venerdì 9 ottobre 2026

L’attualità di un mito: perché ricordare Che Guevara a quasi sessant’anni dalla scomparsa

 



 


Paolo Cugini

 

 

Il 9 ottobre segna l’anniversario della morte di Ernesto "Che" Guevara, una figura che, a decenni di distanza dalla sua esecuzione in Bolivia, continua a occupare uno spazio centrale nell'immaginario collettivo globale. Ricordare il Che oggi non significa semplicemente celebrare un'icona stampata sulle magliette o sulle bandiere, ma confrontarsi con la complessità di un uomo che ha incarnato in modo radicale le tensioni, le speranze e le contraddizioni del Novecento.

La forza duratura del suo messaggio risiede innanzitutto nella sua profonda sensibilità verso le disuguaglianze sociali. Medico di formazione, Guevara scoprì la sua vocazione non tra le mura di un ambulatorio borghese, ma attraversando in gioventù l'America Latina in sella a una motocicletta. Fu l'impatto diretto con la miseria dei minatori cileni, la disperazione dei malati di lebbra e lo sfruttamento dei contadini indigeni a trasformare il giovane medico in un rivoluzionario. In quel viaggio nacque la sua viscerale passione per i diritti dei più deboli e la convinzione che lo status quo non fosse un destino ineluttabile, ma un'ingiustizia da combattere.



Tra le sue azioni più significative, oltre al ruolo cruciale nella rivoluzione cubana che rovesciò la dittatura di Batista, va ricordato il suo impegno concreto per l'alfabetizzazione e la sanità pubblica. Guevara credeva fermamente che l'emancipazione di un popolo passasse attraverso la cultura e la salute, pilastri fondamentali per restituire dignità a chi era sempre rimasto ai margini della storia. La sua umanità emerse spesso nel rapporto epistolare con la famiglia e nei suoi diari, dove traspare il ritratto di un uomo guidato da un profondo sentimento di amore per l'umanità, lo stesso sentimento che, secondo le sue parole, doveva essere il motore di ogni autentico rivoluzionario.

Tuttavia, la memoria del Che non può essere scissa da una riflessione profonda sul tema della violenza. La sua scelta di intraprendere la lotta armata e la guerriglia come unici strumenti efficaci per abbattere l'oppressione rappresenta il nodo più problematico e divisivo della sua eredità. È una dottrina che, con la sensibilità democratica e pacifista odierna, non si può condividere. La storia ci ha insegnato che l'uso della forza, anche quando mosso dalle migliori intenzioni di giustizia sociale, porta con sé strascichi di dolore e autoritarismo che rischiano di contaminare gli stessi ideali di libertà da cui prende le mosse.

Eppure, rifiutare il metodo della violenza non significa annullare il valore della sua testimonianza morale. Ricordare Ernesto Guevara nell'anniversario della sua morte è un esercizio necessario proprio per separare la nobiltà dei suoi obiettivi, la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, l'uguaglianza, la solidarietà internazionale,  dai mezzi tragici del suo tempo. In un mondo contemporaneo ancora piagato da profonde asimmetrie economiche e indifferenza, la sua intransigenza contro l'ingiustizia rimane un monito potente a non rassegnarsi.

1964: discorso de Che Guevara all'ONU contro il modello economico americano


L'importanza storica e intellettuale di Guevara risiede nella sua capacità di accostare alla guerriglia una profonda riflessione sulla struttura economica della società, unendo l'azione sul campo a una visione utopica ma rigorosa di un mondo nuovo. Per comprendere l'attualità del Che, è necessario analizzare il contesto in cui operò. L'America Latina del Novecento era considerata il cortile di casa degli Stati Uniti, una vasta regione frammentata e sottomessa a un sistema economico estrattivista. Le grandi multinazionali statunitensi, come la United Fruit Company, dettavano le linee politiche dei governi locali, mantenendo le popolazioni in uno stato di miseria e analfabetismo. Guevara comprese che la liberazione politica non poteva prescindere dalla sovranità economica. Il modello americano, basato sul libero mercato e sul profitto privato, non era esportabile in contesti di sottosviluppo senza generare ulteriore disuguaglianza e subordinazione. La sua critica al capitalismo non era solo ideologica, ma poggiava su una constatazione materiale: il capitalismo finanziario globale tendeva intrinsecamente a impoverire la periferia del mondo per arricchire il centro.

Nominato Ministro dell'Industria e Direttore della Banca Nazionale di Cuba dopo la rivoluzione del 1959, il Che si trovò davanti al compito titanico di tradurre la teoria marxista in pratica gestionale. Rifiutò i modelli economici predefiniti, criticando apertamente persino l'Unione Sovietica, che considerava troppo incline a utilizzare categorie capitaliste (come la legge del valore e gli incentivi materiali) nella transizione verso il socialismo.

Guevara propose e implementò il Sistema di Finanziamento Budgetario (Sistema de Financiamiento Presupuestario). Questa visione economica si basava su pilastri radicalmente opposti a quelli occidentali: le imprese non dovevano competere tra loro per il profitto, ma operare come filiali di un'unica grande azienda statale, coordinate per soddisfare i bisogni collettivi della popolazione. L'obiettivo era rompere la monocultura dello zucchero, imposta dal mercato coloniale, per creare un'economia autosufficiente e tecnologicamente avanzata. Il denaro doveva smettere di essere una merce e tornare a essere un mero strumento di contabilità e scambio.

L'aspetto più rivoluzionario della proposta di Guevara, tuttavia, non risiede nelle formule matematiche della pianificazione, ma nella sua dimensione etica. Nel suo celebre saggio Il socialismo e l'uomo a Cuba, il Che affermò che una rivoluzione economica non avrebbe avuto successo se non fosse stata accompagnata da una trasformazione spirituale e culturale dell'individuo.

Mentre il capitalismo si alimenta dell'individualismo, dell'egoismo e della competizione, la proposta alternativa del Che si fondava sulla creazione dell'"Uomo Nuovo". Questo nuovo cittadino doveva essere guidato da sentimenti di solidarietà, empatia e dovere sociale. Per questo motivo, Guevara caldeggiò fortemente l'adozione degli incentivi morali rispetto a quelli materiali. Il lavoratore non doveva produrre di più per accumulare ricchezza personale (la logica del bonus capitalista), ma per il bene della comunità, trovando gratificazione nel progresso collettivo. Il lavoro volontario, di cui il Che stesso dava costantemente l'esempio nei campi di canna da zucchero o nei cantieri edili, era lo strumento principale per forgiare questa nuova coscienza.

Oggi, in un mondo che affronta crisi sistemiche globali, dalle disuguaglianze economiche estreme al cambiamento climatico, accelerato da un consumo ipertrofico, la ricerca di un'alternativa al capitalismo non è più solo un dibattito ideologico, ma una necessità di sopravvivenza. La proposta di Guevara mostra che l'assetto economico occidentale non è l'unico ordine naturale possibile, ma una costruzione storica che può essere ridiscussa. Il suo fallimento pratico nel lungo periodo, dovuto sia al soffocante embargo statunitense sia alle rigidità burocratiche interne, non cancella il valore della sua intuizione: l'economia deve essere subordinata alla dignità umana, e non viceversa. Ernesto Che Guevara rimane immortale non per come è morto, ma per come ha vissuto e per ciò che ha osato sognare. Il suo lascito più grande è l'invito a non rassegnarsi al pensiero unico e a continuare a cercare una via in cui il valore di una società si misuri dal benessere degli ultimi, e non dai bilanci delle grandi corporazioni.

 

lunedì 5 ottobre 2026

COME PUÒ FLAVIO BOLSONARO DIVENTARE PRESIDENTE DEL BRASILE?

 



 



Paolo Cugini

 

 

È questa la domanda che in tanti ci stiamo facendo in Brasile. Il problema non è solo Flavio. L’estrema destra ha eletto al primo turo un numero impressionante di deputati al Senato. Ciò significa che, anche se Lula venisse eletto al secondo turno che, visto l’andazzo, è altamente improbabile, sarebbe impossibilitato a svolgere il consueto lavoro parlamentare.

Che cosa è successo in questi ultimi anni che la sinistra brasiliana non ha capito?

In primo luogo, le è mancato lo spirito di autocritica. Già fin dai primi anni della sua presidenza, 2001-2008, il PT di Lulla è stato sconvolto da una serie impressionante di scandali di corruzione. Il PT non ha mai fatto una seria autocritica su questo delicato punto, che è stato determinante per la svolta del Brasile verso l’estrema destra. Non serve dire che a destra sono più corrotti. La mancanza di autocritica ha fatto sì che il PT, anche tra la gente povera, venisse identificato con la corruzione. Durante la campagna politica di questi mesi l’estrema destra ha cavalcato l’onda, gridando continuamente contro il PT corrotto. La gente, a quanto pare, gli ha creduto, anche perché in questi anni, ha sbattuto contro il muro dell’arroganza pedante dei dinosauri del PT, molto orgogliosi del loro passato e poco disposti a mettersi in discussione.

Il secondo aspetto, che secondo me è il peggiore, è che in questi anni il PT e i suoi seguaci, non hanno smesso di maltrattare i poveri. Non si può continuare a dire che chi vota a destra è un ignorante, analfabeta, una parte di bestiame (gado). Se c'è una cosa che il brasiliano dal nord al sud detesta è quello di essere umiliato. I poveri che votano estrema destra sono stanchi di essere maltrattati dalla sinistra, di essere chiamati di gado, bestiame: c’è un limite a tutto. È questa la tesi del noto sociologo brasiliano Jessé Sousa. Nel suo ultimo libro: O pobre de direita. A vingança dos bastardos, Sousa sostiene che il razzismo, e non il guadagno economico o l'agenda morale, è alla base della svolta moralistica che ha portato l'estrema destra in Brasile.

Un terzo aspetto viene dalla campagna del PT, tutta incentrata su Lula e sul suo passato. Alla gente non interessa la storia, ma il presente. Vuole sapere se calano i prezzi dei prodotti e se troveranno più soldi nel portafoglio. L’estrema destra e Flavio non hanno fatto alcuna proposta, hanno solo detto che bisogna uscire dalla piaga del PT. Che Flavio e molti personaggi dell’estrema destra siano immersi in molti scandali di corruzione, alla gente è sembrato importare poco. Nicolas, per esempio, un senatore di punta coinvolto in parecchi scandali, è stato rieletto sia lui che i suoi amici di combriccola. A mio avviso questo dato significa una cosa chiarissima: il grande rifiuto del PT e della sinistra. La gente non ne può più del PT. Conferma di ciò è che ha perso quasi due milioni di voti nel Nordest rispetto alle precedenti elezioni, sua storica roccaforte politica.  

Sono queste alcune delle chiavi di lettura che possono aiutare a comprendere la svolta politica epocale che sta avvenendo in Brasile. Sempre nell’ordine di una miglior comprensione del fenomeno, metto di seguito alcuni dati sul probabile futuro presidente del Brasile.

Il senatore e candidato alla presidenza Flávio Bolsonaro (PL-RJ) è oggetto di indagini in corso presso la Corte Suprema Federale (CSF) e la Polizia Federale (PF). Mentre i vecchi scandali (come il caso "rachadinha") sono stati archiviati per motivi procedurali, sono emerse nuove indagini finanziarie.

 

I casi e gli scandali pendenti che coinvolgono il parlamentare:

1. Casi pendenti e indagini in corso

• Caso del film Dark Horse (CSF/PF): Questo è il caso con le maggiori implicazioni legali recenti per il senatore. Sotto la supervisione del Ministro André Mendonça, la PF sta indagando su sospetti di riciclaggio di denaro, evasione fiscale e corruzione. L'attenzione si concentra sul finanziamento di un film biografico su Jair Bolsonaro. Flávio avrebbe orchestrato un trasferimento di 61 milioni di R$ (con trattative che avrebbero raggiunto i 134 milioni di R$) con il banchiere Daniel Vorcaro (ex Banco Master). Una seconda linea d'inchiesta, guidata dal Ministro Flavio Dino, sta verificando se anche emendamenti parlamentari abbiano finanziato il film. La difesa nega qualsiasi irregolarità e afferma che si è trattato di una sponsorizzazione privata al 100%.

 

• Finanziamento della villa da parte della BRB: La Polizia Federale sta indagando sulle condizioni di un prestito di 3,1 milioni di R$ concesso dalla Banco de Brasília (BRB) per l'acquisto di una villa da 6 milioni di R$ a Lago Sul, Brasilia. L'indagine rientra nell'ambito dell'Operazione Compliance Zero. Le verifiche hanno indicato che i tassi di interesse applicati erano inferiori alla media di mercato praticata dalla banca statale all'epoca. Il debito è stato estinto anticipatamente dal senatore in circa tre anni.

 

• Provvedimenti presso il Tribunale Elettorale (TSE): Sono in corso due indagini che riguardano la sua campagna elettorale. Una delle indagini riguarda l'abuso di potere economico per la sua partecipazione al Festival del Rodeo di Barretos.

 

• Indagine per diffamazione (STF): L'indagine penale per presunta diffamazione contro il Presidente Luiz Inácio Lula da Silva è tuttora in corso presso la STF. 2. Altri scandali e sospetti segnalati

 

• Presunta frode all'INSS (Istituto Nazionale di Previdenza Sociale brasiliano): Le indagini condotte dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sull'INSS e dalla Polizia Federale hanno evidenziato collegamenti strutturali e di indirizzo tra l'ufficio di Flávio Bolsonaro e società (come Bravo Grafeno) con operatori indagati per frode ai danni dei pensionati. Il senatore nega qualsiasi coinvolgimento nel sistema.

 

• Emendamento su richiesta di un membro di una milizia: Alcune fonti hanno rivelato che il senatore ha stanziato un emendamento parlamentare di circa 200.000 R$ su richiesta di un membro di una milizia condannato per l'omicidio di Marielle Franco.

• Rivelazioni dell'ex socio (Caso PlatôBR): L'ex socio di Flávio in un franchising di cioccolato, Alexandre Santini, ha reso pubblici messaggi che denunciavano il pagamento di spese personali di lusso del senatore da parte di terzi (come un orologio Rolex del valore di 305.000 R$), oltre a un presunto tentativo di fare pressioni sul giudice della Corte Suprema Kassio Nunes Marques. Il ministro Nunes Marques ha dichiarato che la sua imparzialità non è stata compromessa e che riceve parlamentari di diversi partiti.

 

3. Casi archiviati

• Schema "Rachadinhas" (Alerj): Flávio Bolsonaro è stato incriminato dalla Procura della Repubblica per aver guidato un'organizzazione criminale che ha sottratto indebitamente stipendi a dipendenti fantasma dell'Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro tra il 2003 e il 2018 (gestita da Fabrício Queiroz). Tuttavia, nel maggio 2022, la Corte di Giustizia di Rio de Janeiro (TJ-RJ) ha archiviato l'atto d'accusa dopo che la Corte Suprema di Giustizia (STJ) e la Corte Speciale per la Giustizia (STF) avevano invalidato le principali prove del caso, comprese le violazioni del segreto bancario e fiscale, a causa di errori procedurali. Flávio non è stato assolto nel merito, ma il caso è stato legalmente chiuso per mancanza di prove valide.

Antropologia filosofica indigena: decolonizzazione epistemica e ontologia del buon vivere

 



 


Paolo Cugini

 

L'antropologia filosofica indigena è uno strumento concettuale fondamentale per contrastare il razzismo epistemico eurocentrico. A differenza della tradizione occidentale, che opera secondo il dualismo tra natura e cultura, il pensiero indigeno propone un'ontologia relazionale. Attraverso concetti come il " Buen Vivir" (buon vivere) e riflessioni sul prospettivismo amazzonico, la filosofia indigena ricostruisce la definizione di umanità, estendendola oltre la specie Homo sapiens e inserendola in un cosmo pienamente integrato e vivente. La filosofia occidentale ha storicamente stabilito parametri restrittivi su ciò che costituisce la razionalità e la condizione umana stessa. Sotto l'influenza di pregiudizi positivisti ed evoluzionisti, le produzioni intellettuali delle società native sono state spesso relegate a semplici miti, folclore o visioni del mondo.

Tuttavia, l'emergere di pensatori indigeni e il progresso dell'etnologia contemporanea hanno imposto una revisione di questi presupposti. L'antropologia filosofica indigena emerge non come un'etnografia descrittiva, ma come una disciplina rigorosa e teorica, capace di proporre risposte universali alla crisi esistenziale ed ecologica della modernità (Vilela-Freitas, 2023, p. 17). Il dualismo occidentale, ereditato dal cartesianesimo e dalla tradizione illuminista, postula una discontinuità tra l'uomo e il resto del cosmo. L'uomo condivide il corpo materiale con la natura, ma detiene l'esclusività della cultura, del linguaggio e della ragione (Descartes, 1979). L'antropologia filosofica amerindia inverte questa logica. Come sottolinea l'antropologo Eduardo Viveiro de Castro a proposito del prospettivismo amazzonico, per molte culture indigene la condizione originaria comune a tutti gli esseri non è l'animalità, bensì l'umanità. Mentre l'Occidente crede in un'unica natura e in molteplici culture (relativismo), il pensiero indigeno vede un'unica cultura (lo spirito umano/l'intenzionalità) e molteplici nature (corpi che funzionano come vesti o rivestimenti) (Viveiro de Castro, 2002, p. 94). Animali, piante e fiumi sono visti come soggetti dotati di intenzionalità, capacità di agire politicamente e socialmente. Questa struttura smantella ciò che la filosofia occidentale chiama di macchina antropologica, l'incessante sforzo di separare l'uomo dall'animale per giustificare il dominio di quest'ultimo. La definizione di sé nella filosofia indigena è inseparabile dalla collettività e dalla comunione con la Terra. L'idea di isolamento individualistico, fondamento del capitalismo moderno, viene interpretata in queste cosmologie come un vettore di annientamento e disumanizzazione.

Il concetto di "Buon Vivere" ( Sumak Kawsay in quechua o Teko Porã in guaraní) illustra perfettamente questa prospettiva antropologica. Il Buon Vivere si basa su principi fondamentali che rimodellano l'organizzazione sociale e il destino umano. Come ampiamente diffuso dall'attivista e pensatore Ailton Krenak, l'etica ancestrale ci invita a sospendere il cielo, ovvero a rimandare la fine del mondo causata dall'ossessione occidentale per lo sviluppo. L'umanità proposta da Krenak non è una categoria legale o biologica restrittiva, ma una pratica quotidiana di connessione con il cosmo (Krenak, 2019, p. 138). Per secoli, il razzismo epistemico ha agito nel silenziare forzatamente le epistemologie indigene. Tuttavia, nell'ambito della filosofia indigena, il silenzio assume un nuovo significato: lungi dall'essere una passività rassegnata, opera come metodo di ascolto profondo della natura e come raffinata strategia di resistenza culturale.

Il curriculum accademico tradizionale, ignorando autori e concetti amerindi, perpetua il colonialismo. Riconoscere l'antropologia filosofica indigena significa accettare che i popoli indigeni non sono semplicemente "fonti di dati" per gli antropologi occidentali, ma piuttosto soggetti epistemici autonomi, capaci di teorizzare con rigore tecnico su etica, politica, tempo e metafisica. L'antropologia filosofica indigena riposiziona l'essere umano all'interno della rete dell'esistenza. Risana la divisione cartesiana tra mente e corpo, cultura e natura, proponendo un'ontologia in cui il cosmo è abitato da una pluralità di soggetti interconnessi. In tempi di emergenza climatica e profonda alienazione sociale, le filosofie indigene cessano di essere considerate reliquie del passato e diventano bussole indispensabili per la salvaguardia del futuro umano e planetario.

 

Riferimenti bibliografici

CIMI. Il buon vivere delle popolazioni indigene e il futuro dell'umanità . Consiglio missionario indigeno 2022.

DESCARTES, René . Discorso sul metodo. San Paolo: Abril Cultural, 1979.

KRENAK, Ailton. Idee per posticipare la fine del mondo. San Paolo: Companhia das Letras, 2019.

VILELA, Paula Rey; FREITAS, Marta Helena de. Etnopsicologia e comprensione della persona indigena: contributi dalla fenomenologia e dall'antropologia filosofica. Memorandum: Memoria e storia in psicologia , vol. 40, 2023.

VIVEIROS DE CASTRO, Eduardo. L'incostanza dell'anima selvaggia e altri saggi di antropologia . San Paolo: Cosac Naify, 2002.

 

lunedì 28 settembre 2026

PIETRO RABITTI PRESENTA IL SUO NUOVO LIBRO A DODICI MORELLI (BO)

 



 


Paolo Cugini

Pietro Rabitti, professore di religione, molto stimato dai suoi giovani studenti, da alcuni anni è anche autore di libri. Pietro è un uomo in cammino, che continuamente s’interroga sui grandi problemi della vita, cerca risposte dentro di sé e nel dialogo con amici e amiche. Chi ha già letto il suo primo libro, sa quanto Pietro sia introspettivo e profondo. Ho avuto modo di leggere in anteprima il nuovo libro di Pietro: Dialogo intimo e insolito. Con quindici personaggi biblici per scoprire chi siamo. Edizioni Il Messaggero di Padova. Ebbene, oltre alla profondità a cui ci ha abituato, Pietro manifesta nelle pagine di questo dialogo con personaggi biblici, una creatività e un coraggio inusitato.

Pietro Rabitti 


Ci vuole, infatti coraggio a dialogare con personaggi biblici che tutti conoscono: il rischio è di essere scontati e di non dire nulla di nuovo. Pietro, invece, oltre a mostrare una conoscenza biblica frutto non solo di un cammino personale, ma di anni di studio e insegnamento, manifesta che nei personaggi biblici c’è qualcosa che ancora dev’essere conosciuto. Pietro ci offre una chiave interpretativa fondamentale per tutti coloro che desiderano conoscere in modo nuovo le narrazioni che hanno segnato la storia dell’umanità e che s’incontrano nella Bibbia. La chiave di lettura è dentro ognuno di noi, che con la propria storia e il proprio vissuto può entrare in contatto con uomini e donne autentici, che hanno fatto della loro vita una risposta al Mistero di Dio. In questa storia anche noi entriamo se lo vogliamo. Nelle pagine del nuovo libro di Pietro ci vengono offerti strumenti, chiavi di lettura, ma soprattutto un cammino nuovo, come quello che Pietro realizza quando esplora le vette e i rifugi montani, che è la sua nuova passione. 

domenica 27 settembre 2026

SETTEMBRO GIALLO: GIORNATA PER LA PREVENZIONE AL SUICIDIO

 




Paolo Cugini

 

Nel mese di settembre si celebra la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, con dibattiti e iniziative presso enti pubblici e istituzioni sanitarie in tutto il paese. La campagna Settembre Giallo 2026 ha come tema principale "Ascoltare è essere presenti", promosso dal Centro per la Valorizzazione della Vita (CVV). A livello internazionale, il periodo dal 2024 al 2026 adotta il motto "Cambiare la narrativa" per incoraggiare un dialogo aperto sulla sofferenza emotiva.

Il tema di quest’anno vuole sottolineare l'importanza dell'accettazione e dell'ascolto senza giudizio. L'obiettivo è sensibilizzare l'opinione pubblica sulla prevenzione del suicidio, sul valore della vita e sull'importanza della cura della salute mentale.



La parrocchia San Vincenzo de Paoli si è fatta presente sabato 26 di settembre nel pomeriggio in una delle piazze del quartiere Compensa di Manaus per un momento di manifestazione pubblica, chi ha avuto l'obiettivo dimostrare la nostra presenza, come una mano tesa a tutti coloro che stanno attraversando un delicato momento di salute mentale. Tutte le otto comunità erano presenti, assieme a tanti gruppi che durante la settimana animano le nostre comunità, come i gruppi di capoeira, i gruppi della terza età, i gruppi di catechesi. Interessante è stata la presenza dei bambini del progetto Margens che hanno presentato una danza. Toccante è stato il pezzo di teatro preparato dai giovani delle comunità. 

All'inizio del cammino, che i presenti alla manifestazione, hanno svolto da una piazza all'altra del quartiere Compensa, Si sono presentate le dieci tirocinanti di psicologia, di due differenti università di Manaus, che collaborano con le due psicologhe della parrocchia. Il servizio quotidiano delle psicologhe nelle sale della parrocchia è di grande importanza, perché manifesta concretamente il nostro desiderio di tendere una mano, un orecchio per aiutare le persone che stanno passando periodi di sofferenza mentale. La vita nella Compensa non è facile. L’alto tasso di disoccupazione, le famiglie numerose con anziani a carico, la vita quotidiana trascorsa nel pericolo di una zona dominata dal traffico di droga, che vede molto adolescenti e giovani coinvolti, provoca negli adulti tensioni, preoccupazioni che, a volte, portano alla malattia, all’isolamento e al desiderio di farla finita. La parrocchia, sfilando per le strade della Compensa con striscioni, cartelloni con scritto il tema dell’anno: "Ascoltare è essere presenti", ha voluto dire alla popolazione che noi ci siamo, siamo presenti, pronti ad ascoltare.

Suor Rosa 


In mezzo a noi era presente anche suor Rosa, segretaria della Conferenza Episcopale Brasiliana per la Regione amazzonica, che ha preso la parola affermando l’importanza di momenti come questi, perché è necessario manifestarsi, farsi presenti, far capire a chi sta trascorrendo un periodo buio che c’è qualcuno disposta ad aiutare. Suor Rosa ha finalizzato il discorso invitandoci a prenderci per mano e poi ad abbracciarci con i vicini come segno della nostra fratellanza. Il pomeriggio di manifestazione si è concluso con le danze del gruppo “Vita migliore”, un progetto esteso in tre comunità rivolte alle persone anziane, che tre volte alla settimana si ritrovano per un momento di ginnastica e per stare insieme, perché solamente sperimentando la vicinanza delle persone la vita diventa migliore.

 

giovedì 24 settembre 2026

Il patriarcato è l’aria che respiriamo

 

Il patriarcato è la trama che plasma il linguaggio con cui pensiamo, i criteri con cui giudichiamo, le gerarchie che consideriamo naturali. Liberarci da questa gabbia culturale è il nostro compito.





Paolo Cugini

 

 

Verrà un giorno in cui ci accorgeremo che il patriarcato non abitava soltanto nei palazzi del potere, nei codici scritti dagli uomini o nelle esclusioni più evidenti. Ci accorgeremo che era nell’aria. Avvolgeva tutto: le parole pronunciate e quelle trattenute, i gesti ammessi e quelli proibiti, i sogni incoraggiati e quelli soffocati prima ancora di nascere. Era un clima, una temperatura morale, un paesaggio invisibile nel quale abbiamo imparato a vivere fino a scambiarlo per il mondo stesso.

Ricordiamolo: il patriarcato è, prima di tutto, un habitat culturale. Non un’ideologia confinata in un libro, non una colpa individuale da attribuire a qualcuno, ma un ambiente che si respira senza vederlo. È la trama che plasma il linguaggio con cui pensiamo, i criteri con cui giudichiamo, le gerarchie che consideriamo naturali. Decide chi può parlare con autorità e chi deve chiedere permesso; chi è educato a occupare spazio e chi a farsi piccolo; chi viene riconosciuto per ciò che produce e chi scompare dentro ciò che dona.

Le relazioni umane sono il luogo in cui questo habitat lascia le ferite più profonde. Per secoli ha codificato comportamenti, stili di vita, modi di essere e di fare: la forza separata dalla tenerezza, l’autorità dalla reciprocità, la cura dal riconoscimento, il desiderio dalla libertà dell’altro. Ha insegnato a molti a comandare senza ascoltare e a molte a servire senza essere viste; ma ha impoverito tutti, perché ogni relazione fondata sul dominio perde la possibilità dell’incontro.

La politica ha trasformato la competizione in destino e il comando in virtù. L’economia ha misurato il valore sulla produttività, relegando la cura ai margini, come se nutrire, accompagnare, educare e custodire non sostenesse ogni altra attività. I sistemi educativi hanno spesso premiato l’obbedienza più della coscienza critica, riproducendo ruoli antichi sotto nomi nuovi. Persino gli spazi nati per liberare hanno finito per amministrare gerarchie, confondendo la stabilità con la giustizia.

Fa specie soprattutto la religione, e in particolare quella cristiana. Nel cuore del Vangelo risuona infatti uno degli annunci di uguaglianza più radicali della storia: nessuna persona è riducibile al rango, al sesso, alla provenienza o alla funzione; l’ultimo viene posto al centro, il potere è rovesciato in servizio, la grandezza si misura nella capacità di chinarsi davanti alla vita. Eppure, anche le comunità cristiane si sono lasciate ingannare dalle logiche del patriarcato. Hanno custodito parole di liberazione dentro strutture di esclusione; hanno proclamato la dignità universale mantenendo accessi diseguali alla decisione, alla parola autorevole e alla rappresentanza.

Questa contraddizione non può essere nascosta dietro la consuetudine. Non basta venerare figure femminili se poi le donne reali restano ai margini; non basta predicare l’amore se l’ordine ecclesiale continua a temere la reciprocità; non basta dire che tutti sono uguali davanti a Dio se, sulla terra, alcuni conservano il privilegio di interpretare, decidere e benedire per tutti. Il messaggio non è debole: sono le nostre istituzioni ad averne attenuato la forza.

Ma nessun habitat è eterno. Ciò che è stato costruito può essere riconosciuto, nominato e trasformato. Verrà il tempo di una disobbedienza paziente e radicale: disimparare il dominio, sottrarre la cura all’invisibilità, restituire dignità ai corpi e autorevolezza alle voci escluse. Non si tratta di sostituire un potere con un altro, ma di spezzare la grammatica stessa del possesso per imparare quella della relazione.

Come uscire, allora, da questo abbraccio mortale che soffoca la fede e la riduce a custode del passato? Da dove cominciare la ricostruzione delle mura crollate? La riforma non inizierà dai nostri sinodi di soli uomini, né dai decreti scritti con l'inchiostro del compromesso. Il cammino d'uscita comincia dal deserto, là dove l'invisibile si mostra per ciò che è. Bisogna profanare l'idolo del patriarcato che abbiamo seduto sul trono dell'Altissimo. La terra da cui ripartire è il linguaggio della preghiera e del rito: strappiamo i veli che nascondono il volto materno e fraterno del divino. Riconosciamo l'uguaglianza radicale nei gesti più semplici, restituendo la parola e la guida a chi è stato messo ai margini per secoli. Solo quando avremo liberato Dio dalla gabbia del patriarcato, l'essere umano potrà finalmente camminare libero.

Allora la politica tornerà a essere cura della casa comune, l’economia servizio alla vita, l’educazione esercizio di libertà e la fede memoria viva di un’uguaglianza che non ammette padroni. Allora comprenderemo che liberarsi dal patriarcato non significa muovere guerra contro qualcuno, ma restituire a ciascuno la pienezza della propria umanità. E forse, finalmente, respireremo un’aria nuova.

 

 

mercoledì 23 settembre 2026

L’abbraccio mortale tra il conservatorismo cattolico e i grandi del Capitale

 




Paolo Cugini

 

 

L’abbraccio mortale tra il conservatorismo cattolico e i grandi del Capitale rappresenta uno dei nodi geopolitici ed economici più rilevanti del nostro tempo. Questa alleanza ha progressivamente trasferito l'asse del dibattito cattolico dalle tradizionali istituzioni ecclesiali verso un network di fondazioni private, filantropi miliardari e think tank ultraliberisti. Se storicamente la Dottrina Sociale della Chiesa ha mantenuto una posizione di netta condanna sia nei confronti del socialismo sia verso gli eccessi del capitalismo deregolamentato, negli ultimi decenni, in particolare negli Stati Uniti, si è consolidato un sodalizio strategico che fonde l'ortodossia teologica conservatrice con le istanze del grande capitale corporativo.

Le radici storiche di questo fenomeno risalgono alla metà del Novecento, quando le grandi associazioni industriali statunitensi compresero il potenziale dei movimenti religiosi per contrastare le politiche sociali dello Stato sociale. Tuttavia, la vera e propria mutazione contemporanea si è strutturata a partire dagli anni '80 e '90, trovando linfa vitale nella reazione contro la globalizzazione progressista e, più recentemente, contro la cultura cosiddetta woke e il capitalismo inclusivo. Grandi investitori ed esponenti del capitalismo ultraliberista hanno iniziato a finanziare massicciamente reti mediatiche, università e progetti teologici con l'obiettivo di dimostrare la perfetta compatibilità tra il cattolicesimo tradizionalista e il mercato privo di regolamentazioni statali.

Come evidenziato in un'approfondita inchiesta editoriale del National Catholic Reporter, larghi settori della vita ecclesiale americana sono stati acquistati o pesantemente influenzati da imprenditori facoltosi e non-profit opache. Questi attori privati si sono progressivamente sostituiti ai canali istituzionali dei vescovi, plasmando la narrazione pubblica del cattolicesimo in senso fortemente conservatore.

Il The Napa Institute è stato fondato dal filantropo e imprenditore multimilionario Timothy Busch, l'istituto è diventato il principale punto di incontro tra l'élite del grande capitale e il clero conservatore. I suoi convegni annuali promuovono esplicitamente un modello in cui la fede cattolica difende la proprietà privata assoluta e la deregolamentazione. I fondi delle fondazioni libertarie Reti miliardarie legate al grande capitale fossile e manifatturiero, come quelle storicamente riconducibili ai fratelli Koch, hanno iniettato decine di milioni di dollari in organizzazioni cristiane e cattoliche di destra, come documentato dalle analisi di Trutouth. L'obiettivo è mobilitare l'elettorato su temi etici (aborto, diritti civili) per raccogliere voti a favore di agende politiche che prevedono tagli fiscali alle multinazionali e lo smantellamento dello Stato sociale. Oltre a ciò, esiste l'Acton Institute, che per anni è stato guidato dal sacerdote Robert Sirico, che ha lavorato costantemente per coniugare l'economia di libero mercato con i valori giudaico-cristiani, contestando le posizioni più interventiste in economia espresse da Papa Francesco.

Questo "abbraccio" ha creato una profonda frattura teologica. La Dottrina Sociale della Chiesa, dalle encicliche storiche come la Rerum Novarum di Leone XIII fino alla Laudato si' e alla Fratelli tutti di Papa Francesco, ribadisce la primazia del bene comune, la dignità del lavoro rispetto al capitale e la necessità di una forte regolamentazione del mercato per evitare l'esclusione sociale e il disastro ambientale. Il sociologo dell'economia Richard Wolff ha evidenziato come questa saldatura forzata cerchi di trasformare il cristianesimo in un riflesso del capitalismo, neutralizzandone la carica profetica e di critica sociale. La crescita esponenziale di sacerdoti e movimenti giovanili che si autoidentificano come rigidamente tradizionalisti, documentata anche da studi come quello del Catholic Project riflette lo spostamento politico verso una destra populista e corporativa, specchio dell'era MAGA negli Stati Uniti.

Il termine abbraccio mortale fotografa il rischio sistemico per il cattolicesimo conservatore: nel momento in cui la difesa dei valori morali tradizionali viene interamente finanziata e subordinata agli interessi economici delle grandi multinazionali e degli oligarchi industriali, la religione rischia di ridursi a mera sovrastruttura ideologica. Se da un lato il Grande Capitale ottiene uno scudo etico e una formidabile base elettorale per proteggere i propri profitti, dall'altro il messaggio cristiano rischia di perdere la sua credibilità universale, alienando le classi lavoratrici e le periferie globali, dove il cattolicesimo è storicamente più vivo e bisognoso di giustizia sociale.

 

lunedì 21 settembre 2026

Alleanze agroindustriali e governo Bolsonaro: lo smantellamento delle politiche ambientali in Brasile

 




 

Paolo Cugini (org)

 

L'amministrazione dell'ex presidente Jair Bolsonaro (2019-2022) è stata caratterizzata da una profonda riconfigurazione dei rapporti tra il potere esecutivo, le forze economiche rurali e la tutela ambientale. Accademici e analisti politici concordano sul fatto che in quel periodo si sia consolidata un'alleanza strategica tra il governo federale e i principali settori dell'agroindustria, rappresentati al Congresso Nazionale dal Fronte Agricolo Parlamentare (FPA), il cosiddetto gruppo rurale. Questa coalizione ha portato all'indebolimento e allo smantellamento deliberato delle politiche e degli enti di protezione ambientale in Brasile.

 

1. Le basi ideologiche e politiche dell'alleanza

Il sostegno politico di Bolsonaro nel settore agricolo si basava su un'agenda comune che considerava la legislazione e la supervisione socio-ambientale come ostacoli allo sviluppo economico e alla sovranità nazionale. Questa convergenza di interessi si è manifestata nell'occupazione di posizioni strategiche. La nomina della deputata federale ed ex leader dell'FPA, Tereza Cristina, a capo del Ministero dell'Agricoltura, dell'Allevamento e dell'Approvvigionamento (MAPA) ha simboleggiato il diretto allineamento del Palazzo Presidenziale con le richieste dell'élite agricola. Come evidenziato da una ricerca dell'Università Federale del Paraná, il governo federale e i leader rurali condividevano il discorso della flessibilità legislativa, della ferma opposizione alla delimitazione delle Terre Indigene e dell'indebolimento della supervisione nelle zone rurali.

Secondo uno studio pubblicato sulla Revista de Administração Pública (RAP/FGV), lo smantellamento delle tutele ambientali non è avvenuto necessariamente attraverso l'abrogazione di leggi importanti da parte del Congresso, bensì tramite strategie sub-legali (decreti, ordinanze e direttive normative) e l'indebolimento delle capacità dello Stato. Le azioni principali includono lo smantellamento degli organi di controllo: si sono verificati drastici tagli al bilancio, condizioni di lavoro precarie e persecuzioni tecniche nei confronti dei dipendenti dell'Istituto brasiliano per l'ambiente e le risorse naturali rinnovabili (Ibama) e dell'Istituto Chico Mendes per la conservazione della biodiversità (ICMBio). Gli ispettori sono stati pubblicamente screditati dai vertici dell'esecutivo nelle operazioni contro la deforestazione e il disboscamento illegali. Inoltre, si è agito nella direzione della Centralizzazione nel Ministero dell'Agricoltura. All'inizio del suo mandato, attraverso il Decreto-legge n. 870, la gestione del Servizio Forestale Brasiliano e le responsabilità relative alla regolarizzazione fondiaria e alla riforma agraria, furono sottratte al Ministero dell'Ambiente (MMA) e trasferite al Ministero dell'Agricoltura, dell'Allevamento e dell'Approvvigionamento (MAPA), sotto il controllo degli interessi rurali. Per ultimo, si è proceduto alla riduzione della partecipazione sociale: i consigli collegiali con partecipazione attiva della società civile e degli ambientalisti, come il Consiglio nazionale per l'ambiente (Conama), sono stati ristrutturati per garantire la maggioranza e il controllo totale da parte del governo e del settore produttivo.

 Il pacchetto di concessioni all'industria agroalimentare includeva una velocità record nel rilascio di nuove autorizzazioni per i pesticidi. I dati raccolti su Wikipedia relativi al governo di Jair Bolsonaro indicano che, nel corso dei quattro anni, sono stati autorizzati oltre 2.100 pesticidi, un volume senza precedenti nella regolamentazione nazionale dei prodotti chimici. Nel frattempo, l'agenda legislativa del gruppo parlamentare rurale è andata avanti con progetti incentrati sulla semplificazione delle procedure di rilascio delle autorizzazioni ambientali e sulla facilitazione della regolarizzazione delle aree pubbliche occupate illegalmente, soprannominate da critici e movimenti sociali "Leggi sull'accaparramento di terre".

La conseguenza diretta dell'indebolimento dei controlli è stata un'esplosione della deforestazione e degli incendi boschivi, soprattutto nei biomi amazzonico e del Cerrado. L'indebolimento del monitoraggio ha alimentato l'espansione della frontiera agricola nelle aree protette e ha esacerbato i conflitti nelle zone rurali. Tuttavia, questa politica ha generato contraddizioni interne al settore agricolo stesso. Mentre il settore agroindustriale, concentrato sull'espansione fondiaria e sul mercato interno, appoggiava pienamente le azioni del governo, il settore agro-esportatore, più moderno e integrato nelle catene di approvvigionamento globali, ha espresso forte preoccupazione. Un articolo dell'Instituto Humanitas Unisinos (IHU) ha evidenziato come il deterioramento della reputazione ecologica del Brasile all'estero abbia danneggiato l'immagine del Paese, minacciato importanti accordi commerciali (come il trattato Mercosur-Unione Europea) e provocato un boicottaggio da parte degli acquirenti stranieri di prodotti agricoli.

 

Riferimenti bibliografici e fonti

  1. UFPA. Le idee antiambientali dell'agroindustria e della gestione socio-ambientale nel governo di Jair Bolsonaro (2019-2022). Archivio istituzionale dell'Università Federale del Pará. Disponibile all'indirizzo: Archivio UFPA.
  2. Rivista di Pubblica Amministrazione (RAP). Smantellamento ambientale in Brasile: progressi e lacune nella conoscenza del fenomeno politico. SciELO Brasile. Disponibile su: SciELO - RAP Journal .
  3. Istituto Humanitas Unisinos (IHU). L'agroindustria, l'inaspettata resistenza allo smantellamento ambientale di Bolsonaro. Pubblicato da Naiara G. Gortázar / El País. Disponibile presso: IHU Unisinos.
  4. Fondazione Perseu Abramo. L'agenda socio-ambientale minacciata dal governo Bolsonaro. Disponibile su: FPA Abramo .
  5. Wikipedia. Il governo di Jair Bolsonaro e il suo ruolo nell'agroindustria. Dati consolidati sul rilascio delle registrazioni dei pesticidi e sulle riforme economiche. Disponibile su: Wikipedia - Governo Bolsonaro.
  6. Istituto Socio-ambientale (ISA). Gruppo di lavoro sulla devastazione e monitoraggio legislativo (Ruralometer). Disponibile su: Socioambiental.org .

 

mercoledì 16 settembre 2026

L’icona e l’invisibile: educare lo sguardo oltre l’apparenza

 




Paolo Cugini

 

 

La distinzione tra idolo e icona non riguarda soltanto due tipi di immagine, né può essere ridotta a una differenza tra un oggetto falso e uno autentico. Essa descrive, più profondamente, due modi opposti di vedere e di entrare in rapporto con la realtà. L’idolo corrisponde a uno sguardo che si arresta: trova davanti a sé una forma capace di soddisfarlo e la assume come compimento del proprio desiderio di conoscere. L’icona, al contrario, non lascia che la visione si chiuda in ciò che appare. Essa rende il visibile una soglia e invita lo sguardo a oltrepassare la propria pretesa di possesso.

Per questo l’icona non è semplicemente un’immagine più ricca o più suggestiva. La sua peculiarità consiste nel modificare la posizione di chi guarda. Davanti all’idolo, il soggetto tende a sentirsi padrone della visione; davanti all’icona, scopre invece di essere interpellato. Non è più soltanto colui che vede, ma colui che viene raggiunto da un’eccedenza di senso. L’icona inaugura così una relazione nella quale il vedere diventa ascolto, disponibilità e trasformazione.

L’idolo nasce quando lo sguardo confonde ciò che vede con la totalità di ciò che è. Esso offre una presenza immediata, nitida e apparentemente autosufficiente: lo sguardo vi si riconosce, vi trova conferma e smette di cercare. In questo senso, l’idolo non è definito anzitutto dalla materia di cui è fatto, ma dalla funzione che assume. Anche un’idea, un’immagine di successo, una rappresentazione del potere o persino una concezione religiosa possono diventare idolatriche quando pretendono di esaurire il mistero che evocano.

L’idolo restituisce dunque allo sguardo la misura dei suoi desideri. Mostra ciò che il soggetto è già disposto a vedere e, proprio per questo, lo rassicura. Non apre una distanza, ma la cancella; non suscita una domanda, ma offre una risposta definitiva. La sua forza consiste nella saturazione: tutto sembra essere presente, disponibile, delimitabile. Eppure, nel momento stesso in cui promette una presenza piena, l’idolo impoverisce la realtà, perché la riduce alla capacità umana di rappresentarla e controllarla. Questo rischio appartiene in modo particolare alla cultura contemporanea, dominata dalla proliferazione delle immagini. L’abbondanza del visibile non coincide necessariamente con una maggiore profondità dello sguardo. Al contrario, la successione rapida di figure, schermi e messaggi può generare assuefazione: si vede molto, ma si contempla poco. Quando ogni cosa deve apparire immediatamente comprensibile e consumabile, il visibile perde il suo spessore e diventa superficie.

L’icona interrompe questa dinamica perché non si lascia ridurre a oggetto disponibile. Certamente possiede una forma visibile: colori, linee, materia e composizione. Tuttavia, il suo significato non si esaurisce in tali elementi. La forma non trattiene lo sguardo presso di sé, ma lo orienta verso ciò che non può essere contenuto in alcuna forma. Il visibile diventa allora una soglia: non una barriera che nasconde, ma un passaggio che manifesta senza esaurire.



Affermare che l’icona non è il risultato di una visione, ma la provoca, significa riconoscere che essa non si limita a riprodurre qualcosa di già posseduto dallo sguardo. L’icona fa accadere un nuovo modo di vedere. Essa destabilizza le abitudini percettive, sottrae l’osservatore alla passività e lo conduce verso una profondità che non può essere afferrata in un solo atto. La visione diventa un cammino: richiede tempo, silenzio e una disponibilità a lasciarsi sorprendere. In questa esperienza, la distanza non è un difetto da eliminare. Essa custodisce l’alterità di ciò che si manifesta. L’icona è vicina perché si offre ai sensi, ma rimane distante perché ciò a cui rimanda non può essere posseduto. Proprio questa tensione impedisce allo sguardo di trasformare la realtà in un oggetto. L’icona si lascia vedere, ma non si lascia dominare. La trasformazione più radicale introdotta dall’icona consiste nel rovesciamento della direzione dello sguardo. Normalmente, vedere significa rivolgersi verso un oggetto, analizzarlo e collocarlo entro le proprie categorie. Davanti all’icona, invece, il soggetto avverte che la visione non procede soltanto da sé. Ciò che appare sembra rivolgergli un appello, esporlo e chiedergli una risposta. Lo sguardo non è più un potere unilaterale, ma il luogo di una relazione.

Essere guardati non significa attribuire magicamente una coscienza all’immagine. Significa piuttosto riconoscere che la realtà può eccedere le nostre intenzioni e metterci in questione. L’icona sottrae il soggetto alla centralità assoluta: gli ricorda che non è la misura ultima di ciò che incontra. Perciò la sua azione è anche critica. Essa smaschera l’illusione di una conoscenza neutrale e mostra che ogni autentica visione comporta una responsabilità. Chi accetta questa esperienza non rimane identico a prima. Lo sguardo viene educato a non consumare ciò che vede, a non ridurre l’altro a un’immagine già nota, a tollerare l’ambiguità e l’attesa. La trasformazione riguarda quindi non solo il modo di osservare un’opera, ma il modo di abitare il mondo. Imparare a vedere iconicamente significa lasciare che le cose, i volti e gli eventi conservino una profondità che non dipende da noi.

L’invisibile a cui l’icona rimanda non è semplicemente qualcosa che, per accidente, non è ancora stato visto. Non è un oggetto nascosto che un giorno potrebbe diventare completamente disponibile. È piuttosto ciò che, per la sua stessa natura, eccede ogni tentativo di piena rappresentazione. L’invisibile non annulla il visibile, ma lo attraversa e gli conferisce profondità. Nell’icona, la materia non viene negata: diventa il luogo in cui una presenza si annuncia senza lasciarsi circoscrivere. Questa relazione evita due estremi. Da un lato, impedisce di assolutizzare l’immagine, come se essa contenesse ciò che rappresenta; dall’altro, impedisce di svalutare la realtà sensibile, come se il visibile fosse un semplice ostacolo. L’icona testimonia invece che il sensibile può essere trasparente a un significato ulteriore. La sua verità non sta nella somiglianza fotografica, ma nella capacità di rendere percepibile una trascendenza che rimane irriducibile. Il paradosso dell’icona consiste proprio in questo: mostra ciò che non può essere mostrato pienamente. Non risolve il mistero, ma gli dà ospitalità. La sua presenza visibile non sostituisce l’invisibile; ne custodisce la distanza. Perciò l’icona non colma il desiderio dello sguardo una volta per tutte, ma lo purifica, liberandolo dalla pretesa di possedere ciò che cerca.

La dinamica dell’icona assume un valore etico quando viene applicata all’incontro con l’altro. Anche una persona può essere percepita idolatricamente, se viene ridotta alla sua apparenza, alla sua funzione o all’immagine che ce ne siamo costruiti. In tal caso, lo sguardo conferma soltanto i propri schemi. Uno sguardo iconico, invece, riconosce che il volto dell’altro manifesta una profondità che nessuna definizione può esaurire. Accogliere l’invisibile significa allora rispettare ciò che nell’altro rimane indisponibile: la sua interiorità, la sua libertà, la sua storia e la sua possibilità di cambiare. Non si tratta di rinunciare alla comprensione, ma di sottrarla alla logica del dominio. La conoscenza autentica non elimina il mistero della persona; lo protegge. Per questo l’apertura suscitata dall’icona si traduce in ascolto, attenzione e responsabilità. In un tempo in cui individui ed eventi vengono spesso trasformati in profili, dati o immagini da consumare rapidamente, l’icona propone una disciplina dello sguardo. Essa invita a rallentare, a sospendere il giudizio e a fare spazio a ciò che non coincide con le nostre attese. Questa disposizione non è passività: è una forma esigente di vigilanza, perché richiede di rinunciare alla sicurezza delle rappresentazioni immediate per entrare in una relazione più vera.



La differenza tra idolo e icona rivela dunque due possibilità fondamentali dello sguardo. L’idolo arresta la visione e la riconduce alla misura del soggetto; l’icona la apre a un’eccedenza che non può essere posseduta. Il primo offre una presenza chiusa e rassicurante, la seconda rende ogni presenza una soglia. Per questo l’icona non aggiunge semplicemente un contenuto al nostro vedere: ne trasforma la struttura. Davanti all’icona, vedere non significa dominare, ma ricevere; non significa esaurire, ma riconoscere; non significa appropriarsi, ma lasciarsi interpellare. L’invisibile non si oppone al visibile: vi si annuncia come ciò che lo rende inesauribile. Educato da questa esperienza, lo sguardo diventa capace di contemplare senza trattenere e di incontrare senza ridurre. L’icona indica così una forma di conoscenza fondata sull’umiltà. Essa ricorda che la realtà più vera non sempre coincide con ciò che si impone immediatamente agli occhi e che, talvolta, si vede davvero soltanto quando si accetta di non possedere interamente ciò che si guarda.

 

lunedì 14 settembre 2026

L’idolo e lo sguardo sazio

 



Paolo Cugini

 

 

Verrà un tempo in cui l’uomo non sopporterà più il vuoto davanti ai propri occhi. Chiederà immagini capaci di rassicurarlo, superfici lucenti che gli restituiscano, senza resistenza, la forma esatta del suo desiderio. Non cercherà ciò che lo supera, ma ciò che gli somiglia; non attenderà una parola inattesa, ma pretenderà un’eco. E chiamerà pienezza quella prigione luminosa nella quale ogni cosa conferma ciò che egli già vuole vedere.

L’idolo non impone la propria presenza: la offre come una risposta perfettamente calibrata. Lo sguardo vi incontra ciò che cercava e, riconoscendolo, si sente appagato. Nessuna distanza, nessuna eccedenza, nessun mistero interrompe la coincidenza tra desiderio e immagine. L’idolo è uno specchio compiacente: non rivela il volto del mondo, ma restituisce al soggetto la figura ingrandita delle sue attese. Per questo seduce. Esso non domanda conversione, non ferisce le certezze, non apre una strada; si limita a confermare.

Ma proprio nella soddisfazione si nasconde il pericolo. Quando lo sguardo riceve immediatamente ciò che desidera, smette di interrogare ciò che vede. La visione non è più un incontro, bensì un consumo; non è più apertura, ma possesso. L’immagine diventa docile, disponibile, misurata sul bisogno di chi guarda. E ciò che sembra libertà, poter vedere sempre ciò che si vuole, si trasforma lentamente nella più sottile delle servitù: non essere più capaci di vedere altro.

L’idolo riempie totalmente il campo visivo. Non lascia margini, non tollera periferie, non concede all’assenza il diritto di parlare. Tutto deve essere presente, esposto, nitido, disponibile. La superficie si fa assoluta e la materialità pretende di essere l’ultima parola sul reale. In questo regno dell’evidenza, ciò che non appare sembra non esistere; ciò che non seduce viene scartato; ciò che non produce soddisfazione immediata è giudicato inutile.

Così la bellezza, separata dalla verità, diventa anestesia. L’estetica non conduce più oltre la forma, ma chiude l’esperienza dentro la forma stessa. Il soggetto contempla e si compiace; ammira e si sente confermato; accumula immagini e crede di aver dilatato il mondo, mentre ha soltanto moltiplicato le pareti della propria stanza. L’idolo non mente necessariamente in ciò che mostra: mente perché fa credere che non vi sia altro da vedere.

Guai alla società che consegna all’immagine il potere di stabilire ciò che merita attenzione. Essa finirà per venerare soltanto ciò che brilla, per ascoltare soltanto ciò che la lusinga, per riconoscere come vero soltanto ciò che può essere esibito. I volti diventeranno vetrine, le parole ornamenti, i corpi misure di valore. Persino il dolore dovrà assumere una forma attraente per essere riconosciuto. E l’uomo, circondato da visioni, perderà la facoltà di vedere.

Occorre allora educare lo sguardo alla soglia, non alla sazietà. Occorre imparare a sostare davanti a ciò che non si lascia consumare, ad accogliere l’opacità, la distanza, il silenzio. Il vero non riempie sempre il campo visivo: talvolta lo interrompe. Non ci consegna ciò che cerchiamo, ma ci libera dalla tirannia di cercare soltanto noi stessi. Là dove l’idolo si offre interamente, il mistero si ritrae; e proprio ritraendosi ci chiama fuori dalla nostra misura.

Vigiliamo, dunque, sul nostro sguardo. Non chiamiamo rivelazione ogni immagine che ci soddisfa, né verità ogni forma che coincide con il nostro desiderio. Lasciamo aperto un varco nell’orizzonte, perché possa giungere ciò che non abbiamo previsto. Solo uno sguardo non sazio può ancora attendere; solo uno sguardo che accetta di non possedere può riconoscere; solo chi osa attraversare la superficie scoprirà che il reale non è fatto per compiacerci, ma per trasformarci.