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lunedì 17 luglio 2023

ERA DA TANTO

 

Vetrata nella chiesa della Sacra Famiglia


ERA DA TANTO

 

Paolo Cugini

 

Non ero più abituato a vedere tanti ragazzi e giovani entrare in chiesa tranquillamente senza sbuffare, ma anzi essere presenti assumendo compiti nella liturgia, nel canto o come chierichetti. Non ero più abituato a vedere a messa tante coppie di sposi con i loro figli. È veramente una chiesa giovane. Alla messa delle 7 del mattino nella chiesa della zona missionaria Sacra Famiglia, ho contato una ventina di ministri: della parola, dell’eucarestia, del canto, oltre ai chierichetti e, tra loro, ragazzi, ragazze e bambini. Sabato pomeriggio avevo partecipato all’incontro che il diacono Riccardo ha tenuto ai ministri dell’Eucarestia delle quattro comunità di cui è costituita la zona missionaria (che non è ancora parrocchia), nella quale sono in aiuto a don Candido, attualmente a San Paolo per stare vicino al padre che si sta curando da un tumore. Ho chiesto ai ministri dell’eucarestia se il loro compito era solo quello di aiutare il prete all’altare nell’ora della comunione e loro mi hanno risposto che il loro impegno è soprattutto con gli anziani, gli ammalati della comunità, ai quali portano la comunione settimanalmente.

Il diacono Riccardo tiene il corso per i ministri dell'Eucaristia 


Mentre partecipavo a questo incontro formativo, pensavo alla situazione nella quale mi sono trovato negli ultimi tre anni nella quattro parrocchie della bassa bolognese dove, a causa di decisioni passate da parte di alcuni vescovi poco lungimiranti, non sono ammessi ministri e ministre dell’eucarestia. E così si toglie la possibilità a tante persone anziane sole in casa, che un tempo partecipavano alla vita della comunità, di poter ricevere la comunione. È un classico esempio dei danni che le idee sbagliate che assimiliamo dalla cultura patriarcale e misogina dominante, ci conduca a fare scelte sbagliate che danneggiano noi e gli altri.

La segretaria delle 4 comunità stipendiata dalle stesse


Le quattro comunità della zona missionaria Sacra famiglia sono coordinate da quattro laiche: Sandra, Angelica, Estela e Luzimeire. Sandra mi ha detto che, quando il prete non c’è alla domenica, non ci sono problemi. Non cercano un prete per sostituirlo, anche perché i preti hanno già un sacco di messe da celebrare nelle loro comunità, ma sono le ministre della parola che celebrano.

-          E la gente cosa fa? Va a cercare una chiesa dove c’è la messa?

-          Assolutamente no. La gente viene alla celebrazione, perché il centro del nostro cammino è il Signore presente nella comunità.

Confraternizzazione dopo la messa del sabato


Dieci anni di chiesa italiana così clericale non solo nei preti, ma anche in molti laici e laiche, mi aveva fatto dimenticare il suono soave di queste parole: il valore della comunità. Comunità che non dipendono dal prete, perché sono molti i laici e le laiche che assumono incarichi, perché amano la loro comunità e la vogliono vedere viva e attiva. In pochi giorni mi è stato offerto molto materiale su cui rflettere.

giovedì 6 settembre 2018

UN MODO DIVERSO DI VIVERE LA MISSIONE: DON FERNANDO CASTRIOTTI



Don FerdinandoCastriotti assieme a Maria Soave Buscemi



Paolo Cugini
Che cosa significa essere missionario e che cosa comporta la missione? Solitamente la missione si realizza in contesti di povertà, in cui l’annuncio del Vangelo esige anche lavorare pastoralmente per la promozione umana delle persone che s’incontrano. Luoghi di povertà significa muoversi in territori in cui il potere politico locale è corrotto e, di conseguenza, diviene difficile un lavoro di sensibilizzazione e il coinvolgimento delle persone nei processi di liberazione che s’intendono mettere in atto. don Ferdinando Castriotti, classe 1969 della Diocesi di Melfi, lavora da circa otto anni (in due momenti diversi) nella città di El Paraiso, in Honduras, a 8 Km dal confine con il Nicaragua. Non è la sua prima esperienza missionaria visto che ha già lavorato anche nel Ciad, in Africa, oltre ad aver insegnato all’Università a Gerusalemme. Nei primi cinque anni della sua attività missionaria padre Fernando ha messo in piedi più di 100 comunità ecclesiali di base, costruendo assieme alla gente, uno spazio per celebrare il culto e realizzare gli incontri, ma soprattutto, accompagnando la formazione dei laici affinché potessero riuscire a portare avanti la vita della comunità. In questo percorso, momento fondamentale è stato l’incontro mensile di formazione biblica e religiosa al quale partecipavano più di mille persone. Il percorso formativo teologico-pastorale durava tre anni e terminava con un esame. In questo modo, lentamente la vita delle comunità si è strutturata e stabilizzata.

Alcuni amici in visita alla missione di don Ferdinando

La cosa più sorprendente e originale di don Ferdinando è la serie di progetti messi in piedi in pochi anni per rispondere alle esigenze caritative che incontrava. A El Paraiso ha realizzato:

·         Casa di recupero per persone tossicodipendenti
·         Casa di riposo per anziani
·         Scuola materna e elementare
·         Ospedale (il più importante della regione)
·         Casa accoglienza per donne vittime di violenza
·         Casa accoglienza per persone speciali con sindrome di down
·         Acquedotto
·         Gruppo di 18 case nel quartiere più povero della città per i senza tetto
·         Centro di prima accoglienza Madre Teresa
·         Città dei giovani (anfiteatro e centro sportivo)
·         Centro di formazione umana e sociale
·         Città della misericordia ( in Danli e in collaborazione con la università cattolica)

Di solito, quando il missionario straniero mette in piedi delle opere, il grande problema diviene la possibilità di portarle avanti. Nella grande maggioranza dei casi si tratta di opere destinate a chiudere, anche perché, essendo opere costruite con soldi del paese di origine del missionario, terminano con la chiusura dei fondi. L’originalità del lavoro di don Ferdinando sta nel fatto che, oltre alle opere, ha pensato di articolare una serie dei progetti capaci di produrre fondi in modo da sostenere le opere caritative realizzate. Questa seconda parte di progetti è raccolta dalla Fondazione Alivio Del Sufrimiento. La Fondazione sorta nel 2010, gestisce piantagione di caffè, mais, raccoglie fondi da benefattori sia dell’Italia che dell’Honduras. Il gruppo della Fondazione conta con quattordici persone che gestiscono il capitale e il funzionamento delle opere.


Casa in cui vengono accolte le persone speciali con sindrome di down e in cui vive don Ferdinando

La sua capacità imprenditoriale è nata negli anni ’90 in Italia, con la strutturazione del progetto Policoro, che cercava di rispondere alla domanda dei giovani disoccupati del Sud Italia. “In quel tempo ci domandavamo: noi come chiesa come possiamo rispondere a questa domanda dei giovani che sono disoccupati e che spesso devono emigrare? La risposta è stata quella di mettere insieme ciò che la Chiesa e lo Stato avevano, e cioè di mettere in piedi delle cooperative (più di trecento) che gestivano il patrimonio della Chiesa (vecchi seminari trasformati in Hotel, terreni, miele, ecc). Era la prima volta che la chiesa si metteva a lavorare ad un progetto con tre pastorali riunite: Caritas, Pastorale Giovanile e Pastorale del Lavoro”. Altra parola importante di quel periodo è stata: reciprocità. Infatti, grazie ad un lavoro di sensibilizzazione, “abbiamo fatto in modo che nascesse un rapporto di reciprocità tra Diocesi del Sud con Diocesi del Nord Italia”.
Nel lavoro pastorale di don Ferdinando c’è stata la continua attenzione di legare insieme la fede con la vita, la liturgia con la carità. “Quando ero parroco, su due cose abbiamo lavorato in Parrocchia: la formazione e i frutti dell’evangelizzazione, che sono la carità e le sue opere. La vita religiosa non è una cosa legata alle celebrazioni, ma a consolidare una formazione e a dare delle risposte sui problemi che incontri”.

Incontro con un ministro della Parola in una delle 102 comunità della parrocchia di El Paraiso

Secondo Don Ferdinando questo stile, che potremmo chiamare imprenditoriale, è possibile e necessario insegnarlo ai missionari. “Ci vogliono gli strumenti minimi per formare una cooperativa, per imparare come si forma una fondazione, a cosa serve e come. E’ importante che il missionario, che sa di essere destinato a territori di grandi povertà, cerchi competenze specifiche. Deve, cioè, avere gli strumenti per poter agire in un territorio e trasformare il processo di evangelizzazione in un paese povero, con strumenti caritativi che rispondano al problema”.
Altro punto importante che don Ferdinando sottolinea, consiste nella capacità di dialogo con l’apparato amministrativo di una città, per coinvolgere i politici locali nella costruzione delle opere. “Senza l’appoggio dei politici locali non sarei riuscito a costruire nulla. Per mettere in piedi delle opere caritative ci vogliono dei permessi che solo i politici locali ti possono dare. Come si fa a lavorare con politici corrotti? Il politico corrotto cerca di stare alla larga, o si muove per promuoversi sfruttando l’immagine. Occorre tenere le mani libere ma poi è il popolo che giudica l’operato dei politici locali. Tutto nasce da un rapporto di amicizia normale. Ci beviamo un caffè insieme e poi gli faccio la proposta. E’ la gente poi che parla. Dicono che ha fatto di più il padre in cinque anni che i politici in tutta la vita”.

Interno della  Casa di recupero per persone tossicodipendenti

C’è stata una capacità di coinvolgimento dei politici locali, che ha permesso la realizzazione delle opere caritative e il loro accompagnamento.  Un missionario, ricorda don Ferdinando, oltre alla Bibbia e ai libri di teologia, deve leggere la costituzione e i documenti che regolano la vita economica e politica della città in cui andrà ad attuare. Senza dubbio, in Italia le cose sono differenti, ma in terra di missione non possiamo permetterci di arrivare sprovveduti o pensare che il processo di evangelizzazione termini con l’amen finale di una messa.

 Le idee nascono ascoltando la realtà. Se mi fermo ad ascoltare un povero – continua don Ferdinando- che chiede l’elemosina, poi cerco di rispondere al problema. I poveri spesso non li conosciamo effettivamente. I progetti che ho messo insieme sono tutti nati da risposte a problemi ascoltati sul territorio”.

Attualmente don Ferdinando vive a El Paraiso, ma è cappellano e professore di bioetica nell’Università Cattolica di Danli, che dista 16 Km da El Paraiso.


sabato 20 gennaio 2018

DECENTRALIZZARE L’AZIONE EVANGELIZZATRICE




Paolo Cugini

Seguendo l’insegnamento di Papa Francesco che, sin dall’Evangeli Gaudium, invitava la Chiesa ad uscire, a non rimanere chiusa nelle calde e comode mura parrocchiali, diviene importante pensare una pastorale in uscita, decentrata. Del resto Francesco non inventa nulla, ma segue l’esempio di Gesù e dei primi discepoli, che annunciavano il Regno di Dio camminando per le strade della Palestina. Anche san Paolo procede con questo stile on the road, formando comunità, individuando i leaders e poi, continuando il cammino. La dimensione missionaria dell’evangelizzazione è senza dubbio una caratteristica inscritta nel DNA della Chiesa, così come l’ha voluta Gesù. Quando una comunità si siede al centro, aspettando le pecorelle e, soprattutto, alimentando spiritualmente solamene quelle che si presentano all’appello, significa che è in atto un processo di sovvertimento della dinamica iniziale. La comunità non può divenire la tomba del processo di evangelizzazione, il punto di arrivo, ma lo spazio propulsore nel processo di evangelizzazione di un territorio.

Che cosa significa questo pensiero pastorale decentrato e che cosa comporta? In primo luogo, significa abitare le periferie geografiche ed esistenziali. Siamo da secoli abituati a svolgere il lavoro di evangelizzazione dentro le mura domestiche della parrocchia. Abitare le periferie geografiche ed esistenziali significa progettare la catechesi ed ogni settore pastorale a partire dalla possibilità di realizzarli in questi luoghi. Sono già molte le esperienze in questo senso, anche se non sempre assumono un carattere di progettualità. Decentrare la pastorale significa valorizzare le situazioni esistenziali già in atto, come i legami parentali, i gruppi di amici di un palazzo, una via, una piazza. Ci sono già nella parrocchia persone che vivono nella stessa via o nello stesso palazzo. Potrebbero bastare poche persone per iniziare un’esperienza di evangelizzazione in un quartiere. Il primo passo e fare la proposta e responsabilizzare le persone in questo servizio. Pastorale decentrata significa coinvolgimento dei cristiani. Ogni battezzato è chiamato ad evangelizzare. Spesso nelle nostre comunità la maggior parte delle persone vive la propria appartenenza alla comunità partecipando alla liturgia domenicale e poco altro. Stimolare una pastorale che valorizza il territorio può riuscire nel compito di coinvolgere un maggior numero di cristiani.

Pensare il cammino di evangelizzazione a partire dalla periferia richiede una conversione pastorale non indifferente. Esige la disponibilità effettiva a svolgere percorsi di evangelizzazione direttamente sul territorio, a casa di altri. Una cosa è aprire la porta e invitare qualcuno a casa propria; tutt’altra cosa è fare in modo di essere accolti e, per così dire, giocare in casa d’altri. Questo cammino obbliga la comunità a pensare itinerari di evangelizzazione non appena per coloro che escono di casa per andare negli spazi della comunità, ma soprattutto per coloro che solitamente non frequentano la Chiesa. Si tratta, dunque, di un’azione evangelizzatrice con un grande accento missionario, che mette a dura prova le motivazioni e la fede della comunità dei fedeli. Nei cammini consueti della pastorale accentrata, non si riesce quasi mai a raggiungere le persone che in un modo o nell’altro si sono allontanate dalla parrocchia. Non si riesce per il semplice fatto che l’impostazione classica centralizzata, non prevede alcuna forma di pensiero verso coloro che abbandonano. Tutto è, infatti, concentrato per coloro che frequentano.

 Ma perché non interessa? Perché le persone che solitamente frequentano la messa domenicale non sono interessate ad annunciare il Vangelo alle persone che vivono nel loro palazzo o nella loro via? Credo che la difficoltà nasca dal fatto che l’annuncio del Vangelo esige uno sporcarsi le mani, un cammino di conversione. Vivere la fede nel Signore come una religione qualsiasi, significa cercare tranquillità, sicurezza spirituale. Del resto la religione, come ci ha insegnato il grande teologo protestante Karl Barth, è un processo che non ha al centro Dio, ma l’io. C’è tutta una pastorale che fa da supporto all’egoismo spirituale, che sorregge lo stile individualista prodotto dal modello neo-liberale. Da una mentalità religiosa è molto difficile uscire con delle idee missionarie. Molto spesso al centro della religione delle nostre parrocchie, non c’è il Vangelo, ma le devozioni. Mentre il Vangelo richiede un cammino di conversione, la devozione ti chiede una genuflessione, un atto di pietà. Rimettere al centro il Vangelo nei nostri progetti pastorali è il primo passo per fare in modo che sorga il desiderio di annunciare a tutti il motivo della nostra salvezza: Gesù Cristo.

In questa prospettiva i quartieri, le strade, le piazze, i palazzi possono diventare delle piccole comunità autogestite pastoralmente. Non È più il prete che ha il controllo di tutto il territorio della parrocchia, ma le persone che abitano concretamente quella via o quel quartiere. Decentrare la pastorale significa non solo pensare cammini di evangelizzazione a partire dall’esterno, ma anche consegnare la progettazione pastorale a chi si assume la responsabilità in quello spazio determinato. In questo modo, è più facile arrivare alle case, alle famiglie, agli ammalati, alle persone bisognose. Avere dei referenti in un quartiere che, in nome del Vangelo e in modo gratuito, si prendono cura delle persone che vivono nel loro territorio, è un dono di Dio. I consigli pastorali potranno essere momenti di confronto sul cammino intrapreso, affinché tutto si realizzi sempre in comunione, ma rimanendo sempre attenti a fare in modo di non voler controllare o censurare la creatività pastorale che sgorga dalla periferia.

Questa modalità pastorale in uscita guadagna in povertà e sobrietà. Abitare il territorio libera dall’assillo delle strutture. Certamente, saranno prevedibili forme di collaborazione economica per gli spazi che verranno utilizzati. In ogni modo, abitare le piazze, i parchi, i centri sociali, le case è molto meno costoso che gestire delle strutture. Sobrietà, poi, fa rima con credibilità. Quante volte le parrocchie e la Chiesa sono accusate di essere ricche! Ci difendiamo, ma chi è fuori e contempla le nostre strutture, non ne esce confortato dalle nostre difese. Sarebbe bello vedere le nostre parrocchie o le nostre unità pastorali, costituite da tante piccole comunità, che apprendono cammini di condivisione, sullo stile delle prime comunità. Sognare può essere pericoloso, ma fa molto bene alla salute dell’anima.


lunedì 16 gennaio 2017

LA MINISTERIALITÀ NELLE NOSTRE COMUNITÀ


Paolo Cugini
Nel cammino di Chiesa che abbiamo intrapreso con le Unità Pastorali è importante capire la direzione che vogliamo imboccare. In questo cammino ci sono offerte delle indicazioni diocesane, che abbiamo già letto e fatto nostre. Soprattutto, però, il cammino che stiamo percorrendo, lo dobbiamo pensare insieme, lasciandoci ispirare dalla Parola di Dio e condurre dallo Spirito Santo. Pensare insieme significa essere presenti nei momenti di confronto, come i Consigli Pastorali o le Lectio del martedì. Essere cristiani adulti nella fede significa assumersi le proprie responsabilità, uscire dall’infantilismo spirituale che pretende sempre di ricevere tutto come qualcosa di dovuto. Costruire un cammino insieme, significa anche che nessuno ha la verità in tasca, ma che la dobbiamo cercare insieme. Inoltre, siccome il cammino indica una meta, significa che camminiamo in avanti e non indietro, guardando a ciò che c’è dinanzi a noi e non a ciò che c’è dietro.

 Il cammino lo costruiamo insieme, cristiani membri di più comunità, che provengono da esperienze diverse e, di conseguenza, abbiamo la possibilità di arricchirci di doni nuovi gli uni gli altri. Confrontandosi con altre esperienze pastorali si percepisce un rischio in questo nuovo cammino ecclesiale, vale a dire la possibilità di perdere il valore della comunità parrocchiale. Se l’Unità Pastorale, infatti, diviene il sostituto della parrocchia e tutto viene deciso in quella sede, il rischio grave è quello di perdere la propria identità di comunità, il rapporto con le persone che sono accanto a noi. Ecco perché dobbiamo interrogarci sulle modalità di ministerialità che la situazione pastorale attuale richiede alle nostre comunità, per mantenersi in vita. Questo vuole dire che, oltre ai sacerdoti e ai diaconi permanenti, occorre interrogarsi sui ministeri che oggi sono necessari per mantenere viva la comunità locale. Attraverso la parrocchia, la Chiesa è sempre riuscita a mantenere un contatto con le persone presenti nel territorio, arrivando loro attraverso i sacramenti e i cammini di evangelizzazione. Parrocchia che, per diversi secoli, si è identificata in Occidente con il parroco. 

L’attuale situazione ecclesiale chiede a tutti i cristiani di recuperare il significato profondo del proprio battesimo, per capire in che modo siamo chiamati ad esercitare i nostri doni profetici, sacerdotali e regali. Lo facciamo insieme, in ascolto di quel sensus fidei del quale tutti siamo dotati in virtù del battesimo. Ascolto che non si esaurisce in un Consiglio Pastorale, ma che richiede un atteggiamento costante di discernimento comunitario dei segni del tempo. Gli Atti degli Apostoli ci ricordano che le prime comunità venivano denominate così: il Cammino. Comunità in cammino, allora, per essere un segno visibile nel mondo della presenza del Signore; comunità capaci di rimanere in ascolto del Signore che ci chiede di rimanere con lo sguardo fisso su di Lui, che si trova sempre dinnanzi a noi e non dietro.