venerdì 21 agosto 2026

Che cosa pensa un profeta?

 

Il profeta attinge il suo pensiero dalla relazione intima e silenziosa con il mistero e dall'immersione profonda nel tempo presente. Egli interpreta gli eventi quotidiani alla luce di questo legame spirituale, trovandovi un senso ed evitando di farsi sopraffare dalla negatività. Oggi, tuttavia, i profeti sono assenti e in attesa di un segnale, poiché le macerie del mondo rendono troppo difficile interpretare la storia.




Paolo Cugini

 

 

Che cosa pensa un profeta? Non pensa come pensa il mondo, né misura la realtà con il metro corto dell’utile, dell’immediato, del visibile. Il pensiero del profeta nasce in una zona profonda dell’essere, là dove la vita smette di essere rumore e diventa ascolto, là dove la coscienza non cerca più di possedere il Mistero, ma si lascia possedere da esso. Il profeta pensa a partire da una ferita luminosa: un incontro antico, avvenuto spesso nella giovinezza, quando il cuore era ancora capace di stupore e l’invisibile ha fatto irruzione come una presenza più reale delle cose reali.

Vi sono due sorgenti del pensiero profetico. La prima è la relazione personale con il Mistero. Il profeta è colui, colei, che un giorno ha sentito dentro di sé una chiamata senza voce e tuttavia più forte di ogni parola. Non è stata un’idea, non una dottrina appresa, non una convinzione costruita lentamente per ragionamento. È stata una presenza. Qualcosa, o Qualcuno, si è mostrato nell’intimo come attrazione, come gravità, come fuoco. Da quel momento la vita non ha più potuto tornare a essere semplice successione di giorni: è diventata risposta.

Il profeta non vive di curiosità religiose, ma di relazione. Coltiva il Mistero come si custodisce una fiamma nella notte. Sa che il Mistero non si concede alla persona distratta, non attraversa l’anima superficiale, non parla nel mercato delle parole vuote. Per questo il profeta impara presto la disciplina del silenzio. Dedica ore, giorni, settimane all’ascolto. Si sottrae, non per disprezzo del mondo, ma per non essere divorato dal mondo. Si isola, non per fuggire gli uomini, le donne, ma per poter tornare a loro con una parola che non sia soltanto sua.

Il tempo del profeta non è tempo perduto. È tempo scavato. Mentre gli altri corrono, egli rimane. Mentre gli altri accumulano notizie, egli cerca il significato. Mentre gli altri reagiscono agli eventi, egli li porta nel grembo del Mistero, finché essi non rivelano la loro domanda nascosta. Il profeta sa che ciò che è essenziale non si impone con violenza: matura lentamente, come seme sotto la terra, come parola che prima di essere detta deve essere purificata dal silenzio.

La seconda sorgente del pensiero profetico è il tempo presente. Il profeta non è un sognatore disincarnato, non abita un cielo astratto, non si nutre di visioni separate dalla polvere della storia. Al contrario, è immerso nelle vicende quotidiane con una intensità rara. Ascolta le persone, osserva le ferite, conosce le paure, intuisce i desideri repressi dei popoli, legge i movimenti profondi della società. Dove molti vedono soltanto fatti, il profeta avverte dinamismi; dove molti registrano eventi, egli discerne segni; dove molti si fermano alla superficie della cronaca, egli scende nel sottosuolo della storia.

La novità del profeta non consiste nel conoscere più cose degli altri, ma nel vedere diversamente ciò che tutti hanno davanti agli occhi. Egli interpreta il presente alla luce della relazione con il Mistero. Non separa mai l’ascolto interiore dall’ascolto della storia. In lui il silenzio e la piazza, la solitudine e il popolo, la preghiera e la cronaca non sono mondi opposti, ma due rive dello stesso fiume. Il profeta porta il mondo davanti al Mistero e porta il Mistero dentro il mondo.

Per questo il profeta non si lascia sopraffare dalla negatività degli eventi. Non perché sia ingenuo, non perché ignori il male, non perché addolcisca la durezza della storia. Il profeta vede le macerie, le conta, le tocca, ne sente l’odore. Ma non concede alle macerie l’ultima parola. Anche quando tutto sembra dissolversi, egli cerca il frammento che indica un cammino, la crepa da cui può entrare la luce, il segno umile di una presenza che continua ad accompagnare l’umanità perfino quando l’umanità sembra aver smarrito se stessa.

Il profeta non è un ottimista. L’ottimista spesso chiude gli occhi davanti all’abisso. Il profeta, invece, li tiene aperti. Egli guarda la notte senza negarla, ma dentro la notte ascolta il respiro dell’aurora. Sa che la storia non è soltanto il luogo della rovina, ma anche il luogo della chiamata. Ogni crisi, per lui, è una domanda rivolta alla coscienza. Ogni caduta è anche rivelazione di ciò che non regge più. Ogni deserto è lo spazio in cui l’uomo può finalmente distinguere le voci che lo ingannano dalla voce che lo chiama alla vita.

Oggi i profeti sembrano assenti. Ma forse non sono scomparsi. Forse sono nascosti. Forse tacciono perché il rumore è diventato troppo grande, perché le parole sono state consumate, perché il mondo ha imparato a trasformare ogni grido in opinione e ogni visione in contenuto da consumare. I profeti ci sono, ma camminano tra macerie troppo alte. Vedono l’accumularsi delle ingiustizie, delle guerre, delle solitudini, delle idolatrie tecnologiche, delle povertà spirituali. E davanti a questa massa di rovine comprendono quanto sia difficile oggi interpretare la storia senza tradirla, indicare un cammino senza semplificarlo, pronunciare una parola che sia vera e non soltanto efficace.

I profeti tra loro parlano. Si cercano nel silenzio, si riconoscono senza clamore, si confrontano sulle ferite del tempo. Nessuno pretende di possedere da solo la direzione. Tutti attendono. Attendono una voce che ancora non arriva, un segnale capace di aprire una strada dove ora si vede soltanto nebbia. Ma questa attesa non è passività. È vigilanza. È la forma più alta della responsabilità, perché chi non ascolta prima o poi parlerà a vuoto, e chi parla a vuoto aggiunge confusione alla confusione.

Forse il compito dei profeti di oggi è proprio questo: custodire l’attesa, impedire che l’umanità si abitui alle macerie, mantenere aperta la domanda quando tutti cercano risposte facili. Essi non devono inventare la luce, ma restare rivolti verso di essa. Non devono produrre visioni per saziare l’impazienza del mondo, ma preparare occhi capaci di riconoscere il segno quando verrà. Perché il Mistero non ha smesso di parlare; siamo noi, forse, ad aver smarrito le condizioni dell’ascolto.

Il profeta pensa dunque con due orecchi: uno rivolto al Mistero, l’altro appoggiato al cuore del tempo presente. Se perde il Mistero, diventa analista tra gli analisti. Se perde il presente, diventa visionario senza carne. Ma quando le due sorgenti si incontrano, nasce una parola rara: una parola che non consola falsamente e non condanna sterilmente; una parola che ferisce per guarire, denuncia per aprire, tace per non mentire, parla per servire la vita. E forse, proprio nel tempo in cui i profeti sembrano assenti, il mondo ha più bisogno che mai di uomini e donne capaci di tornare al silenzio, di attraversare le macerie e di attendere, senza disperare, il segnale della strada.

 



mercoledì 19 agosto 2026

LO SGUADO DEL PROFETA

 

Essere profeti oggi significa nascere dal silenzio e da una profonda relazione con il Mistero, non alzando la voce ma custodendo un fuoco interiore. La profezia trasforma lo sguardo, permettendo di vedere oltre le apparenze e di scorgere semi di speranza tra le macerie della storia. Il profeta non legge la realtà con calcoli strategici, ma interpreta il presente attraverso una verità superiore che lo possiede.





Paolo Cugini

 

 

Che cosa significa essere profeti oggi? Non significa, prima di tutto, alzare la voce sopra il rumore del mondo, né occupare la scena della storia come agitatori di parole o interpreti superficiali degli eventi. Il profeta non nasce dalla cronaca, ma dal Mistero. Viene da una profondità che lo precede, da una relazione silenziosa e ardente con ciò che non si lascia possedere, ma che possiede la coscienza di chi si lascia raggiungere. Il profeta è colui che è stato preso dal Mistero, invaso nel cuore, ferito nella coscienza, trasformato nello sguardo.

Non vi è profezia senza questa presa interiore. Prima di essere parola rivolta agli altri, la profezia è fuoco custodito dentro di sé; prima di diventare denuncia, è ascolto; prima di farsi gesto pubblico, è obbedienza a una luce che scava, purifica, inquieta e consola. Il profeta non parla perché possiede una strategia, ma perché è posseduto da una verità che lo supera. Non legge la storia con gli strumenti del calcolo, ma con occhi resi limpidi da una relazione profonda con il Mistero.

Per questo il profeta è uomo e donna di visione. Vede lontano non perché fugga il presente, ma perché lo attraversa fino al suo nucleo nascosto. Vede oltre gli eventi, oltre le apparenze, oltre le narrazioni costruite dai potenti, perché interpreta la realtà a partire da quella profondità dove il Mistero rivela ciò che la sola materialità delle cose non riesce a penetrare. Là dove molti vedono solo macerie, il profeta scorge semi; là dove molti si arrendono alla violenza, egli custodisce l’impossibile della pace; là dove molti giustificano la menzogna come necessità, egli invoca la giustizia come respiro stesso dell’umano.

Oggi il profeta vede cammini di pace là dove la storia sembra consegnata alla follia delle guerre. Vede sentieri nascosti tra le rovine create da uomini senza scrupoli, incapaci di riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona. Il profeta non si lascia ipnotizzare dalla logica delle armi, né dalla retorica dei vincitori, né dalla brutalità di chi sacrifica i popoli sull’altare del proprio potere. Egli sa che la guerra nasce sempre da un cuore già devastato, da un’interiorità che ha smarrito il volto dell’altro e ha ridotto la vita a territorio da conquistare, a corpo da dominare, a voce da zittire.

Il profeta vede giustizia anche quando la corruzione dilaga come nebbia tossica sulle istituzioni, sulle relazioni, sui desideri. Vede la giustizia non come un’idea astratta, ma come una fame impressa nelle coscienze, come un gemito che sale dai poveri, dagli esclusi, dai feriti della storia. Egli riconosce che la sete di potere è spesso il segno di un vuoto interiore: un abisso mascherato da successo, una solitudine travestita da dominio, una miseria dell’anima coperta dall’ostentazione dell’egoismo.

In coloro che costruiscono la propria grandezza calpestando gli altri, il profeta non vede soltanto colpe da denunciare, ma un vuoto abissale da smascherare. Vede uomini e donne divorati da una mancanza che nessun potere può colmare, da una fame che nessun possesso può saziare. E vede anche le tracce che quel vuoto lascia: ferite nelle persone incontrate, ingiustizie sedimentate nei popoli, paure trasmesse alle generazioni, deserti interiori seminati lungo il cammino.

E tuttavia il profeta non è un uomo, una donna della disperazione. Proprio perché conosce il Mistero, sa che nessun abisso è più profondo dell’amore gratuito che può raggiungerlo. Sa che l’unica forza capace di colmare il baratro dell’egoismo non è un nuovo dominio, non è una vendetta, non è una violenza contraria, ma l’amore disinteressato che il Mistero riversa nelle coscienze assetate di giustizia. È un amore che non compra, non possiede, non umilia; un amore che libera, rialza, ricompone, apre futuro.

Essere profeti oggi significa, dunque, abitare il mondo senza appartenere alle sue idolatrie. Significa stare dentro la storia con occhi lavati dal Mistero, con mani disponibili alla pace, con parole capaci di ferire la menzogna e curare la vita. Significa non rassegnarsi alla guerra quando tutti la chiamano inevitabile, non piegarsi alla corruzione quando tutti la chiamano realismo, non adorare il potere quando tutti lo confondono con la forza.

Il profeta è sentinella del possibile di Dio dentro l’impossibile degli uomini e delle donne. È memoria viva che ricorda alla terra la sua vocazione alla fraternità. È ferita aperta nel corpo di una società che vorrebbe anestetizzare la coscienza. È voce che nasce dal silenzio, fuoco che nasce dall’ascolto, speranza che nasce dall’amore. E quando tutto sembra perduto, il profeta continua a vedere: vede pace dove regna la violenza, vede giustizia dove domina la corruzione, vede amore dove l’egoismo ha scavato abissi. Perché il profeta non guarda soltanto ciò che è: guarda ciò che il Mistero, ancora oggi, può far nascere nella coscienza dell’umanità.

 

domenica 16 agosto 2026

Sorprese amazzoniche: l'incontro con Thomas e la vivacità di Manaus

 



 

Thomas, Fabrizio e Monica

Che emozione ritrovare pezzi di cuore e di storia proprio qui, a Manaus! Tra le tante persone incrociate c’era Thomas, uno dei ragazzi della parrocchia di Bevilacqua (nel bolognese), una delle quattro comunità che ho avuto la gioia di accompagnare per circa tre anni. Ad accompagnarlo in questo viaggio, la zia Monica con il marito Fabrizio, arrivati direttamente dall'Inghilterra.

Il nostro punto di ritrovo? Alle 21:30 davanti al maestoso Teatro Amazonas, icona della città e recentemente proclamato patrimonio UNESCO. Il venerdì sera questa zona si trasforma: il comune chiude le strade al traffico e l'area si riempie di bancarelle colorate, profumo di panini e drink. È il cuore pulsante della movida locale. La gente si riversa in strada per incontrarsi, sorseggiare una caipirinha e ballare a ritmo di musica. Spesso, finiti i corsi del venerdì alle 21:30, amo fare un giro da queste parti: è il modo perfetto per respirare a pieni polmoni l'autentica vita amazzonica.

Le donne del Carimbò


Il sabato ci siamo dati appuntamento alle 18:00 davanti alla chiesa di San Vincenzo per celebrare insieme il 43° anniversario della parrocchia. Parliamo di una realtà giovane, immersa in un contesto sociale delicato e complesso, come vi ho raccontato altre volte.

Thomas è rimasto letteralmente a bocca aperta durante la messa. Nonostante l'orario proibitivo per chi lavora o gestisce un negozio il sabato sera, la chiesa era piena. Soprattutto, era piena di giovani! Thomas stesso ha commentato stupito: "Non ho mai visto così tanti ragazzi a una messa".

In effetti, per chi è abituato alle celebrazioni occidentali, vivere la liturgia brasiliana a mente aperta è un’esperienza che travolge e sorprende. Tutto era curato nei minimi dettagli: canti intensi intonati da un'assemblea super partecipativa, la danza sacra per l'ingresso della Bibbia e la solenne processione offertoriale. È stato un momento di puro coinvolgimento del popolo di Dio, proprio come sognava la riforma del Concilio Vaticano II nel lontano 1965. A coronare questa atmosfera speciale, la spontaneità toccante e profonda delle preghiere dei fedeli.

I giovani della parrocchia nella Quadriglia


Dopo la messa, lo spazio adiacente alla chiesa si è acceso di vita. Le comunità hanno organizzato un momento di pura condivisione: sapori locali, un bingo di beneficenza e, soprattutto, tanta danza per ogni generazione. Ad aprire le danze sono state le signore della comunità di Santo Antonio con il carimbò, un grande classico della tradizione. Ma il vero culmine della serata è stato la quadrilha dei giovani della parrocchia. La cosa straordinaria è come riescano a trasformare il ballo in un autentico momento dello spirito. Thomas e i suoi zii, Monica e Fabrizio, sono rimasti incantati nel vedere quei cinquanta ragazzi volare leggeri a ritmo di musica.

La serata si è conclusa a Ponta Negra, la vetrina turistica di Manaus. Il contrasto con Compensa, il quartiere degradato e segnato dalla violenza del narcotraffico in cui vivo, è emerso in tutta la sua brutalità. Se Compensa lotta ogni giorno, Ponta Negra è curata nei minimi dettagli, circondata da grattacieli che specchiandosi sul fiume, il rio Negro, fanno quasi pensare a Toronto.

Questa profonda disuguaglianza è, purtroppo, il tratto identitario del Brasile. L'avevo già toccata con mano nello Stato di Bahia e la ritrovo puntualmente in ogni città che visito per i miei convegni di filosofia o teologia. Una ferita aperta che brucia ancora di più oggi, domenica 16 agosto, giorno in cui si apre ufficialmente la campagna elettorale per le presidenziali e per il rinnovo dei parlamenti federale e statale del prossimo ottobre.

Noi 4 in compagnia


Il divario non è solo visivo, ma economico e strutturale. Le cifre parlano da sole: mentre un lavoratore comune, quando ha la fortuna di trovare un impiego, porta a casa un salario minimo di 1.621 reais (circa 284 euro), un deputato statale ne guadagna ben 96 mila (circa 17 mila euro). Una sproporzione allucinante. Per aiutare le persone a scegliere un candidato che abbia la fedina penale pulita e che sia impegnato per il bene comune, l’Archidiocesi di Manaus ha preparato un libretto con dei circoli biblici sul tema da realizzare nelle case e un foglio dove ci sono alcune indicazioni pratiche, tra le quali il testo della legge 9840, che dice che vendere il voto può portare alla prigione e ad una multa salata.

Come parrocchia ci siamo dati appuntamento domenica prossima, 23 agosto, davanti alla chiesa di san Vincenzo alle 16 per passare di casa in casa a distribuire il foglietto preparato dall’Archidiocesi e, dove sarà possibile, tentare di fare due chiacchiere con la gente.

Ponta Negra non è la Compensa


Dalla messa all’impegno concreto per un mondo più giusto e in pace: è questo che Gesù ci ha insegnato e ni proviamo a farlo.

 

 

martedì 11 agosto 2026

Un forum per la teologia della liberazione

 




12° Forum Mondiale su Teologia e Liberazione - agosto 2026 (Benin, Africa)

 

Juan José Tamayo[1]

 

9 agosto 2026

La teologia della liberazione (TL) è morta? È una domanda che mi viene posta frequentemente durante le mie conferenze, sia nel Nord che nel Sud del mondo. L'interrogativo riflette implicitamente l'idea di una sua fine: un concetto diffuso nell'immaginario collettivo, tanto tra il pubblico laico quanto tra quello religioso.

Di solito rispondo che tale idea non corrisponde alla realtà; essa nasce piuttosto dai desideri di diversi settori vicini al fondamentalismo religioso, al neoliberismo economico e al conservatorismo politico. Aggiungerei che la TL rimane viva e attiva nel nuovo panorama politico, religioso, culturale ed economico, non solo in America Latina – dove è nata – ma in tutto il Sud del mondo. Ha dato vita a "teologie del Sud globale" e a una tendenza alla decolonizzazione del discorso cristiano.

La prova migliore di questa vitalità è il 12° Forum Mondiale su Teologia e Liberazione (FMTL), che si è svolto dal 31 luglio all'8 agosto a Cotonou, in Benin (Africa occidentale), nell'ambito del 17° Forum Sociale Mondiale (FSM). Tra le ragioni che hanno portato a scegliere il Benin come sede del FSM e del FMTL figurano il suo ruolo di crocevia tra la spiritualità Vodun e la cultura panafricana, la sua importanza come luogo di memoria storica legata alla tratta degli schiavi e la forte mobilitazione della società civile beninese.

Si tratta del sesto Forum organizzato in Africa. I cinque precedenti si sono tenuti a Bamako (Mali, 2006), Nairobi (Kenya, 2007), Dakar (Senegal, 2011) e Tunisi (Tunisia, 2013 e 2015). Il FMTL in Benin riunisce teologi, attivisti, ricercatori e comunità da tutto il mondo per riflettere sull'intersezione tra esperienze religiose, giustizia sociale e lotta contro ogni forma di oppressione. Si tratta di un incontro globale di menti e cuori che cercano di promuovere il dialogo, esplorare alternative e creare legami nella ricerca collettiva di un "altro mondo possibile". Il tema dell'incontro è di fondamentale importanza e urgenza: rifiutare le dominazioni economica, politica e religiosa e ripensare la sovranità in un'ottica di liberazione.



Il tema scelto nasce dalla consapevolezza che le dominazioni economica, politica, religiosa e ambientale persistono in tutto il mondo. Di fronte a tale dominio globale, non possiamo restare inerti; dobbiamo invece offrire una risposta coordinata. A tal fine, il Forum ci invita a intraprendere un processo di decolonizzazione di ogni dimensione della vita umana ed ecologica e a ripensare la sovranità in tutte le sue forme, sia collettive che individuali.

La lotta per la sovranità economica richiede di decostruire i meccanismi dell'oppressione capitalistica e di restituire dignità umana a coloro a cui essa è negata dall'attuale modello economico neoliberista, un modello che li assoggetta a ingiustizie strutturali e alla povertà che ne deriva. Difendere la sovranità politica significa sfidare autoritarismo, corruzione e violenza, nonché resistere alla necropolitica e lavorare per costruire la pace in mezzo a guerre che causano genocidi ed ecocidi, e a colpi di stato che ignorano sia il diritto internazionale che la sovranità dei popoli. L'impegno a difendere la sovranità religiosa richiede di decostruire le eredità coloniali – sempre più diffuse a causa dell'imperialismo religioso – e di porre fine alla manipolazione delle religioni e al loro utilizzo per fini bellicisti, sessisti, omofobici, xenofobi e razzisti. A questa decostruzione deve affiancarsi la costruzione di relazioni – etniche, ecumeniche, interreligiose, interculturali e inter-spirituali – che siano pacifiche, egualitarie e rispettose delle differenze.

La sovranità ecologica e sociale richiede la riappropriazione dei territori sottratti dalle multinazionali estrattive, nonché il recupero della memoria e della cultura dei popoli indigeni. Richiede inoltre di analizzare ed eliminare le moderne forme di schiavitù e di promuovere la giustizia ecologica e di genere di fronte alla violenza di genere, alle migrazioni forzate e al cambiamento climatico.



In definitiva, il compito è quello di riesaminare, reinterpretare, riformulare e ricreare la teologia della liberazione all'interno del nuovo scenario geopolitico, culturale ed economico; di aprire nuovi orizzonti per la sovranità; e di decolonizzare tutte le relazioni umane ed ecologiche.

Le aree tematiche affrontate al FMTL in Benin per raggiungere tali obiettivi sono le seguenti: la liberazione come orizzonte ermeneutico e pratico; liberazione e decolonialità; liberazione e democrazia al servizio del bene comune; violenza e diritti umani – nello specifico i diritti di individui, collettività e popoli oppressi cui tali diritti sono negati; giustizia ambientale e sicurezza alimentare; migrazioni, migranti climatici e territorialità; nuovi linguaggi e ricostruzione di nuovi linguaggi simbolici e mitici; il patto tra tradizioni religiose e politiche orientate alla giustizia; genere, femminismo e diversità; giovani e relazioni intergenerazionali.



La Teologia della Liberazione, le teologie del Sud globale e le pratiche emancipatorie che esse promuovono dimostrano – con le opere e con le parole – che esistono tradizioni religiose e spiritualità non riducibili all'«oppio dei popoli», bensì configurabili come percorsi di liberazione per gli individui più vulnerabili, le collettività impoverite e i popoli oppressi, nonché come movimenti di resistenza contro colonialismo, capitalismo, patriarcato, suprematismo bianco, ingiustizia cognitiva e depredazione della natura.

 

Fonte: https://www.amerindiaenlared.org/contenido/29099/un-foro-para-la-teologia-de-la-liberacion-/



[1] Teologo della Liberazione spagnolo

domenica 9 agosto 2026

L’ebrezza dell’incontro: la contaminazione culturale come destino creativo dell’umanità

 



Paolo Cugini

  

L’umanità non è mai stata una statua immobile, scolpita una volta per tutte nella pietra dell’origine. Essa assomiglia piuttosto a un mosaico in perenne movimento: un insieme di tessere vive, fragili e luminose, che si sfiorano, si urtano, si allontanano, si cercano, talvolta si spezzano e talvolta si fondono, generando figure che nessuna mente avrebbe potuto prevedere. Ogni popolo, ogni lingua, ogni rito, ogni memoria collettiva è una tessera di questo disegno instabile, ma il disegno non è mai concluso, perché la storia non conosce cornici definitive. Là dove un confine sembra chiudere, la vita apre un varco; là dove un’identità pretende di bastare a se stessa, l’incontro con l’altro la costringe a interrogarsi, a tremare, a rinascere.

In questo scenario variegato e inquieto, la contaminazione culturale appare come una delle forze più vitali del progresso umano. Non è un accidente marginale della storia, né un semplice ornamento della convivenza: è una delle sue leggi profonde. Le culture esistono perché si trasmettono, ma sopravvivono perché si trasformano. Una tradizione che rifiuta ogni contatto si irrigidisce; una civiltà che teme ogni mescolanza finisce per confondere la purezza con la sterilità. Al contrario, nel dialogo, nello scambio, nell’attrito stesso tra visioni del mondo differenti, si produce quell’energia creativa che permette agli uomini di immaginare nuove forme di vita, nuovi linguaggi, nuove istituzioni, nuove bellezze.

La contaminazione non va intesa come perdita meccanica di sé, ma come esperienza della soglia. Ogni incontro autentico avviene infatti su una frontiera: non soltanto geografica, ma simbolica, emotiva, spirituale. Sulla soglia, l’identità non scompare; viene piuttosto esposta alla propria incompletezza. L’altro, con la sua lingua diversa, con i suoi gesti, con i suoi miti e le sue domande, ci rivela che ciò che chiamavamo “mondo” era forse soltanto una delle sue possibili interpretazioni. In questo senso, la cultura aliena non è semplicemente ciò che sta fuori di noi: è uno specchio obliquo, capace di mostrarci ciò che in noi rimaneva invisibile.

Da qui nasce l’ebrezza dell’incontro. Essa non è soltanto entusiasmo, ma anche vertigine. Quando le culture si toccano, si osservano, talvolta si confrontano e si mescolano, l’orizzonte del possibile si dilata. Ciò che sembrava naturale appare improvvisamente storico; ciò che sembrava necessario si rivela contingente; ciò che sembrava estraneo diventa, lentamente, parte del nostro vocabolario interiore. L’ebrezza è precisamente questo smarrimento fecondo: il momento in cui l’uomo scopre di non essere prigioniero della forma che ha ricevuto, ma capace di abitarne altre, di tradurle, di reinventarle.

Nella storia, le grandi fioriture dell’umano sono spesso nate da incroci, prestiti e attraversamenti: rotte commerciali, migrazioni, traduzioni, conquiste, esili, scuole, porti, biblioteche, città aperte al passaggio. Le lingue si sono arricchite grazie alle parole straniere; le cucine hanno inventato sapori inattesi accogliendo ingredienti venuti da lontano; le arti hanno generato stili nuovi intrecciando tecniche e simbologie diverse; perfino il pensiero filosofico ha spesso trovato la propria forza nel confronto con ciò che lo eccedeva. Nessuna civiltà è davvero un’isola: anche quando si immagina autonoma, porta già in sé tracce di incontri dimenticati.

Eppure, sarebbe ingenuo celebrare la contaminazione senza riconoscerne le ombre. Ogni incontro porta con sé anche il rischio della sopraffazione, dell’appropriazione, della riduzione dell’altro a merce, ornamento o curiosità esotica. Non ogni mescolanza è dialogo; non ogni scambio è reciproco; non ogni apertura è giusta. Perché la contaminazione sia davvero generativa, deve custodire una dimensione etica: l’ascolto, il rispetto, la consapevolezza delle asimmetrie, la volontà di non divorare ciò che si incontra. L’incontro autentico non assimila l’altro cancellandolo, ma lo lascia risuonare nella sua differenza.

Qui si apre il problema filosofico più profondo: come restare se stessi senza chiudersi, e come aprirsi senza dissolversi? La risposta non può essere trovata nella nostalgia di identità pure, perché tali identità sono spesso finzioni retrospettive, costruite per paura del mutamento. Ma non può neppure consistere in una fluidità senza memoria, in cui tutto diventa intercambiabile e nulla conserva profondità. L’umanità ha bisogno di radici e di vento: radici per non smarrire la propria memoria, vento per non trasformarla in prigione. La cultura è viva quando sa ricordare e, insieme, lasciarsi attraversare.

La contaminazione culturale, allora, non è una minaccia alla bellezza del mondo, ma una delle sue condizioni. Essa rende visibile il carattere plurale dell’umano: nessuno possiede da solo l’intera grammatica dell’esistenza. Ogni cultura custodisce una risposta parziale alle domande fondamentali: come vivere, come morire, come amare, come ricordare, come dare senso al dolore e alla festa. Quando queste risposte entrano in relazione, non sempre si armonizzano subito; a volte producono dissonanza, conflitto, fatica. Ma anche la dissonanza può diventare musica, se viene ascoltata non come rumore da sopprimere, bensì come possibilità di una composizione più ampia.

In fondo, l’ebrezza dell’incontro è l’esperienza di una libertà più grande: la libertà di non coincidere interamente con ciò che siamo stati, di scoprire che la nostra identità non è una fortezza ma un cammino. L’altro non viene a sottrarci qualcosa; viene, quando l’incontro è giusto, a moltiplicare il nostro modo di essere nel mondo. Ci insegna che l’appartenenza non deve necessariamente escludere l’apertura, e che la differenza non è il contrario della comunione, ma la sua materia viva.

Così il mosaico dell’umanità continua a muoversi. Le sue tessere non perdono valore perché cambiano posizione; al contrario, acquistano nuovi riflessi nella prossimità con le altre. La bellezza che nasce dalla contaminazione non è quella fredda della simmetria perfetta, ma quella ardente dell’imprevisto: una bellezza fatta di passaggi, ferite, traduzioni, innesti, riconoscimenti. È la bellezza di un mondo che non si lascia ridurre a una sola voce, ma cerca, nella pluralità delle sue voci, un’armonia sempre provvisoria e sempre necessaria. E forse il progresso umano non è altro che questo: imparare, di epoca in epoca, a trasformare l’urto in dialogo, la paura in curiosità, la distanza in creazione.

 

venerdì 7 agosto 2026

I primi dieci giorni del campo missionario a Manaus

 

Una chiaccherata con Terezinha, uma delle responsabili di una delle 8 comunità



Paolo Cugini

 

MANAUS – Dieci giorni possono bastare per stravolgere una vita, cambiare radicalmente prospettiva e ridefinire il concetto stesso di comunità, fede e accoglienza. Questo è il primo bilancio, intimo e profondo, che emerge dalla verifica dei giovani volontari dopo la prima parte del loro campo missionario a Manaus, nel cuore dell'Amazzonia. Un'esperienza vissuta non da spettatori o turisti, ma immergendosi totalmente nella complessa realtà del quartiere Compensa, ospiti delle famiglie locali. Il filo conduttore delle testimonianze raccolte è lo straordinario impatto umano, capace di superare persino le barriere linguistiche.

Per Daria, partita senza aspettative particolari, l'impatto è stato profondamente toccante: «Mi è piaciuto moltissimo a livello umano. Anche senza parlare la stessa lingua siamo riusciti a comunicare, perché si percepiva chiaramente la loro voglia di entrare in contatto con noi». Ciò che colpisce i giovani è la capacità degli abitanti di trovare la bellezza e un fortissimo senso di appartenenza anche in un contesto difficile. «Nelle famiglie che ci hanno ospitato abbiamo toccato con mano l'essenza dell'accoglienza», continua Daria. «Una condivisione totale a partire dal pochissimo che si ha».

L'impatto con la Compensa richiede flessibilità, ma restituisce molto più di quanto tolga. Lisa descrive l'esperienza come l'incontro con «un altro pianeta», completamente diverso da qualsiasi cosa avesse già visto: «Vivere nella Compensa è stato fondamentale. Vedi persone che fanno di tutto per darti ciò che hanno, senza farsi troppe storie. Spesso in Italia siamo egoisti, mentre qui colpisce questo modo di fare così diretto e spontaneo. Certo, serve un grosso spirito di adattamento, ma l'accoglienza che abbiamo ricevuto è impressionante».

Colazione in un bar della Compensa


Alle sue parole fanno eco quelle di Edoardo M., che definisce questi primi dieci giorni come «un bel bagno di umiltà». Vivere stabilmente all'interno delle famiglie della favela, anziché nel centro città, ha permesso ai ragazzi di cogliere la realtà senza filtri. «Capiamo davvero quanto siamo fortunati», ammette Edoardo. «La parte più bella è stata ascoltare le loro testimonianze e capire il loro vissuto. In un contesto non facile per chi ci vive da sempre, anche un piccolo gesto come un saluto diventa importante. È una realtà per certi versi chiusa, ma incredibilmente aperta all'altro».

La missione a Manaus sta offrendo ai ragazzi anche una forte provocazione sul piano spirituale ed ecclesiale, tracciando un netto e talvolta impietoso confronto con le realtà parrocchiali d'origine in Italia. I giovani hanno scoperto una comunità cristiana radicalmente diversa: Una Chiesa "terra terra", concreta e spogliata di formalismi. Un cammino ecclesiale dinamico, dove i giovani assumono la responsabilità diretta degli incarichi pastorali. Un modello pastorale strutturato attorno alle persone e alle loro vite, anziché incentrato esclusivamente sulla burocrazia e sulla ritualità.

In una delle zone più delicate della Compensa, con le fogne a cielo aperto


«Qui il cammino ecclesiale sembra molto più umano», continua Daria, lanciando una riflessione che interroga il futuro delle nostre comunità: «È una Chiesa centrata sulle persone e non sul rito. Nelle nostre parrocchie, spesso, ci sono i più anziani che si credono i padroni assoluti della struttura, bloccando il rinnovamento».

Anche Emanuele è in sintonia con i suoi amici. "Mi sono sentito a mio agio. È stato bello vedere la condivisione della famiglia che ci ha accolto. Negli ultimi giorni, iniziando a capire la lingua, ci siamo inseriti ancora meglio". Uno dei temi più caldi emersi dai racconti è il contrasto tra l'esperienza ecclesiale italiana e quella brasiliana di periferia. Il confronto con l'Italia accende riflettori importanti sulla partecipazione dei giovani: In Italia spesso l'attività caritativa parrocchiale è ridotta e i giovani fanno fatica a inserirsi se non hanno già una famiglia attiva all'interno della Chiesa, mentre nella Compensa la partecipazione appare più fluida e naturale. Edoardo B., che già studia a Bologna e ha alle spalle esperienze di volontariato con le suore, ha notato subito la differenza: "Qui si vede che le persone che vanno in chiesa ci tengono moltissimo al servizio caritativo".

servizio ai senza tetto dopo l'adorazione eucaristica in una comunità


Il viaggio lascia nei ragazzi una consapevolezza nuova, ma anche il desiderio di aver fatto ancora di più. Resta un pizzico di autocritica costruttiva, come l'auspicio di Edoardo M. di "poter interagire ancora di più con i poveri", e l'osservazione di Edoardo B. sulla composizione demografica locale, avendo notato "pochi bambini" durante le attività. Ciò che traspare, alla fine, è il ritratto di una gioventù italiana desiderosa di mettersi in gioco, capace di farsi interpellare dalla povertà e di tornare a casa con un bagaglio di umanità rinnovato.

Una mattinata a pulire la favela san Lazzaro


giovedì 6 agosto 2026

Contaminazione: profezia di un’identità che rinasce

 




Paolo Cugini

 

 

Verrà un tempo, ed è già cominciato, in cui i popoli non potranno più salvarsi chiudendo le porte, alzando muri, custodendo le proprie tradizioni come reliquie immobili. Verrà un tempo in cui ciò che oggi viene chiamato contaminazione non apparirà più come una minaccia, ma come il luogo segreto in cui la vita prepara nuove forme di umanità. Perché ogni cultura che pretende di restare pura finisce per diventare sterile, e ogni identità che teme l’incontro rivela, proprio nella paura, la fragilità della propria radice.

La contaminazione, nella sua accezione negativa, nasce da uno sguardo difensivo. Essa viene pensata come perdita dell’identità originale, come infezione simbolica che intacca la purezza di un popolo, di una cultura, di una fede, di un’idea. È il pregiudizio che sorge quando una comunità si percepisce come compiuta in sé stessa e considera valido soltanto ciò che proviene dal proprio interno: i propri valori, i propri codici, le proprie memorie, le proprie forme di vita. Tutto ciò che arriva da fuori diventa allora sospetto, perché non porta il marchio dell’appartenenza, e ciò che non appartiene viene facilmente trasformato in pericolo.

In questa prospettiva, l’altro non è più un volto da ascoltare, ma un agente contaminante da respingere. La differenza non è una promessa, ma un rischio. La frontiera non è uno spazio di passaggio, ma una linea di separazione. Così la cultura si trasforma in fortezza e l’identità in presidio armato. La modernità, con la sua esigenza di ordine, classificazione e appartenenza stabile, ha spesso alimentato questa visione: ha immaginato identità compatte, popoli omogenei, tradizioni lineari, origini incontaminate. Ma questa immagine è più un mito che una realtà.

Infatti, non esiste cultura che sia nata pura, né tradizione che non porti dentro di sé tracce di incontri, scambi, conflitti, migrazioni, traduzioni, prestiti e ferite. Anche le culture più gelose della propria origine sono, a uno sguardo più profondo, il risultato di contaminazioni sedimentate nel tempo. Le lingue sono archivi di parole venute da altrove; le cucine sono mappe di viaggi e conquiste; le religioni hanno attraversato popoli e territori trasformandosi nel contatto; le arti hanno imparato continuamente da forme straniere. Ciò che oggi viene difeso come autentico è spesso il frutto di antichi innesti dimenticati.

Per questo la parola contaminazione deve essere liberata dalla sua prigione negativa. Essa non indica necessariamente corruzione, perdita o decadimento. Può indicare, al contrario, fecondazione. Può essere il segno che una cultura è viva, perché solamente ciò che è vivo entra in relazione, assorbe, trasforma, restituisce. Nessun organismo vivente cresce restando identico a sé stesso; cresce perché scambia, respira, riceve, assimila. Allo stesso modo, una cultura che non si lascia provocare da ciò che incontra non custodisce la propria identità: la congela.

L’identità non è una statua posta al centro della piazza, immobile e intoccabile. È piuttosto un cammino, una trama, una voce che cambia timbro senza smarrire la propria profondità. Essere fedeli alla propria origine non significa ripetere sempre gli stessi gesti, ma saper riconoscere quale promessa quella origine portava in sé. La vera fedeltà non è immobilità; è capacità di generare futuro. Una tradizione che non sa incontrare l’altro diventa tradizionalismo; una memoria che non accetta di essere interrogata diventa nostalgia; una appartenenza che si difende dall’alterità diventa ideologia.

Quando una società chiama contaminazione ciò che semplicemente è differente, essa prepara il terreno dell’esclusione. Prima viene la parola: impuro, estraneo, pericoloso, incompatibile. Poi viene il sospetto. Poi la distanza. Poi la giustificazione morale del rifiuto. La retorica della purezza non è mai innocente, perché stabilisce chi può appartenere e chi deve restare fuori, chi è portatore di valore e chi viene ridotto a minaccia. Così la paura culturale diventa paura sociale, e la paura sociale può diventare violenza simbolica, politica, persino religiosa.

Eppure, la storia annuncia un’altra legge: ciò che si mescola non sempre si perde; spesso si compie. Le culture non muoiono perché vengono attraversate, ma perché smettono di attraversare. Non si impoveriscono perché ricevono parole nuove, gesti nuovi, simboli nuovi; si impoveriscono quando non hanno più la forza di reinterpretarli. La contaminazione culturale diventa allora una scuola di umiltà: insegna che nessuno possiede interamente la verità, che ogni identità è anche debitrice, che ogni popolo è stato raggiunto da doni venuti da lontano.

La profezia del nostro tempo consiste dunque nel passare dalla paura della contaminazione alla sapienza dell’incontro. Non si tratta di dissolvere le identità in un indistinto globale, né di rinunciare alle radici che ci hanno generato. Si tratta, piuttosto, di comprendere che le radici non sono catene: sono organi di nutrimento. E una radice viva non teme la terra che incontra; la attraversa, la assume, la trasforma in linfa.

Per questo bisogna annunciare con forza: non abbiate paura delle culture che arrivano, delle parole che bussano, dei volti che portano narrazioni diverse. Abbiate piuttosto paura delle identità chiuse, delle memorie rese idolatriche, delle tradizioni trasformate in muri. Perché il futuro non apparterrà ai puri, ma ai fecondi; non a chi avrà custodito intatta una forma, ma a chi avrà saputo generare vita dall’incontro. La contaminazione, quando è vissuta nella libertà, nel discernimento e nella giustizia, non cancella l’identità: la rivela come promessa ancora incompiuta.

 

venerdì 31 luglio 2026

Contaminazione e Mistero: profezia di un’identità altra

 




Paolo Cugini

 

 

Verrà un tempo, ed è già questo tempo, in cui le identità costruite come mura mostreranno le loro crepe. Verrà un tempo in cui ciò che è stato chiamato purezza apparirà per ciò che spesso è stato: paura del contatto, timore dell’alterità, difesa ansiosa di un confine. Allora si comprenderà che nessuna identità nasce innocente, perché ogni identità si edifica scegliendo, separando, nominando ciò che è dentro e ciò che resta fuori. Ogni appartenenza porta con sé una soglia; ogni “noi” custodisce, nel suo grembo, un “loro” escluso.

Eppure, lo Spirito non abita soltanto nei recinti. Lo Spirito geme fuori dalle porte, attraversa i campi impuri, parla lingue non previste, si posa su corpi che la norma non aveva convocato. Là dove l’istituzione vede contaminazione, il Mistero può aprire rivelazione. Là dove la dottrina teme confusione, può germinare un senso nuovo. Perché la contaminazione non è necessariamente perdita: essa può essere visitazione, ferita feconda, sconfinamento capace di dischiudere all’identità la sua verità più profonda.

Guai a chi confonde il Mistero con la sua formula, la vita di Dio con la sua definizione, l’eco della Parola con il possesso della verità. Il dogma nasce come parola di custodia, come tentativo di dire, dentro la storia, ciò che supera la storia. Ma quando la custodia diventa controllo, quando la definizione pretende di chiudere ciò che è inesauribile, allora il dogma rischia di trasformarsi in argine contro la rivelazione stessa. Ciò che doveva indicare il fuoco diventa cenere ordinata; ciò che doveva orientare il cammino diventa frontiera invalicabile.

Il cammino dell’evoluzione del dogma è anche un cammino di identificazione: la Chiesa, pronunciando ciò che crede, riconosce se stessa, dà forma alla propria memoria, protegge il nucleo della propria narrazione. Ma ogni identificazione comporta una scelta, e ogni scelta produce un margine. Definire significa illuminare un volto, ma anche lasciare nell’ombra altri volti possibili. Dire “questo è” significa spesso dichiarare, implicitamente, “questo non è”. È qui che l’identità ecclesiale incontra la sua tentazione: credere che la separazione sia fedeltà, che l’esclusione sia garanzia, che il confine sia più sacro del passaggio.

Ma il Mistero non si lascia amministrare come un territorio. Il Mistero non è una proprietà custodita da mani autorizzate, né un deposito inerte da difendere contro il vento della storia. Il Mistero è eccedenza, promessa, abisso che chiama. Ogni volta che una comunità pretende di esaurirne le possibilità rivelative, essa non difende Dio: difende la propria immagine di Dio. Non custodisce la trascendenza: protegge la propria paura di essere trasformata.

Per questo la contaminazione può diventare profezia. Essa interrompe l’idolo dell’identità chiusa e ricorda alla fede che la rivelazione non coincide mai pienamente con le sue sedimentazioni storiche. La contaminazione introduce nell’identità una domanda, una fenditura, una possibilità imprevista. Contaminarsi non significa dissolversi, ma lasciarsi convertire dall’incontro. Significa accettare che l’altro non sia soltanto minaccia, ma luogo teologico; non soltanto differenza da respingere, ma parola capace di restituire alla propria identità una verità dimenticata.

Beata l’identità che non teme di essere attraversata. Beata la comunità che non confonde la fedeltà con l’immobilità. Beata la Chiesa che, invece di innalzare nuove pietre sui confini, impara a riconoscere la voce del Vivente anche nei luoghi non autorizzati. Perché il Mistero che si rivela non resta prigioniero dei nostri enunciati: li attraversa, li inquieta, li supera. Egli parla ancora, e spesso parla proprio là dove la dottrina aveva imparato a tacere.

Allora il compito non sarà abolire ogni forma, né disprezzare ogni parola ricevuta. Il compito sarà purificarle dalla pretesa del possesso. Sarà trasformare il dogma da muro in soglia, da chiusura in orientamento, da definizione assoluta in memoria viva di un incontro che resta sempre più grande di ciò che possiamo dire. Sarà riconoscere che la verità non teme il contatto, perché ciò che è veramente vivo non si conserva isolandosi, ma attraversando la storia senza smettere di generare.

E si alzerà una voce nel deserto delle certezze chiuse: non chiamate impurità ciò che può diventare rivelazione; non chiamate tradimento ciò che può essere conversione; non chiamate confusione ciò che apre un varco al Mistero. Poiché l’identità che non accoglie contaminazione diventa statua di sale, memoria irrigidita di un cammino interrotto. Ma l’identità che si lascia ferire dall’altro può rinascere come promessa, può scoprire di non essere un recinto da difendere, ma una tenda da spostare, una parola da custodire nel suo continuo accadere, un nome che riceve senso nuovo ogni volta che osa incontrare ciò che non aveva previsto.

 

mercoledì 29 luglio 2026

IL NOSTRO CAMMINO NELLA COMPENSA DI MANAUS

 

Movimento fede e politica in azione


Paolo Cugini


La parrocchia di San Vincenzo de Paoli, situata nel quartiere Compensa di Manaus è sorta alla fine degli anni 70 del secolo scorso con l'aiuto dei gesuiti. Fino alla fine degli anni 90 tutto il territorio della Compensa, che conta più di 90.000 abitanti, era un'unica parrocchia gestita da un gruppo di gesuiti. Lentamente si sono costituite diverse comunità, circa 30, raggruppate in tre parrocchie. Questo stile di chiesa fatto di parrocchie costituite di comunità era in linea con lo stile Della Chiesa delle comunità ecclesiali di base (CEBs) sorte verso gli anni 50 e 60 del secolo scorso in tutta l'America Latina e che hanno segnato il cammino della Chiesa di questo Continente.

Per potere accompagnare la vita delle piccole o grandi comunità di base sin dall'inizio è stata necessaria la presenza di laici e laiche. Il compito dei presbiteri, in questo caso i gesuiti, è stato quello di formare pastoralmente e teologicamente i laici e le laiche, per renderli idonei a condurre i diversi settori della pastorale e a guidare una celebrazione della Parola in assenza del presbitero.

Sono presente nella parrocchia Di San Vincenzo de Paoli dal novembre del 2023 e, sin da subito, mi ha colpito la vivacità delle 7 comunità, che ora stanno diventando 8, di cui è costituita la parrocchia. Ho potuto toccare con mano la bontà del lavoro formativo fatto dai gesuiti. Dove si vede questo lavoro pastorale? Nella capacità di laici e laiche di assumere con responsabilità e serietà il compito di condurre un servizio pastorale o una liturgia. All'inizio dell'anno abbiamo realizzato due messe in cui in una ho inviato 160 tra laici e laiche, che hanno rinnovato l'impegno biennale e altri hanno iniziato il loro servizio pastorale nei vari settori della comunità: catechesi, liturgia, in decima, battesimo, pastorale della salute, movimento fede e politica, pastorale della famiglia, pastorale dei giovani. Tre settimane dopo abbiamo inviato circa 40 ministri della Parola e dell'eucaristia, che aiutano nelle celebrazioni liturgiche nelle 8 comunità

Manifestazione della nostra parrocchia per le strade della Compensa


. La settimana di ogni comunità è strutturata tra momenti liturgici, come la novena del martedì sera e l'adorazione eucaristica del giovedì sera, con attività di tipo sociale. Infatti, ogni comunità prepara o la colazione o la cena un giorno alla settimana per i senzatetto e i poveri del quartiere, che sono veramente tanti. Abbiamo creato un calendario in cui tutti i giorni è segnata la comunità che prepara un pasto. Molto spesso questi pasti avvengono dopo un momento liturgico, come il caso di San Pietro dopo la novena della sera, o di San Sebastiano dopo l'adorazione eucaristica. Questo tipo di servizio chiamato Caritas, e attivo da quasi due anni, sta creando una relazione con i senzatetto e i poveri del quartiere. Domenica scorsa, alla messa delle 9 del mattino nella comunità di San Sebastiano, ho contato presenti 12 senzatetto su un totale di 50 persone. Con una delle responsabili della comunità ho commentato positivamente questa presenza. Claudia, è il nome della responsabile,  ha risposto che i senzatetto vengono perché sanno che dopo la messa c'è sempre un caffè, un panino qualcosa da mangiare, e non gli diamo il pane vero che è Gesù, il suo Vangelo, l'eucaristia.

Abbiamo attivato molti servizi pastorali di stile sociale in tutti questi anni. Oltre a un'attenzione costante ai poveri e ai senzatetto, in tutte le comunità ci sono delle equipe di ministri che formano la pastorale della salute e della visita e tutte le settimane visitano le case degli anziani della comunità, delle persone sole, degli ammalati. Una volta al mese mi inserisco in ogni comunità per queste visite così importanti.

Il protagonismo dei giovani della parrocchia


Per circa 30 anni la pastorale sociale più forte, non solo qui nella Compensa ma in tutto il Brasile, è stata la pastorale dei bambini, la pastorale della criança. Questo servizio pastorale era sorto all'inizio degli anni 70 del secolo scorso a San Paolo e poi si è diffusa per tutto il Brasile. Questo servizio era nato per rispondere a un problema emergente: la morte prematura di tanti bambini, dovuta alla malnutrizione e a malattie conseguenti. Lo sviluppo economico del Brasile ha permesso di uscire da una situazione di emergenza e, di conseguenza, è diminuito moltissimo il numero dei bambini che muoiono per causa di denutrizione. Attualmente, nella parrocchia ci sono tre comunità che hanno ancora all'attivo il servizio della pastorale dei bambini, che oggi consiste nell'aiutare le mamme più povere a preparare degli alimenti per i bambini, e a radunare queste mamme nella celebrazione della vita una volta al mese, il quarto sabato del mese, dove vengono pesati i bambini e vengono aiutate le mamme nelle problematiche mediche e di salute dei propri bambini.

Il problema più significativo del quartiere Compensa è la presenza dei trafficanti di droga, che coinvolgono molti ragazzi e molti giovani. Solo per fare un esempio. Nella comunità Di San Lazzaro, di recente costituzione, la giovane coordinatrice di nome Fernanda, ci ha detto che gli adolescenti e i giovani di questa favela non si riescono assolutamente a coinvolgere, perché sono già tutti dentro ai giri del traffico di droga. È un problema serio, perché si tratta di convivere con un clima di violenza, di paura, di continue tensioni tra le bande che si contendono il territorio.

Invio dei ministri della Parola e dell'Eucaristia


Legato a questo problema c'è quello dei debiti. I poveri che non hanno soldi per comprare le cose come un ventilatore, un frigorifero, chiedono un prestito a coloro che sono coinvolti nel traffico e poi, non riuscendo a restituire, vengono presi dalla morsa del debito. Questo è il motivo maggiore di varie morti che ci sono nel territorio del quartiere Compensa. L'altro motivo è il suicidio. È pesante vivere in questo clima di violenza, senza soldi, in una condizione sociale in cui le famiglie vivono in casa con persone anziane o ammalate, disoccupati senza la possibilità di dare ai figli quello che vorrebbero. Parlando con alcune psicologhe del territorio, ci hanno riferito che il problema più significativo delle persone della Compensa è la sofferenza mentale. Per questo, molta gente scoppia, non ce la fa. La stessa parrocchia da alcuni anni ha assunto due psicologhe e, da circa un anno, abbiamo creato il contatto con due università che ci forniscono dei giovani psicologi e psicologhe all'ultimo anno di studio, che vengono realizzare il loro tirocinio tra di noi. Tra coloro che sentono il peso della sofferenza mentale ci sono anche diversi responsabili di comunità, che vivono le stesse dinamiche degli altri. Faccio un esempio. La coordinatrice della comunità di Rosario, la signora Lene, negli ultimi anni ha perso un figlio di 24 anni, la figlia di 35 è allettata a causa di una pallottola vagante ricevuta in una sparatoria nel quartiere e anche il marito ha trascorso parecchi anni in questo giro. Lene è il prototipo della donna forte, che è passata attraverso tante lotte, e che guida la comunità con molto zelo e molta responsabilità.

Un momento di festa


Nei consigli pastorali ci chiediamo spesso come annunciare il Vangelo in questo contesto così violento e dai troni drammatici. Le risposte che ci stiamo dando vanno nella direzione dell'ascolto costante del Vangelo, che ci invita a radunarci e a mettere al centro i poveri, i senzatetto, ma anche ci stimola ad avere relazioni più autentiche e di amicizia tra di noi. L'anno pastorale è ricco di momenti in cui ci troviamo insieme. Questo accade ogni settimana al mercoledì sera, quando ci troviamo nel salone parrocchiale a meditare un capitolo del Vangelo, che ci offre lo stimolo e le idee che ci servano nella vita quotidiana. Ci troviamo anche la terza domenica del mese alla mattina, a studiare i documenti della Chiesa, invitando qualche responsabile dell'archidiocesi o del Vicariato. Ma i momenti più belli sono le feste del patrono, in cui si ha la possibilità di vedere e di toccare con mano la creatività di questa gente, che fa di tutto per creare momenti di festa e di inventare situazioni che possono aiutare la gente a vivere attimi di serenità e di condivisione. Sono questi momenti di festa che segnano il nostro cammino e che rivelano la bontà della proposta del Vangelo, chi ci invita alla comunione e alla speranza. Spesso nelle comunità, nei momenti di formazione o nei consigli pastorali, emerge questa parola: speranza. Lo diceva proprio Antonio, uno dei responsabili della comunità di Santo Ignazio di Loyola, che nel contesto problematico in cui viviamo, la comunità cristiana è motivo di speranza, perché non ci molla mai, perché dove c'è violenza noi creiamo situazioni di amicizia e di pace, dove c'è il disperato senzatetto noi gli offriamo una ciotola di pasta o il caffè con il panino alla mattina. Piccole cose, ma che rivelano che per noi cristiani che crediamo in Gesù, c'è speranza nel mondo ed è questa speranza che annunciamo con piccoli gesti, con le nostre feste, celebrando la Parola.