Paolo
Cugini
La
LG adotta lo schema della triplice partecipazione al sacerdozio di Cristo
Sacerdote, Re e Profeta per spiegare il significato dell’esercizio del
sacerdozio comune. LG 11 coniuga insieme la dimensione sacerdotale e quella
regale, dettagliando per ogni singolo sacramento l’esercizio del sacerdozio
comune, già sinteticamente descritto in LG 10 come partecipazione ai
sacramenti, preghiera e rendimento di grazie, che si traducono in una vita
santa, fatta di abnegazione e carità operosa. La vita in Cristo, alimentata e
rafforzata dalla partecipazione ai sacramenti, prima che i singoli riguarda la
Chiesa come «comunità sacerdotale»:
la fede, speranza e carità sono anzitutto doni della Chiesa, «comunità di fede, speranza e carità»,
(LG,8) che ciascuno riceve in ragione dell’incorporazione al corpo ecclesiale
mediane il battesimo. La Sacrosantum
Concilium (d’ora in poi SC) ricorda che ogni soggetto singolo è «deputato al culto della religione cristiana»
come capacità personale che lo abilita insieme agli altri a quel «culto pubblico integrale»
che il corpo mistico di Cristo compie a gloria di Dio in unione a Cristo capo
(SC,7).
È l’assemblea liturgica, soprattutto
quella eucaristica, che mostra «concretamente
l’unità del popolo di Dio, da questo augustissimo sacramento felicemente
espressa e mirabilmente prodotta» (LG,11). Il popolo santo di Dio rende a Dio una gloria
perfetta e riceve da Lui quella benedizione che santifica non solo i presenti,
ma l’umanità intera in mezzo alla quale la comunità sacerdotale è posta «come sacramento, cioè segno e strumento
dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano»
(LG,1). Questa benedizione rende ogni persona più pronta ai suoi impegni e
fedele alla sua vocazione e stato di vita, in una testimonianza autentica di
vita cristiana. L’universale vocazione alla santità è comprensibile nella
circolarità sopra espressa di liturgia e vita.
L’ufficio profetico di Cristo vissuto dal
popolo di Dio è affrontato nel numero 12 della LG. Il popolo di Dio è profetico
quando dà testimonianza viva del Signore risorto e offre un sacrificio di lode
con le labbra. Il testo unisce, dunque, la dimensione cultuale a quella
esperienziale. Il culto è vero quando si esprime nella vita, quando cioè
diviene testimonianza di ciò che si pronuncia con le labbra. È sotto l’azione
dello Spirito Santo che il popolo di Dio aderisce al nucleo della tradizione
apostolica, guidato da quel senso della fede che unisce i fedeli laici con i
vescovi.
La totalità dei
fedeli, avendo l'unzione che viene dal Santo, (cf. 1Gv 2,20.27), non può
sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso
soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando "dai vescovi fino
agli ultimi fedeli laici" mostra l'universale suo consenso in cose di fede
e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto
dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale
permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana,
ma veramente la parola di Dio (cf. 1Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce
indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cf. Gdc 3),
con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l'applica nella
vita.
È unico il cammino che tutto il popolo di
Dio, guidato dallo Spirito Santo, è chiamato a compiere per testimoniare la
presenza di Cristo nella storia. Il testo citato rivela che l’esercizio del
sacerdozio comune da parte della comunità sacerdotale, si manifesta, oltre che
nel sensus fidei, anche nella
ricchezza dei carismi:
"distribuendo
a ciascuno i propri doni come piace a lui" (1Cor 12,11), dispensa pure tra
i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti
ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione
della Chiesa secondo quelle parole: "A ciascuno la manifestazione dello
Spirito è data perché torni a comune vantaggio" (1Cor 12,7). E questi
carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e più largamente diffusi,
siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a
rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione (LG,12).
Tutto concorre all’edificazione del popolo
di Dio, che è la Chiesa, chiamata ad essere segno della presenza di Dio nella
storia, dotata di carismi che la rendono visibile nella sua azione costante nel
tempo.
Il capitolo della LG sulla Chiesa come
popolo di Dio, procede proponendo una riflessione sulla dimensione universale
della stessa. Universale è la chiamata a fare parte del popolo di Dio: è questo
il punto di partenza del discorso. Questa chiamata universale corrisponde
all’intenzionalità di Dio «il
quale in principio creò la natura umana una». (LG,13). Da qui lo sforzo
manifestato nei secoli, di radunare non solo i figli dispersi della casa
d’Israele, ma tutti i popoli nell’unico popolo di Dio. Non a caso, il capitolo
sulla Chiesa come popolo di Dio chiude con il paragrafo 17, che spiega il
carattere missionario della Chiesa, vale a dire il desiderio di rivelare il
cammino di unità del popolo di Dio. A nostro avviso, è proprio in questo
paragrafo 13 della LG che diviene chiara l’interconnessione tra ecclesiologia
del popolo di Dio e ecclesiologia di comunione, poste spesso, invece, in
contrapposizione. In questa prospettiva, cristologia e pneumatologia rivelano
l’unità del piano di Dio, verso il recupero del progetto unitario originario,
prima attraverso l’opera di Gesù Cristo, «al quale conferì il dominio di tutte le cose (cf. Eb
1,2), perché fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e
universale popolo dei figli di Dio»; (LG,13) in secondo luogo, attraverso
l’azione dello Spirito Santo «il
quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli credenti è principio di
associazione e di unità, nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione
fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cf. At 2,42)»
(LG,13).
La consapevolezza che in tutte le nazioni
della terra è radicato un solo popolo di Dio conduce la LG ad affermare una
comunione diffusa per mezzo dello Spirito Santo che è all’opera nel mondo, in
modo tale che «chi sta in Roma sa
che gli Indi sono sue membra». Compito della Chiesa come popolo
di Dio consiste nell’introdurre il Regno di Dio, che non è di questo mondo, nel
cuore del mondo, nella consapevolezza che «introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di
qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le
risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e
accogliendole le purifica, le consolida ed eleva» (LG,13). È
questo un passaggio fondamentale, che spiega il delicato rapporto della Chiesa
con il mondo e, in modo particolare, con le culture che incontra nel cammino di
evangelizzazione. C’è, infatti, l’esplicito riconoscimento della ricchezza
delle culture altre, che esigono rispetto e valorizzazione. Sono parole che
indicano il discorso sull’inculturazione del Vangelo, che non può che essere
nel segno dell’ascolto e dell’attenzione dell’altro, della cultura altra. È
possibile l’evangelizzazione delle culture solamente quando se ne riconosce la
ricchezza, il valore, e questo cammino esige tempo, ascolto e dedizione. LG, a
questo proposito, ricorda che è in atto, attraverso la Chiesa popolo di Dio, un
processo di ricapitolazione di tutte le cose, un cammino di cristificazione,
frutto di relazioni umane, di reciprocità, di ascolto e riconoscimento
dell’altro, dell’altra. «In
virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre
parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si
accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la
pienezza nell'unità» (LG,13).
Significativo il fatto che la diversità del
sacerdozio venga affrontata proprio a questo punto, come a dire che non si
tratta di qualcosa di ontologico, ma di funzionale. È infatti, per il bene dei
fratelli e delle sorelle che viene sottolineata la diversità del sacerdozio
ministeriale rispetto a quello comune. Stesso discorso sul rapporto delle
chiese particolari con la cattedra di Pietro, che non toglie spazio allo
sviluppo e alla ricchezza delle singole tradizioni, ma «presiede alla comunione
universale di carità, tutela le varietà legittime e insieme veglia affinché ciò
che è particolare, non solo non pregiudichi l'unità, ma piuttosto la serva»
(LG,13). Come notavamo poco sopra, la missionarietà è elemento integrante del
cammino della Chiesa nel mondo, perché desidera annunciare la verità del
Vangelo ad ogni creatura e ad ogni cultura, per permettere il raggiungimento
della pienezza. «Procura
poi che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini
o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia
purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione del demonio e
felicità dell'uomo» (LG,13).
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