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giovedì 15 settembre 2022

ADULTI SENZA ANIMA?

 




Paolo Cugini

Sono ormai trent’anni che lavoro pastoralmente con adolescenti e giovani, in luoghi e situazioni diverse e mi sono fatto una mia idea. Ho lavorato con delle compagnie di ragazzi, con gruppi giovani nei quartieri poveri del Brasile, con giovani nelle comunità terapeutiche e con ragazzi incontrati nelle parrocchie.

In primo luogo c’è un problema d’identità cristiana. Le comunità cristiane che non provengono da un cammino fondato sull’ascolto della Parola di Dio, quello che hanno da offrire sono delle tradizioni che non hanno più nulla da dire alle nuove generazioni, assieme a delle liturgie spente. Aiutare queste comunità a riscoprire la bellezza del vangelo per liberarsi dalle cianfrusaglie del passato, è uno dei compiti più importanti che la Chiesa si trova d’innanzi, nell’epoca postcristiana che stiamo vivendo. Più che processioni, pontificali, turiboli, cappucci, medaglioni e candelabri d’oro, mi piacerebbe vedere adulti che sperimentano la bellezza della preghiera di Gesù, il desiderio di una vita di comunione, attenta alle persone più fragili.

In secondo luogo, c’è una constatazione che colgo sul mondo degli adulti, dei genitori. Si percepisce sempre di più un affanno, la difficoltà di portare avanti con serenità le scelte fatte nella giovinezza. Certamente, la situazione economica in perenne crisi, non aiuta. A mio avviso, comunque, il problema è un altro. L’adulto che non ha lavorato sulla propria interiorità nell’adolescenza e nella giovinezza, si trova costretto a riempire il buco che si ritrova nell’anima, con delle cose, della materia, del movimento. La vita spirituale non s’improvvisa. Incontro ragazzi disorientati e quando gratto un po' sotto, scopro che provengono da genitori che non hanno altro da offrire che delle cose, della materia. La difficoltà a dare una direzione educativa, nasce dalla difficoltà a prendere delle decisioni che abbiano una coerenza e una durata nel tempo. Chi non proviene da un cammino spirituale, difficilmente ha imparato la fatica di prendere e abitare decisioni scomode. Spiritualità non vuole dire chiesa. La spiritualità è il materiale che troviamo alle risposte che cerchiamo durante la vita. Senza dubbio la religione offre un materiale spirituale, ma non è l’unico. La meditazione non è un’attività specifica di una religione, ma è una proposta per imparare a valorizzare la propria vita interiore. Il disorientamento di tanti giovani proviene proprio da qui, dal non aver incontrato in casa del materiale che li possa aiutare a valorizzare, a scoprire la dimensione interiore della vita.

Senza dubbio, c’è tempo anche da adulti ad imparare a curare la propria spiritualità, la dimensione interiore.

Per quanto mi riguarda, la cura della dimensione interiore l’ho appresa da mio padre. Si chiamava Cesare. Era un operaio, che lavorava dieci ore al giorno e aveva sulle spalle una famiglia di quattro figli oltre alla moglie e i suoi genitori: eravamo in otto. Non mi ha mai detto o insegnato a pregare: l’ho visto io. Da bambino e poi da adolescente, mi colpiva il fatto che si alzava due ore prima del lavoro per leggere la Bibbia, dire un rosario, recitare le lodi. L’ho scoperto per caso una mattina all’alba mentre andavo in bagno. Ho visto la luce accesa in cucina e sono sceso lentamente per vedere chi c’era. Ho visto lui, mio padre, intento a leggere la Bibbia. Dopo quella prima volta, l’ho osservato di nascosto molte altre volte.  Lavorava come un asino, spesso maltrattato sul posto di lavoro, umiliato perché era un operaio, ma quando arrivava a casa era sempre sorridente. È questo sorriso che mi ha incuriosito nel tempo, perché non aveva una giustificazione materiale. Osservandolo più da vicino ne ho colto il segreto e l’ho fatto mio. Non gliel’ho mai detto.

Curare la vita spirituale non è una questione di denaro n’è di tempo, ma di desiderio di una vita diversa, più autentica. Non c'è solo la materia: c'è qualcos'altro. 

giovedì 18 agosto 2022

IN DIALOGO CON VLADIMIR LOSSKY

 



Paolo Cugini

[LOSSKY, V. A immagine e somiglianza di Dio. Bologna: EDB 2016]

 

“Lo Spirito Santo diversifica ciò che Cristo unifica. E tuttavia una concordia perfetta regna in questa diversità e una ricchezza infinita si manifesta in questa unità. C’è di più. Senza la diversità personale, l’unità di natura non potrebbe realizzarsi, sarebbe sostituita da un’unità esteriore, astratta amministrativa, accecamento subito dei membri di una collettività… Nessuna unità di natura senza diversità delle persone, nessuna persona pienamente realizzata al di fuori della unità di natura. La cattolicità consiste nell’accordo perfetto di questi due termini: unità e diversità, natura e persone” (V. Lossky). 

Se lo Spirito Santo diversifica ciò che Cristo unifica, ciò significa che là, dove manca la diversità, là dove la diversità è considerata un problema, là dove si fa di tutto per soffocare la diversità e lo Spirito Santo stesso ad essere soffocato, messo a tacere. Quando nella Chiesa non c’è spazio per le diversità è una volontà di potenza che cerca d’imporre la propria volontà sullo Spirito Santo, cioè sulla stessa volontà del Padre.

 

Il problema è: come accordare unità e diversità in un contesto concreto come quello di una Chiesa locale? Spesso, anzi, sempre dipende dalla persona che guida la comunità. Se è abbastanza umile da ascoltare, entrare in dialogo con tutte le diversità presenti nella comunità, allora la comunione regna, se no è una tragedia, una sofferenza di tutto il corpo. Come un pastore può salvaguardare la comunione, l’unità nella comunità? Mi sembra che il termine giusto per rispondere all’interrogativo sia: accompagnare. Solamente il pastore che accompagna le diversità riesce a collaborare dentro un cammino di comunione. Che cosa significa accompagnare? È entrare nella “diversità”, partecipare per quanto possibile alla vita di quel particolare movimento, gruppo, per discernere gli eventuali errori, le ricchezze da apportare alla comunione. Tutto ciò ha un’implicazione di natura antropologica. Di fatto: “Non sono le priorità di una natura individuale, ma il rapporto unico di ciascun essere con Dio che costituisce l’unicità di una persona umana, rapporto che è confermato dallo Spirito Santo e che si realizza nella grazia” (V. Lossky).

Questo passo di Lossky è molto profondo perché aiuta a comprendere la relazione tra ciò che una persona è e si trova ad avere come eredità nel momento della nascita e, dall’altra parte, Dio. In fin dei conti il problema potrebbe essere impostato così: che cosa è che determina l’unicità della persona? La risposta della Parola di Dio è ben chiara: è il rapporto personale con Dio, perché è dentro questo rapporto che maturiamo tutti quei doni che Dio ci ha dato in dono. Chi noi siamo è solamente Dio a rivelarcelo e ce lo rivela nel tempo, perché è l’ambito in cui si costruisce la relazione con lui. Tutto, allora, dobbiamo fare affinché questa relazione diventi significativa e, per certi aspetti, maturi. È questo il senso della preghiera: rapporto con Dio che porta a maturazione la nostra costanza. Per questo la preghiera è qualcosa da coltivare e rivela lo spessore della maturità umana e la coscienza che abbiamo di essere unici di fronte a Dio e, di conseguenza la nostra differenza. Chi ha paura delle differenze degli altri è perché non conosce la propria unicità, la propria differenza e non la conosce perché non gli è stata rivelata e non gli è stata rivelata perché ha passato poco tempo con Dio o, se lo ha passato, lo ha trascorso male. È la relazione con Dio che costantemente rivela l’unicità, la diversità, il senso del cammino. Per questo il rapporto con Dio, che è la preghiera, è da coltivare, da ricercare, ricreare, rimotivare. È una fedeltà creativa, che non si appiattisce, che non permette alle forme e alle formule di prendere il sopravvento (Diari 2000). 

lunedì 28 dicembre 2020

LA PREGHIERA DEI BAMBINI


 


Charles Péguy (da: Il mistero dei santi innocenti)

 


Nulla è bello come un bambino che s’addormenti nel dire la preghiera, dice Dio.
Vi dico, nulla è così bello al mondo.
E dire che ne ho viste di bellezze, nel mondo.
E me ne intendo. La mia creazione trabocca di bellezze.
La mia creazione trabocca di meraviglie.
Ce n’è tante da non sapere dove metterle.
Ho visto milioni e milioni d’astri ruotare sotto i miei piedi come le sabbie del mare.
Ho visto giornate ardenti come fiamme.
Giorni d’estate, di giugno, luglio, agosto.
Ho visto sere d’inverno distese come un mantello.
Ho visto sere d’estate calme e dolci come una pioggia di paradiso
Tutte disseminate di stelle.
Ho visto queste colline della Mosa e queste chiese che sono le mie case.
E Parigi e Reims e Rouen e cattedrali che sono i miei palazzi, i miei castelli.
Così belli che li conserverò nel cielo.
Ho visto la capitale del regno a Roma capitale della cristianità.
Ho sentito cantare la messa e i vespri trionfali.
Ho visto queste pianure e queste valli di Francia.
Che sono la cosa più bella.
Ho visto il mare profondo, e la profonda foresta, e il cuore profondo dell’uomo.
Ho visto cuori divorati d’amore
Durante l’intera vita
Estatici di carità.
Che bruciavano come fiamme:
Ho visto martiri così animati di fede
Saldi come roccia sul cavalletto
Sotto i denti di ferro.
(Come un soldato che resista da solo per tutta la vita
Per fede
Per il suo generale (apparentemente) assente.
Ho visto martiri in fiamme come torce
Prepararsi così le palme sempre verdi.
Ho visto stillare sotto gli uncini di ferro
Gocce di sangue splendenti come diamanti.
Ho visto stillare lacrime d’amore
Che dureranno più a lungo delle stelle del cielo.
E ho visto sguardi di preghiera, di tenerezza,
Estatici di carità
Che brilleranno in eterno per  notti e  notti.
Ho visto vite intere dalla nascita alla morte,
Dal battesimo al viatico,
Svolgersi come una bella matassa di lana.
Ora vi dico, dice Dio, non conosco nulla di così bello in tutto il mondo
Come un piccolo bimbo che s’addormenti nel dir la preghiera
Sotto l’ala dell’angelo custode
E che sorride da solo scivolando nel sonno.
E già mescola tutto insieme e non ci capisce più nulla
E arruffa le parole del Padre Nostro e le infila alla rinfusa tra le parole dell’Ave Maria


Mentre già un velo gli cala sulle palpebre,
Il velo della notte sul suo sguardo, sulla sua voce.
Ho visto i santi più grandi, dice Dio. Ebbene, io vi dico.
Non ho mai visto nulla di più buffo e quindi di più bello al mondo
Di questo bimbo che s’addormenta nel dir la preghiera
(Di quest’esserino che s’addormenta fiducioso)
E che mescola Padre Nostro e Ave Maria.
Nulla è più bello, e in questo perfino
La Santa Vergine è d’accordo con me.
Su quest’argomento.
E posso ben dire che sia il solo punto su cui andiamo d’accordo. Perché generalmente siamo di parere contrario.
Perché lei è per la misericordia.
E io, bisogna pure che io sia per la giustizia.


Così, dice Dio, come capisco mio figlio. Mio figlio l’ha detto e ridetto. (Perché bisogna intendere alla lettera ogni parola di mio figlio.) Sinite parvulos. Lasciate che vengano.
Sinite parvulos venire ad me. Lasciate che i piccoli vengano a me.
I piccoli bimbi.


Allora gli furono offerti dei piccini perché imponesse loro le mani e pregasse. Ora i discepoli li rimproveravano.
Ma Gesù disse loro: Lasciate i piccoli, e non impedite che vengano a me: talium est enim regnum coelorum. Infatti di costoro è il regno dei cieli. A loro, a quelli come loro appartiene il regno dei cieli.
E dopo avere imposto loro le mani, se ne andò.

 


martedì 13 agosto 2019

IL LINGUAGGIO DELLA LITURGIA





FRATERNITÀ DI BOSE


Relatore: Goffredo Boselli
Sintesi: Paolo Cugini


Oggi è necessario un po' di coraggio sul tema del linguaggio liturgico. Si ha la percezione di un certo disagio della liturgia da parte dei credenti, anche quelli motivati. C’è distanza tra il linguaggio liturgico e il modo di dire la fede oggi. Ci sono molti linguaggi nella liturgia: verbale, gestuale, posturale, immagini, artistico, musicale, dello spazio, della luce, ecc. I nostri sensi sono via al senso. Ci soffermiamo sul linguaggio verbale.

Se non ricevo nulla, non partecipo alla liturgia. Ho altre fonti per alimentare la mia fede”.

Tra le difficoltà si avverte quella relativa al vocabolario liturgico, spesso ritenuto desueto, astratto e lontano dalla vita. Il principio di unità tra liturgia e vita è molto importante. Il Concilio parlava di partecipazione attiva: non si può più solamente assistere. La partecipazione attiva è un diritto in ordine al battesimo. Tutta la comunità celebra la liturgia. Occorre andare oltre, confrontandosi con nuove difficoltà.

I testi, le preghiere, le formule, rappresentano a volte un ostacolo. Dove si trovano le difficoltà del linguaggio liturgico.
Salvezza, redenzione, vittima, devota letizia, coeredi della gloria eterna, riconciliazione, ispirazione, soddisfazione: cosa significano, cosa s’intende? Oppure il termine pegno: cosa vuole dire? Nel dire la fede oggi ci sono dei termini che fanno fatica ad essere recepiti.

C’è anche una questione di grammatica. Siamo eredi della liturgia romana. I riti latini sono formati da diverse liturgie: ambrosiana, ispanica, romana. La liturgia romana ha uno stile romano, caratterizzato da frasi brevi. La liturgia romana è molto breve, sintetica; quella ispanica è più debordante. Oggi, questo stile romano, non è eccessivamente sintetico per dire la nostra fede? Circa due terzi della liturgia sono o dell’antichità medievale o ancora più antichi. I medievali avevano la nostra stessa fede, ma un modo diverso di dirla. Le trasformazioni che sono in atto esigono un linguaggio attualizzato nel dire la fede. La liturgia non può rimanere legata al medioevo, ma deve attualizzarsi, altrimenti si diventa l’arca di Noè. Parallelamente si assiste ad un impoverimento della cultura religiosa.

Il problema è dato anche dall’ethos liturgico, dal modo in cui il presbitero prega la preghiera al Padre. Il tono, la gestualità: fanno parte del linguaggio liturgico.

Non è quindi un semplice problema lessicale: c’è qualcosa di più. È un linguaggio preciso, ma non difficile. È un linguaggio nobile, ma non ampolloso e desueto.

Quella del linguaggio liturgico è una delle sfide maggiore della Chiesa oggi. La riforma liturgica non ci sta semplicemente alle spalle, ma ci sta davanti. Non possiamo stare bloccati: occorre guardare avanti. Il cristiano consapevole può capire ogni singola parola, tuttavia pare che una buona parte di fedeli ha difficoltà a pregare con le formule del messale. Difficoltà a farlo proprio, nutrimento della propria vita di fede. La preghiera liturgica è preghiera del credente.

Il modo di formulare la preghiera liturgica è ancora nostro? Ci sentiamo espressi da queste preghiere, oppure ci sono troppo formule stereotipate?

La notte di Natale. La colletta è del VI secolo, attribuita a papa Leone Magno: c’è l’antitesi terra e cielo. In una liturgia di grande partecipazione popolare, si potrebbe pensare in modo più esteso ciò che si celebra quella notte e ciò che i credenti sperano.

Nella liturgia ci sono immagini che non utilizziamo nella vita di fede quotidiana. La ricerca di un linguaggio liturgico appropriato è lungo, ma necessario. L’eucologia è prevalentemente composta da orazioni latine e medievali, che riportano figure retoriche tipiche di quella cultura e di quelle epoche. Oggi a noi quel mondo appare distante.
I testi liturgici romani, hanno una grande ricchezza, ma anche dei limiti per noi oggi. Alla Chiesa in preghiera oggi è offerto un nutrimento spirituale inadeguato. Domandiamoci: la liturgia è oggi nelle condizioni a corrispondere alle esigenze spirituali dei fedeli? C’è il rischio di ridurre la liturgia domenicale alla solo liturgia della Parola.

Occorre reagire alla diffusa rassegnazione dinanzi all’irrilevanza dei testi liturgici. Abbiamo l’esigenza di avere testi liturgici che dicano la nostra fede. Ci vogliono persone che scrivano testi. Non significa cambiare oggi il messale, ma quando verrà il momento ci devono essere testi che possono essere integrati nella liturgia.

Certe immagini di Dio, che troviamo nei testi liturgici, sono eredità di realtà non molto evangelizzate. “Guarda con bontà o Signore il sacrificio […] Accetta con benevolenza l’offerta della tua Chiesa”. Retaggio di una realtà religiosa in cui i sacrifici dovevano placare l’ira divina. C’è l’eredità di una visione pagana. Occorre evangelizzare la liturgia.

Preghiera eucaristica IV:guarda con amore o Dio la vittima che tu stesso hai preparato per la tua Chiesa”. Gesù è vittima? C’è dietro una teologia sacrificale che abbiamo interiorizzato. Gesù è stato fedele al Vangelo e l’ha pagata con la morte, che il Padre non ha voluto. Dio non ha voluto la morte del Figlio.

Evangelizzare i testi liturgici affinché siano trasparenza del Vangelo: i testi devono essere più vicini al linguaggio di Gesù. La nostra dottrina è Cristo. Il linguaggio di Gesù era semplice, ma non banale. Le parabole non avevano bisogno di spiegazione. L’insegnamento di Gesù era autorevole, comprensibile e allo stesso tempo profondo. Gesù utilizzava immagini tratte dalla vita. La nostra liturgia ha bisogno di un linguaggio poetico e meno dottrinale.
Gesù aveva un linguaggio aderente alla vita. Gesù reciterebbe certi nostri prefazi?

giovedì 18 ottobre 2018

NEL SILENZIO DEL PADRE. INDICAZIONI PER USCIRE DALLA RELIGIONE MALATA






Paolo Cugini

Me lo chiedo spesso ultimamente e non riesco a trovare una risposta, una qualsivoglia ragione plausibile, perché molto probabilmente ragione non c’è. Ci saranno delle motivazioni estetiche, erotiche, pansessuali, ma di evangelico non si vede nulla all'orizzonte. Mi chiedo, allora, come mai ci sono cristiani che hanno bisogno di eventi miracolosi per sentire la presenza di Dio? Come mai, ci sono persone che si dicono cristiane e che cercano costantemente l’apparenza pomposa, le manifestazioni eclatanti, lo sfarzo liturgico come segno del sacro? Pensavo che tutta questa roba, dopo il Concilio Vaticano II, fosse finita ammuffita in soffitta. E invece no, ci sono i nostalgici di turno che la ritirano fuori, la ripuliscono e se la mettono anche addosso, dimostrando un cattivo gusto demodé ma, soprattutto, manifestando un’incapacità cronica di accompagnare i tempi, di leggere dentro la storia i segni dei tempi, di una presenza di Dio che esige altro per essere identificata e, quindi, incontrata. Come si fa a pensare che per essere cristiani occorre tenere le manine giunte, il capo chino, vestire una cotta con dei pizzi inamidati, inginocchiarsi nel modo giusto? Pensavo, ripeto, che la storia di Gesù che viene nel mondo non in un palazzo regale, ma in una mangiatoia, fosse servita a qualcosa, fosse stato chiaro come d’ora innanzi Dio avesse deciso di farsi incontrare che, tra l’altro, è il modo che da sempre il Dio biblico desidera essere incontrato: e invece no. Ci sono strutture culturali formatesi nei secoli che sono durissime a morire, anzi per certi aspetti non muoiono mai, ma riappaiono sotto forme diverse nelle nuove strutture. Una di queste è il sacro, che sopravvive al cristianesimo e riappare nelle sue forme più pagane soprattutto nei momenti di crisi della civiltà, momenti in cui la paura dell’ignoto e dell’imprevedibile esige delle rappresentazioni sacrali che il cristianesimo ha cancellato per sempre, ma che la dimensione istintuale dell’uomo esige. Il sacro è, per certi aspetti, la pancia della religione.

Se c’è bisogno di pontificali per dimostrare la trascendenza di Dio nella storia, significa che abbiamo abbandonato il cammino del mistero. Se per mostrare che Dio esiste c’è bisogno di pizzi e merletti, di sontuose processioni con tanto di candelabri e crocefissi d’oro e una pompa sfarzosa per far vedere qualcosa di differente da ciò che è umano, allora siamo arrivati alla frutta della religione. Anzi siamo arrivati proprio al cuore della religione, a quella religione che non è cristianesimo; a quella religione che Gesù ha combattuto durante la sua attività pubblica e, per causa di questa lotta è finito in croce. E’, difatti, la religione dell’uomo, costruita dalle sue mani, elaborata dalla sua fantasia, voluta da lui. È la religione pagana, una manifestazione dell’ateismo o dell’antropomorfismo mascherato per qualcosa di sacro, quando di sacro non vi è nulla. È la religione che l’uomo si costruisce per sentirsi bene, per calmare i sensi di colpa. Si tratta dunque, di un farmaco e, nella fattispecie, un analgesico, che si prende in dosi costanti, sotto forma di riti, quindi, per mantenere sotto controllo il mal di testa. Riti e feste così dette religiose, elementi di quella cultura pagana retaggio dell’ancestrale bisogno di protezione dalle forze oscure del cosmo che, nonostante la tecnologia e la scienza, ancora oggi sono necessarie per una salutare presenza serena nel mondo. Lo sappiamo molto bene che chi vive sotto prescrizioni farmacologiche significa che proprio bene non sta. C’è tutta una religione che serve per tranquillizzare l’angoscia del vuoto prodotto dall'insoddisfazione della vita, dalle carenze affettive, che bruciano dentro di noi e non ci lasciano dormire. Abbiamo bisogno di riempirci la pancia di qualcosa per sentirci pieni e non soffrire troppo. Abbiamo bisogno di sballare la mente, quando non abbiamo avuto la pazienza di ricucire le ferite della vita con il balsamo dell’amore, cadendo in quella disperazione profonda che sembra senza fine. E allora, corriamo alla ricerca di qualcosa che possa lenire il dolore, anche solo per un po'. Sento una profonda pena per quell'umanità disperata che si riversa nelle chiese alla ricerca di quella cura miracolosa, che possa produrre un po' di quella pace che sarebbe dovuta venire se avessimo curato maggiormente la nostra interiorità, dedicando un po' più del nostro tempo a noi stessi, ad ascoltarci, a cercare risposte profonde e non analgesici immediati. Provo una grande tristezza quando vedo le chiese traboccanti di gente accorsa da tutte le parti per ascoltare l’ultimo ciarlatano di turno, pronto ad offrire esorcismi, a scacciare demoni, in altre parole, ad offrire l’ennesima scorciatoia della vita per chi questa bellissima vita dono di Dio, l’ha riempita di cose, svuotandosi l’anima. Quando la religione serve per silenziare i sensi di colpa, significa che Dio è sparito dall'orizzonte della nostra esistenza.

Guardare a Gesù, a come Lui ha affrontato la vita, a come si è messo in relazione con il Padre: è il nostro compito attuale per uscire dalla religione come analgesico e riscoprire l’autentico cammino della fede. Guardare a Gesù, al tempo che ha dedicato alla meditazione, al silenzio, alla riflessione, alla solitudine, per uscire dai cammini disperati delle masse anonime, che vogliono a tutti i costi riempirsi la pancia del divino. Guardare a Gesù, per imitarlo nel suo modo di mettersi in silenzioso ascolto del Padre, per assimilare quella Parola capace di comprendere il cammino da compiere in ogni momento dell’esistenza. Guardare a Gesù, per imparare da Lui a gustare l’amore del Padre che viene al nostro incontro senza che noi ce ne accorgiamo. Perché Lui sa di che cosa abbiamo bisogno: basta solo cercarlo e trascorrere del tempo con Lui. In silenzio.

sabato 26 maggio 2018

INTRODUZIONE A MADELEINE DELBREL






SAGRA DI REGIONA PACIS – REGGO EMILIA
VENERDI 25 MAGGIO 2018



Prof. Edi Natali


Sintesi: Paolo Cugini
Via: è una delle parole chiave di Madeleine, perché la vita avviene nella strada. Quali sono le caratteristiche del cristiano? Chi è il cristiano? La maggior parte non si pone la domanda. Noi ci troviamo in un mondo indifferente.

Madeleine vive in un ambiente ateo, anticlericale. “Il cristiano deve imparare a perdere la fede del prestigio”: il cristiano non deve cercare il prestigio.
Annichilamento: rinunciare a servirsi. Dobbiamo uscire da noi stessi. Rinunciare a ciò che noi pensiamo, alle nostre giornate iper-organizzate per accogliere. Come cristiani tendiamo ad incasellare tutto. Con questo sistema, diceva Madeleine, rischiamo di non incontrare l’altro così com’è. Il cristiano non è il migliore degli uomini e non ha bisogno di azioni eccezionali.

Dio ha bisogno di un volume di sottomissione. Madeleine ricorre spesso alla parola: obbedienza.
Il cristiano è colui che parte alla ricerca di Dio senza una carta stradale. Madeleine non indica un percorso. Dio si trova lungo il cammino e non alla fine. La condizione del cristiano è una insicurezza vertiginosa.
Abramo lascia la sicurezza per l’incertezza: insicurezza vertiginosa.
Qual è la vocazione del cristiano? E’ la chiamata di Cristo che in tutti i tempi è sempre precisa per ogni uomo. Ognuno di noi è interpellato dove si trova.
Gesù è stato un uomo perfetto per essere perfettamente nella nostra vita. Gesù è in tutte le vocazioni umane per questo Madeleine dice che non vuole essere specializzata in nessuna specializzazione.
Essere cristiano è non avere le giornate iper programmate. Essere chiamati dove ci si trova e comprendere che Gesù abita in mezzo a noi, sotto le sembianze di chi è nudo, affamato, straniero, senza rifugio.

Peregrinus e il viator. Mentre l’homo viator ha un messaggio da dare e una strada chiara da percorrere, il peregrino è colui che va per agros, cioè per i campi, a tastoni. Non c’è una strada segnata. La fede è provocata dal contatto di chi non è credente. La fede non è intimismo. Il cristianesimo di Madeleine Delbrel è lontanissimo dal moralismo. Per essere siamo figli e questo ci rende fratelli e sorelle. Spesso facciamo del cristianesimo una dottrina morale.
Madeleine Delbrel desidera imitare Cristo e per questo non privilegia nessuna via particolare. Cercare di avere un cuore capace di mettersi in ascolto, nei panni dell’altro: sentire insieme.

Un amore che non è mai spezzettato: Madeleine dice che non posso amare il fratello se non amo Dio. Tutto quello che fai in orizzontale dev’essere una risposta al contatto verticale. Chi commette l’ingiustizia anche lui ha bisogno della nostra preghiera. Il cristiano non divide mai il mondo in buoni e cattivi, perché il cattivo ha bisogno di redenzione.
Il silenzio è anche ascoltare ed è fondamentale. Un prete che legge il Vangelo e basta è sufficiente. Non dobbiamo mai smettere di ruminare il Vangelo.

Leggere il Vangelo ed annunciarlo. Il Vangelo non può stare chiuso nelle aule accademiche. Se la teologia non è preghiera non serve a niente.
La precarietà è un elemento della vita. Nella sua comunità Madeleine dice di non avere capitali per non creare sicurezze materiali. La povertà per Madeleine è qualcosa di reale. La ricchezza è l’attaccamento. Posso essere povero ma attaccato al poco che ho. Povertà è mancanza di attaccamento. Prima di tutto la povertà mostrata dal Signore: la mancanza di potenza e la mancanza di cipiglio. Avere la porta aperta. Sprofondare nella densità del mondo. Accoglienza adorante di ciò che capita. Bisogna tuffarsi nel mistero.

Un Dio infinitamente buono urta contro la sofferenza, la guerra, il male. Bisogna andare tra gli uomini come a dei perdonati. Il cristiano va a parlare come perdonato, non come innocenti. Riceviamo la fede come un dono che non è nostro.

Cercare di accettare una gioia trafitta dalla croce. Quando possiamo soffrire e amare è il massimo. Senza sofferenza ci sono solo ideali e non amore vero. Siamo chiamati ad amare non nonostante il male, ma a causa del male. A causa del male dobbiamo amare ancora di più.
Non solo amare il prossimo come te stesso, ma come Cristo ti ha amato. Siamo collaboratori alla redenzione.
La preghiera non è semplicemente regolata da situazioni precise, ma anche dalle situazioni della vita. Era una contemplativa attiva. Era molto impegnata, ma molto contemplativa.


lunedì 28 agosto 2017

PERCHE' PREGARE?



HANNO SENSO GLI ESERCIZI SPIRITUALI DEGLI ADULTI?
Paolo Cugini

Ho visto volti perplessi, sorrisini, ammiccamenti alla mia proposta di partecipare agli esercizi spirituali degli adulti. Qualcuno mi ha detto chiaramente che quello che vale è il fare, più che il pregare. Sono d’accordo, anche perché a che serve pregare se poi non facciamo nulla. L’imbarazzo nel proporre un momento di preghiera è la cartina di tornasole del cammino delle nostre comunità parrocchiali. Siamo contenti di riuscire a coinvolgere i giovani nelle cose pratiche, nel servizio durante le sagre, nei tornei. Ma se quando ai giovani proponiamo momenti di preghiera non si presenta nessuno o quasi, il dato non ci disturba più di tanto, perché perlomeno ci sono quando conta, cioè quando c’è qualcosa da fare. In fin dei conti i figli sono il riflesso dei genitori, perlomeno fino ad un certo punto, a quel punto, cioè, in cui un figlio decide di prendersi in mano e fare il proprio cammino.
Se la vita cristiana è imitazione a Gesù allora è proprio a Lui che dobbiamo guardare, per verificare se il nostro pensiero e il nostro modo di fare è in sintonia con colui che desideriamo e diciamo di seguire. Ebbene risalta come un dato preponderante il primato della vita spirituale sull’azione in Gesù. Lo testimonia la sua adolescenza e giovinezza immersa nel silenzio. Lo testimoniano i quaranta giorni trascorsi nel deserto prima d’iniziare l’attività pubblica. Lo testimonia infine, l’abitudine segnalata dai quattro evangelisti che Gesù aveva di trascorrere molte ore in preghiera alla notte, o alla mattina presto: “Uscì e se ne andò, come al solito, al monte degli ulivi” (Lc 22,39). Era così intensa la sua vita di preghiera che gli stessi discepoli un giorno gli hanno chiesto di insegnare loro a pregare. Ecco perché, nella famosa scena descritta dall’evangelista Luca, che descrive una visita di Gesù alle sorelle Marta e Maria, mentre Marta era intenta alle faccende di casa, Maria invece se ne stava seduta ad ascoltare il Signore, Gesù dice che Maria si era scelta la parte migliore. “Una sola è la cosa di cui c’è bisogno” (Lc 10,42).
Se la testimonianza di Gesù era così cristallina era grazie al rapporto prioritario che aveva con il Padre. Era grazie alle ore di preghiera quotidiane che facevano di Gesù un uomo fermo, coerente, che resisteva alle pressioni dei farisei e di tutti coloro che lo odiavano. Grazie all’amore del Padre di cui si riempiva quotidianamente immergendosi nella preghiera, Gesù riusciva a trasmettere forza e coraggio ai sui discepoli e alle sue discepole anche nei momenti più duri, come la passione. Del resto Gesù, durante la sua vita pubblica, lo aveva ripetuto in più di un’occasione che prima di tutto occorre amare Dio. È il primo comandamento quello di amare Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima e il secondo consiste nell’amare il prossimo come se stessi. C’è un primo e un secondo: il cammino della vita spirituale ha come obiettivo di mettere in ordine questa progressione. L’azione che realizziamo potrà essere segno della presenza di Dio nella storia, quando procede da quella Parola che ci siamo abituati a mediare al mattino prima di compiere qualsiasi altra cosa. Il rischio grande è che le cose che facciamo anche in parrocchia, più che avere il sapore di Dio, della sua misericordia, della sua gratuità e giustizia, portino il segno del nostro egoismo, della nostra arroganza, del nostro desiderio di metterci in mostra. Spesso le azioni sono identiche ma, provenendo da fonti differenti, portano con sé segni differenti. Da quello che facciamo e da come ci muoviamo si vede da dove proveniamo e dove vogliamo andare.

Sarebbe bello che i vostri figli v’interrogassero sul fatto che per alcuni giorni mettete in secondo piano le attività quotidiane per partecipare agli esercizi spirituali. Forse non capiranno subito, ma dagli effetti che il rapporto con il Signore produrrà sulle nostre vite e sulle nostre scelte, potranno sentire il desiderio di partecipare anche loro e capire così che, quando ci dedichiamo alla preghiera, non stiamo buttando via del tempo, ma lo stiamo recuperando. Alla grande. 

giovedì 12 marzo 2015

LETTERA AI SEMINARISTI

ARCHIVIO BRASILE







Pintadas-Ba, 18 giugno 2011

Carissimi amici del seminario di Reggio Emilia,
Giacomo mi ha sollecitato di scrivere due righe per riprendere le riflessioni-provocazioni scambiate nel nostro incontro lo scorso anno. Lo faccio volentieri, anche perché mi permette di condividere un cammino con coloro che faranno parte della stessa famiglia sacerdotale. Mi aveva dato come scadenza l’11 giugno: purtroppo non ce l’ho fatta. Chiedo scusa.

1. La prima forte provocazione che ho ricevuto dal contesto che ero chiamato a servire é stata la povertà. Chi arriva a Salvador – capitale della Bahia – rimane ben impressionato per i palazzi sul lungo mare: sembra una città occidentale. Spostandosi di poche centinaia di metri verso l’interno ecco apparire le favelas, montagne di case, chiamiamole così, in cui si percepisce la presenza di un’umanità che lotta tutti i giorni per la sopravvivenza. Arrivato nel gennaio del 1999, dopo tre anni emmezzo di sacerdozio (sono diventato prete in giugno del 1995), avevo cominciato a girare i quartieri poveri per cercare di capire come viveva questa gente. Mi colpiva il niente che incontravo. Annotavo sul mio quaderno tutto quello che stavo incontrando, un mondo totalmente nuovo al quale non avevo mai pensato e nemmeno immaginato. Soprattutto non capivo come riuscissero a vivere queste persone, senza un lavoro, senza un conto in banca: come facevano a mantenere tanti figli?  Domande ingenue tipiche di colui che analizza una realtà con gli occhi del mondo di provenienza, senza aspettare di ascoltare la realtà per come è. Mi chiedevo anche come era possibile risolvere tutti i problemi che incontravo.

Questo impatto con tanta povertà provocò in me tantissime domande sul senso della vita, del mondo, sulla misericordia di Dio, l’ingiustizia umana, la disuguaglianza sociale. Non riusciva a farmi una ragione del perché di tanta differenza, tanta disuguaglianza. E allora decisi di incentivare quel percorso sul quale stavo lavorando sin dai tempi del seminario: la preghiera personale. Siccome ero ancora nella fase di conoscenza della lingua e della cultura, dopo cena, cioè alle 18, potevo organizzarmi come volevo. Decisi cosi, di dedicare due ore dopocena alla lettura di romanzi brasiliani, che mi permettessero di comprendere meglio la cultura locale e di andare a dormire presto – verso le 21 – per alzarmi presto. La bellezza della preghiera mattutina é stata una delle più belle scoperte della mia vita spirituale. Dedicare prima di aprire la porta di casa due o tre ore al Signore, dà una forza interiore incomparabile. È stato in questo primo anno di missione che mi sono innamorato della mistica ortodossa. Cercavo, infatti, dei libri che mi aiutassero a vivere la contemplazione, mi aiutassero a capire la vita nello Spirito. In un contesto di grande povertà, frutto di una disuguaglianza sociale fuori di misura, mi è successo di avvicinarmi ancora di più al Signore, di cercarlo con tutte le mie forze.

2. La seconda provocazione che ho ricevuto nella diocesi di Ruy Barbosa è stata lo stile di Chiesa e, di conseguenza, il modo di essere sacerdote. Como vi ho raccontato, le parrocchie dalle nostre parti sono costituite da comunità, chiamate comunità di base. Pintadas, per esempio, che è la parrocchia nella quale vivo ora, é composta di cinque comunità nella città e 32 nella zona rurale. La vita del sacerdote consiste accompagnatore la vita delle comunità, sia celebrando l’Eucaristia e i sacramenti, che dedicando tempo per la formazione dei liders di comunità. Passavo da una situazione ecclesiale – Reggio Emilia – in cui in parrocchia c´’e una messa, o quasi, tutti i giorni, ad un contesto, per esempio Ipirá che è una parrocchia formata da quasi 100 comunità,  nelle quali si celebra l’Eucaristia ogni due o tre mesi. Potete capire lo sconvolgimento mentale e spirituale che ho vissuto i primi mesi.  Da uno stile di parrocchia fatto di piccoli movimenti – canonica, oratorio, piazza, chiesa – ad uno stile di parrocchia fatto di distanze enormi; da uno stile di parrocchia fatto di rapporti personali con persone che vedi quasi tutti i giorni, ad uno stile di parrocchia dove incontri le persone 4 o 5 volte durante l’anno. Vacci a capire qualcosa! Confesso che i primi mesi ho fatto molta fatica. Era come se tutto quello che avevo appreso e vissuto non servisse assolutamente a nulla: non è una bella sensazione. Il primo anno di Brasile é stato come morire, seppellire quello che ero per fare il posto a qualcosa d’altro, Passare da una parrocchia concentrata in poco spazio, il cui lavoro pastorale consiste nell'attendere le persone che arrivano negli spazi pastorali, ad uno stile di chiesa decentrato in territori spesso vastissimi (la nostra diocesi è grande come l’Emilia Romagna e siamo 18 sacerdoti: ok?!). Per me si é trattato di una vera e propria conversione pastorale: deporre il modello di Chiesa e di sacerdote che avevo assimilato e vissuto sino a quel tempo, per assumerne uno totalmente nuovo, che non conoscevo e del quale nemmeno avevo sentito parlare.

Altro dato significativo del nuovo stile di Chiesa incontrato é la presenza dei laici. Nelle comunità chi svolge un ruolo effettivo di guida sono i laici. Chi celebra la Parola alla domenica, chi dirige il consiglio pastorale della comunità, chi risolve i problemi nella comunità sono i laici, che esercitano una funzione effettiva dentro la comunità. L’incontro con questo stile di chiesa ministeriale e laicale dal volto femminile ( la maggior parte dei liders delle comunità sono donne) mi ha aperto gli occhi sullo stile di prete che avevo dentro e cioè autoritario e autoreferenziale. Nei nostri consigli pastorali occidentali l’ultima parola spetta sempre al prete. In tutte le cose che avvengono in una parrocchia é il prete che decide. Nelle nostre parrocchie brasiliane o, meglio baiane, questo sistema non funzionerebbe. Il decentramento della parrocchia nelle comunità di base, ha come conseguenza immediata la necessità di valorizzare il laicato locale e, per questo, concentrare gli sforzi sulla loro formazione permanente. A Pintadas, per esempio, c’è un incontro mensile di formazione cristiana aperto a tutti, un corso di formazione mensile per ministri della parola, ministri dell’Eucaristia, catechisti, in giorni diversi. Oltre a ciò tutti i lunedì alla sera ci troviamo per leggere la Bibbia assieme. Nelle comunità incontro persone e famiglie semplici, per lo più contadini che lavorano nel piccolo pezzo di terra che possiedono o, spesso e volentieri, lavorano nelle fazendas per guadagnare qualche soldo. Tutto questo per dire che nelle comunità di base non incontriamo dottori, avvocati, banchieri, professori. Sottolineo questo perché, per me, é uno dei grandi paradossi della vita ecclesiale. Assumono, infatti, molto più responsabilità i poveri che incontriamo nelle nostre comunità, persone che spesso sono analfabete o quasi, che i professionisti delle parrocchie di Reggio Emilia. Chi ci capisce qualcosa è bravo. Aiutare i laici, che per la maggior parte dei casi dalle nostre parti sono donne, a svolgere bene il loro servizio nelle comunità di appartenenza, é la nostra grande sfida. Apprendere a deporre lo scettro per concederlo a coloro che vivono nella comunità é un esercizio spirituale che fa molto bene al ministero. Un ministero sacerdotale più di servizio, più attento a stimolare i carismi delle persone incontrate e meno concentrato su di sé, sulle proprie capacità, sul “potere” ricevuto: fa molto bene alla Chiesa e al mondo . Per me non si tratta di esportare un modello di Chiesa, ma di scambio di doni. Un dono bellissimo che la Chiesa Latinoamericana ha da offrire alla Chiesa Cattolica é questo modo di vivere la comunità, di valorizzare le persone e d’intendere il ministero sacerdotale. Una Chiesa piú democratica e meno autoritaria guadagna in umanità e perde in arroganza. E poi fa molto bene a noi preti, che ci sentiamo investiti di chissà quali poteri e, in virtù di questi trattiamo i laici spesso e volentieri come delle marionette.

Anche con i giovani il lavoro pastorale é diverso. Non possiamo organizzare campeggi, settimane bianche o gialle, ritiri spirituali di tre giorni da qualche parte, viaggio a Madrid con il Papa, per il semplice fatto che le famiglie non hanno condizioni economiche per sostenere simili esperienze. Inventare qualcosa di valido e formativo con i mezzi che ci sono a disposizione: é questa la grande sfida della pastorale giovanile dalle nostre parti. Oltre a ciò, la difficoltà maggiore del lavoro pastorale con i giovani è il fenomeno migratorio. Nelle nostre città del Nordes baiano non c’è nulla. E allora i giovani verso i 16/17 anni, terminate le scuole superiori – che in Brasile durano solo tre anni – se ne vanno nelle grandi città (San Paulo, Rio de Janeiro, Brasilia, Salvador, ecc.) in cerca di opportunità migliori di vita. Ciò significa che tutti gli anni il lavoro di pastorale giovanile deve ripartire da zero, o quasi. Facciamo fatica ad organizzare un cammino vero di accompagnamento spirituale con i giovani. Quasi non esiste la confessione ( il perché ve lo spiego un’altra volta), la direzione spirituale non si sa cosa sia (ho provata a metterla in piedi nella prima parrocchia che ho accompagnato, ma ho capito che chi ha a che fare con problemi di immediato interesse, non ha molto tempo da dedicare alla vita spirituale). Come strumenti formativi ho messo in pedi  alcuni progetti tra i quali segnalo uno studio biblico per giovani che sto realizzando nelle comunità. Altro dato importante. Quando parliamo di giovani dalle nostre parti ci riferiamo soprattutto agli adolescenti di 13-17 anni. Dopo questa data è difficile seguirli. Molti si sposano presto (più che altro si mettono insieme, anche perché lo sposarsi presuppone un progetto di vita che le scarse condizioni economiche non permette di elaborare), altri, come ho già detto vanno via e, chi rimane, si deve arrangiare per riuscire a fare qualcosa. Se la pastorale vocazionale ha fatto fatica a decollare nelle parrocchie della nostra giovane diocesi (52 anni!), è anche dovuto alla difficoltà di un lavoro pastorale formativo a lunga distanza con i giovani.

3. La solitudine. Ci sono delle giornate che non passano mai, sembrano infinite, lunghissime. In un contesto poi che non offre nulla, la situazione diventa ancora piú pesa. Ho scoperto sulla mia pelle che non è vero, come dicono alcuni saggi, che la preghiera risolve tutto. Ci sono, infatti giorni, che neanche la preghiera sembra bastare. Ho passato giorni che avrei avuto voglia di scambiare chiacchiere umane con persone normali. Ho passato serate che mi sarebbe piaciuto giocare a briscola in compagnia di amici. Il problema è che in contesti di povertà, come sono i nostri, è difficile instaurare rapporti alla pari, disinteressati di amicizia. Chi ci cerca é sempre per qualcosa di materiale e, alla distanza, pesa, soprattutto svuota. Per questo, dopo tanti anni di missione le persone amiche le conto sulle dita di una mano. Ci sono delle situazioni nella missione che ho scoperto solamente sul posto: una di questa é la solitudine. Ho impostato la missione in modo tale da essere sempre in mezzo alla gente. Ma ció non significa nulla, o quasi. Anche tra noi preti in missione è difficile incontrarci: le distanze sono enormi. Quando ci troviamo é sempre un momento molto bello e piacevole. Anche in questo caso per sopperire alla difficoltà di rapporti umani autentici ho incentivato il rapporto con il Signore, dedicando settimane di deserto in alcuni monasteri della regione. Come ho già scritto sopra non sempre la preghiera riesce a sopperire alla mancanza di rapporti umani veri. Per questo coltivo i pochi rapporti che sono riuscito ad intessere qui e i pochi che si sono mantenuti con l’Italia. Quando ero in Italia e sentivo la notizia di qualche prete che si sposava rimanevo profondamente scandalizzato. Ora, vivendo qui, in una realtà spesso disumana, fatta di rapporti interessati, non mi scandalizzo più. Come diceva Totó: siamo uomini e non caporali! Su questo punto, tanto delicato, avrei voglia di scrivere altre cosette, ma le lascio per una prossima occasione.

Dai sacerdoti baiani ho imparato a rilassarmi, a prendermi i miei tempi (anche se rimango strutturalmente una persona tesa). Nei primi cinque anni di missione non mi sono praticamente schiodato dalla parrocchia, vittima della spiritualità del sacrificio, o meglio del massacro ereditata a Reggio Emilia. Poi mi sono svegliato. Qui dalle nostre parti nel mese di gennaio (che corrisponde al mesi di agosto italiano)  si chiude la baracca. Le suore vanno nelle case madri delle congregazioni e i preti vanno in ferie a trovare amici e parenti. Questi preti sono venuti su in un modo e in un mondo differente, valorizzando i momenti umani della vita. Non c’è bisogno di spiegare ai preti che incontriamo nelle parrocchie baiane che sono uomini: lo sanno benissimo. Mi ricordo l’impressione sconvolgente che ho avuto partecipando di una festa di lettorato e accolitato in seminario a Feira de Santana. Dopo la cerimonia solenne svolta con tutta la pompa necessaria al caso, è iniziata la festa nel cortile del seminario. E qui la festa bisogna intenderla nel senso letterale della parola. Sono rimasto impietrito vedendo sacerdoti, seminaristi, suore parenti e amici ballare sorridenti! Qualcuno aveva avuto il coraggio d’invitarmi e io, un pó indignato, ho declinato l’invito. Il vescovo André e l’Arcivescovo di Feira Santana erano presenti, non ballavano, ma chiaramente approvavano. È la cultura. Contesti differenti in culture differenti dalle quali c’è sempre da apprendere qualcosa. Un ministero un pò più umano non significa meno santo.  Questa è stata una delle scoperte più belle della missione, che senza dubbio voi sapete già. E così, come dicevo, mi prendo i miei tempi, come fanno i sacerdoti baiani. Nel mese di gennaio - che é il mese nel quale le mie parrocchie lavorano di più a causa dei progetti che in questi anni ho messo in piedi – ne approfitto per un pò di preghiera e per aggiornarmi. Il mese di gennaio é anche il periodo dei Forum Sociali ( ho già partecipato a due Forum Sociali Mondiali, uno regionale e uno continentale), che si sono rivelati esperienze stupende, sia per le nuove conoscenze che si riescono ad intessere, sia per i dibattiti che avvengono. Sempre in gennaio, poi avvengono gli incontri dei preti Fidei Donum presenti in America Latina o in Brasile, tutte occasioni utili per scambiare esperienze e respirare aria nuova. Non so se, tornando in Italia, riuscirei a prendermi i miei tempi. Da un lato, c’è la spiritualità del sacrificio che ci frega, dall'altra ci sono i laici che non ti lasciano respirare. Quando la scorsa domenica ho annunciato che nel mese di luglio sarei andato a visitare mia sorella, che vive a Toronto, varie persone si sono avvicinate dicendomi: “Padre, ci porti con lei nella valigia!”. Se fossi stato in Italia probabilmente mi avrebbero detto: “Sei sempre in giro”. In una parrocchia nella quale i laici assumono i servizi pastorali come funerali, battesimi, matrimoni, celebrazioni, il prete può anche permettersi il lusso di visitare i parenti e, ogni tanto ritirarsi per aggiornarsi un pó. Meditate gente, meditate.

4. Mi ricordo che nell’incotro che avevamo avuto qualcuno mi aveva chiesto perché ho chiesto di andare in missione. In realtà non ho mai desiderato di andare in missione, anche perché ho sempre avuto dinnanzi, sin da piccolo, il modello di prete diocesano, che mi bastava e avanzava. Quando negli anni settanta e ottanta passavano in seminario nel mese di ottobre i missionari, quel modo di essere sacerdote, che loro presentavano, non mi attraeva più di tanto. Anche durante gli studi di teologia il mio ardore missionario non era molto elevato. Tutto è cominciato quando, durante la preparazione al diaconato, ho deciso di dare la disponibilità anche per le missioni diocesane, più per un entusiasmo del momento, che per una vera convinzione missionaria. Dopo due anni di sacerdozio, nella quaresima del 1997, mi aveva colpito un articolo apparso sulla Libertà di don Luciano Pirondini, che a quel tempo era direttore del Centro Missionario, in cui si lamentava del fatto che pochissimi sacerdoti avevano dato la loro disponibilità per le missioni diocesane. Il giorno dopo andai direttamente al Centro Missionario per parlare con don Luciano e lui mi invitò di rinnovare la mia disponibilità alle missioni con il vescovo. Detto e fatto. Fu così che l’anno successivo, era il febbraio del 1998, il vescovo Paolo mi chiese se ero disponibile ad andare in Brasile a sostituire don Antonio Davoli, che aveva chiesto di rientrare dopo 17 anni di missione. Ricordo la sensazione di freddo polare che entrò dentro di me, sensazione di qualcosa che avrebbe cambiato radicalmente la mia vita. Il Signore si serve proprio delle briciole che gli offriamo per realizzare il so progetto.

Vi saluto, augurandovi di passare gli esami (in bocca al lupo) e di trascorrere sane vacanze. Aquele abraço
Pe Paolo Cugini