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domenica 9 marzo 2025

QUARESIMA E LA PROPOSTA SOCIALE DELLA CHIESA BRASILIANA: LA CAMPAGNA DELLA FRATERNITA' 2025

 


Paolo Cugini

Ogni anno la Chiesa in Brasile promuove durante la Quaresima una Campagna di Fraternità – CF. Così come siamo chiamati alla conversione personale (conversione del cuore), siamo chiamati anche alla conversione sociale (trasformazione della società). La CF richiama l’attenzione sulla dimensione sociale del peccato, che si incarna nella rottura della fraternità, nell’ingiustizia sociale e nella distruzione della nostra casa comune. E la consapevolezza del peccato sociale ci invita a una conversione sociale che si realizza nelle relazioni di fraternità e di cura tra le persone, nella difesa della dignità e dei diritti dei poveri e degli emarginati e nella cura della casa comune.

Il tema della CF di quest'anno è "Fraternità ed ecologia integrale" e il suo motto è "Dio vide che tutto era molto buono" (Gen 1,31). È un invito a riflettere sui sintomi e sulle cause della crisi socio-ambientale (vedere/ascoltare), a contemplare l’opera creatrice di Dio e meditare sulla missione affidata all’essere umano (illuminare/discernere) e a cercare alternative per superare la crisi socio-ambientale e prendersi cura della nostra casa comune (agire/proporre).

Non ci vuole molto per riconoscere che stiamo vivendo una profonda crisi socio-ambientale, con conseguenze tragiche per gran parte dell'umanità. I sintomi sono lì, proprio accanto a noi: siccità, inondazioni, tempeste, frane, uragani, caldo, incendi, pesticidi, malattie, pandemie, ecc. La pandemia di Covid-19 e la tragedia verificatasi nel Rio Grande do Sul nel 2024 sono ancora ben vive nella nostra memoria e nella nostra carne. Ma riconoscere i sintomi non basta. Dobbiamo interrogarci sulle cause della crisi. E in larga misura è il risultato dell'azione umana. Ciò trasforma la crisi ecologica in una crisi socio-ambientale. Papa Francesco insiste da tempo sulle “radici umane della crisi ecologica”. Il pianeta non può sostenere o tenere il passo con lo sfruttamento della natura e il consumismo sfrenato delle élite. Come sottolinea giustamente il Testo fondamentale della Costituzione federale, “il modello di sviluppo capitalistico, basato sullo sfruttamento delle risorse naturali, sulla combustione di combustibili fossili, come quelli derivati dal petrolio, sull’espansione sfrenata dei consumi e sul rapporto mercantilista con la natura, ha contribuito a una serie di problemi ambientali, come il degrado del suolo, la deforestazione, l’estrattivismo predatorio, l’inquinamento, la scarsità d’acqua, il compromesso della biodiversità con l’estinzione di alcune specie e il cambiamento climatico”.

La fede cristiana ci fa vedere ancora più lontano. La rottura della fratellanza, l'ingiustizia e la disuguaglianza sociale, nonché la distruzione della natura sono, in ultima analisi, un attacco all'opera creativa di Dio e al suo piano per l'umanità. Ciò che è in gioco è la creazione di Dio e la missione che Egli ha affidato agli esseri umani: prendersi cura del creato. Come ricorda Francesco, «dire creazione è più che dire natura, perché si tratta di un disegno d’amore di Dio, nel quale ogni creatura ha un valore e un senso» (LS 76). I racconti della creazione presentano tutti gli esseri come opera di Dio e in armonia tra loro e presentano gli esseri umani come parte della creazione e con la missione di "coltivare e custodire" il giardino della creazione. E l’espressione ecologia integrale richiama l’attenzione sia sul valore di ciascun essere e sulla relazione tra essi, sia sul «valore peculiare» dell’essere umano che implica una «tremenda responsabilità» verso la casa comune. I beni della creazione non possono essere ridotti a semplici “risorse” da sfruttare a piacimento dall’avidità umana. Né si può pensare all'essere umano come a qualcosa di separato dalla creazione o come al proprietario assoluto della creazione. La rottura della fratellanza degli esseri umani con la natura è un attacco alla creazione di Dio. Come afferma il Patriarca Bartolomeo: «un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio» (LS 8).

La consapevolezza del peccato socio-ambientale (distruzione del creato) è una chiamata alla conversione ecologica (cura del creato) e ci porta ad assumere la missione che Dio ci ha affidato di «coltivare e custodire» il giardino della creazione (Gen 2,15). Ciò implica un cambio di mentalità: la natura non è una mera “risorsa” di cui appropriarsi; l'essere umano è parte della natura; la distruzione della natura è la distruzione dell'essere umano stesso è un peccato contro Dio; molti progetti di sviluppo arrecano più danni che benefici alla società, ecc. Ma implica anche un atteggiamento personale e sociale: 1) superare il consumismo, non sprecare l'acqua, fare attenzione ai rifiuti, ecc.; 2) sostenere l’agricoltura familiare e la sua lotta contro i pesticidi, la deforestazione e la distruzione della biodiversità; 3) prendere posizione contro i progetti politici che distruggono la nostra casa comune, come l'irrorazione aerea, l'attività mineraria, la distruzione delle leggi sulla protezione ambientale per favorire gli interessi del capitale, ecc.; 4) Difendere e sostenere le comunità e i movimenti che lottano per la salvaguardia dell'ambiente e la giustizia sociale; 5) ascoltare e lasciarsi commuovere dal «grido dei poveri e della terra», attraverso il quale Dio ci chiama alla conversione sociale e politica.


venerdì 10 giugno 2022

La ‘ramanzina’ del Papa ai preti siciliani per la ‘moda’ liturgica: “Basta merletti

 




Da: Il Fatto quotidiano, 10.6.2022

 

“A volte portare qualche merletto della nonna va bene, ma a volte. È per fare un omaggio alla nonna, no?”. Papa Francesco non ha usato giri di parole per bollare come anacronistici e contrari alla riforma liturgica del Concilio Ecumenico Vaticano II i camici con i merletti e le “bonete”, ovvero le berrette. Bergoglio ne ha parlato con i vescovi e i preti siciliani arrivati a Roma in pellegrinaggio: “Non vorrei finire senza parlare di una cosa che mi preoccupa, mi preoccupa abbastanza. Mi domando: la riforma che il Concilio ha avviato, come va, fra voi? La pietà popolare è una grande ricchezza e dobbiamo custodirla, accompagnarla affinché non si perda. Anche educarla. Su questo leggete il numero 48 della Evangelii nuntiandi che ha piena attualità, quello che san Paolo VI ci diceva sulla pietà popolare: liberarla da ogni gesto superstizioso e prendere la sostanza che ha dentro”.

“Ma la liturgia, – ha domandato il Papa – come va? E lì io non so, perché non vado a messa in Sicilia e non so come predicano i preti siciliani, se predicano come è stato suggerito nella Evangelii gaudium (il documento programmatico del pontificato di Francesco in cui spiega ampiamente come fare l’omelia, ndr) o se predicano in modo tale che la gente esce a fare una sigaretta e poi torna… Quelle prediche in cui si parla di tutto e di niente. Tenete conto che dopo otto minuti l’attenzione cala, e la gente vuole sostanza. Un pensiero, un sentimento e un’immagine, e quello se lo porta per tutta la settimana. Ma come celebrano? Io non vado a messa lì, ma ho visto delle fotografie. Parlo chiaro. Ma carissimi, ancora i merletti, le bonete…, ma dove siamo? Sessant’anni dopo il Concilio! Un po’ di aggiornamento anche nell’arte liturgica, nella ‘moda’ liturgica! Sì, a volte portare qualche merletto della nonna va, ma a volte. È per fare un omaggio alla nonna, no? Avete capito tutto, no?, avete capito. È bello fare omaggio alla nonna, ma è meglio celebrare la madre, la santa madre Chiesa, e come la madre Chiesa vuole essere celebrata. E che la insularità non impedisca la vera riforma liturgica che il Concilio ha mandato avanti. E non rimanere quietisti”.

Parole in linea con quanto deciso recentemente dall’arcivescovo di Catania, monsignor Luigi Renna, che ha bandito pianete, camici con merletti e imposto al suo clero di non indossare la talare fuori dalle chiese. Precedentemente, nell’omelia di una messa celebrata nella cappella della sua residenza, Casa Santa Marta, Francesco aveva raccontato un aneddoto molto eloquente: “Su rigidità e mondanità, è successo tempo fa che è venuto da me un anziano monsignore della curia, che lavora, un uomo normale, un uomo buono, innamorato di Gesù e mi ha raccontato che era andato all’Euroclero (negozio di abiti ecclesiastici, ndr) a comprarsi un paio di camicie e ha visto davanti allo specchio un ragazzo, lui pensa non avesse più di 25 anni, o prete giovane o che stava per diventare prete, davanti allo specchio, con un mantello, grande, largo, col velluto, la catena d’argento e si guardava. E poi ha preso il ‘saturno’ (cappello per ecclesiastici, ndr), l’ha messo e si guardava. Un rigido mondano. E quel sacerdote, è saggio quel monsignore, molto saggio, è riuscito a superare il dolore, con una battuta di sano umorismo e ha aggiunto: ‘E poi si dice che la Chiesa non permette il sacerdozio alle donne!’. Così – aveva concluso Bergoglio – che il mestiere che fa il sacerdote quando diventa funzionario finisce nel ridicolo, sempre”.

Al clero siciliano, il Papa ha ricordato “che il prete è uomo del dono, del dono di sé, ogni giorno, senza ferie e senza sosta. Perché la nostra, cari sacerdoti, non è una professione ma una donazione; non un mestiere, che può servire pure per fare carriera, ma una missione. E per favore, state attenti al carrierismo: è una strada sbagliata che alla fine delude, alla fine delude. E ti lascia solo, perduto”. E ha aggiunto: “Un’altra cosa… Questo non lo dico solo per la Sicilia, questo è universale: una delle cose che più distruggono la vita ecclesiale, sia la diocesi sia la parrocchia, è il chiacchiericcio, il chiacchiericcio che va insieme all’ambizione. Noi non riusciamo a mandare via il chiacchiericcio. Anche dopo una riunione: Ciao, ci salutiamo, e incomincia: ‘Hai visto cosa ha detto quello, quell’altro, quell’altro…’. Il chiacchiericcio è una peste che distrugge la Chiesa, distrugge le comunità, distrugge l’appartenenza, distrugge la personalità”. Concludendo: “Scusatemi se predico queste cose che sembrano da prima comunione, ma sono cose essenziali: non dimenticatele”.

Twitter: @FrancescoGrana

Fonte: La 'ramanzina' del Papa ai preti siciliani per la 'moda' liturgica: "Basta merletti. E le omelie siano brevi, altrimenti la gente esce a fumare" - Il Fatto Quotidiano

 

venerdì 15 ottobre 2021

CAPIRE PAPA FRANCESCO - INCONTRO A PALATA PEPOLI DOMENICA 14 NOVEMBRE

 


L’obiettivo dell’incontro è quello di fornire alcune chiavi di lettura per tentare di comprendere le dinamiche di crisi che sta vivendo la Chiesa cattolica. Se è vero che la Chiesa nei secoli è passata attraverso situazioni di crisi più o meno accentuate, è altrettanto vero che è raro nella storia vedere una crisi che ha come maggior bersaglio il Papa e, in questo caso, Papa Francesco. Capire la crisi attuale della Chiesa significa comprendere i punti essenziali della proposta ecclesiale di Francesco, gli snodi del suo pensiero e le prospettive che si stanno aprendo. Lo faremo analizzando non solo i testi del Papa, ma anche il pensiero di color che lo contestano.

Ti aspettiamo, allora, a Palata Pepoli Domenica 14 novembre alle 15,30.

giovedì 21 maggio 2020

CAPIRE FRANCESCO





UN LIBRO CHE OFFRE LE CHIAVI DI LETTURA  PER COMPRENDERE LA PROPOSTA DI PAPA FRANCESCO




Perché la proposta pastorale ed ecclesiale di Papa Francesco sta creando tanto scompiglio nel mondo cattolico?

 Che cosa disturba della sua proposta? Soprattutto, che cosa non capiamo e perché facciamo così fatica a seguirlo? È così lontano dal Vangelo o ne è troppo aderente? Sono queste alcune delle domande sottese al mio prossimo libro che uscirà a metà giugno  per le Edizioni Dehoniane di Bologna dal titolo:

 Chiesa popolo di Dio. Dall'esperienza brasiliana alla proposta di papa Francesco



Prenotalo in libreria.

lunedì 10 febbraio 2020

CREDO DI PAPA FRANCESCO






Voglio credere in Dio Padre, che mi ama come un figlio, e in Gesù, il Signore, che ha infuso il suo spirito nella mia vita per farmi sorridere e portarmi così al regno di vita eterna.
Credo nella mia storia, che è stata trapassata dallo sguardo di amore di Dio e, nel giorno di primavera, 21 settembre, mi ha portato all’incontro per invitarmi a seguirlo.
Credo nel mio dolore, infecondo per l’egoismo, nel quale mi rifugio.
Credo nella meschinità della mia anima, che cerca di inghiottire senza dare… senza dare.
Credo che gli altri siano buoni, e che devo amarli senza timore, e senza tradirli mai per cercare una sicurezza per me.
Credo nella vita religiosa.
Credo di voler amare molto.
Credo nella morte quotidiana, bruciante, che fuggo, ma che mi sorride invitandomi ad accettarla.
Credo nella pazienza di Dio, accogliente, buona come una notte d’estate.
Credo che papà sia in cielo insieme al Signore.
Credo che anche padre Duarte stia lì intercedendo per il mio sacerdozio.
Credo in Maria, mia madre, che mi ama e mai mi lascerà solo. E aspetto la sorpresa di ogni giorno nel quale si manifesterà l’amore, la forza, il tradimento e il peccato, che mi accompagneranno fino all’incontro definitivo con quel volto meraviglioso che non so come sia, che fuggo continuamente, ma che voglio conoscere e amare. Amen (J. Bergoglio, 1969).

venerdì 16 agosto 2019

CENA DEL SIGNORE E CARITA’






Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini


L’ospitalità va messa a fuoco in due direzioni: i poveri e i peccatori. Padre Pedro Arrupe: Se nel mondo esiste la povertà, la fame, allora la nostra celebrazione dell’eucarestia è incompleta. Nell’eucarestia riceviamo il Cristo che ha fame della fame del mondo.

Questa osservazione è molto importante per noi oggi. Su questo punto si gioca l’autenticità della Chiesa e della nostra fede. L’Assemblea dei credenti si è definita come assemblea incontro con il Signore, che ha la capacità di guardare ai fratelli e alle sorelle. Dt 26,1-5.10-11: professione di fede del credente ebreo.  Questo brano è la professione di fede dell’israelita entrato nella terra. Nel momento della presentazione dei doni al Signore, subito il comando è: tu ti rallegrerai con quelli che non hanno parte alla terra. Ti rallegrerai con il levita, lo straniero e il povero. Nell’atto di culto c’è subito l’esigenza di condivisione, di ospitalità. Incontro con Dio, confessione di fede e condivisione dei beni. Questo pensiero è in linea con il pensiero profetico: cfr. Amos, Isaia, Geremia, Michea. Il culto può rischiare di essere vuoto, l’assemblea può rischiare di non essere in alleanza con Dio.

All’interno della Chiesa c’è stato un cambio profondo riguardo al culto. Rapporto tra sacrificio, culto e assemblea liturgica. La Legge prescrive i sacrifici. Il sacrificio è presente in tutte le culture e i popoli. Il sacrificio esprime il desidero di entrare in contatto con la divinità espiando il peccato, offrendo qualcosa. Nell’epoca giudaica il sacrifico di espiazione era il più significativo. Il sacrificio esprime la riparazione del peccato per tornare alla comunione con Dio. All’interno delle religioni si offre la possibilità di tornare in comunione con Dio attraverso il sacrificio di un animale. Il meccanismo è quello di sostituire l’animale con l’uomo. I sacrifici sono fatti con lo sgozzamento dell’animale. La Bibbia testimonia questo tipo di sacrifici. Noè dopo il diluvio fa un grande sacrificio, ma anche Abramo e i patriarchi lo fanno. La Legge ha presente un’economia sacrificale. Tempio, sacerdoti e la vittima: sono i tre elementi del sacrificio.

I profeti, da un punto di vista storico sono più antichi della Torah. Ci sono due correnti all’interno del cammino d’Israele: una profetica e una sacerdotale. La corrente profetica è sempre stata critica con quella sacerdotale. La storia d’Israele è complessa. L’esperienza di Babilonia è stata molto profonda, perché non c’è più il tempio, i sacerdoti, i sacrifici. Paradossalmente, questo periodo dell’esilio ha rappresentato una purificazione della fede d’Israele. Qui hanno capito che la vita di fede non può essere esaurita dai sacrifici e dal tempio. La diaspora è stata una condizione assoluta e nuova. Troviamo che, a partire dell’esperienza della profanazione del tempio nel II sec a.C., ci si è chiesti: quegli ebrei credenti in Dio possono vivere senza i sacrifici, senza il tempio e senza i sacerdoti?

Lentamente affiora una nuova concezione del rapporto con Dio. Giuditta, Daniele esprimono questa novità. Da un lato, si comincia intravedere la possibilità di una liturgia senza tempio e sacerdoti. Nel Targum (trazione in aramaico al tempo di Gesù) si dice in Malachia: non mi compiaccio di voi, non accetto l’offerta dalle vostre mani. Malachia è prima del giudaismo e intravede un tempo in cui Dio non gradisce il sacrifico fatto a Gerusalemme. Il targum traduceva: e la vostra preghiera davanti a me sarà una offerta pura perché grande è il mio nome su tutte le genti. Ormai l’offerta pura è la preghiera, e non un’oblazione. Sempre di più echeggiano le parole dei profeti: ascoltare la parola di Dio vale più dei sacrifici; voglio misericordia e non sacrifici. Ormai si parla anche di sacrifico di lode. Sparisce il sacrifico con la vittima. Tutto questo è molto importante. Al tempo di Gesù (Tb 1) acquistano valore di sacrificio le opere di misericordia. Siracide: osservare la legge equivale ad un sacrificio di lode. Il sacrifico è la misericordia verso i fratelli. Ecco il mutamento. Nel giudaismo post-esilico il linguaggio cultuale cambia.


Così comprendiamo nel cristianesimo che il culto, quale mediazione di salvezza, viene squalificato a servizio dell’amore fraterno. Gesù non ha mai fatto sacrifici cultuali. Nella lettera agli Ebrei Gesù diventa sommo sacerdote di un sacerdozio esclusivo: Eb 7,24 è il sacerdozio secondo Melchisedek. Non è il sacerdozio di Aronne.
 Il sacerdozio di Gesù è un sacerdozio che non porta come sacrifici le vittime. Il sacerdote è sempre più separato dagli uomini nel sacerdozio ebraico. È il movimento contrario a quello cristiano operato da Gesù, che è diventato colui che si è fatto peccatore per essere in comunione con noi, non di separazione.

 Il movimento di Gesù che Paolo fa notare in Filippesi 2,7: Gesù si umiliò, prese la forma di uomo, di schiavo sino alla morte. La vita di Gesù è una continua discesa per raggiungere i peccatori. È la santità di Gesù che sana e non i sacrifici. “Tu non hai voluto né sacrifici né offerte”. Il sacerdozio di Cristo abolisce per sempre il culto sacrificale. Gesù nella sua stessa persona ha offerto un culto esistenziale e non rituale. Gesù ha abolito il sacerdozio di Aronne e tutta l’economia dei sacrifici, ha abolito l’economia del tempio. I Vangeli dicono che con la morte di Gesù il velo del tempio viene strappato dall’alto in basso, perché è Gesù il tempio di Dio. Ormai il culto dei cristiani è offrire le nostre vite in sacrificio (Rom 12,1).
All’interno della vita cristiana è l’esistenza personale che dev’essere offerta a Dio, compiendo la volontà del Padre, che è una volontà di amore e di giustizia. La volontà cristiana è sempre seconda rispetto al Vangelo. Siamo cristiani non perché viviamo la liturgia come rito, ma perché ci sforziamo di vivere il Vangelo. Nelle altre religioni basta compiere dei riti: nel cristianesimo no. La ritualità cristiana è seconda rispetto all’esistenza plasmata dal Vangelo. L’eucarestia non basta a sé stessa, la carità sì.


Dobbiamo domandarci se la nostra eucarestia si ferma al rito o ci spinge a vivere il Vangelo. Il sacramento dell’altare è il sacramento del fratello e della sorella (San Giovanni Crisostomo). La patologia dell’eucarestia è presente già all’inizio della Chiesa. 1 Cor 11: Paolo ha trasmesso alla Chiesa di Corinto ciò che ha ricevuto, dei gesti e delle parole. Spezzare il pane: è questo il gesto. Questo gesto spiega profeticamente il gesto della croce: una vita spezzata per amore. Paolo deve intervenire e dire: fratelli voglio che voi lo sappiate: quando vi radunate non mangiate più la cena del Signore. Cosa succedeva a Corinto? Questi cristiani non avevano una prassi di condivisione e lo spezzare il pane diventava un rito senza una ricaduta nella vita della comunità. Spezzare il pane è un’espressione biblica che si trova in Isaia che significa condividere il pane con i poveri, e non il semplice gesto. Frazione del pane dice proprio questo, un gesto che deve diventare una realtà nella comunità. A Corinto sedevano cristiani abbienti e poveri e, nella celebrazione della cena del Signore, un unico pane era spezzato, ma quella celebrazione aveva assunto una patologia, perché i cristiani non condividevano i beni. La cena del Signore era diventato un pasto individualista, egoista: uno ha sete e l’altro è ebbro.



La cena del Signore rischia di diventare non eucarestia, ma ostentazione della disuguaglianza. Paolo in 1 Cor 10: un solo pane un solo corpo, manifesta il legame tra eucarestia e condivisione. È dalla qualità sacramentale della cena che deve scaturire l’amore tra i cristiani. Chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore mangia la propria condanna. Paolo denuncia la comunità che non sa più discernere che la comunità è il corpo e il sangue di Cristo. Paolo stigmatizza il non riconoscimento della comunione della Chiesa. Il vero problema è riconoscere il Cristo nei poveri con i quali devo condividere e rompere i pani. Se non c’è questo discernimento, allora si mangia e beve la propria condanna.

Qual è, allora, il nostro atteggiamento concreto quando partecipiamo alla cena del Signore nei confronti della comunità, nel confronto dei poveri? Cfr. Mt 25,32. Questa teologia di Paolo sull’assemblea eucaristica è coerente con tutta la sua predicazione su Gesù che da ricco che era si è fatto povero.

Questo è il mio corpo che è dato per voi (in sacrificio per voi è solo in italiano). È una traduzione – quella italiana - di accumulo che viene da una teologia sacrificale. L’etica di condivisione Paolo la indica come necessaria alla comunità cristiana. Paolo chiama liturgia, la colletta che organizza per i poveri di Gerusalemme.

L’assemblea eucaristica deve avere questa apertura verso i poveri. L’insistenza di papa Francesco sul tema dei poveri e dell’accoglienza agli stranierei è coerente con il Vangelo e con la celebrazione della cena del Signore. Se la liturgia eucaristica non accresce la nostra capacità di carità è sterile.

giovedì 15 agosto 2019

LITURGIA E CHIESA. IL TRADIZIONALISMO DI RITORNO





FRATERNITÀ DI BOSE


15 AGOSTO 2019
Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini

Oggi viviamo un trapasso epocale. Siamo in un mondo che non è più quello in cui siamo nati. Il mutamento è talmente grande che non sappiamo a che esito andiamo incontro. Cosa sarà la Chiesa stessa tra qualche decennio? Non saprei dirlo. Siamo in una fase di grande trapasso non solo culturale, ma anche di fede, di ciò che crediamo. Sono cambiato le immagini dello stesso Dio. Noi oggi siamo smarriti. Questo mutamento ci fa prendere coscienza di tante cose. Quella che chiamiamo secolarizzazione, in realtà non è qualcosa che è avvenuta come prevedevamo, ma è avvenuta in modo diverso. La cristianità è finita: siamo in diaspora. Siamo in una condizione di minoranza in una società secolarizzata, in cui il problema di Dio è posto in modo indifferente. Dio sembra una parola senza significato. Dio viene associato alla violenza integralismo, intolleranza. uella che è iniziatacome rivoluzione antropologica

Oggi più che comunità cristiane, c’è una diaspora. Nelle città del nord Italia la frequenza domenicale all’eucarestia è al 2%. Che ne sarà? In Piemonte hanno chiuso tutti i seminari diocesani. Su 15 diocesi ci sono 24 seminaristi. Molte diocesi non hanno nessuno. Il Piemonte indica una situazione che anticipa di 10/15 anni ciò che avviene da altre parti. La situazione Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria è disastrosa. Tante comunità non ha più il pastore. Il problema ci fa porre delle domande.

Se questo è l’orizzonte della vita ecclesiale, sul settore giovani tutto diventa più difficile. Si fa faticare a dire che sono ancora cristiani. Sembrano non abbiano interessi sulla religione. I giovani si chiedono: cosa mi serve essere cristiano? Il problema è la risposta. Che cosa aggiunge il cristianesimo alla vita oggi?
Diventa molto incerto il domani della Chiesa, della fede. Dove la liturgia non ha dato segni di crisi, la comunità cristiana si è rarefatta. Sono convinto che la liturgia è la Chiesa, perché non è solo preghiera, ma è azione comune di una comunità cristiana.

Se si passa da questo quadro al tema della liturgia si resta sorpresi dalle domande alle quali non si sa dare delle risposte precise. La liturgia dopo la riforma del Concilio Vaticano II ha vissuta una stagione di fecondità e poi di resistenza da parte dei tradizionalisti. La liturgia è entrata in un cono d’ombra. La vita della Chiesa oggi non si sente assolutamente toccata dai problemi della liturgia, perché non interessa più a nessuno. I temi della comunità cristiana sono temi che assorbono temi etico e sociali, non liturgici.

Tutto questo diventa visibile in molte maniere. Ci sono sempre meno libri di liturgia. Benedetto XVI ha liberalizzato il vecchio rito, quello di Pio V e, il prete, può celebrarla anche da solo. Molti che non aspettavano altro di riprendere un rito che fosse fedele alla tradizione secondo loro, hanno ripreso il vecchio rito. Sono nate associazioni di preti con questo rito. Come un fiume carsico la contestazione tradizionalista è continuata e oggi ci sono più di 800 messe con il vecchio rito. In Francia il 45% dei preti ordinati sono legati ad associazioni che celebrano con il vecchio rito tutti i sacramenti. Tutto questo minaccia l’unità della Chiesa. Proprio sull'eucarestia, che è il sacramento dell’unità, siamo divisi. In Italia sta crescendo questa chiesa parallela nella misura in cui denigrano la liturgia del Vaticano II. Oggi sulla liturgia c’è molta paura a fare qualcosa di nuovo. I vescovi sono paralizzati. Tutto dev’essere fatto con obbedienza rubricista. Tutto questo sta paralizzando la Chiesa.

Papa Francesco sulla liturgia non dice nulla. Ha detto che la riforma del Vaticano II è definitiva. Il cardinal Sarah, che è il prefetto della congregazione del culto, è critico con il Vaticano II. Il nuovo messale che uscirà prossimamente non prevede alcuna modifica, se non qualche piccola cosa.

Siamo in una situazione di grande difficoltà. Ci può essere una Chiesa in uscita e una liturgia in ritirata? Se non riusciamo a rendere dinamica la liturgia rischiamo di non nutrire la fede del credente di oggi. C’è una grande disaffezione alla messa da parte dei giovani. Ci sarebbe bisogno di un movimento liturgico nuovo.

Rapporto Chiesa e liturgia. Non è facile esprimerlo a parole. I due momenti sono collegati tra di loro. Tutta la grande Tradizione lo attesta. La liturgia è la comunità. Celebrando la liturgia la Chiesa manifesta ciò che è. La liturgia cristiana è partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Jean Corbon, Liturgia alla sorgente: la liturgia genera la vita ecclesiale, la liturgia è il mistero. Non ci può essere riforma della Chiesa senza una riforma nella liturgia. Oggi occorre ripensare la realtà dalla quale i credenti restano assenti: l’assemblea liturgica.

sabato 17 novembre 2018

AVERCELI DEI VESCOVI COSI'. ALLE ORIGINI DELLO STILE DI PAPA FRANCESCO






Paolo Cugini


La proposta ecclesiale di Francesco non nasce da un lavoro di studio, ma dalla sua pratica pastorale, in una costante relazione circolare tra i due momenti. La novità di quello che Papa Francesco dice e fa, novità nel suo modo di vivere il papato, d’interpretarlo, suscita la curiosità sulle sue fonti. Il suo stile popolare e immediato è in continuità, così come ce lo hanno dimostrato le biografie, le omelie e i discorsi del periodo in cui è stato arcivescovo a Buenos Aires e le testimonianze fatte su di lui, con il gesuita prima, e poi il vescovo e il Cardinale Jorge Mario Bergoglio. 
Dopo alcuni anni del suo pontificato, ci si rende conto che la proposta ecclesiale di Papa Francesco non è improvvisata, ma viene da molto lontano, si radica nel suo particolare percorso spirituale e culturale, s’intreccia con le scelte fatte nel tempo, che hanno plasmato un particolare modo di essere pastore, attento ai poveri, aperto al dialogo, capace di parlare al cuore della gente. Francesco sta riproponendo con i gesti e le parole la grande intuizione del Concilio Vaticano II della Chiesa come popolo di Dio. Il capitolo II della Lumen Gentium, Chiesa popolo di Dio, che precede il capitolo sulla struttura gerarchica della Chiesa, lo ha spiegato al mondo non con un trattato di ecclesiologia, ma dichiarandosi, appena eletto papa, come vescovo di Roma e chiedendo la benedizione del popolo fedele accorso in piazza san Pietro per l’evento, prima di impartirla lui stesso. Lo stesso si può dire per la proposta di una Chiesa dei poveri, vagheggiata durante il Concilio Vaticano II espressa, in parte, nel numero 8 della Lumen Gentium ma, soprattutto, nel patto delle Catacombe. 

L’attenzione del Papa per i poveri, visibile non solo nell’incontro personale con loro, ma anche nelle sue scelte personali di mantenere un profilo sobrio e semplice, rinunciando ai privilegi che la sua posizione richiederebbe, la troviamo come stile costante sia come gesuita che come arcivescovo di Buenos Aires. Austen Ivereigh racconta, nella sua biografia sulla vita di Jorge Mario Bergoglio, il costume che aveva nei fine settimana di visitare i quartieri poveri di Buenos Aires, al punto che era molto più conosciuto dalle persone povere di questi quartieri che dalle persone dell’alta borghesia che viveva nei quartieri ricchi. Gesti che dicono di scelte maturate nelle lunghe ore di preghiera mattutina, di frequenza costante del Vangelo, assimilando lo stile di Gesù, il suo pensiero il suo modo id essere[1]
Con Francesco, i gesti sono la chiave ermeneutica dei testi: si trasmette ciò che si vive, e si vive ciò che si è assimilato nel silenzio della preghiera, nel rapporto personale con il Signore. Questa stessa modalità ermeneutica la troviamo in tantissime pagine della vita di Bergoglio. Nel periodo in cui era rettore della Facoltà di teologia e filosofia di san Miguel (1976), inizia un lavoro di riforma integrale del programma di formazione degli studenti gesuiti, strumento fondamentale della strategia di rifondazione della provincia di cui era superiore (1973-1979). Oltre alla revisione del programma di studi, Bergoglio propose un impegno pastorale specifico tra la popolazione locale. Essere a servizio dei poveri durante i fine settimana avrebbe permesso agli studenti gesuiti di conoscere la realtà, di entrare in contatto con il popolo di Dio.
«Nella nostra testa noi siamo re e grandi signori – diceva Bergoglio in un discorso di quel periodo – e chiunque si dedichi esclusivamente a coltivare la propria fantasia non riuscirà mai a sentire l’urgenza del “qui e ora”. Il lavoro pastorale nelle nostre parrocchie, invece, è l’opposto». Bergoglio trasmise agli studenti gesuiti quell’importanza di frequentare i poveri che lui stesso viveva ogni giorno. Sfogliando le pagine delle biografie, dei discorsi e delle omelie di Bergoglio, si rimane profondamente colpiti dalla radicalità delle scelte di un uomo immerso nel Vangelo, desideroso di seguire le orme del Signore per assimilare il suo stesso modo di vedere il mondo. Non a caso, uno dei ritornelli che papa Francesco ripete soprattutto quando s’incontra con dei sacerdoti e che ripeteva ai gesuiti e ai sacerdoti di Buenos Aires è lo sforzo di fuggire dalla mondanità Spirituale. 
Bergoglio rimase profondamente colpito dalla lettura della Meditazione sulla Chiesa del teologo francese Henri de Lubac, il quale riteneva che la mondanità spirituale è qualcosa d’infinitamente più disastroso di qualsiasi mondanità di ordine puramente morale, «Una forma di antropocentrismo religioso che utilizza la Chiesa a fini temporali – per guadagni politici o personali – trasformandola così in uno strumento per le macchinazioni umane e oscurando il volto di Cristo, la cui rivelazione è la stessa raison d’etre della Chiesa». La vicinanza ai poveri significa per Bergoglio attenzione alla realtà, che permette di smantellare dal di dentro le costruzioni ideologiche di tipo politico, sociale e religioso. 

È stata la frequenza costante dei quartieri poveri di Buenos Aires che ha permesso a Bergoglio di comprendere i malefici di un sistema economico che non solo allarga sempre di più la forbice tra i pochi ricchi e una moltitudine immensa di poveri, ma incentiva il sistema di corruzione a tutti i livelli. È toccando la carne reale dei poveri che Bergoglio comprende la falsità del discorso politico-economico sul mercato finanziario che si autoregola e, aumentando la ricchezza, la distribuisce a chi non ne ha. Quello che lui incontrava e vedeva nei quartieri poveri assieme ai giovani seminaristi gesuiti a metà degli anni ’70 prima e con un gruppo di sacerdoti negli anni ’90 come vescovo ausiliare prima e poi come arcivescovo di Buenos Aires, era ben altro. Soprattutto dopo la spaventosa crisi economica del 2001 che mise l’economia argentina in ginocchio, mentre lo Stato si contraeva e si chiudeva sempre di più in sé stesso, la Chiesa di Buenos Aires espandeva enormemente le proprie attività. Bergoglio aumentò da otto a ventisei il numero di preti delle baraccopoli, e lui stesso passava almeno un pomeriggio alla settimana in una di queste. Era questo a fare la differenza. Bergoglio era un vescovo che non si limitava a impartire degli ordini, ma quello che chiedeva veniva da un’esperienza condivisa. Ecco perché, mentre i potenti non lo vedevano di buon occhio per questo suo stile che gli permetteva anche critiche puntuali sul sistema politico corrotto, era estremamente amato sia dai preti giovani che dalle persone povere del popolo delle baraccopoli.
 L’arcivescovo Bergoglio si permetteva di richiamare lo Stato a ascoltare la gente comune, perché lui lo stesso lo faceva per primo.


[1] Austen Ivereigh riporta nella sua biografia su Bergoglio, la positiva sorpresa che suscitò tra i partecipanti della messa di domenica19 marzo, la prima come Papa. «Il Cardinal Christoph Schonborn, di Vienna, era in lacrime durante l’omelia e sussurrò al Cardinal Timothy Dolan, di New York: “Tim, parla come Gesù”. “Chris, credo sia proprio il suo mestiere” rispose Dolan», in: a. Ivereigh, Tempo di misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio, cit. p. 421.

mercoledì 6 giugno 2018

Vangelo e Cultura nella riflessione di Papa Francesco




Paolo Cugini

    La comunità che esce per evangelizzare incontra nel suo cammino realtà culturali differenti. Sul rapporto Vangelo e cultura Papa Francesco dedica pagine e riflessioni significative sulle quali vale la pena soffermarsi[1]. Il Papa è consapevole della diversità dell’annuncio del Vangelo in un contesto in cui lo stesso è già stato seminato e sta portando frutti, e altri contesti in cui il Vangelo non è mai arrivato o, se arrivato, ha subito resistenze e rifiuti. Le culture che sono state evangelizzate posseggono risorse tali di Vangelo che non si possono identificare con la mera somma dei suoi membri[2]. «Una cultura popolare evangelizzata contiene valori di fede e di solidarietà che possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente» (EG 68)[3]. Nel percorso di evangelizzare le culture, nei paesi di tradizione cattolica si tratta di accompagnare e rafforzare il cammino intrapreso. Papa Francesco è ben consapevole del processo di secolarizzazione in atto nel mondo Occidentale, per questo, in queste situazioni l’invito consiste nel pensare e favorire nuovi processi di evangelizzazione delle culture. Quando si tratta di questi processi d’inculturazione[4] non si può avere fretta. Inculturazione, infatti, significa non solo cogliere il tesoro già presente in ogni cultura per l’azione dello Spirito Santo che anticipa e accompagna l’annuncio del Vangelo, ma anche valorizzarlo per coglierne le novità da applicare in ogni campo della spiritualità. Occorre avere cura e dialogare con ogni forma di cultura popolare incontrata nel cammino, perché: «oltre a costituire il sostrato che custodisce l’autocomprensione della gente, sono un vero soggetto di evangelizzazione»[5].

    Occorre mettere in rilievo anche le resistenze e il processo di purificazione degli elementi negativi che ogni cultura porta con sé. Per Papa Francesco nel mondo Occidentale la cultura deve ancora purificarsi di alcuni elementi negativi che non solo non corrispondono la Vangelo, ma anche al rispetto della dignità dell’uomo e della donna. Tra questi il Papa segnala il maschilismo, l’alcolismo, la violenza domestica, le superstizioni e le credenze fatalistiche. Il Vangelo quando è seminato in una cultura non produce lo stesso modello in tutte le culture. L’inculturazione non è un processo di riduzione verso l’uniformità e la massificazione. Infatti, il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale. A questo proposito Francesco cita un passaggio della Novo Millennio ineunte al numero 40, che vale la pena ascoltare: «Il cristianesimo restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico, e alla tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui esso è accolto e radicato« (EG 116).
    Se la diversità culturale era ben visibile nella Chiesa dei primi secoli, diversità che si esprimeva anche nella diversità di liturgie[6], non sempre la stessa diversità è stata rispettata. Una certa tendenza ad uniformizzare le culture incontrate dal Vangelo è emersa nel corso dei secoli nella storia della Chiesa. Tenendo conto della critica proveniente soprattutto dal continente Latinoamericano, molto sensibile al rispetto delle diversità culturali per la presenza di differenti culture esistenti sul territorio, Francesco sostiene che:

 Nell’evangelizzazione di nuove culture o di culture che non hanno accolto la predicazione cristiana, non è indispensabile imporre una determinata forma culturale, per quanto bella e antica, insieme con la proposta evangelica. Il messaggio che annunciamo presenta sempre un qualche rivestimento culturale, però a volte nella Chiesa cadiamo nella vanitosa sacralizzazione della propria cultura, e con ciò possiamo mostrare più fanatismo che autentico fervore evangelizzatore (EG 117).

    E’ esplicito in questo passaggio, il riferimento alle tesi sostenute dalla Teologia della Liberazione[7] che spesso hanno accusato la curia romana di identificare il messaggio kerygmatico con le forme culturali greche dei primi secoli, utilizzate per esprimere il nucleo della fede cattolica. Joseph Ratzinger ha sempre sostenuto che l’incontro del Vangelo con la filosofia greca è stato provvidenziale e non casuale o accidentale[8]. E’ stato con gli strumenti della filosofia greca che, nei primi secoli, i Padri hanno potuto strutturare gli articoli del Credo e, questo dato, secondo la riflessione di Ratzinger. non può essere considerato casuale, ma provvidenziale.  Secondo i teologi della liberazione l’epoca Patristica ha fornito un bellissimo esempio d’inculturazione del Vangelo[9], ma il Kerygma quando è annunciato in un contesto culturale, esige di essere espresso con le categorie di quella specifica cultura. Papa Francesco, nel testo sopra riportato, sembra sostenere queste tesi, aprendo quindi lo spazio nella Chiesa a forme diverse di esprimere le verità di fede, a partire dalla cultura che il Vangelo incontrata. In questa prospettiva, Evangelii Gaudium cita un passaggio dell’esortazione post-sinodale di Papa Giovanni Paolo II Ecclesia in Oceania, quando sostiene che:

 I vescovi dell’Oceania hanno chiesto che lì la Chiesa sviluppi una comprensione e una presentazione della verità di Cristo partendo dalle tradizioni e dalle culture della regione e hanno sollecitato tutti i missionari a operare in armonia con i cristiani indigeni per assicurare che la fede e la vita della Chiesa siano espresse in forme legittime appropriate a ciascuna cultura (EG 118).

    Questo passaggio dell’Evangelii Gaudium è in sintonia con il discorso realizzato da Francesco nel gennaio 2018 nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia[10]. In quella circostanza il Papa sosteneva con non è possibile alcun cammino di evangelizzazione senza il rispetto delle culture incontrate. Si può entrare nelle culture altre solamente nel modo in cui Mosè, sollecitato da JHWH, si è avvicinato al roveto ardente: togliendosi i sandali. Riconoscere la bellezza e della cultura altra, ringraziando per il contributo apportato, è il primo passo per poter annunciare la gioia del Vangelo con umiltà e attenzione. Significative e, allo stesso tempo, indicative di un percorso che la Chiesa dovrebbe compiere ogni volta che incontra sul proprio cammino un popolo con una propria cultura specifica, sono le parole iniziali nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia:

Grazie per la vostra presenza e perché ci aiutate a vedere più da vicino, nei vostri volti, il riflesso di questa terra. Un volto plurale di un’infinita varietà e di un’enorme ricchezza biologica, culturale e spirituale. Quanti non abbiamo queste terre, abbiamo bisogno della vostra saggezza e della vostra conoscenza per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione[11].

    C’è, dunque, nelle parole del Papa, lo sforzo di creare empatia con la cultura del popolo incontrato, un aggancio che permetta ad un certo punto del dialogo di annunciare la novità del Vangelo. Questo sforzo empatico deve poter proseguire seguendo l’esempio del discorso di Paolo all’Areopago di Atene quando, ad un certo punto del discorso cita una poesia della cultura greca del popolo al quale stava dirigendo il discorso. Lo stesso compie Papa Francesco nel discorso citato ai popoli dell’Amazzonia quando, ad un certo punto, cita uno degli aspetti più significativi della cultura di una regione dell’Amazonia che si trova nella regione Andina, vale a dire il: SUMAK KAWSAY, che tradotto significa Ben vivere. Questa proposta culturale, ripresa in modo particolare dalla costituzione boliviana, è la concretizzazione dell’ideale di armonia cosmica, comunitaria e personale, in cui il valore della vita è il dono maggiore che si deve ricercare non solo per le persone, ma anche per le piante, gli animali e per la propria terra. In questa proposta, l’intercambio tra le persone non si misura attraverso i benefici economici prodotti, ma per la crescita delle relazioni umane, che ci aiutano a diventare più fratelli e sorelle[12]. L’aggancio con elementi specifici della cultura con cui si sta dialogando, permette al Papa di muoversi in due direzioni complementari. La prima, la richiesta agli stati che si implementino politiche interculturali che tengano conto della realtà e della visione del cosmo dei popoli, «formando professionisti della loro stessa etnia che sappiano affrontare la malattia secondo la propria visione del cosmo»[13]. Il discorso di Francesco riprende in diverse circostanze appelli come questo, che cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica al rispetto e allo sviluppo di quegli aspetti fondamentali della cultura dei popoli amazzonici che ne permettono la sopravvivenza. In secondo luogo, il richiamo finale di Francesco è sui valori evangelici e sul ruolo della Chiesa in questa specifica cultura.
Cari fratelli dell’Amazzonia, quanti missionari e missionarie si sono impegnati con i vostri popoli e hanno difeso le vostre culture! Lo hanno fatto ispirati dal Vangelo. Anche Cristo si è incarnato in una cultura, quella ebrea e, a partire da quella, si è donato a noi come novità per tutti i popoli in modo che ciascuno, a partire dalla propria identità, si senta autoaffermato in Lui […] Ogni cultura e ogni visione del cosmo che accoglie il Vangelo arricchisce la Chiesa con la visione di una nuova sfaccettatura del volto di Cristo. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le chiese locali amazzoniche[14].

    Abbiamo analizzato e presentato il discorso del Papa ai popoli dell’Amazzonia perché, a nostro avviso, rappresenta una concretizzazione del delicato rapporto tra Vangelo e cultura espresso nell’Evangelii Gaudium. E’ alla fine che Francesco annuncia il Vangelo, dopo essersi, per così dire, aperto il varco con una serie di agganci culturali con i popoli locali, richiamando l’attenzione su quanto andava dicendo. Il Papa si è sporcato le mani, si è immerso nella cultura del popolo per farsi riconoscere. Non c’è stato un discorso cattedratico, con l’esplicitazione di una dottrina e la richiesta di ascoltare e basta. Al contrario, quello che il Papa ha presentato è il cammino del Vangelo che apre le porte dei cuori e delle coscienze creando delle sintonie, facendo appello alla comune umanità[15]. Solo incarnandosi, che in questo caso specifico significa conoscere la cultura dell’altro, è possibile aprire i cuori all’annuncio del Vangelo, anche nella consapevolezza che non è detto che il metodo abbia successo, come del resto è accaduto nel caso del discorso di Paolo all’Areopago di Atene citato sopra.
    La comunità in uscita non può, dunque esimersi di mettersi in ascolto delle culture, degli stili di vita, delle espressioni esistenziali degli interlocutori che incontra nel cammino e ai quali desidera annunciare con gioia la Buna novella. E’ un modo per ricordarsi che lo Spirito Santo è sempre all’opera e continuamente ci precede. Si tratta allora, del delicato lavoro di ascolto per non correre il rischio di considerare negativo ciò che lo Spirito ha già operato di buono nelle culture, in quel processo frettoloso che vuole semplicemente impiantare qualcosa, senza prima prendersi il tempo di accompagnare, ascoltare e valorizzare ciò che di buono incontriamo.



[1] Molto interessante, a questo proposito, la prolusione che mons. Gianfranco Ravasi ha tenuto alla Facoltà Teologica del Triveneto il 28 marzo del 2018, in occasione del Dies academicos. Si trova in: http://www.fttr.it/wp-content/uploads/2017/03/Fttr-dies2017-RAVASI.pdf. Sul tema Vangelo e Cultura di Papa Francesco valgono le citazioni riportate nel paragrafo della Chiesa Popolo di Dio

[2] Valgono a questo proposito, le profonde riflessioni di Francesco ancora sul Vescovo Toribio il quale, nelle sue visite pastorali, volle arrivare non solo all’altra riva geografica, ma anche culturale. “Fu così che promosse on molti mezzi un’evangelizzazione nella lingua nativa. Con il terzo Concilio di Lima dispose che i catechismi fossero tradotti in quechua e in aymara. Spinse il clero a conoscere e studiare la lingua dei loro fedeli per poter amministrare i sacramenti in modo comprensibile” (ivi, n. 2).
[3] Lo stesso concetto Francesco lo ribadisce nel discorso ai partecipanti alla plenaria del pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione del 29 settembre 2017, in cui afferma che: “Da ogni popolo verso cui andiamo emerge una ricchezza che la Chiesa è chiamata a riconoscere e valorizzare per portare a compimento l’unità di tutto il genere umano di cui è segno e sacramento (cfr. Lumen Gentium 1) […] La ricchezza che proviene alla Chiesa dalla molteplicità di buone tradizioni che i singoli popoli possiedono è preziosa per verificare l’azione della grazia che apre il cuore ad accogliere l’annuncio del Vangelo”

[4] Cfr. in modo particolare il documento della Commissione Teologia Internazionale, Fede e inculturazione, 1989. Il testo italiano si trova in Civiltà Cattolica 140 (1989), I,158-177. Sempre sul tema interessanti anche le riflessioni del gesuita brasiliano MIRANDA, M.F., Inculturazione della fede. Un approccio teologico, Queriniana, Brescia 2002
[5] Dal discorso di Papa Francesco ai nuovi vescovi ordinati nel corso dell’ultimo anno del 14 settembre 2017: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/september/documents/papa-francesco_20170914_nuovi-vescovi.html

[6] Cfr. in modo particolare: E., MAZZA, La mistagogia. Le catechesi liturgiche della fine del IV secolo e il loro metodo, Edizioni Liturgiche, Roma 1989
[7] Cfr. in modo particolare: J.M.,VIGIL, «Il paradigma pluralista e i compiti della teologia. Verso una rilettura pluralista del cristianesimo», in Concilium 1 (2007) 41-51; L. BOFF, Il Cristo cosmico è più grande di Gesù di Nazaret?, in Concilium 1 (2007) 74-83
[8] Cfr. J., RATZINGER,  Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Ed. Cantagalli, Siena 2003
[9] Lo sostiene, tra gli altri, anche R., CANTALAMESSA, Dal Kerygma al dogma. Studi sulla cristologia dei Padri, Vita e Pensiero, Milano 2006
[11] Ivi, p. 3
[12] Sul concetto di Ben vivere cfr.: A., ACOSTA, «El “buen vivir” para la construcción de alternativas», Conferencia en el Encuentro Latinoamericano del Foro Mundial de Alternativas, 2008; BENALCAZAR,C., El buen vivir, más allá del desarrollo: la nueva perspectiva constitucional, 2008.06.11, en: América Lati tina en Movimiento, ALAI. [http://alainet.org/active/24609&lang=es]; O.,SALAZAR,  El principo del buen vivir o Sumak Kawsay como fundamento para el decrecimiento económico, in: Cuadernos de Filosofía Latinoamericana, Vol. 36 / No. 113 / 2015 / pp. 83-99; HOUTART, F., «El concepto de sumak kawsai (buen vivir) y su correspondencia con el bien común de la humanidad», in: ALAI, América Latina en Movimiento 2011-06-02, http://www.dhl.hegoa.ehu.es/ficheros/0000/0738/15._El_concepto_de_sumak_kawsai.pdf

[13] Ivi, p. 3
[14] Ivi, p. 5
[15] Lo stile di Papa Francesco presentato in questo contesto, mi sembra molto in sintonia con lo stile dialogico del Concilio Vaticano II così come lo presenta il teologo Theobald. Non a caso l’autore, nel primo capitolo del libro, fa riferimento proprio a Papa Francesco sulla questione dello stile. Cfr. C., Theobald , L’avvenire del Concilio. Nuovi approcci al Vaticano II, cit. p. 31