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giovedì 4 ottobre 2018

SANT’OSCAR ROMERO MARTIRE: L’AMICO DEI POVERI




Paolo Cugini

Domenica 14 ottobre a Roma verrà dichiarato santo non solo papa Paolo VI, ma anche Mons Oscar Romero, vescovo martire di San Salvador.

Oscar Romero nasce a Ciudad Barrios di El Salvador il 15 marzo 1917 da una famiglia modesta. Avviato all’età di 12 anni come apprendista presso un falegname, a 13 entrerà nel seminario minore di S. Miguel e poi, nel 1937, nel seminario maggiore di San Salvador retto dai Gesuiti. All’età di 20 anni fa il suo ingresso all’Università Gregoriana a Roma dove si licenzierà in teologia nel 1943, un anno dopo essere stato ordinato Sacerdote. Rientrato in patria si dedicherà con passione all’attività pastorale come parroco. Diviene presto direttore della rivista ecclesiale “Chaparrastique” e, subito dopo, direttore del seminario inter diocesano di San Salvador. In seguito avrà incarichi importanti come segretario della Conferenza Episcopale dell’America Centrale e di Panama. Il 24 maggio 1967 è nominato Vescovo di Tombee e solo tre anni dopo Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di San Salvador. Nel febbraio del ’77 è Vescovo dell’arcidiocesi, proprio quando nel paese infierisce la repressione sociale e politica. Sono, ormai, quotidiani gli omicidi di contadini poveri e oppositori del regime politico, i massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protetti e sostenuti dal sistema politico e finanziati dagli Stati Uniti. E’ il periodo in cui il generale Carlos H. Romero è proclamato vincitore, grazie a brogli elettorali, delle elezioni presidenziali. La nomina del nuovo Vescovo non desta preoccupazione: mons. Romero, si sa, è “un uomo di studi”, non impegnato socialmente e politicamente; è un conservatore. Il potere confida in una pastorale aliena da ogni compromesso sociale, una pastorale spirituale e quindi asettica, disincarnata. Mons. Romero inizia il suo lavoro con passione.

Passa poco tempo che le notizie della sua inaspettata attività in favore della giustizia sociale giungono lontano e presto arrivano i primi riconoscimenti ufficiali dall’estero. Nelle omelie domenicali Romero prende posizione in favore dei poveri: “La vera persecuzione è contro il popolo dei poveri. Essi sono il popolo crocifisso come Gesù, il popolo perseguitato come il servo di Yahvè. Sono quelli che completano nel loro corpo ciò che manca alla passione di Cristo. E, per questa ragione, quando la Chiesa ha raccolto le speranze e i dolori dei poveri ha corso la stessa sorte di Gesù e dei poveri: la persecuzione”. Famose divengono anche, le sue reiterate prese di posizione nei confronti del potere locale e delle ingiustizie realizzate nei confronti degli ultimi, i poveri contadini. “Il nostro appello si rivolge anche a coloro che per difendere ingiustamente i propri interessi e privilegi, si sono resi colpevoli di tanto malessere e tanta violenza. La giustizia e la voce dei poveri devono essere ascoltate perché si tratta della causa stessa del Signore che chiama a conversione e che un giorno giudicherà tutti gli uomini”.
Nel vescovo Romero matura sempre di più la consapevolezza che i cristiani non possono rimanere chiusi nelle chiese e, soprattutto, non possono rimanere ommessi dinanzi alle situazioni di violenza e d’ingiustizia. “La Chiesa sente come suo dovere e diritto essere presente in questo settore della realtà, perché il cristianesimo deve evangelizzare la totalità dell’esistenza umana, inclusa la dimensione politica. Per questo critica la posizione di coloro che tendono a ridurre lo spazio della fede alla vita personale o familiare, escludendo l’ordine professionale, economico, sociale e politico come se il peccato, l’amore, l’orazione e il perdono non avessero anche lì rilevanza… Le masse vanno evangelizzate in modo che da masse si trasformino in popolo. Le comunità cristiane non possono proporsi come un luogo di rifugio tranquillo e alienante, devono essere fermento, impegno”. L’impegno politico caldeggiato dal Vescovo Romero non si è mai identificato con l’attivismo in un partito, come spesso ricordava nelle sue omelie e nella terza lettera pastorale scritta nel giorno della trasfigurazione del Signore del 1979.

Ma che cosa è accaduto nell’animo del vescovo conservatore? Nel libro Romero martire di Cristo e degli oppressi pubblicato dall’Editrice Missionaria, il teologo sudamericano John Sobrino sostiene che potrebbe essere stato l’assassinio del gesuita Rutilio Grande da parte dei sicari del regime a provocare il cambiamento. « monsignor Romero – afferma John Sobrino - conosceva molto bene Rutilio, lo considerava un sacerdote esemplare e un amico… ma troppo politicizzato… credo che davanti al cadavere di Rutilio a monsignor Romero siano cadute le bende dagli occhi».

Romero apre un’inchiesta sul delitto e ordina la chiusura di scuole e collegi per tre giorni consecutivi. Nei suoi discorsi, a partire da quel momento, inizia a mettere sotto accusa il potere politico e giuridico di El Salvador. Istituisce, in seguito, una commissione permanente in difesa dei diritti umani. Le sue omelie, ascoltate da moltissimi parrocchiani e trasmesse dalla radio della diocesi, vengono pubblicate sul giornale “Orientaciòn”. Una certa chiesa, quella filo-regime,  si impaurisce allontanandosi da Romero e dipingendolo come un ”incitatore della lotta di classe e del socialismo”.
In realtà Romero non invitò mai nessuno alla lotta armata, ma, piuttosto, alla riflessione, alla presa di coscienza dei propri diritti e all’azione mediata, mai gonfia d’odio. Basterebbe leggere le sue quattro lettere pastorali e, in modo particolare le ultime due, per rendersi conto dello stile di Romero. Purtroppo, il regime sfidato aveva alzato il tiro; dal 1977 al 1980 si alternano i regimi ma non cessano i massacri: il 24 marzo 1980 Oscar Romero, proprio nel momento in cui sta elevando il Calice nell’Eucarestia viene assassinato. Le sue ultime parole sono ancora per la giustizia: “In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo ed il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza”.
Da quel giorno la gente lo chiama, lo prega, lo invoca come San Romero ’America. La profezia di Romero, il vescovo fatto popolo si è realizzata: “Se mi uccideranno – aveva detto – risorgerò nel popolo salvadoregno”.

Durante i tre anni di episcopato a san Salvador Romero aveva fatto di tutto per promuovere la pace. Era profondamente convinto della necessità di promuovere leggi giuste per garantire ai contadini il giusto salario. L’invito costante era rivolto ai militari affinché smettessero di uccidere, perché la pace si potrà ottenere solo con la giustizia e non con la violenza. “Desidero fare un appello speciale agli uomini dell’esercito e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, delle caserme. Fratelli! Siete del nostro stesso popolo! Ammazzate i vostri fratelli campesinos! Davanti all’ordine di ammazzare dato da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice “Non ammazzare!”… E’ ora  che recuperiate la vostra coscienza; e che obbediate alla vostra coscienza piuttosto che agli ordini del peccato”.

Come sappiamo, gli appelli di Romero rimasero per lungo tempo senza una risposta positiva. L’anno successivo della sua morte, tra l’8 e il 13 dicembre 1981, l’Esercito della dittatura salvadoregna sterminò centinai di contadini, donne, anziani, adolescente e bambini. Il 20 ottobre 2013 mons. José Luis Escobar Alas, arcivescovo di San Salvador, parlando con la stampa ha dichiarato: «Gli archivi dell’Ufficio Tutela legale non saranno mai consegnati al Procuratore generale». Questi archivi, proprietà della Chiesa salvadoregna, conservano la memoria storica documentata di almeno 50.000 casi di persone che dal giorno della loro fondazione (1977) per volere dell’arcivescovo Oscar Romero, hanno chiesto protezione e aiuto alle autorità ecclesiastiche locali, in particolare quando i diritti umani dei salvadoregni erano violati sistematicamente, soprattutto da parte dei regimi di destra. Il Vescovo Romero era consapevole che chi si schiera dalla parte dei poveri e denuncia ogni forma d’ingiustizia e oppressione, prima o poi arriverà a soffrire pesanti conseguenze. In un’omelia pronunciata a pochi mesi dalla morte disse: “La Chiesa deve denunziare ciò che viola la vita, la libertà e la dignità dell’uomo. Non chiede la vita, ma dà la vita per difendere la vita. La mia funzione è di essere voce di questa chiesa. Colui che si impegna con i poveri deve correre lo stesso destino dei poveri: scomparire, essere torturato, catturato, ucciso. Come pastore della Chiesa e del popolo, io sono obbligato a dare la vita per coloro che amo”. E così, purtroppo, avvenne.




giovedì 30 agosto 2018

UNA CHIESA BAGNATA DAL SANGUE DEI MARTIRI

Immagine che si trova nella cappella della UCA




Paolo Cugini

Il nostro viaggio continua visitando i luoghi del martirio di una chiesa che ha pagato un prezzo durissimo per aver abbracciato la croce di Cristo e vissuto fin in fondo il Vangelo.

Abbiamo visitato la parrocchia in cui il 20 gennaio 1979 padre Octavio Ortiz, un giovane prete di 34 anni e quattro giovani che partecipavano ad un ritiro spirituale, furono barbaramente uccisi da un grande contingente della forza di sicurezza nazionale. Il costante lavoro nelle Comunità Ecclesiali di base di padre Octavio è stato il motivo per accusarlo di sovversivo e comunista. I regimi dittatoriali non tollerano qualsiasi tipo di pensiero contrario e, di conseguenza, colpiscono ogni forma che possa indurre il popolo a pensare e cioè ad aprire loro gli occhi. Ebbene, i quadri del potere politico e militare, interpretarono le giornate di ritiro spiritale, che padre Octavio stava realizzando con un gruppo di quaranta giovani dai 13 ai vent’anni, come un momento di riunione sovversiva, comunista e, quindi, anti-governativa. Nella sala parrocchiale sono affissi i quadri di padre Ottavio e dei quattro giovani uccisi. L’obiettivo è mantenere viva la memoria, anche perché, uno degli strumenti più forti della dittatura è la menzogna, il fare di tutto per eliminare le prove dei loro misfatti. I tanti morti che il popolo salvadoregno ha sofferto negli anni della guerra civile (1980-1992) sono dovuti anche al tentativo costante di eliminare qualsiasi testimone.

Immagine di padre Octavio Ortiz nella parete del salone parrocchiale

Poema in memoria di pe Octavio

Pomeriggio alla UCA (Università del Centro America, fondata dai gesuiti nel 1965) teatro di uno dei più violenti e impressionanti massacri da parte della forza di sicurezza nazionale. Come ci ha spiegato la prof.ssa Suyapa si è trattato di un vero e proprio agguato studiato a tavolino e organizzato, affinché non fuggisse nessuno di quelli che il potere aveva deciso di uccidere, di togliere di mezzo. Da un settore ultra-conservatore dei comandanti militari dell’esercito salvadoregno, i padri gesuiti, che detenevano l’alta direzione e la cattedra all’interno dell’università, erano considerati sospetti di appoggiare la Teologia della Liberazione e, di conseguenza, di appoggiare i guerriglieri del FMNL (Fronte per la liberazione della Nazione) e per questo sovversivi. Il 16 novembre del 1989 in un attacco ben orchestrato dalle forze dell’esercito, vengono uccisi sei sacerdoti della Compagnia di Gesù (gesuiti), assieme a due impiegate domestiche. Gli autori del crimine, oltre ad aver bruciato il Centro Oscar Romero, lasciarono prove false per accusare la guerriglia del misfatto. Le vittime furono:

·         Ignacio Ellacuria (spagnolo, rettore dell’Università)
·         Ignacio Martin Barò (spagnolo, vicerettore accademico)
·         Segundo Montes (spagnolo, direttore dell’istituto dei Diritti Umani dell’UCA)
·         Juan Ramon Moreno (spagnolo, direttore della biblioteca di teologia)
·         Armando Lopez (spagnolo, professore di filosofia)
·         Joaquin Lopez y Lopez (salvadoregno, fondatore dell’università e stretto collaboratore)
·         Elba Ramos (Salvadoregna, impiegata domestica)
·         Celina Ramos (salvadoregna, impiegata domestica)

Entrando nella cappella dell’università sono ben visibili sulle pareti pitture raffiguranti persone torturate. Sempre all’interno dell’UCA è stato riservato uno spazio che mantiene viva la memoria del martirio dei gesuiti, dei massacri e delle torture realizzate in quegli anni. C’è, infatti, un museo, non solo con gli oggetti personali dei gesuiti, ma anche un archivio di foto terrificanti delle persone uccise e torturate. E’ la testimonianza di una violenza spaventosa con l’obiettivo unico di far tacere per sempre i testimoni della verità, facendo di tutto per cancellare le prove. C’è un canto della liturgia brasiliana che dice: “se fate tacere la voce dei profeti, le pietre parleranno”. E’ proprio questo che è successo a San Salvador. Il potere politico- militare non sopportava le accuse dei gesuiti, che costantemente lo accusavano delle ingiustizie nei confronti dei poveri e dei contadini.

La prof.ssa Puyapa ci spiega gli eventi avvenuti nella UCA

Immagini che ritraggono i sei gesuiti e le due domestiche morte nell'agguato del novembre 1989

Cappella della UCA

Diceva Ignacio Ellacuria, considerato la mente del gruppo dell’UCA: “Occorre fare tutto il possibile affinché la libertà sia vincente sull’oppressione, la giustizia sull’ingiustizia, e l’amore sull’odio”. Parole che sanno di Vangelo e che, per questo, davano fastidio a chi aveva la coscienza sporca, per chi sfruttava i poveri contadini per il proprio profitto. La prof.ssa Suyapa ci ricordava che Ignacio Ellacuria: “era uno stretto collaboratore di Monsignor Oscar Romero; e quando fu assassinato, la sua voce di denuncia, la radicalizzazione del suo impegno verso i più poveri, la critica dell'oligarchia, del potere politico e militare, crebbero così tanto da divenire scomodi allo Stato e alla classe dirigente che lo uccisero assieme ai suoi compagni di lotta. La sua morte, lungi dall'affogare il suo pensiero, è diventata un'eco che ha risuonato, non solo nel popolo salvadoregno, che non lo dimenticherà mai, ma in tutto il mondo, diffondendo e studiando il suo lavoro, acquisendo nuove dimensioni di rilevanza sociale, significato intellettuale e influenza religiosa”.

Parete centrale della cappella della UCA

Ascoltando le testimonianze di questa chiesa martirizzata del Centro America, testimonianze che fanno eco ai martiri della chiesa sudamericana, fa molto pensare la piega carismatica che ha preso il cammino ecclesiale di questa regione. Mi chiedo: com’è stato possibile? Com’è possibile passare da un cammino di chiesa che si fa povera per camminare assieme ai poveri al punto di rischiare la propria vita, cammino che incarna il Vangelo, denunciando senza paura le ingiustizie dei potenti, ad una cammino ripiegato nel tempio, riducendo il rapporto con Dio alla sfera intimistica, senza alcun rapporto con la realtà circostante, anzi infischiandosene proprio? Per non parlare, poi, dello stile ecclesiale che troviamo a casa nostra in Italia, che per esprime la relazione con Dio abbiamo bisogno di liturgie sfarzose, i famosi pontificali. Eppure, i martiri salvadoregni, c’insegnano che il cammino tracciato da Gesù e da loro fedelmente incarnato e contestualizzato, si realizza non nel tempio, ma sulla strada, non con liturgie e canti che parlano di un divino tutto schiacciato sullo spirituale, ma di un Dio incarnato nella vita dei poveri. Il sangue dei martiri salvadoregni ci richiama al Vangelo di Gesù, al suo amore per noi, all’amore di Gesù per il Padre, un amore che, facendosi carne, diviene denuncia contro le forme di oppressione e di sopruso. E’ di questo Vangelo che abbiamo bisogno. E’ la fede nel Dio che si è manifestato in Gesù Cristo che deve alimentare la nostra anima, e non la religione alienante, che ci distoglie dai problemi che esigono, invece tutta la nostra attenzione e la nostra capacità di discernimento. E’ il sangue dei martiri che da sempre fa la chiesa, perché la riporta alla sua origine, l’amore crocefisso di Cristo, alimento della nostra vita che dà significato ai nostri giorni.



mercoledì 29 agosto 2018

VISITA ALLA TOMBA DI MONS. OSCAR ROMERO






Paolo Cugini

Siamo un gruppo di nove missionari in visita ai posti cruciali del cammino della Chiesa salvadoregna. Con noi c’è Maiella, da 32 anni missionaria laica in San Salvador, che ci guida alla scoperta di una Chiesa bagnata dal sangue dei martiri. E’ il cammino di una Chiesa che ha resistito all’arroganza del potere che schiaccia i piccoli. Potere che ha avuto come alleato la gerarchia ecclesiale, vale a dire i vescovi locali, che non hanno mai visto di buon occhio l’operato di una chiesa vicina ai contadini, una chiesa vicino al popolo, quella chiesa nella quale Romero e alcuni preti viveva ogni giorno.
 Il contesto sociale è fortemente marcato dalla divisione di classe creato dai grandi possessori di terre: 14 famiglie si dividono tutta la terra salvadoregna. Ovunque ci sia il latifondo ci sono problemi sociali, perché il latifondo genera situazioni di povertà e di conflitti sociali. Lo sappiamo moto bene: chi più possiede più vuole e fa di tutto per avere sempre di più. In questa lotta di sopruso e di potere, chi non ha avrà sempre meno e sarà costantemente e pesantemente oppresso e alienato in tutte le sue rivendicazioni. Erano gli anni in cui il mondo era diviso chiaramente in due parti: USA e URSS, vale a dire da una parte il modello economico capitalista e, dall’altra, il modello marxista/comunista. La Chiesa sin dagli anni ’20 del secolo scorso, attraverso una serie di documenti ed encicliche aveva dipinto il comunismo come ateo e, di conseguenza, niente di buono poteva venire dalle sue file. Per questo motivo, tutti coloro che assumevano un linguaggio od una riflessione che riprendeva le riflessioni economiche di Marx, veniva tacciato di comunista e, di conseguenza, era considerato nemico. Per molti decenni il mondo ha vissuto dentro questa contraddizione senza nessuna possibilità di liberarsi dalla durezza irrazionale di una simile contrapposizione. Soprattutto però, l’Occidente ha compiuto un errore storico identificando il comunismo Sovietico con il comunismo di qualsiasi altro lato della terra, facendo di ogni erba un fascio. Questo giudizio a-storico è stata una delle cause principali degli orrori contro il popolo salvadoregno e potremmo dire sudamericano. Dove c’era puzza di comunismo, voleva dire nemico e quindi, in molti casi, la giustificazione di uccidere. L’aspetto più allucinante in questa storia veramente squallida, è il coinvolgimento di vescovi in appoggio al potere locale che dava ordine ai propri militari di uccidere i contadini poveri accusati di complotto comunista.

Il gruppo di Missionari ascolta la testimonianza di Mariella

La visita alla tomba di Mons Oscar Romero, vescovo di El Salvador per soli tre anni, vale a dire dal 1977 al 1980, posta nella cripta della cattedrale, significa toccare con mano il maggior testimone di un vero e proprio massacro di cristiani la cui unica colpa è stata quella di vivere il Vangelo. Sono state le omelie di Romero a disturbare il potere locale. Sono state le parole evangeliche incarnate nella situazione locale che metteva il dito nella piaga di un potere accecato dalla propria arroganza, che maltrattava i poveri contadini, che hanno fatto scattare la scintilla dell’odio. Romero, nelle sue omelie, parlava di giustizia, di uguaglianza; annunciava l’insegnamento di Gesù che tutti siamo fratelli e sorelle e che nessuno davanti a Dio può sentirsi migliore di un altro al punto da arrogarsi il diritto di trattare male il fratello o la sorella. Romero e anche alcuni suoi fedeli sacerdoti, mettevano il dito nella piaga di contadini poveri che non ricevevano il salario dai loro padroni. Parole chiare e dure come il ferro per le orecchie dei signori del luogo che, nonostante tutto, si presentavano regolarmente alla messa domenicale da buoni cattolici. Negli incontri fatti in questi giorni con alcuni testimoni di questi fatti, è spesso emersa una riflessione, vale a dire la distinzione tra fede e religione. Mentre la religione dice di un modo di stare dinanzi a Dio rassicurante, perché porta l’individuo a compiere tutta una serie di riti e precetti per sentirsi a posto dinanzi al divino, la fede indica una relazione d’amore con Dio che spinge la persona ad un cammino di conversione, di cambiamento di vita, di togliere il male dalle proprie azioni per fare spazio all’amore di Dio. 

In silenzio alla tomba di Romero

La presenza dei potenti del territorio alle messe domenicali e la violenza esacerbata contro i poveri contadini, viene letta dai protagonisti del periodo come religione. C’è una religione, un dio che permette ed esige il sangue dei piccoli, le ingiustizie. Venire alla tomba di Romero significa mettersi in ginocchio dinanzi ad un pastore che, ad un certo punto del suo cammino, è stato convertito dal Vangelo di Gesù presente nella vita dei poveri contadini, dalle loro sofferenze ed umiliazioni e ha deciso di prendere una posizione chiara, mettendosi dalla loro parte. Dall’altare il Vescovo Romero parlava come Gesù, denunciando i soprusi dei potenti, schierandosi dalla parte dei piccoli. Per questo è stato ucciso e con lui migliaia di catechisti, preti, religiosi e religiose con l’accusa di comunismo. La gerarchia locale della chiesa che, durante i fatti di sangue era tutta schierata dalla parte del potere che uccideva i cristiani, ora a distanza di quasi quarant’anni dichiara Mons Oscar Romero Santo. C’è molto su cui riflettere su questa squallidissima storia.
Mons Oscar Romero difendendo i poveri contadini, ha difeso i loro diritti, ha lottato affinché regnasse la giustizia di Dio. Interessante è che la sua nomina a Vescovo di El Salvador era stata salutata positivamente dall’oligarchia locale. Romero, infatti, sino a quel momento, oltre ad essere riconosciuto come un conservatore, era considerato un uomo buono, tranquillo, che senza dubbio non avrebbe messo i bastoni tra le ruote ai prepotenti del tempo. E invece no: il Signore Gesù presente nei poveri contadini salvadoregni, gli ha toccato il cuore, lo ha portato a scelte nuove, ad un comportamento nuovo. La riflessione sulla storia di Romero e della chiesa della sua epoca ha condotto il teologo Jon Sobrino a dire che senza i poveri non c’è Chiesa.

Concludo citando un brano di un’omelia di Romero:
"La violenza non la sta seminando la Chiesa, la violenza la sta seminando le situazioni ingiuste, la situazione di istituzioni e leggi ingiuste che favoriscono solo un settore e non tengono conto del bene comune della maggioranza. E qui la Chiesa non potrà tacere perché è un diritto evangelico che la assiste e un dovere nei confronti del Padre di tutti gli uomini, che la obbliga a esigere la fraternità dagli uomini ". (Omelia 1-4-1998

La cattedrale di San Salvador