lunedì 7 settembre 2026

Dimensione profetica, sacerdotale e regale del sacerdozio comune nella Lumen Gentium

 




Paolo Cugini

 

 

La LG adotta lo schema della triplice partecipazione al sacerdozio di Cristo Sacerdote, Re e Profeta per spiegare il significato dell’esercizio del sacerdozio comune. LG 11 coniuga insieme la dimensione sacerdotale e quella regale, dettagliando per ogni singolo sacramento l’esercizio del sacerdozio comune, già sinteticamente descritto in LG 10 come partecipazione ai sacramenti, preghiera e rendimento di grazie, che si traducono in una vita santa, fatta di abnegazione e carità operosa. La vita in Cristo, alimentata e rafforzata dalla partecipazione ai sacramenti, prima che i singoli riguarda la Chiesa come «comunità sacerdotale»: la fede, speranza e carità sono anzitutto doni della Chiesa, «comunità di fede, speranza e carità», (LG,8) che ciascuno riceve in ragione dell’incorporazione al corpo ecclesiale mediane il battesimo. La Sacrosantum Concilium (d’ora in poi SC) ricorda che ogni soggetto singolo è «deputato al culto della religione cristiana» come capacità personale che lo abilita insieme agli altri a quel «culto pubblico integrale» che il corpo mistico di Cristo compie a gloria di Dio in unione a Cristo capo (SC,7).

È l’assemblea liturgica, soprattutto quella eucaristica, che mostra «concretamente l’unità del popolo di Dio, da questo augustissimo sacramento felicemente espressa e mirabilmente prodotta» (LG,11).  Il popolo santo di Dio rende a Dio una gloria perfetta e riceve da Lui quella benedizione che santifica non solo i presenti, ma l’umanità intera in mezzo alla quale la comunità sacerdotale è posta «come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG,1). Questa benedizione rende ogni persona più pronta ai suoi impegni e fedele alla sua vocazione e stato di vita, in una testimonianza autentica di vita cristiana. L’universale vocazione alla santità è comprensibile nella circolarità sopra espressa di liturgia e vita.

L’ufficio profetico di Cristo vissuto dal popolo di Dio è affrontato nel numero 12 della LG. Il popolo di Dio è profetico quando dà testimonianza viva del Signore risorto e offre un sacrificio di lode con le labbra. Il testo unisce, dunque, la dimensione cultuale a quella esperienziale. Il culto è vero quando si esprime nella vita, quando cioè diviene testimonianza di ciò che si pronuncia con le labbra. È sotto l’azione dello Spirito Santo che il popolo di Dio aderisce al nucleo della tradizione apostolica, guidato da quel senso della fede che unisce i fedeli laici con i vescovi.

La totalità dei fedeli, avendo l'unzione che viene dal Santo, (cf. 1Gv 2,20.27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando "dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici" mostra l'universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cf. 1Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cf. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l'applica nella vita.

È unico il cammino che tutto il popolo di Dio, guidato dallo Spirito Santo, è chiamato a compiere per testimoniare la presenza di Cristo nella storia. Il testo citato rivela che l’esercizio del sacerdozio comune da parte della comunità sacerdotale, si manifesta, oltre che nel sensus fidei, anche nella ricchezza dei carismi:

"distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui" (1Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa secondo quelle parole: "A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio" (1Cor 12,7). E questi carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione (LG,12).

Tutto concorre all’edificazione del popolo di Dio, che è la Chiesa, chiamata ad essere segno della presenza di Dio nella storia, dotata di carismi che la rendono visibile nella sua azione costante nel tempo.

Il capitolo della LG sulla Chiesa come popolo di Dio, procede proponendo una riflessione sulla dimensione universale della stessa. Universale è la chiamata a fare parte del popolo di Dio: è questo il punto di partenza del discorso. Questa chiamata universale corrisponde all’intenzionalità di Dio «il quale in principio creò la natura umana una». (LG,13). Da qui lo sforzo manifestato nei secoli, di radunare non solo i figli dispersi della casa d’Israele, ma tutti i popoli nell’unico popolo di Dio. Non a caso, il capitolo sulla Chiesa come popolo di Dio chiude con il paragrafo 17, che spiega il carattere missionario della Chiesa, vale a dire il desiderio di rivelare il cammino di unità del popolo di Dio. A nostro avviso, è proprio in questo paragrafo 13 della LG che diviene chiara l’interconnessione tra ecclesiologia del popolo di Dio e ecclesiologia di comunione, poste spesso, invece, in contrapposizione. In questa prospettiva, cristologia e pneumatologia rivelano l’unità del piano di Dio, verso il recupero del progetto unitario originario, prima attraverso l’opera di Gesù Cristo, «al quale conferì il dominio di tutte le cose (cf. Eb 1,2), perché fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio»; (LG,13) in secondo luogo, attraverso l’azione dello Spirito Santo «il quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli credenti è principio di associazione e di unità, nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cf. At 2,42)» (LG,13).

La consapevolezza che in tutte le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio conduce la LG ad affermare una comunione diffusa per mezzo dello Spirito Santo che è all’opera nel mondo, in modo tale che «chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra». Compito della Chiesa come popolo di Dio consiste nell’introdurre il Regno di Dio, che non è di questo mondo, nel cuore del mondo, nella consapevolezza che «introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva» (LG,13). È questo un passaggio fondamentale, che spiega il delicato rapporto della Chiesa con il mondo e, in modo particolare, con le culture che incontra nel cammino di evangelizzazione. C’è, infatti, l’esplicito riconoscimento della ricchezza delle culture altre, che esigono rispetto e valorizzazione. Sono parole che indicano il discorso sull’inculturazione del Vangelo, che non può che essere nel segno dell’ascolto e dell’attenzione dell’altro, della cultura altra. È possibile l’evangelizzazione delle culture solamente quando se ne riconosce la ricchezza, il valore, e questo cammino esige tempo, ascolto e dedizione. LG, a questo proposito, ricorda che è in atto, attraverso la Chiesa popolo di Dio, un processo di ricapitolazione di tutte le cose, un cammino di cristificazione, frutto di relazioni umane, di reciprocità, di ascolto e riconoscimento dell’altro, dell’altra. «In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell'unità» (LG,13).

 Significativo il fatto che la diversità del sacerdozio venga affrontata proprio a questo punto, come a dire che non si tratta di qualcosa di ontologico, ma di funzionale. È infatti, per il bene dei fratelli e delle sorelle che viene sottolineata la diversità del sacerdozio ministeriale rispetto a quello comune. Stesso discorso sul rapporto delle chiese particolari con la cattedra di Pietro, che non toglie spazio allo sviluppo e alla ricchezza delle singole tradizioni, ma «presiede alla comunione universale di carità, tutela le varietà legittime e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non pregiudichi l'unità, ma piuttosto la serva» (LG,13). Come notavamo poco sopra, la missionarietà è elemento integrante del cammino della Chiesa nel mondo, perché desidera annunciare la verità del Vangelo ad ogni creatura e ad ogni cultura, per permettere il raggiungimento della pienezza. «Procura poi che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell'uomo» (LG,13).

 

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