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sabato 6 dicembre 2025

Il giorno in cui le donne lasciarono la Chiesa: per sempre

 


 

Paolo Cugini

 

 

E venne il giorno. C’era un brusio nell’aria accompagnato da risate amiche. Un fuggi fuggi silenzioso, ma allegro. Si erano messe d’accordo di nascosto, come ai vecchi tempi della scuola. Ma ora erano già grandi e, proprio per questo, decisero quel giorno di andarsene altrove. Avevano, infatti, deciso, di uscire dalla chiesa per sempre: senza ritorno. Le ultime vicende le avevano convinte definitivamente che non c’era posto per loro. Forse, proprio quei rifiuti continui facevano parte di una voce del Mistero che orientava la storia, l’universo ad andare da un’altra parte. L’universo è immenso e allora perché insistere a permanere in un lugo che giorno dopo giorno si rivela ostile?

Era questo il pensiero delle amiche che, piene di gioia, quel giorno decisero di passare in tutte le strade del borgo per chiamare tutte le donne che incontravano e dire loro la grande notizia: il Mistero ci chiama tutte ad andare altrove. Secoli e secoli ricevendo solo rifiuti, incomprensioni, intimazioni al silenzio. E poi non vi ricordate quando si divertivano a bruciarci, a chiamarci streghe! E perché, poi, dovremmo rimanere in un posto così, che non ci vuole, ci tratta male? Andiamocene tutte, gridavano, e danzando e cantando allegramente passavano di porta in porta. “Andiamo ragazze! Siamo libere! Non lasciamoci più intrappolare dai loro discorsi meschini”

Fu così che da quel giorno le chiese rimasero senza più alcuna donna: se ne erano andate tutte.

E in quel giorno, fu scritto nei cieli e inciso nei sussurri del vento: Saranno tempi nuovi, proclamava il silenzio delle navate vuote, poiché le donne, figlie della terra e del coraggio, hanno ascoltato il segreto battito del Mistero. Così, come onde che abbandonano la riva dopo lunghi secoli di tempesta, esse si allontanarono dai luoghi che non le avevano amate, conducendo con sé il lume antico della libertà. E le campane, che un tempo chiamavano all’adunanza, restarono mute a contemplare la rivoluzione serena delle anime in cammino.

Fu la fine di un’epoca e l’alba di un’altra, dove la voce delle donne, finalmente sciolta dai ceppi dell’invisibilità, si fece eco nei vicoli, nelle piazze, sotto il cielo sterminato: Non ci sarà più prigione che possa tenerci, né parola che possa ammutolirci. Da oggi, la vita si scrive altrove. E ancora oggi, chi ascolta con cuore aperto può udirle, danzare leggere al confine tra il vecchio e il nuovo mondo, annunciando che dove la libertà chiama, nessun cuore rimarrà in catene.

 

sabato 17 maggio 2025

ANCHE NOI SIAMO SUE PECORE

 




La lettera di capitano Ibrahim Traoré, presidente della transizione, Burkina Faso a papa Leone XIV.

 

A Sua Santità Papa Roberto Francesco

Non le scrivo da un palazzo, né dalle comodità di ambasciate straniere, ma dal suolo della mia patria, la terra del Burkina Faso, dove la polvere si mescola al sangue dei nostri martiri e gli echi della rivoluzione sono più forti del ronzio dei droni stranieri sopra le nostre teste. Non le scrivo come un uomo in cerca di approvazione, né come uno invischiato in convenevoli diplomatici. Le scrivo come un figlio dell’Africa, audace, ferito, indomito. Ora lei è il padre spirituale di oltre un miliardo di anime, inclusi milioni qui in Africa. Lei eredita non solo una chiesa, ma una missione. E in questo momento di transizione, mentre il fumo bianco aleggia ancora sui tetti del Vaticano, devo inviare questa lettera attraverso mari e deserti, oltre guardie e cancellate, direttamente al suo cuore, perché la storia lo esige, perché la verità lo impone, perché l’Africa, ferita e in rivolta, ci sta guardando.

Santità, noi africani conosciamo il potere della croce. Conosciamo gli inni, le preghiere, le litanie. Abbiamo costruito chiese con mani callose e abbiamo difeso la nostra fede con il nostro sangue.

Ma conosciamo anche un’altra verità, una verità che troppi hanno preferito seppellire: che la Chiesa a volte ha camminato al fianco dei colonizzatori, che mentre i missionari pregavano per le nostre anime, i soldati profanavano le nostre terre, che mentre voi predecessori parlavate del cielo, i nostri antenati erano incatenati sulla terra. E anche ora, in questa cosiddetta era moderna, subiamo ancora le catene non del ferro, ma del silenzio. Dell’indifferenza di giochi geopolitici che si svolgono in sacre oscurità.

Quindi chiedo, in nome delle madri che pregano sui pavimenti di terra battuta e dei bambini che frequentano il catechismo a stomaco vuoto: il suo papato sarà diverso? Sarà lei il Papa che vede l’Africa non come una periferia, ma come il centro profetico? Sarà il Papa che non si limita a visitare le baraccopoli per fotoricordi, ma che osa parlare con rabbia contro le forze che rendono permanenti quelle baraccopoli? Vede, Santità, io sono un uomo forgiato dalla guerra, non dalla ricchezza. Non sono stato rovinato dalle istituzioni occidentali per uso politico. Non mi hanno insegnato la diplomazia a Parigi. Ho imparato la leadership in trincea, tra la gente, dove il dolore è maestro e la speranza è resistenza.

Guido una nazione che è stata emarginata dal mondo finché non ci siamo rifiutati di stare zitti. Ci è stato detto che eravamo troppo poveri per essere indipendenti, troppo deboli per essere sovrani, troppo instabili per resistere. Ma glielo dico con il tuono degli antenati nella voce: abbiamo smesso di chiedere il permesso di esistere. Abbiamo smesso di implorare validazione da parte dei poteri che sfruttano i nostri minerali mentre predicano la moralità. E abbiamo smesso, assolutamente smesso, di accettare che i leader spirituali globali distolgano lo sguardo dalle grida dell’Africa perché la politica è scomoda.

Santità, [non] parlo ora solo per il Burkina Faso, ma per un continente troppo a lungo dominato. L’Africa non è un continente da compatire, siamo un continente di profeti. Profeti che sono stati incarcerati, esiliati e assassinati per aver osato sfidare l’impero. E lei, ora che porta l’anello di San Pietro come simbolo, seguirà la via dei profeti? O sarà anche lei prigioniero della politica?

Non abbiamo bisogno di altre banalità. Non abbiamo bisogno di altri auguri e preghiere mentre le multinazionali occidentali estraggono uranio dal Niger, e oro dal Congo, sotto scorta armata. Non abbiamo bisogno di neutralità diplomatica mentre i giovani africani annegano nel Mediterraneo fuggendo da guerre cui essi non hanno dato inizio, con armi che essi non hanno fabbricato. Non abbiamo bisogno di dichiarazioni sdolcinate mentre la sovranità africana viene messa all’asta a porte chiuse a Bruxelles, Washington e Ginevra.



Ciò di cui abbiamo bisogno è un Papa che nomini l’Erode moderno, che tuoni contro gli imperi economici con la stessa audacia con cui la Chiesa un tempo tuonò contro il comunismo. Un Papa che dica senza indulgenze che è peccato per le nazioni trarre profitto dalla distruzione dell’Africa. Lei conosce gli insegnamenti di Cristo. Sa che Lui rovesciò i tavoli dei cambiavalute. Sa che Lui disse “Beati gli operatori di pace” ma non disse mai “Beati i pacifinti”. Quindi le chiedo personalmente: parlerà contro il silenzio della Francia e le sue operazioni segrete nel Sahel? Condannerà i traffici di armi che alimentano guerre per procura nei nostri deserti e nelle nostre foreste? Smaschererà l’avidità che si ammanta di carità? La diplomazia che maschera l’imperialismo con colloqui di pace, perché lo vediamo succedere, lo viviamo.

Sua Santità, non le chiedo di essere africano.

Le chiedo di essere umano, di essere morale, di essere coraggioso, perché il coraggio, il vero coraggio, non è benedire i potenti. E’ difendere i deboli pagandone il costo. Mi permetta di parlare chiaro. Il Vaticano possiede ricchezze inimmaginabili, arte senza prezzo, accesso oltre ogni confine. Ma il vero potere non si misura in tesori nascosti dietro mura di marmo, il vero potere si misura nel coraggio di affrontare l’ingiustizia. Anche quando si presenta vestito con un abito su misura, con credenziali diplomatiche e sorridendo nonostante i suoi peccati, Sua Santità, il mondo è sull’orlo del precipizio e l’Africa, questo continente martoriato e bellissimo, non si limita a guardare dal basso: ci stiamo sollevando.

Stiamo sanguinando, stiamo risalendo e osiamo porre domande che risuonano più forte del diritto canonico.

Dov’era la Chiesa quando i nostri presidenti sono stati rovesciati da mercenari spalleggiati dall’estero? Dov’era la Chiesa quando i nostri giovani sono stati rapiti e indottrinati in guerre finanziate da nazioni che pretendono di essere forze di pace? Dov’era la Chiesa quando le nostre valute sono crollate, quando il Fondo Monetario Internazionale ha soffocato le nostre economie? Quando i nostri leader sono stati puniti per aver scelto la sovranità anziché la sottomissione? Non ci dica di perdonare mentre la frusta è ancora nella mano del carnefice. Non ci dica di pregare mentre le nostre preghiere vengono ricambiate con attacchi di droni. Non parli di pace senza nominare i profittatori della guerra.  Perché il silenzio, Santità, non è più santo e la neutralità non è più nobile. Se lei deve essere il pastore di questo gregge globale, allora ascolti questo grido dalla polvere di Uagadugu.

Anche noi siamo sue pecore. Ma non pascoliamo in silenzio nei campi, marciamo per le strade, moriamo in prima linea. Risorgiamo dalle ceneri con il fuoco nelle ossa e le Scritture sulla lingua. Non chiediamo carità, esigiamo giustizia. E la giustizia deve iniziare dalla verità. La verità è che il cristianesimo in Africa è stato sia un balsamo che una spada. La verità è che la Chiesa ha nutrito i nostri spiriti senza riuscire a proteggere i nostri corpi. La verità è che la redenzione senza riconoscimento è una mezza verità e le mezze verità non hanno mai guarito le nazioni.

Santità, ora lei siede sulla cattedra di San Pietro. Ma ricordi, Pietro rinnegò Cristo tre volte prima che il gallo cantasse. Non permetta alla Storia di scrivere che la Chiesa ha rinnegato l’Africa ancora una volta. Faccia sì che il gallo canti forte e chiaro in Vaticano. Che svegli la coscienza di cardinali e re.

Che echeggi nei corridoi del potere, dove uomini in toga e uomini in uniforme barattano il silenzio con l’influenza. Che annunci una nuova alba, non solo per la Chiesa, ma per il mondo. Perché qui in Africa non temiamo le albe, le creiamo. Siamo figli e figlie di Sankara, Lumumba, Nkrumah e Biko. Portiamo le Scritture in una mano e l’onore, il ricordo dei rivoluzionari nell’altra. Abbiamo imparato a pregare e protestare con lo stesso respiro. E chiediamo: il suo papato camminerà con noi? Ci verrà lei incontro nel nostro dolore, non solo tra i banchi delle nostre chiese? Riconoscerà Dio nella nostra fame? Cristo nel nostro caos, lo Spirito Santo nelle nostre lotte?

Perché se non è questo il tempo, è quello di Giuda, e se la Chiesa continua a predicare la pace ignorando la macchina dell’oppressione, in quale Buona Novella ci resta da credere? Non lo dico con rabbia, ma con sacra urgenza. Siamo un popolo al crocevia tra profezia e politica, e il tempo dell’Africa non si sta avvicinando, è qui. Stiamo riscrivendo la narrazione, rimodellando il futuro, rivendicando la dignità che ci è stata negata da secoli di dominazione straniera e di manipolazione spirituale. E la Chiesa deve decidere da che parte stare: con i poteri forti qui, o con le persone che sanguinano.

Non scrivo questa lettera per condannare. La scrivo per invitarla, Santità, a una solidarietà più profonda, a una solidarietà che cammini a piedi nudi con i poveri, che osi dire la verità a Roma con la stessa audacia con cui lo fa in Ruanda, che ricordi i santi non solo per i miracoli, ma per il loro impegno per la giustizia.

Aspettiamo le vostre voci, non dai balconi, ma dalle trincee e dalle favelas. Dai campi profughi, da dietro le sbarre delle prigioni politiche dove la verità è incarcerata. Perché solo quella voce, la vostra voce, può riscattare il silenzio. E se oserete pronunciarla, non solo l’Africa vi ascolterà, ma il mondo intero.

Firmato: capitano Ibrahim Traoré, presidente della transizione, Burkina Faso, figlio dell’Africa, servitore della sovranità

giovedì 18 gennaio 2024

LIBERI COME LO SPIRITO

 



 

Paolo Cugini

E se imparassimo a lasciare libero lo Spirito Santo, nel senso di liberarlo dalle nostre catene teologiche, dottrinali, dogmatiche. Se riuscissimo a liberarci la mente dalle precomprensioni accumulate nei secoli, che sin da prima di nascere ci dicono come dobbiamo guardare la realtà e persino ci sanno perfettamente dire come soffia lo Spirito, da che parte viene e dove va. Quanta arroganza in tante pagine di teologia cattolica! Che boria, che tracotanza, ma, soprattutto, quanta pigrizia! Sono i pigri, infatti, che preparano tutto a puntino per non dover far fatica con delle novità, con delle sorprese. Sono i moderati, quegli sfaticati, che per paura di dover sudare, preparano tutto a puntino in precedenza, così possono stare tranquilli e sereni.

 E se lo lasciassimo libero, così com’è, senza pretendere di sapere più di Lui, di far finta di capire quello che umanamente è difficile capire. Forse ci accorgeremmo che ci sono dei contenuti che ci sfuggono, che non riusciamo a collocare dentro i nostri sistemi precostituiti. Forse potremmo cogliere delle novità inaspettate, mai previste e pensate. È con questo spirito che dobbiamo guardare alle culture altre, per poter cogliere la novità, i doni che lo Spirito Santo ha fatto fecondare indipendentemente dalla Chiesa e dal suo Magistero, perché lo Spirito è ben più della Chiesa e del suo Magistero.

Forse è con questo Spirito di libertà che potremmo sperimentare l’ebrezza dello Spirito del Signore, che nessuno sa da dove venga e dove vada, e ci porta dove vuole Lui. Forse è proprio questo il senso della vita nello Spirito: lasciarci condurre da Lui, lasciarci trasportare dove lui vuole, senza pregiudizi, senza sentirsi in obbligo di dover giudicare le esperienze altre alla luce dei nostri piccoli paradigmi. Perché è proprio da qui la difficoltà di vivere il Vangelo fino in fondo, assaporarne il suo Spirito, nel fatto cioè, che ci hanno insegnato ad identificare il Vangelo con una religione specifica, con riti e dogmi ben chiari, a vivere dentro dei limiti, dei confini. E allora lo Spirito in questi piccoli e angusti cunicoli entra un po' stretto, e noi che nella giovinezza percepiamo che sarebbe qualcosa d’altro, lentamente ci adattiamo a questa identificazione dello Spirito con l’istituzione e i più devoti, paradossalmente, ne diventano i più estremi difensori.

Ma se un giorno riuscissimo a liberarci di tutto questo, quanto bello sarebbe!

 

sabato 9 settembre 2023

LA SOLITUDINE DELLA LIBERTA'

 




 

Paolo Cugini

Siete morti e volete che tutti lo siano. Non siete stati capaci di spiccare il volo della libertà e allora volete che tutti siano in gabbia. Siete rimasti invischiati nelle maglie strette della religione e volete tarpare le ali a tutti. Chi è stato il miserabile che vi ha insegnato che la religione e Dio sono la stessa cosa? Non vi siete mai accorti che Dio si manifesta nell’amore, nella libertà, nella giustizia? Che cosa c’entra Dio con le rigide regole del sacro, talmente rigide che nemmeno voi riuscite a viverle?

Eppure, Lui, il Signore del sabato, lo aveva detto che le regole sono a servizio dell’uomo e della donna e non il contrario. Lui, che non è venuto per condannare ma per salvare aveva puntato il dito contro i capi religiosi accusandoli di aver cambiato la Parola di Dio con le loro tradizioni umane. Ma non c’è stato nulla da fare perché, quando l’anima è divorata dalla cupidigia, non riesce a vedere altro che interessi personali, alla faccia di Dio e dei suoi parenti.

Non ci resta, allora, che voltare le spalle e andare per la nostra strada, la strada della libertà, fatta di polvere e salite, di pericoli e di possibilità di perdersi, ma perlomeno non ci saranno più, come compagni di viaggio, dei furfanti bugiardi. Meglio camminare soli perchè, a volte, la libertà lo esige.

domenica 14 maggio 2023

QUALE LIBERTÀ?

 




L’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne

vi invita al primo incontro del ciclo

                  QUALE LIBERTÀ? 

 

?’’’’’’’?autrice

Se da un lato la possibilità di offrire il proprio corpo nel mercato della prostituzione sembra ampliare la gamma delle scelte a disposizione in termini di uso del proprio corpo, del proprio tempo, della propria autonomia dall'altro accedere a questa stessa possibilità richiede anzitutto di acconsentire a considerare l'intimità sessuale una merce come un'altra. Difficile non chiedersi se siamo veramente libere nel fare questa scelta e di quale libertà stiamo parlando. Valentina Pazé filosofa, docente di filosofia politica all’Università di Torino,  nel suo libro Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato si pone queste domande di fronte alle nuove forme di sfruttamento mascherate e giustificate nel nome della libertà,  facendo emergere la natura contraddittoria, ambivalente, disturbante della libertà nell'epoca del neoliberismo e delle democrazie di mercato.

VENERDÌ 19 MAGGIO ORE 18

GRAZIA VILLA DIALOGA CON

VALENTINA PAZÉ

 

domenica 5 marzo 2023

Impariamo a risvegliare le nostre coscienze

 




Parrocchie di: Bevilacqua, Dodici Morelli, Galeazza e Palata Pepoli

Organizzano

 

PERCORSO SUL TEMA DELLA SHOA’


DOMENICA 5 MARZO 2023

 

Relatrice: Prof. Alessandra Amaroli

Sintesi: Paolo Cugini

 

LA Shoà si presta per un discorso interdisciplinare.

Che cosa sappiamo della Shoà? La Giornata della Memoria è stata istituita dall’ONU. Si scelse il 27 gennaio perché è il giorno della liberazione di Auschwitz da parte dell’armata Rossa.

A Trieste ci furono 40 giorni di terrore per riconquistare i territori lasciati all’Italia. Vennero considerati nemici i fascisti e i non comunisti. Tra il 45 e il 56 si stimarono 250 mila profughi. Diversi di questi emigrarono anche in America.

Le foibe sono caverne dove venivano gettati i corpi delle vittime. Venivano legati tra loro, posti sul ciglio del baratro e veniva sparato al primo che trascinava gli altri.

L’Italia trattò molto male i profughi. Lo Stato italiano cercò di contenerne l’esodo. Se ne cominciò a parlare dal 1989 e si fece un uso politico della storia. Ci fu una rimozione da parte della sinistra e una rivalsa da parte della destra. Gli storici hanno il compito di studiare in modo obiettivo queste situazioni, che hanno risvolti politici.

Hanna Arendt fu presente al processo Aiman. Scrive la banalità del male, un libro che suscitò molto polemiche. Arendt sosteneva che non esiste il male assoluto, ma persone che compiono il male. Solo il bene può essere assoluto. Arendt parla di persone banali. Al processo si volle fare apparire Aiman come il male assoluto. Condannandolo a morte si pensò di condannare il male assoluto, ma lui era solo un burocrate. Quando l’essere umano sceglie di non tacere si definisce l’essere umano. La coscienza dell’uomo è addormentata. Noi siamo amore che è dentro di noi. Il bene viene alla luce quando ci riconosciamo come amore.

Victor Frankl. Ha fondato la logoterapia. Nel suo libro uno psicologo nel lager racconta la sua esperienza di prigioniero nei lager in cui aiuta i suoi compagni a cambiare prospettiva. Ciò comporta il cambiamento di mentalità, per dare un senso alla vita e ad una possibile morte. La forza spirituale aiuta ad andare oltre alla violenza del momento. Anche la morte ha un senso. Per Victor Frankl la vita ha un senso che va riscoperto. Chi riusciva a sopravvivere ai campi erano persone dotate di un forte ideale. È nella mente che la persona si sostiene. Sono le motivazioni che ci guidano e ci fanno andare avanti anche nelle situazioni di difficoltà.

Hanna Arendt: occorre che noi diamo un senso alla vita.

Non si è affamati solo di pane, ma anche di senso (V. Frankl). L’antidoto al non senso è l’insieme dei valori. L’uomo può essere più forte del destino che gli viene imposto. La libertà nessuno ce la può portare via. Rimanere liberi dentro: è il nostro grande compito.

Edith Stein e Etty Hillesum: sono esempi di questo. Avere il coraggio di soffrire. Quando non hai scelta scegli la via del coraggio, vendi cara la pelle.

Conoscere i sopravvissuti mi ha cambiato la vita (Alessandra). C’è un percorso interiore che si attiva nelle situazioni di grande difficoltà, come ad esempio, i malati gravi. Attraverso le parole le medicine funzionano meglio. La comunità educativa degli adulti devono aiutare le persone in difficoltà a trovare un senso nella vita.

Mons. Sandro Salvucci. Paragona il passaggio dal male al bene al parto. Attraverso un’esperienza di dolore si può partorire il bene. Ci vuole una levatrice, qualcuno che ci aiuti a partorire il bene. Il dolore va elaborato, trasformato, se no ci schiaccia.

Attimo fuggente: insegna a vedere il mondo da più angolazioni.

Paolo Crepet: tutto ciò che è comodo è stupido.

Coraggio di vivere una vita piena. Evitare il dolore significa rischiare di non avere emozioni. Proviamo a sviluppare empatia.

Massimo Recalcati: nel desiderio c’è tutto.

Sant’Agostino: la felicità ad amare ciò che si ha.

Viktor Frankl: occorre trovare un senso nelle piccole cose.

 

 

lunedì 26 dicembre 2022

TRADIZIONE

 

 


Paolo Cugini

Agosto 1986

 

 

È l’eredità culturale, cioè la trasmissione da una generazione all’altra di credenze o di tecniche. Nel dominio della filosofia l’appello alla tradizione implica il riconoscimento della verità della tradizione stessa. La tradizione diventa, da questo punto di vista, una garanzia di verità e talvolta l’unica garanzia possibile. (U.T.E.T. voce curata da N. Abbagnano).

 

Ogni singolo uomo è situato all’interno di una tradizione che, nel suo senso etimologico significa consegnare, porgere. Il consegnare indica al contempo due elementi: un essere che porge e un contenuto che è posto da. Conseguenza immediata di ciò, è che lo studioso della tradizione deve porre l’attenzione speculativa su due direzioni diverse, una attenta ad analizzare i modi in cui il contenuto della tradizione viene consegnato, l’altra capace d’indagare sull’origine del contenuto che viene tramandato. Noi ci soffermeremo su questo secondo aspetto. Come nascono gli elementi che vengono a costituire il nucleo della tradizione? Quali sono i criteri che vengono adottati per selezionare il materiale? Di che natura sono questi criteri: razionali o qualcosa d’altro?

Prima di addentrarci all’interno del problema occorre fare ulteriori precisazioni. In primo luogo, dev’essere chiaro che un’epoca è costituita da un insieme di diverse tradizioni. Inoltre, queste ultime non sempre sono facilmente individuabili a causa della complessità della realtà in cui viviamo. Infatti, se per un verso ci è semplice comprendere la diversità tra la tradizione filosofica e quella scientifica, per un altro, a volte ci è difficile distinguere gli elementi dell’una e dell’altra tradizione. Questo lo affermiamo perché riteniamo la realtà, cioè il vissuto storico, non diviso in scomparti ben determinati, ma un tutt’uno cresciuto assieme.

È possibile affermare che la realtà in cui viviamo è tutta tradizione? Proporre l’identità tra realtà e tradizione può sembrare avventato e assai discutibile, in quanto anche il nostro senso comune interviene ad informarci che, il termine realtà, sta ad indicare un insieme di aspetti non completamente e totalmente riconducibili a quello di tradizione. Quando, infatti, noi parliamo di realtà ci possiamo trovare in vari universi di discorso: è reale la pianta, una montagna, il mare. Al contempo, però, è altresì reale Paolo o Pietro. In definitiva tutto ciò che appartiene al mondo materiale, sia esso minerale, vegetale o animale è reale.

Che ne è, allora, di tutto il resto? Per tutto il resto, vista la selezione previa, intendiamo il frutto della elaborazione intellettuale da parte dell’uomo. A questo punto, diventa estremamente interessante soffermarci sul procedimento conoscitivo elaborato dall’idealismo. Difatti, la distinzione sopra effettuata tra mondo materiale e mondo ideale, tipica di una certa tradizione filosofica, può essere messa in discussione proprio dall’idealismo. Quando discorriamo intorno al tavolo o alla sedia, non affermiamo solo realtà appartenenti al mondo materiale. Sedia o tavolo stanno, infatti, ad indicare anche una organizzazione e un ordine che solo un essere dotato d’intelletto poteva effettuare. Di conseguenza, il mondo che ci circonda possiamo a ragione considerarlo il frutto di una lunga e sofferta elaborazione concettuale prodottasi nell’arco del tempo: la tradizione. Occorre, però, precisare che affermare il mondo come il risultato di una lunga elaborazione concettuale non porta in sé l’esigenza di negare al mondo materiale una propria indipendenza rispetto al soggetto che la percepisce. Entità materiale e soggetto (che è materiale anch’esso) sono posti da altro. È il loro incontro e ciò che ne consegue, vale a dire il mondo umanizzato, che è frutto esclusivo dell’operazione intellettiva.

A questo livello, si può chiarire anche il discoro religioso. L’uomo è posto da Dio assieme alle cose. Il mondo che si formerà attraverso le capacità intellettive dell’uomo, porterà costantemente con sé l’impronta divina. Il cammino dell’uomo con Dio acquista, in questa prospettiva, nuovi significati depauperati da quei misticismi mantenuti per troppo tempo all’interno della tradizione. Ritorniamo, però, sui nostri passi. Stiamo cercando di delineare le caratteristiche che ci permettono di tematizzare ciò che intendiamo con il termine tradizione.

Ciò che viene tramandato deve avere come elemento peculiare, una certa durata nel tempo. Più un elemento dura alle “intemperie” del tempo più è tradizionale. Il tradendum ha, quindi, valore solo ed esclusivamente in quanto è antico.  L’elemento che in seguito diventerà tradizionale, ha, però, un momento iniziale nuovo. Problema: come fa questo elemento nuovo a diventare tradizionale? L’elemento che poi verrà a far parte di una tradizione non nasce nel nulla, ma da un contesto ben strutturato. In definitiva, ciò che in seguito si chiamerà tradendum nasce all’interno di una tradizione. Sembriamo in un circolo chiuso per cui per spiegare una parte abbiamo bisogno della definizione dell’altra e viceversa. La tradizione vive costantemente in un presente ed è il continuo procedere di quest’ultimo, il tempo, che ci permette di parlare di tradizione in modo non astratto. Infatti, la tradizione non è qualcosa di dato, bensì è una realtà posta costantemente dall’uomo. Questo è perlomeno il processo che avviene dal punto di vista teorico. Nel presente dove costantemente abbiamo visto formarsi la tradizione, quest’ultima è sentita dall’uomo come qualcosa di dato, di posto da altro. Il tradendum è sentito come una forza immateriale che incute timore e alla quale va riservata una incondizionata obbedienza. Tutto questo è disumano proprio perché è una chiara distorsione delle capacità dell’uomo. Il compito di quest’ultimo, da un punto di vista teorico, sarebbe quello di passare al setaccio del proprio intelletto tutte le informazioni che ogni giorno e ogni istante gli presentano. Che cosa in realtà avviene? Al posto della personalizzazione delle cose, subentra la passività di fronte ad esse. Invece di farsi promotore attivo del suo mondo, diventa succube di ciò che dovrebbe dominare. Va, comunque, specificato che la personalizzazione del mondo è posta sul piano esigenziale e, di conseguenza, trova non poche difficoltà ad affermarsi nella concretizzazione storica. In questa prospettiva, la tradizione arriva all’individuo come patrimonio genetico già dato e posto da altro. Quando il senso comune parla di tradizione si riferisce ad una realtà oggettiva già stabilita, che dev’essere assunta. Il rifiuto della tradizione da parte dell’individuo pone quest’ultimo ai margini del sociale, del mondo al quale appartiene.

I criteri per cui un nuovo elemento può diventare appartenente al patrimonio genetico della tradizione, sono contenuti nella stessa. Questo implica che, il nuovo elemento, per passare alla storia deve costantemente subire il giudizio della verità che viene attribuita ad essa. Infatti, dire tradizione significa implicitamente riferirsi ad un determinato concetto di verità. Che cos’è che è più vero? Che cosa del mondo nel quale ci troviamo vale di più? Vale di più ciò che corrisponde maggiormente agli elementi che la tradizione della cultura dominante possiede. Noi così affermiamo la maggiore o minore validità di una cosa rispetto ad un’altra in base a dei criteri oggettivi contenuti nella tradizione. Al soggetto non rimane altro che farsi portatore di un insieme di elementi mai posti o scelti da lui. Sembra un’affermazione paradossale, ma, a nostro avviso corrisponde alla realtà nella quale viviamo. Perché, infatti, affermiamo che una cosa è più bella di un’altra? Oppure, perché critichiamo alcune manifestazioni come non sensate o fuori luogo? Le nostre tanto decantate capacità di scelta, in questa prospettiva, vengono ridotte a ben poca cosa. Noi non siamo nient’altro che i fedeli portatori di un materiale non mai scelto da noi, e in base a questo giudichiamo, valutiamo, viviamo. A che cosa è dovuta questa nostra evidente passività? A questa importante domanda risponderemo in seguito. Ora ci interessa soffermarci più attentamente sulla forza che la tradizione esercita sul singolo.

La tradizione è diventata una potenza irresistibile. Non è assolutamente possibile pronunciare un giudizio senza riferirsi ad un contesto tradizionale. L’uomo è uomo solo in quanto è capace di farsi fedele portatore della tradizione. La forza di quest’ultima si è venuta a costituire gradualmente nel tempo. Occorre precisare che, ogni epoca e ogni società, ha avuto e ha una propria tradizione. La comunità degli uomini ha sempre posto in un nucleo di proposizioni i criteri di veridicità per la propria epoca. La tradizione filosofica ci dice che fa parte della struttura antropologica dell’uomo il bisogno di verità. È una esigenza irrinunciabile, pena la disintegrazione del sé. Possedere dei costanti punti di riferimento per vagliare qualsiasi esperienza umana è una condizione fondamentale. La tradizione è proprio questo schema di riferimento. Com’è possibile, però, che lo schema di riferimento di un’epoca possa valere anche per quelle successive? Come mai gli elementi di una tradizione resistono alla prova del tempo, rimanendo per parecchi secoli inalterati? Spesso, noi uomini del duemila, valutiamo situazioni o cose utilizzando gli stessi criteri che venivano presi in considerazione da persone e, quindi, società vissute parecchi secoli fa. Non sarebbe più opportuno formulare uno schema di riferimento per ogni epoca? Alla luce di questi interrogativi, possiamo considerare l’uomo piuttosto lento nel cambiare le proprie abitudini. Per certi versi, l’uomo di oggi è lo stesso di quello di ieri. Le capacità riflessive non servono che a confermare quello che gli avi avevano pensato.

Se la tradizione ha sempre avuto una tale potenza, come si è venuta a costituire? Come nasce, ad esempio, il criterio per cui una cosa è più bella di un’altra? Quando osserviamo un oggetto e intendiamo valutarlo con la categoria del bello, non facciamo un’invenzione, ma ci serviamo di strumenti già dati (occorre studiare la genealogia della formazione dei criteri valutativi: perché un quadro è più bello dell’altro? Che cosa mi spinge ad affermare ciò? Per rispondere a questa domanda occorre conoscere la tradizione artistica e più specificatamente quella pittorica): in fin dei conti che cosa vogliamo dimostrare con queste affermazioni sulla tradizione? Vogliamo soprattutto trovare due risposte: una riguardante il grado di libertà di scelta del singolo; l’altro la possibilità di riscoprire un cristianesimo essenziale, liberato, cioè, da tutti i residui ricevuti dalla tradizione.

Rispetto alla tradizione, la libertà del singolo si situa ad un secondo livello di complessità. Noi, infatti non creiamo mai nulla di nuovo, ma continuamente scegliamo in base a cose già date, già poste dalla tradizione. Alla mattina quando ci alziamo possiamo scegliere se metterci la camicia rossa o gialla, ma mai potremo optare per il kimono. Il nostro unico compito verso il quale indirizziamo il nostro bagaglio intellettivo è valutare gli elementi posti dalla tradizione. A questo punto, sarebbe estremamente interessante indagare sui motivi che hanno portato ad affermarsi un elemento anziché un altro, comprendere quali fattori sono intervenuti per far si che la nostra realtà sia strutturata in un modo anziché in un altro. In fin dei conti c’è molta soggettivismo nei contenuti della tradizione, che vengono spacciati come contenitori di valori oggettivi […].

 

 

venerdì 6 agosto 2021

DIO NELLA PRIGIONE DELL’ESSERE




Paolo Cugini

È possibile pensare e percepire Dio al di fuori delle categorie metafisiche della filosofia occidentale che da sempre lo descrivono nei termini ontologici dell’Essere? Ci ha provato il filosofo francese Jean Luc Marion a liberare Dio dalla prigione dell’essere. Forse, però, non c’è bisogno di scomodare la filosofia per capire che Dio è al di là delle nostre griglie concettuali.

La percezione di Dio avviene, prima di tutto, nella storia personale di una persona e, quindi, nell’orizzonte delle percezioni sensibili, interiori ed esteriori. Non arriviamo a Dio perché dimostriamo razionalmente la sua esistenza, ma perché ne percepiamo la presenza. Arriviamo a credere in lui perché, per certi aspetti, lo vediamo, lo sentiamo, ci accorgiamo che c’è qualcosa di nuovo, di qualitativamente differente. E, allora, più che dimostrare la sua esistenza con argomenti razionali, lo testimoniamo, perché lo abbiamo visto, sentito, percepito. Se l’argomentazione razionale ha bisogno di una logica ferrea, si sillogismi ben articolati che giungo ad una conclusione che non lascia spazio al dubbio, ben differente è ciò che procede dalla testimonianza.

In primo luogo è sempre personale, soggettiva. Ciò non significa che abbia una validità minore rispetto ad una prova che ha un fondamento esclusivamente oggettivo, come un’equazione matematica. Stiamo, infatti, parlando di Dio, il quale non può essere incasellato da alcuna argomentazione, nel senso che di Dio c’è sempre qualcosa che ci sfugge, che rimane fuori dal nostro orizzonte di conoscenze. Questo è un aspetto importante da considerare. Nessuno può avere la presunzione di sapere tutto di Dio, o comunicare in modo apodittico qualcosa di Lui. Ogni volta che parliamo di Dio, dobbiamo imparare a toglierci i calzari, come fece Mosè quando si avvicinò al roveto ardente dove vide la presenza di Dio.

In secondo luogo, Dio non si manifesta con fattezze umane. Lo chiamiamo Padre per comodità di espressione filtrata dalla cultura patriarcale. Dio non ha sesso, né genere. Di Dio possiamo solo parlare per supposizione, per approssimazione. Per difetto, dunque. Possiamo condividere quella particolare esperienza sensibile così diversa dal punto di vista qualitativo e, spesso emotivo, che la chiamiamo Dio, senza sapere bene di che cosa si tratta. Chi può discernere le nostre impressioni e verificarne la bontà, possono essere solamente coloro che provengono dallo stesso tipo di esperienza, che hanno un vissuto simile da condividere.

C’è, poi, la sua Parola, quella che si trova scritta nella Bibbia e che viene definita Parola di Dio. Anche questa, però, va filtrata, verificata, perché ripiena di elementi culturali dell’epoca in cui è stata scritta. Dio si rivela e lo fa utilizzando la cultura del tempo per potersi comunicare con quegli uomini e con quelle donne. I testi che leggiamo nella Bibbia sono ripieni di elementi culturali specifici del periodo in cui è stato scritto quel testo in particolare. Riusciamo a cogliere la verità della Parola rivelata sia attraverso il lavoro degli esegeti, che attraverso l’esperienza personale, che ci permette di riconoscere il Signore ascoltato nella Parola, con quello incontrato nella vita.

Dire Dio in questo particolare frangente della storia, che in pochissimi decenni ha smantellato la fragilità dei sistemi razionali, che alla distanza si sono dimostrati incapaci di descrivere il Mistero, significa il coraggio di piegare le sbarre arrugginite della metafisica, che per secoli hanno preteso di rinchiudere il Mistero e così liberarlo, permettendo alle persone libere d’incontrarlo per come si manifesta e non per come lo si rappresenta. 

giovedì 10 dicembre 2020

La dignità umana e il problema del fondamento dei diritti umani. Alcune prospettive del dibattito attuale

 



 

Paolo Cugini

 Il concetto di dignità umana è divenuto particolarmente significativo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, come frutto della riflessione sui tragici eventi che l’hanno caratterizzata. Da quel momento, il termine dignità umana appare non solo nei documenti internazionali come la dichiarazione universale dei diritti umani adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione, il 10 dicembre 1948 a Parigi, ma anche in molte costituzioni nazionali, come quella italiana, e regionali. Certamente, sia in campo filosofico che giuridico il tema era già presente e dibattuto prima di questi tragici eventi, ma si è particolarmente acceso proprio a partire dalla necessità di chiarire i limiti e, allo stesso tempo i valori fondamentali, che potevano essere indicati come vincolanti l’agire umano. Tale riflessione, è divenuta ancora più urgente negli ultimi decenni su alcuni temi di bioetica come l’eutanasia, il fine-vita, l’aborto, tra gli altri. Il problema che viene sollevato è il seguente: quando parliamo di dignità dell’uomo, che cosa intendiamo? Nelle ricerche analizzate emergono, in linea generale, due correnti di pensiero: la teoria ontologica o della dotazione e la teoria utilitaristica o della prestazione.

La teoria ontologica fonda la dignità dell’uomo su Dio, per cui essendo l’uomo ad immagine di Dio, ogni aspetto della vita umana è sacro. La positività di questa teoria consiste nel proporsi come baluardo per ogni momento della vita umana, anche e soprattutto, in quei momenti in cui la persona è più debole come la nascita, la malattia e la prossimità della morte. Questa teoria si è sviluppata in occidente soprattutto grazie al cristianesimo, che trova nella Sacra Scrittura i fondamenti delle proprie posizioni. L’uomo ha una dignità che le è stata conferita da Dio, poiché lo ha creato a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26). La riflessione Patristica dei primi secoli della Chiesa e, soprattutto, la teologia Scolastica di Tommaso, hanno fornito una struttura metafisica a tale posizione. L’uomo ha una dignità che non solo gli è conferita da Dio, ma che è inscritta nella natura umana è, quindi, un “possesso originario”, ereditato dalla nascita e, di conseguenza, un dato oggettivo indiscutibile. Questa impostazione ontologica apre il cammino ai così detti valori non negoziabili, nel senso che non sono oggetto di discussione, perché protetti dalla sacralità della vita che viene da Dio e che trova un fondamento metafisico nella legge naturale. Il discorso sui diritti dell’uomo, in questa prospettiva ontologica, ha una valenza universale, perché non dipendono dall’agire umano, o da valori soggettivi e, proprio per questo, devono essere difesi universalmente. Questo modo di fondare il discorso della dignità umana, nel contesto secolarizzato in cui viviamo, incontra molti detrattori che, pur riconoscendone alcuni elementi fondamentali, come il valore della vita, non accettano una argomentazione di tipo religioso o metafisico, perché esclude un dibattito razionale che possa attualizzare e contestualizzare il discorso. In ogni modo, la prospettiva ontologica offre non pochi vantaggi sul piano della vita quotidiana. Infatti, come osserva Francesco Viola:

“vantaggio pratico della via ontologica, e della teoria della dotazione che è ad essa collegata, è quello della totale non discriminazione fra gli esseri appartenenti alla specie umana. La via ontologica non tollera alcuna discriminazione derivante dalla razza, dal genere, dallo stato di salute, dal grado di capacità in atto possedute, dallo sviluppo intellettuale e morale. Tutti coloro che appartengono alla specie umana hanno ipso facto quello status normativo particolare che viene solitamente designato come dignità”.



Al polo opposto, si pone la prospettiva utilitaristica che fa dipendere la dignità umana dal risultato dell’agire umano, “una conquista della soggettività umana che si costruisce una propria identità”. Merito, potere, virtù o censo possono essere elementi che determinano un grado di qualità di una persona rispetto alle altre. Nella teoria utilitaristica la tutela della dignità dell’uomo “è essenzialmente imperniata sul rispetto della sua volontà e, pertanto, può essere posa in essere solo quando l’individuo gode di piena autonomia”. In tale concezione, diventa fondamentale il principio di autodeterminazione, per il quale è necessario assicurare al soggetto il massimo grado di libertà e decisionalità sulle questioni che lo riguardano. C’è un’assolutizzazione della libertà di scelta soggettiva, che apre questioni delicate sul piano morale, lasciando scoperte di protezione proprio quelle situazioni umane più necessitanti di sicurezza da parte dello Stato o di organi competenti. Se, infatti, è degna la persona che per una serie di circostanze riesce a “meritarsi” una qualità della vita degna, che dire di tutto coloro che, per condizioni sociali o fisiche, partono svantaggiati non potendo, quindi, provvedere alla crescita qualitativa della propria esistenza? L’impostazione utilitaristica è alla base della cultura che considera le persone non tutte degne degli stessi diritti; è alla base della società divisa in classi che dichiara qualcuno più degno dell’altro, a partire non da qualità innate, ma da una posizione accidentale dovuta dal fatto di essere nato in una casa piuttosto che in un’altra. Sfogliando le pagine della storia occidentale e anche le pagine dei libri sacri, troviamo le impronte di queste civiltà che hanno giustificato la schiavitù, la superiorità di rango, la giustificazione di privilegi e di punizioni. Secondo Carminiani: “corollari di questa tesi sono: è più degno chi vive meglio, chi è in condizioni di poter perseguire il massimo grado di soddisfazione personale; in definitiva chi nella vita gode di più”. La giustificazione sul porre fine alla vita quando questa si trova in condizioni considerate indegne, trova il suo appoggio teorico nella prospettiva utilitaristica.



La domanda che, a questo punto del discorso, viene spontanea è la seguente: quando nei documenti del diritto internazionale o nazionale incontriamo l’affermazione della dignità umana, a che cosa si riferisce e che cosa s’intende? Quando c’imbattiamo in queste affermazioni generali entrano in gioco le nostre precomprensioni teoriche più o meno esplicitate, ma non sappiamo quali sono le intenzioni del redattore dei testi. Senza dubbio, c’è alla base il desiderio e la volontà di offrire strumenti giuridici in grado di garantire la massima protezione possibile alla vita umana in tutte le sue fasi e a tutte le latitudini. Nella conclusione proverò ad abbozzare una mia riflessione sul tipo di fondazione che oggi il diritto internazionale cerca per avvalorare le proprie posizioni.

Ripercorrere, se pur velocemente e con notevoli dimenticanze e lacune, alcune delle riflessioni che hanno segnato il pensiero occidentale sul tema della dignità della persona umana, permette di comprendere la profondità e la ricchezza culturale che ha segnato la nostra civiltà. C’è stato un lungo cammino in cui la filosofia e la teologia hanno dialogato, offrendo contenuti che per molti secoli si sono intrecciati per poi, ad un certo punto, intraprendere ognuno il proprio cammino. Questa separazione, seppur necessaria, ha lasciato a mio avviso qualche traccia negativa all’interno della cultura occidentale, perché, segnando negativamente la religione e la sua istituzione, spesso e volentieri non ha permesso l’obiettività di riconoscere i contenuti positivi e, per certi aspetti universali, di cui ancora oggi l’umanità necessita.

Il rifiuto di ogni fondazione metafisica da una parte e l’ambiguità dell’approccio utilitaristico dall’altra, obbligano a cercare quella che possiamo definire una terza via, per formulare criteri il più possibile condivisi, che aiutino le persone a prendere decisioni che sappiano salvaguardare la dignità della persona umana in tutti i momenti della vita. In questa prospettiva, a mio avviso, è possibile attivare il principio di responsabilità, così come indicato da Hans Jonas, solamente all’interno di un processo che sappia ascoltare e valutare le opinioni provenienti dalle diverse matrici culturali di un luogo. È la proposta elaborata da Jurgen Habermas nella sua teoria dell’agire comunicativosecondo il quale, per raggiungere il massimo possibile di obiettività, occorre che il linguaggio dei partecipanti del dibattito sia intellegibile per tutti. Per questo motivo, non è possibile argomentare facendo riferimento a codici religiosi o filosofici o di altra natura, conosciuti solamente da colui che prende la parola. Inoltre, la discussione non dev’essere viziata dal tentativo subdolo di voler a tutti i costi convincere e persuadere l’interlocutore su quello che si vuole affermare e, per questo, il dibattito deve avvenire sul piano della chiarezza e dell’autenticità. Questi criteri, secondo Habermas, sono il minimo che si possa richiedere in qualsiasi dibattito che ricerchi la verità su qualche aspetto della vita sociale, che cerchi risposte a problemi concreti della vita. In questa prospettiva, a mio avviso, viene superata la questione della formulazione di diritti universali della persona umana, perché ciò che importa è la ricerca di una decisione che interessa la comunità locale.





Una simile impostazione, anche se partendo da un punto di riferimento diverso, è quella di Gianni Vattimo. Venendo meno le narrazioni metafisiche per quel processo di dissoluzione dell’essere che la storia della metafisica porta con sé, non rimane altro che interpretare gli eventi per come appaiono sul piano della storia. L’ermeneutica diviene, allora, lo stile di coloro che, abbandonando la presupposta presunzione di chi crede di trovare verità assiomatiche in un percorso storico dominato dalla contingenza, diviene capace di accompagnare il manifestarsi della realtà per offrirne un’interpretazione. Chi è in grado, a detta di Vattimo, d’interpretare un evento dichiarando buono per il bene comune, è la comunità che lo valuta a partire da alcuni criteri condivisi come la vita e l’amore.

Habermas e Vattimo sono solamente alcune delle proposte emerse in questi ultimi decenni di crisi della metafisica classica e affermazione di una cultura che fa fatica a pensare oltre la soglia di casa. Forse possono apparire posizioni deboli, inconcludenti. A mio avviso, però, mostrano lo sforzo di pensare cammini nuovi in grado di offrire alcuni principi, capaci soprattutto di coinvolgere le comunità, vale a dire i diretti interessati dei problemi affrontati. Forse è questo aspetto, una delle maggiori lacune del pensiero forte, così forte da elaborare teorie che spesso e volentieri nella storia hanno scartato i più deboli.

 

sabato 5 dicembre 2020

Tra libertà e dignità: da Pico della Mirandola a Emmanuel Kant

 



 

Paolo Cugini

Pico della Mirandola, filosofo umanista, ci aiuta ad approfondire il concetto di dignità. Troviamo i contenuti significativi che fondano in modo nuovo il concetto di dignità nel: Discorso sulla dignità dell’uomo scritto nel 1486. Secondo Pico, la dignità dell’uomo non gli viene data da Dio, ma è relativa alla sua natura umana. Pico lavora in una dimensione multiculturale e cerca qualcosa che è comune a tutte le culture. Cos’è comune a tutte le culture? Dire che nulla è più splendido dell’uomo.  La differenza tra intelletto e ragione è che la ragione indaga (è argomentativa) e l’intelletto è intuitivo e dà luogo a delle evidenze. 



All’uomo sarebbe riconosciuto di essere elemento di temporalità, ma anche eterno. Pico pensa che l’uomo ha in sé tante caratteristiche importanti, ma non lo rende l’essere migliore al mondo: ci sono creature di gran lunga superiori ed ammirabili. Dopo aver dubitato, dichiara di aver intuito che cosa faccia dell’uomo un miracolo, una meraviglia tra i viventi. Pico convoca Mosè e Timeo, quindi Atene e Gerusalemme. La paterna potestà (Dio) non può venir meno al suo ultimo desiderio, che dev’essere di altissimo livello. “di natura indefinita”: non disponendo di un’altra cosa, di un altro luogo, di un altro archetipo, dà all’uomo tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. L’uomo dispone di tutto quello che hanno gli altri, ma gli dà una natura indefinita in questo modo. Tu te la determinerai, da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai Una natura indefinita vuol dire che non è determinato ad essere per sempre la stessa cosa. Una natura che può farsi, che rispetta sé stessa, nel suo farsi. Definire l’uomo di natura indefinita significa ampliare le sue possibilità. La natura indefinita vuol dire, dunque, un’estrema potenzialità. In altre parole, per Pico della Mirandola ciò che identifica la dignità dell’uomo è la sua libertà, la sua possibilità di determinarsi in ogni momento come vuole. O suprema liberalità di Dio padre! o suprema e mirabile felicità dell'uomo! a cui è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole.

 


Arriviamo, così, a Kant, vale a dire in pieno illuminismo. La morale è auto-nomos (legge a se stessa), quindi deve trovare dei valori intrinseci, dei criteri che sono autonomi. In questo, Kant pone come uno dei doveri morali principali il fatto che l’uomo non deve mai essere mezzo, ma sempre fine. Sono le leggi assolute della morale autonoma, leggi che vengono dettate dalla ragione. Il criterio della morale non è più qualcosa di eteronomo, ma è la ragione che detta alcune regole, tra cui la più importante è: agisci in modo da trattare l’uomo così in te come negli altri sempre anche come fine, non mai solo come mezzo. Questa legge fa sì che in Kant la dignità, il fatto che l’uomo non sia mezzo ma fine, implica un rispetto reciproco, una reciprocità. L’aspetto significativo per il nostro discorso è il fatto che reciprocamente ci si deve rispettare e fare carico dell’altro come un fine. È soltanto nel rispetto della dignità propria e altrui, ovvero nella moralità della propria condotta, che a ciascun essere umano è dato di realizzare pienamente sé stesso e la propria libertà. Questo fatto mette in campo il termine dell’uguaglianza tra gli uomini: nessuno è superiore agli altri, nessuno può usare un uomo come mezzo per raggiungere un fine, ogni uomo è sempre un fine a sé stesso. Kant sostiene che, mentre il dovere negativo e il dovere giuridico sono vincolanti, il dovere positivo è un punto di arrivo che può essere guadagnato dall’umanità. Se in Pico la libertà era il focus, nei testi kantiani recuperiamo il fondamento dell’uguaglianza. Per Kant il termine della dignità è fondamentale per garantire il progresso: non c’è progresso se non nel rispetto della dignità dell’uomo.

 

lunedì 26 ottobre 2020

STANDARDIZZAZIONE E LIBERTA'

 


UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BERGAMO

GLOBALIZZAZZIONE E SCIENZE SOCIALI

Venerdì 23 ottobre 2020

 

Prof: Stefano Tomelleri

Sintesi: Paolo Cugini

 

 

Standardizzazione: standard è un format, un algoritmo che decide chi dobbiamo veder. Non abbiamo una logica del funzionamento dell’algoritmo, che però ha un’influenza sulla nostra vita. Lo standard ci crea un ambiente umanamente sostenibile. La tecnologia ha raggiunto un livello di sofisticazione tale che hanno prodotto delle antropologie implicite. Ciò significa che accettando gli standard proposti, si accoglie una particolare visione dell’uomo, un modo di essere. Dove c’è sicurezza e confort c’è anche perdita della libertà.

O siamo dentro allo standard o siamo fuori. Gli algoritmi selezionano le notizie, idee, e condizionano il nostro immaginario. La Cina ha necessità di controllare gli algoritmi. La dittatura teme le altre dittature. Qual è il ruolo delle agenzie che filtrano le notizie, le immagini che filtrano le notizie?

Coca cola ha fatto una campagna sul movimento. Per smaltire un litro di coca-cola ci vogliono 8 ore di attività fisica. Sono i paradossi dello standard.

La capacità dello Standard è quello di prevedere la realtà. Gli standard tolgono lo spazio di libertà, creando l’illusione della libertà. Ciò non significa che dobbiamo togliere lo standard, perché abbiamo bisogno di modelli capaci di prefigurare il futuro. Lo standard è stato pervertito in uno strumento di influenza sulle persone. Occorre capacità critica.

Delirio del non senso, l’arte della fuffa: “mandami un’email”. Questa è la riproduzione del modello che dobbiamo rendicontare. Chi è il responsabile dello standard? Scompare nel sistema della standardizzazione.



Mary Douglas, come pensano le istituzioni? (Bologna: Il mulino 1990). Pensano come sistemi organizzativi.

Uno dei grandi temi di Goethe è quello di rendere disponibile l’anima. Oggi si crea lo scalpore moralistico. Il punto: perché si ritiene che il tuo corpo diventi disponibile al commercio? È una dimensione culturale.

Marc Augé: c’è una sensazione di eterno presente, senza un futuro, nel senso che ad un certo punto scompare il pensiero sul futuro che aveva caratterizzato i grandi sistemi filosofici prodotti nella modernità.

Siamo sempre disponibili h 24. È assurdo. Si è creato il problema del flusso permanente: devi essere sempre connesso, se no sei fuori.

A questo punto del discorso il problema è: come possiamo riappropriarci del tempo? Abbiamo reso anche il futuro disponibile. Il passato non esiste più e quando neghi il passato neghi l’eredità, che è tutto ciò che portiamo dal passato e dice di un’identità.  L’idea della disponibilità assoluta è nociva alla performance. Porta all’esaurimento delle persone che sono in una organizzazione. Occorre fermarsi. Occorre spegnere il cellulare, dice Marc Augé.

L’immigrato arriva nel nostro flusso e ci arriva a piedi pari e rischia di essere travolto dal capitalismo, da un sistema economico e di pensiero che non gli appartiene.

Domanda: in questo contesto i legami sociali sono ancora possibili?