Paolo
Cugini
C'è un'alleanza sottile
che striscia dentro la storia. Non fa rumore, non si presenta con il volto
dell'aggressione, anzi spesso si veste di parole rassicuranti: ordine,
tradizione, identità, protezione. Eppure, là dove si impone, lascia dietro di
sé macerie e disastri. È l'alleanza tra i sistemi politici tradizionali che
difendono i valori di «Dio, Patria e famiglia» e i movimenti cristiani
tradizionalisti, tanto del mondo cattolico quanto di quello evangelico, che
fanno dell'interpretazione letterale della Bibbia un baluardo invalicabile.
Presi separatamente, questi due mondi possono sembrare distanti: l'uno parla il
linguaggio del potere, l'altro quello della fede. Ma quando si incontrano e si
sostengono a vicenda, nasce qualcosa di molto più forte della somma delle
parti: un ordine sociale che si presenta come voluto da Dio e, proprio per
questo, non discutibile.
Il punto più delicato
di questa alleanza riguarda le donne. Quando politica e religione si saldano a
questi livelli, il patriarcato non è più soltanto un'abitudine culturale, un
residuo del passato che si può correggere con il tempo e con l'educazione: diventa
sovrano, inarrestabile, perché viene sacralizzato. E di fronte a ciò che è
sacro, l'uguaglianza delle donne finisce per apparire come una pretesa
illegittima, quasi una ribellione contro l'ordine della creazione.
Dell'uguaglianza, alla fine, non rimane più nulla.
Tutto comincia da una
lettura. Il racconto del terzo capitolo della Genesi, quello del frutto
proibito, viene preso alla lettera e trasformato in una sentenza: è stata la
donna a peccare per prima ed è stata lei a indurre l'uomo a fare altrettanto.
Quando si mette in bocca a Dio una simile affermazione, quando cioè la si
presenta non come un racconto simbolico, frutto di una cultura e di un'epoca,
ma come una verità rivelata e storica, il passo verso i fatti è breve. Ci vuole
poco a considerare la donna fonte e origine del peccato, la tentatrice per
natura, colei da cui bisogna guardarsi e che bisogna tenere sotto controllo.
La storia del
cristianesimo conosce bene questa deriva. Per secoli una parte della tradizione
ha guardato alla donna come «porta del diavolo», come essere più debole e più
esposto alla seduzione del male. Da qui sono discese conseguenze molto
concrete: l'esclusione dalla parola pubblica, il sospetto verso il corpo
femminile, la necessità di una tutela maschile, il silenzio imposto nelle
assemblee. Non si tratta di questioni astratte: ogni volta che una colpa viene
attribuita a un genere intero, quel genere viene consegnato a una condizione di
minorità permanente.
Se a questo discorso se
ne aggiunge un altro, che sta sulla stessa linea letterale, il quadro si
completa. Nel secondo capitolo della Genesi si racconta che prima è stato
plasmato l'uomo e poi la donna, tratta da una costola dello stesso uomo. Letto
alla lettera, il racconto diventa una gerarchia ontologica: l'uomo viene prima,
la donna dopo; l'uomo è l'origine, la donna è derivata; l'uomo è il tutto, la
donna una parte. E se la donna è stata fatta dall'uomo e per l'uomo, allora il
suo posto è accanto a lui, ma un passo indietro.
Unendo i due racconti,
il gioco è fatto: la donna è seconda nell'ordine della creazione e prima
nell'ordine della colpa. Seconda quando si tratta di dignità, prima quando si
tratta di responsabilità del male. A lei non resta altro che obbedire.
L'obbedienza al marito, al padre, all'autorità religiosa e, per estensione,
all'autorità politica, viene presentata come la via della virtù, come il modo
in cui la donna può riscattare la sua origine e la sua colpa.
Finché una simile
visione resta confinata in una predica o in un catechismo, può essere
contestata, discussa, superata dalla coscienza dei credenti. Il problema nasce
quando essa trova un braccio politico disposto a tradurla in norme, programmi,
leggi e politiche pubbliche. È qui che l'alleanza mostra tutta la sua forza. Il
politico tradizionalista ottiene dal mondo religioso una legittimazione morale
e un bacino di consenso; il movimento religioso ottiene dal potere politico la
possibilità di imporre a tutti la propria lettura della Scrittura. Ciascuno dà
all'altro ciò che da solo non avrebbe.
Le conseguenze si
vedono nella vita quotidiana delle donne: nel modo in cui si parla della
famiglia come di un'istituzione in cui i ruoli sono fissati una volta per
sempre; nella diffidenza verso l'autonomia economica e professionale femminile;
nella difficoltà a riconoscere e a contrastare la violenza domestica, spesso
relegata a «questione privata»; nel controllo sul corpo e sulle scelte delle
donne; nella marginalizzazione di chi non rientra nel modello prestabilito.
Quando la gerarchia tra uomo e donna viene presentata come volontà divina, ogni
tentativo di metterla in discussione appare come un attacco alla fede, alla
nazione e alla famiglia insieme. E così il patriarcato non ha più bisogno di
difendersi: basta che si dichiari sacro.
Eppure la Bibbia stessa
offre gli strumenti per smontare questa costruzione. Già il primo capitolo
della Genesi, che precede il racconto della costola, afferma che Dio creò
l'essere umano a sua immagine: «maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Nessuna
precedenza, nessuna gerarchia: l'immagine di Dio è data insieme, nella
differenza e nella reciprocità. Anche nel secondo racconto, l'adam iniziale è
anzitutto «il terrestre», la creatura tratta dalla terra, e solo con la
comparsa della donna si parla di uomo e donna come di due che si riconoscono
l'uno nell'altra. La donna è definita «un aiuto che gli corrisponda»,
espressione che nella Bibbia ebraica viene usata anche per Dio stesso e che non
indica affatto subordinazione, ma alleanza e corrispondenza.
Lo stesso racconto del
peccato, letto con attenzione, non attribuisce alla donna una colpa più grave:
l'uomo è con lei, partecipa, e quando viene interpellato da Dio scarica la
responsabilità sulla donna e, in fondo, su Dio stesso («la donna che tu mi hai
posto accanto»). È proprio questo scaricabarile, e non la presunta inferiorità
femminile, il segno del peccato. Il dominio dell'uomo sulla donna, annunciato
in Gen 3,16, non è un comando divino ma la descrizione di una conseguenza del
peccato: è il mondo ferito, non il mondo voluto da Dio.
E poi c'è il Vangelo.
Gesù si lascia accompagnare da donne discepole, parla con la samaritana
infrangendo le convenzioni del tempo, difende l'adultera dalla lapidazione
rimettendo in questione la doppia morale degli uomini, affida a Maria di
Magdala il primo annuncio della risurrezione, tanto che la tradizione l'ha
chiamata «apostola degli apostoli». Paolo, pur figlio del suo tempo, arriva a
scrivere che in Cristo «non c'è più giudeo né greco, non c'è più schiavo né
libero, non c'è più maschio e femmina» (Gal 3,28). Chi legge la Bibbia alla
lettera, selezionando solo i passi che confermano la gerarchia, tradisce
proprio questa novità.
Il letteralismo biblico
si presenta come fedeltà assoluta alla Parola, ma in realtà è spesso una scelta
selettiva e interessata. Nessuno, nemmeno il più rigoroso dei fondamentalisti,
applica alla lettera tutte le prescrizioni della Scrittura. Si sceglie, si
sottolinea, si tace. E ciò che si sceglie di prendere alla lettera è quasi
sempre ciò che conferma un ordine di potere già esistente. Per questo il
letteralismo è così prezioso per una certa politica: offre risposte semplici,
confini netti, nemici chiari, e soprattutto sottrae le gerarchie sociali alla
discussione, collocandole in un'origine sacra e immutabile.
La Scrittura, invece, è
una parola viva che chiede di essere interpretata, contestualizzata, ascoltata
dentro la storia delle comunità che l'hanno scritta e trasmessa. Rinunciare
all'interpretazione non significa essere più fedeli a Dio: significa consegnare
la sua Parola a chi ha interesse a usarla per legittimare il proprio dominio.
Quando religione e
politica si alleano a questi livelli, l'ordine sociale del patriarcato domina
sovrano. Ma ciò che è stato costruito dagli esseri umani può essere decostruito
dagli esseri umani. Il primo passo è smascherare l'inganno: non è Dio a volere
la sottomissione della donna, sono gli uomini che hanno messo in bocca a Dio le
proprie paure e i propri interessi. Il secondo passo è restituire alla
Scrittura la sua forza liberante, leggendola non come un codice di dominio ma
come il racconto di un Dio che ascolta il grido degli oppressi e che chiama
ogni persona, uomo e donna, alla stessa dignità. Per i credenti, questa non è
una battaglia contro la fede, ma per la fede. Una fede che benedice la
disuguaglianza non è fedele al Vangelo; una politica che si serve di Dio per
tenere le donne al loro posto non difende né Dio, né la patria, né la famiglia.
Difende soltanto se stessa. Spezzare questa alleanza sottile è oggi uno dei
compiti più urgenti, per la Chiesa come per la società: perché là dove la donna
non è libera, nessuno lo è davvero.