Paolo
Cugini
È forse uno degli
aspetti più disorientanti e apparentemente assurdi della nostra epoca:
ascoltare donne che parlano come parlerebbero gli uomini più maschilisti. Donne
che difendono pubblicamente la sottomissione femminile, che esaltano ruoli di
genere rigidamente tradizionali e che arrivano persino ad affermare, in modo
provocatorio o drammaticamente letterale, che le donne non dovrebbero avere il
diritto di voto.
Questo fenomeno, che
riempie feed di TikTok, reel di Instagram e talk show, solleva una domanda
inevitabile: che cosa è successo per arrivare a questo punto? Come mai ci sono
donne che si fanno paladine di un discorso patriarcale, difendendo la superiorità
biologica o sociale degli uomini e negando, di fatto, decenni di lotte e
conquiste per l'uguaglianza? Per comprendere questa inversione di rotta, è
necessario scavare sotto la superficie della provocazione social e analizzare
le radici psicologiche, sociali ed economiche di quella che i sociologi
definiscono "misoginia interiorizzata" o patriarcato partecipativo.
Una delle risposte
principali risiede nella stanchezza e nel disorientamento generati dalla
modernità. Il femminismo ha giustamente lottato per dare alle donne la libertà
di scegliere: di lavorare, di fare carriera, di essere indipendenti. Tuttavia,
nel sistema economico attuale, questa libertà si è spesso tradotta in una
doppia giornata lavorativa: le donne oggi devono essere professioniste
brillanti senza che la società le abbia liberate dal carico della gestione
domestica e della cura dei figli. In questo contesto, l'ideologia della donna
sottomessa e casalinga a tempo pieno (spesso romanticizzata online sotto il
trend delle Tradwives, le mogli tradizionali) viene percepita
come una via di fuga. Rinunciare ai propri diritti e delegare il potere
decisionale all'uomo viene venduto come un atto di semplificazione della vita.
L'idea di farsi proteggere e mantenere diventa un rifugio confortevole contro
l'ansia da prestazione della società capitalista.
Il patriarcato è un
sistema di potere. Quando una minoranza o un gruppo storicamente svantaggiato
si schiera con il potere egemone, spesso lo fa per una questione di
sopravvivenza e posizionamento sociale. Le donne che difendono la superiorità
maschile ottengono l'approvazione immediata degli uomini che detengono quel
potere. Diventano l'eccezione alla regola, le donne giuste agli occhi del
maschilismo. Questo status offre una ricompensa immediata. Pensano che, sottomettendosi
volontariamente e compiacendo il sistema, saranno protette dalla violenza o
dalla discriminazione che colpisce le altre donne.
Dire che le donne non
dovrebbero votare o che il femminismo ha rovinato il mondo è una strategia di
posizionamento politico ed economico: nell'era della rage farming
(creare contenuti indignando il pubblico per ottenere visualizzazioni),
l'antifemminismo militante guidato da una donna è un business estremamente
redditizio in termini di clic, follower e sponsorizzazioni.
Il patriarcato non è
una prerogativa biologica maschile, ma un sistema culturale in cui tutti siamo
immersi fin dalla nascita. Quando una donna cresce in una struttura che svaluta
il femminile, può arrivare ad assorbire quegli stessi pregiudizi. La misoginia
interiorizzata porta le donne a giudicare le proprie simili con la stessa lente
severa, iper-sessualizzata e svalutante del maschilismo più tossico. Le
conquiste storiche dell'uguaglianza non vengono viste come diritti universali,
ma come fonti di disordine sociale. Per queste donne, la solidarietà femminile
(la sororità) non esiste; esiste solo la competizione per accaparrarsi le
risorse e l'attenzione dell'uomo, visto come l'unico vero arbitro del valore
sociale.
Non si può isolare
questo fenomeno dal quadro politico globale. Viviamo in un'era di forte
polarizzazione e di "backlash" (contraccolpo) conservatore. Ogni
volta che i diritti civili fanno un passo avanti, si attiva una forza uguale e
contraria che tenta di restaurare l'ordine precedente. Le donne che si fanno
paladine del patriarcato sono la reazione visibile a un cambiamento che fa
paura. La frammentazione delle identità moderne spinge molti a cercare rifugio
in dogmi passati, dove i ruoli erano chiari, rigidi e privi di ambiguità: l'uomo
provvede, la donna obbedisce. Un modello arcaico che cancella la libertà
individuale, ma che cancella anche la responsabilità di dover decidere chi
essere.
Il paradosso più
doloroso di queste posizioni è che le donne che oggi usano la propria voce, i
propri canali social e la propria libertà di parola per dire che le donne non
dovrebbero votare o autodeterminarsi, stanno godendo precisamente dei frutti di
quelle lotte che oggi rinnegano. Se possono parlare, pubblicare video, gestire
patrimoni o esprimere opinioni politiche, è solo perché generazioni di
femministe hanno combattuto per loro. Il fenomeno delle donne patriarcali
non è un ritorno al passato, ma un sintomo dei nostri tempi strani: una miscela
di opportunismo digitale, stanchezza sociale e profonda crisi d'identità. Ci
ricorda che i diritti non sono mai conquistati per sempre e che la sfida più
difficile per l'uguaglianza non è solo combattere il maschilismo degli uomini,
ma anche decostruire l'idea che la gabbia del patriarcato sia un posto sicuro
in cui abitare.








