sabato 17 novembre 2018

AVERCELI DEI VESCOVI COSI'. ALLE ORIGINI DELLO STILE DI PAPA FRANCESCO






Paolo Cugini


La proposta ecclesiale di Francesco non nasce da un lavoro di studio, ma dalla sua pratica pastorale, in una costante relazione circolare tra i due momenti. La novità di quello che Papa Francesco dice e fa, novità nel suo modo di vivere il papato, d’interpretarlo, suscita la curiosità sulle sue fonti. Il suo stile popolare e immediato è in continuità, così come ce lo hanno dimostrato le biografie, le omelie e i discorsi del periodo in cui è stato arcivescovo a Buenos Aires e le testimonianze fatte su di lui, con il gesuita prima, e poi il vescovo e il Cardinale Jorge Mario Bergoglio. 
Dopo alcuni anni del suo pontificato, ci si rende conto che la proposta ecclesiale di Papa Francesco non è improvvisata, ma viene da molto lontano, si radica nel suo particolare percorso spirituale e culturale, s’intreccia con le scelte fatte nel tempo, che hanno plasmato un particolare modo di essere pastore, attento ai poveri, aperto al dialogo, capace di parlare al cuore della gente. Francesco sta riproponendo con i gesti e le parole la grande intuizione del Concilio Vaticano II della Chiesa come popolo di Dio. Il capitolo II della Lumen Gentium, Chiesa popolo di Dio, che precede il capitolo sulla struttura gerarchica della Chiesa, lo ha spiegato al mondo non con un trattato di ecclesiologia, ma dichiarandosi, appena eletto papa, come vescovo di Roma e chiedendo la benedizione del popolo fedele accorso in piazza san Pietro per l’evento, prima di impartirla lui stesso. Lo stesso si può dire per la proposta di una Chiesa dei poveri, vagheggiata durante il Concilio Vaticano II espressa, in parte, nel numero 8 della Lumen Gentium ma, soprattutto, nel patto delle Catacombe. 

L’attenzione del Papa per i poveri, visibile non solo nell’incontro personale con loro, ma anche nelle sue scelte personali di mantenere un profilo sobrio e semplice, rinunciando ai privilegi che la sua posizione richiederebbe, la troviamo come stile costante sia come gesuita che come arcivescovo di Buenos Aires. Austen Ivereigh racconta, nella sua biografia sulla vita di Jorge Mario Bergoglio, il costume che aveva nei fine settimana di visitare i quartieri poveri di Buenos Aires, al punto che era molto più conosciuto dalle persone povere di questi quartieri che dalle persone dell’alta borghesia che viveva nei quartieri ricchi. Gesti che dicono di scelte maturate nelle lunghe ore di preghiera mattutina, di frequenza costante del Vangelo, assimilando lo stile di Gesù, il suo pensiero il suo modo id essere[1]
Con Francesco, i gesti sono la chiave ermeneutica dei testi: si trasmette ciò che si vive, e si vive ciò che si è assimilato nel silenzio della preghiera, nel rapporto personale con il Signore. Questa stessa modalità ermeneutica la troviamo in tantissime pagine della vita di Bergoglio. Nel periodo in cui era rettore della Facoltà di teologia e filosofia di san Miguel (1976), inizia un lavoro di riforma integrale del programma di formazione degli studenti gesuiti, strumento fondamentale della strategia di rifondazione della provincia di cui era superiore (1973-1979). Oltre alla revisione del programma di studi, Bergoglio propose un impegno pastorale specifico tra la popolazione locale. Essere a servizio dei poveri durante i fine settimana avrebbe permesso agli studenti gesuiti di conoscere la realtà, di entrare in contatto con il popolo di Dio.
«Nella nostra testa noi siamo re e grandi signori – diceva Bergoglio in un discorso di quel periodo – e chiunque si dedichi esclusivamente a coltivare la propria fantasia non riuscirà mai a sentire l’urgenza del “qui e ora”. Il lavoro pastorale nelle nostre parrocchie, invece, è l’opposto». Bergoglio trasmise agli studenti gesuiti quell’importanza di frequentare i poveri che lui stesso viveva ogni giorno. Sfogliando le pagine delle biografie, dei discorsi e delle omelie di Bergoglio, si rimane profondamente colpiti dalla radicalità delle scelte di un uomo immerso nel Vangelo, desideroso di seguire le orme del Signore per assimilare il suo stesso modo di vedere il mondo. Non a caso, uno dei ritornelli che papa Francesco ripete soprattutto quando s’incontra con dei sacerdoti e che ripeteva ai gesuiti e ai sacerdoti di Buenos Aires è lo sforzo di fuggire dalla mondanità Spirituale. 
Bergoglio rimase profondamente colpito dalla lettura della Meditazione sulla Chiesa del teologo francese Henri de Lubac, il quale riteneva che la mondanità spirituale è qualcosa d’infinitamente più disastroso di qualsiasi mondanità di ordine puramente morale, «Una forma di antropocentrismo religioso che utilizza la Chiesa a fini temporali – per guadagni politici o personali – trasformandola così in uno strumento per le macchinazioni umane e oscurando il volto di Cristo, la cui rivelazione è la stessa raison d’etre della Chiesa». La vicinanza ai poveri significa per Bergoglio attenzione alla realtà, che permette di smantellare dal di dentro le costruzioni ideologiche di tipo politico, sociale e religioso. 

È stata la frequenza costante dei quartieri poveri di Buenos Aires che ha permesso a Bergoglio di comprendere i malefici di un sistema economico che non solo allarga sempre di più la forbice tra i pochi ricchi e una moltitudine immensa di poveri, ma incentiva il sistema di corruzione a tutti i livelli. È toccando la carne reale dei poveri che Bergoglio comprende la falsità del discorso politico-economico sul mercato finanziario che si autoregola e, aumentando la ricchezza, la distribuisce a chi non ne ha. Quello che lui incontrava e vedeva nei quartieri poveri assieme ai giovani seminaristi gesuiti a metà degli anni ’70 prima e con un gruppo di sacerdoti negli anni ’90 come vescovo ausiliare prima e poi come arcivescovo di Buenos Aires, era ben altro. Soprattutto dopo la spaventosa crisi economica del 2001 che mise l’economia argentina in ginocchio, mentre lo Stato si contraeva e si chiudeva sempre di più in sé stesso, la Chiesa di Buenos Aires espandeva enormemente le proprie attività. Bergoglio aumentò da otto a ventisei il numero di preti delle baraccopoli, e lui stesso passava almeno un pomeriggio alla settimana in una di queste. Era questo a fare la differenza. Bergoglio era un vescovo che non si limitava a impartire degli ordini, ma quello che chiedeva veniva da un’esperienza condivisa. Ecco perché, mentre i potenti non lo vedevano di buon occhio per questo suo stile che gli permetteva anche critiche puntuali sul sistema politico corrotto, era estremamente amato sia dai preti giovani che dalle persone povere del popolo delle baraccopoli.
 L’arcivescovo Bergoglio si permetteva di richiamare lo Stato a ascoltare la gente comune, perché lui lo stesso lo faceva per primo.


[1] Austen Ivereigh riporta nella sua biografia su Bergoglio, la positiva sorpresa che suscitò tra i partecipanti della messa di domenica19 marzo, la prima come Papa. «Il Cardinal Christoph Schonborn, di Vienna, era in lacrime durante l’omelia e sussurrò al Cardinal Timothy Dolan, di New York: “Tim, parla come Gesù”. “Chris, credo sia proprio il suo mestiere” rispose Dolan», in: a. Ivereigh, Tempo di misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio, cit. p. 421.

martedì 6 novembre 2018

DOVE VA LA MISSIONE?






Quando si dice missione s’intende una realtà complessa e mutevole. Dalla Rivoluzione francese alla Seconda guerra mondiale, le forme più correnti di missione si fondano su un modello di conquista e di propaganda della fede. All’inizio del Novecento si fa largo, con Charles de Foucauld, una nuova rappresentazione della missione: presenza e testimonianza di vita tra i mussulmani, movimento in cui entrare piuttosto che attività di fare, secondo il paradigma dell’incarnazione di Dio. Dall’altra parte, il Concilio Vaticano II registra al suo interno due missiologie: una più tradizionale – le missioni al plurale – come attività ad extra; l’altra teologica – la missione al singolare – come dimensione costitutiva della Chiesa. Papa Francesco riporta la missione nel cuore della Chiesa, come pilastro fondamentale della sua conversione pastorale: “sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa”.

Quando si dice missione s’intende una realtà dinamica, mutevole. E allora vogliamo chiederci: “dove va oggi la missione?”. Ne parleremo in diocesi martedì 27 novembre, alle ore 21 presso la Sala Teatro della parrocchia di Fogliano (RE), a partire dal libro Missione, Cittadella Editrice, scritto da P. Mario Menin, missionario saveriano e direttore di Missione Oggi. Per l’occasione, sarà presente l’autore e suor Teresina Caffi, missionaria saveriana, in dialogo con don Paolo Cugini, fidei donum in Brasile. Vi aspettiamo!


lunedì 5 novembre 2018

INDOTTRINATI, OVVERO: DELLA DISTRUZIONE DELLE GIOVANI ANIME








Paolo Cugini
È proprio questo che ci è successo senza accorgercene, anzi spacciando i contenuti appresi come verità, come la realtà. Era così chiaro da sembrare vero. Narcotizzati sin dalla culla. Indottrinati sin dal primo batter di ciglio. Accecati sin dai primi vagiti. E appena inizi a muoverti sei immerso in una realtà uguale, così globale, maggioritaria, da non riuscire a mettere in dubbio nulla, da non pensare nessun sospetto. C’era così tanta gente attorno a noi a pensarla allo stesso modo, da identificare la maggioranza con il vero, la quantità con la qualità, l’apparenza con il reale. Eravamo così innocenti da non dubitare di nulla. Era proprio questa la loro forza: la nostra innocenza. E così hanno potuto prendersi tutto il tempo necessario, tutti i vantaggi per lasciarci nell’inganno, per avvolgerci nelle loro sottili mistificazioni, per depredarci della nostra forza giovanile, delle nostre intuizioni, per disinnescarne la forza esplosiva. Ci hanno riempito la testa di dottrine, d’insegnamenti, di precetti al punto da confonderci così tanto da non saper più distinguere la realtà dalla fantasia. Siamo stati così tanto indottrinati, da rimanere avvolti dai fili sottili di quella dottrina al punto da fare fatica a liberarcene. Ci hanno storditi, questi disgraziati! Perché è questo il problema: la dottrina è entrata dentro di noi, è nella nostra mente, ha avvolto la nostra anima, l’ha sporcata e confusa. E così ci sembra che la realtà sia esattamente conforme a quello che ci è stato insegnato; sembra proprio che quello che la dottrina ci spiega coincida con la realtà.

Appena ci alziamo alla mattina quello che guardiamo, ciò che vediamo, è esattamente conforme a ciò che ci hanno insegnato, anche perché la domanda non ce la poniamo nemmeno: è così e basta. Le domande sulla realtà, su ciò che è davvero reale, se ciò che ci hanno insegnato che le cose siano, corrispondono davvero alla realtà, non si può risvegliare sino a quando non incontriamo qualcuno che vede la stessa realtà in un modo diverso, e la racconta con sfumature diverse, cogliendo aspetti che non avevamo mai visti, mai considerato. Questa mancanza di prospettiva diversa, è dovuta anche al fatto che, solitamente, chi si occupa della dottrina, dei percorsi d’indottrinamento, non si sofferma ai contenuti, ma lavora giorno e notte per fare in modo che, chi riceve l’indottrinamento, stia costantemente vicino a persone che ricevono o hanno ricevuto lo stesso tipo d’indottrinamento, che hanno imparato a guardare la realtà allo stesso modo, dalla stessa finestra, con gli stessi occhiali. Ecco perché non si pongono domande e rimangono allibiti quando incontrano per caso qualcuno che osa mettere in discussione la veridicità di ciò che loro vedono e il modo in cui lo vedono. Non se ci avete fatto caso, ma i costruttori dei percorsi dottrinali fanno di tutto affinché gli indottrinati incontrino coloro che provengono da mondi diversi, il più tardi possibile. Lo stesso vale per tutti coloro che credono così tanto nella dottrina elaborata o ricevuta, che fanno di tutto per mettere in piedi percorsi formativi da somministrare a dose massicce ai poveri piccoli che, sin dalla tenera età, saranno costretti – a loro insaputa (che cose da barbari!) – ad assimilare un unico modo di vedere la realtà, dalla scuola materna sino al termine delle scuole superiori, vale a dire, dai tre anni di età sino ai diciannove. Si pensa, così, che prima si riesce a prenderli, per somministrare ad un individuo il siero della dottrina unidirezionale, più probabilità ci saranno per addormentare l’individuo, per sedarlo, per spegnere le su capacità creative, il suo desiderio di conoscere cose nuove, in altre parole, il suo desiderio di essere sé stesso. Non ho mai capito perché un genitore desideri una cosa simile per suo figlio, per sua figlia. Forse per stare in pace, per stare tranquillo, perché, in fin dei conti, è sempre meglio avere un figlio, una figlia tranquilla che non si pone domande e non ne faccia, che cammini sui sentieri tracciati, piuttosto che uno scalmanato in casa che non lascia nulla al suo posto, che contesta tutto e tutti, che non lascia in pace nessuno.

Verrebbe da dire che questo inganno dottrinale, questa grandissima porcata dottrinale, questa pazzesca mistificazione del sapere, sia un processo senza ritorno, contro cui ora è impossibile fare qualcosa. E invece no: qualcosa possiamo ancora fare, per tornare ad essere noi stessi. A differenza, infatti, di quello che i propugnatori delle dottrine pensano, c’è sempre qualcuno che cresce in modo diverso, che un giorno si alza e comincia a pensare in modo autonomo, comincia a vedere le cose non come gliele hanno insegnate. C’è sempre qualcuno che si alza una mattina e guarda alla finestra della vita e vede le cose così come sono e non come gli hanno insegnato a vederle e scopre che sono buone. E così, comincia a capire che tutte quelle dottrine che minacciano castighi per coloro che vedono le cose in un modo diverso rispetto a ciò che si è appreso, hanno qualcosa che non va, qualcosa di strano, qualcosa di sbagliato. Arrivare a comprendere che non è la realtà che è sbagliata, ma la sua interpretazione dottrinale, è il massimo della conoscenza.

 Porsi delle domande, porsi degli interrogativi: è l’inizio della possibilità di una nuova vita. Ed è proprio questo il dato di fatto importante, vale a dire la scoperta delle domande, della loro potenza devastante, costruttiva, rivelativa: l’importanza delle domande per la salvezza della vita. Dovrebbe essere questo il principale obiettivo di coloro che hanno una funzione educativa: aiutare un figlio, una figlia, uno studente, un’amica a porsi delle domande, ad interrogarsi, a porsi dei perché, senza poi voler mettere allo stesso tempo in bocca delle risposte, perché queste devono apprendere a trovarle da soli. Se sei un bravo padre, se sei una madre con un po' di sensibilità, se sei un insegnata amante della vita fai di tutto affinché chi hai di fronte, si ponga le domande importanti della vita, e poi mettiti da parte, lascia che chi si pone delle domande faccia la fatica di trovarsi le risposte.  

A cosa serve la dottrina e a chi serve? La dottrina è un’elaborazione di contenuti che hanno l’obiettivo di offrire idee chiare, attraverso argomenti fruibili da tutti. Il desiderio di chi elabora una dottrina è che sia seguita dal maggior numero di persone. C’è una dottrina economica, politica, religiosa, filosofica e altro. Una delle caratteristiche fondamentali della dottrina è che non può essere messa in discussione: può solo essere assimilata. La forza di una dottrina consiste nel venire condivisa da un grande numero di persone. Quando ciò avviene, la dottrina è identificata con la verità e, per questo, è indiscutibile e colui o coloro che la mettono in discussione, rischiano la vita, perché divengono pericolosi per il sistema. Chi elabora dottrine ha interessi da proteggere e la dottrina è direttamente proporzionale agli interessi che si vogliono a tutti i costi proteggere. La dottrina è costruita apposta per fare in modo che la gente, non solo pensi tutta allo stesso modo, ma che non giunga a cogliere la realtà delle cose. Questa è già un’importante indicazione di metodo: per uscire dallo schema della dottrina e per smascherare la sua falsità: occorre fare di tutto per mettere le persone a contatto con la realtà. Solo la realtà, infatti, salverà il mondo, perché solo la realtà ci può consegnare i criteri della verità. È la realtà che ci può svelare se la dottrina appresa è buona, rispettosa del reale, attenta cioè alla vita. Solo l’aderenza alla realtà ci aiuta a liberarci delle catene dottrinali, dai carceri nei quali siamo finiti durante la vita, per poter finalmente vivere in modo libero, per poter essere finalmente noi stessi.


sabato 27 ottobre 2018

ECCLESIOGENESI: LA CHIESA SOGNATA DA LEONARDO BOFF






Paolo Cugini

La Chiesa che nasce dal basso
In America Latina il tema della Chiesa come popolo di Dio non solo viene positivamente recepito, ma provoca un nuovo modo di essere Chiesa nel cammino di un intero continente, prende vita una produzione teologica che preoccupa sempre di più la gerarchia romana. I testi del teologo brasiliano Leonardo Boff in materia ecclesiologica vengono considerati pericolosi[1] ed eretici al punto da subire un processo da parte della Congregazione per la dottrina della Fede nel 1984[2]. Nei suoi testi Boff elabora un pensiero ecclesiologico a partire dall’esperienza delle Comunità Ecclesiali di Base (CEB), sorte in America Latina negli anni ’50 e rafforzatesi nell’immediato dopo-concilio grazie, soprattutto, alla positiva presa di posizione della II conferenza della Chiesa Latinoamericana, radunatasi a Medellin nel 1968 per attualizzare nel Continente le intuizioni del Concilio. Già questa prima osservazione è significativa perché mostra lo scarto esistente tra il modo di fare teologia in Occidente e quello elaborato in America latina. Leonardo Boff elabora una ecclesiologia “dal basso”, vale a dire osservando e descrivendo ciò che concretamente sta avvenendo nella Chiesa Latinoamericana e, in modo particolare, in Brasile nell’esperienza delle CEB. Nei testi di Boff il punto di riferimento costante che guida la riflessione è l’attenzione all’esperienza di Chiesa in atto, al popolo di Dio che settimanalmente si trova nelle piccole comunità di base. Tra la Lumen Gentium e il testo conclusivo del Sinodo straordinario di Roma del 1985 in cui viene sostituita l’ecclesiologia del popolo di Dio con l’ecclesiologia di comunione, la produzione ecclesiologica del teologo brasiliano Leonardo Boff è, a nostro avviso, fondamentale, per comprendere il delicato passaggio e l’oscuramento di un’espressione importante dell’ecclesiologia del Vaticano II.

Secondo Boff il nascere delle comunità di base e lo stile comunitario che in esse si sviluppa contengono un innegabile peso che mette in questione l’attuale modo di vivere nella Chiesa. «La chiesa comincia a nascere dalla base, dal cuore del Popolo di Dio. Questa esperienza mette in crisi il modo comune di pensare la Chiesa e ci fa riscoprire la fonte genuina che permanentemente fa sorgere e sviluppare la Chiesa: lo Spirito Santo». Si tratta, dunque, di una vera e propria reinvenzione della Chiesa che mette a nudo il limite accumulato nel corso dei secoli di un cammino di Chiesa incentrato sul rapporto Chiesa-Cristo in una prospettiva giuridica. Questo rapporto venne articolandosi sul modello delle relazioni che una società ha con il suo fondatore. Gesù Cristo affidò ogni potere ai Dodici e costoro ai loro successori, i vescovi e il papa. Furono considerati come gli unici depositari di tutte le responsabilità avendo concentrato su di sé tutti i poteri della Chiesa, «di modo che essi si trovano in presenza di una comunità divisa tra governanti e governati, celebranti e assistenti, produttori e consumatori di sacramenti». In tale rapporto schematico, la gerarchia era l’unico rappresentante della Chiesa universale e particolare. Secondo Boff questa visione di Chiesa si è sviluppata in Occidente sulle tracce di una cristologia, che considera Gesù Cristo solo nella sua esistenza secondo la carne e non pensa a Cristo risorto con i mutamenti in lui operati dalla risurrezione, come l’ubiquità cosmica e la natura pneumatica del suo corpo. Boff conclude la sua riflessione affermando che: «La Chiesa non nacque solo dal sangue squarciato di Cristo, ma anche dalla Spirito Santo nel giorno della Pentecoste».

 Le CEB aiutano la Chiesa a credere nella presenza viva del risorto e dello Spirito presente nella comunità, che non si struttura per una decisione deduttiva dall’alto, ma che vive grazie all’azione dello Spirito, che si manifesta e organizza in mezzo al popolo di Dio. In altre parole, secondo Boff, la storia e l’esperienza delle CEB, così come sono venute formandosi in America Latina, rivelano un volto di Chiesa suscitata dallo Spirito Santo nel cuore degli uomini, una Chiesa che non è nata e non si è strutturata per una volontà giuridica o gerarchica, ma autonomamente e spontaneamente come manifestazione della fede nel risorto, che conduce un gruppo di persone animate dallo Spirito Santo a desiderare di vivere il Vangelo di Gesù Cristo nella loro specifica realtà. In questa prospettiva, continua Boff: «Il fatto di riconoscere la presenza del risorto e dello Spirito nel cuore degli uomini ci fa pensare alla Chiesa considerata più nelle sue espressioni di base che nei vertici; ed è un accettare la corresponsabilità di tutti nell’edificazione della Chiesa e non appena di alcuni uomini dell’istituzione clericale». Nello schema della Chiesa piramidale, la categoria popolo di Dio decorre come il risultato di un’organizzazione previa, nella quale il potere si concentra sull’asse vescovo-sacerdote. In questo stile di Chiesa il laico deve solo ricevere e nulla produrre in termini di organizzazione: è per certi aspetti, funzionale alla struttura. A questo punto Boff si chiede: la Chiesa nasce da un’organizzazione oppure è il contrario? Quando è l’organizzazione che decide la strutturazione della Chiesa, significa che ci troviamo dinnanzi ad un’ideologia della classe dominante, che elabora una teologia affinché i propri diritti e privilegi siano mantenuti. In questa concezione ecclesiologica, Cristo e lo Spirito non fruiscono di un’immanenza immediata, ma solo mediatizzata attraverso i ministeri e gli ordini. Per questo, la gerarchia sta al centro di interessi e non già il risorto e lo Spirito con i sui carismi. Secondo Boff questa impostazione ecclesiologica non ha come supporto la teologia, ma il diritto: «secondo essa il potere è divino solo per l’origine e nel suo esercizio segue l’organizzazione di ogni potere profano con i suoi meccanismi di coercizione, di sicurezza e di controllo».

Chiesa comunità di base: il popolo di Dio
Nella prospettiva della Chiesa come comunità di base, la realtà popolo di Dio emerge come prima istanza e l’organizzazione come seconda, derivata e a servizio della prima. La forza di Cristo non è presente solo in alcuni membri – Papa, vescovi, presbiteri – ma in tutto il popolo di Dio, portatore della triplice funzione di Cristo, rendendo in questo modo visibile l’intuizione conciliare della Lumen Gentium. In questo modo, il potere di Cristo si diversifica secondo le funzioni specifiche, ma non esclude nessuno. «Prima ancora che appaiano in forma visibile attraverso le mediazioni umane (nella persona del Vescovo, del sacerdote e del diacono), il Signore risorto e lo Spirito sono già presenti nella comunità […] La gerarchia è posta per una funzione sacramentale di organizzazione e di servizio in una realtà a cui essa non diede vita, ma che trovò già costituita e nella quale essa venne a trovarsi inserita». Le CEB realizzano l’idea di una Chiesa popolo di Dio, dove gli uomini e le donne si sentono fratelli e sorelle, una Chiesa-comunità, che rende visibile il Corpo di Cristo.

Un nuovo modo d’intendere la gerarchia
In questa prospettiva, Boff elabora una riflessione che presenta la gerarchia come carisma a servizio della comunità. Gesù, infatti, non scelse i Dodici perché fossero i fondatori di future chiese, ma li costituì come comunità, Chiesa messianica ed escatologica, che poi diede origine ad altre comunità. E’ a partire da questa presa di coscienza storica, che vede la comunità che Gesù ha istituito come comunione di fratelli e sorelle con uguali dignità, che svolgo diversi servizi, che è possibile cogliere l’importanza del carisma specifico del governo e guida della comunità, che presiedono all’unità della stessa. Il compito specifico di chi è chiamato a servire la comunità nel carisma della guida:

                            Non sta nell’accumulare e concentrare, ma nel partecipare e coordinare. E’ un carisma che non è posto fuori, ma dentro la comunità, non sopra di essa, ma a vantaggio di essa […] Il servizio di unità, sia come guida di una comunità sia come papa, non prende l’indirizzo di un potere autocratico sulla Chiesa, ma al di dentro di essa e in funzione di essa. Proprio come scrisse sant’Agostino: vescovo per voi, cristiano con voi. Non viene ordinato qualcuno esclusivamente per una funzione di direzione; non c’è un presidente senza una sua comunità; per questo motivo i Concili di Nicea (325) e di Calcedonio (451) considerano nulle le ordinazioni svincolate dalla base.

Il cammino delle CEB, secondo Boff, rende visibile la proposta conciliare della Chiesa come popolo di Dio, il principio di uguaglianza tra i membri che formano la comunità, il significato autentico del ruolo di colui che dalla stessa comunità è chiamato a svolgere il compito di guida, strumento di unità. Diviene evidente che tutti i servizi nascono al di dentro della comunità e per la comunità. Ancora una volta, sottolineiamo il dato fondamentale che Boff non sta presentando una propria teoria ecclesiologica, ma sta formalizzando l’ecclesiologia delle CEB, nelle quali lui stesso prestava servizio. Una comunità nella quale vengono bloccate le vie di partecipazione in tutte le direzioni, come accade secondo Boff nello stile di Chiesa piramidale, non può avere la pretesa di chiamarsi comunità, perché per essere tale deve prevalere il principio di uguaglianza di tutti i partecipanti, sostenuto anche dalla Lumen Gentium. Secondo Boff il problema che la Chiesa ha vissuto sino ad ora e che il cammino storico delle CEB ha posto in evidenza, consiste nel fatto che coloro che avevano la funzione di guide della comunità, vale a dire i vescovi e i presbiteri, hanno esercitato il loro potere al di sopra della comunità, come un corpo a sé stante, monopolizzando tutti i servizi e poteri, e non dentro di essa, cercando di partecipare nel rispetto dei vari carismi e in funzione dell’unità dello stesso corpo. Se allora, ci si chiede quale modello di Chiesa rispecchia di più lo stile di comunità voluto da Gesù, Boff non ha dubbi: quello vissuto attualmente dalle CEB.

Anche i laici possono celebrare l’Eucarestia
È questo stile di Chiesa di fratelli e sorelle uguali, che percepisce il carisma della guida all’interno della comunità e a servizio della stessa che Boff, nella seconda parte del testo, affronta due problemi che a suo modo di vede sono fondamentali per il camino delle CEB, vale a dire la possibilità dei laici di celebrare la cena del Signore e la possibilità del sacerdozio della donna.

Il tema della cena del Signore celebrata da laici si pone per il fatto che, i fedeli laici, che partecipano della via delle CEB, alla domenica hanno la possibilità di accedere all’eucarestia solamente saltuariamente, a causa della scarsità del clero, che spesso deve attendere a parrocchie costituite da decine di CEB. Se è l’Eucarestia a fare la Chiesa allora è giusto porsi il problema, come fa Boff nel suo testo, sulla possibilità di permettere che qualcuno della comunità celebri la cena del Signore. Uno dei cammini possibili che potrebbero essere percorsi è quello fondato sul carattere battesimale e sul potere che il battesimo conferisce alla Chiesa di essere un corpo sacerdotale. Boff, a questo proposito cita lo studio del teologo F.J. Van Beeck[3], che sosteneva che i sacramenti post battesimali «sono la concentrazione e la specificazione del sacramento del battesimo e come tale è un sacramentum fidei et ecclesiae» e non solo sacramento riservato al presbitero e al Vescovo. «In questo modo il sacerdozio ministeriale (del sacerdote e del Vescovo) dev’essere pensato in base al sacerdozio universale dei fedeli e dentro di esso, cioè nella successione apostolica che è data a beneficio di tutto il popolo di Dio». Come ci sono ministri straordinari per il battesimo e per il matrimonio, Boff si chiede se non potrebbero essere dei ministri straordinari che celebrano l’eucarestia. Anche in questo caso, come nel precedente, propone come possibilità per elaborare una risposta esauriente ad un problema effettivo, che non si guardi al passato mediante la successione lineare, ma un riferimento alla presenza del risorto e del suo Spirito nella comunità, Spirito che in essa opera perché sia un’autentica comunità di discepoli e discepole.

Le donne presbitere
Stesso tipo d’impostazione del problema riguarda il tema del sacerdozio femminile. Se, infatti, è vero che il problema dell’eucarestia domenicale s’impone nelle CEB per il fatto che attualmente non ci sono sacerdoti in grado di accompagnare le migliaia di CEB presenti sul territorio latinoamericano, altrettanto vero è il fatto che queste comunità sono guidate per la maggior parte dei casi da donne. Sempre di più le donne assumono delle funzioni direttive nelle CEB. Secondo Boff «il tema del sacerdozio della donna fa parte della tematica più generale della liberazione della donna […] L’aspirazione generale è di veder riconosciuta la differenza tra i due sessi, senza privilegiare nessuno di essi». Anche in questo accaso Boff fa appello al principio di uguaglianza formulato da Paolo e alla presa di posizione di Gesù nei confronti della difesa della donna contro le arbitrarietà della legislazione giudaica nel campo del matrimonio. Per questi motivi, è possibile sostenere secondo il teologo brasiliano, che in se stesso il cristianesimo include il germe di una completa liberazione della donna dalle discriminazioni della cultura patriarcale. «Fin dove potrà arrivare la Chiesa – si chiede Boff – forse fino ad una totale uguaglianza dei due sessi nel poter accedere ai sacri ministeri, ivi compresa l’ammissione al sacerdozio? O vi saranno anche qui strutture definite di ordine e di diritto divino che lo impediscono?». Dopo aver dedicato alcune pagine per approfondire il tema di Gesù come voce di un uomo in difesa delle donne, Boff approfondisce il discorso affermando che non vi sono argomenti teologici determinanti contro l’ordinazione della donna, ma solo disciplinari. In questa prospettiva cerca di confutare le principali obiezioni al sacerdozio femminile per arrivare a sostenere che:

 Dal punto di vista dell’ermeneutica e dell’esegesi non ci sono argomenti scritturistici determinanti che escludano le donne dall’ordine sacerdotale. La tradizione non porta nessun principio teologico fondamentale che giustifichi la prassi attuale di conferire il sacerdozio solo agli uomini. Si può affermare con sufficiente chiarezza che tale prassi è dovuta ad uno sviluppo storico-sociologico […] L’esclusione della donna dal sacerdozio rifletteva la sua condizione d’inferiorità nella società stessa. Si tratta quindi non di una tradizione dottrinale, ma del sopravvivere di un costume millenario, costume che può essere suscettibile di trasformazioni in seguito alla nuova coscienza della dignità della donna e della collaborazione che essa può dare nella Chiesa.

Secondo Boff non è sufficiente pronunciarsi a favore dell’ordinazione della donna al sacerdozio, ma occorre sostenere che l’eventuale sacerdozio della donna non potrà essere il sacerdozio attuale degli uomini. Il sacerdozio attuale che esiste nella Chiesa è, infatti, segnato profondamente dall’immagine dell’uomo maschio e celibe. Per sostenere la sua tesi Boff riporta l’opinione della teologa tedesca Van Der Meer, la quale sosteneva che:
Bisogna riconoscere che la donna non si adatta ai ruoli ecclesiali derivatici da un lungo processo storico e che ancora oggi sussistono. Solo quando queste funzioni saranno riformulate a partire dalla comunità e in relazione a essa, avrà senso conferirle alle donne. Con ciò risulta chiara la conclusione che il sacerdozio particolare della donna non è ancora adeguato alla fase dello sviluppo attuale (storico-salvifico) della Chiesa.
Ci siamo soffermati ad analizzare l’impostazione ecclesiologica di Leonardo Boff perché, a nostro avviso, aiuta a comprendere i possibili sviluppi ecclesiologici della rivoluzione copernicano operata dal Concilio quando ha definito la Chiesa popolo di Dio. L’esperienza delle CEB che, come abbiamo visto, è ancora in atto nonostante abbia subito nel tempo alcune significative trasformazioni, incarna in modo visibile l’idea di Chiesa come popolo di Dio e produce delle conseguenze significative sul piano ecclesiologico, che rendono comprensibili, con gli occhi di poi, l’intervento autoritario di Roma.

Una Chiesa libera dal potere temporale
In Chiesa: carisma e potere, il libro che provocò la dura reazione di Roma, Boff non nasconde il suo entusiasmo per il cammino delle CEB e la possibilità di una riforma radicale della Chiesa. Dopo avere sferzato, nella prima parte del volume, la gerarchia della Chiesa soprattutto sulla questione della violazione dei diritti umani e dell’abuso di potere, non nasconde, nella seconda parte, il suo entusiasmo per il cammino delle CEB e sulla possibilità, grazie a questo nuovo modo di essere Chiesa, di creare una rivoluzione all’interno di essa. «Una parte significativa della Chiesa/istituzione – sostiene Boff – a partire da una meditazione evangelica e da una lettura teologica dei segni dei tempi, ha compreso le sfide che vengono che vengono lanciate alla fede cristiana e tenta di rispondervi responsabilmente». Si sta assistendo, grazie al cammino delle CEB, al sorgere di una nuova Chiesa, generata nel cuore della vecchia. Si tratta di comunità di base, alla periferia delle città, chiesa dei poveri fatti di poveri con inserimento di vescovi, preti, religiosi negli ambienti emarginati. Il perno centrale di questo cammino, ribadisce il teologo brasiliano, «sta nell’idea di Chiesa popolo di Dio, pellegrino, partecipe di tutti i rischi e contento delle piccole conquiste, con un senso molto profondo della sequela di Gesù Cristo, identificato nei poveri, i perduti e abbandonati della terra». Non è più una Chiesa che vive nei palazzi, ma in mezzo alla gente, nel mondo del lavoro nel cuore del mondo secolare. E’ questo nuovo cammino, chiamato ecclesiogenesi che permette alla Chiesa di essere segno di Cristo nel mondo. Per questo motivo, il papato, l’episcopato e il presbiterato non perderanno la loro funzione, semplicemente guadagneranno nuove funzioni, probabilmente più evangeliche. Secondo Boff, il popolo si meraviglia perché la Chiesa sia arrivata così tardi a questo cambiamento, recuperando il significato originario proponendo nel Concilio Vaticano II l’idea di Chiesa come popolo di Dio.
Il cambiamento è stato dalla parte dei preti. I quali non si sentivano più staccati dalla gente, con la loro formazione di élite e i vari privilegi del loro stato. Il prete si incarnava. Si mescolava con il popolo. Questo processo si è realizzato sotto il segno della secolarizzazione. Il prete lasciava quasi tutti i segni sacrali di cui era investito: talare, clausura per i religioso, semplificazione della liturgia, canoniche aperte al popolo.

La trasformazione della Chiesa che sta avvenendo grazia all’impulso prodotto dalle CEB e che sta già modificando il significato dei ruoli all’interno della comunità, provoca anche un cambiamento nella relazione della Chiesa con il mondo. L’attenzione, infatti, non è solo più ad intra, ma anche e soprattutto ad extra. La comunità di base prende coscienza della propria missione nel mondo. Non ha più senso preoccuparsi dei problemi interni alla comunità, se fuori dalla stessa campeggia la miseria, lo sfruttamento. La comunità inizia, così, ad interessarsi non solo dei problemi sociali, ma provoca lo studio dei meccanismi di oppressione.  «Sul piano della comprensione della gente, si fa necessaria una comprensione scientifica della realtà. Per scientifico non s’intende l’uso di parole tecniche e di ricerche dettagliate. Scientifico significa conoscenza di ciò che sta dietro i fenomeni».

La ricerca delle cause della povertà nella realtà in cui vive la comunità, dice del rapporto fede e vita che è specifico delle CEB, che cerca di dare speranza al povero che si sente parte di un ingranaggio senza uscita, ma che nella comunità trova un motivo di speranza. La Chiesa popolo di Dio assume, dunque, una valenza sociale e sociologica, in quanto non solo si pone al servizio delle persone povere, ma cerca anche di capire i meccanismi che generano la differenza di classe, alla base della povertà dei molti e del benessere di pochi. La ricerca delle cause non offre solamente spunti sociologici, ma offre il materiale per delineare un vero e proprio itinerario mistico-spirituale di resistenza al sistema oppressivo. È nella comunità che i poveri si ritrovano per trovare forza nella Parola di Dio e indicazioni per comprendere i meccanismi assurdi del potere oppressore e immettersi in una lotta di liberazione.



[1] Cfr. in modo particolare: L. BOFF, Ecclesiognesi. Le comunità ecclesiali di base reinventano la Chiesa, Borla, Roma 1978; ID.: Chiesa: carisma e potere, Borla, Roma 1983
[2] Il processo avverrà il 7 settembre 1984. Il testo in questione è Chiesa, carisma e potere, accusato di essere eccessivamente inficiato di tesi marxiste. I maggiori teologi del mondo sulla rivista internazionale "Concilium" presero posizione con una dichiarazione di solidarietà ai teologi della liberazione accusando i gruppi integristi di voler accentuare la divisione nella chiesa. Boff venne assistito dal cardinale Aloisio Lorscheider anch' egli francescano, figura profetica della chiesa latino-americana, il quale tuttavia dovette restare muto testimone durante il processo. Gli stessi francescani in qualche modo vennero chiamati in causa. Nel volume preso di mira dal Sant' Uffizio, Boff ipotizza una nuova divisione del potere religioso nella chiesa e sollecita, fra l' altro, più coerenza tra la proclamazione dei diritti umani e la sua applicazione all' interno della chiesa.
[3] F.J. VAN BEEK, Nato dalla Vergine Maria, Ed. La Scuola, Brescia 1999.