lunedì 24 agosto 2026

Fede, politica e coscienza: la parrocchia in cammino verso il voto

 Come ormai è costume, negli anni di elezioni politiche la parrocchia di san Vincenzo di Paolo prende la strada per un lavoro di sensibilizzazione e coscientizzazione, attraverso il Movimento Fede e Politica.



Paolo Cugini

 

 

Come ormai è diventato costume negli anni delle elezioni politiche, la parrocchia di San Vincenzo de’ Paoli sceglie di mettersi in cammino con la gente, percorrendo le strade del quartiere Compensa a Manaus e promuovendo un lavoro paziente di sensibilizzazione e coscientizzazione. Non si tratta di fare propaganda per un partito o per un candidato, ma di aiutare le persone a riscoprire il valore del voto come gesto di responsabilità, di libertà e di cura per il bene comune.

Il cammino è stato preparato attraverso una serie di incontri comunitari, nei quali abbiamo studiato le orientazioni sul tema della politica elaborate dall’Arcidiocesi di Manaus. Queste indicazioni invitano gli elettori a compiere scelte mature, verificando la storia dei candidati, la loro coerenza pubblica, la fedina penale pulita secondo lo spirito della legge della Ficha Limpa e, soprattutto, la loro reale presenza nella vita delle comunità. Un candidato non dovrebbe apparire soltanto nel tempo della campagna elettorale: la sua credibilità nasce da un percorso, da un impegno visibile e da una vicinanza concreta alle persone.



Il pericolo, sempre presente, è che vengano elette persone corrotte, legate a interessi privati, a gruppi economici opachi, al traffico di droga o al crimine organizzato. Quando la politica diventa strumento di arricchimento personale o di protezione di poteri criminali, i più poveri pagano il prezzo più alto. Mancano risorse per la scuola, per la sanità, per l’abitazione, per la sicurezza e per tutte quelle politiche pubbliche che potrebbero migliorare la vita quotidiana della popolazione.

Quest’anno, nella prima domenica di ottobre, il Brasile sarà chiamato alle urne per eleggere il Presidente della Repubblica, i Governatori degli Stati, i deputati federali e i deputati statali. È un momento decisivo, perché il voto non riguarda soltanto i nomi che occuperanno le istituzioni, ma il progetto di società che si vuole costruire. Le scelte politiche incidono sulla vita concreta delle famiglie, sulla distribuzione delle risorse, sulla tutela dell’Amazzonia, sulla dignità del lavoro e sulla possibilità di un futuro più giusto per i giovani.

Il contrasto tra i privilegi della politica e la vita reale della maggioranza della popolazione è uno degli aspetti che più feriscono la coscienza. Secondo informazioni pubblicate sulla stampa locale, nell’Amazonas è stato discusso un sussidio mensile per i deputati statali pari a circa 34.774 reais; altre notizie hanno segnalato pagamenti superiori e contestazioni sugli importi percepiti. Anche considerando le cifre più basse, resta evidente la distanza rispetto a chi vive con un salario minimo, che non basta a coprire pienamente le necessità fondamentali di una famiglia. Questa sproporzione aiuta a comprendere perché la politica non possa essere vissuta come una carriera di privilegi, ma come un servizio pubblico da esercitare con sobrietà e trasparenza.



La disuguaglianza sociale rimane il grande tema del Brasile. Parliamo di un Paese ricchissimo di risorse naturali, culturali e umane, ma ancora segnato da povertà profonde, da famiglie che abitano in condizioni disumane, da periferie dimenticate e da comunità che lottano ogni giorno per l’accesso a diritti elementari. In questo scenario, il voto non può essere trattato come merce di scambio. Vendere il proprio voto significa consegnare il futuro a chi spesso, dopo essere stato eletto, sparisce dalle strade e dalle comunità che aveva promesso di difendere.

Per questo ci impegniamo, con umiltà ma anche con determinazione, a tentare di cambiare il quadro, almeno orientando le persone che incontriamo nel quartiere Compensa a non vendere il proprio voto, a informarsi, a dialogare, a confrontare le proposte e a scegliere persone pulite, competenti e vicine alla vita del popolo. La coscientizzazione politica nasce dall’ascolto e dalla prossimità: si costruisce nelle visite, nelle conversazioni davanti alle case, negli incontri comunitari, nei gruppi di giovani e adulti che desiderano un Brasile più giusto.

È bello vedere giovani e adulti uniti in questa attività del Movimento Fede e Politica. La fede, quando è autentica, non chiude gli occhi davanti alla realtà, ma educa alla responsabilità, alla partecipazione e alla difesa della dignità dei poveri. La politica, quando è vissuta come servizio, può diventare uno spazio di trasformazione sociale e di speranza. Il nostro compito, come comunità cristiana, è aiutare le persone a comprendere che il voto è un atto morale, un gesto che riguarda la giustizia, la pace e il futuro delle nuove generazioni.

In tempi segnati dalla corruzione, dalla violenza e dalla sfiducia nelle istituzioni, scegliere bene diventa una forma concreta di resistenza. Non possiamo cambiare tutto da soli, ma possiamo seminare coscienza. Possiamo aiutare una persona a non vendere il proprio voto, una famiglia a discutere con più lucidità, un giovane a capire che la politica non è soltanto il luogo degli scandali, ma anche lo spazio in cui si decide se la vita dei poveri sarà rispettata o dimenticata. È da questi piccoli semi che può nascere una società più fraterna, più trasparente e più fedele al Vangelo della giustizia.

 

Amazzonia, donna resistente. RIflessioni dal XII Foro Social Panamazónico (FOSPA)

 

Anna Chiara e Davide sono insieme in giro per Ecuador. Il testo è frutto delle loro discussioni durante e dopo il Foro Social Panamazónico (FOSPA). Il testo è di Davide.



 


Davide Muradore

 

 

 

A Puyo, cittadina amazzonica alle porte della foresta ecuadoriana, si è tenuta dal 16 al 21 agosto l'ultima edizione del Foro Social Panamazónico. Il Fospa non è un evento, è un formato: plenarie che discutono, tavoli tematici che approfondiscono, e poi la marcia, il corpo collettivo che porta nelle strade quello che nelle sale si è detto a parole. A Puyo si sono ritrovate delegazioni da tutto il bacino amazzonico: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Guyana Francese, Perù, Suriname, Venezuela. Nove paesi che condividono la stessa foresta e le stesse minacce.

 

Resistente è una parola che in Italia porta il peso di una storia precisa, e che qui torna in un contesto completamente diverso. Vale la pena recuperarla non come reperto ma come metodo: la Resistenza italiana funzionò perché tenne insieme cattolici, comunisti, liberali, socialisti, gente che non si somigliava quasi in nulla se non nella scelta di stare da una parte. Non fu mai una cosa sola, ma la somma di sensibilità che normalmente avrebbero fatto fatica a parlarsi. È esattamente il problema che il Fospa si trova davanti oggi, e per questo la parola regge ancora, a settant'anni e diecimila chilometri di distanza.

 

C'è una geografia, in tutto questo, che vale la pena nominare: il Fospa nasce e si nutre nelle periferie della periferia della periferia. Non il centro che pensa e poi manda istruzioni verso i margini, ma il contrario. Sono questi luoghi ai bordi di ogni mappa a produrre le idee più importanti, quelle che poi, se va bene, risalgono verso i centri che si credono tali.

E anche qui, sotto l'etichetta unica del "movimento panamazzonico", si intrecciano sensibilità che non hanno nulla di scontato in comune: popoli indigeni con cosmovisioni proprie, contadini spinti fuori dalla propria terra, accademici, collettivi urbani, chiese di base, organizzazioni di donne, cultura afrodiscendente. Un crocevia di complessità intrecciate. Non una linea unica, ma tanti fili che si tengono per lo stesso nodo.




 

Ed è un crocevia che non si tiene insieme senza attrito. Dentro le comunità dello Yasuní, il grande parco amazzonico dell'Ecuador, patria di una delle più grandi biodiversità del pianeta, c'è chi guarda al Fospa con un certo sospetto, come se fosse un foro che parla di foresta più da fuori che da dentro. È una critica comprensibile, che però rischia di girare a vuoto, perché al Fospa arrivano davvero anche le voci delle comunità più profonde, non solo delegazioni cittadine con la foresta come sfondo. La domanda giusta non è chi è più puro, chi ha più titolo per parlare di Amazzonia. La gara al più puro è una lotta tra poveri che indebolisce tutti; ha forse più senso rendere la cosa più comune possibile, allargare invece che selezionare.

 

Chi arriva dall'Italia cresciuto con la retorica della costituzione più bella del mondo, qui trova qualcosa che costringe a ridimensionare quell'orgoglio di casa. Nella riforma costituzionale del 2008 l'Ecuador ha inserito la natura come soggetto di diritto, non semplicemente oggetto da tutelare ma titolare di diritti propri, ancora oggi in costruzione. Insieme al concetto di buen vivir, sumak kawsay in lingua kichwa: diritti comunitari, ricerca della felicità che non è solo individuale ma condivisa. Sono queste due innovazioni ad aver aperto lo spazio giuridico in cui i Waorani, una delle nazionalità indigene più battagliere tra quelle rappresentate al Fospa, hanno potuto arrivare alla consulta previa: l'istituto che impone allo Stato e alle imprese di non chiudere accordi sullo sfruttamento del territorio tra loro soli, cercando invece l'ultima parola delle comunità che quel territorio lo abitano. Sulla carta, un potere enorme.




Nei fatti, un diritto rimasto in larga parte inapplicato: le sentenze che lo riconoscono si accumulano, la frustrazione pure, e le comunità continuano a tornare in tribunale per chiedere il rispetto di quello che, sulla carta, hanno già vinto.

 

Il Fospa però non si esaurisce nella denuncia. In uno degli incontri tematici si è discusso ad esempio di “finca amazzonica”, un modello di gestione del terreno che valorizza la foresta invece di consumarla, una delle alternative concrete al paradigma estrattivista. Non un'utopia da assemblea, ma una pratica che esiste, che va studiata, replicata, resa economicamente sostenibile. È il punto che spesso manca nel racconto esterno di questi movimenti: dietro il "no" c'è una proposta, tutta da approfondire, ma già in piedi.

 

Sono tutti nodi che risultano ostinatamente femminili. Non per una scelta retorica: l'Amazzonia stessa, nell'immaginario di chi la abita, è donna. vita, nutre, e per questo va difesa come si difende chi genera. E in prima linea contro l'estrattivismo, contro le concessioni petrolifere, contro la deforestazione, ci sono spesso proprio le donne: leader indigene, madri, guardiane di un territorio che considerano corpo prima ancora che terra. Lottano per sé, per le proprie comunità, spesso nonostante la prevaricazione patriarcale maschile, ma il paradosso è che lottando per un pezzo di foresta specifico lottano per l'equilibrio climatico di tutti quanti, ovunque si trovino a leggere queste righe.

 

Il che porta a una domanda scomoda: davvero la salvezza collettiva è solo nelle mani dei popoli indigeni? Davvero non esiste una presa in carico politica e istituzionale all'altezza? Le COP sul clima sono il tentativo più strutturato in questo senso, e restano importanti proprio per questo. Ma quanto sono diventate controverse, tra sedi ospitate da economie fossili, delegazioni di lobbisti più numerose di quelle di interi paesi, impegni annunciati e poi rinviati. Il problema non è che quel processo esista, è che non arrivi mai a pieno compimento. Finché quel vuoto resta, il peso ricade su chi ha meno strumenti e più da perdere.

 



C'è poi quella sensazione che marciare in America Latina ha un sapore diverso. Qui la marcia porta addosso la memoria di dittature, desaparecidos, repressioni, corpi che si sono messi in strada quando dirlo a voce alta poteva costare la vita. Come per Isabel, giovane attivista colombiana contro l'estrattivismo, che per il suo lavoro contro i nodi di potere del suo territorio è costretta razionalmente a temere per la propria vita, in un contesto dove il modello estrattivista si impone sempre di più: per alcuni vera origine, e non conseguenza, dello slittamento verso l'ultradestra, funzionale al modello imposto dalle oligarchie.

 

Resta poi il tema dei mestizos, la popolazione comune e maggioritaria dell'Ecuador. Il cittadino di Puyo che con fare distratto, dalla finestra di casa, dal comedor dov'era in pausa pranzo dal lavoro, o dall'auto ferma davanti alle transenne sulla strada chiusa, posava lo sguardo con aria incuriosita, quando non infastidita, sul corteo che proseguiva. Quel cittadino del Sud globale che rischia di guardare queste battaglie con la stessa distanza con cui le guarda il cittadino medio del Nord globale. Forse per lo stesso motivo: vivere in città, avere altre urgenze quotidiane, sentire l'Amazzonia o la propria montagna come sfondo più che come casa produce ovunque lo stesso effetto. Il territorio diventa cartolina prima che luogo di vita, e la lotta di chi lo abita ancora per davvero finisce percepita come una faccenda di altri.


Ed è anche qui che il Fospa smette di riguardare solo l'Amazzonia e comincia a parlare a tutti. Anche a chi, in Italia, si da fare in un ecovillaggio o in un collettivo senza porsi troppe domande sul dopo. Perché il rischio, per una parte di società coscientizzata del Nord globale, è restare dentro una folk politics: gesti giusti, coerenti, persino belli, ma senza l'ambizione politica che li trasformi in qualcosa che incide davvero. Il Fospa, tenendo insieme plenaria e marcia, teoria e corpo in strada, ricorda che un'azione senza impatto politico resta un'intenzione. Serve forse riscoprire quell'ambizione: non accontentarsi di fare bene le cose piccole, ma chiedersi cosa, di quelle cose, è disposto a diventare grande.

 

 

Puyo, 23/08/2026

 

 

Per approfondire

Il Fospa

 

     Sito ufficiale dell'edizione 2026 di Puyo, con programma e documenti: https://fospaecuador.com/

 

La natura come soggetto di diritto e il buen vivir

 

     Dieci anni di lotte ambientaliste in Ecuador, buona introduzione al legame tra Pachamama, buen vivir e costituzione:

https://www.lifegate.it/pachamama-costituzione-ecuador

 

     Costituzione        dell'Ecuador        e         diritti        fondamentali        della        natura: https://www.ilmanifestoinrete.it/2020/07/10/come-la-costituzione-dellecuador-ha-forgi ato-i-diritti-fondamentali-della-natura/

 

     Sul referendum che ha bloccato le estrazioni nello Yasuní, reso possibile proprio dai diritti della natura in costituzione:

https://lespresso.it/c/opinioni/2023/9/14/lecuador-dimostra-che-la-terra-si-puo-difende re-e-lo-ha-scritto-nella-costituzione/45819

 

     Intervista ad Alberto Acosta, presidente dell'assemblea costituente del 2008: "Le leggi non bastano"

https://lavialibera.it/it-schede-258-alberto_acosta_diritti_natura

 

I Waorani e la consulta previa

 

     La vittoria storica dei Waorani contro il petrolio, con le voci delle donne della comunità:

https://www.lifegate.it/indigeni-waorani-petrolio-ecuador

 

     Dall'Ecuador al Brasile, successi e sconfitte dei popoli indigeni, su come i Waorani abbiano usato le istituzioni dello Stato contro lo Stato:


https://www.qcodemag.it/nuovosito/indice/interventi/dallecuador-al-brasile-successi-e

-sconfitte-dei-popoli-indigeni/

 

     Chi decide il destino dei territori indigeni, approfondimento sul caso e sul diritto internazionale al consenso libero, previo e informato: https://www.scienze.com/news/2025/04/chi-decide-il-destino-dei-territori-indigeni-il-ca so-dei-waorani-in-ecuador/

 

 

Mi presento

Ho svolto il servizio civile nel 2019 a Lago Agrio, in Amazzonia ecuadoriana, e negli anni successivi al ritorno ho accompagnato due campi estivi nella stessa città per il Centro Missionario Diocesano di Modena, di cui faccio parte dell'équipe organizzativa. Ho una formazione in cooperazione allo sviluppo ed esperienze di lavoro in Ecuador e Madagascar. Attualmente lavoro come funzionario nel progetto Alumni dell'Università di Bologna.


venerdì 21 agosto 2026

Che cosa pensa un profeta?

 

Il profeta attinge il suo pensiero dalla relazione intima e silenziosa con il mistero e dall'immersione profonda nel tempo presente. Egli interpreta gli eventi quotidiani alla luce di questo legame spirituale, trovandovi un senso ed evitando di farsi sopraffare dalla negatività. Oggi, tuttavia, i profeti sono assenti e in attesa di un segnale, poiché le macerie del mondo rendono troppo difficile interpretare la storia.




Paolo Cugini

 

 

Che cosa pensa un profeta? Non pensa come pensa il mondo, né misura la realtà con il metro corto dell’utile, dell’immediato, del visibile. Il pensiero del profeta nasce in una zona profonda dell’essere, là dove la vita smette di essere rumore e diventa ascolto, là dove la coscienza non cerca più di possedere il Mistero, ma si lascia possedere da esso. Il profeta pensa a partire da una ferita luminosa: un incontro antico, avvenuto spesso nella giovinezza, quando il cuore era ancora capace di stupore e l’invisibile ha fatto irruzione come una presenza più reale delle cose reali.

Vi sono due sorgenti del pensiero profetico. La prima è la relazione personale con il Mistero. Il profeta è colui, colei, che un giorno ha sentito dentro di sé una chiamata senza voce e tuttavia più forte di ogni parola. Non è stata un’idea, non una dottrina appresa, non una convinzione costruita lentamente per ragionamento. È stata una presenza. Qualcosa, o Qualcuno, si è mostrato nell’intimo come attrazione, come gravità, come fuoco. Da quel momento la vita non ha più potuto tornare a essere semplice successione di giorni: è diventata risposta.

Il profeta non vive di curiosità religiose, ma di relazione. Coltiva il Mistero come si custodisce una fiamma nella notte. Sa che il Mistero non si concede alla persona distratta, non attraversa l’anima superficiale, non parla nel mercato delle parole vuote. Per questo il profeta impara presto la disciplina del silenzio. Dedica ore, giorni, settimane all’ascolto. Si sottrae, non per disprezzo del mondo, ma per non essere divorato dal mondo. Si isola, non per fuggire gli uomini, le donne, ma per poter tornare a loro con una parola che non sia soltanto sua.

Il tempo del profeta non è tempo perduto. È tempo scavato. Mentre gli altri corrono, egli rimane. Mentre gli altri accumulano notizie, egli cerca il significato. Mentre gli altri reagiscono agli eventi, egli li porta nel grembo del Mistero, finché essi non rivelano la loro domanda nascosta. Il profeta sa che ciò che è essenziale non si impone con violenza: matura lentamente, come seme sotto la terra, come parola che prima di essere detta deve essere purificata dal silenzio.

La seconda sorgente del pensiero profetico è il tempo presente. Il profeta non è un sognatore disincarnato, non abita un cielo astratto, non si nutre di visioni separate dalla polvere della storia. Al contrario, è immerso nelle vicende quotidiane con una intensità rara. Ascolta le persone, osserva le ferite, conosce le paure, intuisce i desideri repressi dei popoli, legge i movimenti profondi della società. Dove molti vedono soltanto fatti, il profeta avverte dinamismi; dove molti registrano eventi, egli discerne segni; dove molti si fermano alla superficie della cronaca, egli scende nel sottosuolo della storia.

La novità del profeta non consiste nel conoscere più cose degli altri, ma nel vedere diversamente ciò che tutti hanno davanti agli occhi. Egli interpreta il presente alla luce della relazione con il Mistero. Non separa mai l’ascolto interiore dall’ascolto della storia. In lui il silenzio e la piazza, la solitudine e il popolo, la preghiera e la cronaca non sono mondi opposti, ma due rive dello stesso fiume. Il profeta porta il mondo davanti al Mistero e porta il Mistero dentro il mondo.

Per questo il profeta non si lascia sopraffare dalla negatività degli eventi. Non perché sia ingenuo, non perché ignori il male, non perché addolcisca la durezza della storia. Il profeta vede le macerie, le conta, le tocca, ne sente l’odore. Ma non concede alle macerie l’ultima parola. Anche quando tutto sembra dissolversi, egli cerca il frammento che indica un cammino, la crepa da cui può entrare la luce, il segno umile di una presenza che continua ad accompagnare l’umanità perfino quando l’umanità sembra aver smarrito se stessa.

Il profeta non è un ottimista. L’ottimista spesso chiude gli occhi davanti all’abisso. Il profeta, invece, li tiene aperti. Egli guarda la notte senza negarla, ma dentro la notte ascolta il respiro dell’aurora. Sa che la storia non è soltanto il luogo della rovina, ma anche il luogo della chiamata. Ogni crisi, per lui, è una domanda rivolta alla coscienza. Ogni caduta è anche rivelazione di ciò che non regge più. Ogni deserto è lo spazio in cui l’uomo può finalmente distinguere le voci che lo ingannano dalla voce che lo chiama alla vita.

Oggi i profeti sembrano assenti. Ma forse non sono scomparsi. Forse sono nascosti. Forse tacciono perché il rumore è diventato troppo grande, perché le parole sono state consumate, perché il mondo ha imparato a trasformare ogni grido in opinione e ogni visione in contenuto da consumare. I profeti ci sono, ma camminano tra macerie troppo alte. Vedono l’accumularsi delle ingiustizie, delle guerre, delle solitudini, delle idolatrie tecnologiche, delle povertà spirituali. E davanti a questa massa di rovine comprendono quanto sia difficile oggi interpretare la storia senza tradirla, indicare un cammino senza semplificarlo, pronunciare una parola che sia vera e non soltanto efficace.

I profeti tra loro parlano. Si cercano nel silenzio, si riconoscono senza clamore, si confrontano sulle ferite del tempo. Nessuno pretende di possedere da solo la direzione. Tutti attendono. Attendono una voce che ancora non arriva, un segnale capace di aprire una strada dove ora si vede soltanto nebbia. Ma questa attesa non è passività. È vigilanza. È la forma più alta della responsabilità, perché chi non ascolta prima o poi parlerà a vuoto, e chi parla a vuoto aggiunge confusione alla confusione.

Forse il compito dei profeti di oggi è proprio questo: custodire l’attesa, impedire che l’umanità si abitui alle macerie, mantenere aperta la domanda quando tutti cercano risposte facili. Essi non devono inventare la luce, ma restare rivolti verso di essa. Non devono produrre visioni per saziare l’impazienza del mondo, ma preparare occhi capaci di riconoscere il segno quando verrà. Perché il Mistero non ha smesso di parlare; siamo noi, forse, ad aver smarrito le condizioni dell’ascolto.

Il profeta pensa dunque con due orecchi: uno rivolto al Mistero, l’altro appoggiato al cuore del tempo presente. Se perde il Mistero, diventa analista tra gli analisti. Se perde il presente, diventa visionario senza carne. Ma quando le due sorgenti si incontrano, nasce una parola rara: una parola che non consola falsamente e non condanna sterilmente; una parola che ferisce per guarire, denuncia per aprire, tace per non mentire, parla per servire la vita. E forse, proprio nel tempo in cui i profeti sembrano assenti, il mondo ha più bisogno che mai di uomini e donne capaci di tornare al silenzio, di attraversare le macerie e di attendere, senza disperare, il segnale della strada.

 



mercoledì 19 agosto 2026

LO SGUADO DEL PROFETA

 

Essere profeti oggi significa nascere dal silenzio e da una profonda relazione con il Mistero, non alzando la voce ma custodendo un fuoco interiore. La profezia trasforma lo sguardo, permettendo di vedere oltre le apparenze e di scorgere semi di speranza tra le macerie della storia. Il profeta non legge la realtà con calcoli strategici, ma interpreta il presente attraverso una verità superiore che lo possiede.





Paolo Cugini

 

 

Che cosa significa essere profeti oggi? Non significa, prima di tutto, alzare la voce sopra il rumore del mondo, né occupare la scena della storia come agitatori di parole o interpreti superficiali degli eventi. Il profeta non nasce dalla cronaca, ma dal Mistero. Viene da una profondità che lo precede, da una relazione silenziosa e ardente con ciò che non si lascia possedere, ma che possiede la coscienza di chi si lascia raggiungere. Il profeta è colui che è stato preso dal Mistero, invaso nel cuore, ferito nella coscienza, trasformato nello sguardo.

Non vi è profezia senza questa presa interiore. Prima di essere parola rivolta agli altri, la profezia è fuoco custodito dentro di sé; prima di diventare denuncia, è ascolto; prima di farsi gesto pubblico, è obbedienza a una luce che scava, purifica, inquieta e consola. Il profeta non parla perché possiede una strategia, ma perché è posseduto da una verità che lo supera. Non legge la storia con gli strumenti del calcolo, ma con occhi resi limpidi da una relazione profonda con il Mistero.

Per questo il profeta è uomo e donna di visione. Vede lontano non perché fugga il presente, ma perché lo attraversa fino al suo nucleo nascosto. Vede oltre gli eventi, oltre le apparenze, oltre le narrazioni costruite dai potenti, perché interpreta la realtà a partire da quella profondità dove il Mistero rivela ciò che la sola materialità delle cose non riesce a penetrare. Là dove molti vedono solo macerie, il profeta scorge semi; là dove molti si arrendono alla violenza, egli custodisce l’impossibile della pace; là dove molti giustificano la menzogna come necessità, egli invoca la giustizia come respiro stesso dell’umano.

Oggi il profeta vede cammini di pace là dove la storia sembra consegnata alla follia delle guerre. Vede sentieri nascosti tra le rovine create da uomini senza scrupoli, incapaci di riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona. Il profeta non si lascia ipnotizzare dalla logica delle armi, né dalla retorica dei vincitori, né dalla brutalità di chi sacrifica i popoli sull’altare del proprio potere. Egli sa che la guerra nasce sempre da un cuore già devastato, da un’interiorità che ha smarrito il volto dell’altro e ha ridotto la vita a territorio da conquistare, a corpo da dominare, a voce da zittire.

Il profeta vede giustizia anche quando la corruzione dilaga come nebbia tossica sulle istituzioni, sulle relazioni, sui desideri. Vede la giustizia non come un’idea astratta, ma come una fame impressa nelle coscienze, come un gemito che sale dai poveri, dagli esclusi, dai feriti della storia. Egli riconosce che la sete di potere è spesso il segno di un vuoto interiore: un abisso mascherato da successo, una solitudine travestita da dominio, una miseria dell’anima coperta dall’ostentazione dell’egoismo.

In coloro che costruiscono la propria grandezza calpestando gli altri, il profeta non vede soltanto colpe da denunciare, ma un vuoto abissale da smascherare. Vede uomini e donne divorati da una mancanza che nessun potere può colmare, da una fame che nessun possesso può saziare. E vede anche le tracce che quel vuoto lascia: ferite nelle persone incontrate, ingiustizie sedimentate nei popoli, paure trasmesse alle generazioni, deserti interiori seminati lungo il cammino.

E tuttavia il profeta non è un uomo, una donna della disperazione. Proprio perché conosce il Mistero, sa che nessun abisso è più profondo dell’amore gratuito che può raggiungerlo. Sa che l’unica forza capace di colmare il baratro dell’egoismo non è un nuovo dominio, non è una vendetta, non è una violenza contraria, ma l’amore disinteressato che il Mistero riversa nelle coscienze assetate di giustizia. È un amore che non compra, non possiede, non umilia; un amore che libera, rialza, ricompone, apre futuro.

Essere profeti oggi significa, dunque, abitare il mondo senza appartenere alle sue idolatrie. Significa stare dentro la storia con occhi lavati dal Mistero, con mani disponibili alla pace, con parole capaci di ferire la menzogna e curare la vita. Significa non rassegnarsi alla guerra quando tutti la chiamano inevitabile, non piegarsi alla corruzione quando tutti la chiamano realismo, non adorare il potere quando tutti lo confondono con la forza.

Il profeta è sentinella del possibile di Dio dentro l’impossibile degli uomini e delle donne. È memoria viva che ricorda alla terra la sua vocazione alla fraternità. È ferita aperta nel corpo di una società che vorrebbe anestetizzare la coscienza. È voce che nasce dal silenzio, fuoco che nasce dall’ascolto, speranza che nasce dall’amore. E quando tutto sembra perduto, il profeta continua a vedere: vede pace dove regna la violenza, vede giustizia dove domina la corruzione, vede amore dove l’egoismo ha scavato abissi. Perché il profeta non guarda soltanto ciò che è: guarda ciò che il Mistero, ancora oggi, può far nascere nella coscienza dell’umanità.

 

domenica 16 agosto 2026

Sorprese amazzoniche: l'incontro con Thomas e la vivacità di Manaus

 



 

Thomas, Fabrizio e Monica

Che emozione ritrovare pezzi di cuore e di storia proprio qui, a Manaus! Tra le tante persone incrociate c’era Thomas, uno dei ragazzi della parrocchia di Bevilacqua (nel bolognese), una delle quattro comunità che ho avuto la gioia di accompagnare per circa tre anni. Ad accompagnarlo in questo viaggio, la zia Monica con il marito Fabrizio, arrivati direttamente dall'Inghilterra.

Il nostro punto di ritrovo? Alle 21:30 davanti al maestoso Teatro Amazonas, icona della città e recentemente proclamato patrimonio UNESCO. Il venerdì sera questa zona si trasforma: il comune chiude le strade al traffico e l'area si riempie di bancarelle colorate, profumo di panini e drink. È il cuore pulsante della movida locale. La gente si riversa in strada per incontrarsi, sorseggiare una caipirinha e ballare a ritmo di musica. Spesso, finiti i corsi del venerdì alle 21:30, amo fare un giro da queste parti: è il modo perfetto per respirare a pieni polmoni l'autentica vita amazzonica.

Le donne del Carimbò


Il sabato ci siamo dati appuntamento alle 18:00 davanti alla chiesa di San Vincenzo per celebrare insieme il 43° anniversario della parrocchia. Parliamo di una realtà giovane, immersa in un contesto sociale delicato e complesso, come vi ho raccontato altre volte.

Thomas è rimasto letteralmente a bocca aperta durante la messa. Nonostante l'orario proibitivo per chi lavora o gestisce un negozio il sabato sera, la chiesa era piena. Soprattutto, era piena di giovani! Thomas stesso ha commentato stupito: "Non ho mai visto così tanti ragazzi a una messa".

In effetti, per chi è abituato alle celebrazioni occidentali, vivere la liturgia brasiliana a mente aperta è un’esperienza che travolge e sorprende. Tutto era curato nei minimi dettagli: canti intensi intonati da un'assemblea super partecipativa, la danza sacra per l'ingresso della Bibbia e la solenne processione offertoriale. È stato un momento di puro coinvolgimento del popolo di Dio, proprio come sognava la riforma del Concilio Vaticano II nel lontano 1965. A coronare questa atmosfera speciale, la spontaneità toccante e profonda delle preghiere dei fedeli.

I giovani della parrocchia nella Quadriglia


Dopo la messa, lo spazio adiacente alla chiesa si è acceso di vita. Le comunità hanno organizzato un momento di pura condivisione: sapori locali, un bingo di beneficenza e, soprattutto, tanta danza per ogni generazione. Ad aprire le danze sono state le signore della comunità di Santo Antonio con il carimbò, un grande classico della tradizione. Ma il vero culmine della serata è stato la quadrilha dei giovani della parrocchia. La cosa straordinaria è come riescano a trasformare il ballo in un autentico momento dello spirito. Thomas e i suoi zii, Monica e Fabrizio, sono rimasti incantati nel vedere quei cinquanta ragazzi volare leggeri a ritmo di musica.

La serata si è conclusa a Ponta Negra, la vetrina turistica di Manaus. Il contrasto con Compensa, il quartiere degradato e segnato dalla violenza del narcotraffico in cui vivo, è emerso in tutta la sua brutalità. Se Compensa lotta ogni giorno, Ponta Negra è curata nei minimi dettagli, circondata da grattacieli che specchiandosi sul fiume, il rio Negro, fanno quasi pensare a Toronto.

Questa profonda disuguaglianza è, purtroppo, il tratto identitario del Brasile. L'avevo già toccata con mano nello Stato di Bahia e la ritrovo puntualmente in ogni città che visito per i miei convegni di filosofia o teologia. Una ferita aperta che brucia ancora di più oggi, domenica 16 agosto, giorno in cui si apre ufficialmente la campagna elettorale per le presidenziali e per il rinnovo dei parlamenti federale e statale del prossimo ottobre.

Noi 4 in compagnia


Il divario non è solo visivo, ma economico e strutturale. Le cifre parlano da sole: mentre un lavoratore comune, quando ha la fortuna di trovare un impiego, porta a casa un salario minimo di 1.621 reais (circa 284 euro), un deputato statale ne guadagna ben 96 mila (circa 17 mila euro). Una sproporzione allucinante. Per aiutare le persone a scegliere un candidato che abbia la fedina penale pulita e che sia impegnato per il bene comune, l’Archidiocesi di Manaus ha preparato un libretto con dei circoli biblici sul tema da realizzare nelle case e un foglio dove ci sono alcune indicazioni pratiche, tra le quali il testo della legge 9840, che dice che vendere il voto può portare alla prigione e ad una multa salata.

Come parrocchia ci siamo dati appuntamento domenica prossima, 23 agosto, davanti alla chiesa di san Vincenzo alle 16 per passare di casa in casa a distribuire il foglietto preparato dall’Archidiocesi e, dove sarà possibile, tentare di fare due chiacchiere con la gente.

Ponta Negra non è la Compensa


Dalla messa all’impegno concreto per un mondo più giusto e in pace: è questo che Gesù ci ha insegnato e ni proviamo a farlo.

 

 

martedì 11 agosto 2026

Un forum per la teologia della liberazione

 




12° Forum Mondiale su Teologia e Liberazione - agosto 2026 (Benin, Africa)

 

Juan José Tamayo[1]

 

9 agosto 2026

La teologia della liberazione (TL) è morta? È una domanda che mi viene posta frequentemente durante le mie conferenze, sia nel Nord che nel Sud del mondo. L'interrogativo riflette implicitamente l'idea di una sua fine: un concetto diffuso nell'immaginario collettivo, tanto tra il pubblico laico quanto tra quello religioso.

Di solito rispondo che tale idea non corrisponde alla realtà; essa nasce piuttosto dai desideri di diversi settori vicini al fondamentalismo religioso, al neoliberismo economico e al conservatorismo politico. Aggiungerei che la TL rimane viva e attiva nel nuovo panorama politico, religioso, culturale ed economico, non solo in America Latina – dove è nata – ma in tutto il Sud del mondo. Ha dato vita a "teologie del Sud globale" e a una tendenza alla decolonizzazione del discorso cristiano.

La prova migliore di questa vitalità è il 12° Forum Mondiale su Teologia e Liberazione (FMTL), che si è svolto dal 31 luglio all'8 agosto a Cotonou, in Benin (Africa occidentale), nell'ambito del 17° Forum Sociale Mondiale (FSM). Tra le ragioni che hanno portato a scegliere il Benin come sede del FSM e del FMTL figurano il suo ruolo di crocevia tra la spiritualità Vodun e la cultura panafricana, la sua importanza come luogo di memoria storica legata alla tratta degli schiavi e la forte mobilitazione della società civile beninese.

Si tratta del sesto Forum organizzato in Africa. I cinque precedenti si sono tenuti a Bamako (Mali, 2006), Nairobi (Kenya, 2007), Dakar (Senegal, 2011) e Tunisi (Tunisia, 2013 e 2015). Il FMTL in Benin riunisce teologi, attivisti, ricercatori e comunità da tutto il mondo per riflettere sull'intersezione tra esperienze religiose, giustizia sociale e lotta contro ogni forma di oppressione. Si tratta di un incontro globale di menti e cuori che cercano di promuovere il dialogo, esplorare alternative e creare legami nella ricerca collettiva di un "altro mondo possibile". Il tema dell'incontro è di fondamentale importanza e urgenza: rifiutare le dominazioni economica, politica e religiosa e ripensare la sovranità in un'ottica di liberazione.



Il tema scelto nasce dalla consapevolezza che le dominazioni economica, politica, religiosa e ambientale persistono in tutto il mondo. Di fronte a tale dominio globale, non possiamo restare inerti; dobbiamo invece offrire una risposta coordinata. A tal fine, il Forum ci invita a intraprendere un processo di decolonizzazione di ogni dimensione della vita umana ed ecologica e a ripensare la sovranità in tutte le sue forme, sia collettive che individuali.

La lotta per la sovranità economica richiede di decostruire i meccanismi dell'oppressione capitalistica e di restituire dignità umana a coloro a cui essa è negata dall'attuale modello economico neoliberista, un modello che li assoggetta a ingiustizie strutturali e alla povertà che ne deriva. Difendere la sovranità politica significa sfidare autoritarismo, corruzione e violenza, nonché resistere alla necropolitica e lavorare per costruire la pace in mezzo a guerre che causano genocidi ed ecocidi, e a colpi di stato che ignorano sia il diritto internazionale che la sovranità dei popoli. L'impegno a difendere la sovranità religiosa richiede di decostruire le eredità coloniali – sempre più diffuse a causa dell'imperialismo religioso – e di porre fine alla manipolazione delle religioni e al loro utilizzo per fini bellicisti, sessisti, omofobici, xenofobi e razzisti. A questa decostruzione deve affiancarsi la costruzione di relazioni – etniche, ecumeniche, interreligiose, interculturali e inter-spirituali – che siano pacifiche, egualitarie e rispettose delle differenze.

La sovranità ecologica e sociale richiede la riappropriazione dei territori sottratti dalle multinazionali estrattive, nonché il recupero della memoria e della cultura dei popoli indigeni. Richiede inoltre di analizzare ed eliminare le moderne forme di schiavitù e di promuovere la giustizia ecologica e di genere di fronte alla violenza di genere, alle migrazioni forzate e al cambiamento climatico.



In definitiva, il compito è quello di riesaminare, reinterpretare, riformulare e ricreare la teologia della liberazione all'interno del nuovo scenario geopolitico, culturale ed economico; di aprire nuovi orizzonti per la sovranità; e di decolonizzare tutte le relazioni umane ed ecologiche.

Le aree tematiche affrontate al FMTL in Benin per raggiungere tali obiettivi sono le seguenti: la liberazione come orizzonte ermeneutico e pratico; liberazione e decolonialità; liberazione e democrazia al servizio del bene comune; violenza e diritti umani – nello specifico i diritti di individui, collettività e popoli oppressi cui tali diritti sono negati; giustizia ambientale e sicurezza alimentare; migrazioni, migranti climatici e territorialità; nuovi linguaggi e ricostruzione di nuovi linguaggi simbolici e mitici; il patto tra tradizioni religiose e politiche orientate alla giustizia; genere, femminismo e diversità; giovani e relazioni intergenerazionali.



La Teologia della Liberazione, le teologie del Sud globale e le pratiche emancipatorie che esse promuovono dimostrano – con le opere e con le parole – che esistono tradizioni religiose e spiritualità non riducibili all'«oppio dei popoli», bensì configurabili come percorsi di liberazione per gli individui più vulnerabili, le collettività impoverite e i popoli oppressi, nonché come movimenti di resistenza contro colonialismo, capitalismo, patriarcato, suprematismo bianco, ingiustizia cognitiva e depredazione della natura.

 

Fonte: https://www.amerindiaenlared.org/contenido/29099/un-foro-para-la-teologia-de-la-liberacion-/



[1] Teologo della Liberazione spagnolo