mercoledì 11 luglio 2018

LO CAPISCI PIAN PIANO




Paolo Cugini

Lo capisci pian piano, mentre cammini nella vita e vai avanti negli anni, rimanendo attento agli eventi, confrontandoli con il passato. E già questo non è facile, amico mio, perché le distrazioni sono tante e se non si rimane concentrati è facile imboccare un sentiero che ti porta lontano. E poi ti perdi e, quando ti perdi, carissima amica, non è facile, per nulla facile ritrovare il cammino. A volte lo ritrovi per caso e allora il cuore scoppia di gioia, com’è la vita quando l’accogli come un dono che, come tale non riesci a programmare, a mettere a posto in ogni dettaglio. Dono, sorpresa: sono le qualità degli eventi che, quando ascoltati, manifestano la novità, la bellezza del cammino che, per certi aspetti, è fatto proprio perché uno si perda. Che noia, infatti, quella vita sempre sulla strada principale, sull’autostrada del senso comune, delle idee preconfezionate. Sono i curiosi, sono i bambini distratti, sono i ragazzi e le ragazze ribelli che, ad un certo punto, buttano l’occhio a destra e a sinistra – meglio sempre a sinistra, è una questione di stile e di sentire con il mondo, soprattutto con il mondo che ama e che soffre, quel mondo che ama e desidera la giustizia e non riesce ad accettare le disuguaglianze e allora è attratto dai sentieri che vede sul ciglio sinistro dell’autostrada della vita - e ci si butta con tutte le forze. Perdersi non è un peccato, perché fa parte del cammino, anche perché, spesso e volentieri, è perdendosi che s’impara a vedere la realtà con occhi nuovi, da punti di vista nuovi e si vedono cose mai visti prima. 
Nessuno, allora, dovrebbe chiedere perdono del sentiero imboccato, perché è grazie a quella perdita, a quella momentanea distrazione, a quel fugace colpo di testa, a quella svista, a quella curiosità, che qualcuno inizia a comprendere qualcosa di nuovo della vita. Benedette ribellioni! E’ grazie a quel sentiero imboccato, che la vita acquista un sapore nuovo, autentico. E’ grazie alla curiosità per qualcosa che è ignoto che possiamo avvicinarci a Dio. E allora, una volta ritornato, anche solo per qualche istante sulla strada principale della vita, potrà aiutare gli altri, coloro che non escono mai, tutti coloro che non uscendo mai cominciano a pensare e ad inventare e a spargere ai quattro canti leggende assurde sui sentieri laterali, come se fossero luoghi maledetti, come se l’unico spazio benedetto fosse la strada centrale. Non lo sanno, e non potranno mai saperlo che non è così.  Glielo dobbiamo dire noi, i ribelli, che le cose sono diverse, che la realtà è tutt’altro che piatta, che c’è qualcosa che va scoperto, cercato. E’ la nostra missione.

Lo capisci piano piano, dicevo, mentre cammini nei sentieri della vita; capisci che non è detto che la religione ti possa servire per diventare una persona migliore. Dipende come la prendi e da che lato la guardi. Dipende anche da chi ti introduce nel mistero di Dio. Da bambino la vivi come qualcosa di bello, come qualcosa di naturale che fanno e vivono tutti. Soprattutto, ti sembra che tutti anelino all’incontro con Dio, che tutti desiderino il cammino del bene, perché credi, e lo credi fin dal profondo del cuore, che per tutti il senso della vita sia proprio questo, il bene, e non ti passa nemmeno per la testa che, mentre aspiri al bene, ci possa essere qualcuno che aspiri qualcosa d’altro. Non lo pensi e non ti passa nemmeno nell’anticamera del cervello che mentre tu aspiri al bene, mentre cerchi Dio c’è qualcuno lì vicino a te, dinanzi a te, qualcuno che tu non immagineresti mai, nemmeno nel più triste dei romanzi, che colui che sta accanto a te, vicino a te, dinanzi a te, cerca qualcosa d’altro. Nella religione. Si hai capito bene, amico caro. C’è qualcuno che utilizza la religione per raggiungere i suoi scopi venuti dal regno del male. Forse un giorno era partito bene, era partito come qualsiasi persona cercando, cioè il cammino del bene, il cammino di Dio. E poi qualcosa è successo, qualcosa dentro di lui si è spezzato forse a causa di eventi negativi, di frustrazioni umane, di qualcosa di desiderato e mai raggiunto. E così lentamente, piano piano, il cammino verso il bene ha preso la direzione opposta. Ci sono delle ragioni che non si sapranno e scopriranno mai. Questa, però, è la cosa strana, e cioè che nonostante tutto, nonostante il cammino verso il male, rimane nello spazio religioso.

Lo capisci pian piano che coloro che sono al potere, coloro che in un certo senso ti guidano, che hanno il ruolo di guidarti, di dirigere qualcosa – una fabbrica, un comune, una chiesa, una scuola, una nazione, un partito, ecc. -non è detto che siano i migliori del settore: anzi. Più sei disposto a cedere qualcosa della tua dignità, più hai la possibilità di salire nella scala sociale, nella scala del potere, di coloro che contano e dirigono le sorti di qualcosa. E così, l’umanità è quasi sempre guidata da persone senza scrupoli, dai peggiori, dalla feccia, da coloro che ad un certo punto della loro vita hanno iniziato a cedere, a calare le braghe, a perdere la loro dignità. Più sali nella scala sociale più trovi gente squallida, senza scrupoli, disposti a tutto pur di apparire, anche perché non hanno più nulla in termini di rispetto e dignità. Eppure, ed è questo l’aspetto della storia che rende triste, sono proprio loro a comandare il destino di tutto un popolo, di tutto un gruppo: è la feccia al potere. E questo, carissimo amico, prima lo capisci meglio è. Per non lasciarti travolgere, per non cadere nella loro rete, per non ritrovarti a metà del cammino della vita a scoprire l’inganno nel quale sei caduto ad un certo punto del percorso.

Lo capisci pian piano che se cerchi il bene, se cerchi un senso della vita, se capisci che la vita è un dono prezioso che vale la pena viverla con passione, devi abituarti a camminare da solo. Lo capisci lentamente che occorre camminare sui sentieri della vita mantenendo gli occhi sempre aperti e lo sguardo attento, soprattutto, guardando bene negli occhi chi si presenta dinnanzi a te. Anche perché i maestri nell’arte della vita non li trovi sulle cattedre, non li trovi di sicuro nelle banche, nemmeno seduti sulle comode poltrone della politica, dell’economia o della religione, ma nei posti più nascosti, nei luoghi trascurati da chi cerca il successo. Perché chi ama la verità, non desidera apparire, perché ha capito che la verità si nasconde, non si confonde con la superficialità, con l’apparenza, non si offre al primo arrivato. E allora bisogna cercare e, per questo lavoro di ricerca, occorre accettare le rinunce che vengono come conseguenza. E lo dovrai fare spesso e volentieri da solo, da sola, perché gli adulti, caro mio, da un pezzo hanno abbandonato i cammini nascosti nei boschi, per starsene tranquilli sulle strade asfaltate delle sicurezze. Hanno imparato, questi furbacchioni, a rimanere protetti sulla strada maestra, nella che non presenta ostacoli, perché gli hanno insegnato e loro hanno creduto, che la vita è tranquillità, che nella vita bisogna fare di tutto per mettersi a posto, sistemarsi, fare le cose in ordine come fanno tutti. E allora, carissima amica, non buttare via i tuoi vent’anni ad accontentarti di quello che trovi sui banchi del mercato, quello che i tuoi occhi vedono in modo immediato. Vai altrove, non fidarti troppo alla svelta di quello che ti dicono i sensi: fermati, rifletti.

Pensa a come Gesù ha vissuto la sua adolescenza e la sua giovinezza. Se Gesù è stato un adulto coi fiocchi, uno di quelli che se ne trovano pochi, cioè uno che sapeva quello che diceva, perché prima di aprire la bocca aveva già vissuto quello che stava per dire, è perché durante l’adolescenza e la giovinezza si è nascosto, non si è esposto, è stato in silenzio, ha vissuto in luoghi isolati. Prima di manifestare il suo carisma, ha cercato di capire il senso della sua vita, della sua presenza nella storia: ha cercato di capire chi era. Quanti giovani si bruciano perché troppo alla svelta vengono fuori allo scoperto, fidandosi solo dell’apparenza, dell’arroganza di un vigore che poi con il tempo scompare. Quello che Gesù ha fatto su di sé, vale a dire un lavoro lungo di silenzio e riflessione per capire e decidere la direzione da dare alla sua vita, lo ha proposto ai suoi discepoli e alle sue discepole. Li ha chiamati, lo hanno seguito rinunciando al resto, hanno trascorso tre anni con Lui, ascoltandolo, condividendo la vita quotidiana, osservano il suo stile di vita. Questo, a mio avviso, è stato il più grande lavoro di Gesù: ha insegnato ad un gruppo di uomini e donne come si sta al mondo e il prezzo che si deve pagare per essere una persona autentica, per vivere con dignità. Chi trova sul proprio cammino della vita un tipo alla Gesù, trova il più grande tesoro. E’ chiaro che i tipi alla Gesù non si trovano nei luoghi comuni, nelle situazioni normali dell’esistenza: va cercato.

sabato 30 giugno 2018

TAPPA A MIGUEL CALMON



la piazza della città decorata per la festa di san Giovanni


Sono stato parroco di Miguel Calmon dal gennaio del 2000 a febbraio 2005. Dopo l'esperienza di un anno in Ipirà, per apprendere la lingua e capire un pò come funziona la Chiesa in Brasile, il Vescovo mi chiese di assumere la parrocchia di Miguel Calmon. Da anni la parrocchia era abbandonata. Appena arrivato, assieme alla visita nelle 60 comunità della zona rurale e alle 11 della città, iniziai un lavoro di formazione permanente dei laici.


al mio arrivo a Miguel Calmon, gli operatori pastorali mi hanno accolto nel salone parrocchiale per un momento di
fraternità e testimonianze

Avevo diviso la parrocchia in 8 regioni, oltre alle comunità della città. La mia settimana tipica era così: partivo (quasi sempre in bicicletta, soprattutto a partire dal 2002) al lunedì per visitare le comunità di una regione e tornavo al venerdì pomeriggio. Al venerdì sera studio biblico per i fedeli delle comunità della città. Una volta al mese un giorno di formazione teologica per i laici. 


Giovedì pomeriggio incontro con i laici di sette comunità di una
delle otto regioni della parrocchia. Bellissime le testimonianze condivise
con il ricordo del lavoro svolto 


Assieme a Gianluca Guidetti, un giovane di regina pace che fin dal 2000 venne per aiutarmi, abbiamo deciso di abbandonare la casa parrocchiale, per vivere nel quartiere più povero della città. Da questo osservatorio parrocchiale abbiamo realizzato molti progetti sociali e culturali che, ancora oggi, vanno avanti.

Una strada del quartiere dove abbiamo vissuto 


La cappella del quartiere Populares 

In questi giorni in cui sto visitando Miguel Calmon, molte sono state le testimonianze di affetto, nonostante siano trascorsi 13 anni dalla mia uscita.

Serata con gli amici nella casa di Sheila, una delle collaboratrici più attive della mia epoca


Anche a Miguel Calmon, venerdì sera 29 giugno, mi è stato conferito il titolo di cittadino miguelcalmonense. 
Tra le motivazioni di questo titolo la percezione di un modo di essere chiesa in mezzo alla gente e, in modo particolare, tra i poveri, seguendo l'esempio di Gesù. 

Festa per la consegna del titolo di cittadino di Miguel Calmon


martedì 26 giugno 2018

VISITA A TAPIRAMUTA'

la strada dove ho abitato per cinque anni




Dopo il periodo trascorso in Amazzonia con l'équipe diocesana, sto continuando il viaggio nelle tre parrocchie che ho servito per tanti anni.

Sara e Bira, che ora abitano ad Aracaju, hanno fatto 800 km per venire all'incontro

In questi giorni sono a Tapiramutà. L'accolgienza è stata degna di un re. Domenica ho visitato alcune comunità ma, come m'immaginavo, i giovani che hanno collaborato con me una decina di anni fa, sono tutti emigrati in cerca di lavoro e di studio.

La casa in cui abitavo

alcune vie della città di Tapiramutà






Domenica sera messa nella chiesa principale. Il nuovo parroco, don Carlo Fontinelle, ha ristrutturato la Chiesa e anche molte cappelle delle comunità della città. La gente gli vuole molto bene.

Lunedì sera nell'auditorium della città che nel 2012 hanno dedicato al sottoscritto, ho ricevuto la cittadinanza tapiramutenze e presentato il mio libro che ho scritto per l'occasione. Un bagno di affetto e amicizia veramente stupendo

Consegna della targa di cittadino di Tapiramutà





domenica 24 giugno 2018

LA DISTANZA




Tra Vangelo e cristianesimo

Paolo Cugini

Sono nati così, poveri piccoli! Sono nati in quel contesto in cui bisognava alzarsi, salutare educatamente, rispettare l’ordine delle cose. C’erano i grandi e i piccoli, i maestri e i discepoli, i preti e i laici. Ordini di grandezze diversi (ma non siamo tutti figli e figlie di Dio?). Ordini e grandezze che bisognava rispettare. Era l’epoca in cui il rispetto dell’ordine e la grandezza si pensava che fossero posti tutti quanti nella distanza, nel mantenere le dovute distanze. Nessuno a quell’epoca sospettava di nulla, sospettava che, in realtà, il rispetto poteva voler dire altre cose, altre misure, altre qualità. Si pensava che bastasse mantenere le distanze, le dovute distanze, e tutto era perfettamente in ordine, al suo posto. Perché era questo, in definitiva, l’importante: che tutto rimanesse sempre al suo posto. Perché, a quell’epoca c’era un posto per tutto e tutti sapevano il posto di tutti. L’importante era non far confusione, non scambiare di posto, non fare cose che potessero turbare l’ordine delle cose, creare disordine. Educare significava insegnare fin da piccoli il delicato sistema dei posti e delle dovute distanze, vale a dire, l’ordine delle cose. Nessuno si era mai posto il problema dell’origine di tanto ordine e distanza: c’era e basta. Soprattutto, però – e qui viene il bello – nessuno si era mai chiesto chi fosse stato ad imporre quest’ordine fatto di gradi diversi e di distanze. Nessuno, quindi si era mai chiesto: ma questo ordine – che è in realtà un grande disordine, perché non tiene conto della realtà, che genera diversità, che alimenta la molteplicità delle cose, che dice prima di tutto la sua molteplicità – chi lo ha voluto? Da dove viene? A che cosa serve?

Si era sempre fatto così e la buona educazione faceva di tutto perché tutto rimanesse sempre allo stesso posto e, soprattutto, alla giusta distanza. Abituare la gente a pensare che la realtà sia piatta, significava indurre nelle giovani menti un pensiero fisso: si è sempre fatto così, che vuole dire che non si può fare diversamente, che occorre imparare a riprodurre in modo costante nel tempo l’ordine delle cose, con le loro distanze. Si trattava – è questo il grande gioco, la più grande sovversione mai elaborata nella storia dell’umanità – di bloccare il presente, di tenerlo fermo, di non permettere che da questo punto così importante del flusso della storia, potesse uscire la molteplicità, potesse cioè esprimersi la realtà così come si manifesta, vale a dire come diversità, come creatività. Come fare per bloccare il presente? In che modo far credere – perché questa è l’educazione, per lo meno quella che deve difendere degli interessi di parte, quella che deve difendere una casta, quella casta che nelle distanze occupa il gradino più alto, quello a cui tutti devono rispetto e riverenza: spacciare per vero ciò che in realtà è falso – che tutto è fermo, che tutto è sempre immobile, che la realtà è fissa e che le cose si devono fare sempre allo stesso modo e che le distanze sono sempre uguali? Basta spostare il presente nel futuro, basta educare a progettare continuamente e spostare il presente in avanti che il gioco è fatto, che nessuno potrà percepire la dinamicità del presente, la pluralità della realtà, soprattutto questo: nessuno potrà cogliere la verità della realtà. Educare le persone a identificare la realtà con l’unicità: è stato questo il grande meccanismo messo in atto nel mondo Occidentale per nascondere il presente e, con esso, non permettere di cogliere la realtà come manifestazione di pluralità.

Sono diversi i prodotti culturali di questa grande manipolazione della realtà. Primo fra tutti la logica della pensione. Sacrificare il presente per vivere nel futuro; sacrificare la vitalità della giovinezza per poter vivere in pace l’ultima fase della vita. Forse è perché non ci fermiamo a riflettere, che questa impressionante aberrazione ci sembra normale, reale: ci sembra giusta. Del resto, si è sempre fatto così. Si dice che sia una delle migliori conquiste del mondo Occidentale, di questa cultura che si ritiene la più elevata di tutte. Ma se gratti un po’, carissimo amico, se poni un po’ di attenzione, carissima amica, ti renderai conto che questa cultura così elevata è, in realtà, estremamente brutale. Quanti giovani, infatti, inseriti in questa logica della pensione, diventano vecchi senza accorgersene? O meglio, forse se ne accorgono, forse vorrebbero fermare il meccanismo maledetto nel quale si sono ficcati, forse capiscono che la vita non può essere quella che stanno vivendo, fatte di ore fisse, di settimane sempre uguali, di orari rigidi, ma non riescono a saltarne fuori, perché gli viene detto che è il migliore dei sistemi possibili. E ad un certo punto ci credono. Ad un certo punto della vita non puoi che crederci, che fartene una ragione. E’ il sacrificio richiesto per il beneficio di pochi. C’è tutto un sistema educazionale che lavoro per riprodurre questo sacrificio per non farlo sentire tale, anzi per spacciarlo come il senso della vita. E allora arrivi alla fine delle vita, dove hai tempo di guardarti indietro, dove ti viene dato il tempo per guardarti indietro, perché a quell’età non sei più pericoloso, e ti disperi perché capirai che hai sprecato la tua vita dentro un ingranaggio che non ti ha dato spazio, un meccanismo che ti ha privato di tutto, soprattutto della vita. Ma ormai è tardi, la frittata è fatta, la vita è stata sacrificata. E la domanda emerge immediatamente: per cosa?

Accanto a questa grande aberrazione, ce n’è una seconda della stessa grandezza, ma che cammina per un’altra direzione: è l’idea d’identità. Se la realtà non è colta nella sua dinamicità e pluralità, nelle diversità di possibilità che può offrire per l’esistenza, allora, per il fatto che viene bloccata, s è fatto di tutto per far passare l’idea che c’è un’unica possibilità di vita. Tutta l’adolescenza e la giovinezza vengono preparate per educare le giovani anime a non perdersi, a non perdere tempo, a rimanere concentrate sul proprio futuro – e il presente? E la realtà che passa per quell’unico punto che è il presente? – per riuscire a costruire la propria vita modellata su di un’unica identità. E’ questa la parola magica: l’identità, che la s’identifica immediatamente con un’altra molto sofisticata: dignità. Sarai degno solamente se sarai fedele alla tua unica identità. Perché c’è un’identità da vivere che corrisponde esattamente al posto che occuperai nella società, che rientra in quell’ordine di grandezze di cui parlavamo poco sopra, ordine di grandezze che dicono di distanze da rispettare. Perché è questo rivela il subdolo meccanismo dell’identità unica, che non puoi essere nient’altro che ciò che diventi. Nell’identità l’essere si deve identificare con il desiderio e, se ciò non avviene, si fa di tutto per farcelo stare. Ci sono dei delicati sistemi messi in atto per fare in modo che nell’identità unica il desiderio coincida esattamene con l’essere. La depressione nasce da questo scompenso, dalla non piena identificazione tra essere e desiderio, per cui qualcuno ad un certo punto, inizia a desiderare qualcosa che è rimasto fuori dall’identità assunta. Basterebbe porsi sul punto del presente in cui scorre come un fiume la realtà nella sua dinamicità, vitalità e pluralità per accorgersi che quelli che noi chiamiamo scompensi esistenziali non sono altro che costruzioni culturali che, nella realtà, quella vera, quella che passa per il presente della vita, non esistono.

E nessuno sembrava importarsi che la vita stava diventando noiosa, che con tutto quell’ordine aumentava giorno dopo giorno la voglia di disordinare, di mettere un po’ di scompiglio per vedere cosa succedeva. Perché è questo il punto, carissimo mio: più imprimi degli ordini e più provochi i disordini. Perché non siamo tutti uguali. Ci sono gli ordinati, che fanno tutte le cose a puntino, che pensano e ci credono che vivere consista proprio nel fare tutto a modo, nel rispettare tutte le regole e le dottrine. E poi ci sono altri che, ad un certo punto si stufano; ci sono altri ancora che si stufano subito, perché pensano che il bello della vita non sia nell’ordine meticoloso, ma sia nascosto al di là dell’ordine, che non vuole dire immediatamente il disordine – anche se a volte sembra così – e se è nascosto lo si deve cercare per poterlo trovare. E lo puoi trovare solo se impari a vivere nel presente, a ripulire la tavola della vita da tutto ciò che vita non è, da tutte quelle logiche che incatenano il presente, da tutte quelle dinamiche che ti spostano continuamente verso il futuro.

La cosa strana, anzi addirittura sorprendente, è che ad un certo punto, proprio questa educazione alla distanza, tutto questo controllo del presente, tutto quell’ordine imposto, l’hanno chiamato educazione cristiana.  Addirittura! E poi, lo hanno fatto e sostenuto senza nessun ritegno, senza nessun tipo di vergogna, senza nessun tipo di pudore, senza nessun sospetto di un abuso, di una idiosincrasia: no, tutto normale. Ad un certo punto è divenuto normale ciò che normale non era, vale a dire che il Vangelo fosse qualcosa di ordinato per gente per bene, corretta, che rispetta la logica delle distanze. Ad un certo punto hanno fatto credere, quei furboni, che la moderazione era un valore evangelico, mentre la ribellione un disvalore. Che grandi furfanti! E’ chiaro che dentro il sistema che avevano strutturato sembrava proprio così, sembrava che le cose stessero proprio in quel modo. E da fuori, da quello che si vedeva, sembrava proprio che quella religione nata dal Vangelo chiamata cristianesimo, fosse roba per gente moderata, che stimolasse la tranquillità, che aiutasse le persone a vivere in pace, serene, senza problemi. Sembrava, addirittura – ed è questa la massima furberia – che il sistema di distanze fosse qualcosa di religioso, addirittura di sacro. Che birboni! E così, anche il cristianesimo era entrato nell’ordine delle distanze. C’era il prete da una parte e il popolo dall’altra. C’era il prete in un presbiterio che nei secoli è divenuto sempre più distante, che diceva le sue cose e là in basso, molto distanti, i fedeli che, per la maggior parte dei casi si trattava di donne fedeli. Anche loro, racchiuse nella loro distanza, facevano le loro cose: ognuno nel proprio mondo distante, pur essendo materialmente vicini. Sono trascorsi secoli e secoli in queste distanze assurde e nessuno o perlomeno così sembra, nessuno si chiedeva che senso avesse tutta questa distanza, tutta questa separazione. Non solo nessuno si chiedeva che senso avesse, ma soprattutto, nessuno si chiedeva perché pur essendo vicini bisognava vivere come se fossimo distanti.

Eppure Lui, il Signore – in tutti i sensi -, Lui Gesù, il figlio di Giuseppe e di Maria, quando inizia l’attività pubblica la prima cosa che fa è proprio quella di ridurre le distanze. Lui, quello che il popolo identificava come il Messia atteso e annunciato dai profeti, quando inizia l’attività pubblica, rompe tutte le distanze, le accorcia in modo impressionante. E’ un Maestro, un Rabbi, ma è così diverso dagli altri maestri per il modo di fare, per il modo di porsi, per il modo di stare al mondo, che la gente del popolo rimane subito entusiasta. Erano abituati con i farisei, i sadducei, con i dottori della legge, così pomposamente lontani dalla gente, così distanti da sembrare irraggiungibili. Si erano abituati alle leggi, ai precetti, all’osservanza esterna di regole e norme che i farisei applicavano, ritenendo tutto ciò religioso, più religioso, che lasciava sbigottita la grande libertà di movimento di Gesù. Il popolo lentamente si era abituato alla distanza, alla riverenza nei confronti dei signori del culto. E invece Gesù, pur essendo un Maestro e, per certi aspetti, uno di loro, pur essendo uno di loro ma, senza dubbio, diverso da loro, era così diverso da sembrare uno del popolo. Gesù si lasciava toccare. Perché Lui non poneva distanze, non parlava dall’alto al basso, non si faceva più importante degli altri, ma si lasciava toccare, e lui stesso toccava, baciava, accarezzava. E Gesù camminava per le strade, attorniato dalla gente e insegnava che Dio è un Padre con un cuore di Madre. E camminava per le strade con i sui discepoli e le sue discepole: camminava con loro, in mezzo a loro. Era bello vederlo giocare con i bambini! Era bello vedere Gesù il Figlio di Dio, camminare per le strade con vestiti come quelli della gente. Perché è chiarissimo che se vuoi mantenere le distanze, se vuoi far sapere agli altri che appartieni ad una casta, alla casta sacerdotale, che fai parte di qualcosa di diverso, che nel rapporto delle distanze appartieni a coloro che deve essere riverito; se ci tieni a questo tipo di linguaggio, allora caro mio, vestiti pure, metti i tuoi vestiti sacri, sgargianti e lussuosi; fai sentire tutto il peso della simbologia sacrale: fai capire a tutti chi sei, o meglio, chi pensi di essere. Eppure Gesù, cioè colui che dicono che sia all’origine di quella religione chiamata cristianesimo, tutta quanta ben strutturata nel sistema delle distanze, tutta quanta organizzata nelle sue celebrazioni sacrali, con l’arredo e il vestiario sacrale, ebbene Lui, che dovrebbe essere il fondatore di tutta questa roba, vestiva come tutti noi, camminava in mezzo al popolo e con il popolo: sembrava uno di noi, senza alcun tipo di distanze.

Non è un caso, allora, se lo troviamo costantemente in polemica con i farisei e i sadducei; non è un caso se proprio Gesù, il Maestro, il Figlio di Dio, che camminava in mezzo alla strada con i suoi discepoli e le sue discepole, vestito normalmente come tutti, mangiando assieme a loro, fosse costantemente in rotta con coloro, i dottori della legge, che insegnavano dall’alto al basso, e vestivano le vesti sacre fatte apposta per loro, per far capire chi erano e, soprattutto, a che distanza dovevano rimanere gli altri, cioè la plebe. Gesù se la prendeva con il loro modo d’insegnare, obbligando il popolo a portare il peso di precetti assurdi, che loro stessi non toccavano nemmeno con un dito. Gesù li rimproverava perché con il tempo avevano sostituito la Parola di Dio, che è amore e giustizia, con le tradizioni umane, corrotte e meschine. Gesù, infine, li rimproverava per le distanze assurde che avevano posto tra loro e il popolo. E dall’altra parte c’era Dio, il Dio della Bibbia, il Dio desideroso d’incontrarsi con l’uomo e la donna, il Dio la cui storia è un continuo processo di avvicinamento verso l’uomo, la donna, la terra. Sino ad arrivare a Gesù, suo Figlio, la massima espressione dell’annichilamento di tutte le distanze tra Dio è l’umanità. Gesù: uno di noi, il Dio con noi.
E allora, viene da pensare che dove c’è distanza, il Dio di Gesù Cristo fatica ad entrarci; dove c’è volontà di porre distanze, di segnare una differenza di quantità, Gesù, il Figlio di Dio che è venuto per eleminare ogni distanza e, quindi ogni ingiustizia, non trova spazio. Al contrario, però, dove c’è volontà di uguaglianza, dove le persone vivono accogliendosi per quello che sono, vale a dire figli e figlie di Dio, allora senza dubbio lì c’è il Signore della storia. Dove c’è un pezzo di umanità in qualsiasi posto del mondo, in cui le persone vivono come fratelli e sorelle, condividendo ciò che hanno, accogliendo chiunque senza distinzioni di razza, sesso o di qualsiasi altra cosa, allora, carissima amica, lì senza dubbio il Signore Gesù è con noi e in mezzo a noi.