oggi non si può più identificare il cristianesimo con l’Occidente. Se c’è una forza nel Vangelo è quella di rompere le appartenenze culturali. Il Vangelo va oltre. Balducci parlava di uomo planetario.




SOTTO LA TENDA DEL SULTANO

FESTIVAL FRANCESCANO

BOLOGNA 2019

Con Giuseppe Buffon e Paolo Bizzeti




Sintesi: Paolo Cugini
Giuseppe Buzzon. Ha scritto un libro: Francesco l’ospite folle. Massignon era un archeologo francese che viene accusato di spionaggio, condannato a morte e salvato da una famiglia mussulmana. Questo evento gli ha permesso di compiere un cammino di riscoperta delle religioni.

Ernoul 1227-29 è un cronista favorevole al dialogo con l’Islam.

Jacopo da Vitry 1220-25 era convinto che attraverso la predicazione della crociata si potevano calmare i crociati. È critico nei confronti di Francesco prima della sconfitta dei crociati. “Sono le armi o la nudità il fattore più importante per entrare in dialogo con l’Islam”. SI rende conto che la mondanità della Chiesa non ha nessuna via d’uscita. E’ l’umiltà di Francesco che conquista e permette il dialogo.

Francesco d’Assisi 1221-1225 I frati non devono portare nulla per il viaggio. È il vangelo sine glossa. Non solo ospiti, ma sottomessi nella casa in cui i fratelli sono ospitati. Francesco chiede ospitalità. Sudditi anche delle bestie. La conflittualità va gestita con la pace.

Capitolo XVI prima regola: i frati che vanno tra gli infedeli devono evitare liti e dispute ed essere soggetti a tutti e confessino di essere cristiani. C’è un modo di fare missione essendo sottomessi a tutti.

Biografi: desiderio di martirio. Come mai Francesco è santo ma non è martire?
Enrico D’Avranches 1232. Per lui Francesco è un retore, ma Francesco rifiuta quest’arte in Europa e la utilizza con i popoli mussulmani. Francesco è un folle per questo motivo.

Bonaventura di Bagnoregio 1221-1274 Parla di un frate illuminato che accompagna Francesco. Per la prima volta inventa il fuoco. Tra Francesco e il Sultano non c’è disputa ma il fuoco. In un’immagine è un prete che fugge con il fuoco.
Francesco non vuole discutere sulla fede con la ragione. Per Bonaventura non c’è problema di Martirio e l’incontro di Francesco con il sultano prepara le stigmate.

Angelo Clareno. Il sovrano si converte. Il problema dell’incompatibilità riguarda l’ordine dei frati minori in cui comincia il dissidio. Il martirio diventa convivenza con i confratelli.

Vera e perfetta letizia: il problema del rapporto con l’altro è interno.
La grande disputa con l’islam riguarda la disputa che riguarda la nostra Europa. Per i protestanti i frati sono come l’Islam e Francesco come Maometto. Francesco è l’emblema della follia cristiana. Voltaire dirà di Francesco che è un venerabile folle, un fanatico e un demente.
La follia è la chiave di lettura della realtà occidentale. In oriente trovano che i cristiani convivono con i maomettani. Secondo Chesterton la follia di Francesco è stata l’occasione perduta della storia.

Massignon: recupera l’idea del fuoco che è una ripresa di ciò che è accaduto con Maometto.
Senza la pazzia non c’è incontro e senza la pazzia non c’è la richiesta di ospitalità. Poveri e pellegrini sono l’immagine autentica di Cristo.

Paolo Bizzeti, gesuita:
Se volgiamo parlare di dialogo occorre parlare stabilendo una relazione. Abbiamo voglia di stabilire una relazione? Francesco fa una scelta: si fa ospitare.
Esperienza in Turchia. Quando parliamo di dialogo dobbiamo prima di tutto domandarci: chi sono io? È impossibile dialogare senza una chiara identità. C’è chi pensa che essere cristiano appendere un crocifisso e recitare un rosario. Prima di tutto: chi sono io? Cosa vuol dire essere discepolo di Cristo.
Cristiano fa riferimento a Gesù, al suo Vangelo. Prima di dialogare con l’altro, il cristiano deve incominciare a dialogare con Gesù Cristo.

Abbiamo delle statistiche. Nel XVI secolo fu fatto un censimento e oltre ¼ erano cristiani. Se oggi i cristiani siano percentualmente molte basso dipende da situazioni politiche.
I cristiani sono divisi: pochi e poveri e non contano nulla in Turchia. Siamo bravi a divederci tra di noi e poi ci dividiamo con gli altri. Il paino di Dio, la volontà di Gesù? Quale Chiesa ha fondato Gesù? La chiamata alla salvezza è per tutti, ma non vuol dire diventare tutti cattolici. Noi abbiamo un potere non risolto sul potere. Facciamo fatica a pensare al cristianesimo come lievito, piccolo gruppo, semente.

C’è un progetto babelico del dialogo consiste nell’avere una sola lingua. Questo è un progetto demoniaco. Babele è un progetto religioso: è far diventare tutto cielo. Oggi il progetto della globalizzazione è attuato, anche se scricchiola da tutte le parti. Stanno sorgendo, infatti, i particolarismi. Siamo ammalati di questo sogno religioso che tutti diventino come noi. Una volta che si è arrivati a definire che cos’è la verità, l si vuole imporre a tutti.

Verremo valutati sull’amore, sull’attenzione agli altri, ai poveri. In Turchia ci sono giornalisti, avvocati, professori che sono disponibili a perdere ciò che hanno, a rimetterci la vita, perché non vogliono venire a compromessi con il potere, possiamo domandarci: chi è il vero martire?
Chi è il testimone della verità? Chi la proclama con esattezza, o chi ama il fratello o la sorella? Guardare a quanto nelle persone la Verità viene prima della propria vita. 

giovedì 26 aprile 2018

UN ANNO INSIEME A MADELEINE DELBREL




Paolo Cugini

Come ogni anno l’Unità Pastorale Santa Maria degli Angeli indica un personaggio come punto di riferimento dei cammini formativi dell’anno: dalla catechesi alle sagre. Per la prima volta da quando abbiamo iniziato quest’iniziativa – vale a dire il 2015 – il personaggio in questione sarà una donna: Madeleine Delbrel[1]. Dopo un’adolescenza segnata da un ateismo radicale e profondo, Madeleine ritrova la fede nella gioventù, grazie all’incontro con alcuni amici cristiani e, in particolare, all’ingresso nei domenicani del ragazzo che amava, eventi che la spingono a riflettere sulla possibilità dell’esistenza di Dio. Sotto la guida di un abate – padre Lorenzo – inizia un cammino spirituale che la immerge nella preghiera e nella meditazione della Parola di Dio.

La sua intensa vita spirituale che la porta ad immergersi nel mistero di Cristo, accompagnerà tutta la sua esistenza. La passione per Cristo e per il Vangelo orienterà da questo momento tutta la sua vita: decide di essere tutta di Dio. La sua esperienza personale la renderà compassionevole verso i non credenti: scrive “io stessa avevo corso il rischio di preferire la morte alla vita”, e lo dice quando riceve la notizia che due sue amiche atee si sono suicidate. Nel 1929 Madeleine fa nascere il “gruppo del martedì sera”, che studia e riflette sulle Sacre Scritture: la scelta di riunire dei laici che leggono e riflettono sulla Bibbia è, per l’epoca, assolutamente anticonformista. L’esperienza durerà tre anni. Le partecipanti si trovano a casa di Madeleine: le loro riunioni sono costantemente interrotte dal padre che le insulta definendole delle “zitelle frustrate”. Lentamente, riflettendo per tre anni sulle Sacre Scritture, le ragazze vedono concretizzarsi l’esperienza di una vita comune consacrata totalmente a Dio: saranno “contemplative nel mondo”!

Con l’abate Lorenzo inizia a portare pacchi di cibo e di indumenti alle famiglie più disagiate: La strada diventa il terreno sul quale vivere la sua vocazione. Il suo diventa “un Dio coinvolto dal mondo che egli ama”. Con un gruppo di amiche decide di andare ad abitare, negli anni Trenta del secolo scorso, in un quartiere povero di Parigi, desiderando vivere con loro uno stile di famiglia, condividendo la vita dei poveri che, per la maggior parte, erano operai. Svolge in mezzo a loro un’intensa attività come assistente sociale. Proprio questo lavoro la conduce verso un impegno per elaborare politiche sociali in grado di far fronte alla povertà del mondo operaio. S’impegna a favore dei poveri, ma cerca di capire le cause della povertà. La piccola comunità di Madeleine decide anche come sostentarsi. La scelta forte è quella di vivere il più possibile come gli operai: per questo, e poiché nessuna delle tre è abituata a vivere nelle privazioni, tengono una busta per ogni tipo di spesa riempiendola con i loro striminziti stipendi. Tutto ciò che avanza alla fine del mese verrà dato a chi, nella cittadina, ne ha bisogno. 

Nel luglio del 1941 l’assemblea dei cardinali e vescovi francesi apre la Missione di Francia e la Missione di Parigi: si tratta delle prime esperienze dei cosiddetti “preti operai”, che vivono lavorando accanto agli operai nelle fabbriche e nei porti. Viene aperto un Seminario che si occuperà della loro formazione. L’abate Lorenzo, amico di Madeleine e parroco ad Ivry, diventa assistente del direttore del Seminario. A Madeleine viene chiesto di tenervi alcune lezioni dal titolo Il posto del laicato nella Chiesa, Il laicato sottovalutato, Il rinnovamento a lungo atteso e Nulla ci sia di profano. Nell’indicare quali passi avrebbe dovuto compiere la Chiesa per avvicinarsi al mondo reale Madeleine era certamente avanti rispetto ai tempi, ma pienamente conforme alla realtà attuale.

Nel 1950, grazie ai soldi vinti con un biglietto della Lotteria regalatole da un amico, Madeleine può recarsi a Roma per pregare “disperatamente” per la situazione della Chiesa: rimane in San Pietro otto ore. Nel 1955 Madekeine si ammala. Nello stesso anno muoiono il padre e la madre. Per non mantenere troppi legami con ciò che le appartiene, Madeleine brucia tutti i suoi lavori giovanili personali (poesie, disegni, scritti…) 

Dopo trent’anni di attività a Ivry Madeleine è ormai riconosciuta come una “specialista” dell’incontro tra cristianesimo e marxismo: invitata a parlare della sua esperienza e della sua visione in giro per l’Europa, inizia a viaggiare per tenere conferenze.  Poiché non vuole essere pagata dagli organizzatori, cerca di viaggiare di notte per dormire in treno. Quando questo non le è possibile dorme in stazione dove, a volte, viene cacciata fuori insieme ai barboni. Negli ultimi anni della sua vita, Madeleine viaggia intensamente per la Francia a parlare della sua esperienza e di quella delle sue compagne, senza tuttavia trascurare la vita della sua comunità. Lei stessa si definisce “commesso viaggiatore della Parola mio malgrado”. Negli ultimi mesi della sua vita, oltre a viaggiare, Madeleine si impegna nel Movimento per la Pace, di fronte al dilagare delle armi nucleari nel mondo, e invita la sua comunità a ritrovarsi per approfondire temi di attualità come “la teoria del Big Bang”, “le origini della vita e la sua evoluzione”, “le ultime scoperte scientifiche”, mai stanca di conoscere e di studiare. Il 13 ottobre 1964 Madeleine muore mentre lavora seduta alla sua scrivania, una grande scrivania ovale sulla quale, nel corso di 30 anni di lavoro, aveva steso la cartina del planisfero e attaccato foto provenienti da tutto il mondo.

Nel gennaio di quest’anno Papa Francesco riconosce le virtù eroiche di questa donna proclamandola venerabile, dando così continuità al processo di beatificazione iniziato nel 1994.

Sono molti gli punti della vita di Delbrel che possono stimolare la nostra riflessione durante il prossimo anno pastorale. Molte, poi, sono le sintonie con la proposta ecclesiale di Papa Francesco. L’esigenza di un rapporto con il Signore sempre più personale e profondo, che conduce i discepoli e missionari a non chiudersi nel tempio, ma ad aprirsi con slancio verso i fratelli e le sorelle più deboli. Ancora. L’amore per la parola di Dio che diventa punto di riferimento che orienta tutta l’esistenza sino al punto di decidere di donare tutta la propria vita per Dio e per i poveri. Elemento importante da sottolineare è la costante dimensione comunitaria ed ecclesiale che caratterizzerà la vita di Madeleine Delbrel.
Già nella sagra di Regina Pacis – 24-27 maggio - avremo modo d’iniziare ad assaporare la bellezza della santità di questa donna straordinaria, che tanto ha da offrire anche a noi.


[1] Per le note biografiche cfr.: Irene Abis, Vivere il Vangelo nelle periferie di Parigi -  La spiritualità incarnata di Madeleine Delbrêl, Novara 2007

venerdì 15 settembre 2017

INTRODUZIONE ALLA FIGURA DEL CARDINAL CARLO MARIA MARTINI



SAGRA DI REGINA PACIS
Venerdì 15 settembre 2017


Don Fernando Borciani

Sintesi: don Paolo Cugini

E’ stato un personaggio completo. È stato uomo di Chiesa e uomo di confine, con lo sguardo oltre la Chiesa. Innestato in Cristo che generava aperture al mondo e sguardo in avanti.

La dimensione contemplativa della vita
Ogni anno scriveva una lettera pastorale alla diocesi. Appena arrivato a Milano, a settembre scrisse la sua prima lettera pastorale: la dimensione contemplativa della vita. Fu molto chiara questa sua prima mossa: non c’è vita cristiana se non c’è vita spirituale. Martini viveva una grande intimità con Gesù. In ogni incontro Gesù non si ripete mai. Nel 2008 quando rientrò da Gerusalemme scrisse: “Ciò che mi costa di più è che in alcuni momenti la mia debolezza fisica m’impedisce di mantenere vivo il mio contatto con Gesù”. Martini scrive nel 1995-96 la lettera pastorale: Ripartire da Dio.

Il Cardinal Martini: l’uomo della Parola di Dio
Quando parliamo della Sacra Scrittura si arriva al cuore della spiritualità di Martini. È difficile che un papa citi singole persone ancora vive nella Chiesa. Papa Benedetto XVI citò Martini come vero maestro della Lectio divina. Giovanni Paolo II disse: “Mi piace menzionare il cardinale Martini le cui catechesi attiravano molte persone alle quali svelava il tesoro la Parola di Dio”. Papa Francesco disse: “Martini aveva una grande familiarità con la Parola di Dio… È stato per molti di noi un maestro per far apprezzare la Bibbia”. La Parola di Dio è stata la passione del Cardinale Martini. Non fu solo studioso, ma un innamorato della Parola di Dio. Martini era convinto che tanti errori della Chiesa fossero dovuti ad un deficit delle sacre scritture. “Ciò che sto facendo… Sono conforme al Vangelo?”. Il segreto di martini era la lectio divina quotidiana. Inventa la scuola della Parola nel suo primo anno di episcopato. Li faceva il primo giovedì del mese. Colpiva il vocabolario semplice di Martini. La Parola di Dio plasmò soprattutto lui, una figura diversa, senza tattiche, né strategie: un pastore autentico. Dio ci chiede di essere veri, non perfetti.

La cattedra dei non credenti
Attenzione a chi non è credente. “L’espressione dei non credenti va intesa come dare voce, dare voce ai cammini suscitati nel credente. La presenza di non credenti che con personale sincerità si dichiarano tale, e la presenza di redenti che hanno la volontà di entrare in se stessi è utile agli uni e agli altri”. Vennero realizzate 12 sezioni. Vennero affrontati i maggiori temi umani e spirituali: scienza, speranza, dolore, ecc. Fu un’iniziativa pioneristica e coraggiosa. Altri vescovi poi fecero la stessa cosa. L’obiettivo fu una palestra di addestramento per un dialogo non conflittuale tra il credente e non credente. Pensava che c’è in tutti un credente e non credente: siamo tutti credenti e non credenti insieme. Approfondiamo insieme: questo è stato l’obiettivo di Martini. Se ci togliamo maschere, ruoli, funzioni, ci troviamo tutti sulla stessa strada verso la verità. Invito a viere nell’autenticità, senza paure. Novembre 1989 Martini disse: “La differenza è tra pensanti e non pensanti”. La cattedra fu l’indicazione di una metodologia pastorale profondamente rinnovata.

Chiesa e missionarietà
Il Signore ci ha fatti cristiani per renderci testimoni della speranza che è in noi. Martini tenne sempre molto presente le parole della liturgia episcopale: “Per coloro che non appartengono al gregge del Signore, prenditi cura anche di loro”. Scrisse: Alzati e va a Ninive la grande città (1991). Nel 2002, durante una veglia in Duomo disse: “Attraversate la città contemporanea sapendo che insieme è possibile conoscerla nella sua diversità. Favorite i rapporti tra persone che sono diverse. Siate promotori di nuove agorà”. Nel 1980 entrò in Milano a piedi con un Vangelo in mano. Aveva scelto la strada. La sua pastorale era la strada, perché la strada è di tutti, è laica e ti costringe a parlare la lingua di tutti. Dell’episcopato si deve dire che ‘ un sacramento della strada (Giovanni Paolo II). L’episcopato è il sacramento della strada. Nel 1996 disse: “Vorrei farmi tuo compagno di strada”. Lettera pastorale: Partenza da Emmaus, sul tema della missione. Fu una lettera poco capita. Manca l’entusiasmo di fede che è contagioso. “Solitamente partiamo dalle comunità già costituite. Mettere la missione dopo non dice come stanno davvero le cose. Dobbiamo trovare l’armonia tra la pastorale e la dimensione missionaria. La tradizione c’insegna che nella realtà storica la missione ha preceduto la comunità”.

Come vedo e desidero la Chiesa di domani?
Una chiesa che si muove come la prima Chiesa, quella degli Apostoli. “Non ci proponiamo nessun proselitismo. Ci basta essere come Gesù, vivere il Vangelo”. L’opera dello Spirito Santo nella Chiesa. Martini riteneva che grazie allo Spirito Santo la Chiesa è in grado di aiutare il mondo a trovare la direzione giusta. La Chiesa è una goccia capace di orientare la società. Per questo non ha vita facile nella società. Diceva che sarebbero solo minoranze qualificate a cambiare la Chiesa. Per cambiare la Chiesa bisogna amarla fino al dono della propria vita. Martini era cosciente che su alcuni punti era necessario parlare. “Ho fatto un sogno”. Auspico un confronto su questi temi: ruolo della dona, la visone cattolica sulla sessualità. Martini morì con la convinzione che le sue idee sarebbero rimaste solo un sogno. Sognava una Chiesa che infonde coraggio, aperta e giovane. Martini diede un’intervista al Corriere della Sera in cui usò l’espressione: noi viviamo in una Chiesa che è rimasta indietro 200 anni. “Portiamo ai sacramenti che necessitano una nuova forza? Come può la Chiesa a portare aiuto a chi ha situazione familiari complesse?”.

Due tratti personali di Martini
Aveva una grande capacità di ascoltare le persone. Solo chi sa ascoltare è capace di orientare le persone. Quando eri con lui, eri tutto per lui. Martini non parlava molto. Rifletteva molto rimettendo tutto nelle mani di Dio. Fu questa dote che lo rese un padre comprensivo. Un altro tratto di Martini: era allergico alle polemiche. Molti però polemizzavano con lui. “La mormorazione rappresenta la spia di un’aria stagnante sottilmente avvelena e deprime”. Martini aveva idee avanzate sulla Chiesa, volte a far evolvere il cammino della Chiesa. Mai si collocava in logiche di contrapposizione e polemica. Tutto in Martini poggiava su Gesù. Ogni appunto per la Chiesa partiva da un grande amore per la Chiesa.

Conclusione

Martini ogni anno a Natale scriveva una lettera. Martini amava molto Gerusalemme e il popolo ebraico. Scrisse 22 discorsi alla città. Ci sono anche discorsi sulla vita sacramentale. Fu anche presidente dei vescovi europei. Molti libri di Martini sono stati trascritti dal registratore. 

lunedì 25 aprile 2016

QUALE CONTAMINAZIONE?




Paolo Cugini

Usciamo da una lunga stagione durante la quale si è identificata la verità con l’idea astratta, con i sistemi filosofici e teologici, con la presunzione di capire il reale a partire dall'applicazione di sistemi teorici pensati a tavolino. In questo processo anche la chiesa è stata coinvolta. Nel mondo Occidentale l’epoca della cristianità ha visto la religione a braccetto del potere, lontano dalle classi povere, anzi spesso e volentieri contrapposte ad esse. Per molti secoli le sorti dei popoli erano decise nei palazzi episcopali. Il messaggio del Vangelo è stato proposto per molti anni da una chiesa forte, potente e gloriosa. Se viviamo un processo di scristianizzazione, le cause vanno cercate anche nel modo nel quale il cristianesimo si è proposto al mondo.

L’epoca attuale, che sta strutturandosi sulle rovine delle meta narrazioni moderne, sgretolatosi nell'impatto con la realtà, offre nuove possibilità per il sapere e per la comprensione della stessa realtà. Se la modernità si è configurata in Occidente come possibilità d’interpretazione del reale a partire da predefiniti presupposti teorici, l’epoca postmoderna offre la possibilità di percorrere il cammino inverso. Possibilità di ascoltare il reale per come si manifesta, di cogliere la realtà nella sua novità. Ciò comporta la disponibilità a lasciarsi contaminare, a cambiare opinione, a mettere in moto processi di adattamento al reale. In questa prospettiva la verità non è più esclusivamente un pensiero che viene dall’idea, ma un dono che riceviamo dalla realtà e che esige l’accoglienza. Il dono che si rivela nel presente della storia, per essere colto nella sua novità, ha bisogno di una coscienza libera da precomprensioni, da pregiudizi, da idee belle e fatte, per dirla alla Péguy. Non è un caso che il devozionismo religioso sia un’esperienza squisitamente moderna. Nell'epoca dove viene rafforzato il pensiero sistematico, quel pensiero che precede la realtà e che ha la pretesa di organizzarla, di capirla, di spiegarla senza ascoltarla, la religione dell’impero, che s’identifica con la chiesa della cristianità, perdendo il contatto con la realtà del dato rivelato, produce la religione di cui ha bisogno. La devozione, intesa in tutte le sue manifestazioni, risponde al bisogno d’intimismo soggettivo stimolato dal quadro culturale della modernità, dalla separazione tra fede e ragione, sacro e profano, tra liturgia e vita. E allora il luogo della vera devozione a Dio è il cuore dell’uomo, l’intimità soggettiva con il sacro, perdendo di vista la possibilità di una trasformazione del mondo richiesta dall'annuncio del Vangelo del Regno di Dio.

Il nostro rapporto con la realtà, come la consideriamo e come ci relazioniamo con essa, dice anche del nostro modo d’intendere Dio, il dato rivelato e i contenuti che ad esso attribuiamo. La modernità è stata la massima espressione di un pensiero che si organizza per difendersi dalla realtà, per proteggersi dalla sua forza. Soprattutto, però, bisogna dire per onestà di pensiero, che la modernità si è organizzata contro la realtà, in contrapposizione ad essa e per questo l'ha per così dire imbavagliata, per lo meno ci ha provato. Il cambiamento climatico in atto, la perenne crisi economica nella quale stagna il modello neo-liberale sono, tra le altre,  le conseguenze dell’impostazione moderna di approcciarsi alla realtà. Un Dio interpretato a partire da precomprensioni concettuali è divenuto sempre più distante dall'uomo e dalla natura. Proprio questo, il Dio distante è stato gestito da una classe sacerdotale che nel tempo anch'essa è divenuta distante al popolo e al mondo circostante. La scristianizzazione del mondo occidentale non è altro che la logica conseguenza del distanziamento dell’uomo e della donna dal Dio pensato da un élite. Scristianizzazione che si manifesta come secolarizzazione, come desiderio di autonomia da un Dio percepito come indifferente al vissuto dell’uomo e della donna, un Dio assente alle sorti dell’umanità un Dio, quindi che per certi versi risulta inutile.  La secolarizzazione del mondo occidentale significa l’addio ad un modo di pensare Dio che deturpa la realtà interpretandola, che separa il mondo in classi, che produce un mondo sul modello di chi lo pensa. Secolarizzazione come desiderio di scrollarsi di dosso secoli di umiliazioni, per divenire finalmente autonomi, cioè liberi. La scristianizzazione del mondo postmoderno significa, allora liberazione dal Dio dei sacerdoti del tempio, di quel tempio simbolo del potere che s’impone sul mondo non solo con la forza delle armi, ma anche e soprattutto con la violenza dell’imposizione delle proprie idee.

Più che di scristianizzazione si dovrebbe parlare di fenomeno di de-ecclesializzazione. Un certo modo di gestire la proposta di Cristo da parte dell’istituzione ecclesiale ha identificato il Dio dei cristiani con l’istituzione. E’ questa, in realtà, che è andata in crisi. E’ il suo modo di presentare Dio, che nel mondo postmoderno non funziona più. Basterebbe sfogliare la storia della chiesa per cogliere il graduale allontanamento dell’istituzione dal messaggio originale, il Vangelo di Gesù, per incamminarsi verso un irrigidimento istituzionale che poco spazio lascia al kerigma. Da Gregorio VII in poi il papato si è gradualmente assunto a potere temporale assoluto, diminuendo il ruolo dei vescovi e del collegio episcopale. Nei documenti ufficiali della chiesa spariscono gradualmente il riferimento alla Sacra Scrittura per fare posto alle citazioni dei papi, identificando così sempre più la chiesa con il papato. Per cogliere la cecità di questo processo progressivo d’irrigidimento dell’istituzione papale nei confronti della realtà del Vangelo, basterebbe sfogliare le encicliche del XIX secolo, che ha visto la chiesa impegnata da un lato ad affermare la supremazia del papa – l’affermazione dogmatica del Concilio Vaticano primo dell’infallibilità del papa in campo di fede -, dall’altro a lottare contro la soppressione dei beni ecclesiali da parte dello stato italiano (la famosa questione romana). L’apologetica esasperata delle encicliche papali del XIX secolo, tutte in trincea per difendersi dagli attacchi del mondo, giungendo persino ad inveire contro la libertà di stampa e la libertà di coscienza (Mirari Vos, 1838), sono l’espressione penosa di quanto andiamo dicendo, vale a dire la progressiva ed inesorabile distanza della chiesa non solo dal mondo comune, ma dallo stesso Vangelo.
Una chiesa che non ha più bisogno di difendere titoli onorifici e beni temporali diviene allo stesso tempo più debole, vulnerabile e più evangelica, più simile al Signore che da ricco che era si è fatto povero, che si è spogliato per farsi uomo come noi e camminare insieme a noi, non rivestito di vesti sacerdotali ma con il grembiule per lavarci i piedi. La chiesa del Grembiule, come Tonino Bello amava dire, è la chiesa libera dalla seduzione del potere e così disponibile a camminare con la gente, a dialogare con loro. 

Una chiesa che dialoga con il mondo circostante, dialoga nel vero senso della parola, significa che anche si mette in ascolto, che accoglie le provocazioni esterne, che non giudica inferiore tutto ciò che non coincide con la propria esperienza. La chiesa che dialoga è la chiesa che si lascia contaminare da ciò che incontra e, per questo, diviene più debole, più umile, più attenta. E’ la chiesa che entra nel mondo scendendo dalla cattedra e si mette al livello delle persone che incontra, proprio come ha fatto Gesù che è disceso per mettersi a servizio dell’uomo e della donna incontrati nelle strade del mondo. E’ la chiesa che comprende che il suo compito non è quello d’insegnare dalla cattedra, ma di ascoltare il grido degli uomini e delle donne del tempo presente.

Una chiesa in ascolto dei fratelli e delle sorelle comporta la disponibilità al cambiamento, alla conversione. La chiesa contaminata, è così la chiesa convertita, che si lascia mettere in discussione e provocare da ciò che incontra, che è disposta a fermarsi per ascoltare, proprio come faceva Gesù. Ciò comporta un nuovo modello di comprensione e d’interpretazione dell’idea di verità e di rivelazione. E’ un cambiamento radicale di paradigma: dalla chiesa che insegna, alla chiesa che ascolta. Dalla chiesa che dall'alto dice al mondo cosa deve fare, quali valori vivere e come si deve comportare, alla chiesa che accetta consigli, che modifica le sue posizioni: in definitiva una chiesa che scende dal piedistallo.

Da chi dovrebbe lasciarsi contaminare la chiesa oggi? In primo luogo dal mondo laico. Può essere un paradosso, ma non lo è. S’incontra spesso nel mondo cattolico un’idea di laico come se fosse identificato con anticristiano, negatore dei valori evangelici. In realtà quel mondo laico che non si riconosce in nessuna religione non per questo si pone contro, è antagonista: semplicemente vuole vivere in pace senza che nessuno voglia imporre dall'esterno i propri valori. C’è molta sete di libertà, di umanesimo, di uguaglianza in quel mondo laico che, non identificandosi nella chiesa, persegue quegli ideali che ogni uomo e ogni donna di buona volontà, che prende sul serio il proprio cammino esistenziale, sente pulsare dentro di sé. Da questo mondo che lotta per la vita e per la libertà la chiesa deve mettersi in umile ascolto.

Nell'epoca postmoderna la chiesa non incide più con la forza, con i proclami, volendo imporre il proprio stile di vita, le proprie idee; la chiesa è incisiva e stimolo della società quando vive quello che ascolta dalla Parola di Dio. In questo modo diviene fermento nella massa, granello di senapa. In un contesto culturale sempre più pluralista ognuno deve poter aver il diritto di vivere i propri valori senza che nessuno gli dica che cosa deve e può fare. Concordo con Habermas quando afferma che in una società pluralista e multiculturale il garante di ciò che è giusto non può essere né una religione, né un partito, né alcuna forza esterna, ma il consenso deve avvenire attraverso un dialogo ove tutti hanno la possibilità di esprimere il proprio parere. Una verità del consenso, che nasce orizzontalmente e che sempre ha la possibilità di rinnovarsi, di rimodellarsi a partire dalle nuove esigenze. Può sembrare una verità debole, ma è la sola che possa rispettare il cammino di tutti. La chiesa contaminata è per l’appunto la chiesa che accetta di confrontarsi alla pari con le opinioni altrui, che non impone la propria, anche se la può vivere all'interno delle sue comunità.

Ciò significa che il mondo postmoderno non ha più bisogno di liturgie pompose, di piviali decorati, di pontificali maestosi, di mitrie dorate, di vescovi imbalsamati dentro camici inamidati: non rappresentano altro che la fine di un’epoca che ci sta ormai alle spalle e che non ritornerà più (per lo meno speriamo). Le liturgie delle quali il nuovo contesto culturale ha bisogno per comprendere la forza del Vangelo, dovrebbero manifestare quell'orizzontalità che Gesù ha dimostrato quando camminava per le strade di Nazareth, quella circolarità che rivela il desiderio di uguaglianza tra tutti coloro che sono attorno all'altare, quell'attenzione ai rifiutati della storia, segno della misericordia del Padre. Liturgie dove il celebrante non ha bisogno d’indossare paramenti che marcano una differenza di grado, ma gli abiti quotidiani che indicano una relazione di prossimità e di eguaglianza. Liturgie dove si celebra ciò che si vive: è di questo che abbiamo bisogno.




sabato 25 aprile 2015

CHE C'E' DI NUOVO IN CITTA'?


DIALOGHI SULLA PROSSIMITÀ
CONVEGNO DI STUDI – MILANO 22 APRILE 2015
Paolo Cugini

Si è svolto a Milano mercoledì 22 aprile presso i locali della Triennale, un convegno organizzato dalla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale sul tema della città. L’occasione di EXPO 2015 è apparsa favorevole per un approfondimento teologico e pastorale sul tema della città. Le domande che hanno provocato il dibattito hanno ruotato attorno alle sfide che la secolarizzazione ha portato all’interno della società plurale post moderna. Quali spazi offre la città moderna per la cura e la condivisione dell’esperienza religiosa? Quali trasformazioni chiede alla cultura e alla comunicazione della fede? A partire da queste provocazioni si è aperto un dibattito molto profondo, che ha permesso agli esperti invitati di proporre un vero e proprio mosaico plurale di riflessioni aperte, fornendo significativi spunti per la costruzione di spazi più umani di condivisione nelle nostre città.

 Il giornalista e scrittore Ernesto Galli della Loggia ha affermato che la secolarizzazione non è un progetto culturale che sia possibile dichiarare fallito. E’ indubitabile, infatti, l’aumento di libertà, di possibilità che il cammino della modernità ha immesso nella cultura Occidentale. Il crollo delle ideologie nella città secolare, se da un lato ha prodotto la fuga nel consumismo, dall’altro ha riproposto una crisi di senso che trova nel populismo una pericolosa deriva. E’ pericolosa perché oggi il popolo non c’è più e al suo posto c’è la frammentazione di appartenenze parziali. Il vuoto provocato dalla crisi delle ideologie forti apre la strada anche alle mode culturali che dominano la scena, ma uccidono la cultura. Secondo Ernesto Galli della Loggia la stessa Chiesa fa fatica a resistere al fascino di fare il verso a queste mode. E’ difficile mantenere un discorso religioso che sia antagonista alle mode culturali. Lo scrittore, allora, concludeva il suo intervento con una domanda provocatoria: la perdita di senso si è forse insinuata anche nell’accampamento dei buoni?

Provocazione che il cardinale Ettore Scola, Arcivescovo di Milano ha colto immediatamente rilanciando con alcune riflessioni significative sul rapporto tra cristianesimo e città. Se per Ernesto Galli della Loggia la secolarizzazione non è stato un progetto fallito, per Ettore Scola il fallimento è totale. I segni di questo fallimento vanno ricercati nella frammentazione che il vuoto di senso ha provocato. “L’epoca post secolare – ha sostenuto il cardinal Scola – ha abbandonato l’idea di trovare un principio unificatore”. I segni di questa frammentazione culturale sono visibili anche nel mondo religioso, in quel fenomeno sociologico chiamato di ritorno del sacro, ritorno che Scola ha più volte definito selvaggio, per stigmatizzare il vuoto di proposte religiose autoreferenziali. Il problema, che allo stesso tempo è la grande sfida che la secolarizzazione ha provocato nella città, è la possibilità di creare relazioni significative in uno spazio divenuto ormai frammentato e dove nemmeno gli antichi luoghi di aggregazione come le piazze, funzionano più. Si tratta, allora, secondo il Cardinale, di riproporre la familiarità di Dio con l’uomo, quella familiarità che si è manifestata nell’Incarnazione del Verbo. E’ possibile ritrovare il gusto del rapporto con gli altri, gusto svanito nella città secolare, solamente se sappiamo recuperare la relazione con Dio. Questo è il compito della Chiesa. Durante il suo intervento il cardinal Scola ha citato un’immagine cara a Papa Francesco, vale a dire l’immagine del poliedro come simbolo delle nuove relazioni che possono essere costruite nella città. Caratteristica, infatti del poliedro, è quella di creare unione mantenendo la diversità delle facce.

Il dibattito è poi continuato con vari interventi che hanno mantenuto la caratteristica del poliedro, vale a dire pluralità d’idee con l’intento di contribuire a recuperare la dimensione umano e relazionale della città secolare. In questa prospettiva, la professoressa Monica Martinelli dell’Università Cattolica di Milano mostrava la contraddizione tra l’apparente rivincita di Babele e la resistenza del soggetto a venire livellato. La Martinelli, per suffragare questa idea, ha citato alcune esperienze avvenute in alcuni quartieri di Milano nei quali i cittadini hanno resistito alla cementificazione selvaggia e alla spersonalizzazione dei territori, organizzando momenti di socializzazione, per recuperare una socialità di strada ormai perduta. Tentativi di recupero che mostrano come la secolarizzazione non sia un processo da leggere totalmente in negativo, ma che presenta cammini di umanizzazione necessari, se si vuole vivere la fede in un modo più adulto. Sono evidenti in queste riflessioni gli echi del pensiero di Bonhoeffer al quale la Martinelli ha fatto riferimento esplicito affermando che: “I cristiani che stanno sulla terra con un piede solo, staranno anche in paradiso con un piede solo”.


Molto apprezzati sono stati anche gli interventi del professor Luigino Bruni dell’Università Lumsa di Roma e di don Giuliano Zanchi, direttore del Museo Diocesano di Bergamo. Il professor Bruni ha messo il dito sulla piaga sul problema centrale della città contemporanea, vale a dire il dominio assoluto del mercato, dell’economia sulla politica e la religione. Se un tempo i tre settori vivevano in armonia, entrando in sinergia tra di loro, oggi non è più così, perché è l’economia che comanda tutto. “Una città funziona quando c’è equilibrio tra i tre elementi. Una città data completamente in mano ai marcanti nega se stessa”. E’ questa la sentenza di Bruni perché l’unico linguaggio per gestire una città non può essere l’efficienza. Occorre, allora, ripartire dalle periferie, perché solo dalle periferie è possibile ricreare un nuovo tessuto sociale. Alle riflessioni del professor Bruni fanno eco le profonde indicazioni di don Zanchi, che ha ricordato al pubblico presente, che la città nasce per dare luogo all’umano, quell’umano che si alimenta attraverso le relazioni quotidiane. In questa prospettiva, è possibile osservare come l’architettura e l’urbanistica degli ultimi due secoli abbiano agito sulla città senza tener conto dello specifico della città come luogo di relazioni. Tutto ciò è visibile proprio nelle periferie, spesso costruite come luoghi cumulativi di abitazioni, spazi dominati dal cemento e dal ferro, nei quali diviene evidente la separazione dell’abitazione delle famiglie dall’organizzazione della città. “L’avvento della famiglia nucleare- ha sostenuto don Zanchi – è apparso come frutto della diffusione dell’alloggio privato i cui legami sociali divengono una situazione di scelta, più che un dato di fatto”. La casa, allora, è sempre di più pensata come un rifugio e lo spazio sociale come un luogo di servizi. Oltre a ciò, nella città contemporanea, quei luoghi e spazi nei quali gli esseri umani passano la maggior parte del tempo, come scuole, ospedali, e altri servizi, sono nella norma meno qualificati, costruiti in maniera seriale, spersonalizzati. E così, la città del capitalismo avanzato impone le sue idee senza ascoltare nessuno, riversando sui centri storici ingenti investimenti per la manutenzione di spazi da museo per le classi aristocratiche. Occorre, allora, recuperare l’umano ed è possibile realizzare questo percorso, sosteneva don Zanchi, riprendendo e recuperando le immagini bibliche della città celeste, fatta di relazione trasformate dall’amore di Dio. 

martedì 10 marzo 2015

CHE BELLA CHIESA!

 ARCHIVIO BRASILE



Paolo Cugini


Dal 17 al 20 novembre si è svolta a Ruy Barbosa lannuale Assemblea diocesana. Presenti oltre al vescovo e i preti della diocesi, le suore e tanti laici. Nella prima giornata dellassemblea è stata presentata una sintesi del lavoro svolto nelle parrocchie, soprattutto si è cercato di verificare se le priorità diocesane, indicate lo scorso anno, sono state messe in pratica. Il secondo giorno è iniziato con lanalisi della situazione della Chiesa seguita da un dibattito tra i partecipanti dellAssemblea. Nei lavori di gruppo del sabato, si è discusso sul cammino della nostra diocesi e indicato le nuove priorità, che poi sono state presentate all'Assemblea riunita. Durante i tre giorni dellAssemblea diocesana, trascorsi tra incontri, lavori di gruppo, liturgie e pasti, la sensazione era quella di partecipare ad una Chiesa di persone uguali. Può sembrare un pò forte e strana quest affermazione, per questo provo a spiegarmi meglio. In nessun momento durante questi giorni ho avvertito la sensazione che, come prete, ero più importante dei laici o delle suore presenti, e che la mia parola valesse più della loro. Mi sono sentito un figlio di Dio assieme ad altri figli e figlie di Dio, che discutevano assieme e in modo egualitario sul cammino dellunica Chiesa alla quale apparteniamo. Siccome tutti apparteniamo a questa Chiesa, tutti, sia uomini che donne, sia laici che religiosi e sacerdoti, sono coinvolti a discutere con gli stessi diritti e doveri. Tutti, durante questi tre giorni ci siamo sentiti coinvolti a pensare assieme le sorti e il cammino della nostra Chiesa. È in circostanze come questa che avverto il significato e, allo stesso tempo, limportanza della Chiesa, popolo di Dio in cammino e che la Chiesa non é di qualcuno, ma nostra, perché Cristo è morto per tutti e non per qualcuno. Durante i pasti era bello vedere le persone presenti all’'Assemblea discutere sugli argomenti emersi, segno di una effettiva valorizzazione di tutti, perché lopinione di tutti è presa in considerazione.

Ciò che fa riflettere, soprattutto ad un prete come me che è stato formato in Italia, è il modo democratico di procedere, il modo del Vescovo di essere pastore, di condurre un
Assemblea. Quando si parla di democrazia nella Chiesa molta gente storce il naso. Abituati a vedere e vivere la Chiesa come unistituzione gerarchica, dove qualcuno decide e gli altri obbediscono, si pensa che sia questo il modo di viverla. Leggendo il Vangelo in questi anni di missione assieme alle comunità delle campagne e ai poveri dei quartieri delle periferie delle città in cui sono stato parroco, mi sono accorto che non è così. Gesù aveva un modo molto democratico di procedere. Ciò è ben visibile nelle parabole che raccontava, dove faceva di tutto per coinvolgere gli interlocutori. Lo stile democratico di Gesù è visibile nel dialogo con i suoi discepoli, continuamente coinvolti nell’'annuncio del Regno di Dio. Lo stile comunitario di Gesù era chiarissimo nel modo di vivere, atteggiarsi, parlare. La sua comunità non era fatta solamente di uomini, ma anche di donne. Lo ricorda il Vangelo di Luca (8,1-3). Qui da noi la maggior parte dei liders di comunità sono donne e, mi viene da dire: che donne! Oltre ad amministrare, spesso e volentieri da sole,  la casa piena di figli, queste donne guidano la celebrazione domenicale nella comunità. È logico, allora, che esigano e trovino spazio per esprimersi nella Chiesa che servono con tanto amore.
 
Nell'Assemblea diocesana di Ruy Barbosa le sedie sono disposte in circolo, in questo modo diviene evidente che nessuno partecipante arriva all’'Assemblea solamente per ascoltare, ma per intervenire attivamente e anche che nessuno arriva all’'Assemblea solamente per parlare ed esigere di essere ascoltato. Durante lAssemblea le linee della diocesi sono discusse assieme e le priorità sono messe a votazione. In nessun momento dellAssemblea il Vescovo ha imposto la sua opinione, ma é intervenuto in diverse circostanze a motivare e spiegare il senso degli emendamenti proposti.  Nelle varie votazioni realizzate, Dom André de Witte  è questo il nome del vescovo di Ruy Barbosa ha sempre accettato lesito delle votazioni, anche quando il risultato era contrario a quello che lui votava. Qualcuno potrebbe obiettare che nella Chiesa spetta al Vescovo indicare il cammino. Anch'io la pensavo così quando sono arrivato in Brasile. In questi anni di missione il Signore mi ha mostrato un modo differente di essere Chiesa, un modo diverso più evangelico? di condurre il gregge. Interessante sono stati i momenti di dibattito per discutere sulle varie proposte emerse nei lavori di gruppo. Molti prendevano la parola - laici, preti, suore, vescovo - per difendere e sostenere la propria opinione.
 
Anche il coordinatore della pastorale diocesano per i prossimi quattro anni é stato scelto dallAssemblea e non direttamente dal Vescovo come succede normalmente. Candidati erano tutti coloro che erano presenti: ciò significa che anche una suora o un laico o una laica potevano essere eletti. Alcuni anni fa era stata eletta una suora, Teresina, come coordinatrice della pastorale diocesana. Le votazioni si sono svolte con scrutino segreto in due momenti. È stato eletto padre Luis Miguel, un sacerdote spagnolo di 37 anni, già coordinatore della pastorale diocesana negli ultimi quattro anni. La rielezione avvenuta con la stragrande maggioranza dei voti, é dovuta al suo lavoro, molto apprezzato in diocesi. Anche l elezione del coordinatore della pastorale diocesana si è svolto in un clima democratico, senza imposizioni o forzature, nel rispetto di tutti i presenti. È partecipando a momenti come questi che mi sembra di capire il significato delle idee emerse nel Concilio Vaticano II, della Chiesa como Popolo di Dio o come comunione. Interessante è che, nel nostro cammino ecclesiale, le cariche non sono eterne. Siccome si tratta di servire la Chiesa, i criteri richiesti non sono speciali titoli, ma soprattutto amore e fede. Per questo motivo, periodicamente gli incarichi diocesani vengono rinnovati per permettere ad altri di mettersi a servizio della Chiesa.
 
Quando partecipo di assemblee in cui la discussione e i momenti di votazione sono democratici, dove nessuno impone la propria opinione, ma si cerca di arrivare ad un consenso comune, lasciando lo spazio per esprimere il proprio parere a coloro che lo desiderano, mi sembra di vivere nella Chiesa voluta da Gesù. Spesso e volentieri partecipando di incontri ecclesiali in Italia esco con la sensazione che gli assunti della chiesa sono cose per specialisti, per gente che ha studiato,mentre le persone comuni, non solo non sono invitate, ma debbono solo eseguire e obbedire. Al contrario, dopo lAssemblea diocesana a Ruy Barbosa, dove chiunque poteva intervenire liberamente e, soprattutto dove lopinione di tutti veniva ascoltata, son tornato a casa con la sensazione di aver partecipato ad un momento ecclesiale, in cui tutti sono protagonisti e responsabili. Mi è sembrato di capire che la diversità di ministero nella Chiesa non è nell'ordine dellimportanza, di una speciale qualità che il sacramento dellordine dovrebbe imprimere, ma nella disponibilità a servire sempre di più, a mettersi sempre più in basso e non in alto. Mentre partecipavo all’'assemblea diocesana di Ruy Barbosa mi venivano in mente le parole del Vangelo di Giovanni 13, della famosa scena della lavanda dei piedi. Gesù si è messo a lavare i piedi dei discepoli dopo che il testo del Vangelo ricordava che Gesù sapeva che il Padre aveva messo tutto nelle sue mani. Con il potere che il Padre mise nelle sue mani, Gesù si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli.

C´é un modo umano dintendere il potere e un modo evangelico, che dovrebbe essere visibile nella Chiesa, corpo di Cristo. Il potere del Padre presente nella Chiesa di Cristo dovrebbe essere visibile non nei segni del potere mondano vestiti, palazzi, distanza tra i membri -, ma nel modo di porsi a servizio gli uni degli altri. Questo modo, questo stile semplice e significativo era ben visibile durante lAsseblea diocesana di Ruy Barbosa. Nessuno era vestito con i simboli di un presuppposto potere mondano e nessuno si atteggiava come se fosse diverso dagli altri, esigendo attenzioni e privilegi particolari. Durante lAssemblea in nessun momento il vescovo, o il vicario generale né tanto meno il coordinatore diocesano di pastorale, hanno preteso una visibilità speciale. Al contrario, ho visto Don André, nei momenti di intervallo, dialogare con pazienza con coloro che durante lAssemblea si mostravano intransigenti in una particolare posizione. Ho visto il mio vescovo a servizio della Verità non con i segni del potere mondano vestiti, atteggiamenti, posizione, - ma con il marchio invisibile del servo obbediente, che si fa carico delle sofferenze degli altri e le porte senza nessuna recriminazione, così come Gesù ha fatto con noi.
 
Quando penso che sono stato inviato in missione per uno scambio di chiese, credo che ciò che il Signore mi chiede di restituire é questo stile di Chiesa. Quando tornerò in Italia e tutto indica che sarà nel breve periodo desidero mettermi a disposizione per lavorare nell’'edificazione di una Chiesa più umana, più egualitaria e democratica. Assim seja!