domenica 30 agosto 2026

Il voto non si vende: si custodisce come responsabilità

 

Il lavoro del Movimento Fede e Politica nasce proprio da questa consapevolezza: aiutare le persone a riconoscere che il voto ha valore, che non deve essere venduto e che il profilo etico dei candidati non è un dettaglio secondario.




Paolo Cugini

 

 

Nel pomeriggio di sabato 29 agosto, il Movimento Fede e Politica della parrocchia San Vincenzo de Paoli, nel quartiere Compensa di Manaus, ha realizzato un nuovo momento di sensibilizzazione nella comunità Santo Ignazio. Circa quaranta persone, tra giovani e adulti, si sono riunite nella piccola cappella della comunità per iniziare insieme con la preghiera, ricevere alcune orientazioni e prepararsi a uscire per le strade del quartiere.

Non si è trattato semplicemente di un’attività organizzativa o di una visita di cortesia. Il senso profondo di queste azioni è quello di incontrare le persone là dove vivono: nelle case, davanti ai negozi, lungo le vie, negli spazi quotidiani in cui spesso si parla di tutto, ma raramente del valore del voto e della responsabilità politica. È proprio lì che il Movimento desidera aprire un dialogo semplice, diretto e fraterno.

Le elezioni politiche previste per l’inizio di ottobre, chiamate a scegliere il Presidente della Repubblica e i deputati statali e federali, non possono essere vissute come un fatto distante dalla vita concreta della gente. Ogni scelta politica incide sulla sanità, sull’educazione, sul lavoro, sulla sicurezza, sull’ambiente e sulle opportunità delle famiglie. Per questo il voto non è un gesto isolato, ma un atto che riguarda il bene comune.



Il tema, però, è delicato. Molte persone, segnate da difficoltà economiche e da una lunga storia di promesse non mantenute, finiscono per considerare il voto come una merce da scambiare. La vendita del voto appare talvolta come una soluzione immediata a un bisogno urgente, ma in realtà impoverisce ancora di più la comunità, perché consegna il futuro nelle mani di chi compra coscienze invece di presentare progetti seri e rispettosi della dignità del popolo.

Il lavoro del Movimento Fede e Politica nasce proprio da questa consapevolezza: aiutare le persone a riconoscere che il voto ha valore, che non deve essere venduto e che il profilo etico dei candidati non è un dettaglio secondario. Scegliere chi governa significa anche chiedersi quali interessi quella persona rappresenta, quale storia porta con sé, quali impegni assume e se la sua vita pubblica è coerente con la giustizia, la legalità e il servizio.



Durante le visite, il gruppo ha utilizzato il materiale preparato dall’Arcidiocesi di Manaus, nel quale sono raccolte orientazioni formulate in modo chiaro e accessibile. Questo sussidio aiuta ad affrontare temi importanti senza imporre idee o candidati, ma favorendo la formazione della coscienza. L’obiettivo non è dire alla gente per chi votare, ma ricordare che nessuno dovrebbe rinunciare alla propria libertà e alla propria responsabilità davanti alle urne.

Una delle scoperte più grandi, e allo stesso tempo più imbarazzanti, è stata constatare che quasi nessuno conosce le leggi del Brasile relative al processo elettorale. Molti ignorano che la compra e vendita del voto è proibita e che esiste una legislazione che richiede la fedina penale pulita per i candidati. Questa mancanza di informazione rende le persone più vulnerabili alla manipolazione e mostra quanto sia urgente un lavoro educativo permanente.



Per questo è bello vedere i giovani della parrocchia camminare insieme agli adulti, indossando la maglia del Movimento e entrando con decisione nelle strade delle comunità. La loro presenza è un segno di speranza: dimostra che la politica può essere compresa non come ricerca di vantaggi personali, ma come forma alta di carità, di partecipazione e di cura per la vita del popolo.

La coscientizzazione non produce sempre risultati immediati, ma semina domande, apre conversazioni e risveglia responsabilità. Ogni porta visitata, ogni dialogo iniziato, ogni dubbio chiarito può diventare un piccolo passo verso una cittadinanza più libera e matura. Siamo certi che questo lavoro porterà frutti, perché quando una comunità impara a valorizzare il proprio voto, comincia anche a difendere con più forza la propria dignità e il proprio futuro.

 

sabato 29 agosto 2026

La campagna elettorale dell’inciviltà

 Abbiamo bisogno di candidati capaci di dare l’esempio, non di alimentare il disordine. Abbiamo bisogno di persone che mostrino senso civico prima ancora di chiedere fiducia. 





Paolo Cugini

 

 

C’è qualcosa di insopportabile, e francamente vergognoso, nel modo in cui certi candidati stanno occupando le strade durante la campagna politica di quest’anno. Non si tratta soltanto di propaganda rumorosa, di bandiere agitate ai semafori o di altoparlanti sparati a volume indecente. Si tratta di una precisa idea di politica: arrogante, invadente, maleducata. Una politica che pretende attenzione non con la forza delle idee, ma con il disturbo organizzato; non con il rispetto dei cittadini, ma con l’assedio dello spazio pubblico.

Durante le ore in cui la gente torna a casa stanca dal lavoro, dopo giornate spesso pesanti, questi candidati mandano i propri sostenitori in mezzo alle strade come se la città fosse una loro proprietà privata. Bandiere, slogan, casse acustiche, cortei improvvisati, traffico bloccato, clacson, caos. Tutto questo mentre lavoratori, famiglie, anziani, studenti e persone già provate dalla routine quotidiana restano intrappolati in code inutili, create non da un’emergenza, non da un servizio pubblico, non da una necessità collettiva, ma dall’ego elettorale di chi vuole farsi vedere a tutti i costi.

Questo comportamento non è un dettaglio folcloristico della campagna elettorale. È un test morale. È una prova anticipata di governo. Perché se un candidato, prima ancora di essere eletto, dimostra di non saper rispettare il riposo, il tempo e la pazienza dei cittadini, allora bisogna chiedersi con serietà che cosa farà una volta ottenuto il potere. Se già oggi considera normale trasformare le strade in un palcoscenico rumoroso per la propria ambizione, domani saprà davvero amministrare la città con equilibrio, ascolto e responsabilità?

La politica dovrebbe cominciare dal rispetto. Dovrebbe essere educazione alla convivenza, capacità di organizzare la partecipazione senza calpestare gli altri, attenzione concreta alla vita reale delle persone. Invece assistiamo a una triste sfilata di prepotenza travestita da entusiasmo popolare. Si pretende di parlare di futuro mentre si rovina il presente di chi cerca solo di arrivare a casa. Si promettono ordine, sviluppo, sicurezza e qualità della vita mentre si produce disordine, rumore, stress e mancanza di rispetto.

Il problema è ancora più grave perché questi candidati non si limitano a comportarsi male: educano i propri sostenitori a comportarsi male. Li spingono, apertamente o tacitamente, sulla strada dell’inciviltà. Li autorizzano a occupare spazi, a disturbare, a imporsi, a confondere la partecipazione democratica con l’invasione arrogante della vita altrui. Ed è proprio qui che la questione diventa politica nel senso più profondo: chi non sa orientare i propri sostenitori al senso civico, come potrà orientare una comunità intera?

Non basta riempirsi la bocca di parole come cittadini, bene comune, “democrazia e partecipazione. Le parole, quando sono contraddette dai comportamenti, diventano rumore. E di rumore, in questa campagna elettorale, ce n’è già fin troppo. Il vero candidato credibile non è quello che urla di più, non è quello che blocca più incroci, non è quello che trasforma ogni strada in una tribuna improvvisata. Il candidato credibile è quello che sa dire ai propri sostenitori: fatevi sentire, sì, ma senza disturbare; partecipate, sì, ma rispettando chi non vuole o non può ascoltarvi; sostenete le idee, ma non calpestate la città.

Una città non è un megafono. Una strada non è un comitato elettorale. La pazienza dei cittadini non è materiale da consumare per guadagnare qualche voto. Chi aspira ad amministrare una comunità deve dimostrare, fin dall’inizio, di saperla rispettare nei dettagli più semplici: il traffico, il silenzio, gli orari, il diritto di tornare a casa senza essere ostaggio della propaganda. Sono dettagli solo per chi non ha idea di che cosa significhi vivere la città; per i cittadini, invece, sono qualità della vita.

Per questo sarebbe necessario valutare i candidati anche da qui, da questi comportamenti apparentemente marginali ma in realtà rivelatori. L’etica pubblica non comincia dopo le elezioni: comincia durante la campagna elettorale. Comincia nel modo in cui si chiede il voto, nel modo in cui si occupa lo spazio comune, nel modo in cui si tratta chi non appartiene alla propria tifoseria politica. Se per conquistare consenso si è disposti a irritare, ostacolare e disturbare i cittadini, allora quel consenso nasce già contaminato da una pessima concezione del potere.

Abbiamo bisogno di candidati capaci di dare l’esempio, non di alimentare il disordine. Abbiamo bisogno di persone che mostrino senso civico prima ancora di chiedere fiducia. Abbiamo bisogno di una politica che sappia parlare con fermezza, ma anche con educazione; che sappia mobilitare, ma senza prepotenza; che sappia coinvolgere, ma senza trasformare la città in un campo di battaglia sonora.

Chi non rispetta i cittadini mentre chiede il loro voto, difficilmente li rispetterà dopo averlo ottenuto. E allora è bene dirlo con chiarezza, anche con rabbia: una campagna elettorale incivile non è solo fastidiosa, è un segnale d’allarme. È il primo manifesto di una politica che non ascolta, non comprende e non rispetta. E una politica così non merita applausi, non merita fiducia, non merita consenso. Merita soltanto di essere giudicata per quello che è: una pessima lezione di maleducazione pubblica.

 

Fino a quando continueremo a chiamare normalità ciò che è semplicemente ingiustizia?

 Come si può chiedere a una persona di reagire, di essere forte, di non mollare, quando la vita le presenta il conto appena apre gli occhi: malattie che non trovano cura, disoccupazione che svuota la tavola, famiglie povere che non sanno più come arrivare alla fine della settimana, bambini che crescono tra l’odore dell’acqua sporca e il rumore delle promesse mai mantenute?




La sofferenza mentale non si cura dentro una fogna

Paolo Cugini

 

Com’è possibile sconfiggere la sofferenza mentale quando si è costretti a vivere dentro un mondo che produce dolore ogni giorno, con ostinazione, con metodo, quasi con crudeltà? Come si può chiedere a una persona di reagire, di essere forte, di non mollare, quando la vita le presenta il conto appena apre gli occhi: malattie che non trovano cura, disoccupazione che svuota la tavola, famiglie povere che non sanno più come arrivare alla fine della settimana, bambini che crescono tra l’odore dell’acqua sporca e il rumore delle promesse mai mantenute?

E poi c’è l’assurdità più feroce: vivere in condizioni igieniche indegne, abitare case affacciate su canali fognari, respirare ogni giorno un’aria che sembra ricordarti che per il mondo tu vali meno degli altri. Non è solo povertà. È umiliazione organizzata. È abbandono trasformato in paesaggio. È una violenza lenta, quotidiana, che non fa rumore nei palazzi del potere ma scava dentro le persone, consuma la speranza, divora la motivazione, spegne il desiderio di futuro.

È questo che mi chiedo ogni volta che visito le famiglie del quartiere Compensa di Manaus. Cammino tra le strade, attraverso passaggi stretti, osservo le case aggrappate a un equilibrio precario, e sento il dolore della gente prima ancora che qualcuno parli. Lo vedo negli sguardi stanchi, nel modo in cui le persone camminano, nei sorrisi tenui che sembrano chiedere scusa di esistere e, allo stesso tempo, rifiutano di arrendersi. C’è una tristezza che viene da dentro, ma c’è anche una dignità che nessuna fogna, nessun abbandono, nessuna indifferenza riesce a cancellare.



E qui nasce la rabbia. Perché non si può parlare di salute mentale come se fosse solo una questione privata, come se bastasse respirare profondamente, prendere una decisione positiva, cercare dentro di sé una forza magica. La sofferenza mentale, in certi contesti, non nasce nel silenzio della coscienza: nasce nella mancanza di saneamento, nella casa umida, nel lavoro che manca, nella paura di ammalarsi, nella vergogna imposta a chi non ha nulla se non la propria resistenza. Nasce quando una madre deve scegliere se comprare medicine o cibo. Nasce quando un padre torna a casa senza salario e deve inventarsi una serenità che non possiede. Nasce quando i bambini imparano troppo presto che la vita degli ultimi vale meno.

Eppure, nello stesso scenario, volano gli aquiloni. I bambini corrono, ridono, inventano cieli colorati sopra strade ferite. Nei fine settimana i bar si riempiono, le televisioni restano fisse sulle partite di calcio, le birre compaiono sui tavoli, la carne sfrigola sulla brace. A prima vista potrebbe sembrare contraddizione, quasi una rimozione del dolore. Ma non lo è. È un modo di restare vivi. È una forma di resistenza popolare. È la prova che la vita, anche quando viene schiacciata, cerca una fessura per respirare.

Ma non accettiamo il ricatto: non trasformiamo la capacità di resistere in una scusa per non cambiare nulla. Il fatto che la gente della Compensa sappia sorridere non autorizza nessuno a ignorare la sua sofferenza. Il fatto che i bambini giochino non rende meno scandaloso il fango. Il fatto che una famiglia accenda la brace la domenica non cancella l’ingiustizia di una casa costruita accanto a un canale di liquami. La resilienza non può diventare l’alibi dei governi, delle istituzioni, dei benestanti, di chi guarda da lontano e poi dice: In fondo se la cavano. No, non se la cavano. Resistono. Ed è diverso.



La domanda, allora, non è soltanto come faccia una persona a rimanere motivata in queste condizioni. La domanda vera, quella che dovrebbe bruciarci addosso, è come faccia una società intera a tollerare che qualcuno debba vivere così. Come possiamo parlare di progresso, sviluppo, turismo, economia, religione, famiglia, futuro, mentre interi quartieri vengono lasciati nell’abbandono? Come possiamo chiedere salute mentale a chi non ha salute ambientale, sicurezza abitativa, lavoro, servizi pubblici, acqua pulita, dignità?

Il quartiere Compensa di Manaus è un mondo di contrasti, sì: dolore e festa, fogna e aquiloni, tristezza e brace, stanchezza e desiderio. Ma questi contrasti non devono commuoverci soltanto: devono farci arrabbiare. Perché dietro ogni sorriso tenue c’è spesso una battaglia invisibile. Dietro ogni casa sul canale c’è una responsabilità pubblica. Dietro ogni sguardo spento c’è una domanda che nessuno dovrebbe più evitare: fino a quando continueremo a chiamare normalità ciò che è semplicemente ingiustizia?

 

lunedì 24 agosto 2026

Fede, politica e coscienza: la parrocchia in cammino verso il voto

 Come ormai è costume, negli anni di elezioni politiche la parrocchia di san Vincenzo di Paolo prende la strada per un lavoro di sensibilizzazione e coscientizzazione, attraverso il Movimento Fede e Politica.



Paolo Cugini

 

 

Come ormai è diventato costume negli anni delle elezioni politiche, la parrocchia di San Vincenzo de’ Paoli sceglie di mettersi in cammino con la gente, percorrendo le strade del quartiere Compensa a Manaus e promuovendo un lavoro paziente di sensibilizzazione e coscientizzazione. Non si tratta di fare propaganda per un partito o per un candidato, ma di aiutare le persone a riscoprire il valore del voto come gesto di responsabilità, di libertà e di cura per il bene comune.

Il cammino è stato preparato attraverso una serie di incontri comunitari, nei quali abbiamo studiato le orientazioni sul tema della politica elaborate dall’Arcidiocesi di Manaus. Queste indicazioni invitano gli elettori a compiere scelte mature, verificando la storia dei candidati, la loro coerenza pubblica, la fedina penale pulita secondo lo spirito della legge della Ficha Limpa e, soprattutto, la loro reale presenza nella vita delle comunità. Un candidato non dovrebbe apparire soltanto nel tempo della campagna elettorale: la sua credibilità nasce da un percorso, da un impegno visibile e da una vicinanza concreta alle persone.



Il pericolo, sempre presente, è che vengano elette persone corrotte, legate a interessi privati, a gruppi economici opachi, al traffico di droga o al crimine organizzato. Quando la politica diventa strumento di arricchimento personale o di protezione di poteri criminali, i più poveri pagano il prezzo più alto. Mancano risorse per la scuola, per la sanità, per l’abitazione, per la sicurezza e per tutte quelle politiche pubbliche che potrebbero migliorare la vita quotidiana della popolazione.

Quest’anno, nella prima domenica di ottobre, il Brasile sarà chiamato alle urne per eleggere il Presidente della Repubblica, i Governatori degli Stati, i deputati federali e i deputati statali. È un momento decisivo, perché il voto non riguarda soltanto i nomi che occuperanno le istituzioni, ma il progetto di società che si vuole costruire. Le scelte politiche incidono sulla vita concreta delle famiglie, sulla distribuzione delle risorse, sulla tutela dell’Amazzonia, sulla dignità del lavoro e sulla possibilità di un futuro più giusto per i giovani.

Il contrasto tra i privilegi della politica e la vita reale della maggioranza della popolazione è uno degli aspetti che più feriscono la coscienza. Secondo informazioni pubblicate sulla stampa locale, nell’Amazonas è stato discusso un sussidio mensile per i deputati statali pari a circa 34.774 reais; altre notizie hanno segnalato pagamenti superiori e contestazioni sugli importi percepiti. Anche considerando le cifre più basse, resta evidente la distanza rispetto a chi vive con un salario minimo, che non basta a coprire pienamente le necessità fondamentali di una famiglia. Questa sproporzione aiuta a comprendere perché la politica non possa essere vissuta come una carriera di privilegi, ma come un servizio pubblico da esercitare con sobrietà e trasparenza.



La disuguaglianza sociale rimane il grande tema del Brasile. Parliamo di un Paese ricchissimo di risorse naturali, culturali e umane, ma ancora segnato da povertà profonde, da famiglie che abitano in condizioni disumane, da periferie dimenticate e da comunità che lottano ogni giorno per l’accesso a diritti elementari. In questo scenario, il voto non può essere trattato come merce di scambio. Vendere il proprio voto significa consegnare il futuro a chi spesso, dopo essere stato eletto, sparisce dalle strade e dalle comunità che aveva promesso di difendere.

Per questo ci impegniamo, con umiltà ma anche con determinazione, a tentare di cambiare il quadro, almeno orientando le persone che incontriamo nel quartiere Compensa a non vendere il proprio voto, a informarsi, a dialogare, a confrontare le proposte e a scegliere persone pulite, competenti e vicine alla vita del popolo. La coscientizzazione politica nasce dall’ascolto e dalla prossimità: si costruisce nelle visite, nelle conversazioni davanti alle case, negli incontri comunitari, nei gruppi di giovani e adulti che desiderano un Brasile più giusto.

È bello vedere giovani e adulti uniti in questa attività del Movimento Fede e Politica. La fede, quando è autentica, non chiude gli occhi davanti alla realtà, ma educa alla responsabilità, alla partecipazione e alla difesa della dignità dei poveri. La politica, quando è vissuta come servizio, può diventare uno spazio di trasformazione sociale e di speranza. Il nostro compito, come comunità cristiana, è aiutare le persone a comprendere che il voto è un atto morale, un gesto che riguarda la giustizia, la pace e il futuro delle nuove generazioni.

In tempi segnati dalla corruzione, dalla violenza e dalla sfiducia nelle istituzioni, scegliere bene diventa una forma concreta di resistenza. Non possiamo cambiare tutto da soli, ma possiamo seminare coscienza. Possiamo aiutare una persona a non vendere il proprio voto, una famiglia a discutere con più lucidità, un giovane a capire che la politica non è soltanto il luogo degli scandali, ma anche lo spazio in cui si decide se la vita dei poveri sarà rispettata o dimenticata. È da questi piccoli semi che può nascere una società più fraterna, più trasparente e più fedele al Vangelo della giustizia.

 

Amazzonia, donna resistente. RIflessioni dal XII Foro Social Panamazónico (FOSPA)

 

Anna Chiara e Davide sono insieme in giro per Ecuador. Il testo è frutto delle loro discussioni durante e dopo il Foro Social Panamazónico (FOSPA). Il testo è di Davide.



 


Davide Muradore

 

 

 

A Puyo, cittadina amazzonica alle porte della foresta ecuadoriana, si è tenuta dal 16 al 21 agosto l'ultima edizione del Foro Social Panamazónico. Il Fospa non è un evento, è un formato: plenarie che discutono, tavoli tematici che approfondiscono, e poi la marcia, il corpo collettivo che porta nelle strade quello che nelle sale si è detto a parole. A Puyo si sono ritrovate delegazioni da tutto il bacino amazzonico: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Guyana Francese, Perù, Suriname, Venezuela. Nove paesi che condividono la stessa foresta e le stesse minacce.

 

Resistente è una parola che in Italia porta il peso di una storia precisa, e che qui torna in un contesto completamente diverso. Vale la pena recuperarla non come reperto ma come metodo: la Resistenza italiana funzionò perché tenne insieme cattolici, comunisti, liberali, socialisti, gente che non si somigliava quasi in nulla se non nella scelta di stare da una parte. Non fu mai una cosa sola, ma la somma di sensibilità che normalmente avrebbero fatto fatica a parlarsi. È esattamente il problema che il Fospa si trova davanti oggi, e per questo la parola regge ancora, a settant'anni e diecimila chilometri di distanza.

 

C'è una geografia, in tutto questo, che vale la pena nominare: il Fospa nasce e si nutre nelle periferie della periferia della periferia. Non il centro che pensa e poi manda istruzioni verso i margini, ma il contrario. Sono questi luoghi ai bordi di ogni mappa a produrre le idee più importanti, quelle che poi, se va bene, risalgono verso i centri che si credono tali.

E anche qui, sotto l'etichetta unica del "movimento panamazzonico", si intrecciano sensibilità che non hanno nulla di scontato in comune: popoli indigeni con cosmovisioni proprie, contadini spinti fuori dalla propria terra, accademici, collettivi urbani, chiese di base, organizzazioni di donne, cultura afrodiscendente. Un crocevia di complessità intrecciate. Non una linea unica, ma tanti fili che si tengono per lo stesso nodo.




 

Ed è un crocevia che non si tiene insieme senza attrito. Dentro le comunità dello Yasuní, il grande parco amazzonico dell'Ecuador, patria di una delle più grandi biodiversità del pianeta, c'è chi guarda al Fospa con un certo sospetto, come se fosse un foro che parla di foresta più da fuori che da dentro. È una critica comprensibile, che però rischia di girare a vuoto, perché al Fospa arrivano davvero anche le voci delle comunità più profonde, non solo delegazioni cittadine con la foresta come sfondo. La domanda giusta non è chi è più puro, chi ha più titolo per parlare di Amazzonia. La gara al più puro è una lotta tra poveri che indebolisce tutti; ha forse più senso rendere la cosa più comune possibile, allargare invece che selezionare.

 

Chi arriva dall'Italia cresciuto con la retorica della costituzione più bella del mondo, qui trova qualcosa che costringe a ridimensionare quell'orgoglio di casa. Nella riforma costituzionale del 2008 l'Ecuador ha inserito la natura come soggetto di diritto, non semplicemente oggetto da tutelare ma titolare di diritti propri, ancora oggi in costruzione. Insieme al concetto di buen vivir, sumak kawsay in lingua kichwa: diritti comunitari, ricerca della felicità che non è solo individuale ma condivisa. Sono queste due innovazioni ad aver aperto lo spazio giuridico in cui i Waorani, una delle nazionalità indigene più battagliere tra quelle rappresentate al Fospa, hanno potuto arrivare alla consulta previa: l'istituto che impone allo Stato e alle imprese di non chiudere accordi sullo sfruttamento del territorio tra loro soli, cercando invece l'ultima parola delle comunità che quel territorio lo abitano. Sulla carta, un potere enorme.




Nei fatti, un diritto rimasto in larga parte inapplicato: le sentenze che lo riconoscono si accumulano, la frustrazione pure, e le comunità continuano a tornare in tribunale per chiedere il rispetto di quello che, sulla carta, hanno già vinto.

 

Il Fospa però non si esaurisce nella denuncia. In uno degli incontri tematici si è discusso ad esempio di “finca amazzonica”, un modello di gestione del terreno che valorizza la foresta invece di consumarla, una delle alternative concrete al paradigma estrattivista. Non un'utopia da assemblea, ma una pratica che esiste, che va studiata, replicata, resa economicamente sostenibile. È il punto che spesso manca nel racconto esterno di questi movimenti: dietro il "no" c'è una proposta, tutta da approfondire, ma già in piedi.

 

Sono tutti nodi che risultano ostinatamente femminili. Non per una scelta retorica: l'Amazzonia stessa, nell'immaginario di chi la abita, è donna. vita, nutre, e per questo va difesa come si difende chi genera. E in prima linea contro l'estrattivismo, contro le concessioni petrolifere, contro la deforestazione, ci sono spesso proprio le donne: leader indigene, madri, guardiane di un territorio che considerano corpo prima ancora che terra. Lottano per sé, per le proprie comunità, spesso nonostante la prevaricazione patriarcale maschile, ma il paradosso è che lottando per un pezzo di foresta specifico lottano per l'equilibrio climatico di tutti quanti, ovunque si trovino a leggere queste righe.

 

Il che porta a una domanda scomoda: davvero la salvezza collettiva è solo nelle mani dei popoli indigeni? Davvero non esiste una presa in carico politica e istituzionale all'altezza? Le COP sul clima sono il tentativo più strutturato in questo senso, e restano importanti proprio per questo. Ma quanto sono diventate controverse, tra sedi ospitate da economie fossili, delegazioni di lobbisti più numerose di quelle di interi paesi, impegni annunciati e poi rinviati. Il problema non è che quel processo esista, è che non arrivi mai a pieno compimento. Finché quel vuoto resta, il peso ricade su chi ha meno strumenti e più da perdere.

 



C'è poi quella sensazione che marciare in America Latina ha un sapore diverso. Qui la marcia porta addosso la memoria di dittature, desaparecidos, repressioni, corpi che si sono messi in strada quando dirlo a voce alta poteva costare la vita. Come per Isabel, giovane attivista colombiana contro l'estrattivismo, che per il suo lavoro contro i nodi di potere del suo territorio è costretta razionalmente a temere per la propria vita, in un contesto dove il modello estrattivista si impone sempre di più: per alcuni vera origine, e non conseguenza, dello slittamento verso l'ultradestra, funzionale al modello imposto dalle oligarchie.

 

Resta poi il tema dei mestizos, la popolazione comune e maggioritaria dell'Ecuador. Il cittadino di Puyo che con fare distratto, dalla finestra di casa, dal comedor dov'era in pausa pranzo dal lavoro, o dall'auto ferma davanti alle transenne sulla strada chiusa, posava lo sguardo con aria incuriosita, quando non infastidita, sul corteo che proseguiva. Quel cittadino del Sud globale che rischia di guardare queste battaglie con la stessa distanza con cui le guarda il cittadino medio del Nord globale. Forse per lo stesso motivo: vivere in città, avere altre urgenze quotidiane, sentire l'Amazzonia o la propria montagna come sfondo più che come casa produce ovunque lo stesso effetto. Il territorio diventa cartolina prima che luogo di vita, e la lotta di chi lo abita ancora per davvero finisce percepita come una faccenda di altri.


Ed è anche qui che il Fospa smette di riguardare solo l'Amazzonia e comincia a parlare a tutti. Anche a chi, in Italia, si da fare in un ecovillaggio o in un collettivo senza porsi troppe domande sul dopo. Perché il rischio, per una parte di società coscientizzata del Nord globale, è restare dentro una folk politics: gesti giusti, coerenti, persino belli, ma senza l'ambizione politica che li trasformi in qualcosa che incide davvero. Il Fospa, tenendo insieme plenaria e marcia, teoria e corpo in strada, ricorda che un'azione senza impatto politico resta un'intenzione. Serve forse riscoprire quell'ambizione: non accontentarsi di fare bene le cose piccole, ma chiedersi cosa, di quelle cose, è disposto a diventare grande.

 

 

Puyo, 23/08/2026

 

 

Per approfondire

Il Fospa

 

     Sito ufficiale dell'edizione 2026 di Puyo, con programma e documenti: https://fospaecuador.com/

 

La natura come soggetto di diritto e il buen vivir

 

     Dieci anni di lotte ambientaliste in Ecuador, buona introduzione al legame tra Pachamama, buen vivir e costituzione:

https://www.lifegate.it/pachamama-costituzione-ecuador

 

     Costituzione        dell'Ecuador        e         diritti        fondamentali        della        natura: https://www.ilmanifestoinrete.it/2020/07/10/come-la-costituzione-dellecuador-ha-forgi ato-i-diritti-fondamentali-della-natura/

 

     Sul referendum che ha bloccato le estrazioni nello Yasuní, reso possibile proprio dai diritti della natura in costituzione:

https://lespresso.it/c/opinioni/2023/9/14/lecuador-dimostra-che-la-terra-si-puo-difende re-e-lo-ha-scritto-nella-costituzione/45819

 

     Intervista ad Alberto Acosta, presidente dell'assemblea costituente del 2008: "Le leggi non bastano"

https://lavialibera.it/it-schede-258-alberto_acosta_diritti_natura

 

I Waorani e la consulta previa

 

     La vittoria storica dei Waorani contro il petrolio, con le voci delle donne della comunità:

https://www.lifegate.it/indigeni-waorani-petrolio-ecuador

 

     Dall'Ecuador al Brasile, successi e sconfitte dei popoli indigeni, su come i Waorani abbiano usato le istituzioni dello Stato contro lo Stato:


https://www.qcodemag.it/nuovosito/indice/interventi/dallecuador-al-brasile-successi-e

-sconfitte-dei-popoli-indigeni/

 

     Chi decide il destino dei territori indigeni, approfondimento sul caso e sul diritto internazionale al consenso libero, previo e informato: https://www.scienze.com/news/2025/04/chi-decide-il-destino-dei-territori-indigeni-il-ca so-dei-waorani-in-ecuador/

 

 

Mi presento

Ho svolto il servizio civile nel 2019 a Lago Agrio, in Amazzonia ecuadoriana, e negli anni successivi al ritorno ho accompagnato due campi estivi nella stessa città per il Centro Missionario Diocesano di Modena, di cui faccio parte dell'équipe organizzativa. Ho una formazione in cooperazione allo sviluppo ed esperienze di lavoro in Ecuador e Madagascar. Attualmente lavoro come funzionario nel progetto Alumni dell'Università di Bologna.


venerdì 21 agosto 2026

Che cosa pensa un profeta?

 

Il profeta attinge il suo pensiero dalla relazione intima e silenziosa con il mistero e dall'immersione profonda nel tempo presente. Egli interpreta gli eventi quotidiani alla luce di questo legame spirituale, trovandovi un senso ed evitando di farsi sopraffare dalla negatività. Oggi, tuttavia, i profeti sono assenti e in attesa di un segnale, poiché le macerie del mondo rendono troppo difficile interpretare la storia.




Paolo Cugini

 

 

Che cosa pensa un profeta? Non pensa come pensa il mondo, né misura la realtà con il metro corto dell’utile, dell’immediato, del visibile. Il pensiero del profeta nasce in una zona profonda dell’essere, là dove la vita smette di essere rumore e diventa ascolto, là dove la coscienza non cerca più di possedere il Mistero, ma si lascia possedere da esso. Il profeta pensa a partire da una ferita luminosa: un incontro antico, avvenuto spesso nella giovinezza, quando il cuore era ancora capace di stupore e l’invisibile ha fatto irruzione come una presenza più reale delle cose reali.

Vi sono due sorgenti del pensiero profetico. La prima è la relazione personale con il Mistero. Il profeta è colui, colei, che un giorno ha sentito dentro di sé una chiamata senza voce e tuttavia più forte di ogni parola. Non è stata un’idea, non una dottrina appresa, non una convinzione costruita lentamente per ragionamento. È stata una presenza. Qualcosa, o Qualcuno, si è mostrato nell’intimo come attrazione, come gravità, come fuoco. Da quel momento la vita non ha più potuto tornare a essere semplice successione di giorni: è diventata risposta.

Il profeta non vive di curiosità religiose, ma di relazione. Coltiva il Mistero come si custodisce una fiamma nella notte. Sa che il Mistero non si concede alla persona distratta, non attraversa l’anima superficiale, non parla nel mercato delle parole vuote. Per questo il profeta impara presto la disciplina del silenzio. Dedica ore, giorni, settimane all’ascolto. Si sottrae, non per disprezzo del mondo, ma per non essere divorato dal mondo. Si isola, non per fuggire gli uomini, le donne, ma per poter tornare a loro con una parola che non sia soltanto sua.

Il tempo del profeta non è tempo perduto. È tempo scavato. Mentre gli altri corrono, egli rimane. Mentre gli altri accumulano notizie, egli cerca il significato. Mentre gli altri reagiscono agli eventi, egli li porta nel grembo del Mistero, finché essi non rivelano la loro domanda nascosta. Il profeta sa che ciò che è essenziale non si impone con violenza: matura lentamente, come seme sotto la terra, come parola che prima di essere detta deve essere purificata dal silenzio.

La seconda sorgente del pensiero profetico è il tempo presente. Il profeta non è un sognatore disincarnato, non abita un cielo astratto, non si nutre di visioni separate dalla polvere della storia. Al contrario, è immerso nelle vicende quotidiane con una intensità rara. Ascolta le persone, osserva le ferite, conosce le paure, intuisce i desideri repressi dei popoli, legge i movimenti profondi della società. Dove molti vedono soltanto fatti, il profeta avverte dinamismi; dove molti registrano eventi, egli discerne segni; dove molti si fermano alla superficie della cronaca, egli scende nel sottosuolo della storia.

La novità del profeta non consiste nel conoscere più cose degli altri, ma nel vedere diversamente ciò che tutti hanno davanti agli occhi. Egli interpreta il presente alla luce della relazione con il Mistero. Non separa mai l’ascolto interiore dall’ascolto della storia. In lui il silenzio e la piazza, la solitudine e il popolo, la preghiera e la cronaca non sono mondi opposti, ma due rive dello stesso fiume. Il profeta porta il mondo davanti al Mistero e porta il Mistero dentro il mondo.

Per questo il profeta non si lascia sopraffare dalla negatività degli eventi. Non perché sia ingenuo, non perché ignori il male, non perché addolcisca la durezza della storia. Il profeta vede le macerie, le conta, le tocca, ne sente l’odore. Ma non concede alle macerie l’ultima parola. Anche quando tutto sembra dissolversi, egli cerca il frammento che indica un cammino, la crepa da cui può entrare la luce, il segno umile di una presenza che continua ad accompagnare l’umanità perfino quando l’umanità sembra aver smarrito se stessa.

Il profeta non è un ottimista. L’ottimista spesso chiude gli occhi davanti all’abisso. Il profeta, invece, li tiene aperti. Egli guarda la notte senza negarla, ma dentro la notte ascolta il respiro dell’aurora. Sa che la storia non è soltanto il luogo della rovina, ma anche il luogo della chiamata. Ogni crisi, per lui, è una domanda rivolta alla coscienza. Ogni caduta è anche rivelazione di ciò che non regge più. Ogni deserto è lo spazio in cui l’uomo può finalmente distinguere le voci che lo ingannano dalla voce che lo chiama alla vita.

Oggi i profeti sembrano assenti. Ma forse non sono scomparsi. Forse sono nascosti. Forse tacciono perché il rumore è diventato troppo grande, perché le parole sono state consumate, perché il mondo ha imparato a trasformare ogni grido in opinione e ogni visione in contenuto da consumare. I profeti ci sono, ma camminano tra macerie troppo alte. Vedono l’accumularsi delle ingiustizie, delle guerre, delle solitudini, delle idolatrie tecnologiche, delle povertà spirituali. E davanti a questa massa di rovine comprendono quanto sia difficile oggi interpretare la storia senza tradirla, indicare un cammino senza semplificarlo, pronunciare una parola che sia vera e non soltanto efficace.

I profeti tra loro parlano. Si cercano nel silenzio, si riconoscono senza clamore, si confrontano sulle ferite del tempo. Nessuno pretende di possedere da solo la direzione. Tutti attendono. Attendono una voce che ancora non arriva, un segnale capace di aprire una strada dove ora si vede soltanto nebbia. Ma questa attesa non è passività. È vigilanza. È la forma più alta della responsabilità, perché chi non ascolta prima o poi parlerà a vuoto, e chi parla a vuoto aggiunge confusione alla confusione.

Forse il compito dei profeti di oggi è proprio questo: custodire l’attesa, impedire che l’umanità si abitui alle macerie, mantenere aperta la domanda quando tutti cercano risposte facili. Essi non devono inventare la luce, ma restare rivolti verso di essa. Non devono produrre visioni per saziare l’impazienza del mondo, ma preparare occhi capaci di riconoscere il segno quando verrà. Perché il Mistero non ha smesso di parlare; siamo noi, forse, ad aver smarrito le condizioni dell’ascolto.

Il profeta pensa dunque con due orecchi: uno rivolto al Mistero, l’altro appoggiato al cuore del tempo presente. Se perde il Mistero, diventa analista tra gli analisti. Se perde il presente, diventa visionario senza carne. Ma quando le due sorgenti si incontrano, nasce una parola rara: una parola che non consola falsamente e non condanna sterilmente; una parola che ferisce per guarire, denuncia per aprire, tace per non mentire, parla per servire la vita. E forse, proprio nel tempo in cui i profeti sembrano assenti, il mondo ha più bisogno che mai di uomini e donne capaci di tornare al silenzio, di attraversare le macerie e di attendere, senza disperare, il segnale della strada.

 



mercoledì 19 agosto 2026

LO SGUADO DEL PROFETA

 

Essere profeti oggi significa nascere dal silenzio e da una profonda relazione con il Mistero, non alzando la voce ma custodendo un fuoco interiore. La profezia trasforma lo sguardo, permettendo di vedere oltre le apparenze e di scorgere semi di speranza tra le macerie della storia. Il profeta non legge la realtà con calcoli strategici, ma interpreta il presente attraverso una verità superiore che lo possiede.





Paolo Cugini

 

 

Che cosa significa essere profeti oggi? Non significa, prima di tutto, alzare la voce sopra il rumore del mondo, né occupare la scena della storia come agitatori di parole o interpreti superficiali degli eventi. Il profeta non nasce dalla cronaca, ma dal Mistero. Viene da una profondità che lo precede, da una relazione silenziosa e ardente con ciò che non si lascia possedere, ma che possiede la coscienza di chi si lascia raggiungere. Il profeta è colui che è stato preso dal Mistero, invaso nel cuore, ferito nella coscienza, trasformato nello sguardo.

Non vi è profezia senza questa presa interiore. Prima di essere parola rivolta agli altri, la profezia è fuoco custodito dentro di sé; prima di diventare denuncia, è ascolto; prima di farsi gesto pubblico, è obbedienza a una luce che scava, purifica, inquieta e consola. Il profeta non parla perché possiede una strategia, ma perché è posseduto da una verità che lo supera. Non legge la storia con gli strumenti del calcolo, ma con occhi resi limpidi da una relazione profonda con il Mistero.

Per questo il profeta è uomo e donna di visione. Vede lontano non perché fugga il presente, ma perché lo attraversa fino al suo nucleo nascosto. Vede oltre gli eventi, oltre le apparenze, oltre le narrazioni costruite dai potenti, perché interpreta la realtà a partire da quella profondità dove il Mistero rivela ciò che la sola materialità delle cose non riesce a penetrare. Là dove molti vedono solo macerie, il profeta scorge semi; là dove molti si arrendono alla violenza, egli custodisce l’impossibile della pace; là dove molti giustificano la menzogna come necessità, egli invoca la giustizia come respiro stesso dell’umano.

Oggi il profeta vede cammini di pace là dove la storia sembra consegnata alla follia delle guerre. Vede sentieri nascosti tra le rovine create da uomini senza scrupoli, incapaci di riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona. Il profeta non si lascia ipnotizzare dalla logica delle armi, né dalla retorica dei vincitori, né dalla brutalità di chi sacrifica i popoli sull’altare del proprio potere. Egli sa che la guerra nasce sempre da un cuore già devastato, da un’interiorità che ha smarrito il volto dell’altro e ha ridotto la vita a territorio da conquistare, a corpo da dominare, a voce da zittire.

Il profeta vede giustizia anche quando la corruzione dilaga come nebbia tossica sulle istituzioni, sulle relazioni, sui desideri. Vede la giustizia non come un’idea astratta, ma come una fame impressa nelle coscienze, come un gemito che sale dai poveri, dagli esclusi, dai feriti della storia. Egli riconosce che la sete di potere è spesso il segno di un vuoto interiore: un abisso mascherato da successo, una solitudine travestita da dominio, una miseria dell’anima coperta dall’ostentazione dell’egoismo.

In coloro che costruiscono la propria grandezza calpestando gli altri, il profeta non vede soltanto colpe da denunciare, ma un vuoto abissale da smascherare. Vede uomini e donne divorati da una mancanza che nessun potere può colmare, da una fame che nessun possesso può saziare. E vede anche le tracce che quel vuoto lascia: ferite nelle persone incontrate, ingiustizie sedimentate nei popoli, paure trasmesse alle generazioni, deserti interiori seminati lungo il cammino.

E tuttavia il profeta non è un uomo, una donna della disperazione. Proprio perché conosce il Mistero, sa che nessun abisso è più profondo dell’amore gratuito che può raggiungerlo. Sa che l’unica forza capace di colmare il baratro dell’egoismo non è un nuovo dominio, non è una vendetta, non è una violenza contraria, ma l’amore disinteressato che il Mistero riversa nelle coscienze assetate di giustizia. È un amore che non compra, non possiede, non umilia; un amore che libera, rialza, ricompone, apre futuro.

Essere profeti oggi significa, dunque, abitare il mondo senza appartenere alle sue idolatrie. Significa stare dentro la storia con occhi lavati dal Mistero, con mani disponibili alla pace, con parole capaci di ferire la menzogna e curare la vita. Significa non rassegnarsi alla guerra quando tutti la chiamano inevitabile, non piegarsi alla corruzione quando tutti la chiamano realismo, non adorare il potere quando tutti lo confondono con la forza.

Il profeta è sentinella del possibile di Dio dentro l’impossibile degli uomini e delle donne. È memoria viva che ricorda alla terra la sua vocazione alla fraternità. È ferita aperta nel corpo di una società che vorrebbe anestetizzare la coscienza. È voce che nasce dal silenzio, fuoco che nasce dall’ascolto, speranza che nasce dall’amore. E quando tutto sembra perduto, il profeta continua a vedere: vede pace dove regna la violenza, vede giustizia dove domina la corruzione, vede amore dove l’egoismo ha scavato abissi. Perché il profeta non guarda soltanto ciò che è: guarda ciò che il Mistero, ancora oggi, può far nascere nella coscienza dell’umanità.