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venerdì 18 marzo 2016

VIVERE LA FEDE IN UN MONDO SCRISTIANIZZATO






TRA TENTAZIONE DI FUGA E RICERCA DI AUTENTICITA’


Presentazione di due libri di Paolo Cugini usciti nelle Edizioni san Lorenzo (Reggio Emilia, 2015):


1.  Mondo moderno e religione. Introduzione al pensiero di Charles Péguy

2.  La fuga di Elia. Riflessioni postmoderne sulla religione e il senso della vita



In un contesto socio-culturale che diviene giorno dopo giorno sempre più complesso e indecifrabile, per chi desidera annunciare il Vangelo diviene urgente acquisire strumenti per interpretare il mondo circostante. Che cosa significa dire Dio nell’epoca delle appartenenze parziali? Come annunciare il Vangelo dell’amore eterno manifestato in Gesù, nell’epoca delle scelte deboli, della difficoltà di scelte durature nel tempo? Non si tratta solo di annunciare il Vangelo, ma di viverlo. Come si fa, allora, a vivere la proposta del Signore in un contesto culturale secolarizzato, svuotato dei significati che fondano il Vangelo? Come rimanere fedeli alla proposta di Gesù in un contesto di minoranza e, spesso e volentieri, di ostilità?

Già agli inizi del secolo scorso il filosofo e poeta francese Charles Péguy denunciava il processo di scristianizzazione in atto nel mondo occidentale. La denuncia aveva come punto di riferimento non solo i fenomeni esterni delle conseguenze della scristianizzazione, come per esempio il peso sempre maggiore dato al mondo del denaro, ma anche e soprattutto al mondo interno del cristianesimo. I preti, la teologia scolastica sono, a detta di Péguy, i grandi responsabili di un processo che, iniziato nell’800, si protrae e si afferma sempre di più. La secolarizzazione, nel suo aspetto di svuotamento dei contenuti religiosi di una società, con i crescenti rischi di una cultura che apre spazio e fonda il proprio stile esclusivamente sulla materia, trova in Occidente la propria matrice in un costante processo di addio al cristianesimo. C’è chi afferma che non tutto il male viene per nuocere, perché quello che salutiamo definitivamente non è tutto il cristianesimo, ma la particolare modalità con la quale si è presentato al mondo Occidentale. Al cristianesimo della forza e del potere, delle Cattedrali e dei sistemi teologici, l’Occidente secolarizzato può ospitare un cristianesimo più umile e accogliente. Da un cristianesimo che voleva contare e imprimere i propri valori nella società, è possibile passare ad un cristianesimo che si lascia contaminare dalle culture circostanti, che apre spazi di dialogo non tanto persuasivi, ma relazioni di ascolto, relazioni capaci di cambiare prospettive, di modificare contenuti, di aprire nuovi orizzonti. Dalla religione della ragione forte e chiara, nel mondo secolare si può accedere con un cristianesimo umile, attento alle ricchezze delle persone che incontra, per camminare con loro e non davanti a loro.


In questa prospettiva diviene importante provare a pensare la fede in un modo diverso, lasciando che il nuovo contesto culturale offra i criteri di analisi e contamini piste di riflessione nuove. E’ questo sforzo che ho tentato di realizzare in LA FUGA DI ELIA. Lo sgretolamento delle meta-narrazioni moderne con i relativi valori, ha reso il mondo esistenziale più instabile. Se il contesto moderno aiutava le persone a costruirsi un’identità forte, molto più difficile risulta oggi mantenersi fedeli e stabili nelle sabbie mobili della cultura postmoderna. Come dire allora, il Vangelo dell’amore che resistito sino alla croce in un contesto nel quale l’amore va a braccetto con la passione e dura la stagione di un sentimento? Come proporre un senso della vita, una finalità dell’esistenza nell’epoca della fine del tempo, dello schiacciamento esistenziale nel tempo presente? C’è ancora spazio per il Vangelo in una simile cultura? Domande importante alle quali vale la pena tentare o perlomeno abbozzare delle risposte. Il nuovo quadro culturale che si sta progressivamente strutturando in Occidente esige per la comunità cristiana un ripensamento delle modalità di approccio al mondo. Sulla strada aperta dal Concilio Vaticano II occorre mantenere un dialogo costantemente aperto alle diversità di opinioni, di sensibilità per inculturare il Vangelo affinché diventi fermento in una massa che è notevolmente cambiata. C’è tutta una teologia che va ripensata, ma anche i riti, vale a direi il modo di celebrare l’evento salvifico, contestualizzandolo, cercando cammini nuovi. Anche in questa prospettiva il Concilio Vaticano II aveva offerto stimoli interessanti e indicazioni precise verso il cambiamento e il rinnovo della liturgia. Cambiare non significa abbandonare, tagliare con il passato, ma rendere nuovo e comprensibile ai nuovi uditori il Vangelo. Il nuovo contesto culturale esige, allora, non solo di essere compreso, ma anche la creatività per cercare cammini nuovi di evangelizzazione. E’ proprio questo l’intento di: LA FUGA DI ELIA

sabato 9 maggio 2015

MONDO MODERNO E RELIGIONE IN CHARLES PEGUY


E' uscito in questi giorni il nuovo libro sul pensiero di Charles Péguy e, qui di seguito, propongo alcuni paragrafi presi dall'introduzione



INTRODUZIONE


In un clima culturale di transizione, com'è quello nel quale stiamo vivendo, si tende a rovistare nel passato per trovare quei barlumi di luce che possono contribuire a portare un po’ di chiarezza. La post modernità, sia intesa come momento conclusivo del moderno sia come dissoluzione interna dei valori della modernità, chiama sul banco degli imputati il moderno.

 Non è allora un caso se, a partire da questo sfondo, vengono alla ribalta nel dibattito culturale odierno, autori che offrono spunti critici nei confronti della modernità. Péguy è certamente un autore che si presta ad una tale operazione critica. La sua opera è, infatti, contrassegnata da una puntuale disamina nei confronti di ogni simbolo del mondo moderno. Sfogliando le pagine soprattutto della sua opera filosofica, si ritrovano anticipate le critiche alla modernità che hanno caratterizzato il dibattito filosofico sulla post modernità degli ultimi decenni. La critica al metodo moderno, alla possibilità di controllare la realtà e di dirigerla dove si vuole, oltre ad essere l’espressione dell’arroganza culturale tipica di quell'Occidente che ha preteso di ordinare il mondo, è anche allo stesso tempo il segno di una perdita di senso, di contatto con la realtà. Il contatto con altri mondi, con altre culture e altri popoli, che anche chi non è abituato a viaggiare è costretto a vivere a causa della fortissima spinta migratoria in atto, che vede coinvolti milioni di persone in tutti i continenti, ci permette di verificare quotidianamente la fragilità delle presunzioni moderne. La pluralità delle visioni, dei modi di dire e di narrare la realtà, è spesso stata identificata come apertura alle derive relativiste e, di conseguenze, un ostacolo per la comprensione della verità. Abituati da millenni a leggere la realtà con gli schemi della logica aristotelica, del principio di non contraddizione, facciamo ancora oggi molta fatica a vedere nella posizione differente dalla nostra, nel punto di vista altro, non un limite, una limitazione, una contraddizione, ma un valore, un aspetto di verità da porre a lato del nostro, senza voler a tutti i costi fare una sintesi. Questo discorso  non vale solamente per quella che potremmo definire la cultura laica, ma anche per la teologia, per la religione. Infatti, il modo di vedere la realtà elaborato nei secoli dalla cultura Occidentale, ha lentamente assorbito anche il modo di confrontarsi con il divino. La verità dell’essere da Parmenide in poi, è sempre percepita in contraddizione al non essere. Anche se il mistero dell’Incarnazione sconvolge tutte le logiche di questo mondo, riusciamo, comunque sempre, come direbbe Péguy, a narcotizzarlo, a escogitare un modo d’interpretarlo che non sfugga dalle logiche della razionalità moderna.

La storia degli ultimi decenni ha spazzato via tutte le certezze pensate dalle meta-narrazioni moderne. E così, ciò che sembrava ineluttabile, come ad esempio la lettura marxista della realtà o la possibilità di calcolare il progresso economico e di debellare la fame nel mondo, si è rivelato con il tempo piuttosto relativo. I mutamenti climatici, i disastri ambientali, stanno dimostrando giorno dopo giorno che non è possibile ingabbiare la natura tra stretti procedimenti matematici. La realtà esige di essere ascoltata. Non si possono fare i conti senza l’oste. Quello che è sotto gli occhi di tutti è un mondo che più che essere ascoltato, è stato interpretato. Si è voluto che il mondo, la realtà, la natura prendesse quella direzione pensata a tavolino. Si è voluto a tutti i costi che la realtà obbedisse alle operazioni dei sistemi Occidentali, alle logiche delle meta-narrazioni. La volontà di potenza Occidentale si è scontrata con la realtà della natura. Senza dubbio questo modo di affacciarci alla realtà è frutto anche di un antropocentrismo malato di protagonismo, slegato cioè dal contesto nel quale l’uomo e la donna sono inseriti, vale a dire la natura. La storia di questi ultimi decenni ci sta insegnando che non possiamo pensare di prevedere il futuro dell’umanità escludendo dai nostri calcoli la realtà, la vita. Soprattutto però, questa triste e drammatica esperienza che stiamo vivendo c’insegna che la vita, la natura, la realtà sfuggono al tentativo di essere ingabbiate e interpretate da una sempre serie di logiche. C’è tutta un’imprevedibilità che la vita porta con  che, più che interpretata dev'essere ascoltata, accompagnata. Cercare un pensiero che ha percorso questo cammino, che si è messo in ascolto della realtà, che ha considerato la pluralità dei punti di vista come una ricchezza più che un limite, che in definitiva si è messo a servizio della vita e della natura più che servirsi di essa: è questo, forse uno dei grandi compiti della cultura Occidentale.

Se ancora oggi sfogliamo le pagine di Péguy è proprio per questi motivi. Nella sua opera infatti, oltre ad una critica serrata al metodo moderno, troviamo soprattutto interessanti indicazioni di metodo per ascoltare la realtà, per valorizzare la pluralità. Assieme all’analisi puntuale dei danni provocati dalla mentalità moderna soprattutto all’interno della cultura francese – bellissime sono le pagine sulla vita contadina nelle campagne francesi -, troviamo in Péguy una lucidità intellettuale capace di mostrare con precisione le cause delle faglie del metodo moderno. Sappiamo e in parte documenteremo, il grande debito filosofico che Péguy ha con Henry Bergson. E' a partire, infatti, dal bagaglio teoretico offerto dalla filosofia di Bergson che Péguy sarà in grado di offrire ai suoi lettori le chiavi ermeneutiche necessarie per interpretare il suo tempo. In ogni modo, sarà a partire da questo fecondo incontro culturale che Péguy riuscirà a trovare o, meglio, per dirla con Bergson, a intuire il cammino da percorrere per capire e mostrare le faglie del metodo moderno e di tutta la sua produzione. Significativo a questo punto notare che il particolare percorso esistenziale di Péguy, lo conducono a spostare la sua riflessione e la sua profonda analisi della realtà dal piano politico a quello religioso. Gli anni successivi alla sua conversione religiosa imprimeranno una profondità spirituale che lo condurranno a rileggere la Sacra Scrittura con occhi nuovi, gli occhi appunto del metodo intuitivo appreso da Bergson e messo a punto negli anni delle sue battaglie polemiche a tutti i i livelli con gli uomini di cultura del suo tempo. 

Affascinanti sono le pagine che Péguy dedica alla riflessione sui vangeli. Come nelle pagine di poesia e di prosa, anche in queste più specificamente spirituali o, per alcuni, mistiche, Péguy riesce a scoprire novità di significati e di contenuti, analizzando testi ascoltati da sempre e che in apparenza non avrebbero la possibilità di dire nulla di nuovo. Se è vero che, come vedremo, è importante ascoltare la realtà, senza volerla anticipare con angusti sistemi di pensiero che rischiano costantemente di reprimerla, lo stesso vale nel rapporto con la Sacra Scrittura. Troppe volte, secondo Péguy, si è trattato la Scrittura come se fosse un pezzo di materia freddo e distaccato, anticipandone il senso attraverso una griglia concettuale. Ascoltare la Scrittura, come vederemo in seguito, significa per Péguy anzitutto liberarla dagli schemi freddi del metodo moderno, per seguirla pazientemente dove lei vuole condurre il lettore, e cioè alla conversione nel cuore.  Questa relazione stretta tra filosofia e religione, tra metodo intuitivo e poesia, ci sembra una delle caratteristiche specifiche dell’opera di Péguy.

Il problema che a questo punto si pone a livello ermeneutico consiste nel cogliere il modo con il quale s’intende leggere e capire l’opera Péguy. Non è possibile, infatti, avvicinare un’opera così profonda e allo stesso tempo così poliedrica, come è quella del nostro autore, esclusivamente per sottolineare eventuali simpatie o affinità di vedute. Simili operazioni culturali rischiano non solo di decurtare l’integralità di un messaggio, quanto soprattutto di distorcerne il senso autentico. Del resto, Péguy sembra abituato a simili strumentalizzazioni. Se, infatti, si sfogliano le pagine dei suoi biografi, lo si trova tratteggiato con le sfumature più disparate: anarchico, socialista, comunista, rivoluzionario, reazionario, cattolico, mistico. Dinnanzi ad una tale varietà di opinioni viene spontaneo chiedersi chi sia realmente Péguy e quale sia in sostanza il suo messaggio. E' proprio questo che le pagine del libro cercano di scoprire.


domenica 1 febbraio 2015

INCARNAZIONE E PASSIONE NELLA POETICA DI CHARLES PEGUY






Paolo Cugini

 “Il presente è il punto di passata del tempo”. Questa definizione contiene lo stupore che ha accompagnato Péguy nella contemplazione del mistero dell’Incarnazione. Péguy in certi passaggi della sua opera sembra quasi sconvolto dal constatare che, proprio dove di solito si trova l’umanità, con tutto ciò che di finitezza e miseria porta con se, si è incarnato il verbo. L’incarnazione è un evento che è accaduto nel presente. Come tutti gli eventi anche l’Incarnazione ha voluto sottostare alla stessa legge che è la legge del tempo e della storia. Nel presente finito è passato l’eterno e l’infinito. Péguy ci invita a cogliere lo straordinario del mistero dell’incarnazione, non nell’inconsueto, ma nella consuetudine della vita di ogni giorno. “Non ha voluto essere attestato, ricordato mediante un miracolo costante. Mediante un miracolo permanente. Non ha voluto servirsi di mezzi diversi da quelli dell’uomo e della storia e della memoria dell’uomo”. La vita di Gesù è la storia del figlio di Dio, ma che a differenza di quello che l’umana comprensione poteva aspettarsi, può essere raccontata perché, in fin dei conti è la storia di un uomo. E’ “la vita di uno santo in testa alle altre, ma la vita di un santo nonostante tutto, come le altre fra le altre”. Il Figlio di Dio si è incarnato in un tempo, in un luogo, in mezzo ad un popolo. Si è lasciato guardare, toccare, ascoltare. Il Figlio di Dio è vissuto come un uomo tra gli uomini e, in questo modo, ha permesso che la sua vita fosse raccontata. Gesù si è consegnato allo storico, all’esegeta, al critico: ha permesso all’intelligenza umana di penetrare da una particolare angolatura il mistero. Nei Vangeli, dunque, non ci troviamo di fronte a delle profezie compiute in modo determinato, come si esegue un’equazione matematica. La realizzazione delle profezie è passata tramite le libere scelte del Figlio di Dio che si è fatto uomo e che nella pienezza di questa libertà poteva anche non realizzarle. Il mantenimento delle promesse operate da Gesù e che noi leggiamo nei Vangeli, non stanno solamente in una determinata relazione cronologica. La profezia e il mantenimento sono due momenti e, secondo Péguy, non si può nemmeno affermare che uno stia all’inizio o l’altro al termine di una serie di eventi. Occorre recuperare la profondità e la ricchezza del senso della Parola rivelata, collocando il mantenimento della profezia nel luogo in cui si realizza: il presente.  Se è vero che il presente non è inerte non è solo spettatore e testimone passivo di eventi che sarebbero in ogni modo accaduti, allora l’Incarnazione del Verbo nella storia assume significati inattesi. Occorre prima di tutto abituare la nostra mente a non considerare il presente come l’ultimo punto di una linea. In questa prospettiva, infatti, è facile cadere nel determinismo e non aspettarsi nulla di nuovo da ciò che è già stato preparato in precedenza. Il presente come evento terminale di una sequenza non può essere che portatore del passato del già conosciuto. Se, invece, il presente “è il primo punto non ancora impegnato, non ancora formato, il punto ancora in corso di acquisizione, in corso di iscrizione, la linea mentre la si scrive e la si iscrive, il punto che non ha ancora le spalle afferrate nelle mummificazioni del passato”, allora il discorso cambia radicalmente. Il compimento diviene infatti, ad assumere caratteristiche nuove rispetto alla profezia, poiché porta con sé una pianezza di novità, di fecondità, che non sono altro che la realizzazione di un evento libero in un momento presente. Il Verbo incarnato è la condivisione divina della condizione umana tranne, naturalmente, il peccato; condivisione assunta a partire dall’inquietudine che il presente porta con sé. Lo scarto tra profezia e compimento, tra i profeti e l’ultimo dei profeti nel senso sopra indicato da Péguy, è possibile delinearlo riflettendo intorno agli eventi che hanno caratterizzato la Passione di Gesù. E’ in questa circostanza che tutta la creazione è rimasta con “il fiato sospeso” in una situazione di universale attesa nei confronti del gesto libero di Gesù dinnanzi alla propria morte. Il senso della libertà in cui si è adempiuto il mistero dell’incarnazione, consiste nel fatto che l’ultimo dei profeti non era rigorosamente tenuto a rispettare le attese e poteva, se voleva, disimpegnarsi. “Poiché egli era la chiave di volta. E i secoli eterni essi stessi attendevano, insieme, (nello stesso tempo), prima, dopo, perché sono eterni. L’eternità stessa era sospesa”.

Tutto sembra partecipare in spasmodica attesa a ciò che Gesù farà nei confronti della propria morte. Accetterà la volontà del Padre (“che era anche la sua; da tutta l’eternità era propriamente la sua”)? E’ vero che Gesù stesso aveva annunciato, nei tre anni di predicazione, la propria morte, ma “sapere, amico mio, come si vede bene, in questo esempio imminente, su questo esempio singolare che c’è un abisso tra sapere e fare, tra sapere la morte, (la propria morte), e passarci”.

Non è possibile accostarsi ai brani della passione di Gesù presenti nei Vangeli, come ci si accosta ad un brano di letteratura. Non vi è in essi la narrazione di una morte eroica, ma di una morte reale, drammatica. Gesù ha vissuto la propria morte con quella serenità e con quella pienezza che ha caratterizzato tutta la sua esistenza. Gesù dinnanzi alla volontà del Padre si stava preparando a subire la morte comune, la morte di tutti gli uomini.  E’ in questa circostanza che si consuma e allo stesso tempo giunge pienezza il dramma dell’umanità del Figlio di Dio: “Transeat a me… Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste”. E’ questa la preghiera che echeggia in tutto il creato e che ha fatto temere il peggio. Un pesante presente ha sorretto l’angoscia carnale della atroce preghiera.

Mentre tutti i testi vanno nella stessa direzione del compimento della salvezza, ve n’è uno – quello della preghiera di Gesù nell’orto degli Olivi – che va nel senso opposto. Nella settimana di Pasqua i cristiani celebrano il ricordo della preghiera di Gesù nell’orto degli Olivi, in un contesto di festa come se non le si volesse ascoltare, meditare. Péguy sottolinea l’imbarazzo che si prova quando si accenna alla debolezza che sembra contrastare con l’idea di Dio come Essere eterno, immutabile, trascendente. Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, ha sposato integralmente la condizione umana, vivendo sulla propria carne i limiti di una tale condizione, che ha nell’esperienza della morte e il suo culmine. Gesù non ha semplicemente fatto finta di essere uomo ma, “nella sua propria carne di uomo, davanti alla morte, istantaneamente giungeva a conoscere ciò che è la debolezza e l’infermità di ogni carne d’uomo”. E’ questa la confidenza terribilmente umana che Gesù comunica ai suoi apostoli nell’ora della prova, che non può essere, dunque, talmente travisata da presentarla come un insegnamento distaccato. Lo stesso si deve sostenere per la preghiera che Gesù pronuncia nell’orto degli Olivi e che Péguy collega alla preghiera che Gesù stesso aveva insegnato agli apostoli durante il discorso della montagna. La dolce cadenza ritmica del Pater noster che fluiva dalle labbra del Redentore in quel giorno sul monte, circondato dall’affetto degli apostoli è, ora, nel contesto della notte tragica della Passione diventa un Pater mi.

 Occorre riconoscere il mistero dell’Incarnazione nell’integralità del sodalizio che Dio ha creato con l’uomo senza tralasciare nulla: nascita, storia, malattia, sofferenza, morte. Se, infatti, avesse inaugurato “un sistema con delle eccezioni, una sola eccezione, tutto sarebbe perduto […] perché tutto il mondo vorrebbe entrare, tutto il mondo vi si precipiterebbe”. Occorreva che il rischio della sofferenza e della morte fosse mantenuto nella sua drammaticità altrimenti l’eccezione avrebbe costituito una prova troppo eclatante. Il vero senso del miracolo dell’Incarnazione va dunque colto in questa situazione di radicamento terreno, perché pone l’uomo nella condizione di cogliere la continuità della prima creazione – fiat lux – con la seconda creazione – fiat voluntas.
 
L’intento di Péguy consiste nell’indicare all’uomo del suo tempo, l’uomo moderno, talmente preso dai propri meccanismi di conoscenza scientifica da non permettere alcuna eccezione al sistema, la via giusta da seguire per scoprire il senso della realtà. E’ una via poco rumorosa, ma silenziosa che costantemente e fedelmente segue i sentieri tortuosi dell’uomo. L’Incarnazione del Verbo, agli occhi di Péguy, realizzata nella passione, ci rivela l’intimità stretta di Dio con l’uomo e il cammino che quest’ultimo deve compiere per arrivare a Lui.

sabato 31 gennaio 2015

CHARLES PEGUY: STORIA DI UNA CONVERSIONE






 A CENT’ANNI DALLA MORTE DAL GRANDE PENSATORE E POETA FRANCESE
Don Paolo Cugini

Ricorre quest’anno il centenario della morte di Charles Péguy (Orleans 4 gennaio 1873 – Marna 5 settembre 1914), poeta e filosofo francese, la cui opera ha influenzato intere generazioni d’intellettuali. Il suo percorso spirituale fu piuttosto travagliato. Abbandonata la fede negli anni dell’adolescenza perché non ammetteva il dogma dell’inferno, la ritroverà a ventott’anni dopo un percorso culturale che lo vede protagonista nel movimento socialista e in alcune battaglie politiche piuttosto polemiche. Fonda infatti, agli inizi del novecento prima una libreria e poi una rivista, Cahiers de la Quinzaine, che sono quaderni d’informazione e dossiers relativi ai problemi e ai fatti del momento. Tra questi si possono segnalare i Congressi Socialisti, L’Affaire Dreyfus e il problema della separazione Chiesa - Stato. Se il primo gruppo dei Cahiers (1900-1905) può considerarsi come relativo al periodo della creazione, dell’organizzazione dell’impresa e della presa di coscienza dei problemi teorici e politici essenziali, il secondo (1905-1909) segna un periodo di approfondimento e di maturazione che condurrà alla tacita riscoperta della fede. In quest’atmosfera Péguy sente e riscopre il senso degli Eroi, dei santi, della Patria francese. Nel 1907 Charles Péguy si converte al cattolicesimo. E così ritorna sul dramma dedicato Giovanna d'Arco, che aveva iniziato a scrivere agli inizi del Novecento, cominciando una febbrile riscrittura, la quale darà vita ad un vero e proprio "mistero", come viene scritto nei "Cahiers" del 1909, e questo nonostante il silenzio del pubblico il quale, dopo un breve e iniziale interesse, sembra non gradire più di tanto l'opera dell'autore. Péguy però va avanti. Scrive altri due "misteri": "Il Portico del mistero della seconda virtù", datato 22 ottobre 1911, e "Il mistero dei Santi Innocenti", del 24 marzo 1912. I libri non si vendono, gli abbonati della rivista calano e il fondatore dei "Cahiers", si trova in difficoltà. Inviso ai socialisti per la sua conversione, non fa breccia nemmeno nel cuore dei cattolici, i quali gli rimproverano alcune scelte di vita sospette, come quella di non aver battezzato i figli, per venire incontro ai voleri della moglie. Nel 1912 il figlio minore Pierre si ammala gravemente. Il padre fa il voto di andare in pellegrinaggio a Chartres, in caso di guarigione. Questa arriva e Péguy compie un cammino di 144 chilometri in tre giorni, fino alla cattedrale di Chartres, in piena estate. È la sua più grande dimostrazione di fede. Ormai scrittore cattolico affermato, nel dicembre del 1913 scrive un poema enorme, che sconcerta pubblico e critica. Si intitola "Eve", ed è composto da 7.644 versi. Quasi contemporaneamente uno dei suoi saggi più polemici e brillanti vede la luce: "Il denaro".  Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale Péguy si arruola volontario e il 5 settembre 1914, il primo giorno della famosa e sanguinosa battaglia della Marna, muore colpito proprio al fronte.

Nell’opera di Péguy, oltre ad una critica serrata al metodo moderno – siamo nel periodo nel quale scoppia in campo cattolico la polemica sul modernismo - troviamo soprattutto interessanti indicazioni di metodo per ascoltare la realtà, per valorizzare la pluralità. Assieme all’analisi puntuale dei danni provocati dalla mentalità moderna soprattutto all’interno della cultura francese – bellissime sono le pagine sulla vita contadina nelle campagne francesi dell’Ottocento -, troviamo in Péguy una lucidità intellettuale capace di mostrare con precisione le cause delle faglie del metodo moderno. Gli anni successivi alla sua conversione religiosa imprimeranno una profondità spirituale che lo condurranno a rileggere la Sacra Scrittura con occhi nuovi, gli occhi appunto del metodo intuitivo appreso da Bergson e messo a punto negli anni delle sue battaglie polemiche a tutti i livelli con gli uomini di cultura del suo tempo. Affascinanti sono le pagine che Péguy dedica alla riflessione sui vangeli. Come nelle pagine di poesia e di prosa, anche in queste più specificamente spirituali o, per alcuni, mistiche, Péguy riesce a scoprire novità di significati e di contenuti, analizzando testi ascoltati da sempre e che in apparenza non avrebbero la possibilità di dire nulla di nuovo. Se è vero che è importante ascoltare la realtà, senza volerla anticipare con angusti sistemi di pensiero che rischiano costantemente di reprimerla, lo stesso vale nel rapporto con la Sacra Scrittura. Troppe volte, secondo Péguy, si è trattato la Scrittura come se fosse un pezzo di materia freddo e distaccato, anticipandone il senso attraverso una griglia concettuale. Ascoltare la Scrittura significa per Péguy anzitutto liberarla dagli schemi freddi del metodo moderno, per seguirla pazientemente dove lei vuole condurre il lettore, e cioè alla conversione del cuore.  Questa relazione stretta tra filosofia e religione, tra metodo intuitivo e poesia, è una delle caratteristiche specifiche dell’opera di Péguy. 

Non è possibile avvicinare un’opera così profonda e allo stesso tempo così poliedrica, come è quella di Péguy, esclusivamente per sottolineare eventuali simpatie o affinità di vedute. Simili operazioni culturali rischiano non solo di decurtare l’integralità di un messaggio, quanto soprattutto di distorcerne il senso autentico. Del resto, Péguy sembra abituato a simili strumentalizzazioni. Se, infatti, si sfogliano le pagine dei suoi biografi, lo si trova tratteggiato con le sfumature più disparate: anarchico, socialista, comunista, rivoluzionario, reazionario, cattolico, mistico. Dinnanzi ad una tale varietà di opinioni viene spontaneo chiedersi chi sia realmente Péguy e quale sia in sostanza il suo messaggio. Per questo motivo organizzare un convegno di studi nel centenario della morte potrà servire non solo per conoscere e approfondire alcuni aspetti della sua opera, ma soprattutto per verificarne la sua attualità.

C’è un aspetto dell’opera di Péguy che è centrale e che può essere considerato il perno attorno al quale muove tutta la sua produzione culturale ed è il modo d’intendere il tempo presente. E’ nel presente, infatti, che Péguy individua il centro fondamentale a partire dal quale è possibile cogliere la realtà. Tutto dipende da come lo si ascolta, da come lo si percepisce o da come lo si modifica. Il presente è dunque il punto nel quale si manifesta la realtà. Cogliere il presente significa afferrare il nuovo, ciò che non era. E’ nell’immediatezza del tempo presente che occorre situarsi pena l’esclusione subitanea dalla percezione della realtà. Per l’uomo che vive nel tempo non vi sono a disposizione spazi illimitati, ma semplicemente un punto, che per propria natura non può essere irrigidito, fissato, solidificato. Il presente è mobile: è questa la consapevolezza che pone all’uomo la necessità di non sfuggire questo punto prezioso, che è un punto vitale, anzi è il punto vitale. Non c’è tempo da perdere: “Essere in anticipo, essere in ritardo, quali inesattezze. Essere in orario è la sola esattezza”. La mobilità quale caratteristica peculiare del tempo presente, non può che essere descritta con termini plastici: elastico, libero, vivo, gratuito, fecondo.

Nel presente vi è la novità del reale, una novità che è donata gratuitamente e che impone all’uomo, sorpreso da un tale gesto, una ricomprensione. Il problema è che la vita nel presente è inquietante, perché è il punto dal quale sgorgano le novità della realtà. La caratteristica della mentalità moderna che si è sviluppata nel mondo Occidentale, secondo Péguy, consiste nell’aver messo in atto una serie di strategie per difendersi dalla mobilità e quindi dall’inquietudine che il presente provoca. La prima di queste è l’utilizzo del passato poiché è fermo, rigido e soprattutto lo si può osservare e schedare. L’uomo moderno ha imparato a narcotizzare il presente trasformandolo (snaturandolo) in passato. Basta trasferirsi mentalmente nel futuro e da quella piattaforma artificiale di sicurezza osservare il presente come se fosse passato, che il gioco è fatto. Quando il travisamento del tempo presente è in atto allora tutta la storia che ne scaturisce ne subisce le conseguenze. Se, infatti, leghiamo il presente allora tutto è legato. Se conserviamo libero il presente, soltanto allora le altre libertà potranno essere risparmiate.

Il mondo moderno indurendo, legando il presente, ha devitalizzato la realtà. La difficoltà di conoscere il presente unita a quello che Péguy chiama il mostruoso bisogno della tranquillità, hanno fatto sì che l’uomo non gusti la vita nella sua essenza. L’uomo ha smesso di vivere perché non si trova più là dove la vita sgorga. L’uomo si è voluto situare in un tempo artefatto, un tempo presente-passato che è un tempo di morte. “E’ l’aridità del cuore e l’aridità della razza, che sono le due grandi e spaventose invenzioni moderne, le due grandi forme moderne dell’annientamento stesso del mondo”. Il fiume della realtà è stato dunque dirottato dal mondo moderno in un canale. La forza, la dinamicità, l’impetuosità del presente è stata placata. L’uomo moderno si illude di vivere nel fiume della realtà, della vita, invece si trova ad essere nel canale dell’abitudine, della memoria, della morte. Il mondo moderno vive nel tempo dell’abitudine. Il mondo moderno è come un bosco morto e gli esseri che vi sono, vivono una realtà di morte. “La morte di un essere è il suo riempirsi di abitudine, il suo riempirsi di memoria, cioè il suo riempirsi di invecchiamento, cioè il suo riempirsi di sclerosi e di ogni indurimento”. Possono sembrare quelle di Péguy delle mere elucubrazioni intellettuali, ma in realtà non è così. Serviranno queste riflessioni sul tempo presente per capire le difficoltà di tutta una generazione che si è abituata a vivere nel passato, di abitudini, di pensieri precostituiti, a incontrare Il Signore della storia, che si manifesta nell’oggi della nostra vita. Come disse Gesù a Zaccheo: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”. Se, però, noi non viviamo nell’oggi come facciamo ad incontrare Gesù che è vivo ed è presente nell’oggi della storia?




LA SPERANZA DELLA SALVEZZA IN CHARLES PEGUY





Paolo Cugini

La speranza non è una virtù come le altre. Nella speranza Péguy legge il mistero dell’amore infinito di Dio per le sue creature. La speranza dice anche il senso autentico e specifico del Dio di Gesù che è racchiuso nel mistero dell’Incarnazione. Il Dio che ha inviato il suo Figlio per la salvezza dell’uomo non può che essere il suo creatore. Lo si riconosce dall’amore, dalla sofferenza, dalla speranza con cui segue la sua creatura. Chi avverte la sofferenza di Dio nel proprio cuore, per la possibile dannazione della propria anima, non può che lasciarsi andare e correre verso le braccia dell’unico Padre. Questa profonda sensibilità spirituale è sottesa in tutta l’opera mistica di Péguy e inizia a manifestarsi con tutto il suo vigore nelle riflessioni che svolge a proposito della speranza. Il peccatore è la situazione spirituale che mostra chiaramente il punto nel qale Dio si è collocato: “Dio che è tutto ha avuto qualcosa da sperare, da attendere da quel miserabile peccatore; Da quel nulla. Da noi. E’ stato messo a questo punto, in questa condizione da aver da sperare, da attendere da quel miserabile peccatore. Colui che tutto ha bisogno di ciò che non è nulla. Colui che può tutto non può nulla senza colei che non può nulla”.

La speranza è la virtù più importante perché ha stravolto il senso della creazione. Da quando, infatti, esiste una pecora smarrita Dio si è messo al suo servizio: il Creatore dipende dalla sua creatura. Il senso di questo radicale stravolgimento è ancora più ampio se si pensa a ciò che Dio ha fatto e provato per lui nel momento dello smarrimento. Elei, la speranza, che ha fatto questo capovolgimento più forte di tutto, questo rivolgimento che tutto ciò che dobbiamo fare per Dio, è Dio che ci previene, che comincia a farlo per noi. L’uomo è libero di essere infedele a Dio e così facendo può perdersi, dannarsi. Dio freme per questa possibile dannazione e spera che l’uomo ritrovi la strada della salvezza. L’uomo può, così, mandare a monte il progetto di salvezza di Dio: l’uomo può far fallire i piani di Dio! L’uomo può, dunque, far fallire tutto perché può non essere presente nel giorno della sua chiamata. Péguy sembra quasi arrabbiarsi con Dio per quello che lui chiama un’imprudenza, un’eccessiva fiducia, una mancanza di previsione. Bisogna, però, aver fiducia anche perché in cielo con Dio vi sono due razze di santi – quelli che provengono dai giusti e quelli che provengono dai peccatori – a pregare affinché nulla vada perduto. 

Delle tre parabole sulla speranza – la parabola della pecorella smarrita, la parabola della dracma smarrita, la parabola del figliol prodigo – quest’ultima è per Péguy la più bella e la più cara. Nessuno può resistere alla grazia contenuta in questa parabola. La parabola del figliol prodigo racchiude in sé una forza particolare: “solo a pensarci un singhiozzo vi sale in gola”. Non solamente è la parola di Gesù che è arrivata più lontana, ma è la sola che il peccatore non ha mai fatto tacere nel suo cuore. Quando, infatti, il peccatore si allontana non ha più riguardo di nulla e getta via i beni più preziosi come una zavorra ingombrante. C’è, però, una parola che nemmeno il peccatore avrà la forza di gettare nei rovi e questa parola è la parabola del figliol prodigo, che ha come caratteristica peculiare quella di seguire l’uomo dovunque vada, persino nei più grandi allontanamenti.

La grandezza della parabola del figliol prodigo sta dunque nel fatto che è lei che insegna che non tutto è perduto. Ed è qui che il dilemma della dannazione eterna trova una risposta risolutiva. Questa parabola, infatti, insegna – così come la legge Péguy – che non esiste peccato tanto grande da far disperare Dio e di abbandonare per sempre la sua creatura. Dio spera che il figlio torni e, in questa attesa, soffre per il suo smarrimento. L’uomo non deve temere, non deve disperare perché troverà sempre, in qualsiasi momento lui vorrà, il Padre pronto ad accoglierlo tra le proprie braccia. 

Se Péguy insiste tanto sulla speranza è perché conosce molto bene in che condizione l’uomo vive la propria esistenza di ogni giorno. La legge della materia, infatti, è la degradazione e l’uomo rischia in ogni istante di ritenere che persino lo spirito partecipi a questa legge. Del resto, il progressivo invecchiamento, le abitudini non sono altro che l’esperienza quotidiana della finitudine che predispone l’uomo alla rassegnazione o, nel peggiore dei casi, alla disperazione. Ecco, allora, il grande compito della Speranza. Essa deve continuamente spezzare gli irrigidimenti che l’abitudine costruisce e che non permette alla grazia di penetrare, deve immettere la fiducia “che andrà meglio nell’indomani mattina. Proprio l’indomani mattina. Tutti i giorni da quando ci sono i giorni. E che si leverà un sole migliore”. Compito davvero ingrato quello della speranza, perché sono innumerevoli i giorni che possono smentire questa illusione, questa convinzione assurda che il giorno di oggi sarà un giorno migliore.

La speranza, però, non guarda all’apparenza e non ragiona secondo la logica dell’uomo. Differisce, inoltre, dalle altre due virtù, le sorelle maggiori, “che camminano come le persone grandi […] si comportano con decenza”. La speranza, invece, è come una bambina che partecipa ad una processione; “Lei non è mai stanca. Guardate un po’. Come cammina. Corre avanti venti volte, come un cagnolino, ritorna riparte, fa la strada venti volte. Lei si diverte con le ghirlande della processione[…] Vorrebbe camminare tutto il tempo. Andare avanti. Saltare. Danzare. Lei è così felice”. La speranza è il dono più grande che Dio poteva fare all’uomo, perché non gli dà pace. Non gli permette, infatti, di stancarsi della strada percorsa e di sedersi sulle macerie dei propri fallimenti, delle proprie disillusioni, delle proprie abitudini. La speranza prende continuamente l’uomo per mano e gli fa percorrere venti volte la stessa strada che è la strada che dallo smarrimento, passando per il pentimento, giunge al perdono. Se è vero che ad uno sguardo umano questo continuo ripercorrere gli stessi passi, la stessa strada può apparire un fallimento, dobbiamo stare attenti, però, a non traviare il senso che Dio vuole dare anche a questo modo di camminare. Sulla via della santità l’uomo non deve preoccuparsi di percorrere tante volte lo stesso cammino del pentimento. L’inganno che la speranza sembra operare ai danni dell’uomo in realtà si rivela come un lavoro preziosissimo per la sua salvezza. L’uomo, però, non subisce passivamente l’irruenza di questa bambina che lo prende per mano e sembra quasi obbligarlo a percorrere una strada che lui non vuole. In realtà segretamente nel nostro cuore ci facciamo suoi complici: “Affinché ci inganni. In fondo sappiamo benissimo cosa significhi tutto ciò. E quella sorda complicità che abbiamo con lei. E’ ciò che abbiamo in noi di più gradito a Dio”. Lasciarsi prendere per mano dalla speranza significa lasciarsi condurre alla propria essenza. A questo punto del discorso Péguy trova la risposta ad uno dei problemi fondamentali del suo pensiero: quale senso, quale direzione offrire all’inquietudine strutturale dell’uomo? Solo nel presente l’uomo può percepire ed ascoltare il fragore che l’Incarnazione del Verbo ha prodotto. Per potere cogliere i suoni di trascendenza presenti nella realtà, occorre all’uomo quel lungo tirocinio di spoliazione, di abbandono che solo la bambina speranza può produrre. Lo scopo della speranza consiste proprio nel fiaccare le resistenze dell’uomo, che tende a non fidarsi di nessuno se non di se stesso.  C’è una la logica perversa che attanaglia il cuore dell’uomo e gli fa credere che la vera saggezza sia contenuta nella massima: non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi stesso. È la logica che tiene sveglio l’uomo e non lo lascia dormire e così adagiarsi sul letto della Provvidenza divina, che si trova in una logica diametralmente opposta a quella umana: “E io dico: colui che sa rimandare al domani è quello che è più gradito a Dio. Colui che dorme come un bambino è anche colui che dorme come la mia cara Speranza. E io dico: rimandate a domani quelle preoccupazioni e quelle pene che oggi vi rodono e oggi potrebbero divorarvi. Rimandate a domani quei singhiozzi che vi soffocano quando vedete l’infelicità di oggi”.

Solamente l’uomo che ha già assaporato l’amore misericordioso di Dio, solamente colui che ha già percorso il cammino dell’abbandono e della spoliazione può indicare agli altri il coraggio di rischiare. Le pagine di Péguy qui commentate, possiedono quella forza che non è semplicemente persuasiva. E l’invito appassionato di un uomo che con sua grande sorpresa si trova avvolto da un amore immenso, insospettate e desidera che tutti partecipino alla sua gioia. E’ lo stupore del figliol prodigo che per tutto il tragitto del ritorno pensa a tutti i lavori più umili da eseguire pur di rimanere nei pressi della casa, e ritrova fra le braccia del Padre festeggiato da tutti.