Paolo Cugini
Verrà
un tempo, ed è già questo tempo, in cui le identità costruite come mura
mostreranno le loro crepe. Verrà un tempo in cui ciò che è stato chiamato
purezza apparirà per ciò che spesso è stato: paura del contatto, timore
dell’alterità, difesa ansiosa di un confine. Allora si comprenderà che nessuna
identità nasce innocente, perché ogni identità si edifica scegliendo,
separando, nominando ciò che è dentro e ciò che resta fuori. Ogni appartenenza
porta con sé una soglia; ogni “noi” custodisce, nel suo grembo, un “loro”
escluso.
Eppure,
lo Spirito non abita soltanto nei recinti. Lo Spirito geme fuori dalle porte,
attraversa i campi impuri, parla lingue non previste, si posa su corpi che la
norma non aveva convocato. Là dove l’istituzione vede contaminazione, il
Mistero può aprire rivelazione. Là dove la dottrina teme confusione, può
germinare un senso nuovo. Perché la contaminazione non è necessariamente
perdita: essa può essere visitazione, ferita feconda, sconfinamento capace di
dischiudere all’identità la sua verità più profonda.
Guai
a chi confonde il Mistero con la sua formula, la vita di Dio con la sua
definizione, l’eco della Parola con il possesso della verità. Il dogma nasce
come parola di custodia, come tentativo di dire, dentro la storia, ciò che
supera la storia. Ma quando la custodia diventa controllo, quando la
definizione pretende di chiudere ciò che è inesauribile, allora il dogma
rischia di trasformarsi in argine contro la rivelazione stessa. Ciò che doveva
indicare il fuoco diventa cenere ordinata; ciò che doveva orientare il cammino
diventa frontiera invalicabile.
Il
cammino dell’evoluzione del dogma è anche un cammino di identificazione: la
Chiesa, pronunciando ciò che crede, riconosce se stessa, dà forma alla propria
memoria, protegge il nucleo della propria narrazione. Ma ogni identificazione
comporta una scelta, e ogni scelta produce un margine. Definire significa
illuminare un volto, ma anche lasciare nell’ombra altri volti possibili. Dire
“questo è” significa spesso dichiarare, implicitamente, “questo non è”. È qui
che l’identità ecclesiale incontra la sua tentazione: credere che la
separazione sia fedeltà, che l’esclusione sia garanzia, che il confine sia più
sacro del passaggio.
Ma
il Mistero non si lascia amministrare come un territorio. Il Mistero non è una
proprietà custodita da mani autorizzate, né un deposito inerte da difendere
contro il vento della storia. Il Mistero è eccedenza, promessa, abisso che
chiama. Ogni volta che una comunità pretende di esaurirne le possibilità
rivelative, essa non difende Dio: difende la propria immagine di Dio. Non
custodisce la trascendenza: protegge la propria paura di essere trasformata.
Per
questo la contaminazione può diventare profezia. Essa interrompe l’idolo
dell’identità chiusa e ricorda alla fede che la rivelazione non coincide mai
pienamente con le sue sedimentazioni storiche. La contaminazione introduce
nell’identità una domanda, una fenditura, una possibilità imprevista.
Contaminarsi non significa dissolversi, ma lasciarsi convertire dall’incontro.
Significa accettare che l’altro non sia soltanto minaccia, ma luogo teologico;
non soltanto differenza da respingere, ma parola capace di restituire alla
propria identità una verità dimenticata.
Beata
l’identità che non teme di essere attraversata. Beata la comunità che non
confonde la fedeltà con l’immobilità. Beata la Chiesa che, invece di innalzare
nuove pietre sui confini, impara a riconoscere la voce del Vivente anche nei
luoghi non autorizzati. Perché il Mistero che si rivela non resta prigioniero
dei nostri enunciati: li attraversa, li inquieta, li supera. Egli parla ancora,
e spesso parla proprio là dove la dottrina aveva imparato a tacere.
Allora
il compito non sarà abolire ogni forma, né disprezzare ogni parola ricevuta. Il
compito sarà purificarle dalla pretesa del possesso. Sarà trasformare il dogma
da muro in soglia, da chiusura in orientamento, da definizione assoluta in
memoria viva di un incontro che resta sempre più grande di ciò che possiamo
dire. Sarà riconoscere che la verità non teme il contatto, perché ciò che è
veramente vivo non si conserva isolandosi, ma attraversando la storia senza
smettere di generare.
E
si alzerà una voce nel deserto delle certezze chiuse: non chiamate impurità ciò
che può diventare rivelazione; non chiamate tradimento ciò che può essere
conversione; non chiamate confusione ciò che apre un varco al Mistero. Poiché
l’identità che non accoglie contaminazione diventa statua di sale, memoria
irrigidita di un cammino interrotto. Ma l’identità che si lascia ferire
dall’altro può rinascere come promessa, può scoprire di non essere un recinto
da difendere, ma una tenda da spostare, una parola da custodire nel suo
continuo accadere, un nome che riceve senso nuovo ogni volta che osa incontrare
ciò che non aveva previsto.


.jpeg)


.jpeg)