Paolo Cugini
Il 9 ottobre segna
l’anniversario della morte di Ernesto "Che" Guevara, una figura che,
a decenni di distanza dalla sua esecuzione in Bolivia, continua a occupare uno
spazio centrale nell'immaginario collettivo globale. Ricordare il Che oggi non
significa semplicemente celebrare un'icona stampata sulle magliette o sulle
bandiere, ma confrontarsi con la complessità di un uomo che ha incarnato in
modo radicale le tensioni, le speranze e le contraddizioni del Novecento.
La forza duratura del
suo messaggio risiede innanzitutto nella sua profonda sensibilità verso le
disuguaglianze sociali. Medico di formazione, Guevara scoprì la sua vocazione
non tra le mura di un ambulatorio borghese, ma attraversando in gioventù l'America
Latina in sella a una motocicletta. Fu l'impatto diretto con la miseria dei
minatori cileni, la disperazione dei malati di lebbra e lo sfruttamento dei
contadini indigeni a trasformare il giovane medico in un rivoluzionario. In
quel viaggio nacque la sua viscerale passione per i diritti dei più deboli e la
convinzione che lo status quo non fosse un destino ineluttabile, ma
un'ingiustizia da combattere.
Tra le sue azioni più
significative, oltre al ruolo cruciale nella rivoluzione cubana che rovesciò la
dittatura di Batista, va ricordato il suo impegno concreto per
l'alfabetizzazione e la sanità pubblica. Guevara credeva fermamente che
l'emancipazione di un popolo passasse attraverso la cultura e la salute,
pilastri fondamentali per restituire dignità a chi era sempre rimasto ai
margini della storia. La sua umanità emerse spesso nel rapporto epistolare con
la famiglia e nei suoi diari, dove traspare il ritratto di un uomo guidato da
un profondo sentimento di amore per l'umanità, lo stesso sentimento che,
secondo le sue parole, doveva essere il motore di ogni autentico
rivoluzionario.
Tuttavia, la memoria
del Che non può essere scissa da una riflessione profonda sul tema della
violenza. La sua scelta di intraprendere la lotta armata e la guerriglia come
unici strumenti efficaci per abbattere l'oppressione rappresenta il nodo più
problematico e divisivo della sua eredità. È una dottrina che, con la
sensibilità democratica e pacifista odierna, non si può condividere. La storia
ci ha insegnato che l'uso della forza, anche quando mosso dalle migliori
intenzioni di giustizia sociale, porta con sé strascichi di dolore e
autoritarismo che rischiano di contaminare gli stessi ideali di libertà da cui
prende le mosse.
Eppure, rifiutare il
metodo della violenza non significa annullare il valore della sua testimonianza
morale. Ricordare Ernesto Guevara nell'anniversario della sua morte è un
esercizio necessario proprio per separare la nobiltà dei suoi obiettivi, la
fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, l'uguaglianza, la solidarietà
internazionale, dai mezzi tragici del
suo tempo. In un mondo contemporaneo ancora piagato da profonde asimmetrie
economiche e indifferenza, la sua intransigenza contro l'ingiustizia rimane un
monito potente a non rassegnarsi.

1964: discorso de Che Guevara all'ONU contro il modello economico americano
L'importanza storica e
intellettuale di Guevara risiede nella sua capacità di accostare alla
guerriglia una profonda riflessione sulla struttura economica della società,
unendo l'azione sul campo a una visione utopica ma rigorosa di un mondo nuovo. Per
comprendere l'attualità del Che, è necessario analizzare il contesto in cui
operò. L'America Latina del Novecento era considerata il cortile di casa degli
Stati Uniti, una vasta regione frammentata e sottomessa a un sistema economico
estrattivista. Le grandi multinazionali statunitensi, come la United Fruit
Company, dettavano le linee politiche dei governi locali, mantenendo le
popolazioni in uno stato di miseria e analfabetismo. Guevara comprese che la
liberazione politica non poteva prescindere dalla sovranità economica. Il
modello americano, basato sul libero mercato e sul profitto privato, non era
esportabile in contesti di sottosviluppo senza generare ulteriore
disuguaglianza e subordinazione. La sua critica al capitalismo non era solo
ideologica, ma poggiava su una constatazione materiale: il capitalismo
finanziario globale tendeva intrinsecamente a impoverire la periferia del mondo
per arricchire il centro.
Nominato Ministro
dell'Industria e Direttore della Banca Nazionale di Cuba dopo la rivoluzione
del 1959, il Che si trovò davanti al compito titanico di tradurre la teoria
marxista in pratica gestionale. Rifiutò i modelli economici predefiniti,
criticando apertamente persino l'Unione Sovietica, che considerava troppo
incline a utilizzare categorie capitaliste (come la legge del valore e gli
incentivi materiali) nella transizione verso il socialismo.
Guevara propose e
implementò il Sistema di Finanziamento Budgetario (Sistema de Financiamiento
Presupuestario). Questa visione economica si basava su pilastri
radicalmente opposti a quelli occidentali: le imprese non dovevano competere
tra loro per il profitto, ma operare come filiali di un'unica grande azienda
statale, coordinate per soddisfare i bisogni collettivi della popolazione. L'obiettivo
era rompere la monocultura dello zucchero, imposta dal mercato coloniale, per
creare un'economia autosufficiente e tecnologicamente avanzata. Il denaro
doveva smettere di essere una merce e tornare a essere un mero strumento di
contabilità e scambio.
L'aspetto più
rivoluzionario della proposta di Guevara, tuttavia, non risiede nelle formule
matematiche della pianificazione, ma nella sua dimensione etica. Nel suo
celebre saggio Il socialismo e l'uomo a Cuba, il Che affermò che una
rivoluzione economica non avrebbe avuto successo se non fosse stata
accompagnata da una trasformazione spirituale e culturale dell'individuo.
Mentre il capitalismo
si alimenta dell'individualismo, dell'egoismo e della competizione, la proposta
alternativa del Che si fondava sulla creazione dell'"Uomo Nuovo".
Questo nuovo cittadino doveva essere guidato da sentimenti di solidarietà,
empatia e dovere sociale. Per questo motivo, Guevara caldeggiò fortemente
l'adozione degli incentivi morali rispetto a quelli materiali. Il lavoratore
non doveva produrre di più per accumulare ricchezza personale (la logica del
bonus capitalista), ma per il bene della comunità, trovando gratificazione nel
progresso collettivo. Il lavoro volontario, di cui il Che stesso dava
costantemente l'esempio nei campi di canna da zucchero o nei cantieri edili,
era lo strumento principale per forgiare questa nuova coscienza.
Oggi, in un mondo che
affronta crisi sistemiche globali, dalle disuguaglianze economiche estreme al
cambiamento climatico, accelerato da un consumo ipertrofico, la ricerca di
un'alternativa al capitalismo non è più solo un dibattito ideologico, ma una
necessità di sopravvivenza. La proposta di Guevara mostra che l'assetto
economico occidentale non è l'unico ordine naturale possibile, ma una
costruzione storica che può essere ridiscussa. Il suo fallimento pratico nel
lungo periodo, dovuto sia al soffocante embargo statunitense sia alle rigidità
burocratiche interne, non cancella il valore della sua intuizione: l'economia
deve essere subordinata alla dignità umana, e non viceversa. Ernesto Che
Guevara rimane immortale non per come è morto, ma per come ha vissuto e per ciò
che ha osato sognare. Il suo lascito più grande è l'invito a non rassegnarsi al
pensiero unico e a continuare a cercare una via in cui il valore di una società
si misuri dal benessere degli ultimi, e non dai bilanci delle grandi
corporazioni.





