martedì 24 febbraio 2026

LA CRISI DEL DISCORSO. Alla ricerca di una nuova razionalità

 




Paolo Cugini

 

Parlare di crisi del discorso presuppone che si dia per scontata una situazione culturale in cui il discorso di tipo razionale non funziona più come prima, ovvero, almeno nel mondo occidentale, come veicolo univoco di contenuti. È importante imparare a non gettare via il bambino con l'acqua sporca. Dire che il discorso è in crisi non significa che dobbiamo abbandonare la ragione o il ragionamento, quanto piuttosto valutare un modo di ragionare. Il problema è: di quale discorso si tratta? Quale discorso è in crisi? È il discorso occidentale, che è deduttivo, idealista, che utilizza il ragionamento ma non lo esaurisce. È in questo contesto occidentale che è avvenuta l'identificazione della ragione con la scienza e tutte le sue conseguenze.

Il discorso moderno idealista ha lasciato fuori dal dibattito tutto ciò che, a suo avviso, non rientrava nell'ambito dell'orizzonte della ragione: religione, sentimenti, valori. Sono proprio questi elementi che stanno emergendo come centro del dibattito culturale contemporaneo, post-moderno. La religione sta vivendo quello che è stato definito il "ritorno del sacro", contraddicendo la tesi dei filosofi del sospetto. La vita sentimentale, slegata da valori orientativi, sta cambiando le relazioni umane. La stessa etica, priva di un centro di riferimento razionale, fatica a trovare risposte esaustive.

Questo è un dato di partenza che meriterebbe di essere discusso, poiché non tutti sono d'accordo. Assumendo, dunque, come punto di partenza del dibattito che il discorso sia in crisi, si possono visualizzare non solamente aspetti negativi, ma anche e, a mio avviso, soprattutto, alcune nuove possibilità sino ad ora un po' precluse. Il problema della crisi del discorso mette in scacco il delicato problema del rapporto tra pensiero e realtà. Se siamo qui a riflettere sulla crisi del discorso è perché la realtà, nel corso degli ultimi secoli, si è ribellata ai propri interpreti. La realtà non accetta di essere confinata entro un recinto di concetti già pronti, prestabiliti. Il pensiero forte deduttivo del mondo moderno ha cercato di imprigionare la realtà per dominarla, ma essa si è ribellata. Se il discorso è in crisi è perché il modo di interpretare la realtà tipico del mondo moderno è fallito, si è dimostrato errato, lacunoso.

Questo dato rivela altri elementi importanti. La crisi del discorso deduttivo svela l'origine delle crisi politiche della cultura occidentale. Il tema centrale in questa fase è la violenza e il discorso tipicamente violento di una cultura forte, che presenta un discorso unico che pretende di essere universale. La violenza religiosa ha una sfumatura logica: questo è un dato importante. Non è il contenuto religioso ad essere violento, ma il modo di interpretarlo. Quante persone hanno subito la violenza della Chiesa? Quante guerre sono state scatenate per motivi religiosi, a causa di interpretazioni "dure", rigide, di versetti biblici? Lo stesso si può dire della violenza ideologica (marxismo) dei vari totalitarismi che hanno devastato l'Occidente negli ultimi secoli: sono stati modi forti del discorso razionale-deduttivo.

Non tutto il male viene per nuocere. La crisi del discorso (deduttivo), oltre a presentare tutta una serie di problemi che in parte ho appena mostrato, offre anche nuove possibilità per la cultura occidentale. Quali sono queste possibilità?

Dal punto di vista filosofico: la possibilità di costruire un discorso dialogico che sappia rispettare le diverse componenti del dialogo (Habermas, Apel). In questo senso, sono di estrema rilevanza i contributi di Buber, Levinas, Mounier, tra gli altri. Non solo. Non è un caso che, proprio in questi ultimi decenni si sia sviluppato un discorso di tipo ermeneutico, l’esigenza, cioè, si uscire dallo spazio angusto di una verità pensata in modo astratto, per poterla guardare da vari punti di vista e scoprire, così, la bellezza della differenza.

Dal punto di vista biblico si coglie l’esigenza di un maggiore spazio da dare ad un ascolto autentico della Parola di Dio e un'interpretazione più aggiornata (teoria di Vattimo). Uscire da una lettura fondamentalista e da un’interpretazione univoca, è la grande sfida lanciata dal Vaticano II e assimilata nel cammino delle comunità.

Dal punto di vista ecclesiale emerge il discorso di una Chiesa di minoranza e non di maggioranza, che può condurre ad uno stile più sinodale, di ascolto e ad una comunità in cui il principio di uguaglianza è visibile.

La crisi del discorso deduttivo, dunque, non va colto semplicemente nella sua negatività, ma soprattutto, nelle nuove possibilità che si aprono.

 

domenica 22 febbraio 2026

IL RINNOVAMENTO LITURGICO DEL CONCILIO VATICANO II: PROBLEMI ATTUALI

 



 

Paolo Cugini

 

 

Il documento del Concilio Vaticano II sulla liturgia Sacrosantum Concilium (SC) secondo molti studiosi è stato il più radicalmente rinnovato e il più chiaramente anti-tradizionalista.

La riforma liturgica generò il cambiamento più significativo reso possibile dal Concilio e quello che maggiormente assorbì il rinnovamento apportato dagli studi del movimento teologico sviluppatosi nei decenni precedenti allo stesso Concilio.

Si può affermare che mettere in discussione la liturgia del Vaticano II è come prosciugare una delle fonti teologiche del Concilio” (Faggioli, 2013, p. 75).

Il ritorno alle fonti è stata una delle parole chiave per la teologia del XX secolo, perché incarnò la necessità per la teologia di tornare alle antiche fonti della Chiesa, al fine di realizzare l’unità tra la chiesa e il mondo moderno e tra i cristiani e l’umanità. L’impressione che si ha osservando gli sviluppi post-conciliari è che il movimento liturgico è stato rinnegato dal cattolicesimo contemporaneo.

Secondo Faggioli la principale accusa mossa contro il movimento liturgico è che: “preparò la riforma liturgica non sulla base di un profondo fondamento teologico, ma sulla semplice base del bisogno di riconquistare una società cristiana sul punto di cadere nelle mani della secolarizzazione e della modernità dopo lo shock della Rivoluzione francese e la cultura liberale del XIX e XX secolo” (Faggioli, 2013, p. 31).

Forse, però, il problema va cercato altrove e cioè nella deformazione he il cristianesimo ha subito lungo il suo percorso secolare. Se, infatti, la liturgia dovrebbe riprodurre i tratti dell’umanità di Gesù, allora si può tranquillamente sostenere che ci siamo smarriti. È difficile, se non impossibile, in pochi decenni modificare la deturpazione che la liturgia cattolica ha subito per opera di coloro che, più che l’umanità di Gesù, umile e povero, volevano a tutti i costi manifestare i tratti del potere imperiale. E così ci troviamo le sacrestie infestate di abiti e suppellettili che non hanno nulla in comune con le pagine del Vangelo, ma molto con le pagine di quella storia scritta da hi sta al centro fatta di usurpazioni, sopraffazioni e morte. Togliere dalla testa questa liturgia e, soprattutto, provare a spiegare con i testi dei Padri dei primi secoli che quella liturgia sorta a braccetto con il potere è la negazione del Vangelo, è un’impresa ardua, estrema.

Forse, uno dei cammini possibili, sono le sperimentazioni nella base del popolo di Dio. Nelle comunità ecclesiali di base si trovano laiche e laici abituati a preparare liturgie della parola domenicali, ad essere creativi e, di conseguenza, pronti per vivere le novità del Concilio.

sabato 21 febbraio 2026

SPINOZA: LA BIBBIA, UN PRODOTTO UMANO E STORICO

 


 

Paolo Cugini

 

Secondo Spinoza, la superstizione religiosa presente nella Chiesa del suo tempo era intrisa di pregiudizi causati dal disprezzo per la luce della ragione da parte dei fedeli, che leggevano le Sacre Scritture letteralmente e: "assumevano fin dall'inizio la verità divina di tutto il loro testo" (Spinoza, 1954, p. 612). Spinoza difende la libertà di credo, di pensiero e di espressione e, pertanto, nella prefazione al Trattato teologico-politico afferma addirittura che: "la libertà di filosofare non minaccia alcuna vera pietà, né la pace nella comunità pubblica. La sua soppressione, al contrario, scatena la rovina sia della pace che della pietà". Lo stesso discorso non vale per le monarchie, colpevoli, secondo Spinoza, di ingannare gli uomini, usando la paura dell'inferno per soggiogare i popoli in nome della religione. Spinoza spera di «smascherare i meccanismi profondi della pseudo-religione fondata sulla superstizione e quindi svelare le vestigia di un'antica servitù dell'anima». È da questa consapevolezza che Spinoza propone di leggere le Scritture con l'aiuto della ragione, per comprendere meglio il contesto storico in cui questi testi furono scritti, nonché le intenzioni degli autori.

La tesi principale di Spinoza è che la Bibbia non è la parola infallibile di un Dio trascendente, ma piuttosto un prodotto umano e storico, soggetto a errori e difetti. "Ogni rivelazione divina passa prima attraverso le luci naturali della mente" (Spinoza, 2013, p. 98). Spinoza tratta i testi biblici come qualsiasi altro documento antico, utilizzando metodi esegetici che sarebbero stati rivoluzionari per l'epoca. Spinoza mette in dubbio la paternità del Pentateuco da parte di Mosè, osservando che il testo parla di Mosè in terza persona e include un resoconto della sua morte. Egli fa riferimento al commentatore ebreo del XII secolo Ibn Ezra, che aveva già sollevato dubbi sulla paternità del Pentateuco, ma in modo allusivo. Spinoza conclude, più direttamente, che il Pentateuco fu scritto da qualcuno vissuto molto tempo dopo Mosè. 

Egli suggerisce persino il sacerdote Esdra come possibile editore, un'idea che anticipa le ipotesi documentarie della successiva critica biblica. L'ermeneutica di Spinoza stabilisce una netta separazione tra ragione filosofica e teologia. Per lui, la filosofia cerca la verità attraverso la ragione e l'osservazione della natura, mentre l'obiettivo principale della teologia è l'obbedienza e la pietà. Il contenuto della Bibbia deve essere compreso nei suoi termini propri, e non reinterpretato per adattarlo a concetti filosofici. "La Scrittura non ha lo scopo di insegnarci verità filosofiche astratte" (Spinoza, 2013, p. 46). Il suo scopo è morale, orientato alla condotta. L'analisi di Spinoza non si ferma alla paternità dei testi. Estende la sua critica a elementi centrali della fede giudaico-cristiana, come miracoli e profezie. Infatti, Spinoza nega la possibilità che i miracoli violino le leggi fisse e immutabili della natura. Egli sostiene che quelli che la gente chiama miracoli sono, in realtà, eventi naturali la cui causa è sconosciuta o poco compresa dagli autori biblici, privi di conoscenze scientifiche. Invece di ispirare la fede, la fede nei miracoli la mina, poiché suggerisce un Dio che agisce in modo arbitrario e incoerente. Spinoza estese la stessa critica alle profezie dei profeti, i quali, a suo dire, non possedevano un intelletto superiore o filosofico. La profezia era, invece, un tipo di conoscenza immaginativa, adattata alla capacità di comprensione e alle credenze culturali dei profeti e del popolo a cui si rivolgevano. 

Poiché la profezia si basa sull'immaginazione e non sulla ragione, la sua autorità è limitata alla sfera morale e non può sostituire la verità filosofica. Il nucleo del progetto ermeneutico di Spinoza non è solo la critica alla religione, ma anche la difesa della libertà di pensiero e della tolleranza religiosa. Limitando la portata della Bibbia a questioni morali e di obbedienza, Spinoza ha aperto alla filosofia lo spazio per indagare la natura e la verità senza essere censurata dalle autorità religiose. Da questa lettura, Spinoza sostiene che il vero insegnamento della Scrittura è un semplice imperativo morale: amare Dio e il prossimo. Le dispute teologiche sui dogmi metafisici sono irrilevanti per la vera pietà e non dovrebbero essere motivo di persecuzione o controllo del pensiero. Sappiamo che, a causa di queste posizioni, Spinoza fu perseguitato, soprattutto dal mondo religioso ebraico.

 

martedì 10 febbraio 2026

La zona franca di Manaus è un modello che riproduce la povertà

 

Veduta della zona Franca di Manaus



 

Lucio Carríl (https://bncamazonas.com.br/ )

Traduzione: paolo Cugini

 

Il cosiddetto polo industriale di Manaus ha battuto il suo record di fatturato quest'anno. Da gennaio a ottobre, ha raggiunto un totale di 189,53 miliardi di reais, pari a 33,93 miliardi di dollari, generando 131.227 posti di lavoro, tra posizioni permanenti, temporanee e in outsourcing. Entro la fine dell'anno si prevede che il fatturato supererà i 200 miliardi di reais. La Suframa (Sovrintendenza della zona Franca di Manaus) festeggia. Festeggiano gli imprenditori, festeggia il governo statale. Il sindaco di Manaus, che ama organizzare feste con i soldi altrui, festeggia nei Caraibi.

Lo stipendio medio nel distretto industriale è di poco superiore a due salari minimi (3.685,68 reais). Il 58,51% di coloro che vengono assunti direttamente dalle aziende del parco industriale della Zona Franca di Manaus (ZFM) riceve fino a due salari minimi, ovvero 3.036 reais. Questa massa è aumentata quest'anno rispetto al 2024. Secondo Suframa, è passata dal 56,51% al 58,51%.

Il polo industriale di Manaus spende tra il 4% e il 7% del suo fatturato per gli stipendi dei dipendenti. I profitti record di queste aziende non si traducono in alcun miglioramento salariale per coloro che generano ricchezza. In questo contesto di profondo sfruttamento, Manaus appare come la concubina derubata dal magnaccio arrivato a bordo del gigantesco dirigibile.

Manaus ha il reddito familiare pro capite più basso tra tutte le capitali brasiliane 1.502 R$ (200 euro, circa). Questo indicatore rivela il reddito medio pro capite e il potere d'acquisto di ogni persona. Ha il secondo reddito medio da lavoro più basso, sceso da 2.904 R$ nel 2023 a 2.684 R$ nel 2024. Il tasso di disoccupazione è del 10,3%, superiore alla media nazionale. I dati provengono dalla Sintesi degli indicatori sociali dell'IBGE (Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica). La nostra tanto bistrattata Manaus, dove le multinazionali incassano oltre 200 miliardi di reais all'anno, ospita la quarta favela più grande del Brasile, la Cidade de Deus, con oltre 55.000 abitanti. Il tasso di povertà qui è del 62,3%.

Un angolo della favela Cidade de Deus di Manaus


Delle 400.000 case nelle favelas, 55.692 non hanno l'allacciamento idrico. Il 40,1% dei residenti di queste comunità si identifica come nero, il 35,5% come bianco e il 37,1% come meticcio. Difendere il modello della zona franca di Manaus senza affrontare queste disuguaglianze è come nascondere il problema sotto il tappeto. È cinico.

È impossibile trattare i lavoratori come briciole mentre un'élite si crogiola nel denaro a spese del lavoro altrui. Il modello non genera più di 130.000 posti di lavoro, ma i suoi profitti aumentano vertiginosamente ogni anno, mentre la popolazione di Manaus soffre di insicurezza alimentare, vive in condizioni igieniche precarie o è costretta ad aggrapparsi agli argini, morendo a ogni pioggia.

È giunto il momento di dare maggiore responsabilità sociale alle aziende del distretto industriale.  Ora la parola è aperta al futuro governatore dello Stato, perché quello attuale non ha la moralità e l'impegno necessari per difendere il nostro popolo.

Fonte: https://bncamazonas.com.br/zona-franca-de-manaus-e-um-modelo-reprodutor-de-pobreza/

 

mercoledì 4 febbraio 2026

VEGLIE DI PREGHIERA PER IL SUPERAMENTO DELL'OMOTRANSBIFOBIA

 



La violenza dell’omotransbifobia ferisce ancora le persone LGBT+ e i loro familiari, nella società e anche nelle nostre comunità cristiane.

Per chi, nel mese di maggio, desidera organizzare una veglia di preghiera o un culto domenicale per il superamento dell’omotransbifobia, è disponibile una piccola guida pratica, pensata come una carta nautica per orientarsi meglio.

Versetto delle veglie 2026: «Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome» (Isaia 43,1),

 Aiutiamo le nostre comunità a illuminare il buio della violenza con la luce della speranza.

 https://www.gionata.org/inveglia/guida/

Perché vegliare insieme è tenere accesa una luce nella notte

@tendadigionata

giovedì 29 gennaio 2026

TEOLOGIA DAL BASSO CAMMINO PER UN’AUTENTICA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

 




 

Paolo Cugini

 

 

Non è possibile un cammino di liberazione, sia inteso in senso morale, che spirituale o esistenziale, che non sia all’interno di una riflessione che cominci dal basso, dall’ascolto attento della condizione umana, così come si coglie nella storia degli uomini e delle donne. In questa prospettiva la teologia dal baso e la teologia della liberazione camminano insieme, perché parlano, per così dire, la stessa lingua, lo stesso modo di vedere il rapporto del Mistero con l’umanità. Chi pretende di sciogliere le catene dell'anima ignorando il peso delle catene della carne, parla una lingua morta. Non esiste ascesa verso il Mistero che non inizi con un inchino profondo verso l'umanità ferita.

La teologia dogmatica non sarà mai una teologia della liberazione integrale per il fatto che impone una visione religiosa senza porsi in ascolto della vita concreta degli uomini e delle donne. Si tratta, dunque, di un modo di fare teologia obsoleto, che l’attuale contesto culturale post-moderno non accetta più, perché lo considera irrispettoso della condizione umana. Ogni riflessione sul Mistero che intenda offrire cammini di liberazione non può che porsi accanto all’umanità, in ascolto degli uomini e delle donne e non porsi sopra con atteggiamento arrogante di coloro che possono solo insegnare e mai apprendere. La teologia è di liberazione morale e spirituale ogni volta che si pone in cammino, solcando le strade impolverate della storia, ascoltando gli esclusi, coloro che non hanno voce e che, per gli arroganti del tempo, non contano nulla. Troppo spesso la teologia è andata a braccetto con coloro che escludono, con i potenti del tempo, creando una frattura irreparabile proprio con coloro che sono considerati i benedetti dal Mistero.

Guai a coloro che siedono sulle cattedre dell'arroganza, tessendo verità che non hanno il profumo del sudore e delle lacrime. La teologia che si impone come una corona di ferro, che pretende di insegnare senza mai essersi posta in ascolto, è un idolo infranto. Un’autentica riflessione sul Mistero non cerca padroni del sacro, ma compagni di esodo. La vera Teologia della Liberazione e la Teologia dal Basso sono un unico respiro, un’unica carne. Esse non abitano i palazzi dei potenti, né cercano il favore dei re.

Il Mistero non abita nelle formule chiuse, ma nel volto di chi è stato scartato dagli arroganti del tempo. Ogni riflessione che non si sporchi le mani con la storia non libera, ma imprigiona. Il cammino è tracciato: scendere dai troni della certezza per camminare accanto a chi non conta nulla, poiché è lì, nel silenzio degli esclusi, che il Mistero pronuncia il Suo nome più vero.

La profezia è chiara: o la teologia sarà un ascolto umile della vita, o non sarà affatto. Chi ha orecchi per intendere, intenda il cammino della vera libertà.

 

 

martedì 27 gennaio 2026

Il negazionismo come strumento di potere politico

 




Paolo Cugini

 

 

Il negazionismo è uno strumento politico utilizzato per mantenere il potere. Negare la realtà, soprattutto quella realtà che provocherebbe un cambiamento negli atteggiamenti politici adottati da un dato potere, è un'esigenza intrinseca dei poteri totalitari, che tendono a imporre la propria visione del mondo. Questa è l'essenza del problema. I partiti politici di estrema destra, che per loro natura sono conservatori, tendono a prendere il potere per imporre una visione del mondo, un modo di pensare la realtà. Tutto ciò che potrebbe interferire con il cambiamento di questa visione diventa un ostacolo da superare. A questo punto, il negazionismo è uno strumento di persuasione delle masse, perché il suo obiettivo è mantenere la propria visione del mondo dichiarando falso tutto ciò che potrebbe ostacolarla. La menzogna è un altro aspetto fondamentale dei sistemi di estrema destra.

Il negazionismo contemporaneo, particolarmente evidente nei movimenti di estrema destra, trascende la mera ignoranza o lo scetticismo. È una strategia politica deliberata per consolidare e mantenere il potere, imponendo una visione del mondo monolitica e combattendo le realtà che sfidano questa narrazione. La negazione della realtà fattuale, unita all'uso sistematico di menzogne, diventa un pilastro fondamentale di questi regimi e movimenti.

La necessità di negare fatti concreti sorge quando la realtà minaccia gli atteggiamenti politici adottati da un particolare potere. Come osserva la filosofa politica Hannah Arendt nel suo saggio Verità e politica, i regimi totalitari dimostrano un profondo disprezzo per i fatti oggettivi. Per Arendt, "il soggetto ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma persone per le quali la distinzione tra fatto e finzione (cioè la realtà dell'esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè gli standard di pensiero) non esiste più" (Arendt, Tra passato e futuro).

L'imposizione di una "visione del mondo" (Weltanschauung) esige che tutto ciò che potrebbe interferire o modificare tale visione del mondo venga dichiarato falso. Il sociologo e filosofo Jürgen Habermas sostiene che la comunicazione politica debba basarsi su presupposti di veridicità e razionalità. Il negazionismo, sovvertendo questi presupposti, corrompe la stessa sfera pubblica democratica.

Il negazionismo funge da strumento per persuadere le masse, mirando a mantenere la coesione attorno all'ideologia dominante. La negazione del consenso scientifico (come il cambiamento climatico o l'efficacia dei vaccini) o di fatti storici (come l'Olocausto) non è un dibattito razionale, ma un attacco all'autorità della conoscenza condivisa. In questo contesto, la menzogna è un aspetto fondamentale dei sistemi di estrema destra. Lo storico Robert Paxton, in Anatomia del fascismo, descrive come i movimenti fascisti usassero la "banalizzazione della menzogna" e la manipolazione delle informazioni per creare una realtà parallela che servisse ai loro scopi.

Il filosofo politico Leo Strauss, discutendo la natura della dissimulazione politica, ha suggerito che la menzogna può essere utilizzata per proteggere l'ordine sociale, ma nei regimi moderni e totalitari viene impiegata per distruggere l'ordine sociale esistente e imporne uno nuovo.

Il negazionismo, alimentato da menzogne ​​e manipolazioni, è quindi uno strumento intrinseco dei poteri totalitari o autoritari. Non ricerca il dibattito o la verità, ma piuttosto la sottomissione della realtà a dettami ideologici, mirando al mantenimento del potere a qualsiasi costo, come dimostra l'ascesa e l'operato dei partiti politici di estrema destra in epoca contemporanea.

 

mercoledì 21 gennaio 2026

NON E' BENE CHE L'UOMO DIA SOLO

 




 

 

Domenica 25 gennaio 2026, dalle 15.00 alle 17.30, a Catania e online, si terrà il primo incontro del cammino «Non è bene che l’uomo sia solo», promosso dai Cristiani LGBT+ Sicilia su "solitudini, e relazioni (Genesi 2,18).

A guidare la riflessione saranno SANDRA LETIZIA, teologa femminista e co-autrice del libro "La Chiesa che (non) ci vuole. Per un cristianesimo femminista e queer", e LUIGI RENNA, Arcivescovo di Catania. Un incontro che vuole essere segno di una chiesa che sceglie di mettersi in ascolto e in dialogo con le storie reali delle persone. Tutte e tutti sono benvenute e benvenuti

 L’incontro si svolgerà in presenza nella Chiesa del Santissimo Crocifisso dei Miracoli di via Umberto I a Catania

 Per partecipare ON LINR richiedere il link a: cristianilgbtsicilia@gmail.com

Info su: https://www.gionata.org/25-gennaio-2026-a-catania-e-on-line-incontro-dei-cristiani-lgbt-di-sicilia-con-la-teologa-sandra-letizia-e-larcivescovo-luigi-renna/ @tendadigionata 

lunedì 19 gennaio 2026

L’INVIO DI 150 OPERATORI PASTORALI

 




Una parrocchia dal volto laicale

Paolo Cugini

 

Domenica 18 gennaio 2026 nella parrocchia san Vincenzo de Paoli situata nel quartiere Compensa della città di Manaus, circa 150 persone hanno ricevuto il mandato di operatori pastorali. Di che cosa si tratta?

L’archidiocesi di Manaus da decenni si è strutturata sull’esperienza delle Comunità Ecclesaili di Base (CEBs). Si tratta di comunità sorte dalla base, dall’esigenza delle persone di vivere un’esperienza di fede, anche senza la presenza fissa di un parroco. La parrocchia di san Vincenzo di Paoli, che servo da circa tre anni, è costituita da 8 comunità di base. Durate la settimana in tutte le comunità vengono svolte mote attività, sia di tipo specificamente religioso, come novene, rosari, adorazione eucaristica, condivisione della Parola, sia attività di tipo sociale come corsi di chitarra, teatro per ragazzi, attività fisica per anziani e altro. Al giovedì il parroco non può essere presente in tutte le otto comunità per guidare l’adorazione eucaristica. Ciò esige la presenza nella comunità sia di ministri straordinari dell’eucaristia, che di ministri della Parola.

I componenti dell'equipe parrocchiale


Ogni comunità ha due personaggi centrali che sono il coordinatore/coordinatrice pastorale e il responsabile dell’amministrazione. La coordinatrice – le donne sono la maggioranza in questo ruolo delicato – indicono il consiglio pastorale mensile e tengono le file della progettazione comunitaria. Il responsabile dell’amministrazione si occupa dei beni della comunità e della manutenzione degli spazi comunitari. Poi ci sono i responsabili dei vari settori della comunità: catechesi, giovani, liturgia, salute, Caritas, decima, fede e politica, formazione e progetti sociali.

Il direttorio pastorale dell’archidiocesi di Manaus, che verrà rinnovato proprio quest’anno, prevede la durata di due anni per ogni incarico, che può essere rinnovato per un mandato. Ciò significa che ogni persona può realizzare un servizio nella comunità per quattro anni e poi lasciare lo spazio ad altri. In questo modo, nell’arco di un decennio, la comunità si ritrova con varie persone con esperienza di leadership, arricchendo, in questo modo, la stessa comunità di persone con responsabilità pastorale.

Nei mesi settembre e ottobre sono avvenuti in tutte le comunità diversi incontri per stabilire il passaggio di consegne ai nuovi coordinatori delle viarie pastorali. Lo stile sinodale, indicato dai due sinodi sulla sinodalità svolti a Roma, è ben presente e radicato nel cammino delle comunità di base presenti a Manaus. L’abitudine a confrontarsi mensilmente nei consigli pastorali della comunità e settimanalmente per preparare la liturgia domenicale condividendo la Parola di Dio, ha plasmato le comunità in uno stile dialogico e sinodale.

L'incontro di formazione svolto al mattino con gli operatori pastorali


Una volta al mese avviene il consiglio pastorale parrocchiale, in cui ci incontriamo per verificare il cammino delle comunità e decidere insieme le strategie pastorali del mese successivo. Oltre a ciò, una volta al mese, incontro i responsabili di ogni settore delle comunità. Questo è il mio modo di essere presente nelle comunità: un accompagnamento pastorale costante con coloro che hanno assunto uno specifico incarico nella comunità.

Domenica durante la mesa della sera, in cui abbiamo realizzato l’invio delle nuove coordinazioni comunitarie, si respirava un bel clima di amicizia e la sensazione della bellezza di questo cammino di chiesa. In mezzo a tante sofferenze e drammi esistenziali è bello vedere come le comunità cristiane siano recepite come uno spazio sicuro, uno spazio di vita e di speranza.

 

domenica 18 gennaio 2026

Dalla teologia del Mistero al Mistero della teologia: L’Intelletto in adorazione

 




Paolo Cugini

 

Nella cultura contemporanea, il termine mistero è spesso ridotto a un enigma o a un vuoto di conoscenza in attesa di essere colmato dalla scienza. Tuttavia, nella tradizione teologica, il Mistero non è ciò che non conosciamo, ma ciò che, pur conoscendosi, rimane infinitamente oltre la nostra capacità di esaurimento. Come suggeriva Gabriel Marcel, la distinzione fondamentale risiede tra problema (qualcosa che mi sta di fronte e che posso risolvere) e mistero (qualcosa in cui sono coinvolto e che mi sovrasta). Il passaggio dalla teologia del mistero al mistero della teologia segna il transito da una dottrina che possiede verità a una disciplina che si lascia possedere dalla Verità.

La teologia del Mistero ha vissuto una stagione d’oro nel XX secolo, specialmente grazie alla scuola di Maria Laach e a figure come Odo Casel. In questo contesto, il mistero è il Mysterium Paschale: l'evento di Cristo che si rende presente nell'azione liturgica.

Casel definiva il mistero come «un'azione sacra che porta in sé una realtà salvifica sotto il velo di segni sensibili». Qui, la teologia ha il compito di descrivere l'economia della salvezza. L'autore fondamentale in questo ambito è Karl Rahner, il quale ha ribadito che Dio è il Mistero Santo e l'orizzonte ultimo dell'esistenza umana. Per Rahner, l'uomo è l'uditore della parola, strutturalmente aperto a un Infinito che non potrà mai addomesticare. La teologia del mistero ci insegna dunque che il dogma non è una gabbia, ma una finestra aperta sull'Invisibile.

Mentre la teologia del mistero si concentra sull'oggetto (Dio e le sue opere), il Mistero della teologia riguarda lo statuto stesso del pensare credente. Quando il teologo si accorge che il suo linguaggio è inadeguato, la teologia smette di essere solo una scienza e diventa un atto spirituale. Hans Urs von Balthasar ha espresso magistralmente questa tensione. Per Balthasar, la teologia deve essere inginocchiata. Non esiste una vera conoscenza di Dio che sia separata dall'amore e dall'adorazione. Il mistero della teologia risiede nel fatto che l'intelligenza umana, nel momento in cui tocca le vette più alte della speculazione, deve ritornare al silenzio. In questo passaggio, la teologia non perde il suo senso, ma lo trasforma: diventa dialogo, ascolto, ricerca senza fine. È ciò che la tradizione dionisiana definisce teologia negativa o apofatica: si conosce Dio più per ciò che non è che per ciò che è. Il mistero qui non è solo il contenuto, ma il fatto stesso che una creatura finita possa parlare del Creatore senza perire o cadere nell'idolatria del concetto.

Il passaggio definitivo avviene quando la teologia riconosce che il suo metodo non è la dimostrazione, ma l'ostensione. Jean-Luc Marion, filosofo e teologo contemporaneo, parla del fenomeno saturo: Dio è un'eccedenza di luce che acceca lo sguardo, non per mancanza di chiarezza, ma per troppo splendore. In questa prospettiva, la teologia non è più una spiegazione del mondo, ma una partecipazione alla vita divina. Se la teologia del mistero ci ha dato i contenuti (Cristo, la Trinità, la Grazia), il mistero della teologia ci restituisce l'umiltà del metodo. Come scriveva San Tommaso d'Aquino al termine della sua vita, dopo una visione mistica: «Tutto ciò che ho scritto mi sembra paglia rispetto a ciò che ho visto». Questo è il punto d'arrivo: la teologia che si nega per far spazio alla Presenza.

In conclusione, passare dalla teologia del mistero al mistero della teologia significa comprendere che non siamo noi a scrutare il Mistero, ma è il Mistero che scruta noi attraverso la Sua Parola. La teologia cessa di essere un discorso sul Mistero per diventare un discorso del Mistero nell'uomo. Il compito del teologo nel XXI secolo, citando Joseph Ratzinger, rimane quello di non rassegnarsi a un razionalismo arido, ma di mantenere viva la capacità di stupirsi davanti al Lógos che si fa carne. Il mistero della teologia è, in ultima analisi, il mistero di una ragione che scopre la sua vera grandezza solo quando riconosce di essere amata dall'Inconoscibile.

 

Riferimenti Bibliografici

Odo Casel, Il Mistero del Culto Cristiano.

Karl Rahner, Uditori della Parola.

Hans Urs von Balthasar, Verbum Caro.

Jean-Luc Marion, Dato che. Saggio per una fenomenologia della donazione.

Paolo Cugini. Il nome di Dio non è più Dio

Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo.