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sabato 18 aprile 2026

LE PIOGGE TORRENZIALI STANNO DEVASTANDO LA FAVELA

 

Un angolo della favela meu bem e meu mal


Paolo Cugini

 

Non se ne può più di tutta quest’acqua. Sono piogge anormali che stanno castigando Manaus e, in modo particolare, quelle zone, che sono tante, in cui ci sono agglomerati urbani costruiti mediante invasioni di terreno e, quindi, senza un paino regolatore e un minimo di infrastruttura. È il caso, per esempio, della favela Meu Bem e Meu Mal, che appartiene al territorio della parrocchia e nel quale, da circa un anno, stiamo tentando di strutturare una comunità.

Alle 11 di venerdì 17 aprile mi arriva un messaggio avvisandomi di uno smottamento nella favela meu Bem e meu Mal, dove una casa è crollata. Sono immediatamente andato sul posto e una coppia raccontava la paura nel momento del crollo. “Eran le 4 del mattino e all’improvviso tutto è crollato sotto una pioggia battente, Ci siamo fatti male e, in pochi secondi abbiamo perduto tutto”. Con la Caritas stiamo organizzando una raccolta di vestiti. Con la signora Day, che ha un contatto diretto con le famiglie della favela, abbiamo iniziato a muoverci per provvedere un posto letto temporaneo per la coppia. Il comune ci ha detto che entra in azione solamente dopo le feste che terminano martedì, quindi ci dobbiamo arrangiare noi. Dopo vai tentativi falliti, abbiamo trovato una pensione. La Caritas parrocchiale paga l’alloggio sino a quando il comune deciderà di intervenire.

Il luogo della favela dove è caduta l'ultima casa


 È un bel segnale che stiamo dando alle famiglie della favela, gli stiamo dicendo che non sono sole, ma che la Chiesa sta vigilando con loro. Negli eventi accaduti questa settimana, infatti, alcuni hanno sparso la voce che la parrocchia non voleva aprire le porte della chiesa per accogliere coloro che avevano perso la casa. Sono dovuto intervenire di persona, organizzando una riunione nella comunità di san Pietro con Day e sua cugina, che da alcuni mesi fanno parte di un’associazione che organizza attività di aiuto sociale. Dopo un primo chiarimento di idee ho chiesto a Day di chiamare il capo della favela, che si chiama Leo. Per fortuna è arrivato e così abbiamo avuto modo di chiarirci. Ho chiesto poi al gruppo di andare assieme nella favela. Volevo che la gente mi vedesse insieme a Leo e a Day, per capire che non sono un nemico, ma un amico. Abbiamo visitato alcune famiglie e poi ci siamo diretti a casa di Leo per conoscere la sua famiglia. Proprio vicino alla sua casa, abbiamo visto i resti di due case venute giù a causa delle piogge torrenziali di questi giorni. “Se c’è bisogno le porte della Chiesa dono aperte”, ho detto loro.

Uno degli scaloni per arrivare alla favela 


Da circa un anno nella favela abbiamo iniziato un cammino per creare una comunità. Sono poche le persone che stanno accompagnando il cammino, ma quelle poche sono entusiaste. C’è una ragazza di 20 anni di nome Fernanda, che è l’unica della favela a fare l’università. Poi c’è Flavia, una giovane signora madre di due figlie, costretta due anni fa ad andare via dalla favela perché minacciata dal traffico. Per fortuna è tornata, perché si è messa a disposizione per la catechesi, visto che ha svolto il servizio di catechista per vari anni nella comunità di san Pietro, vicino alla favela. Mi hanno chiesto di celebrare la messa l’ultima domenica del mese e di inviare un ministro della Parola per celebrare una domenica al mese. Da circa un mese abbiamo preso in affitto una costruzione della favela, che anticamente serviva come cappella degli evangelici. Neanche loro sono riusciti a realizzare un cammino dentro questo territorio, dominato dai trafficanti di droga. “I giovani, fin dall’adolescenza, - raccontava Fernanda – vengono coinvolti nel traffico di droga e, quindi, è impossibile coinvolgerli. Gli adulti sono totalmente disinteressati da un discorso religioso, troppo presi dai loro problemi famigliari, di mancanza di lavoro e dalla paura di vivere in un luogo come questo. L’unica speranza sono i bambini: con loro possiamo fare qualcosa”.

Funzionari del comune tentando di sistemare la parte delle case venute giù


È a partire da queste parole che abbiamo deciso di prendere in affitto quello spazio (50 euro al mese) per iniziare qualche attività con i bambini: disegno, giochi, Catechesi. Forse le voci negative sulla chiesa, sparse in questi giorni, sono state fatte circolare perché non ci vogliono tra i piedi. Da quello che ci raccontava Fernanda è stato così anche per la chiesa evangelica. Del resto, è chiaro, pensando al fatto che i primi nove mesi non mi hanno fatto entrare e non mi hanno permesso di celebrare la messa. Se lo sto facendo è grazie a Fernanda, che ci sta ospitando a casa sua. Ora il messaggio che stiamo dando è chiaro: siamo qui per aiutarvi, perché vediamo la situazione in cui vivete, soprattutto in questi giorni di forti piogge che hanno provocato la caduta di quattro case. È vero che c’è il servizio del comune, ma non arriva dappertutto ed è manipolato da qualcuno di dentro della favela. Ancora devo capire bene il ruolo di Day, questa donna che abita davanti alla cappella di san Pietro e che da due anni ha smesso di frequentarla, per dedicarsi ad un’associazione che ha chiare mire politiche. I poveri sono merce di scambio soprattutto negli anni di elezioni politiche e, quest’anno, è proprio no di questi. L’importante, comunque, è essere entrati, aiutare queste famiglie in modo silenzioso e gratuito, come abbiamo fatto in questi giorni, poi il resto verrà.

 

domenica 28 dicembre 2025

E' NATA UNA NUOVA COMUNITA': SAN LAZZARO

 




 

Il quartiere Compensa, dove vivo, è un luogo pieno di sorprese. Ogni giorno ce n’è una nuova, anzi, più di una.

Oltre ad essere un territorio dominato dai trafficanti di droga e, quindi, bisogna muoversi con molta cautela, rispettando orari e luoghi in cui è meglio non passare, c’è molta vita.

Ogni giorno che passa, rimango impressionato dalla creatività delle persone che attuano nelle comunità: ne inventano di tutti i colori.

Tra queste novità e attività c’è anche la nascita di una nuova comunità: come può succedere?

Visitando tutti i giorni il territorio del quartiere Compensa, mi sono accorto che vi sono alcune zone non ben servite dal punto di viste pastorale. Una di queste è la favela Mio bene e mio male, situata vicino alla comunità san Pietro.

Lo scalone che porta alla favela

una immagine di una parte della favela


Chi non abita nella favela, non può entrarci da solo. Occorre avere dei contatti con coloro che vivono dentro per poter scendere una delle scalinate che portano dentro la favela.

Una domenica, dopo la messa nella comunità san Pietro, la coordinatrice della comunità mi ha presentato Fabiana, una signora che vive nella favela. Ho chiesto immediatamente se mi invitava a casa sua per riflettere su come iniziare un lavoro pastorale nella favela.

A casa di Fernanda per la messa del Patrono



Detto fatto. La prima cosa che mi ha colpito della favela è la sporcizia. Già la Compensa in fatto di sporcizia non scherza, ma la favela era qualcosa di esagerato. Con la persona che mi ha accompagnato, che dopo alcuni mesi ho scoperto essere legata al traffico, ci siamo impegnati a far intervenire il servizio di pulizia del comune, che qui non era mai entrato.

Dopo di ciò, nel giugno dello scorso anno, alcuni episodi che non sto a raccontarvi, avevano provocato la proibizione del parroco di entrare nella favela.

Nel mese di marzo di quest’anno, mentre ascoltavo gli adolescenti e giovani che mi cercavano per chiedere di poter ricevere il sacramento della Cresima, si è presentata Fernanda, una ragazza di 20 anni, che studia infermieristica all’università. Quando gli ho chiesto di che comunità era, mi ha risposta che viveva nella favela Mio bene e mio male. Gli ho spiegato la mia situazione a riguardo della favela e gli ho chiesto se mi aiutava a tornare dentro. Lei mi rispose che non c’erano problemi. E così dal mese di marzo abbiamo ripreso a celebrare mensilmente una messa nella favela.



In una di queste messe, all’ora degli avvisi ho aperto il dibattitto sul tema del nome da dare alla comunità. È stata proprio Fernanda ad indicare il nome di san Lazzaro con la motivazione che era un santo che si occupava dei cani randagi, proprio come fanno loro.

Siamo così arrivati ad oggi, domenica 28 dicembre, per realizzare la prima festa del patrono della comunità. In realtà la festa doveva essere il giorno17 dicembre, giorno in cui si festeggia san Lazzaro, ma le piogge torrenziali di quel giorno hanno impedito la realizzazione dell’evento.

La messa si è svolta nella casa-palafitta della famiglia di Fernanda, che vive con i suoi nonni. Alla messa erano presenti alcune persone della comunità di san Pietro, che hanno aiutato nella liturgia, altre persone della parrocchia e una quindicina di persone della favela e, tra loro, vari bambini.

Alla fine della messa abbiamo deciso che, a partire da gennaio, la comunità si struttura come le altre, con la celebrazione domenicale e le principali attività pastorali. L’obiettivo è chiaramente di annunciare il Vangelo e, l’emergenza primaria, è togliere bambini e adolescenti dal giro del traffico di droga. Lo faremo non solo con la catechesi, ma anche con le varie attività che abbiamo già messo in piedi con il progetto Margens (https://margensamaz.blogspot.com/qui trovate le attività che facciamo), vale a dire corsi di musica, danza, teatro, inglese, spagnolo, capoeira, che stanno avendo un grande successo tra i bambini e i ragazzi di altre comunità.

Fernanda all’inizio di dicembre si è cresimata. Ha vent’anni, sa quello che vuole. Era entrata nel percorso della cresima 5 anni fa, ma si era fermata perché c’erano cose che non la convincevano. Si è cresimata perché crede in quello che fa. In una testimonianza raccolta in una intervista che potete ascoltare su YouTube, ha detto che lei vuole essere un esempio per i bambini e i coetanei della favela (questo è il video realizzato dagli 8 giovani di Reggio Emilia del CMD che hanno trascorso tre settimane nelle famiglie delle comunità: https://www.youtube.com/watch?v=xcv-cVuqTk0&t=11s ).

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Sono l’unica della favela che studia all’università. Tutti i giorni salo e scendo quello scalone per andare a studiare, Voglio essere un esempio per dire ai bambini e ai giovani della favela che è possibile essere differenti: basta volerlo”.

Annunciare il Vangelo in questi contesti significa pensare a percorsi che possano salvare vite. C’è da farlo con attenzione, con intelligenza, ma c’è da farlo. È a contatto con questi territori, con persone come Fernanda che scopro nuovi cammini del mio ministero, che da anni non si riduce più alla sfera del culto, ma a servizio dell’umanità, soprattutto dei più poveri ,degli esclusi, di tutti coloro che sono messi ai margini.

 

 

domenica 23 marzo 2025

UNA GIORNATA IN MISSIONE NEL QUARTIERE COMPENSA DI MANAUS

Veduta del quartiere san Vincenzo de Paoli



Paolo Cugini

Venerdì, 21 marzo. Mi piace iniziare il giorno all’alba, immergendomi nel Mistero: orienta positivamente tutta la giornata. Nel silenzio della cappellina alla luce di due candele contemplo il crocefisso e medito sul mistero dell’amore che è il senso della vita. Amore gratuito, disinteressato, amore che conduce verso l’altra, l’altro. Mi chiedo se vivo questa prospettiva. Vengono alla mia mente situazioni, volti, storie d’amore, di donazione. Eventi che m’interpellano e che, allo stesso tempo, indicano un cammino che esige fermezza, scelte e, a volte, rotture. Per questo invoco lo Spirito e mi faccio aiutare dai salmi perché, a volte, non trovo le parole. “Cerco il tuo volto, Signore”; “l’anima mia anela a Te”. Oggi è il compleanno di mia cognata Anna: una preghiera va anche per lei.

Nel silenzio della cappellina della casa parrocchiale

Dopo la preghiera del mattino verso le 6,10 mi dirigo alla comunità santo Ignazio per il caffè Caritas. Mentre vado mi fermo per compare dei pezzi di torta che, senza dubbio, saranno utili. Arrivo sul posto alle 6,20 e Nete e Wanilda stanno sistemando due tavoli e portando le cose per la colazione dei poveri. Dopo alcuni minuti, arrivano anche altre due signore e Antonio, il ministro della Parola della comunità per dare una mano. La cappella è in via di riforma e, quindi, ci mettiamo sul ciglio della stradina, che è la strada principale della comunità. Pian piano cominciano ad arrivare persone dalle zone povere anche di altre comunità. Antonio si allontana dicendo che va nel punto dei taxi perché a che la ci sono dei senza tetto. Infatti, dopo circa venti minuti in un solo colpo ne arrivano 10 molto affamati. Con Antonio e sua moglie lasciamo la colazione dei poveri per dirigerci al secondo evento della giornata.

Preparando la colazione per i poveri del quartiere Santo Ignazio


Verso le 7,45 siamo nella piazza do  Leme, l’unica piazza del quartiere. Da alcune settimane stiamo organizzando un evento in linea con la Campagna della Fraternità 2025 che ha come tema Ecologia Integrale. Abbiamo coinvolto l’associazione degli abitanti della Compensa e il comune nel servizio di pulizia. L’obiettivo consiste nel sensibilizzare le persone a non buttare la plastica nei canali, nel fiume o per strada, ma a raccoglierlo nei specifici contenitori. Un gruppo di circa 50 persone, per lo più giovani, che lavorano per il comune sono arrivati sul posto verso le 8,30 per passare in tutte le case orientando i cittadini sull’importanza di imparare a raccogliere la plastica negli appositi contenitori. In piazza, oltre ad alcuni rappresentanti dell’associazione del quartiere e del Municipio, c’era anche una ventina di rappresentanti del Movimento fede e cittadini della parrocchia. Proprio la parrocchia si è incaricata di fornire una merenda che l’amica Lene ha portato in piazza verso le 10. Mattinata, dunque, molto positiva, anche perché ha permesso di conoscere persone nuove del quartiere e anche di creare alcuni legami con gli organi del Municipio. 

Un gruppo del Movimento Fede e Cittadinanza con alcuni rappresentanti del Municipio
Per la giornata dedicata alla pulizia del quartiere




Verso le 14,45 assieme a Raimundo e Israele siamo andati nella favela Meu Bem e meu Mal, vicino alla comunità si san Pietro. Era quasi un anno che non riuscivo ad entrare in questa realtà dominata dal traffico. Il contato l’ho avuto attraverso Fernanda, una giovane che sabato scorso è venuta ad iscriversi per il percorso ella cresima e, quando mi ha detto che abitava nella favela, immediatamente gli ho chiesto se mi aiutasse a ritornare. “Don Paolo, sono Fernanda: la prossima settimana se hai tempo puoi venire. Hanno detto che puoi anche mettere in agenda una messa”.  Detto e fatto. Con Raimundo e Israele abbiamo girato per le stradine della favela che descriverla come situazione allucinante è poco. Mentre scendevamo lo scalone che dalla comunità san Pietro verso la favela mi chiedevo come si faccia vivere in un posto come questo fatto di palafitte, case fatiscenti. Ho notato che dentro la favela ci sono anche alcuni piccoli negozi e questo è positivi, perché evia agli abitanti di fare delle rampe di scale ripidissime. Arrivati da Fernanda gli abbiamo chiesto di portarci in alcune case dove c’erano dei bambini e adolescenti. La scusa era quella di mostrare il foglio che riporta i progetti di Margens – chitarra, danza, inglese -; l’intento principale era quello di riprendere contatto con una realtà che merita tutta la nostra attenzione. Visitando le case, passando da una stradina all’altra pensavo che fosse difficile incontrare un posto così, che sembra abbandonato da tutti. Chi domina questa area è il traffico di droga che garantisce la sicurezza degli abitanti ma, allo stesso tempo, detta una legge ferra e, chi disobbedisce paga con la morte. “E’ meglio che stai attento a fare le foto: se ti vedono possono intervenire in modo duro”. È Raimundo che mi allerta, nonostante stessi prendendo tutte le precauzioni possibili per non farm vedere. Non c’è da scherzare: è questo il messaggio sotteso di Raimundo. Incontriamo un gruppo di bambini che giocano su uno spazio di cemento tra alcune case. Li chiamiamo per parlare loro dei progetti. “Dove si fanno?” mi chiede uno di loro. “Nella parrocchia di san Vincenzo” risponde Israele. Gli sguardi dei bambini diventano tristi perché per loro è impossibile salire lo scalone alla sera. Per questo pensavo di proporre all’equipe di Margens di provare a pensare un progetto specifico per la favela. Vediamo.



Uno squarcio della drammatica situazione della Favela Meu bem e meu Mal

Alle 19,30 studio biblico nella comunità santo Antonio. È un cammino molto profondo e interessante. Vedere adulti che con il Vangelo cominciano ad avere attitudini nuove, perché scoprono proposte nuove, evangeliche, che modificano prospettive antiche. Vedo gli occhi di Maria Irene, una signora di settanta anni attenti su quello che si legge, si commenta: è come se scoprisse ora la bellezza della proposta di Gesù proprio adesso. E poi ci sono i ragazzi dei gruppi giovani quasi sempre presenti. In ogni parrocchia che entro faccio la proposta dello studio biblico settimanale ed è sempre una proposta che incontra il favore dei fedeli. Ed è camminando con le persone delle comunità meditando insieme la Parola che le nostre scelte quotidiane assumono lentamente una sintonia, parlano la stessa lingua: la lingua del Vangelo. 

Un momento dello studio biblico



giovedì 9 gennaio 2025

LA STRANA PROPORZIONE: MAGGIORE E’ IL NUMERO DI CHIESE TANTO MAGGIORE E’ LA DISUGUAGLIANZA SOCIALE







Paolo Cugini


Giovedì 9 gennaio 2025. In mattinata visita alla comunità di san Vincenzo. Anche qui come in santo Ignazio, c’è un mare di stradine, di vicoli. Del resto, non potrebbe essere altrimenti. Infatti, il quartiere Compensa di Manaus è nato negli anni ’70 del secolo scorso frutto di continue invasioni di terreno che continuano anche oggi in altre zone di Manaus. Quando s’invadono terreni si costruisce quel tanto che può garantire un minimo di copertura dalle intemperie, senza pensare ad un piano regolatore o a chiedere permessi. Come in altre zone di Manaus, anche nella Compensa è entrato il traffico per comprarsi - si fa per dire - i terreni e le case e rivenderle a chi arrivava dalle campagne, cioè dalla foresta. I quartieri poveri di Manaus, che sono delle immense favelas, sono costruiti in questo modo improvvisato, dominato dai trafficanti di droga, che entrano per controllare il territorio e garantire un minimo di protezione degli abitanti. 

“Qui la polizia non ci entra”, diceva sorridendo Raimundo, un signore di circa ottant’anni, che da sempre ha frequentato la chiesa di san Vincenzo, coprendo, tra l’altro, vari ruoli, com’è costume da queste parti. Tutte le volte che visito la comunità di san Vincenzo mi fermo da lui, anche perché è una grande fonte d’informazioni. Raimundo vive in una casa abbastanza grande con sua moglie e qualche nipote. Non ho ancora capito quanti figli abbia. “Oggi c’è in casa mia figlia che abita dall’altra parte della città, mentre le mie figlie che abitano qui vicino raramente passano per visitarmi”. 


Uno dei tanti vicoli stretti del quartiere san Vincenzo


Domenica ero a pranzo di una famiglia della comunità di santo Antonio e la padrona di casa era madre di 12 figli, mentre sua sorella ne ha avuti 20. Famiglie numerose, come quelle incontrate nella Bahia. Anche le famiglie che incontro in questi quartieri vengono tutte dalle zone interne dell’Amazzonia. Ho già incontrato famiglie che vivono da anni nella Compensa e che provengono da Santo Antonio do Iça, che è la città dove la diocesi di Reggio Emilia è presente dal 2019. 

Ho salutato Raimundo per continuare la vista al quartiere, ma un bambino mi ha riconosciuto, mi è corso incontro e ha voluto che entrassi nella sua casa. Lì ho incontrato il padre, la madre e la sorella. Il padre lavora in una zona delicata dell’Amazzonia, vicino alla città di Coarì, a circa 400 km da Manaus. Zona delicata e polemica perché si tratta di un’area in cui avviene l’estrazione del petrolio. Alcuni mesi fa ho partecipato ad un incontro che si è tenuto a Manaus dove spiegavano le zone critiche dell’Amazzonia, in cui viene sfruttato il sottosuolo per estrarre Gas e petrolio e, entro questi luoghi, era stato citato anche Coarì. 


Le multinazionali entrano nei territori amazzonici illudendo la gente che vi abita, affermando che porteranno occupazione e soldi per tutti, mentre in realtà, dove questo processo è già avvenuto, quello che rimane è solo distruzione, inquinamento e impoverimento della popolazione. Non sono venuto sull’argomento e abbiamo parlato di altro. 

Con il Movimento Fede e Cittadinanza, fondato lo scorso anno per monitorare il processo delle elezioni municipali nel nostro quartiere, abbiamo deciso che continueremo il lavoro di coscientizzazione sociale e politica interessandoci anche di temi ambientali. Abbiamo già messo in agenda una giornata ecologica a fine febbraio. In un contesto, che è quello del quartiere Compensa, in cui non esiste un sistema fognario, dove mentre cammini per strada devi stare attento a non pestare una delle miglia DI merde di cane che incontri, oltre ad uno slalom tra i mucchi di immondizia sparsi qua e là, sarà già molto mantenere all’ordine del giorno dei nostri incontri parrocchiali il tema della protezione della casa comune. 


Mentre scrivo queste cose penso alle centinaia di chiese che incontro mentre cammino per le stradine della favela e mi chiedo: a che cosa serve tutta questa religione? Sembra che maggiore sia il numero di chiese in un territorio, maggiore è il livello di disuguaglianza sociale e d’impoverimento. È una strana e triste considerazione, ma è quello che sto incontrando e vedendo.





mercoledì 24 gennaio 2024

L’INFERNO É PIÚ BELLO

 





Paolo Cugini

 

 

È stato quello che ho pensato quando oggi pomeriggio sono stato a visitare una zona di una delle sette comunità della parrocchia di San Vincenzi di Paolo, nel quartiere Compensa di Manaus. Sono due settimane che sto organizzando questa visita. Ho chiesto a Flavia, una catechista che abita nella biaxada di San Pietro – è questo il nome della favela che ho visitato – di entrare in contatto con uno di quelli che contano nella favela per darmi la possibilità di visitare la zona. Questa è la situazione: nessuno entra senza permesso, nemmeno il prete. La favela è considerata zona rossa di Manaus, per via dei trafficanti che controllano la zona. La situazione si è aggravata negli ultimi mesi, perché c’è un nuovo gruppo che è entrato nella favela e sta contendendo lo spazio a quello che c’era già. La tensione che si è venuta a creare si vive quotidianamente. L’altra sera, durante il consiglio pastorale in una delle due comunità che vivono vicino alla favela, ad un certo punto è avvenuta una sparatoria, un regolamento di conti, che ha provocato la paura tra le persone presenti.






Abbiamo visitato una parte della favela per capire che cosa fare e se è possibile fare qualcosa. Si respira un senso di abbandono allucinante. Qui il comune non entra, per cui acqua e luce arrivano per dei sotterfugi organizzati dagli abitanti. Le costruzioni sono tutte abusive, oltre ad essere fatiscenti. Ci sono tantissimi bambini e adolescenti. La favela è sorta con la costruzione abusiva di abitazioni di coloro che arrivavano dai villaggi della foresta amazzonica, in cerca della città con il mito di vivere meglio, avere più possibilità. In realtà, che arriva in queste baracche viene a stare molto peggio.

La droga è il pane quotidiano., Uno potrebbe dire: ma se non hanno nemmeno gli occhi per piangere perché la droga e come fanno a comprarsela? La domanda dovrebbe essere posta più a monte e cioè: a che cosa serve la droga? Serve per dimenticare, per trascorrere qualche istante in pace. I ricchi si drogano per riempire un vuoto, perché non sanno che cosa fare, mentre i poveri si drogano per cercare di diminuire il dolore esistenziale, per dimenticare, anche solo per qualche momento. Poi inizia l’inferno, dovuto all’impossibilità di pagare la merce, l’entrata nel giro dei trafficanti, il coinvolgimento dei familiari. Il giorno dopo la sparatoria c’era una testa che rotolava nelle strade della favela. Vari corpi sono stati trovati nei cespugli dei dintorni della favela, di gente che non riusciva a pagare i trafficanti locali. Qui nessuno entra, né il comune, né la polizia: i conti se li regolano tra di loro.

Se ogni tanto c'è un incendio nella favela si capisce perchè 


Dal punto di vista religioso la stragrande maggioranza delle persone che abitano nella favela sono evangelici. Qui si tocca con mano un vecchio discorso e cioè della religione come una droga, con la differenza che, mentre la droga arriva ad ammazzare, la religione venduta dagli pseudo pastori neopentecostali, conduce fuori dalla realtà. Questi falsi pastori, veri e propri mercenari, attaccati ai soldi in modo allucinante, assicurano ai poveri malcapitati un pezzettino di paradiso in cambio di una tassa mensile. Fanno leva, infatti, su coloro che ricevano benefici dal governo: pensionati, persone con deficienza fisica, famiglie povero che ricevono un sussidio dal governo. Più sono povere, più le persone si affidano ai mercenari di Dio, a pseudo pastori senza scrupoli che, come gli avvoltoi, si nutrono della carne dei poveri malcapitati. I disperati non ascoltano discorsi teologici raffinati, ma si affidano alle promesse di un futuro glorioso. Probabilmente sanno che è tutto falso, ma che cosa importa! Un po’ di consolazione illusoria può servire per andare avanti in mezzo allo schifo della vita presente.



Abbiamo girato una parte della favela con la scusa di trovare un posto per celebrare una messa fra qualche domenica. In realtà, cercavo di vedere con i miei occhi il dramma della miseria umana, sin dove può arrivare il degrado umano, per capire che cosa si possa fare o se si possa davvero fare qualcosa, con la consapevolezza che dagli abitanti del posto non arriverà mai nessuna richiesta di aiuto. Il dato più allucinante è che a soli sei km di distanza c’è il quartiere di lusso Ponta Negra, con palazzi ed edifici da far invidia a Toronto. Tanta disuguaglianza in pochi metri. Forse, fra qualche mese andrò a trovare anche loro.