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sabato 8 marzo 2025

GIOVANI IN RITIRO SPIRITUALE Un’esperienza incredibile

 

Un momento del ritiro spirituale



Paolo Cugini


Circa sessanta giovani (in realtà adolescenti dai 14 ai 18 anni) hanno vissuto un’esperienza di grande intensità spirituale, trascorrendo tre giorni – da lunedì 3 a mercoledì 5 marzo -  meditando la parola di Dio, in un clima di silenzio e raccoglimento. 

È da quando sono arrivato nella parrocchia san Vincenzo de Paoli del quartiere Compensa di Manaus che siamo in cammino con i giovani. C’è una equipe di persone adulte che con me accompagna pastoralmente i giovani. C’è una giovane coppia di sposi – Nair e Israel -, che ha un’esperienza giovanile nei gruppi carismatici e poi Marcela e Maquiné, lei 25 e lui 38, che da sempre sono attivi nella Pastorale giovanile sia del Vicariato che nell’Archidiocesi. Assieme a loro si è aggiunto anche Francesco, che ha una lunga esperienza sia nella pastorale giovanile che nei gruppi carismatici. 

Momento iniziale di accolgienza dei giovani guidato da nair e Marcela


La proposta che stiamo facendo ai giovani dei sette gruppi di base è frutto di assemblee dei giovani in cui loro stessi avanzano proposte, che poi sono discusse e messe in un calendario. Del resto, è questo un aspetto del cammino sinodale che non solo l’archidiocesi, ma la stessa pastorale giovanile sta realizzando. 

Tra le varie proposte emerse, c’è anche quella dei ritiri spirituali. Durante l’anno sono quattro. Uno di mezza giornata a gennaio, che è il mese delle ferie degli studenti. Poi ci sono i ritiri di avvento e quaresima. Infine, il ritiro che dà inizio la cammino pastorale dell’anno e che si svolge solitamente nel periodo del carnevale. Lo scorso anno il ritiro è durato due giorni, quest’anno tre. 

I giovani a pranzo


Ho guidato i momenti di riflessione proponendo 7 meditazioni bibliche sul tema dell’eucarestia, con l’obiettivo di aiutare i giovani a riscoprire il senso dell’eucaristia domenicale e del valore di realizzarla nella comunità di appartenenza. Abbiamo alternato le meditazioni a brevi spazi di silenzio, al massimo 40 minuti, per condurre i giovani a scoprire il valore della meditazione, della riflessione interiore. 

Un momento della celebrazione penitenziale


I cinque adulti hanno accompagnato i momenti liturgici. Israel e Francesco sono ottimi chitarristi oltre ad avere una bella voce. Due liturgie hanno in modo particolare il ritiro spirituale di quest’anno. Il primo è stata la celebrazione penitenziale realizzata alla sera della seconda giornata. È stato senza ombra di dubbio, il momento più forte ed emozionante del ritiro. Marcella ha posto in mezzo al salone e ha spiegato la dinamica della celebrazione penitenziale: invitare la persona con la quale si ha avuto qualche momento negativo durante l’anno a lavarsi le mani insieme e poi abbracciarsi e perdonarsi. Mentre la liturgia si svolgeva a luci soffuse, Francesco, Israel e Nair guidavano il canto. La celebrazione è durata circa due ore in mezzo all’emozione generale. 

Le cuoche il cui lavoro ha permesso la realizzazione del ritiro


La seconda liturgia che ha segnato il ritiro è stata l’adorazione eucaristica nel pomeriggio prima di partire. A causa delle piogge torrenziale l’abbiamo realizzata nel salone. Dopo il rosario recitato dai giovani, ho esposto il santissimo sacramento e Francesco ha guidato la meditazione tra un canto e l’altro. Avere in parrocchia degli adulti preparati che sanno guidare momenti di celebrazione e comunicare contenuti di grande spiritualità è un dono che raramente si trova (soprattutto in Italia). 

Il ritiro è terminato con la messa del mercoledì delle ceneri celebrata in parrocchia. 

Foto di gruppo finale



lunedì 20 gennaio 2025

VERSO IL SINODO DEI GIOVANI DELL’ARCHIDIOCESI DI MANAUS

 

I giovani della parrocchia san Vincenzo de Paoli, dove attuo, partecipando
ad un incontro dell'Archidiocesi di Manaus



Paolo Cugini

È dallo scorso anno che l’archidiocesi di Manaus, capitale dell’Amazzonia, ha lanciato la proposta di sinodo della gioventù, che avrà come momento finale un evento che sarà realizzato nel luglio 2025. Il Sinodo arcidiocesano dei giovani ha come obiettivo principale quello di aiutare i giovani a comprendere il valore del Vangelo nella loro vita, cercando di promuovere l’idea di camminare insieme nella comunione e nella corresponsabilità. Il Sinodo si basa sulla visione della Lumen Gentium, documento del Concilio Vaticano II, che sottolinea la Chiesa come sacramento di unione con Dio e tra gli uomini.

Il Sinodo è visto come un’opportunità per valorizzare le diverse espressioni dei giovani e rinnovare l’impegno nella missione evangelizzatrice della Chiesa. Annunciare Gesù Cristo a una generazione che cambia in modo rapido è una sfida cruciale per la Chiesa, soprattutto quando cerchiamo di entrare in contatto autentico con i giovani. È essenziale riconoscere la diversità delle culture giovanili e avviare un dialogo profondo con le loro realtà. Ciò richiede una riflessione costante sull’evoluzione delle realtà giovanili e una presenza pastorale inclusiva, empatica e dialogante. 

Per fare in modo che il Sinodo raggiungesse le più svariate realtà giovanili presenti sul territorio è stata costituita una commissione mista (di cui ho fatto parte) con giovani, suore, preti, religiosi/e, laici e laiche, con l’obiettivo di elaborare sussidi che potessero arrivare nelle basi in cui attuano, non solo i giovani legati alle parrocchie o ai movimenti, ma anche coloro che non avrebbero rifiutato un coinvolgimento nel nostro camino. E così sono stati preparati sussidi per le comunità delle periferie, per comunità sul fiume e quelle delle aree rurali. Sono stati preparati sussidi anche per i giovani che solitamente non frequentano la chiesa e anche per coloro che frequentano le chiese neopentecostali, che a Manaus sono tantissime. Un materiale specifico è stato preparato per i giovani che provengono dai popoli indigeni e che esigono un approccio particolare: la pastorale indigena dell’archidiocesi ha dato un contributo significativo a questo riguardo. L’idea di base, dunque, che ha portato alla proposta del sinodo dei giovani è stata, da un lato, la presa di coscienza della difficoltà attuale d’incontrare i giovani, in un contesto pastorale che invece ha sempre lavorato molto bene con i giovani; dall’altro la presa di coscienza della necessità di un ascolto autentico della realtà giovanile per capire le nuove strade di evangelizzazione da percorrere.  

Riuscire a raggiungere i giovani di una metropoli come Manaus è un compito veramente arduo. Sono molte, infatti, le stratificazioni sociali in cui vivono i giovani in questa metropoli. Un dato importante da ricordare è che Manaus è venuta formandosi ed è ancora in questo processo formativo, attraverso invasioni di terreni che, nel tempo, hanno ingrossato a dismisura le periferie (abito in una di queste) rendendole insicure e poco accessibili a coloro che non sono del posto. Sono queste le zone che vengono prese di mire dal traffico (di droga) per controllare il territorio ed esercitare un potere che contrasta (anche se spesso e volentieri collabora) con la polizia. I giovani che arrivano dalle campagne, dalle comunità del fiume, come quelle della parrocchia di Santo Antonio do Iça dove attuano i nostri preti reggiani, per giungere in città e tentare una vita con qualche possibilità in più, vengono accolti in queste reti fatte di disagio, terrore, traffico di droga, violenza. L’azione della pastorale giovanile in queste zone di periferia dominate dal traffico è molto delicata. Lavoriamo sulla prevenzione, attivando officine di arte, musica, sport, corsi vari: tutto serve come proposta per togliere gli adolescenti dai cammini dei trafficanti. Ci sono zone che non possiamo entrare. Nella mia parrocchia, in quindici mesi di presenza, sono riuscito ad entrare in una favela solamente due volte: mi proibiscono di entrare. Ho celebrato la messa di Pasqua (della favela erano presenti tre persone) e poi non sono più riuscito a mettere piede. Scrivo queste cose non per creare il panico, ma per aiutare a comprendere la complessità della realtà giovanile e del lavoro pastorale che siamo invitati a realizzare. 

Messa di invio dei nuovi coordinatori dei 7 gruppi giovani che si trovano nella parrocchia


Nonostante tutti gli sforzi, che sono davvero tanti, la Chiesa non riesce ad essere presente in modo capillare in tutti questi quartieri. Da un recente incontro fatto con i preti che attuano nel mio territorio, il vescovo Mons Hudson, responsabile episcopale di questa zona pastorale, oltre ad essere il direttore della Facoltà Cattolica dove insegno, ha mostrato numeri a dir poco avvilenti. La creazione di nuovi quartieri è così rapido che non riusciamo a pensare come scorporare le parrocchie per raggiungere il maggior numero di persone. In ogni modo, non devo andare molto lontano per descrivere le difficoltà attuali della missione a Manaus. Da un calcolo fatto con alcuni collaboratori dell’équipe parrocchiale, ci siamo resi conto che, nonostante tutti i nostri sforzi, la nostra azione pastorale sul nostro territorio di 7 comunità e circa quaranta mila persone, raggiunge circa l’1% della popolazione. 

Ci sono altri due aspetti importanti da tenere presenti, per comprendere meglio il lavoro di evangelizzazione in mezzo ai giovani del nostro contesto periferico della metropoli di Manaus. Il primo è il grande movimento interno, da un quartiere all’altro, che avviene nelle zone povere. I nuclei famigliari che vivono nei quartieri poveri sono caratterizzati da una grande mobilità, nella costante ricerca di un posto di lavoro e di residenze alla loro portata. Muovendosi i nuclei familiari, si muovono anche i giovani. Questo continuo movimento interno rende difficile il lavoro della pastorale giovanile, perché anche i gruppi giovanili, in questo modo, fanno fatica ad incontrare una stabilità. Altro dato importante da tenere presente è che, quando parliamo di pastorale giovanile, in realtà si tratta di adolescenti nella fascia di età che va dai 13 ai 17/18 anni. Le scuole superiori durano solo tre anni e, terminato il periodo di studio obbligatorio, i giovani entrano nelle università e cercano lavoro. È molto difficile trovare un giovane nei quartieri poveri che studi e basta. Durante il giorno lavoro e alla sera frequenta i corsi serali che le università mettono a disposizione per coloro che lavorano. Queste difficoltà devono essere tenute in considerazione per gli operatori della pastorale giovanile, che non riescono ad organizzare momenti formativi o aggregativi durante la settimana, ma solo nel fine settimana. Da quanto scritto risulta chiaro che i giovani dai vent’anni in su non riusciamo a raggiungerli: non li vediamo. 

Momento di uno dei vari eventi oranizati dai giovani


Il Sinodo dei giovani si sta svolgente nel seguente modo. Dopo un primo momento chiamato incontro, in cui si sono organizzati eventi nei vari settori in cui è divisa l’Archidiocesi, per permettere ai giovani delle parrocchie e delle aree missionarie di incontrarsi, conoscersi, scambiarsi le idee, si è passati al secondo momento, il più impegnativo: l’ascolto. I sussidi preparati per le varie tipologie di giovani individuate nella fase di ascolto, stanno raccogliendo un materiale che dovrebbe confluire in una sintesi, che sarà restituita ai gruppi di base. L’obiettivo di questo lungo lavoro di ascolto e di sintesi consiste nel giungere all’assemblea sinodale dei giovani, del mese di luglio di quest’anno, con in mano un instrumentum laboris, frutto di un lungo lavoro di base, capace di leggere la condizione giovanile dell’intera archidiocesi. Sarà, poi, nella settimana assembleare di luglio, che vedrà la presenza dei giovani rappresentanti dei Settori, che si prenderanno le decisioni che dovrebbero offrire le linee guide per la pastorale giovanile dei prossimi anni. 

Foto ricordo del rosario dei giovani organizzato in una comunità



domenica 3 settembre 2023

COME LAVORARE CON I GIOVANI IN UNA METROPOLI COME MANAUS?




 

 

Paolo Cugini

Questo fine settimana, nelle quattro comunità dell’area missionaria Sacra Famiglia, abbiamo iniziato un lavoro pastorale che ha l’obiettivo di formare gruppi giovani nelle comunità. Questa iniziativa era stata annunciata nelle sei messe dello scorso fine settimana ed era stata accolta positivamente in tutte le comunità, anche perché fa parte del piano pastorale triennale che le comunità hanno formulato all’inizio dell’anno assieme al parroco e al diacono. La formazione di gruppi giovani è una proposta della Pastorale Giovanile della Chiesa brasiliana, con un’identità specifica, che è quella di un gruppo cristiano, che lavora per aiutare i giovani a conoscere Gesù e il Vangelo. Lo sottolineo, perché in Italia non è sempre così facile e chiaro lavorare con i giovani. Spesso per poterli avvicinare, occorre fare dei percorsi molto alla larga da qualsiasi proposta specificatamente religiosa.

Il primo passo per formare un gruppo giovani consiste in un primo incontro con coloro che sono disponibili a realizzare un percorso formativo per assumere la responsabilità di un gruppo. Nel percorso formativo si cerca di far luce sull’identità di un gruppo di pastorale giovanile, apprendendo in modo approfondito i contenuti del Vangelo, il cammino della Chiesa oltre ad alcune dinamiche di gruppo e ad elementi di psicologia dell’adolescenza.

L’adesione non è stata la stessa in tutte le comunità. La delusione maggiore è avvenuta nella comunità più grande, dove ci saremmo aspettati un numero significativo di giovani al primo incontro di presentazione del progetto. La scarsa partecipazione è stata giustificata dal fatto che nella comunità ci sono già diversi gruppi di giovani non legati alla parrocchia, ma ad altri movimenti.

Significativa è stata la presenza dei giovani nella comunità Gesù luce dei popoli. Sono stati i leaders delle comunità che, durante la settimana, hanno portato l’invito direttamente nelle case dei giovani. Questo gesto è stato letto positivamente, come un’attenzione particolare ai giovani della comunità. Durante il primo incontro si sono mostrati molto interessati a creare un gruppo e anche a frequentare l’itinerario formativo proposto.

Anche nelle comunità della Pietà e di Papa Giovanni Paolo II il primo incontro è stato positivo e la promessa di compiere insieme un percorso formativo è stata accolta positivamente. Il cammino è appena iniziato, la semente è stata gettata: aspettiamo che cresca e porti frutti.

martedì 2 maggio 2023

EVANGELIZZARE IN... BICICLETTA

 




 

Paolo Cugini

 

Ci si può chiedere: ma che proposta evangelica è fare una gita, andare in bicicletta da qualche parte? Io penso che sia una risposta ad un problema tipico delle nuove generazioni. Qual è questo problema? E l'impossibilità di trovare spazi di interazione e di relazione.

 I ragazzi di oggi hanno le giornate piene stracolme di impegni, che vanno dalla scuola, allo sport, ai tornei, ecc. Oltre a questo, si aggiunge il contatto che le nuove generazioni hanno con Internet. Uno dei grandi problemi dei genitori è staccare i loro figli le loro figlie dal cellulare, da Internet. E così, abbiamo ragazzi che dopo avere trascorso una giornata a scuola, ginnastica, sport, tornei,,, quanto arrivano a casa passano il tempo rimanente sul cellulare. Io credo che il problema più eclatante di queste nuove generazioni sia la mancanza di spazi di relazione normale, di conoscenza dell'altro, che significa anche conoscenza di sé.

Un giro in bicicletta permette esattamente questo. Infatti, mentre si è in bicicletta si ha la possibilità di parlare, di chiacchierare, riscoprire il mondo dell'altro e, di conseguenza di condividere il proprio mondo. Leggendo attentamente il Vangelo ci si rende conto che il grande lavoro svolto da Gesù è stato quello di creare relazioni tra un gruppo di uomini e di donne, permettendo loro di conoscersi e di conoscere il Signore. Non solo, ma troviamo spesso Gesù in situazioni di relazione come i pasti. In molti brani del Vangelo Gesù è a tavola con delle persone: Non è un caso se l'ultimo gesto che Gesù compie con i suoi discepoli sia proprio una cena. Anche dopo la risurrezione, quando Gesù appare ai suoi discepoli, abbiamo alcune narrazioni che parlano dell'incontro di Gesù avvenuto durante dei pasti.

Senza la relazione non solo non c'è vita, non c'è possibilità di conoscere se stessi, ma da un punto di vista del Vangelo non c'è nemmeno la possibilità di conoscere Dio, la dimensione religiosa della vita. Ecco perché per evangelizzare non basta pronunciare dei versetti, preparare dei momenti specifici dove si parlare di Dio e di Gesù: occorre creare le condizioni affinché il Vangelo possa essere compreso. A mio avviso, la condizione principale affinché il Vangelo possa essere compreso non solo dalle nuove generazioni ma in generale da tutti e tutte, è la relazione, l’amicizia, l’incontro con l’altro, l’altra. Ben vengano, allora, le gite in treno, le biciclettate e altre iniziative del genere. 

venerdì 22 aprile 2022

EDUCARE CAMMINANDO A FIANCO - UN LIBRO DA LEGGERE

 




Paolo Cugini


È uscito in questi giorni Sulle strade verso Emmaus – per un’educazione che si fa cammino, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2022”, l’opera prima del giovane educatore reggiano Francesco Santarello, per gli amici Ciri.  

Una delle caratteristiche più significative dello stile educativo di Ciri è la capacità di elaborare percorsi educativi a partire dall’esperienza concreta dei ragazzi che incontra. L’arte dell’ascolto, dell’avvicinarsi del camminare assieme (sono temi trattati nel libro) non si apprende sui libri, ma si coltiva nel cuore e, soprattutto, fiorisce dall’amore che si mette nelle relazioni che curiamo. Non è un caso, allora, che l’autore narri in due tempi cinque storie di giovani incontrati nel cammino della vita, un cammino fatto di vita vera, quella vita che spesso è piena di difficoltà, di momenti oscuri, di smarrimenti. Sebastiano, Sofia, Alex, Francesco e Camilla – sono questi i nomi dei protagonisti del libro – sono giovani che in un modo o nell’altro passano da Emmaus a Gerusalemme, da situazioni di smarrimento alla luce del Mistero incontrato che riorienta l’esistenza.

Il libro di Francesco Santarello è scritto con il linguaggio della vita, che va all’essenziale, quel linguaggio che non comunica appena concetti, ma che li riesce a trasmettere con la forma che prende il vissuto quotidiano. Si legge, tra le righe, l’amore dell’autore per i giovani incontrati, la passione dell’educatore che ha capito che lavorare con i ragazzi e le ragazze in una prospettiva educativa esige la pazienza dell’agricoltore, che sa aspettare il tempo propizio, senza forzare la mano, nella consapevolezza che ogni persona è un prodigio, un dono diverso di Dio per l’umanità.

C’è un altro aspetto fondamentale nell’arte educativa di Ciri, che si respira in ogni pagina della sua opera prima: la fede. Ciri è un giovane padre di famiglia, cresciuto all’ombra del campanile, per così dire, in continua ricerca del volto del Signore non solo nell’ascolto della sua Parola, ma anche nelle relazioni che instaura. La profonda umanità che si coglie leggendo le pagine del libro, accompagnando le storie di Sebastiano, Sofia, Alex, Francesco e Camilla è la stessa che Ciri mette nel cortile dell’oratorio quando gioca con i ragazzi o in uno dei tanti momenti formativi con gli educatori. C’è l’annuncio del Vangelo che viene proclamato dal pulpito e c’è quello che passa attraverso gli sguardi, gli atteggiamenti, il modo di essere, le scelte quotidiane.

Consiglio la lettura di questo libro non solo agli educatori di professione, ma anche ai catechisti, ai genitori, a tutti coloro che cercano ogni giorno di avvicinarsi al prossimo per consegnare qualcosa di buono, per collaborare alla costruzione di un mondo più vero e umano. Buona lettura.

 Una nota di merito va alle Edizioni San Lorenzo che, in questi ultimi anni, si sta facendo promotrice di percorsi nuovi, per certi aspetti diversi, com'è appunto il percorso educativo di Francesco Santarello.  

Francesco Santarello, per i conoscenti più famoso come Ciri (storia di un soprannome che ha a che fare col suo essere educatore e formatore oggi), è nato nel 1986 a Correggio (RE), sposato dal 2017 con Benedetta, oggi hanno una figlia di nome Letizia. Francesco è educatore professionale con una carriera che spazia dall’ambito scolastico a quello oratoriano. Si occupa in particolare dell’educazione delle giovani generazioni, dalle elementari agli universitari: panorama che gli offre la possibilità di capire le differenze enormi che esistono fra un bambino e un preadolescente, fra un preadolescente e un adolescente, fra un adolescente e un giovane.

 

Don Michele Falabretti, (curatore dell'introduzione) prete di Bergamo, viene dall’esperienza dell’oratorio e ne ha conservato amore viscerale («Non so perché i vescovi italiani abbiano chiamato me. Più che conoscere la mia persona, credo conoscano molto bene l’esperienza di cura dei ragazzi e dei giovani così come la si fa in Lombardia»), è stato nominato Responsabile del Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile della CEI nel 2012, e riconfermato nel 2017 con un secondo mandato quinquennale.  Ha partecipato come esperto al Sinodo dei giovani. Ha inoltre organizzato diversi Convegni Nazionali di Pastorale Giovanile. Collabora da anni con la rivista Note di Pastorale Giovanile. 

 

Acquista il libro qui: SULLE STRADE VERSO EMMAUS - di FRANCESCO SANTARELLO, int. MICHELE FALA – Edizioni San Lorenzo

lunedì 23 novembre 2020

I MOTORI DEL CAMBIAMENTO SOCIALE (annotazioni)

 



 

Paolo Cugini

 

Demografia

Sta cambiando a livello mondiale con conseguenze molto importanti.

Se guardiamo la situazione nel 1950 in Asia 55% della popolazione, in Europa 21% della popolazione mondiale (dato importante perché nel 2010 l’Europa ha il 10% della popolazione mondiale e questo perché sono cresciute Africa e Asia).

La crescita asiatica ha comportano anche mutamenti politici e sociali.

 

Nel 2100 Europa 6,7% la situazione a livello politico non può più essere detto che c’è una priorità che può esistere a livello europeo, l’Africa al 35% popolazione globale, Asia un po’ in diminuzione ma rimane la maggioranza della popolazione globale. Quando non ci sono misure adeguate in questi continenti, automaticamente ci saranno degli spostamenti da questi continenti. Oggi la politica nazionale va più nel senso della autosufficienza e nella auto-protezione, con volontà di diventate autosufficienti, soprattutto i paesi europei.

 

Età della popolazione tra i 15 – 24 anni in Africa 43 milioni, adesso 2010 205 milioni, alla fine nel 2100 saranno mezzo miliardo, e sono giovani e si muovono alla ricerca di soluzioni, hanno iniziative economiche e altro e quindi ci sarà sia sviluppo dell’Africa sia emigrazione.

In Asia la crescita è meno importante ma anche l’asia andrà verso i 500 milioni di giovani.

L’Europa invece è un disastro: 94.000 nel 1950, nel 2100 76.000, una riduzione al di sotto del livello odierno (adesso siano circa a 93.000).

 

Nei paesi con povertà alta ci sono più bambini in famiglia, nelle nazioni economicamente più avanzate i bambini sono meno: In Italia siamo a un bambino per ogni donna fertile, cresce il numero degli anziani ma non ci sono i giovani per rispondere alla totalità della popolazione. Nel 2100 ci saranno 150.000 al lavoro e gli altri studenti o disoccupati.

America caraibica: l’economia adesso non sta in progresso ma in regresso, ci si aspetta una riduzione di natalità, nel 2100 ci saranno meno giovani.

 


USA e Canada avevano 25 milioni nel 1950 e diventeranno 63 milioni.

Nel 2050 saremo circa 9 miliardi in tutto il mondo.

Per l’Europa vediamo un problema che sta crescendo, a livello mondiale nel 1950 60 milioni, in futuro saranno molti di più e ci sarà mobilità oppure un conflitto che in realtà è già cominciato.

Guardiamo le diverse regioni tra il 2000 e il 2050 soprattutto USA e Canada vanno verso una diminuzione della popolazione senza immigrazione, se c’è migrazione normale e continuativa ci sarà una differenza di 77 milioni di persone. Il cambio di popolazione in Africa e in Europa, l’Europa avrà un calo di natalità che sarà compensato con la migrazione.

 

La gente di Arabia Saudita non lavorano tanto, lavorano i migranti in condizioni cattive, non possono nemmeno guardare il datore di lavoro, devono lavorare ad orari impossibili senza alcuna protezione eppure sono l’84% del mercato del lavoro. In Australia il 30% sono migranti.

 

Il problema delle percentuali è che non si sa esattamente quanto tempo un migrante rimane nelle statistiche della migrazione, come sono registrati, ma ci sono stati che dopo 5 o 10 anni di residenza non li considera più come migranti, così come talvolta non contano i migranti che non lavorano.

 

UK crescita negli ultimi 14 anni, che è normale perché c’è il common whealth e quindi c’è una mobilità molto alta, es. indiani che non sono necessariamente guardati come migranti. In genere nei paesi dell’UE c’è il 10% della popolazione attiva sono migranti da lungo termine. C’è una crescita.

 

Altro aspetto importante, quello della popolazione rurale e della popolazione che vive in città. Popolazione che inizia a vivere nelle città e persone che vivono nelle zone rurali. L’aumento delle persone nelle città rispetto alle zone rurali è il risultato di questo motore.

 

Es. Manila ha più o meno 16 milioni di persone, in parte già migrate dall’interno delle Filippine, non trovano lavoro a Manila e quindi si spostano all’estero.

 

La prima tappa della migrazione è interna dalla campagna alla città, poi la seconda tappa è all’estero.

In Europa nel 2030 aspettiamo una crescita inferiore rispetto ad altri paesi.

 


Studenti

Ci sono più stranieri che studiano in Italia rispetto agli italiani che studiano all’estero.

In Cina ci sono 38 – 48 milioni di studenti e cresce di circa 2 milioni di studenti in più (devono costruire ogni settimana una nuova università per rispondere alla richiesta di studenti), per questo ci sarà una mobilità di studenti verso l’Europa. Le università devono prepararsi a questo perché ci saranno meno italiani e più stranieri. Gli studenti italiani vogliono studiale all’estero perché non trovano lavoro in Italia, gli immigrati invece vogliono rimanere in Italia e questo modificherà il mercato del lavoro. Le università devono cercare di essere più attrattive per gli italiani e in gradi di integrare gli studenti migranti.

 

Rimesse

Sono il terzo motore, molto importante per il cambiamento. Una rimessa è un trasferimento di denaro come un pagamento o un dono. Questa è una definizione ma non è facile da capire.

 

Quanto vediamo nel 2018: 600 miliardi di dollari USA, i paesi che ricevono le rimesse sono Messico, Argentina e Filippine.

 

Le rimesse verso i paesi in via di sviluppo, nel 2010 340 milioni e 2019 579 milioni, quindi, stanno crescendo. Ora c’è una diminuzione, perché il 13% in meno è dovuto al fatto che dal 2019 molte persone sono dovute rientrare al paese d’origine, poi ci sono le persone che hanno perso il lavoro e non vogliono tornare a casa e non possono mandare soldi perché vivono in povertà.

 

I paesi che ricevono soldi: India, Cina, Filippine e Francia. Francia riceve molti soldi dalle rimesse è ciò è dovuto per l’economia. Messico, Egitto Pakistan, anche l’Italia ha ricevuto rimesse nel 2014 circa 9 milioni e mezzo ma in questi paesi Italia, Francia e Germania va in diminuzione per questa idea di autosufficienza e di non delocalizzare le aziende. In India 78 milioni, in Cina 67 milioni, nelle Filippine anche, in Messico 35 milioni. In tutti i paesi in sviluppo sono aumentate le rimesse.

Incidenza delle rimesse sul PIL, in Tagikistan avevano il 37% del PIL era dato dalle rimesse, il che significa che se cessano le rimesse, crolla l’economia e quindi si forma un conflitto interno che diventa un conflitto esterno e ciò vale anche per altri paesi caratterizzati da questo fenomeno. Ci sono paesi che dipendono dalle rimesse, se le rimesse cessano aumenta la povertà, le rimesse sono uno strumento di sviluppo.

 


I soldi arrivano dai paesi sviluppati USA, Arabia Saudita, Svizzera ecc. c’è un ammontare impressionante di soldi in movimento attraverso la gente.

Questione dei costi: quando una persona invia alla sua famiglia dei soldi deve pagare delle commesse e ciò che si è tentato di fare è di ridurre detti costi per non gravare sulle persone che le ricevono, adesso i costi sono circa il 7 – 8%, in Africa è ancora il 9%, sono percentuali importati per le banche che le stesse non vogliono perdere.

Ci sono state diverse politiche proposte di tassare di più tutti i trasferimenti di soldi a livelli internazionale per poi investirli nello sviluppo ma è una cosa che non è mai passata. Ci sono proposte anche per introdurre le tasse sulle rimesse, è una idea sbagliata perché si traduce in una seconda tassazione sul denaro, i migranti hanno già pagato le tasse sul denaro che ricevono dal loro lavoro. Le tasse vanno ad aumentare anche i soldi delle rimesse con impatto negativo per le famiglie che le ricevono.

 

Canale informale, sono i canali più pericolosi, perché non c’è certezza che i soldi arrivino a destinazione.

 

Gli USA hanno fatto una legge che vietava di inviare soldi in Iran, gli iraniani, quindi, li hanno inviati attraverso l’Europa, sono movimenti finanziari che variano a seconda delle leggi sulla tassazione e che li regolano.

 

Ci sono tante domande sulla diaspora, i migranti fanno anche dei risparmi e i risparmi stanno crescendo, le banche hanno i dati, c’è un risparmio annuale dei migranti. A volte offrono questi risparmi ai paesi di origine e in modo disordinato e non organizzato. Questione molto difficile quella di migliorare gli investimenti dei risparmi. I migranti poi usano i risparmi per comprarsi casa, ad esempio in Italia molti marocchini hanno comprato casa. Le rimesse sono un legame concreto tra immigrazione e sviluppo, ma non possiamo dimenticare che le rimesse sono soldi privati e sono soggette alla decisione dei privati non sono soldi che possono essere utilizzati dai governi anche se vorrebbero. L’utilizzo delle rimesse che vengono da fuori dell’Africa, come sono utilizzate in Africa nei vari paesi, studio del 2016.

 

Burkina: soldi sono stati utilizzati per cibo (23% ma non si sa di che tipo di cibo si tratta), salute, acquisto casa o terreni e per fare affari.

Kenya: affitto (perché le case sono più care), meno soldi per il cibo.

Nigeria: educazione riceve il 22% delle rimesse, vuol dire che i nigeriani vogliono che i loro figli abbiano l’opportunità di una educazione più alta, 24% passano a comprare un terreno, 21% affari, c’è attività commerciale, iniziare una attività è una sicurezza così come l’acquisto del terreno e la cultura dei figli.

Senegal: 52% cibo, 1,3% per affari anche se Senegal è abbastanza conosciuto per la sua economia ma la povertà e tanta, può essere perché molti poveri emigrano per far rientrare i soldi.

Uganda: situazione più equilibrata.

Le rimesse è vero che riducono la povertà, ma c’è anche una crescita di dipendenza da questa entrata sia per i privati, sia per gli stati. Se la rimessa cessa ci sono conseguenze. Le rimesse aumentano gli investimenti a lungo termine (acquisto casa e terreno) ma anche la consumazione immediata.

Le rimesse aumentano i servizi, specialmente a livello di salute ed educazione, ma ci sono oggi tante società europee e americane che si sono imposte in Africa per vendere cose che possono essere pagate solo con le rimesse, quindi, le rimesse cono anche un disturbo della realtà sociale. Ad esempio crea conflitto sociale perché alcune famiglie hanno le rimesse e altre no. Questo è un problema che deve essere affrontato anche se le rimesse cono comunque risorse private.

venerdì 20 aprile 2018

WEEKEND DELL'EDUCAZIONE



UNITA’ PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI-REGGIO EMILIA

WEEKEND DELL’EDUCAZIONE

PROGETTARE L’AZIONE EDUCATIVA IN ORATORIO
DON CARLO PAGLIARI
VENERDI 20 APRILE 2018
Sintesi: Paolo Cugini

Col la testimonianza di una persona si concretizza la vita di Cristo e la rende visibile.
Don Cafasso: Va per la città e guardati intorno. Don Cafasso era l’assistente spirituale del carcere di Torino. Don Bosco esce turbato dalle visite al carcere. Le carceri erano strapiene di ragazzini minorenni.

L’oratorio quando si struttura troppo si dimentica l’idea originale. Don Bosco per parlare di oratorio e spiegarlo, racconta la sua vita. L’oratorio è una questione di cuore. Una buona pastorale giovanile parte da qui: andare in giro e guardarsi attorno e lasciarsi bucare il cuore dalla realtà e dalle esigenze che i giovani hanno. Don Bosco capisce i problemi di Torino di quei tempi. Investire sui giovani è un investimento per il futuro. Occorre che gli adulti si prendano cura dei giovani. Il prendersi cura nasce da uno sguardo cristiano. Solo chi ha un cuore evangelizzato vede dei ragazzi che non hanno la possibilità di crescere.

“L’educazione è cosa di cuore e Dio solo ne è il padrone”. Uno può essere laureato in pedagogia, ma se non hai l’umiltà di riconoscere che il cuore di una persona è abitato da Dio, non vai lontano. Solo Dio può insegnarci l’arte di avvicinare il cuore dell’uomo, perché Lui ha le chiavi. Don Bosco desiderava dare dignità ai ragazzi. Il primo in Italia a fare un contratto di lavoro è stato don Bosco. Partiva dall’indignarsi e quindi faceva di tutto per difendere i ragazzi.
Gli oratori nascono con don Filippo Neri al centro e sud Italia. Anche don Carlo Borromeo inizia gli oratori in Lombardia. L’oratorio con il tempo è diventato sinonimo della pastorale giovanile.
A Milano si chiama Pastorale giovanile degli oratori.
Gaudium et Spes 1: le gioie e le speranze…Nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei discepoli di Cristo. Tutto ciò che l’uomo vive sta a cuore ai discepoli di Cristo. LA comunità cristiana si sente solidale con il genere umano e la sua storia.
Don Rossano Sala è direttore di Note di Pastorale Giovanile (NPG) ed è segretario del Sinodo dei Giovani. E’ salesiano. Nel numero di marzo 2018. Una pastorale giovanile se non è vocazionale non esiste.
Il cristianesimo ha sempre a che fare con un rapporto personale con Dio. Tutto dev’essere fatto affinché i ragazzi incontrino Gesù.

Papa Francesco: Una pastorale giovanile e vocazionale dev’essere:
·         Differenziata: non si possono proposte omologanti. Il cristianesimo non passa esclusivamente dalla parrocchia.

·         Narrativa: deve avere il volto delle persone e incarnata nelle testimonianze. Racconti di vita.
·         Ecclesiale. Inserita in un tessuto di Chiesa e non un’esperienza isolata. Respirare ampio. Ecclesialità vuole dire possibilità di un confronto.

·         Evangelica: Gesù Cristo è il cuore della pastorale giovanile
·         Accompagnata: ci vuole un accompagnamento personale. I ragazzi devono sentirsi accompagnati, custoditi.

·         Perseverante: il contadino aspetta con pazienza che il seme cresca.
·         Giovanile: dei giovani e per i giovani. Occorre capire che sono ragazzi.

Tracce per un cammino condiviso ed ecclesiale
Il progetto per non fallire deve coinvolgere la comunità. Una comunità deve poter progettare. Non si può delegare il progetto educativo a qualcuno. Spesso i ragazzi e gli educatori non sono sostenuti dalla comunità.

La PG è figlia di una storia:
1.        Ci sono i cammini formativi di tutte le età. Un buon cammino deve mostrare i cambiamenti nel metodo che ci sono nell’età evolutiva.

2.      Oratorio: l’educatore delle scuole superiori non può pensare di esaurire il desiderio educativo nell’ora dell’incontro. Animazione, cortile, laboratori

3.       Soggetti: ragazzi e i giovani, non sono destinatari. I giovani devono sentirsi protagonisti. A volte li vediamo solo come destinatari. Poi c’è il gruppo educatori. Anche al famiglia è un soggetto, assieme alla comunità. Spesso il problema della PG sono gli adulti che mancano. Il sacerdote è soggetto.

4.      Territorio: scuola, gli allenatori, città. La pastorale Giovanile sta attenta al mondo della scuola.




lunedì 15 maggio 2017

VISITA AI NOSTRI GIOVANI CHE STUDIANO E LAVORANO LONTANO




Paolo Cugini

Nei mesi di maggio-giugno ho deciso di visitare alcuni giovani che studiano e lavorano fuori città. Lo facevo anche in Brasile. Mi ricordo la prima volta che sono andato a trovare alcuni giovani della parrocchia di Miguel Calmon che erano andati a studiare nella capitale dello Stato della Bahia: Salvador. Anche da noi sono tanti i giovani che studiano e lavorano fuori Reggio. C’è chi studia nelle città vicine di Modena, Parma, Bologna. E c’è chi studia più lontano, come Milano, San Marino e altre città e per questo è costretto a cambiare residenza. Ci sono anche diversi giovani che studiano e lavorano all’estero come Siviglia e Londra. Due settimane fa, assieme all’amico Emanuele, siamo stati a Londra ed abbiamo incontrato Federico e Cecilia, già capi scout di Reggio 4. Federico lavora da alcuni mesi come ingegnere, mentre Cecilia sono ormai tre anni che lavora come ostetrica. Li abbiamo trovati in forma e motivati. Siamo stati ospiti a casa di Federico e con lui abbiamo iniziato le giornate con le lodi e terminato con i vespri.


Oggi è stata la volta di Milano. In questa città, secondo i miei calcoli, studiano sette giovani di quelli che conosciamo. Ne ho contattati personalmente cinque e, alla fine, sono riuscito ad incontrarne tre. Gli altri proverò più avanti. Ho incontrato Matteo, Morgana e Luca. Tre giovani ben conosciuti perché, fino allo scorso anno, sono stati educatori dei ragazzi del post Cresima a Regina Pacis. Matteo e Morgana stanno finalizzando un master, mentre Luca è al primo anno della Magistrale. Tutti e tre studiano alla Cattolica. È stato bello incontrarli e li ringrazio per avermi dedicato un po' del loro tempo così prezioso. Gli ho voluti incontrare anche per manifestare la riconoscenza di tutta la parrocchia per il bellissimo lavoro svolto come educatori dei ragazzi. Mentre parlavamo durante il pranzo, ho percepito quanto sia forte nel loro cuore il ricordo dei ragazzi incontrati negli anni di servizio in parrocchia. In fin dei conti, se la fede è trasmessa agli adolescenti delle nostre parrocchie, è anche grazie all’attenzione di questi giovani, spesso nell’età degli studi universitari, che con generosità si dedicano a loro. Lasciamo, allora, lo spazio a loro e ascoltiamo quello che hanno da dirci.





Com’è la vostra vita a Milano?

Matteo: parto la mattina e torno alla sera da scuola.
Morgana: io vado a scuola al pomeriggio e alla mattina sistemo la casa.
Luca: la vita è tra le lezioni, lo studio, le chiacchere con gli amici.

Sembra una vita da vecchi. È, invece, una vita intensa, ma bella. La nostra vita è dinamica. Siamo sempre in giro. Ho imparato più quest’anno che negli altri anni a Reggio. È stato così intenso e con ritmi talmente alti che è stato impressionante. Anche a livello personale sono cresciuta/o molto. Quando vai in una grande città ti provoca, ti apre la mente. Ti accorgi di come va il mondo.

Riuscite a coltivare il vostro cammino di fede?
A livello personale è difficile coltivare il proprio cammino di fede. Ad esempio, non siamo riusciti a prendere il rito delle ceneri perché qui a Milano c’è il rito Ambrosiano. In ogni modo, abbiamo trovato la nostra chiesa di fianco a casa. Facciamo fatica a coltivare il cammino spirituale perché i ritmi sono intensi e gli impegni sono tanti. Rischi di perderti nelle cose che hai da fare. E la mancanza di contatto con la comunità di origine influisce, perché portare avanti un cammino di fede da solo non è facile.

Da lontano di che cosa avete più nostalgia degli anni della parrocchia?
I campeggi, la comunità, i campeggini, i bellissimi Grest. Le esperienze che si fanno insieme con i ragazzi. Abbiamo faticato per formare un gruppo in parrocchia anche perché ognuno di noi tre veniva da cammini differenti. Poi, una volta formato, le cose hanno cominciato a funzionare. Quando torniamo a Reggio nel weekend usciamo con gli amici conosciuti in parrocchia. Anche i momenti di ferie li pensiamo ancora con gli amici educatori e con i ragazzi.

Com’è l’Università Cattolica?
L’università Cattolica è difficile percepirla come cattolica. Dal punto di vista dei compagni e dei prof non c’è nulla di cattolico. La qualità della proposta è molto buona. È una spesa molto grande ma per ora ci viene da dire che ne è valsa la pena.

Un messaggio che volete dare:
Morgana: è un’esperienza che auguro a chiunque. Non fasciatevi la testa prima che le cose succedano.

Luca: Non abbiate l’ansia del futuro. Le cose migliori sono quelle più inaspettate. È importante godersi gli anni della scuola e poi, quando ci sarà da prendere le decisioni, si farà.

Matteo: uscite dalla vostra confort zone e mettetevi in gioco. Dovevo andare a Bologna ma erano esauriti i posti. Ho provato a Milano pensando che sarebbe stato impossibile entrare e invece eccomi qua.


Un grazie di cuore, carissimi amici. A presto.