sabato 17 ottobre 2026

Manaus è la capitale con il più alto livello di inquinamento atmosferico del Paese


17 ottobre 2026

Manaus ha registrato ancora una volta la peggiore qualità dell'aria tra le capitali brasiliane nella mattinata di questo sabato 17 ottobre a causa del fumo provocato dagli incendi boschivi. Intorno alle sei del mattino, la piattaforma internazionale IQAir ha registrato un indice di qualità dell'aria pari a 167, classificato come insalubre. Con questo dato, la capitale dell'Amazonas è tornata al primo posto nella classifica delle capitali con il più alto livello di inquinamento atmosferico del Paese, dopo aver mostrato un miglioramento degli indici il giorno precedente. Anche il sistema elettronico di monitoraggio ambientale dell'Università Statale dell'Amazonas ha segnalato un peggioramento della situazione. Nella maggior parte della città, la qualità dell'aria variava da pessima a pessima. Nel quartiere di Aleixo, nella zona centro-meridionale, la concentrazione di particolato ha raggiunto i 139,6 microgrammi per metro cubo, un valore considerato molto elevato. Nel frattempo, nel quartiere di Tarumã, nella zona ovest, l'indice si è attestato a 39 microgrammi per metro cubo, un valore considerato moderato.

A causa del peggioramento della qualità dell'aria, le lezioni in presenza nelle scuole comunali sono state sospese come misura preventiva per ridurre l'esposizione di studenti e personale scolastico al fumo. Anche l'Università Statale dell'Amazonas ha sospeso le lezioni e le altre attività accademiche in presenza in tutti i suoi campus, sia nella capitale che nell'entroterra, durante tutti e tre i turni. All'interno dell'università, alcune attività amministrative sono state trasferite al lavoro da remoto.

Il fumo che raggiunge Manaus è il risultato degli incendi boschivi nell'entroterra dell'Amazzonia e negli stati limitrofi, come Rondônia, Pará e Mato Grosso. Le particelle rilasciate dagli incendi possono rimanere sospese nell'aria per diversi giorni ed essere trasportate dal vento per lunghe distanze. Anche la mancanza di pioggia contribuisce alla persistenza degli inquinanti nell'atmosfera. L'aumento degli incendi boschivi ha indotto il governo federale a intensificare il monitoraggio degli impatti sulla salute della popolazione amazzonica.

Secondo il Ministero della Salute, sono già stati individuati 12 comuni che necessitano di qualche tipo di supporto per i servizi sanitari. Le squadre della task force del Sistema Sanitario Nazionale (SUS), in coordinamento con le autorità sanitarie statali e comunali, stanno conducendo una diagnosi della situazione della rete sanitaria.

Il Ministero della Salute sta inoltre valutando il consumo di ossigeno e la capacità di fornitura nelle strutture sanitarie, compresi i distretti sanitari speciali per le popolazioni indigene. L'obiettivo è preparare la rete a potenziali emergenze e garantire la disponibilità di forniture essenziali. I bambini, gli anziani, le donne in gravidanza e le persone con patologie preesistenti sono tra i gruppi che richiedono maggiore attenzione, poiché l'esposizione al fumo può aggravare i problemi respiratori e cardiovascolari.

Nella lotta contro gli incendi, l'Istituto brasiliano per l'ambiente e le risorse naturali rinnovabili (Ibama) ha riferito di aver spento 303 focolai di incendio in Amazzonia dall'inizio delle sue operazioni. Per rafforzare l'operazione, sono stati messi a disposizione 11 velivoli, tra cui aerei antincendio, elicotteri e un aereo di supporto logistico. Tra le attrezzature figurano sei aerei Air Tractor e un aereo KC-390 mobilitato dal Ministero della Difesa per il lancio di grandi quantità d'acqua. Il 10 ottobre, il governo statale ha dichiarato lo stato di emergenza in circa 36 comuni a causa degli incendi boschivi. Con informazioni di Agência Brasil.

 

L'alleanza sottile: quando trono e altare consacrano il patriarcato

 






Paolo Cugini

 

C'è un'alleanza sottile che striscia dentro la storia. Non fa rumore, non si presenta con il volto dell'aggressione, anzi spesso si veste di parole rassicuranti: ordine, tradizione, identità, protezione. Eppure, là dove si impone, lascia dietro di sé macerie e disastri. È l'alleanza tra i sistemi politici tradizionali che difendono i valori di «Dio, Patria e famiglia» e i movimenti cristiani tradizionalisti, tanto del mondo cattolico quanto di quello evangelico, che fanno dell'interpretazione letterale della Bibbia un baluardo invalicabile. Presi separatamente, questi due mondi possono sembrare distanti: l'uno parla il linguaggio del potere, l'altro quello della fede. Ma quando si incontrano e si sostengono a vicenda, nasce qualcosa di molto più forte della somma delle parti: un ordine sociale che si presenta come voluto da Dio e, proprio per questo, non discutibile.

Il punto più delicato di questa alleanza riguarda le donne. Quando politica e religione si saldano a questi livelli, il patriarcato non è più soltanto un'abitudine culturale, un residuo del passato che si può correggere con il tempo e con l'educazione: diventa sovrano, inarrestabile, perché viene sacralizzato. E di fronte a ciò che è sacro, l'uguaglianza delle donne finisce per apparire come una pretesa illegittima, quasi una ribellione contro l'ordine della creazione. Dell'uguaglianza, alla fine, non rimane più nulla.

Tutto comincia da una lettura. Il racconto del terzo capitolo della Genesi, quello del frutto proibito, viene preso alla lettera e trasformato in una sentenza: è stata la donna a peccare per prima ed è stata lei a indurre l'uomo a fare altrettanto. Quando si mette in bocca a Dio una simile affermazione, quando cioè la si presenta non come un racconto simbolico, frutto di una cultura e di un'epoca, ma come una verità rivelata e storica, il passo verso i fatti è breve. Ci vuole poco a considerare la donna fonte e origine del peccato, la tentatrice per natura, colei da cui bisogna guardarsi e che bisogna tenere sotto controllo.

La storia del cristianesimo conosce bene questa deriva. Per secoli una parte della tradizione ha guardato alla donna come «porta del diavolo», come essere più debole e più esposto alla seduzione del male. Da qui sono discese conseguenze molto concrete: l'esclusione dalla parola pubblica, il sospetto verso il corpo femminile, la necessità di una tutela maschile, il silenzio imposto nelle assemblee. Non si tratta di questioni astratte: ogni volta che una colpa viene attribuita a un genere intero, quel genere viene consegnato a una condizione di minorità permanente.

Se a questo discorso se ne aggiunge un altro, che sta sulla stessa linea letterale, il quadro si completa. Nel secondo capitolo della Genesi si racconta che prima è stato plasmato l'uomo e poi la donna, tratta da una costola dello stesso uomo. Letto alla lettera, il racconto diventa una gerarchia ontologica: l'uomo viene prima, la donna dopo; l'uomo è l'origine, la donna è derivata; l'uomo è il tutto, la donna una parte. E se la donna è stata fatta dall'uomo e per l'uomo, allora il suo posto è accanto a lui, ma un passo indietro.

Unendo i due racconti, il gioco è fatto: la donna è seconda nell'ordine della creazione e prima nell'ordine della colpa. Seconda quando si tratta di dignità, prima quando si tratta di responsabilità del male. A lei non resta altro che obbedire. L'obbedienza al marito, al padre, all'autorità religiosa e, per estensione, all'autorità politica, viene presentata come la via della virtù, come il modo in cui la donna può riscattare la sua origine e la sua colpa.

Finché una simile visione resta confinata in una predica o in un catechismo, può essere contestata, discussa, superata dalla coscienza dei credenti. Il problema nasce quando essa trova un braccio politico disposto a tradurla in norme, programmi, leggi e politiche pubbliche. È qui che l'alleanza mostra tutta la sua forza. Il politico tradizionalista ottiene dal mondo religioso una legittimazione morale e un bacino di consenso; il movimento religioso ottiene dal potere politico la possibilità di imporre a tutti la propria lettura della Scrittura. Ciascuno dà all'altro ciò che da solo non avrebbe.

Le conseguenze si vedono nella vita quotidiana delle donne: nel modo in cui si parla della famiglia come di un'istituzione in cui i ruoli sono fissati una volta per sempre; nella diffidenza verso l'autonomia economica e professionale femminile; nella difficoltà a riconoscere e a contrastare la violenza domestica, spesso relegata a «questione privata»; nel controllo sul corpo e sulle scelte delle donne; nella marginalizzazione di chi non rientra nel modello prestabilito. Quando la gerarchia tra uomo e donna viene presentata come volontà divina, ogni tentativo di metterla in discussione appare come un attacco alla fede, alla nazione e alla famiglia insieme. E così il patriarcato non ha più bisogno di difendersi: basta che si dichiari sacro.

Eppure la Bibbia stessa offre gli strumenti per smontare questa costruzione. Già il primo capitolo della Genesi, che precede il racconto della costola, afferma che Dio creò l'essere umano a sua immagine: «maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Nessuna precedenza, nessuna gerarchia: l'immagine di Dio è data insieme, nella differenza e nella reciprocità. Anche nel secondo racconto, l'adam iniziale è anzitutto «il terrestre», la creatura tratta dalla terra, e solo con la comparsa della donna si parla di uomo e donna come di due che si riconoscono l'uno nell'altra. La donna è definita «un aiuto che gli corrisponda», espressione che nella Bibbia ebraica viene usata anche per Dio stesso e che non indica affatto subordinazione, ma alleanza e corrispondenza.

Lo stesso racconto del peccato, letto con attenzione, non attribuisce alla donna una colpa più grave: l'uomo è con lei, partecipa, e quando viene interpellato da Dio scarica la responsabilità sulla donna e, in fondo, su Dio stesso («la donna che tu mi hai posto accanto»). È proprio questo scaricabarile, e non la presunta inferiorità femminile, il segno del peccato. Il dominio dell'uomo sulla donna, annunciato in Gen 3,16, non è un comando divino ma la descrizione di una conseguenza del peccato: è il mondo ferito, non il mondo voluto da Dio.

E poi c'è il Vangelo. Gesù si lascia accompagnare da donne discepole, parla con la samaritana infrangendo le convenzioni del tempo, difende l'adultera dalla lapidazione rimettendo in questione la doppia morale degli uomini, affida a Maria di Magdala il primo annuncio della risurrezione, tanto che la tradizione l'ha chiamata «apostola degli apostoli». Paolo, pur figlio del suo tempo, arriva a scrivere che in Cristo «non c'è più giudeo né greco, non c'è più schiavo né libero, non c'è più maschio e femmina» (Gal 3,28). Chi legge la Bibbia alla lettera, selezionando solo i passi che confermano la gerarchia, tradisce proprio questa novità.

Il letteralismo biblico si presenta come fedeltà assoluta alla Parola, ma in realtà è spesso una scelta selettiva e interessata. Nessuno, nemmeno il più rigoroso dei fondamentalisti, applica alla lettera tutte le prescrizioni della Scrittura. Si sceglie, si sottolinea, si tace. E ciò che si sceglie di prendere alla lettera è quasi sempre ciò che conferma un ordine di potere già esistente. Per questo il letteralismo è così prezioso per una certa politica: offre risposte semplici, confini netti, nemici chiari, e soprattutto sottrae le gerarchie sociali alla discussione, collocandole in un'origine sacra e immutabile.

La Scrittura, invece, è una parola viva che chiede di essere interpretata, contestualizzata, ascoltata dentro la storia delle comunità che l'hanno scritta e trasmessa. Rinunciare all'interpretazione non significa essere più fedeli a Dio: significa consegnare la sua Parola a chi ha interesse a usarla per legittimare il proprio dominio.

Quando religione e politica si alleano a questi livelli, l'ordine sociale del patriarcato domina sovrano. Ma ciò che è stato costruito dagli esseri umani può essere decostruito dagli esseri umani. Il primo passo è smascherare l'inganno: non è Dio a volere la sottomissione della donna, sono gli uomini che hanno messo in bocca a Dio le proprie paure e i propri interessi. Il secondo passo è restituire alla Scrittura la sua forza liberante, leggendola non come un codice di dominio ma come il racconto di un Dio che ascolta il grido degli oppressi e che chiama ogni persona, uomo e donna, alla stessa dignità. Per i credenti, questa non è una battaglia contro la fede, ma per la fede. Una fede che benedice la disuguaglianza non è fedele al Vangelo; una politica che si serve di Dio per tenere le donne al loro posto non difende né Dio, né la patria, né la famiglia. Difende soltanto se stessa. Spezzare questa alleanza sottile è oggi uno dei compiti più urgenti, per la Chiesa come per la società: perché là dove la donna non è libera, nessuno lo è davvero.

 

venerdì 16 ottobre 2026

Quando le donne difendono il patriarcato: il paradosso dei tempi strani

 


 


Paolo Cugini

 

È forse uno degli aspetti più disorientanti e apparentemente assurdi della nostra epoca: ascoltare donne che parlano come parlerebbero gli uomini più maschilisti. Donne che difendono pubblicamente la sottomissione femminile, che esaltano ruoli di genere rigidamente tradizionali e che arrivano persino ad affermare, in modo provocatorio o drammaticamente letterale, che le donne non dovrebbero avere il diritto di voto.

Questo fenomeno, che riempie feed di TikTok, reel di Instagram e talk show, solleva una domanda inevitabile: che cosa è successo per arrivare a questo punto? Come mai ci sono donne che si fanno paladine di un discorso patriarcale, difendendo la superiorità biologica o sociale degli uomini e negando, di fatto, decenni di lotte e conquiste per l'uguaglianza? Per comprendere questa inversione di rotta, è necessario scavare sotto la superficie della provocazione social e analizzare le radici psicologiche, sociali ed economiche di quella che i sociologi definiscono "misoginia interiorizzata" o patriarcato partecipativo.

Una delle risposte principali risiede nella stanchezza e nel disorientamento generati dalla modernità. Il femminismo ha giustamente lottato per dare alle donne la libertà di scegliere: di lavorare, di fare carriera, di essere indipendenti. Tuttavia, nel sistema economico attuale, questa libertà si è spesso tradotta in una doppia giornata lavorativa: le donne oggi devono essere professioniste brillanti senza che la società le abbia liberate dal carico della gestione domestica e della cura dei figli. In questo contesto, l'ideologia della donna sottomessa e casalinga a tempo pieno (spesso romanticizzata online sotto il trend delle Tradwives, le mogli tradizionali) viene percepita come una via di fuga. Rinunciare ai propri diritti e delegare il potere decisionale all'uomo viene venduto come un atto di semplificazione della vita. L'idea di farsi proteggere e mantenere diventa un rifugio confortevole contro l'ansia da prestazione della società capitalista.

Il patriarcato è un sistema di potere. Quando una minoranza o un gruppo storicamente svantaggiato si schiera con il potere egemone, spesso lo fa per una questione di sopravvivenza e posizionamento sociale. Le donne che difendono la superiorità maschile ottengono l'approvazione immediata degli uomini che detengono quel potere. Diventano l'eccezione alla regola, le donne giuste agli occhi del maschilismo. Questo status offre una ricompensa immediata. Pensano che, sottomettendosi volontariamente e compiacendo il sistema, saranno protette dalla violenza o dalla discriminazione che colpisce le altre donne.

Dire che le donne non dovrebbero votare o che il femminismo ha rovinato il mondo è una strategia di posizionamento politico ed economico: nell'era della rage farming (creare contenuti indignando il pubblico per ottenere visualizzazioni), l'antifemminismo militante guidato da una donna è un business estremamente redditizio in termini di clic, follower e sponsorizzazioni.

Il patriarcato non è una prerogativa biologica maschile, ma un sistema culturale in cui tutti siamo immersi fin dalla nascita. Quando una donna cresce in una struttura che svaluta il femminile, può arrivare ad assorbire quegli stessi pregiudizi. La misoginia interiorizzata porta le donne a giudicare le proprie simili con la stessa lente severa, iper-sessualizzata e svalutante del maschilismo più tossico. Le conquiste storiche dell'uguaglianza non vengono viste come diritti universali, ma come fonti di disordine sociale. Per queste donne, la solidarietà femminile (la sororità) non esiste; esiste solo la competizione per accaparrarsi le risorse e l'attenzione dell'uomo, visto come l'unico vero arbitro del valore sociale.

Non si può isolare questo fenomeno dal quadro politico globale. Viviamo in un'era di forte polarizzazione e di "backlash" (contraccolpo) conservatore. Ogni volta che i diritti civili fanno un passo avanti, si attiva una forza uguale e contraria che tenta di restaurare l'ordine precedente. Le donne che si fanno paladine del patriarcato sono la reazione visibile a un cambiamento che fa paura. La frammentazione delle identità moderne spinge molti a cercare rifugio in dogmi passati, dove i ruoli erano chiari, rigidi e privi di ambiguità: l'uomo provvede, la donna obbedisce. Un modello arcaico che cancella la libertà individuale, ma che cancella anche la responsabilità di dover decidere chi essere.

Il paradosso più doloroso di queste posizioni è che le donne che oggi usano la propria voce, i propri canali social e la propria libertà di parola per dire che le donne non dovrebbero votare o autodeterminarsi, stanno godendo precisamente dei frutti di quelle lotte che oggi rinnegano. Se possono parlare, pubblicare video, gestire patrimoni o esprimere opinioni politiche, è solo perché generazioni di femministe hanno combattuto per loro. Il fenomeno delle donne patriarcali non è un ritorno al passato, ma un sintomo dei nostri tempi strani: una miscela di opportunismo digitale, stanchezza sociale e profonda crisi d'identità. Ci ricorda che i diritti non sono mai conquistati per sempre e che la sfida più difficile per l'uguaglianza non è solo combattere il maschilismo degli uomini, ma anche decostruire l'idea che la gabbia del patriarcato sia un posto sicuro in cui abitare.

 

domenica 11 ottobre 2026

Gesù è l’acqua viva che contamina la storia

 



Paolo Cugini

 

C’è stata, nel cuore del mondo ebraico, una contaminazione che nessuna legge ha potuto arrestare, nessun confine ha saputo contenere, nessuna autorità è riuscita a soffocare. Non fu la contaminazione oscura della corruzione, ma quella luminosa dell’acqua viva: la presenza di Gesù. Egli attraversò villaggi, case, sinagoghe e strade polverose lasciando dietro di sé una domanda che bruciava: che cosa resta delle nostre costruzioni religiose quando il Mistero si presenta senza maschere? La sua parola non cadeva dall’alto come un discorso estraneo alla vita; nasceva dai suoi gesti, dal suo sguardo, dal suo modo di avvicinarsi agli esclusi. In lui parola e azione coincidevano. Per questo la sua voce non si limitava a spiegare il mondo: lo metteva a nudo.

Gesù era cristallino. Non perché fosse ingenuo, ma perché nulla in lui era doppio. Non parlava di misericordia per ottenere consenso: si fermava davanti al ferito. Non proclamava la dignità dei poveri da una posizione di privilegio: condivideva la loro tavola e la loro precarietà. Non invocava Dio per consolidare un potere: chiamava Dio Padre e restituiva a ogni persona la libertà di sentirsi figlia. Proprio questa limpidezza rendeva insopportabile ogni finzione. Davanti a lui l’ipocrisia perdeva il trucco, la devozione esibita rivelava il proprio vuoto, la legge usata come arma mostrava il volto della violenza. La sua autenticità era un giudizio senza tribunale: bastava che egli fosse presente perché ciò che era falso cominciasse a incrinarsi.

La vita di Gesù fu come acqua limpida versata in un recipiente antico. Non distrusse la sete d’Israele: la riportò alla sorgente. Non cancellò la storia, le Scritture, l’attesa e la speranza del suo popolo: le attraversò, separando ciò che dava vita da ciò che era diventato peso, privilegio, mercato o paura. Questa è la contaminazione del Vangelo: entra senza chiedere permesso nei sistemi chiusi e li costringe a respirare; penetra nelle parole consumate e restituisce loro carne; raggiunge i riti e domanda se custodiscano ancora l’uomo oppure soltanto sé stessi. Da allora quell’acqua continua a scorrere. Ha incontrato popoli e lingue, ha attraversato culture e religioni, talvolta è stata imprigionata in istituzioni che pretendevano di possederla; eppure, ha continuato a filtrare dalle crepe, a riemergere nei giusti, nei poveri, nei misericordiosi, in coloro che hanno scelto la verità quando la menzogna sembrava più conveniente.

Ed ecco lo scandalo che il mondo non ha ancora compreso: a cambiare la storia non fu un sovrano, non un generale, non un uomo protetto dall’oro o dalle armi. Fu un uomo semplice e povero, senza eserciti, senza palazzi, senza monete coniate con il proprio volto. Non fece ricorso a poteri spettacolari per dominare le coscienze; non comprò fedeltà, non minacciò castighi per assicurarsi obbedienza. La sua forza fu la coerenza. La sua autorità nacque dal servizio. Il suo trono ebbe la forma di una tavola condivisa e, infine, di una croce. Là dove il potere mondano occupa, egli fece spazio; là dove il denaro misura il valore, egli dichiarò beati coloro che non contano; là dove la paura impone silenzio, egli restituì parola agli invisibili. Per questo ha sconvolto il mondo: non sostituendo un dominio con un altro, ma sottraendo al dominio la sua pretesa di essere l’ultima parola.

Dopo duemila anni, la sua presenza è ancora in mezzo a noi. Forse è proprio qui che si apre uno dei significati più profondi del mistero della risurrezione: la morte fisica di Gesù non ha interrotto l’opera di autenticità, giustizia, amore e misericordia da lui inaugurata. Coloro che lo condannarono credettero di aver chiuso una vicenda; avevano invece spalancato un varco. Il suo corpo non percorre più le strade della Galilea, ma il suo Spirito entra nella vita interiore di chi si lascia raggiungere dal suo modo di essere. Risorge ogni volta che qualcuno rinuncia alla vendetta, quando una coscienza preferisce la verità al vantaggio, quando un escluso viene accolto, quando la dignità di una persona vale più di una regola usata senza misericordia. La risurrezione non è soltanto memoria di un prodigio: è il rifiuto divino di lasciare che l’amore venga archiviato come una sconfitta.

Non ci sono dunque mura capaci di fermare l’azione del Logos. Non bastano i confini delle religioni, le fortezze delle ideologie, le dogane delle culture, le censure dei potenti. Il Logos non invade: lievita. Non annienta: trasfigura. Non umilia ciò che incontra: ne porta alla luce il significato più profondo. Passa attraverso la storia come un seme custodito nella terra, come acqua che cerca ostinatamente una fessura, come luce che non domanda il permesso alle tenebre. Ma guai a noi se riduciamo questa forza a una formula innocua, a un’abitudine domenicale, a un segno identitario da opporre agli altri. Il Cristo vivente non viene a confermare le nostre messe in scena; viene a smascherarle. Non viene a proteggere il nostro tornaconto; viene a liberarci da esso.

Ogni volta che la fede cerca prestigio, il Nazareno torna povero; ogni volta che la religione benedice l’oppressione, egli torna accanto alle vittime; ogni volta che la verità viene venduta, la sua parola risuona libera. Egli è ancora qui, non come reliquia del passato, ma come futuro che preme alle porte del presente. E continuerà a contaminare il mondo con la purezza, a ferire la menzogna con la verità, a inquietare i tranquilli e a consolare gli oppressi, finché l’uomo comprenderà che il senso profondo della storia non è dominare, possedere o apparire, ma diventare autentici nell’amore. Il Logos trasforma tutto, perché nulla di veramente umano gli è estraneo e nulla di falso può resistere per sempre alla sua luce.

 

venerdì 9 ottobre 2026

L’attualità di un mito: perché ricordare Che Guevara a quasi sessant’anni dalla scomparsa

 



 


Paolo Cugini

 

 

Il 9 ottobre segna l’anniversario della morte di Ernesto "Che" Guevara, una figura che, a decenni di distanza dalla sua esecuzione in Bolivia, continua a occupare uno spazio centrale nell'immaginario collettivo globale. Ricordare il Che oggi non significa semplicemente celebrare un'icona stampata sulle magliette o sulle bandiere, ma confrontarsi con la complessità di un uomo che ha incarnato in modo radicale le tensioni, le speranze e le contraddizioni del Novecento.

La forza duratura del suo messaggio risiede innanzitutto nella sua profonda sensibilità verso le disuguaglianze sociali. Medico di formazione, Guevara scoprì la sua vocazione non tra le mura di un ambulatorio borghese, ma attraversando in gioventù l'America Latina in sella a una motocicletta. Fu l'impatto diretto con la miseria dei minatori cileni, la disperazione dei malati di lebbra e lo sfruttamento dei contadini indigeni a trasformare il giovane medico in un rivoluzionario. In quel viaggio nacque la sua viscerale passione per i diritti dei più deboli e la convinzione che lo status quo non fosse un destino ineluttabile, ma un'ingiustizia da combattere.



Tra le sue azioni più significative, oltre al ruolo cruciale nella rivoluzione cubana che rovesciò la dittatura di Batista, va ricordato il suo impegno concreto per l'alfabetizzazione e la sanità pubblica. Guevara credeva fermamente che l'emancipazione di un popolo passasse attraverso la cultura e la salute, pilastri fondamentali per restituire dignità a chi era sempre rimasto ai margini della storia. La sua umanità emerse spesso nel rapporto epistolare con la famiglia e nei suoi diari, dove traspare il ritratto di un uomo guidato da un profondo sentimento di amore per l'umanità, lo stesso sentimento che, secondo le sue parole, doveva essere il motore di ogni autentico rivoluzionario.

Tuttavia, la memoria del Che non può essere scissa da una riflessione profonda sul tema della violenza. La sua scelta di intraprendere la lotta armata e la guerriglia come unici strumenti efficaci per abbattere l'oppressione rappresenta il nodo più problematico e divisivo della sua eredità. È una dottrina che, con la sensibilità democratica e pacifista odierna, non si può condividere. La storia ci ha insegnato che l'uso della forza, anche quando mosso dalle migliori intenzioni di giustizia sociale, porta con sé strascichi di dolore e autoritarismo che rischiano di contaminare gli stessi ideali di libertà da cui prende le mosse.

Eppure, rifiutare il metodo della violenza non significa annullare il valore della sua testimonianza morale. Ricordare Ernesto Guevara nell'anniversario della sua morte è un esercizio necessario proprio per separare la nobiltà dei suoi obiettivi, la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, l'uguaglianza, la solidarietà internazionale,  dai mezzi tragici del suo tempo. In un mondo contemporaneo ancora piagato da profonde asimmetrie economiche e indifferenza, la sua intransigenza contro l'ingiustizia rimane un monito potente a non rassegnarsi.

1964: discorso de Che Guevara all'ONU contro il modello economico americano


L'importanza storica e intellettuale di Guevara risiede nella sua capacità di accostare alla guerriglia una profonda riflessione sulla struttura economica della società, unendo l'azione sul campo a una visione utopica ma rigorosa di un mondo nuovo. Per comprendere l'attualità del Che, è necessario analizzare il contesto in cui operò. L'America Latina del Novecento era considerata il cortile di casa degli Stati Uniti, una vasta regione frammentata e sottomessa a un sistema economico estrattivista. Le grandi multinazionali statunitensi, come la United Fruit Company, dettavano le linee politiche dei governi locali, mantenendo le popolazioni in uno stato di miseria e analfabetismo. Guevara comprese che la liberazione politica non poteva prescindere dalla sovranità economica. Il modello americano, basato sul libero mercato e sul profitto privato, non era esportabile in contesti di sottosviluppo senza generare ulteriore disuguaglianza e subordinazione. La sua critica al capitalismo non era solo ideologica, ma poggiava su una constatazione materiale: il capitalismo finanziario globale tendeva intrinsecamente a impoverire la periferia del mondo per arricchire il centro.

Nominato Ministro dell'Industria e Direttore della Banca Nazionale di Cuba dopo la rivoluzione del 1959, il Che si trovò davanti al compito titanico di tradurre la teoria marxista in pratica gestionale. Rifiutò i modelli economici predefiniti, criticando apertamente persino l'Unione Sovietica, che considerava troppo incline a utilizzare categorie capitaliste (come la legge del valore e gli incentivi materiali) nella transizione verso il socialismo.

Guevara propose e implementò il Sistema di Finanziamento Budgetario (Sistema de Financiamiento Presupuestario). Questa visione economica si basava su pilastri radicalmente opposti a quelli occidentali: le imprese non dovevano competere tra loro per il profitto, ma operare come filiali di un'unica grande azienda statale, coordinate per soddisfare i bisogni collettivi della popolazione. L'obiettivo era rompere la monocultura dello zucchero, imposta dal mercato coloniale, per creare un'economia autosufficiente e tecnologicamente avanzata. Il denaro doveva smettere di essere una merce e tornare a essere un mero strumento di contabilità e scambio.

L'aspetto più rivoluzionario della proposta di Guevara, tuttavia, non risiede nelle formule matematiche della pianificazione, ma nella sua dimensione etica. Nel suo celebre saggio Il socialismo e l'uomo a Cuba, il Che affermò che una rivoluzione economica non avrebbe avuto successo se non fosse stata accompagnata da una trasformazione spirituale e culturale dell'individuo.

Mentre il capitalismo si alimenta dell'individualismo, dell'egoismo e della competizione, la proposta alternativa del Che si fondava sulla creazione dell'"Uomo Nuovo". Questo nuovo cittadino doveva essere guidato da sentimenti di solidarietà, empatia e dovere sociale. Per questo motivo, Guevara caldeggiò fortemente l'adozione degli incentivi morali rispetto a quelli materiali. Il lavoratore non doveva produrre di più per accumulare ricchezza personale (la logica del bonus capitalista), ma per il bene della comunità, trovando gratificazione nel progresso collettivo. Il lavoro volontario, di cui il Che stesso dava costantemente l'esempio nei campi di canna da zucchero o nei cantieri edili, era lo strumento principale per forgiare questa nuova coscienza.

Oggi, in un mondo che affronta crisi sistemiche globali, dalle disuguaglianze economiche estreme al cambiamento climatico, accelerato da un consumo ipertrofico, la ricerca di un'alternativa al capitalismo non è più solo un dibattito ideologico, ma una necessità di sopravvivenza. La proposta di Guevara mostra che l'assetto economico occidentale non è l'unico ordine naturale possibile, ma una costruzione storica che può essere ridiscussa. Il suo fallimento pratico nel lungo periodo, dovuto sia al soffocante embargo statunitense sia alle rigidità burocratiche interne, non cancella il valore della sua intuizione: l'economia deve essere subordinata alla dignità umana, e non viceversa. Ernesto Che Guevara rimane immortale non per come è morto, ma per come ha vissuto e per ciò che ha osato sognare. Il suo lascito più grande è l'invito a non rassegnarsi al pensiero unico e a continuare a cercare una via in cui il valore di una società si misuri dal benessere degli ultimi, e non dai bilanci delle grandi corporazioni.

 

lunedì 5 ottobre 2026

COME PUÒ FLAVIO BOLSONARO DIVENTARE PRESIDENTE DEL BRASILE?

 



 



Paolo Cugini

 

 

È questa la domanda che in tanti ci stiamo facendo in Brasile. Il problema non è solo Flavio. L’estrema destra ha eletto al primo turo un numero impressionante di deputati al Senato. Ciò significa che, anche se Lula venisse eletto al secondo turno che, visto l’andazzo, è altamente improbabile, sarebbe impossibilitato a svolgere il consueto lavoro parlamentare.

Che cosa è successo in questi ultimi anni che la sinistra brasiliana non ha capito?

In primo luogo, le è mancato lo spirito di autocritica. Già fin dai primi anni della sua presidenza, 2001-2008, il PT di Lulla è stato sconvolto da una serie impressionante di scandali di corruzione. Il PT non ha mai fatto una seria autocritica su questo delicato punto, che è stato determinante per la svolta del Brasile verso l’estrema destra. Non serve dire che a destra sono più corrotti. La mancanza di autocritica ha fatto sì che il PT, anche tra la gente povera, venisse identificato con la corruzione. Durante la campagna politica di questi mesi l’estrema destra ha cavalcato l’onda, gridando continuamente contro il PT corrotto. La gente, a quanto pare, gli ha creduto, anche perché in questi anni, ha sbattuto contro il muro dell’arroganza pedante dei dinosauri del PT, molto orgogliosi del loro passato e poco disposti a mettersi in discussione.

Il secondo aspetto, che secondo me è il peggiore, è che in questi anni il PT e i suoi seguaci, non hanno smesso di maltrattare i poveri. Non si può continuare a dire che chi vota a destra è un ignorante, analfabeta, una parte di bestiame (gado). Se c'è una cosa che il brasiliano dal nord al sud detesta è quello di essere umiliato. I poveri che votano estrema destra sono stanchi di essere maltrattati dalla sinistra, di essere chiamati di gado, bestiame: c’è un limite a tutto. È questa la tesi del noto sociologo brasiliano Jessé Sousa. Nel suo ultimo libro: O pobre de direita. A vingança dos bastardos, Sousa sostiene che il razzismo, e non il guadagno economico o l'agenda morale, è alla base della svolta moralistica che ha portato l'estrema destra in Brasile.

Un terzo aspetto viene dalla campagna del PT, tutta incentrata su Lula e sul suo passato. Alla gente non interessa la storia, ma il presente. Vuole sapere se calano i prezzi dei prodotti e se troveranno più soldi nel portafoglio. L’estrema destra e Flavio non hanno fatto alcuna proposta, hanno solo detto che bisogna uscire dalla piaga del PT. Che Flavio e molti personaggi dell’estrema destra siano immersi in molti scandali di corruzione, alla gente è sembrato importare poco. Nicolas, per esempio, un senatore di punta coinvolto in parecchi scandali, è stato rieletto sia lui che i suoi amici di combriccola. A mio avviso questo dato significa una cosa chiarissima: il grande rifiuto del PT e della sinistra. La gente non ne può più del PT. Conferma di ciò è che ha perso quasi due milioni di voti nel Nordest rispetto alle precedenti elezioni, sua storica roccaforte politica.  

Sono queste alcune delle chiavi di lettura che possono aiutare a comprendere la svolta politica epocale che sta avvenendo in Brasile. Sempre nell’ordine di una miglior comprensione del fenomeno, metto di seguito alcuni dati sul probabile futuro presidente del Brasile.

Il senatore e candidato alla presidenza Flávio Bolsonaro (PL-RJ) è oggetto di indagini in corso presso la Corte Suprema Federale (CSF) e la Polizia Federale (PF). Mentre i vecchi scandali (come il caso "rachadinha") sono stati archiviati per motivi procedurali, sono emerse nuove indagini finanziarie.

 

I casi e gli scandali pendenti che coinvolgono il parlamentare:

1. Casi pendenti e indagini in corso

• Caso del film Dark Horse (CSF/PF): Questo è il caso con le maggiori implicazioni legali recenti per il senatore. Sotto la supervisione del Ministro André Mendonça, la PF sta indagando su sospetti di riciclaggio di denaro, evasione fiscale e corruzione. L'attenzione si concentra sul finanziamento di un film biografico su Jair Bolsonaro. Flávio avrebbe orchestrato un trasferimento di 61 milioni di R$ (con trattative che avrebbero raggiunto i 134 milioni di R$) con il banchiere Daniel Vorcaro (ex Banco Master). Una seconda linea d'inchiesta, guidata dal Ministro Flavio Dino, sta verificando se anche emendamenti parlamentari abbiano finanziato il film. La difesa nega qualsiasi irregolarità e afferma che si è trattato di una sponsorizzazione privata al 100%.

 

• Finanziamento della villa da parte della BRB: La Polizia Federale sta indagando sulle condizioni di un prestito di 3,1 milioni di R$ concesso dalla Banco de Brasília (BRB) per l'acquisto di una villa da 6 milioni di R$ a Lago Sul, Brasilia. L'indagine rientra nell'ambito dell'Operazione Compliance Zero. Le verifiche hanno indicato che i tassi di interesse applicati erano inferiori alla media di mercato praticata dalla banca statale all'epoca. Il debito è stato estinto anticipatamente dal senatore in circa tre anni.

 

• Provvedimenti presso il Tribunale Elettorale (TSE): Sono in corso due indagini che riguardano la sua campagna elettorale. Una delle indagini riguarda l'abuso di potere economico per la sua partecipazione al Festival del Rodeo di Barretos.

 

• Indagine per diffamazione (STF): L'indagine penale per presunta diffamazione contro il Presidente Luiz Inácio Lula da Silva è tuttora in corso presso la STF. 2. Altri scandali e sospetti segnalati

 

• Presunta frode all'INSS (Istituto Nazionale di Previdenza Sociale brasiliano): Le indagini condotte dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sull'INSS e dalla Polizia Federale hanno evidenziato collegamenti strutturali e di indirizzo tra l'ufficio di Flávio Bolsonaro e società (come Bravo Grafeno) con operatori indagati per frode ai danni dei pensionati. Il senatore nega qualsiasi coinvolgimento nel sistema.

 

• Emendamento su richiesta di un membro di una milizia: Alcune fonti hanno rivelato che il senatore ha stanziato un emendamento parlamentare di circa 200.000 R$ su richiesta di un membro di una milizia condannato per l'omicidio di Marielle Franco.

• Rivelazioni dell'ex socio (Caso PlatôBR): L'ex socio di Flávio in un franchising di cioccolato, Alexandre Santini, ha reso pubblici messaggi che denunciavano il pagamento di spese personali di lusso del senatore da parte di terzi (come un orologio Rolex del valore di 305.000 R$), oltre a un presunto tentativo di fare pressioni sul giudice della Corte Suprema Kassio Nunes Marques. Il ministro Nunes Marques ha dichiarato che la sua imparzialità non è stata compromessa e che riceve parlamentari di diversi partiti.

 

3. Casi archiviati

• Schema "Rachadinhas" (Alerj): Flávio Bolsonaro è stato incriminato dalla Procura della Repubblica per aver guidato un'organizzazione criminale che ha sottratto indebitamente stipendi a dipendenti fantasma dell'Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro tra il 2003 e il 2018 (gestita da Fabrício Queiroz). Tuttavia, nel maggio 2022, la Corte di Giustizia di Rio de Janeiro (TJ-RJ) ha archiviato l'atto d'accusa dopo che la Corte Suprema di Giustizia (STJ) e la Corte Speciale per la Giustizia (STF) avevano invalidato le principali prove del caso, comprese le violazioni del segreto bancario e fiscale, a causa di errori procedurali. Flávio non è stato assolto nel merito, ma il caso è stato legalmente chiuso per mancanza di prove valide.

Antropologia filosofica indigena: decolonizzazione epistemica e ontologia del buon vivere

 



 


Paolo Cugini

 

L'antropologia filosofica indigena è uno strumento concettuale fondamentale per contrastare il razzismo epistemico eurocentrico. A differenza della tradizione occidentale, che opera secondo il dualismo tra natura e cultura, il pensiero indigeno propone un'ontologia relazionale. Attraverso concetti come il " Buen Vivir" (buon vivere) e riflessioni sul prospettivismo amazzonico, la filosofia indigena ricostruisce la definizione di umanità, estendendola oltre la specie Homo sapiens e inserendola in un cosmo pienamente integrato e vivente. La filosofia occidentale ha storicamente stabilito parametri restrittivi su ciò che costituisce la razionalità e la condizione umana stessa. Sotto l'influenza di pregiudizi positivisti ed evoluzionisti, le produzioni intellettuali delle società native sono state spesso relegate a semplici miti, folclore o visioni del mondo.

Tuttavia, l'emergere di pensatori indigeni e il progresso dell'etnologia contemporanea hanno imposto una revisione di questi presupposti. L'antropologia filosofica indigena emerge non come un'etnografia descrittiva, ma come una disciplina rigorosa e teorica, capace di proporre risposte universali alla crisi esistenziale ed ecologica della modernità (Vilela-Freitas, 2023, p. 17). Il dualismo occidentale, ereditato dal cartesianesimo e dalla tradizione illuminista, postula una discontinuità tra l'uomo e il resto del cosmo. L'uomo condivide il corpo materiale con la natura, ma detiene l'esclusività della cultura, del linguaggio e della ragione (Descartes, 1979). L'antropologia filosofica amerindia inverte questa logica. Come sottolinea l'antropologo Eduardo Viveiro de Castro a proposito del prospettivismo amazzonico, per molte culture indigene la condizione originaria comune a tutti gli esseri non è l'animalità, bensì l'umanità. Mentre l'Occidente crede in un'unica natura e in molteplici culture (relativismo), il pensiero indigeno vede un'unica cultura (lo spirito umano/l'intenzionalità) e molteplici nature (corpi che funzionano come vesti o rivestimenti) (Viveiro de Castro, 2002, p. 94). Animali, piante e fiumi sono visti come soggetti dotati di intenzionalità, capacità di agire politicamente e socialmente. Questa struttura smantella ciò che la filosofia occidentale chiama di macchina antropologica, l'incessante sforzo di separare l'uomo dall'animale per giustificare il dominio di quest'ultimo. La definizione di sé nella filosofia indigena è inseparabile dalla collettività e dalla comunione con la Terra. L'idea di isolamento individualistico, fondamento del capitalismo moderno, viene interpretata in queste cosmologie come un vettore di annientamento e disumanizzazione.

Il concetto di "Buon Vivere" ( Sumak Kawsay in quechua o Teko Porã in guaraní) illustra perfettamente questa prospettiva antropologica. Il Buon Vivere si basa su principi fondamentali che rimodellano l'organizzazione sociale e il destino umano. Come ampiamente diffuso dall'attivista e pensatore Ailton Krenak, l'etica ancestrale ci invita a sospendere il cielo, ovvero a rimandare la fine del mondo causata dall'ossessione occidentale per lo sviluppo. L'umanità proposta da Krenak non è una categoria legale o biologica restrittiva, ma una pratica quotidiana di connessione con il cosmo (Krenak, 2019, p. 138). Per secoli, il razzismo epistemico ha agito nel silenziare forzatamente le epistemologie indigene. Tuttavia, nell'ambito della filosofia indigena, il silenzio assume un nuovo significato: lungi dall'essere una passività rassegnata, opera come metodo di ascolto profondo della natura e come raffinata strategia di resistenza culturale.

Il curriculum accademico tradizionale, ignorando autori e concetti amerindi, perpetua il colonialismo. Riconoscere l'antropologia filosofica indigena significa accettare che i popoli indigeni non sono semplicemente "fonti di dati" per gli antropologi occidentali, ma piuttosto soggetti epistemici autonomi, capaci di teorizzare con rigore tecnico su etica, politica, tempo e metafisica. L'antropologia filosofica indigena riposiziona l'essere umano all'interno della rete dell'esistenza. Risana la divisione cartesiana tra mente e corpo, cultura e natura, proponendo un'ontologia in cui il cosmo è abitato da una pluralità di soggetti interconnessi. In tempi di emergenza climatica e profonda alienazione sociale, le filosofie indigene cessano di essere considerate reliquie del passato e diventano bussole indispensabili per la salvaguardia del futuro umano e planetario.

 

Riferimenti bibliografici

CIMI. Il buon vivere delle popolazioni indigene e il futuro dell'umanità . Consiglio missionario indigeno 2022.

DESCARTES, René . Discorso sul metodo. San Paolo: Abril Cultural, 1979.

KRENAK, Ailton. Idee per posticipare la fine del mondo. San Paolo: Companhia das Letras, 2019.

VILELA, Paula Rey; FREITAS, Marta Helena de. Etnopsicologia e comprensione della persona indigena: contributi dalla fenomenologia e dall'antropologia filosofica. Memorandum: Memoria e storia in psicologia , vol. 40, 2023.

VIVEIROS DE CASTRO, Eduardo. L'incostanza dell'anima selvaggia e altri saggi di antropologia . San Paolo: Cosac Naify, 2002.

 

lunedì 28 settembre 2026

PIETRO RABITTI PRESENTA IL SUO NUOVO LIBRO A DODICI MORELLI (BO)

 



 


Paolo Cugini

Pietro Rabitti, professore di religione, molto stimato dai suoi giovani studenti, da alcuni anni è anche autore di libri. Pietro è un uomo in cammino, che continuamente s’interroga sui grandi problemi della vita, cerca risposte dentro di sé e nel dialogo con amici e amiche. Chi ha già letto il suo primo libro, sa quanto Pietro sia introspettivo e profondo. Ho avuto modo di leggere in anteprima il nuovo libro di Pietro: Dialogo intimo e insolito. Con quindici personaggi biblici per scoprire chi siamo. Edizioni Il Messaggero di Padova. Ebbene, oltre alla profondità a cui ci ha abituato, Pietro manifesta nelle pagine di questo dialogo con personaggi biblici, una creatività e un coraggio inusitato.

Pietro Rabitti 


Ci vuole, infatti coraggio a dialogare con personaggi biblici che tutti conoscono: il rischio è di essere scontati e di non dire nulla di nuovo. Pietro, invece, oltre a mostrare una conoscenza biblica frutto non solo di un cammino personale, ma di anni di studio e insegnamento, manifesta che nei personaggi biblici c’è qualcosa che ancora dev’essere conosciuto. Pietro ci offre una chiave interpretativa fondamentale per tutti coloro che desiderano conoscere in modo nuovo le narrazioni che hanno segnato la storia dell’umanità e che s’incontrano nella Bibbia. La chiave di lettura è dentro ognuno di noi, che con la propria storia e il proprio vissuto può entrare in contatto con uomini e donne autentici, che hanno fatto della loro vita una risposta al Mistero di Dio. In questa storia anche noi entriamo se lo vogliamo. Nelle pagine del nuovo libro di Pietro ci vengono offerti strumenti, chiavi di lettura, ma soprattutto un cammino nuovo, come quello che Pietro realizza quando esplora le vette e i rifugi montani, che è la sua nuova passione. 

domenica 27 settembre 2026

SETTEMBRO GIALLO: GIORNATA PER LA PREVENZIONE AL SUICIDIO

 




Paolo Cugini

 

Nel mese di settembre si celebra la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, con dibattiti e iniziative presso enti pubblici e istituzioni sanitarie in tutto il paese. La campagna Settembre Giallo 2026 ha come tema principale "Ascoltare è essere presenti", promosso dal Centro per la Valorizzazione della Vita (CVV). A livello internazionale, il periodo dal 2024 al 2026 adotta il motto "Cambiare la narrativa" per incoraggiare un dialogo aperto sulla sofferenza emotiva.

Il tema di quest’anno vuole sottolineare l'importanza dell'accettazione e dell'ascolto senza giudizio. L'obiettivo è sensibilizzare l'opinione pubblica sulla prevenzione del suicidio, sul valore della vita e sull'importanza della cura della salute mentale.



La parrocchia San Vincenzo de Paoli si è fatta presente sabato 26 di settembre nel pomeriggio in una delle piazze del quartiere Compensa di Manaus per un momento di manifestazione pubblica, chi ha avuto l'obiettivo dimostrare la nostra presenza, come una mano tesa a tutti coloro che stanno attraversando un delicato momento di salute mentale. Tutte le otto comunità erano presenti, assieme a tanti gruppi che durante la settimana animano le nostre comunità, come i gruppi di capoeira, i gruppi della terza età, i gruppi di catechesi. Interessante è stata la presenza dei bambini del progetto Margens che hanno presentato una danza. Toccante è stato il pezzo di teatro preparato dai giovani delle comunità. 

All'inizio del cammino, che i presenti alla manifestazione, hanno svolto da una piazza all'altra del quartiere Compensa, Si sono presentate le dieci tirocinanti di psicologia, di due differenti università di Manaus, che collaborano con le due psicologhe della parrocchia. Il servizio quotidiano delle psicologhe nelle sale della parrocchia è di grande importanza, perché manifesta concretamente il nostro desiderio di tendere una mano, un orecchio per aiutare le persone che stanno passando periodi di sofferenza mentale. La vita nella Compensa non è facile. L’alto tasso di disoccupazione, le famiglie numerose con anziani a carico, la vita quotidiana trascorsa nel pericolo di una zona dominata dal traffico di droga, che vede molto adolescenti e giovani coinvolti, provoca negli adulti tensioni, preoccupazioni che, a volte, portano alla malattia, all’isolamento e al desiderio di farla finita. La parrocchia, sfilando per le strade della Compensa con striscioni, cartelloni con scritto il tema dell’anno: "Ascoltare è essere presenti", ha voluto dire alla popolazione che noi ci siamo, siamo presenti, pronti ad ascoltare.

Suor Rosa 


In mezzo a noi era presente anche suor Rosa, segretaria della Conferenza Episcopale Brasiliana per la Regione amazzonica, che ha preso la parola affermando l’importanza di momenti come questi, perché è necessario manifestarsi, farsi presenti, far capire a chi sta trascorrendo un periodo buio che c’è qualcuno disposta ad aiutare. Suor Rosa ha finalizzato il discorso invitandoci a prenderci per mano e poi ad abbracciarci con i vicini come segno della nostra fratellanza. Il pomeriggio di manifestazione si è concluso con le danze del gruppo “Vita migliore”, un progetto esteso in tre comunità rivolte alle persone anziane, che tre volte alla settimana si ritrovano per un momento di ginnastica e per stare insieme, perché solamente sperimentando la vicinanza delle persone la vita diventa migliore.

 

giovedì 24 settembre 2026

Il patriarcato è l’aria che respiriamo

 

Il patriarcato è la trama che plasma il linguaggio con cui pensiamo, i criteri con cui giudichiamo, le gerarchie che consideriamo naturali. Liberarci da questa gabbia culturale è il nostro compito.





Paolo Cugini

 

 

Verrà un giorno in cui ci accorgeremo che il patriarcato non abitava soltanto nei palazzi del potere, nei codici scritti dagli uomini o nelle esclusioni più evidenti. Ci accorgeremo che era nell’aria. Avvolgeva tutto: le parole pronunciate e quelle trattenute, i gesti ammessi e quelli proibiti, i sogni incoraggiati e quelli soffocati prima ancora di nascere. Era un clima, una temperatura morale, un paesaggio invisibile nel quale abbiamo imparato a vivere fino a scambiarlo per il mondo stesso.

Ricordiamolo: il patriarcato è, prima di tutto, un habitat culturale. Non un’ideologia confinata in un libro, non una colpa individuale da attribuire a qualcuno, ma un ambiente che si respira senza vederlo. È la trama che plasma il linguaggio con cui pensiamo, i criteri con cui giudichiamo, le gerarchie che consideriamo naturali. Decide chi può parlare con autorità e chi deve chiedere permesso; chi è educato a occupare spazio e chi a farsi piccolo; chi viene riconosciuto per ciò che produce e chi scompare dentro ciò che dona.

Le relazioni umane sono il luogo in cui questo habitat lascia le ferite più profonde. Per secoli ha codificato comportamenti, stili di vita, modi di essere e di fare: la forza separata dalla tenerezza, l’autorità dalla reciprocità, la cura dal riconoscimento, il desiderio dalla libertà dell’altro. Ha insegnato a molti a comandare senza ascoltare e a molte a servire senza essere viste; ma ha impoverito tutti, perché ogni relazione fondata sul dominio perde la possibilità dell’incontro.

La politica ha trasformato la competizione in destino e il comando in virtù. L’economia ha misurato il valore sulla produttività, relegando la cura ai margini, come se nutrire, accompagnare, educare e custodire non sostenesse ogni altra attività. I sistemi educativi hanno spesso premiato l’obbedienza più della coscienza critica, riproducendo ruoli antichi sotto nomi nuovi. Persino gli spazi nati per liberare hanno finito per amministrare gerarchie, confondendo la stabilità con la giustizia.

Fa specie soprattutto la religione, e in particolare quella cristiana. Nel cuore del Vangelo risuona infatti uno degli annunci di uguaglianza più radicali della storia: nessuna persona è riducibile al rango, al sesso, alla provenienza o alla funzione; l’ultimo viene posto al centro, il potere è rovesciato in servizio, la grandezza si misura nella capacità di chinarsi davanti alla vita. Eppure, anche le comunità cristiane si sono lasciate ingannare dalle logiche del patriarcato. Hanno custodito parole di liberazione dentro strutture di esclusione; hanno proclamato la dignità universale mantenendo accessi diseguali alla decisione, alla parola autorevole e alla rappresentanza.

Questa contraddizione non può essere nascosta dietro la consuetudine. Non basta venerare figure femminili se poi le donne reali restano ai margini; non basta predicare l’amore se l’ordine ecclesiale continua a temere la reciprocità; non basta dire che tutti sono uguali davanti a Dio se, sulla terra, alcuni conservano il privilegio di interpretare, decidere e benedire per tutti. Il messaggio non è debole: sono le nostre istituzioni ad averne attenuato la forza.

Ma nessun habitat è eterno. Ciò che è stato costruito può essere riconosciuto, nominato e trasformato. Verrà il tempo di una disobbedienza paziente e radicale: disimparare il dominio, sottrarre la cura all’invisibilità, restituire dignità ai corpi e autorevolezza alle voci escluse. Non si tratta di sostituire un potere con un altro, ma di spezzare la grammatica stessa del possesso per imparare quella della relazione.

Come uscire, allora, da questo abbraccio mortale che soffoca la fede e la riduce a custode del passato? Da dove cominciare la ricostruzione delle mura crollate? La riforma non inizierà dai nostri sinodi di soli uomini, né dai decreti scritti con l'inchiostro del compromesso. Il cammino d'uscita comincia dal deserto, là dove l'invisibile si mostra per ciò che è. Bisogna profanare l'idolo del patriarcato che abbiamo seduto sul trono dell'Altissimo. La terra da cui ripartire è il linguaggio della preghiera e del rito: strappiamo i veli che nascondono il volto materno e fraterno del divino. Riconosciamo l'uguaglianza radicale nei gesti più semplici, restituendo la parola e la guida a chi è stato messo ai margini per secoli. Solo quando avremo liberato Dio dalla gabbia del patriarcato, l'essere umano potrà finalmente camminare libero.

Allora la politica tornerà a essere cura della casa comune, l’economia servizio alla vita, l’educazione esercizio di libertà e la fede memoria viva di un’uguaglianza che non ammette padroni. Allora comprenderemo che liberarsi dal patriarcato non significa muovere guerra contro qualcuno, ma restituire a ciascuno la pienezza della propria umanità. E forse, finalmente, respireremo un’aria nuova.