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venerdì 27 agosto 2021

CRISTO IN EUROPA. UNA FECONDA ESTRANEITA’ - UN LIBRO DI CHRISTOPH SCHONBORN





Paolo Cugini

 

La domanda iniziale che provoca le argomentazioni del breve libretto di Schonborn è la seguente: Il cristianesimo è una presenza straniera oppure rappresenta il fondamento dell’Europa? Secondo l’autore si possono affermare tranquillamente entrambe le cose.

Se è vero che il cristianesimo è una delle radici della cultura europea, dall’altra tale consapevolezza sta diminuendo in maniera allarmante. Secondo Schonborn l’Europa non potrà sopravvivere senza i contenuti portati dal cristianesimo. Due prospettive ebraiche vale la pena citare per comprendere l’ampiezza del problema.

La prima è di Jonathan Saks, rabbino capo della Gran Bretagna, il quale ritiene che il responsabile del crollo dell’indice di natalità in Europa sia la cultura consumistica: “la sua popolazione è troppo egoistica per crescere figli”. Secondo Saks l’Europa è l’area più secolarizzata del mondo e, a suo dire, c’è correlazione con la diminuzione spaventosa di natalità. “Essere genitori richiede un grande sacrificio” e, nell’attuale contesto culturale europeo non trova spazio l’idea di sacrificio. Per questo, secondo Saks, il credo religioso è fondamentale per la coesione della società.

La seconda prospettiva è di Joseph Weiler, professore di diritto europeo all’Università di New York, che parla di cristianofobia europea. Anche lui vede correlazione tra questa perdita di memoria delle origini e lo sviluppo demografico in Europa.

A questo punto diviene importante fare memoria e delineare brevemente le fasi storiche più significative del cristianesimo in Europa.

L’epoca antica. Durante il periodo della così detta pax romana solo gli ebrei e i cristiani rifiutavano di diventare una religione in mezzo a tante all’interno del pantheon pagano. La conseguenza fu un’aspra critica nei loro confronti, sfociata nelle persecuzioni e nel martirio di migliaia di uomini e donne. È possibile, a partire da queste considerazioni, è possibile incontrare alcuni frutti delle radici cristiane dell’Europa piantati già all’inizio.

Il primo, è il fondamento della dignità umana nell’idea biblica che l’uomo e la donna sono creati ad immagine di Dio. Ciò ha prodotto come conseguenza nel messaggio di Gesù, l’attenzione ai poveri, agli ammalati, agli esclusi in un contesto culturale che disprezzava tutti coloro che non appartenevano al popolo greco.

Un’altra idea portata dal cristianesimo e che è alla base della cultura europea è, secondo Schonborn, l’unità della specie umana. L’umanità è un’unica famiglia. Considerare greci e barbari sullo stesso livello, come sosteneva la prima comunità cristiana, era considerato uno scandalo. Questa idea che siamo tutti fratelli e sorelle è uno dei pilastri della cultura europea di chiarissima origine cristiana.

L’ultima idea maturata nell’età antica del cristianesimo e che ha plasmato la cultura europea è la libertà. Secondo Schonborn “la più efficace invenzione della Bibbia è la libertà: la possibilità di autodeterminarsi che Dio dona all’uomo. L’amore bandisce la coercizione”.  

L’epoca medievale. Probabilmente il vero problema del cristianesimo, quello che lo rende poco credibile agli occhi del mondo occidentale è la cristianità, quella trasformazione, cioè, avvenuta dopo l’editto di Costantino e lo stabilirsi come religione dell’impero a partire dal 380 con Teodosio. Secondo Schonborn ci sono due papi che rappresentano simbolicamente lo sviluppo che rese possibile l’Occidente cristiano, ma lo fece anche cadere: Gregorio Magno e Leone III. Il primo fu molto influenzato dalla caduta di Roma e dalla paura dell’impero di oriente al punto di fare della chiesa il baluardo dell’impero romano d’occidente. Leone III chiese aiuto ai Franchi e incoronò Carlo Magno imperatore romano. L’impero bizantino percepì l’evento come un grave tradimento dell’unità del cristianesimo, creando quell’estraneità che culminò nel 1054 con la definitiva scissione. Le conseguenze furono gravissime perché aprirono il varco alle lotte tra potere politico e potere papale. Scrive Schonborn: “Dopo numerose guerre lo stato ecclesiastico medievale divenne un sacerdotium senza alcuna importanza o influenza per le potenze europee […] La battaglia sulla sovranità dell’impero e, in seguito, sullo stato della chiesa, in concorrenza con le altre potenze europee, indebolì l’importanza spirituale del papa, più che rafforzarla”. Una lezione importante la Chiesa può ricavare da questa storia, vale a dire che è un errore pensare di poter rafforzare una religione attraverso l’unione con lo stato e il potere politico. La distinzione è necessaria e utile per entrambi. Parlando di medioevo non è possibile guardarlo solamente sullo sfondo della lotta tra chiesa e impero: c’è molto di più. C’è la nascita di vari ordini religiosi che contribuirono significativamente per lo sviluppo culturale in Europa. Non si possono dimenticare nemmeno i monasteri che, dopo la riforma di Cluny del 900, diedero un grande impulso in ambito sociale, artistico, economico e spirituale.

Epoca moderna. L’Europa moderna è soprattutto figlia dell’illuminismo. Senza dubbio, la scissione religiosa del XVI secolo scosse profondamente la società europea occidentale. Uno degli esiti delle guerre di religione fu la territorializzazione delle confessioni cristiane: cuius regio eius religio. Il luogo di residenza divenne il principio per determinare l’appartenenza ad una determinata religione. Secondo Schonborn il concetto negativo di pulizia etnica emerso nei Balcani è una conseguenza di quel principio distruttivo. Le guerre di religione ebbero un secondo risultato, cioè sembrano confermare che le religioni mettono un popolo contro l’altro, mentre l’illuminismo li libera.

Nonostante ciò, secondo Schonborn la situazione del cristianesimo in Europa “è alquanto stimolante e piena di opportunità”. Si assiste, infatti, alla ricerca di cammini di fede più consapevoli. Il cristianesimo un corpo estraneo, dunque, in Europa, ma anche una radice. “L’Europa potrebbe aver bisogno della sana inquietudine della voce profetica della Parola. Sempre secondo il nostro autore – ed è la sua conclusione al breve saggio – “sappiamo che le radici che sosterranno l’Europa nel futuro sono queste: un cristianesimo credibile, fedele alle sue radici, per quanto singolare ed estraneo possa sembrare a volte ai nostri occhi un tale cristianesimo”.

 

sabato 9 maggio 2015

MONDO MODERNO E RELIGIONE IN CHARLES PEGUY


E' uscito in questi giorni il nuovo libro sul pensiero di Charles Péguy e, qui di seguito, propongo alcuni paragrafi presi dall'introduzione



INTRODUZIONE


In un clima culturale di transizione, com'è quello nel quale stiamo vivendo, si tende a rovistare nel passato per trovare quei barlumi di luce che possono contribuire a portare un po’ di chiarezza. La post modernità, sia intesa come momento conclusivo del moderno sia come dissoluzione interna dei valori della modernità, chiama sul banco degli imputati il moderno.

 Non è allora un caso se, a partire da questo sfondo, vengono alla ribalta nel dibattito culturale odierno, autori che offrono spunti critici nei confronti della modernità. Péguy è certamente un autore che si presta ad una tale operazione critica. La sua opera è, infatti, contrassegnata da una puntuale disamina nei confronti di ogni simbolo del mondo moderno. Sfogliando le pagine soprattutto della sua opera filosofica, si ritrovano anticipate le critiche alla modernità che hanno caratterizzato il dibattito filosofico sulla post modernità degli ultimi decenni. La critica al metodo moderno, alla possibilità di controllare la realtà e di dirigerla dove si vuole, oltre ad essere l’espressione dell’arroganza culturale tipica di quell'Occidente che ha preteso di ordinare il mondo, è anche allo stesso tempo il segno di una perdita di senso, di contatto con la realtà. Il contatto con altri mondi, con altre culture e altri popoli, che anche chi non è abituato a viaggiare è costretto a vivere a causa della fortissima spinta migratoria in atto, che vede coinvolti milioni di persone in tutti i continenti, ci permette di verificare quotidianamente la fragilità delle presunzioni moderne. La pluralità delle visioni, dei modi di dire e di narrare la realtà, è spesso stata identificata come apertura alle derive relativiste e, di conseguenze, un ostacolo per la comprensione della verità. Abituati da millenni a leggere la realtà con gli schemi della logica aristotelica, del principio di non contraddizione, facciamo ancora oggi molta fatica a vedere nella posizione differente dalla nostra, nel punto di vista altro, non un limite, una limitazione, una contraddizione, ma un valore, un aspetto di verità da porre a lato del nostro, senza voler a tutti i costi fare una sintesi. Questo discorso  non vale solamente per quella che potremmo definire la cultura laica, ma anche per la teologia, per la religione. Infatti, il modo di vedere la realtà elaborato nei secoli dalla cultura Occidentale, ha lentamente assorbito anche il modo di confrontarsi con il divino. La verità dell’essere da Parmenide in poi, è sempre percepita in contraddizione al non essere. Anche se il mistero dell’Incarnazione sconvolge tutte le logiche di questo mondo, riusciamo, comunque sempre, come direbbe Péguy, a narcotizzarlo, a escogitare un modo d’interpretarlo che non sfugga dalle logiche della razionalità moderna.

La storia degli ultimi decenni ha spazzato via tutte le certezze pensate dalle meta-narrazioni moderne. E così, ciò che sembrava ineluttabile, come ad esempio la lettura marxista della realtà o la possibilità di calcolare il progresso economico e di debellare la fame nel mondo, si è rivelato con il tempo piuttosto relativo. I mutamenti climatici, i disastri ambientali, stanno dimostrando giorno dopo giorno che non è possibile ingabbiare la natura tra stretti procedimenti matematici. La realtà esige di essere ascoltata. Non si possono fare i conti senza l’oste. Quello che è sotto gli occhi di tutti è un mondo che più che essere ascoltato, è stato interpretato. Si è voluto che il mondo, la realtà, la natura prendesse quella direzione pensata a tavolino. Si è voluto a tutti i costi che la realtà obbedisse alle operazioni dei sistemi Occidentali, alle logiche delle meta-narrazioni. La volontà di potenza Occidentale si è scontrata con la realtà della natura. Senza dubbio questo modo di affacciarci alla realtà è frutto anche di un antropocentrismo malato di protagonismo, slegato cioè dal contesto nel quale l’uomo e la donna sono inseriti, vale a dire la natura. La storia di questi ultimi decenni ci sta insegnando che non possiamo pensare di prevedere il futuro dell’umanità escludendo dai nostri calcoli la realtà, la vita. Soprattutto però, questa triste e drammatica esperienza che stiamo vivendo c’insegna che la vita, la natura, la realtà sfuggono al tentativo di essere ingabbiate e interpretate da una sempre serie di logiche. C’è tutta un’imprevedibilità che la vita porta con  che, più che interpretata dev'essere ascoltata, accompagnata. Cercare un pensiero che ha percorso questo cammino, che si è messo in ascolto della realtà, che ha considerato la pluralità dei punti di vista come una ricchezza più che un limite, che in definitiva si è messo a servizio della vita e della natura più che servirsi di essa: è questo, forse uno dei grandi compiti della cultura Occidentale.

Se ancora oggi sfogliamo le pagine di Péguy è proprio per questi motivi. Nella sua opera infatti, oltre ad una critica serrata al metodo moderno, troviamo soprattutto interessanti indicazioni di metodo per ascoltare la realtà, per valorizzare la pluralità. Assieme all’analisi puntuale dei danni provocati dalla mentalità moderna soprattutto all’interno della cultura francese – bellissime sono le pagine sulla vita contadina nelle campagne francesi -, troviamo in Péguy una lucidità intellettuale capace di mostrare con precisione le cause delle faglie del metodo moderno. Sappiamo e in parte documenteremo, il grande debito filosofico che Péguy ha con Henry Bergson. E' a partire, infatti, dal bagaglio teoretico offerto dalla filosofia di Bergson che Péguy sarà in grado di offrire ai suoi lettori le chiavi ermeneutiche necessarie per interpretare il suo tempo. In ogni modo, sarà a partire da questo fecondo incontro culturale che Péguy riuscirà a trovare o, meglio, per dirla con Bergson, a intuire il cammino da percorrere per capire e mostrare le faglie del metodo moderno e di tutta la sua produzione. Significativo a questo punto notare che il particolare percorso esistenziale di Péguy, lo conducono a spostare la sua riflessione e la sua profonda analisi della realtà dal piano politico a quello religioso. Gli anni successivi alla sua conversione religiosa imprimeranno una profondità spirituale che lo condurranno a rileggere la Sacra Scrittura con occhi nuovi, gli occhi appunto del metodo intuitivo appreso da Bergson e messo a punto negli anni delle sue battaglie polemiche a tutti i i livelli con gli uomini di cultura del suo tempo. 

Affascinanti sono le pagine che Péguy dedica alla riflessione sui vangeli. Come nelle pagine di poesia e di prosa, anche in queste più specificamente spirituali o, per alcuni, mistiche, Péguy riesce a scoprire novità di significati e di contenuti, analizzando testi ascoltati da sempre e che in apparenza non avrebbero la possibilità di dire nulla di nuovo. Se è vero che, come vedremo, è importante ascoltare la realtà, senza volerla anticipare con angusti sistemi di pensiero che rischiano costantemente di reprimerla, lo stesso vale nel rapporto con la Sacra Scrittura. Troppe volte, secondo Péguy, si è trattato la Scrittura come se fosse un pezzo di materia freddo e distaccato, anticipandone il senso attraverso una griglia concettuale. Ascoltare la Scrittura, come vederemo in seguito, significa per Péguy anzitutto liberarla dagli schemi freddi del metodo moderno, per seguirla pazientemente dove lei vuole condurre il lettore, e cioè alla conversione nel cuore.  Questa relazione stretta tra filosofia e religione, tra metodo intuitivo e poesia, ci sembra una delle caratteristiche specifiche dell’opera di Péguy.

Il problema che a questo punto si pone a livello ermeneutico consiste nel cogliere il modo con il quale s’intende leggere e capire l’opera Péguy. Non è possibile, infatti, avvicinare un’opera così profonda e allo stesso tempo così poliedrica, come è quella del nostro autore, esclusivamente per sottolineare eventuali simpatie o affinità di vedute. Simili operazioni culturali rischiano non solo di decurtare l’integralità di un messaggio, quanto soprattutto di distorcerne il senso autentico. Del resto, Péguy sembra abituato a simili strumentalizzazioni. Se, infatti, si sfogliano le pagine dei suoi biografi, lo si trova tratteggiato con le sfumature più disparate: anarchico, socialista, comunista, rivoluzionario, reazionario, cattolico, mistico. Dinnanzi ad una tale varietà di opinioni viene spontaneo chiedersi chi sia realmente Péguy e quale sia in sostanza il suo messaggio. E' proprio questo che le pagine del libro cercano di scoprire.