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giovedì 2 ottobre 2025

Pirati, traffico e garimpo: un fiume sulla rotta del crimine al confine dell’Amazzonia

 

Santo Antonio do Iça in un giorno di festa



Articolo di: Bruno Abbud

Traduzione: Paolo Cugini

 

Articolo apparso il 28 aprile 2025 sulla rivista online: SUMAÚMA

[https://sumauma.com/piratas-trafico-e-garimpo-um-rio-na-rota-do-crime-na-fronteira-da-amazonia/].

 

Questa è una storia di pirati, di chi li combatte, di crociate, uomini potenti e ortaggi ingannevoli. Ma è tutt’altro che finzione. È lo specchio di una realtà complessa che mostra come i confini immaginari di un fiume che attraversa quattro paesi permettano alla criminalità organizzata di avanzare senza freni e trarre profitto dalla distruzione dell’Amazzonia.

Nota: (Il "garimpo" è un'attività di estrazione mineraria su piccola scala, spesso illegale, concentrata in America Latina, in particolare in Brasile e Guyana. Consiste nell'estrarre oro, pietre preziose o altri minerali da fiumi e depositi, utilizzando metodi e attrezzature rudimentali. La pratica del garimpo, soprattutto nelle sue forme clandestine, è nota per i gravi danni ambientali e per la non osservanza delle norme di sicurezza, sebbene esistano anche pratiche regolamentate che mirano a garantire sostenibilità economica e ambientale).

Capitolo 1. Le cipolle

Il 6 gennaio, un lunedì, una cuoca prese una cipolla per preparare il pranzo a Santo Antônio do Içá, un comune nello stato dell’Amazonas, al confine con la Colombia. Sollevandola, sentì che era più pesante del solito e chiamò il suo datore di lavoro. L’uomo prese un coltello e cercò di incidere la buccia, ma all’interno trovò una sostanza dura e giallastra: era pasta base di cocaina.

La cipolla ripiena di stupefacente era stata acquistata il sabato precedente dalla suocera, raccontò l’uomo portando l’ortaggio alla Base Garateia della Polizia Federale, una casa in ristrutturazione che ospita due agenti, a volte tre, e che è responsabile del controllo di una delle rotte del narcotraffico più trafficate al mondo. Era stata comprata al supermercato Içaense, il più grande di Santo Antônio do Içá, di cui uno dei soci è il sindaco della città, Walder Ribeiro da Costa, noto come Cecéu, del MDB. In casa dell’uomo furono trovate altre due cipolle ripiene della stessa droga. I poliziotti andarono quindi al supermercato, controllarono cipolla per cipolla, ma non trovarono più cocaina.

Una settimana dopo, però, accadde di nuovo. Un altro abitante portò a casa nuove cipolle ripiene di droga, acquistate sempre al supermercato del sindaco. Quel sabato, quando fu comprata la prima “cipolla battezzata”, la Polizia Militare aveva sequestrato, su segnalazione anonima, un sacco di cipolle ripiene con 16 chili di pasta base di cocaina vicino al porto della città. Raffinata, la sostanza si trasforma in cloridrato di cocaina, la polvere bianca il cui chilo può valere centinaia di migliaia di dollari all’estero. “Quando hanno sequestrato quel sacco, la droga era già nel supermercato del sindaco”, ha detto un poliziotto che ha parlato con SUMAÚMA sotto anonimato.

Le cipolle ripiene di droga erano state comprate al mercato Içaense, che appartiene al sindaco. Il direttore del mercato ha raccontato che le cipolle facevano parte di un ordine di dieci sacchi da un fornitore di Tabatinga, la città più grande della regione, anch’essa al confine con la Colombia, a nove ore di motoscafo – e il fornitore era un brasiliano di origine peruviana.

Per indagare sul caso sono state aperte due inchieste, una dalla Polizia Civile dell’Amazonas, l’altra dalla Polizia Federale. Entrambe sono in corso. Inizialmente, secondo quanto appurato da SUMAÚMA, il sindaco non risulta indagato. A fine marzo, il commissario di Santo Antônio do Içá, Ubiratan Farias, intendeva mettere a confronto il direttore del mercato e il fornitore delle cipolle, sospettando che uno dei due avesse mentito durante la deposizione.

Il caso delle cipolle misteriose illustra la complessità della vita alle frontiere amazzoniche, dove la criminalità organizzata si mescola tra paesi diversi e circola liberamente per l’assenza dello Stato. Il confine, lì, non è una barriera con doganieri che controllano ogni documento; è solo un fiume, attraversato da barche senza alcun controllo o impedimento. A volte c’è solo una base dell’Esercito responsabile di aree vastissime. Alle frontiere tra i paesi, le barche navigano liberamente senza alcuna barriera doganale

Fiume Iça


Capitolo 2. Le fazioni

In quelle acque non si sa dove inizi o finisca un paese. E la criminalità organizzata si confonde tra le varie nazionalità, come mostra un’inchiesta giornalistica guidata dalla Rete Transfrontaliera di OjoPúblico, del Perù, in collaborazione con SUMAÚMA e i quotidiani La Silla Vacía (Colombia) e Código Vidrio (Ecuador). L’inchiesta rivela che il traffico di droga è presente in sette località su dieci al confine amazzonico di quattro paesi: Brasile, Perù, Colombia ed Ecuador. In molte, agiscono diverse fazioni, a volte di paesi diversi, che collaborano tra loro. Santo Antônio do Içá è una di queste località. Al mattino il traffico di moto è già frenetico; i passeggeri portano spesso pesci appesi per la bocca, senza casco sotto il sole cocente. Le strade sono piene di buche e la polvere avvolge i quartieri davanti all’immensità del fiume. Il comune, quasi 28mila abitanti, è il punto dove sfocia il Rio Içá, che nasce sulle Ande colombiane col nome di Putumayo e serpeggia per quasi 2.000 km tra i confini di Colombia, Ecuador e Perù fino all’Amazzonia brasiliana, dove si unisce al Rio Solimões (nome dato al Rio delle Amazzoni in quella zona). Per questo motivo, l’Içá è diventato essenziale per la logistica del trasporto della droga prodotta nelle valli dei paesi vicini. È l’unico fiume amazzonico che attraversa i quattro paesi. Le sue acque torbide scorrono in zone di foresta fitta e poco sorvegliata, portando in Brasile cocaina e marijuana prodotte nei paesi confinanti. “Ogni giorno. Di notte inizia il flusso delle barche”, racconta un Indigeno che vive vicino al fiume. “Sì, è di notte che si muovono [i trafficanti]”, conferma un abitante.

Le cipolle ripiene di droga sono parte di un ecosistema dominato da fazioni criminali, garimpeiros, imprenditori e politici ricchi che traggono profitto anche dalla distruzione ambientale. E c’è un’aggravante: le fazioni criminali del Sud-Est del Brasile, più organizzate, da una decina d’anni hanno intensificato la loro presenza nel nord e professionalizzato la gestione delle frontiere. Prima gestite da criminali locali, le rotte illegali – anche di armi – sono ora in mano a gruppi come il Primeiro Comando da Capital (PCC) di San Paolo e il Comando Vermelho (CV) di Rio de Janeiro, racconta il ricercatore César Mello, colonnello in pensione della Polizia Militare del Pará e membro del Forum Brasiliano di Sicurezza Pubblica.

Secondo Mello, il Comando Vermelho è arrivato con forza nell’Amazzonia brasiliana nel 2017, dopo l’uccisione di Jorge Rafaat Toumani, ex re delle frontiere in Paraguay, per mano del PCC. La frontiera paraguaiana era una delle principali rotte della droga nel paese e, una volta conquistata dal PCC, rivale del CV, la fazione di Rio de Janeiro ha deciso di concentrare gli sforzi a nord, ai confini con Colombia e Perù. “La FDN, Família do Norte, che era la terza fazione del Brasile, controllava quelle rotte, ma in modo amatoriale. Dopo la morte di Rafaat e il dominio del PCC sulla rotta paraguaiana, il Comando Vermelho si è spostato a nord per non lasciare tutto al PCC, altrimenti non avrebbe più avuto accesso alla droga. Sono arrivati con forza e oggi hanno consolidato la rotta”, afferma Mello.

Nel 2024, 15 tonnellate di cocaina sono state sequestrate dalle forze di sicurezza statali in Amazonas – il doppio rispetto all’anno precedente. Nel primo trimestre del 2025 sono state sequestrate 11 tonnellate di stupefacenti (di ogni tipo), di cui una tonnellata nella regione della Triplice Frontiera, dove si trova Santo Antônio do Içá. In tutto il Brasile, nel 2024, la Polizia Federale ha confiscato 74,5 tonnellate di cocaina, un dato in calo rispetto alla media degli ultimi cinque anni, secondo l’organizzazione Fiquem Sabendo. La Segreteria di Sicurezza Pubblica di Amazonas afferma di aver intensificato le azioni di controllo.

Secondo le Nazioni Unite, oltre i confini amazzonici brasiliani – in Perù, Colombia e Bolivia – ci sono 355mila ettari di coltivazioni di foglie di coca, il doppio della superficie della città di San Paolo. Il rapporto stima che nel 2022 queste coltivazioni abbiano prodotto 2.757 tonnellate di cocaina pura, contro le 869 tonnellate stimate nel 2014: un aumento del 217% in otto anni. Sempre secondo l’ONU, nel 2022 c’erano 23,5 milioni di consumatori di cocaina nel mondo.

A Santo Antônio do Içá, oltre al carico di cipolle ripiene di droga, a febbraio scorso è stata sequestrata una tonnellata di marijuana skunk sul Rio Içá dall’Esercito. In agosto, a Benjamin Constant, vicino, sono state scoperte 4 tonnellate di cocaina: il più grande sequestro di droga nella storia dell’Amazonas.

Secondo la polizia e gli abitanti ascoltati da SUMAÚMA, buona parte dei carichi clandestini intercettati nella regione passa sul Rio Solimões nelle ore notturne, davanti a Santo Antônio do Içá. Tuttavia, la maggior parte transita indisturbata, sia sul Solimões sia sull’Içá. Oltre al narcotraffico, le fazioni ora controllano anche i crimini ambientali: gestiscono il garimpo e la pesca illegale, la deforestazione e la biopirateria, secondo il consulente del Forum di Sicurezza Pubblica.

A Santo Antônio do Içá, il traffico rimane sotto il controllo del Comando Vermelho, secondo dati del Forum. Tuttavia, altre fazioni coesistono nell’Alto Solimões. Spesso la lotta per il territorio sfocia in conflitti, aumentando il tasso di omicidi. La vicina Tabatinga, ad esempio, è tra le 50 città più violente dell’Amazzonia Legale tra il 2021 e il 2023, con una media di 77,4 vittime ogni 100mila abitanti. Nello stesso periodo, la media nazionale è stata di 23,4, quella dell’Amazzonia Legale di 33,4 (+42,4% rispetto al dato nazionale). In alcuni casi, però, le fazioni si accordano per controllare attività diverse, riducendo i conflitti.

Santo Antônio do Içá ne è un esempio. In un pomeriggio di marzo, sui muri logorati dal sole e dalla pioggia al centro della città si leggono le sigle delle fazioni: “CV-AM” su uno, “PCC” su un altro. “Il PCC ora è più legato ai garimpos nel Nord, il CV alle droghe”, dice Mello. Qui, la media degli omicidi intenzionali è bassa: meno di nove vittime ogni 100mila abitanti tra il 2021 e il 2023.

Le fazioni rivali spesso coesistono nello stesso comune, ma si accordano per controllare attività criminali diverse

Secondo la terza edizione dello studio “Cartografie della Violenza nell’Amazzonia”, pubblicato dal Forum nel dicembre 2024, la presenza di fazioni è stata identificata in 21 dei 62 comuni dell’Amazonas. In 13 ce n’era solo una; in otto, due o più. Il Comando Vermelho, egemone in dieci città, è presente in tutti e 21 i comuni, anche dove ci sono altre fazioni. Altri tre comuni sono controllati dai Piratas do Solimões, fazione locale, e altri tre dal PCC.

Lo studio rivela anche che nel Rio Içá ci sono “indizi della presenza” di fazioni colombiane “alleate del CV per il rifornimento di marijuana e cocaina, trasportate per fiume”. Nella regione del Putumayo predomina il gruppo Comandos da Fronteira (in spagnolo, Comandos de la Frontera), noto anche come “La mafia di Sinaloa”, dal soprannome di uno dei vecchi leader, Pedro Oberman Goyes detto “Sinaloa”, assassinato da un complice nel 2019. Formata da circa mille ex guerriglieri dissidenti delle Farc, la fazione è nata nel 2017 dopo gli accordi di pace in Colombia. Nel Rio Içá si occupano della droga e del trasporto; i criminali brasiliani pensano a distribuirla nelle capitali, seguendo la rotta del Rio delle Amazzoni fino a Manaus.



Il Forum di Sicurezza Pubblica indica che il Solimões, che riceve le acque dell’Içá, è la principale rotta dei trafficanti: collega Brasile, Perù e Colombia nella regione della Triplice Frontiera Nord. Poi vengono altri fiumi: Javari, Içá, Japurá, Juruá, Purus, Negro e Mamoré, tutti nella regione dell’Amazzonia Occidentale (stati di Amazonas, Acre, Roraima e Rondônia). Ancora secondo lo studio, la cocaina arriva a Manaus attraverso il Rio delle Amazzoni e, lungo il percorso, viene caricata su navi cargo per l’Africa e l’Europa. L’Amazzonia ha oggi dieci comuni con infrastrutture portuali che “collegano la regione al mondo”. I trafficanti usano anche “sottomarini artigianali”, capaci di trasportare droga “dalla Colombia fino ad altri continenti, attraversando l’Amazzonia per i fiumi Solimões e Amazzoni”.

Al mattino, a Santo Antônio do Içá – dove sei abitanti su dieci ricevono il Bolsa Família e il monitoraggio della frequenza scolastica da parte delle autorità pubbliche è al di sotto della media nazionale – il porto è affollato. L’odore di pesce e di salatini appena sfornati invade il capannone. A pochi metri dai muri imbrattati, i residenti della città sono venuti a ricevere i pescatori e a contrattare i pesci catturati durante la notte. Tambaquis. Surubins. Bodós. Pirapitingas. Un caimano senza testa. L’abbondanza del fiume contrasta con la povertà della città, composta per la maggior parte da case di legno prive di servizi igienici. Cani maltrattati e malati si aggirano agli angoli delle strade. C’è una donna accovacciata con una pentola sopra la legna che brucia. Strade dissestate, salite ripide. La miseria. Una realtà che Vilma (nome di fantasia), 35 anni, vive fin da bambina. Tossicodipendente, cammina per il porto, mentre apre la borsa e tira fuori una busta di plastica piena di riso cotto. Prende il cibo con le mani e comincia a mangiare. “Manca la farina”, dice, e getta il cibo ai pesci. “Detesto mangiare senza farina.” Si raddrizza, si fa seria e fissa un uomo ubriaco in lontananza, che si avvicina barcollando. “Zio, siediti qui”, dice Vilma, cercando di aiutare l’uomo. “Quello è mio zio”, afferma. “Mi ha stuprata quando avevo 7 anni.”

Le case di Benjamin Constant e i ribeirinhos di Santo Antônio do Içá fanno parte del paesaggio del ‘territorio narco’. I mototassisti circolano ovunque. La coda rosa di un boto salta fuori dall’acqua. Le casse acustiche diffondono reggaeton colombiano, segno dell’influenza del paese vicino. “Nella musica, nel cibo, in tutto…”, dice una residente. Quando si alloggia in un hotel, la colazione è anche a base di patacón. “I trafficanti, a volte, nascondono un carico nel fiume, nel bosco. Il pescatore che si avvicina muore”, racconta un abitante del porto. “Ne sono già morti due così”, prosegue. “Affondano la droga [nel fiume], resta sommersa per giorni, poi trovano il modo di farla riemergere.” Di notte, il Rio Içá è molto buio, dice.

Capitolo 3. Le miniere d’oro e la setta

“Ora pagano i colombiani, se hanno bisogno di scappare dall’altra parte [della frontiera, per sfuggire alla polizia]”, dice una leader, che ha preferito restare anonima. Si riferisce ai cercatori d’oro che operano nel territorio di Santo Antônio do Içá. Si spingono sempre più lontano, risalendo il Rio Içá, negli igarapé e sul Rio Puretê, soprattutto dopo che l’anno scorso la Polizia Federale ha fatto esplodere le chiatte con le draghe. Attualmente, la maggior parte delle draghe si concentra sul Puretê, più vicino al confine con la Colombia, afferma.

Il Puretê, che alimenta l’Içá, nasce anch’esso nel paese vicino ed è sempre più colmo di sabbia e ghiaia. Le draghe aspirano il letto del fiume e lo sputano sulle rive, insieme al mercurio. Nel tratto che attraversa il confine, il Puretê è deserto. Non dispone di una base del Pelotone Speciale di Frontiera dell’Esercito brasiliano, come accade sulle rive del Rio Içá, a Ipiranga, un villaggio militare con una pista d’atterraggio e una comunità di circa mille persone, che segna la separazione con la Colombia.

Il viaggio tra il confine e Santo Antônio do Içá richiede almeno dodici ore di motoscafo – o settimane, seguendo un vecchio sentiero nella foresta che parte da Tarapacá, in Colombia, racconta una residente. Lungo il percorso sul fiume, si incontra Vila Alterosa do Juí, una comunità fondata da José Francisco da Cruz, detto Fratello José, leader di una setta religiosa chiamata Ordine Incrociato Evangelico Cattolico Apostolico, o Fratellanza della Santa Croce – una religione che mescola cattolicesimo ed evangelismo –, che nel 1972 iniziò a piantare croci rosse sulle sponde dell’Alto Solimões e dell’Içá, tanto che oggi ci sono più comunità della “Cruzada”, come è noto il culto nella regione, che cattoliche o evangeliche.

Cercatori d'oro 


“Lì [i cercatori d’oro] hanno una base di rifornimento, le draghe vengono costruite lì. C’è un’officina, c’è tutto”, dice una leader in anonimato. Attraversando il fiume, “ci sono droni che ti sorvegliano”, raccontano altri tre residenti della zona. “Quando passi sul Puretê, già c’è un drone che ti riprende. Dei cercatori d’oro”, afferma un abitante che lavora nella salute indigena e visita spesso le comunità. “Qui tutti sanno tutto, ma nessuno dice niente”, aggiunge un altro.

Nella Vila Alterosa do Juí, un villaggio di circa 5 mila persone situato nel mezzo del Rio Içá – raggiungibile solo via acqua o aria, circondato da chilometri di foresta preservata –, la Cruzada ha una propria guardia. La località è vicino alla foce del Rio Puretê, che, come l’Içá, porta in Colombia. “Oggi sono circa 3 mila a seguire questa setta”, dice il parroco di Santo Antônio do Içá, Gabriel Carlotti. Indica le poche chiese cattoliche su una mappa del Rio Içá. La maggior parte delle comunità appartiene alla Cruzada. Le donne indossano vestiti fino alle ginocchia e portano una croce sul petto. I seguaci sono obbligati a partecipare a due culti al giorno e proibiti di praticare sport – “Perché, se si fanno male, come lavorano?”, dice Bento Kokama, un seguace, nel villaggio São José, dove vivono fedeli della setta. Il sociologo Pedrinho Guareschi ha registrato che il fanatismo religioso serviva da strumento ai colonnelli interessati a sfruttare la manodopera indigena. Morto negli anni ’80, il missionario Fratello José è sepolto nel villaggio. Attualmente, il suo successore, noto come pastore Damásio, alleva bufali e gestisce la raccolta della chiesa. Il pastore non è stato rintracciato dal reportage.

Una delle chiese della Cruzada sul riuo Iça


Le chiese della Cruzada sono diffuse nelle comunità dove è presente anche l’attività mineraria. Il garimpo insidia anche le comunità indigene della regione. Sinésio Trovão, leader Tikuna della Terra Indigena Betânia, a 20 chilometri da Santo Antônio do Içá, racconta che una volta un cercatore d’oro di Vila Alterosa do Juí gli ha offerto 500 mila reais per negoziare la permanenza delle draghe nella Terra Indigena per una settimana. “In una notte hanno estratto due chili d’oro [illegalmente] da lì [vicino]”, dice. Sinésio ha rifiutato la proposta.

Costruita su un enorme dirupo che ospitava villaggi e un carcere eretto dai portoghesi durante la colonizzazione, Santo Antônio do Içá fu fondata nel 1956. Vi vivono ancora indigeni Tikuna, i Magüta, e anche Kambeba, Kokama e Kaixana, molti dei quali ricordano i maltrattamenti e la violenza perpetrati dai bianchi. “Un tempo, dagli anni ’40 in poi, gli indigeni prendevano molte botte dai fazendeiros [usurpatori di terre] che sfruttavano bestiame e gomma in questa regione”, racconta Sinésio. Secondo lui, missionari statunitensi arrivarono e portarono via gli indigeni dall’area che oggi è la città, conducendoli sulle rive del Rio Içá, dove si trova Vila Betânia. Lì vivono circa 5 mila indigeni. All’epoca, gli stranieri insegnarono ai Tikuna a pregare e li vestirono con abiti da bianchi. Alle undici del mattino, nella maloca del villaggio, tuttavia, preservano la loro lingua. Un adolescente ascolta su YouTube, con il cellulare collegato a un’antenna Starlink, musica in lingua Tikuna. Sinésio organizza escursioni di francesi e tedeschi che partono da Bogotá per trascorrere qualche giorno nel villaggio.

Un tempo, i corpi galleggiavano giù per l’Içá, raccontano gli anziani, come il vice-capovillaggio Bernardino Tikuna. Oggi, il problema sono i furti di lance e motori fuoribordo durante la notte. “Qui hanno già rubato sei canoe e barche, vengono di notte”, dice Bernardino. “Rubano le canoe agli indigeni per andare a prendere la droga. Ne hanno già rubate molte”, aggiunge Sinésio. Gli indigeni, come i Tikuna, resistono con i loro rituali e la loro cultura, nonostante le pressioni della criminalità organizzata.

Padre Gabriele Carlotti mentre celebra in una delle comunità del fiume Iça


A Santo Antônio do Içá da cinque anni, padre Carlotti, un italiano magro dagli occhi chiari che ha vissuto per 17 anni in Bahia, di tanto in tanto naviga sul Rio Içá per visitare le comunità cattoliche. Con una lancia comprata dal Vaticano, dotata di sonar, riesce a visualizzare il letto del fiume. “Si vedono solo buchi”, dice, riferendosi ai segni lasciati dalle draghe. Durante le messe in città, il sacerdote pronunciava discorsi a favore dell’ambiente, criticando i cercatori d’oro. Non ci è voluto molto perché gli arrivasse una minaccia di morte. Era un avvertimento. “L’importante è che il fiume sia preservato da qualsiasi inquinamento che avveleni le acque, i pesci e le persone”, afferma Carlotti. La Chiesa Cattolica ha distribuito serbatoi d’acqua lungo l’Içá affinché i ribeirinhos potessero raccogliere acqua piovana, evitando il mercurio nel fiume.

Il commissario di polizia civile di Santo Antônio do Içá, Ubiratan Farias, da poco più di un anno in carica, non va spesso sul Rio Içá. “È un punto di rifornimento loro [dei cercatori d’oro], con il sostegno di parte della popolazione”, afferma. Racconta di aver dovuto annullare una missione sull’Içá per paura di un’imboscata. “Ci vado solo con una .50 [mitragliatrice] e dieci uomini”, dice, con una pistola alla cintura e un fucile appeso alla parete, nel suo ufficio in commissariato. Può contare solo su due investigatori, due cancellieri e uno stagista, oltre a una coppia di agenti federali che risiedono in città. Il commissario gestisce anche due celle con 23 detenuti, più due donne che, per mancanza di spazio, hanno dovuto alloggiare in cucina. Dei 1.182 rapporti di reato registrati dal febbraio 2024 nel comune, crocevia del narcotraffico, 270 sono per furto. Ladri che rubano per comprare droga, dice il commissario. Mentre parlava, ha dovuto liberare uno di loro, trovato con un cellulare rubato, per mancanza di spazio in carcere. La questura non ha una lancia propria e il carcere più vicino dista nove ore, a Tabatinga. Secondo il commissario, solo cinque casi di traffico sono stati registrati nell’ultimo anno. Le difficoltà strutturali aiutano a spiegare il numero basso.

Alla Base Garateia della Polizia Federale ci sono una lancia e due agenti. “La direttiva della direzione è ‘non rischiare la vita, lascia passare’ [la lancia con la droga]. Più avanti c’è la Base Arpão”, dice uno di loro, riferendosi al posto di sorveglianza della PF lungo il Rio, a Coari. Così, i poliziotti si concentrano sulle attività di Intelligence, afferma. La base della Polizia Federale si dedica ad ‘attività di Intelligence’ e il commissario della Polizia Civile va sul Rio Içá solo ‘con una .50 [mitragliatrice] e dieci uomini’.

Pirati attaccano un'imbarcazione sul fiume Iça


Capitolo 4. Pirati e politici

Una mattina di marzo, verso le 10, il supermercato Içaense, che si trova in una strada trafficata di Santo Antônio do Içá, era pieno di gente. Fuori, bancarelle di agricoltori vendevano banane, farina e sacchi di Uxi. Con oltre dieci file di prodotti in un enorme capannone, il supermercato è solo uno dei tanti affari del sindaco. Cecéu era già imprenditore, proprietario anche di un negozio di materiali da costruzione e della lotteria della città, prima di diventare sindaco. Rieletto per il secondo mandato lo scorso ottobre, è entrato in politica nel 2020, durante la pandemia, con un patrimonio importante: 2 milioni di reais, inclusi quattro camion, due pick-up, una pala caricatrice e un trattore cingolato. Quattro anni dopo, lo scorso ottobre, il suo patrimonio è aumentato del 21%, arrivando a 2,4 milioni di reais.

Cecéu è stato introdotto alla politica da un padrino: l’ex sindaco Abraão Magalhães Lasmar, uno dei maggiori imprenditori della città, che ha amministrato il comune per due mandati, dal 2013 al 2020. Lasmar controlla il commercio dei carburanti a Santo Antônio do Içá. L’edificio più grande del centro, il ristorante Diamante, è suo. Ma i due si sono separati. L’anno scorso, Lasmar ha perso le elezioni comunali contro l’ex alleato.

Anche l’ex sindaco ha avuto successo nell’aumentare il patrimonio. Nel 2016, quando fu eletto per il secondo mandato, Lasmar dichiarò un patrimonio di 444 mila reais. L’anno scorso, il valore è salito a 1,7 milioni di reais – un aumento del 283%. Sia Cecéu sia Lasmar sono indagati in un’inchiesta della Polizia Federale, aperta nel 2021, per sospetto di finanziamento di organizzazione criminale, riciclaggio di denaro, occultamento di patrimonio, appropriazione indebita di denaro pubblico ed evasione fiscale. Nel 2007, un familiare di Abraão Lasmar, José Magalhães Lasmar, noto come “Martelo”, è stato accusato dal Ministero Pubblico Federale di aver trafficato 34 chili di cocaina. I procuratori hanno descritto Martelo come “commerciante e proprietario di chiatte a Santo Antônio do Içá, trasportatore e uno dei maggiori fornitori di cocaina nello stato dell’Amazzonia”.

Interpellati, né l’ex sindaco Abraão Lasmar né l'attuale sindaco di Santo Antônio do Içá, proprietario del supermercato, hanno voluto rilasciare dichiarazioni. José Magalhães Lasmar non è stato rintracciato.

Il 27 febbraio, Santo Antônio do Içá ha mostrato la complessità dell’azione delle organizzazioni criminali. Una chiatta è stata assaltata dai pirati sul Rio Solimões, all’altezza di Tonantins, a 32 chilometri da Santo Antônio do Içá. Durante l’assalto, un terzo battello è apparso sparando colpi che hanno ucciso due membri dell’equipaggio. Erano trafficanti, ha raccontato un agente federale a SUMAÚMA, “che sono arrivati sparando” ai pirati. Il coinvolgimento dei trafficanti in questo caso non è ancora del tutto chiaro. Meno di una settimana dopo, due presunti pirati coinvolti nel crimine sono stati uccisi dalla Polizia Militare a Benjamin Constant e tre sono stati arrestati. Tra gli oggetti sequestrati, c’era un drone. I poliziotti sospettano che la chiatta trasportasse carburante per una miniera d’oro a Jutaí, lì vicino. La PF sta analizzando una registrazione dell’accaduto, ancora sotto indagine. “Ci sono molti furos [piccoli fiumi]. I pirati offrono la scorta [ai trafficanti]. Ma se non si paga la scorta, possono diventare pericolosi e prendere il carico degli altri”, afferma il commissario Ubiratan Farias.

“I pirati mettono droni sul fiume, per vedere le barche che passano. Preferiscono rubare droga e oro. Sono professionisti, molto armati. In questo tratto tra Tabatinga e Tefé ce ne sono molti”, dice il capo macchinista della lancia, 70 anni, quattro dei quali passati a navigare sul Rio Solimões. Quando approda a Santo Antônio do Içá, rimane in silenzio, prima di confessare: “Lavoro con paura”.

Presenza dell'esercito sul fiume Iça


Cosa dice l’Esercito

Il Ministero della Difesa ha dichiarato, in una nota, che nella regione dell’Amazzonia Occidentale, che comprende Amazonas, Acre, Rondônia e Roraima, l’Esercito Brasiliano, tramite il Comando Militare dell’Amazzonia, “mantiene un’attività permanente di preparazione e impiego delle sue truppe, assicurando così uno stato di prontezza per l’impiego di mezzi militari a favore della garanzia della sovranità nazionale”. Ha sottolineato inoltre che il Rio Puretê rientra nella “zona di responsabilità della 16a Brigata di Fanteria della Selva”, con un battaglione e tre pelotoni speciali di frontiera.

L’Esercito brasiliano, responsabile del monitoraggio delle frontiere, ha affermato in una nota che opera nella Regione Nord del paese “giorno e notte tramite il Comando Militare dell’Amazzonia e il Comando Militare del Nord, proteggendo la sovranità nazionale e combattendo i reati in coordinamento con altri organi e agenzie”. Ha spiegato che le operazioni sono rese difficili dalle “grandi dimensioni e dalla porosità della frontiera terrestre brasiliana, particolarmente nell’Amazzonia, unite alla grande complessità di accesso e logistica di permanenza”.

Ha evidenziato l’uso di azioni di Intelligence e di sorpresa per massimizzare i risultati, perché “è noto che l’azione quotidiana in una stessa località sposta il reato verso una zona meno sorvegliata”. La nota afferma inoltre che un peloton, un battaglione e una brigata operano nella regione e conducono un’Operazione Scudo permanente, che “include il pattugliamento del Rio Içá e del Rio Puretê”.

Secondo l’Esercito, le azioni di contrasto alla criminalità organizzata nella Frontiera Nord sono coordinate con altri organi e agenzie federali, statali e comunali. “Nel 2025, l’Operazione Ágata Congiunta Amazzonia, integrata al Programma di Protezione Integrata delle Frontiere (PPIF), ha già avviato la fase di pianificazione e prevede l’inizio delle azioni repressive nel mese di maggio”, ha sottolineato. “Come risultati dell’Operazione Ágata Amazzonia nel 2024, si stima in 523,9 milioni di reais il danno inflitto al crimine, con circa 3.842 azioni realizzate, tra cui il sequestro di 4,20 tonnellate di pasta base e 697 chili di marijuana, contribuendo così alla diminuzione dei reati transnazionali.” La nota ha sottolineato inoltre che la Marina ha sequestrato più di 1 tonnellata di droga durante una pattuglia sul Rio Içá, il 14 febbraio dell’anno scorso. E l’Esercito ha sequestrato, a Santo Antônio do Içá, 1 tonnellata di marijuana tipo skunk, il 27 febbraio 2025.

 

 

 

sabato 13 settembre 2025

Manaus e la lotta per l’acqua

 




Venti-cinque anni sotto il segno della ribellione e della profezia

 

 

Paolo Cugini

Nel 2025, la città di Manaus si ritrova al bivio delle proprie nozze d’argento: venticinque anni di convivenza con una concessione che prometteva sollievo e che ha invece generato tormento. È l’anniversario di una unione che, invece di prosperare, ha alimentato incomprensioni, contrarietà, e tradimenti. Questi anni sono stati un deserto attraversato dalle speranze e dai patimenti di una città assetata, in cui le acque — promesse come fonte di vita — si sono rivelate miraggi.

Il rapporto tra Manaus e Águas de Manaus vive sospeso, come un filo che vibra sotto il peso dell’insoddisfazione. Da una parte, la città si fa voce di una sete inestinguibile; dall’altra, la concessionaria mostra il volto indurito della negligenza, lasciando che il disprezzo dilaghi tra le strade. Non c’è più rispetto, non c’è più dialogo: solo il silenzio dei rubinetti e la rabbia che ribolle nei cuori.

Ci sono stati momenti in cui il legame si è spezzato e ci si è illusi che il cambio di società — Lyonnaise des eaux-Suez, Solvi, Águas do Brasil, Aegea Saneamento — potesse portare una nuova aurora. Ma questi passaggi sono stati solo veli posati sulle ferite, tentativi di mascherare la crisi che, come un fiume carsico, è riemersa più forte. Le Commissioni Parlamentari d’Inchiesta del 2005, 2012, 2023 hanno scavato nelle profondità delle irregolarità, portando la lotta agli occhi del pubblico, ma senza risolvere la sete.

Il 2025 è l’anno in cui la rabbia si moltiplica: secondo Ageman, da gennaio a luglio, 1.661 controlli sui servizi idrici e fognari, il 172,7% in più rispetto all’anno precedente. Il totale delle ispezioni ha già superato quello del 2024, mentre il vero balzo è nei controlli sulle acque reflue: 1.119 ispezioni, una crescita superiore al 430%. Ogni ispezione è una sentenza, ogni notifica (63 solo fino ad agosto, 35 per il ripristino dell’asfalto) è un sussulto profetico che denuncia la trasgressione. Il soprannome ormai diffuso tra i media, “Mágoas de Manaus”, è il vessillo della lotta: la città non piange, ma si prepara a insorgere.

La rabbia si fa carne nelle proteste dei quartieri, come Viver Melhor, dove la gente insorge sotto striscioni che sono profezie: “La nostra voce è la nostra sete! Il nostro grido è per l’acqua!”, “Pago l’acqua, ho diritto a riceverla!”,L’acqua è un diritto umano, non una merce!”. Ogni slogan è una fiaccola che illumina la notte dell’attesa, ogni manifestazione è un passo verso la liberazione. In questo scenario di battaglia, i movimenti sociali e le organizzazioni civiche si ergono come profeti del nuovo patto, convocando conferenze, seminari, laboratori — assemblee di lotta e di sogno. Si chiede alle autorità pubbliche di risvegliarsi dall’inerzia e dall’omissione, di ascoltare il battito dell’acqua che chiede giustizia e dignità. Il coinvolgimento della società è un vento che spinge le vele del cambiamento; la speranza non arretra, la profezia si fa azione.

Manaus non si piega. La città e la sua gente sono in cammino verso la rottura delle catene, verso la riconquista del diritto fondamentale all’acqua. La crisi non è più solo una storia di numeri e di indagini, ma un canto profetico che annuncia la fine di una lunga notte. Le nozze d’argento della concessione diventano così il battesimo di una nuova lotta: quella che trasforma la sete in forza, la protesta in profezia, e il sogno in realtà.

 

Fonte dei dati riportati nell’articolo: https://forumdasaguasam.blogspot.com/2025/09/empresa-de-agua-e-esgoto-provoca.html

 

lunedì 8 settembre 2025

Le politiche di protezione ambientale in Amazzonia

 



 

 

Autrice: Marilene Corrêa, Professoressa Ordinaria, Università Federale dell'Amazzonia (UFAM)

Pubblicato: 27 agosto 2025

Traduzione: Paolo Cugini

 

Dall’accelerazione dei processi di occupazione del nord del Brasile, promossi dallo sviluppo del governo militare, la violenza cresce in Amazzonia a ogni nuovo ciclo di appropriazione economica degli spazi e delle risorse naturali. Negli ultimi decenni del XX secolo, le politiche ambientali create con la redemocratizzazione del paese e sotto l'atmosfera dell’Eco 92 hanno cercato di resistere agli attacchi predatori contro la ricchezza mineraria, vegetale e umana. Tuttavia, nel corso degli anni, anche grazie alle regolamentazioni fondiarie e all'ambientalismo, i conflitti tra popoli indigeni, piccoli proprietari e gruppi predatori sono aumentati.

Popoli, territori e culture amazzoniche sono stati violati fin dalla colonizzazione. Ma la persistenza di questa violenza in pieno XXI secolo mette in luce la gravità di un’organizzazione nazionale incompleta e che retrocede davanti a ogni avanzamento nel controllo ambientale degli spazi naturali e sociali.

Il caso dell’Amazzonia

L’Amazzonia è lo stato brasiliano con la maggiore estensione di aree protette, custodendo un patrimonio socioambientale di grande valore globale. La sua vasta area di territori conservati comprende Unità di Conservazione (UC) che coprono il 30,21% del territorio statale — pari a 47,2 milioni di ettari. Queste aree sono suddivise tra UC federali (16,96%), come parchi nazionali e riserve estrattiviste; UC statali (12,05%), gestite dal governo dell’Amazzonia; e UC municipali (1,19%), con la partecipazione delle amministrazioni locali nella conservazione.

Le Terre Indigene (TI) ammontano a oltre 53,7 milioni di ettari, demarcati in 164 territori. Questi spazi sono essenziali non solo per la conservazione della biodiversità, ma anche per la sopravvivenza culturale e materiale di 61 popoli indigeni, custodi di saperi tradizionali e della foresta tropicale. Inoltre, le Unità di Conservazione dell’Amazzonia ospitano una ricca diversità socioculturale, accogliendo circa 13.805 famiglie distribuite in 713 comunità. Oltre agli indigeni, tra questi gruppi figurano i ribeirinhos (villaggi sulla riva del fiume), i raccoglitori di caucciù e i quilombolas (villaggi formati esclusivamente da afro-discendenti), le cui modalità di vita si adattano alla logica sostenibile e rafforzano l’importanza di queste aree per l’equilibrio ecologico e la giustizia ambientale.

Tra il 2000 e il 2016, lo stato dell’Amazzonia ha creato una vasta rete di protezione ambientale dei suoi territori, essenziale per il mantenimento dei servizi ecosistemici (come la regolazione del clima e la conservazione delle risorse idriche) e per contrastare i cambiamenti climatici. Il Sistema Nazionale delle Unità di Conservazione (SNUC) ha creato numerose UC, sia di protezione integrale che di uso sostenibile. Parchi Nazionali, Riserve Biologiche, Riserve Estrattiviste, Aree di Protezione Ambientale (APA) sono stati integrati in un sistema statale intelligente, in cui la gestione ambientale e il supporto di politiche pubbliche a favore delle popolazioni della foresta hanno ispirato altri stati amazzonici. Questo clima favorevole di sostegno politico e sociale, locale, nazionale e internazionale, permetteva allo stato di gestire grandi aree di protezione ambientale, controllare le pratiche predatorie e i rischi per la foresta, e integrare municipalità e popolazioni tradizionali nell’orientamento verso la sostenibilità.



Cambiamento improvviso di rotta

Il contesto politico di accoglienza delle politiche ambientali locali è cambiato drasticamente dal colpo di stato civile contro la presidente Dilma Rousseff, con la limitazione delle iniziative democratiche e delle buone pratiche ambientali nell’era Temer. Durante i governi di Michel Temer e Jair Bolsonaro, l’iniziativa di una politica ambientale promettente perde forza a livello locale e nazionale, e i territori demarcati non svolgono il loro ruolo. Si osserva l’indebolimento delle politiche pubbliche di protezione effettiva, la mancanza di vigilanza adeguata e l’assenza di supporto alle popolazioni tradizionali. Nel 2019, con l’arrivo di Bolsonaro alla presidenza, ha inizio l’antipolitica ambientale, segnata dallo smantellamento dei progressi ottenuti e dall’indebolimento, nelle realtà locali, delle pratiche sostenibili di protezione ambientale. La letteratura scientifica indica che questo periodo è stato segnato dalla distruzione dell’assetto istituzionale precedente, e che gli impatti di queste misure persistono sui territori protetti. Episodi deplorevoli di razzismo e degrado ambientale hanno esposto l’orrore ambientale vissuto in Amazzonia, superato solo dal “laboratorio della morte” in cui lo stato si è trasformato durante l’epidemia di COVID-19.

La disarticolazione delle politiche di protezione ambientale, l’indebolimento istituzionale delle misure di controllo degli illeciti e l’autorizzazione, sia esplicita che implicita, all’invasione dei territori indigeni hanno incentivato la violenza fisica e ambientale su territori e popolazioni. A questi fattori si aggiunge la delegittimazione dell’autorità scientifica. Emblematica, ad esempio, la destituzione del dirigente dell’INPE durante la polemica sui dati sulla deforestazione in Amazzonia, nel 2019. L’obiettivo principale — la sostenibilità dei territori e dei popoli amazzonici — ha perso consistenza e concretezza di fronte all’insicurezza ambientale illustrata dalla recrudescenza dei conflitti.




Una ripresa turbolenta

L’attuale governo Lula non ha risparmiato sforzi per imporre il comando e il controllo dello stato brasiliano contro le aggressioni ambientali, ma gli attori locali ostili e i loro alleati nazionali sfidano e turbano l’ordine ambientale. Il Rapporto Conflitti in Campagna della Commissione Pastorale della Terra del 2024 sottolinea che, dal 2023, nello stato dell’Amazzonia si sono verificati 96 conflitti che hanno coinvolto oltre 75 mila persone, tra cui 82 conflitti per la terra, 4 occupazioni e riprese e 10 conflitti per l’acqua.

Le aggressioni ambientali deliberatamente prodotte durante il governo Bolsonaro continuano a rappresentare un fantasma che si aggira sugli ecosistemi e i biomi amazzonici. L’oscurantismo di quel periodo si prolunga nel tempo e nello spazio: di recente, ad esempio, nel Congresso, si è manifestato apertamente nel trattamento misogino riservato alla Ministra Marina Silva e nella recente approvazione del Progetto di Legge 2159/2021. Un altro aspetto fondamentale dei conflitti ambientali in Amazzonia riguarda il regime fondiario. Oggi, l’Amazzonia detiene uno dei più grandi “passivi fondiari” del Brasile, con 58,2 milioni di ettari di terre pubbliche ancora senza destinazione. Questo equivale al 37,5% del suo territorio, secondo i dati dell’Istituto dell’Uomo e dell’Ambiente dell’Amazzonia (Imazon) e della Segreteria di Stato dell’Ambiente (SEMA-AM).

Questa vastità di aree senza destinazione rappresenta una sfida critica per la governance ambientale e fondiaria nell’Amazzonia Legale, con implicazioni dirette per la conservazione, lo sviluppo sostenibile e la riduzione dei conflitti socioambientali. La priorità della conservazione dovrebbe essere chiara: circa il 56% di queste terre non destinate si trova in regioni di alta rilevanza ecologica, come le zone di connettività tra Unità di Conservazione (UC) e Terre Indigene (TI). E ciò che rende il problema ancora più grave è che circa il 15% di queste aree (8,5 milioni di ettari) è irregolarmente registrato nel Catasto Ambientale Rurale (CAR) come proprietà privata. Questo è un chiaro segnale di accaparramento illegale di terre o sovrapposizione illegale della proprietà, creando un contesto che alimenta dispute violente per la terra e ostacola l’attuazione delle politiche pubbliche. Alcuni aspetti della legislazione contribuiscono ad aggravare i problemi: la mancanza di una scadenza per l’inizio dell’occupazione in terra pubblica regolarizzabile; l’assenza dell’obbligo di recupero ambientale prima della titolazione; e la mancanza di divieto di regolarizzazione a proprietari condannati per pratiche equiparate alla schiavitù.

La regolarizzazione del regime fondiario in Amazzonia è una politica vitale per equilibrare la conservazione ambientale e lo sviluppo sostenibile. Senza progressi concreti, il rischio è quello di un’intensificazione della deforestazione illegale, dell’accaparramento delle terre, dell’estrazione illegale delle risorse e della violenza nelle zone rurali, come si riflette negli alti tassi di conflitti socioterritoriali e nel numero elevato di omicidi registrati negli ultimi anni.

Mobilitazione sociale

I conflitti socioterritoriali e ambientali in Amazzonia sono soprattutto di natura politica. Derivano dal carattere reazionario, negazionista e anti-ambientale che i periodi Temer-Bolsonaro hanno imposto al Brasile, con effetti perversi e continui in Amazzonia, la maggiore porzione dell’Amazzonia brasiliana. Spetta alla comunità scientifica brasiliana accentuare risposte politiche basate sulle evidenze di questa realtà. La difesa intransigente della democrazia e della sovranità brasiliana alimenta il dibattito ambientale e mobilita la società civile. A novembre, Belém ospiterà la COP 30, un altro evento mondiale in cui la politica ambientale brasiliana cercherà protagonismo e sostegno. Territori, popoli e culture amazzoniche faranno sentire la propria voce in questo confronto di idee sul futuro del pianeta. E le manifestazioni sociali a favore dell’ambiente potranno preparare i brasiliani a future scelte nell’agenda politica del paese, dell’Amazzonia e dello stato dell’Amazzonia.

 

sabato 22 marzo 2025

Il Water Forum amplia la sua presenza nei dibattiti sulla gestione delle risorse idriche in Amazzonia

 




Paolo Cugini (a cura di)


Il collettivo partecipa alla V Conferenza Ambientale Statale (CEMA) e a Convergenza Amazzonia 2025, rafforzando la lotta per il diritto umano all'acqua e la preservazione delle risorse idriche nella regione

Il collettivo Fórum das Águas si è distinto nella lotta per la preservazione delle risorse idriche in Amazzonia, espandendo le sue attività in diversi spazi di dibattito e mobilitazione sociale. Di recente, il gruppo ha partecipato alla V Conferenza Ambientale Statale (CEMA), tenutasi tra il 12 e il 14 marzo presso la Corte dei Conti dello Stato di Amazonas (TCE-AM). Inoltre, partecipa anche a Convergenza Amazzonia 2025, un evento che si svolge dal 17 al 22 marzo a Manaus, nell'ambito del programma della Settimana mondiale dell'acqua. La presenza del Water Forum a questi incontri rafforza la lotta per il diritto all'acqua e la gestione sostenibile delle risorse idriche nella regione.

Performance alla 5a Conferenza Ambientale Statale

Il V CEMA ha riunito rappresentanti della società civile, autorità pubbliche e organizzazioni socio-ambientali per discutere le sfide ambientali dell'Amazzonia e presentare proposte per l'elaborazione di politiche pubbliche volte alla sostenibilità. Da sottolineare anche la presenza del Servizio Amazzonico per l'Azione, la Riflessione e l'Educazione Socio-Ambientale (Sares), della Compagnia di Gesù, che ha partecipato attivamente all'evento.

In questo processo, il Forum dell'Acqua ha avuto un ruolo fondamentale, venendo eletto come rappresentante della società civile attraverso una conferenza gratuita organizzata dal collettivo stesso. Durante l'evento statale, il gruppo ha garantito voce e voto nella discussione sulle politiche ambientali, principalmente nell'area relativa al cambiamento climatico. Il rappresentante del Forum parteciperà anche alla Conferenza nazionale sull'ambiente, in programma all'inizio di maggio, durante la quale le problematiche amazzoniche saranno affrontate in una prospettiva più ampia.

Per padre Sandoval Rocha, SJ, membro del collettivo, la partecipazione al Forum dell'Acqua è essenziale per garantire che si dibatta la realtà dei fiumi, dei laghi e dei corsi d'acqua dell'Amazzonia. “Il nostro obiettivo è denunciare gli impatti della privatizzazione dell'approvvigionamento idrico e del sistema fognario di Manaus, che sta causando difficoltà dal 2000. Inoltre, vogliamo portare alla luce la contaminazione dell'acqua da parte di pesticidi, l'inquinamento industriale e la cattiva gestione dei rifiuti scaricati nei fiumi e nei corsi d'acqua", ha sottolineato.

Convergenza Amazzonia 2025

In occasione delle celebrazioni della Settimana mondiale dell'acqua, il Forum dell'acqua è presente anche a Convergenza Amazzonia 2025, un evento che riunisce diversi settori della società per promuovere un ampio dibattito sulla tutela ambientale e lo sviluppo sostenibile nella regione. Il programma comprende conferenze, workshop, fiere culturali, mostre artistiche e immersioni, creando uno spazio di dialogo e articolazione tra comunità, organizzazioni, imprenditori e dirigenti pubblici.

L'evento offre anche opportunità di volontariato agli studenti delle scuole superiori e delle università, incoraggiando la partecipazione dei giovani alla lotta per la sostenibilità.

Ispirandosi all'incontro dei fiumi Negro e Solimões, che formano il Rio delle Amazzoni, Convergenza Amazzonia nasce dall'esigenza di unire gli sforzi a favore della governance ambientale nella regione. L'iniziativa ha avuto la sua prima edizione nell'agosto 2024 e si sta consolidando come uno spazio strategico per la costruzione collettiva di soluzioni alle sfide socio-ambientali dell'Amazzonia.


Fonte: https://paamsj.org.br/forum-das-aguas-amplia-presenca-em-debates-sobre-a-gestao-da-agua-na-amazonia/ 


giovedì 20 marzo 2025

IL PROGETTO DELLA FACOLTA’ CATTOLICA DELL’AMAZZONIA A MANAUS

 

Con un gruppo di studenti dopo un esame




Paolo Cugini


È iniziato in queste settimane il primo semestre 2025 della Facoltà Cattolica dell’Amazzonia con sede a Manaus, in cui insegno da circa due anni. Dal punto di vista generale non posso che ringraziare il Signore per l’opportunità che mi è stata data. Mi trovo, infatti, nel centro formativo cristiano più importante dell’Amazzonia. Nella Facoltà Cattolica ci sono studenti delle diocesi e delle congregazioni religiose di tutta l’Amazzonia divenendo, dunque, un punto d’incontro e di dialogo significativo. Oltre a ciò, grazie alla creatività del Vescovo Hudson che, oltre ad essere uno dei tre vescovi ausiliari dell’archidiocesi di Manaus, è anche il direttore della Facoltà e dei tre coordinatori laici: Elisangela, George e Roseane, ogni semestre vengono offerte diverse opportunità anche per laiche e laici. È questo un aspetto importante della Facoltà Cattolica, vale a dire, il legame stretto con l’archidiocesi e gli organismi ecclesiali attivi sul territorio amazonico, in modo particolare la REPAM (Rete ecclesiale Panamazzonica) e la CEAMA (Conferenza Episcopale Amazzonica). Altro aspetto importante della Facoltà Cattolica, che la differisce dalle Facoltà teologiche italiane, è la possibilità di essere riconosciuta dallo Stato. Proprio lo scorso anno, a due anni di distanza dalla fondazione, la Facoltà Cattolica dell’Amazzonia ha avuto il riconoscimento ufficiale del MEC (Ministero dell’Istruzione del Governo Federale) con nota massima, sia per i corsi di Teologia che di Filosofia. Ciò significa che, i titoli che escono dalla Facoltà Cattolica, hanno valore sul mercato brasiliano e, in questo modo, la Facoltà attira studenti che non necessariamente sono legati ad un cammino ecclesiale. Altra caratteristica importante, che la diversifica rispetto al percorso proposto in Italia per coloro che si avviano al sacerdozio, è data dal tipo di proposta culturale. Infatti, mentre in Italia il biennio filosofico è inserito nel percorso teologico, in Brasile è separato. Filosofia e teologia sono due percorsi diversificati al termine dei quali si ottiene una laurea. Ci sono laici e laiche che prima hanno ottenuto la laurea in teologia, frequentando i quattro anni del corso, e poi hanno iniziato il percorso triennale per ottenere la laurea in filosofia. 

Al centro il cardinal Steiner e il vescovo ausiliare Hudson, direttore della Facoltã
I tre laici coordinatori Roseane (seconda da sinistra), Elisangela e George


La Facoltà Cattolica, voluta fortemente dal Cardinale Leonardo Steiner sin dal suo insediamento nell’Archidiocesi di Manaus, avvenuto nel gennaio del 2020, dopo solo due anni di vita ha già dei numeri significativi, che dicono dell’impegno profuso dai suoi coordinatori. Attualmente, infatti, gli studenti dei corsi di filosofia e teologia sono circa 150, mentre più di 600 sono gli studenti che frequentano i così detti corsi di estensione universitaria. Oltre a questi, ci sono anche 25 studenti che stanno frequentando un corso di specializzazione biblica e una decina sono entrati nel percorso del dottorato di ricerca, in collaborazione con la Pontificia Università Cattolica con sede a san Paolo. 

La presenza della Facoltà Cattolica a Manaus la rende attenta e sensibile alle problematiche che appaiono sul territorio. L’equipe coordinatrice tutti gli anni organizza settimane culturali, coinvolgendo sia professori che studenti in percorsi interattivi, per affrontare quei temi che rendono il territorio amazzonico affascinante e ricco di prospettive. È impossibile passare per Manaus e non rimanere incantati dalla quantità impressionante di acqua dolce, dalla ricchezza della foresta amazzonica che, proprio per questo, da decenni è depredata e sfruttata dalle multinazionali, che entrano nel territorio amazzonico con il solo obiettivo di prendere tutto ciò che possono, alla faccia dei divieti e del rispetto della natura e delle popolazioni indigene. Questo è un altro tema molto importante, che viene affrontato nelle settimane culturali e anche all’interno di corsi specifici. Proprio sull’attenzione a ciò che di specifico offre il territorio amazzonico la Facoltà Cattolica ha elaborato un progetto ben articolato e che vale la pena conoscere. 

Aula inaugurale dell'anno accademico 2025


Uno dei progetti più importanti che la Facoltà Cattolica sta cercando di realizzare è il progetto denominato Anello di Tucum. Tucum è una palma che cresce formando densi cespi. Raggiunge un'altezza compresa tra i 10 e i 12 metri. Ha steli ricoperti di spine, il che lo rende molto ornamentale. Questo anello ebbe origine in Brasile nell'epoca dell'Impero, quando i gioielli potevano permetterseli solo le ricche élite imperiali. Gli schiavi e gli indios crearono questo anello per poter dare ufficialità ai loro matrimoni. Era, praticamente, un simbolo clandestino per i ricchi che non riuscivano a comprenderne il significato, visto che il suo colore naturale è scurissimo. Negli ultimi decenni, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II e la seconda e terza Conferenza Generale dell'Episcopato Latino-Americano, che hanno messo in luce l'opzione preferenziale per i poveri, l'anello di tucum si è diffuso largamente fra i fedeli cristiani, con il significato di sancire l'alleanza fra le varie chiese del mondo e ...i poveri, la pace, il rispetto della madre Terra e della causa indigena. Nel corso dei secoli, l’Amazzonia è stata bersaglio di colonizzazioni, genocidi e depredazione delle sue risorse naturali, causando innumerevoli sfide e lotte a favore della preservazione della vita nelle sue varie dimensioni. La sua diversità di culture e biomi costituisce un potenziale immenso e, prendersi cura dell’Amazzonia, significa prendersi cura della Casa Comune e generare sempre più alternative di qualità della vita.

L'entrata della Facoltà Cattolica


   L'anello di tucum ci riporta alle problematiche dell'Amazzonia, dei suoi popoli, delle sue terre, delle sue lotte, simboleggiando l'alleanza con la causa dei Popoli Originari, con la causa dei piccoli, e tutta la lotta in difesa della vita: è per questo che il nostro progetto ha ricevuto questo nome. L’Anello di Tucum si presenta come un progetto ombrello che racchiude quattro progetti, che promuovono studi e approfondimenti, dibattiti e azioni, che coinvolgono le dimensioni amazzoniche.  In primo luogo, il progetto Scuola di Formazione Socio-Ambientale, che mira alla formazione sistematica in difesa della vita, della biodiversità, della flora, della fauna, degli ecosistemi, dei biomi, della biosfera, oltre a promuovere la giustizia sociale e difendere la dignità umana nella regione Amazzonica. In secondo luogo, il progetto Borse di studio, che mira a finanziare borse di studio per i Corsi di Laurea in Filosofia e Teologia della La Facoltà Cattolica dell’Amazzonia. In terzo luogo, il Progetto Eventi Accademici, che mira a rafforzare la didattica, la ricerca e la divulgazione. Infine, la Facoltà Cattolica mira a valorizzare la formazione nel contesto amazzonico, per diversi gruppi, comunità e leader dei comuni di Amazonas e Roraima, che cercano percorsi di dialogo, inserendosi, inculturandosi e incarnandosi nella vita amazzonica. La Facoltà Cattolica mira a promuovere una formazione teologica sistematica e integrale, in un contesto multietnico, multiculturale e multireligioso. Il processo di formazione teologico-pastorale si svolge attraverso attività di insegnamento, ricerca e divulgazione, mirando alla formazione professionale e integrale di teologi e leader in e per l’Amazzonia.

Lavori di guppo


L’obiettivo del progetto Anello di Tucum consiste nel promuovere, produrre e diffondere la conoscenza teologica attraverso l'insegnamento, la ricerca e la divulgazione, formando professionisti critici, solidali e creativi, capaci di contribuire alla costruzione di una società giusta e fraterna. La Facoltà Cattolica si dedica allo studio della realtà amazzonica cercando di creare uno spazio di dialogo interdisciplinare, interreligioso, interculturale ed ecumenico, alla ricerca di nuovi percorsi verso un'ecologia integrale, in linea con le indicazioni fornite da Papa Francesco nella Querida Amazonia. 



martedì 25 febbraio 2025

L'ombra del mercurio: la lotta contro l'inquinamento minerario nell'Amazzonia boliviana

 





Paolo Cugini

All’inizio di febbraio è apparso sul sito del Forum Sociale Panamazzonico (FOSPA), di cui ho partecipato all’evento preparatorio Pre-FOSPA tenutosi a Manaus nel maggio dello scorso anno, un articolo che riportava la situazione di alcuni fiumi della Bolivia. Le riflessioni riportate dall’articolo di Nicole Andrea Vargas  sono molto importanti, perché riportano una situazione vissuta in altre parti dell’Amazzonia, compresa la zona dove stanno attuando i missionari reggiani: Santo Antonio di Iça. Ecco alcuni stralci del testo. 


La popolazione di Charco, lungi dal trarre beneficio dall'estrazione illegale dell'oro, ha rifiutato tre volte l'offerta delle compagnie minerarie di sfruttare l'oro nel loro territorio. Il rifiuto categorico non ha impedito la contaminazione di cui soffrono oggi, ma li ha spinti a riaffermare il loro veto all'attività mineraria e la loro intenzione di incoraggiare altre comunità a seguire la loro strada.

“Prima mangiavamo molto pesce, ma ora abbiamo paura”, racconta Merciel Chita, il secondo corregidor (capo) di Charque, una delle 23 comunità che vivono nella Riserva della Biosfera Terra di Origine della Comunità Pilón Lajas, che si estende su 400.000 ettari tra Beni e La Paz ed è divisa dal fiume Beni, la sua principale fonte d’acqua per la sussistenza.

“Prima il fiume Beni era cristallino, tutti facevano il bagno lì. Ora rimane così, come vedi (nuvoloso), non diventa mai chiaro. "Questo perché a Mapiri (un comune vicino) sono in funzione le draghe che scaricano l'inquinamento derivante dall'attività mineraria industriale", spiega Chita.

Dal porto di Rurrenabaque, dove si prende il battello per Charque, il corso del fiume mantiene la stessa tonalità marrone che contrasta con il verde degli alberi circostanti. Al tramonto, il sole che tramonta all'orizzonte è offuscato dalle onde torbide che si sollevano al tramonto.

Secondo i membri della comunità, questo canale ha iniziato a cambiare dieci anni fa a causa dell'estrazione incontrollata dell'oro a Mapiri, un comune di La Paz attraversato dal fiume Kaká, che sfocia nel fiume Beni, raggiungendo comunità che non traggono alcun beneficio economico dall'estrazione dell'oro, ma ne subiscono le conseguenze ambientali. Sebbene a Mapiri operino società minerarie dotate di permessi statali, sono frequenti i problemi e le irregolarità nel rispetto della legge. 

Consiglio delle autorità della comunità di Charque (Bolivia)


Chita afferma che gli indigeni non possono prendere l'acqua direttamente. Una volta estratto dal fiume, bisogna aspettare almeno un'ora affinché la sabbia in esso contenuta si depositi sul fondo. 

Sul fondo del secchio rimangono circa due centimetri di terra. A febbraio l'acqua era sporca come se ci avesse fatto il bagno un maiale", racconta il leader.

 In seguito alla contaminazione del pesce, gli indigeni cominciarono ad acquistare pollo e a preparare stufati che accompagnavano con riso, yuca e platano. Essendo una cittadina molto piccola, tutti mangiano da una pentola comune preparata dalle donne della comunità.

“Siamo contaminati”

Rifiutare l'attività mineraria sui loro territori non è stato sufficiente a prevenire gli effetti dell'inquinamento. Dieci anni fa, con l'attività mineraria di Mapiri, la comunità Charque ha iniziato a vedere come il loro fiume cambiasse colore e la presenza di pesci diminuisse; Cominciarono anche ad avere problemi di salute. I primi sintomi furono vertigini, mal di testa, mal di stomaco e diarrea. L'allarme è stato condiviso dalle comunità vicine, anch'esse colpite dall'inquinamento e affette dagli stessi problemi di salute. Ciò ha spinto la Central de Pueblos Indígenas de La Paz (Cpilap), che riunisce tutte le comunità amazzoniche della Bolivia, ad avviare nel 2022 uno studio medico per determinare se vi fosse contaminazione e il livello di impatto. Hanno partecipato 302 persone provenienti da 36 comunità appartenenti ai popoli Tacana, Uchupiamona, Tsimane, Lecos, Esse Ejja e Mosetén, a cui appartiene Charque. 

Lo studio ha dimostrato che il 74,5% delle persone analizzate presentava livelli di mercurio superiori a 2,00 parti per milione (ppm), stabilito come il massimo dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), anche se l'organizzazione chiarisce che a partire da 0,58 ppm di concentrazione di mercurio una persona può già presentare danni neurologici .In 18 delle comunità esaminate, tutte le persone studiate presentavano livelli elevati di mercurio. Una di queste comunità è Charque, che occupa anche il sesto posto con la più alta percentuale di metallo. Lì, sei donne sono state sottoposte a test e a tutte è stato detto che erano contaminate da mercurio con livelli superiori a 2,00 ppm e persino pari a 4,00 ppm. "La nostra vita è pesce. Siamo abituati a mangiare pesce tutti i giorni e beviamo l'acqua del fiume. “Ecco come ci stiamo contaminando”, spiega Magaly Tipuni.

Da quando sono arrivati i risultati, le cose non sono cambiate molto. Chita racconta che è stata data loro solo la raccomandazione di non mangiare lo “stufato di pesce” ma piuttosto di friggerlo perché, poiché il metallo si concentra di più nel grasso, con questa cottura, parte del mercurio finisce per rimanere nell’olio della padella. "Ora sembra che se mangi pesce, muori per inquinamento. "È preoccupante", dice Chita. Il leader indigeno afferma inoltre che i pesci nel fiume sono diminuiti a causa dell'inquinamento e della pesca fuori stagione.

Il cambiamento nelle sue abitudini alimentari è sorprendente; Ora sostituiscono il pesce con il pollo perché sono consapevoli che un consumo eccessivo di pesce compromette la loro salute", afferma. Questo cambiamento genera anche una modifica nella loro economia, perché devono recarsi al mercato cittadino per comprare il pollo, il che rappresenta una spesa a cui non sono abituati, considerando che, tradizionalmente, mangiano ciò che viene prodotto e coltivato nel loro ambiente.

Il fiume Beni divide la riserva Pilón Lajas dal parco Madidi.


"Lavoriamo insieme. Ci sono degli incontri e lì i membri della comunità ci raccontano dove svolgono i pattugliamenti, sia sulla strada che sul fiume. Siamo uniti alle comunità. Non li lasciamo abbandonati. Esistono già tentativi di suddividere il territorio per scopi minerari. Forse vorranno invadere in seguito", afferma Aparicio, che menziona anche che finora non ci sono compagnie minerarie all'interno della riserva, ma esiste un'attività mineraria artigianale.