giovedì 21 marzo 2019

SCIACALLI!



Paolo Cugini


È questo che sono quegli pseudo giornalisti che ieri sui giornali di Reggio Emilia hanno sparato dei titoli scandalistici, da vero e proprio gossip de bassa lega, prendendo delle frasi dal mio blog, estrapolandole totalmente dal contesto con l’unico e specifico obiettivo di creare il caso, lo scandalo.

Vigliacchi, perché fate questo alle spalle, tramando e assaporando il possibile colpo scandalistico, infischiandovene delle conseguenze che il vostro sudiciume scandalistico produce, non solo sulle persone colpite, ma anche sui lettori.

Farabutti, incapaci di un pensiero corretto e articolato, scrivete immondizia per guadagnarvi un po' di fama, qualche spicciolo in più. Se non sapete cosa fare, cercate qualche corso che v’insegni che cosa significhi fare del giornalismo di qualità.

Irresponsabili, perché non pensate alle conseguenze che il vostro letame giornalistico, che gettate senza il minimo pudore, può arrecare alle persone da voi prese di mira.



lunedì 18 marzo 2019

AMATURA'



Paolo Cugini

Mercoledì, 13 marzo. Alla mattina verso le 7,30 partenza da Tonantis per Amaturà. La cosa interessante in questa diocesi è che cambiando parrocchia, spesso cambia anche il fuso orario. Arrivati ad Amaturà, infatti, abbiamo messo l’orologio indietro di un’ora. Ci siamo messi a cercar la segreteria parrocchiale per incontrare il parroco e la segretaria ci ha comunicato che il parroco si trovava a verificare la costruzione di una cappella nella periferia della città. Abbiamo seguito le indicazioni della segretaria e ci siamo diretti alla cappella, che abbiamo trovato, ma il parroco non c’era. Ci siamo guardati un po' intorno e siamo tornati nella piazza della città, molto tranquilla e calma. Altri ritmi rispetto a Reggio. Amaturà è la parrocchia più piccola della diocesi, con tre comunità in città e una ventina lungo il fiume. Finalmente conosciamo il parroco: don Washington, un prete diocesano colombiano e di Medellin come don Gonzalo di Tonantis. Don Washington è prete da cinque anni e, dopo aver trascorso i primi due nella sede a Tabatinga, il vescovo Adolfo lo ha nominato parroco ad Amaturà per sostituire i francescani. “Appena arrivato – racconta sorridendo – ho scoperto che non c’era la casa parrocchiale. Anzi c’era, ma i frati avevano affittato le strutture parrocchiali al Municipio e ci sono voluti alcuni mesi per spiegare al sindaco che come parroco dipendeva dal Vescovo e non da lui”. 
O padre Washington con la maglua bianca e verde mentre parla in una xomunutà


Dopo i primi mesi vissuti in una casa in affitto e dopo essersi spiegato con il sindaco, don Washington ha potuto finalmente risiedere nella casa parrocchiale, anche se una buna parte delle strutture costruite dai francescani sono ancora attualmente in affitto al Municipio. Tutta la diocesi di Alto Solimões è stata gestita dai francescani sin dagli inizi, che con grande ardore hanno evangelizzato la regione che è ampia come mezza Italia (con circa duecento mila abitanti). 
Nel pomeriggio visita alle comunità della città. “Quando sono arrivato due anni fa, c’era solo la Chiesa di san Cristoforo, in centro. Quando ho visto la situazione, ho parlato con il vescovo Adolfo dicendogli che nei primi tre anni avrei lavorato per mettere la parrocchia in condizione di lavorare pastoralmente. E così assieme alle comunità, abbiamo deciso di costruire le cappelle nei principali quartieri della città”. Oggi le cappelle sono tre (in realtà due devono ancora essere finite, ma la gente le utilizza già per celebrare). Ogni settimana nelle cappelle la gente si trova per recitare il rosario e per celebrare. Don Washington ha deciso di affidare ai tre padri di famiglia che si stanno preparando per il diaconato permanente, una comunità a testa per organizzare la pastorale della comunità. L’idea è che in ogni comunità della città funzioni la pastorale della decima, la catechesi, la pastorale dei bambini, il gruppo giovani e altri servizi necessari. 

Arrivo alla comunità indigena Canibarù

Giovedì 14 marzo. Alla mattina, dopo colazione, partenza per la visita di tre comunità: Canibarù, Buon Pastor e Nuova Italia. Sulla barca con noi ci sono anche Rodrigo che si sta preparando ad essere diacono e un assessore comunale. Rodrigo ha 41 anni, ha tre figli ed è già nonno! (BAU!). La comunità di Canibarù è l’unica cattolica delle tre. Appena arrivati abbiamo incontrato la leader della comunità e altre persone. Ci siamo poi, diretti alla cappella che da circa due anni stanno tentando di costruire. Mentre qualcuno suonava le campane, un altro avvisava della nostra presenza attraverso degli altoparlanti. In poco tempo la cappella si è riempita di gente, soprattutto di giovani e bambini. Don Washington ha spiegato subito che non si trattava di una messa, ma di una visita di amici preti venuti dall’Italia. Le tre comunità che stiamo visitando questa mattina, sono state fondate dai missionari francescani. La gente ricorda i nomi di due frati Cappuccini: frate Enrico – recentemente scomparso- e frate Benigno. Tutti hanno un ottimo ricordo di questi frati e della loro presenza nelle comunità. Appena sono andati via loro, i successori – a detta del futuro diacono Rodrigo, non più frati di provenienza italiana, ma brasiliana – hanno concentrato il lavoro pastorale nella città di Amaturà, lasciando quindi perdere l’accompagnamento delle comunità sul fiume. Occorre dire, per comprendere meglio il contesto, che il lavoro di accompagnamento pastorale delle comunità che si trovano sul fiume è molto costoso. Mentre ero al corso d’inculturazione nella realtà amazzonica a Manaus, parlando un giorno con padre Luciano – di Padova, che lavora già da due anni in Amazzonia – tutte le volte che visita le comunità del fiume, in barca portando con sé qualche persona, che l’aiutano nel lavoro pastorale e rimanendo sul fiume per 15/20 giorni, spende circa 14 mila reais (tradotto in euro: circa tremila euro). Andando nelle comunità con la barca occorre, per legge, portarsi l’autista e la cuoca, che hanno un loro costo. Oltre a ciò, c’è da considerare gli alimenti per 20 giorni, l’acqua e la benzina.

Ogni famiglia che appartiene al gruppo religioso della Cruzada pone una targhetta come questa affisso sulla casa



 Quello che è avvenuto in diverse comunità della parrocchia di Amaturà con i nuovi Cappuccini che, per diverse ragioni, hanno abbandonato l’accompagnamento pastorale, è che i gruppi evangelici sono entrati e si sono stabilizzati. Nella comunità buon Pastore sono tutti evangelici, mentre nella comunità Nuova Italia, una parte è del gruppo Cruzada (è un gruppo fondato da un laico cattolico negli anni ’70 del secolo scorso proprio in questa regione di Solimões e che si è diffusa in diverse comunità) e l’altra parte della comunità appartiene al gruppo evangelico denominato Assemblea di Dio. Ciò significa che, in queste due comunità, i cattolici sono scomparsi. La mancanza di presenza provoca nelle persone la ricerca di un cibo spirituale da altre parti. È del resto, simile al fenomeno che avviene con le persone delle comunità incontrate nella diocesi di Ruy Barbosa dello Stato della Bahia che, quando vanno in cerca di lavoro nelle grandi città, andando ad abitare nei quartieri poveri, non incontrando la presenza della Chiesa cattolica, iniziano a frequentare le chiese evangeliche. “Mons Adolfo – ci dice padre Washington mentre camminiamo nelle strade della comunità nuova Italia – mi ha chiesto di entrare nelle due comunità evangeliche per cercare di recuperare qualche cattolico. Io gli ho risposto che non ha senso: gli evangelici credono in Gesù Cristo e hanno già il pastore che li aiuta nel loro cammino”. 


Qualcuno mi ha chiesto che senso ha andare in Amazzonia a rompere le scatole ai popoli indigeni. La Chiesa è presente in Amazzonia da alcuni secoli: c’è già quindi un cammino di Chiesa e delle esperienze ecclesiali molto diversificate tra loro. L’annuncio del Vangelo alle genti è un comando che il Signore ha dato prima di tornare al Padre. Ho riflettuto molto su questo comando di Gesù. Tra le tante cose che si potrebbero scrivere, penso che uno dei motivi che ci sta dietro al comando del Signore consiste nel permettere a tutti di cogliere la ricchezza delle Spirito Santo presente nelle culture e nelle religioni sparse nel mondo. Se uno sta rinchiuso nel suo guscio, non scoprirà mai la bellezza che c’è fuori dalla propria capanna e che Dio sta realizzando in ogni angolo del pianeta, dell’universo. Quando una diocesi – come quella di Reggio – decide di farsi presente in altri paesi, vuole dire che sta aprendo le proprie finestre affinché entri il soffio dello Spirito, con quei colori e quelle sfumature diverse, che dicono della pluralità e diversità dello Spirito Santo. Il problema che stiamo incontrando visitando da vicino le comunità, è che non sempre il lavoro missionario ha saputo ascoltare e accompagnare la novità culturale e religiosa di questi popoli, aiutandoli ad assimilare la forza del Vangelo, rispettando le loro dinamiche, la loro cultura, per vedere le cose nuove che lo Spirito Santo stava promovendo in questo contesto. Sono solo impressioni che dovranno essere verificate nel tempo e da vicino, ma che comunque mi servono per fare il punto di ciò che stiamo incontrando. 

Padre Gabeiek assiene al futuro diacobo permanente mentre ci dirigiamo alle comunità sul fiume

sabato 16 marzo 2019

TONANTIS

La chiesa della parrocchia di Tonantis


Paolo Cugini

Domenica 10 marzo. Alla mattina sia Gabriele che io abbiamo celebrato messa nelle comunità della città di Santo Antonio do Iça. Nel pomeriggio, partenza per la parrocchia di Tonantis. Assieme al vescovo Adolfo, abbiamo deciso di non fermarci tutto il tempo a Santo Antonio do Iça, ma di visitare le altre parrocchie della diocesi per conoscere meglio la realtà e poi per fare conoscenza dei presbiteri e delle religiose che vi operano. E così, al pomeriggio, siamo arrivati in un’ora di Lancia (imbarcazione veloce sul fiume) a Tonantis. Al piccolo porto della cittadina c’erano ad attenderci una religiosa, suor Benice e il parroco: pe Gonzalo Franco. Tonantis è l’ultima parrocchia della diocesi, la prima se si viene da Manaus. È una cittadina di 20 mila abitanti con 12 comunità nella città e venti sul fiume Solimões.
Padre Gonzalo e padre Gabriele


Il lavoro pastorale non manca. Padre Gonzalo è di origine Colombiana. È qui da soli sette mesi e conosce già tutti, soprattutto i giovani. Prima di giungere a Tonantis, pe Gonzalo è stato in Italia sei anni a studiare teologia. Si è licenziato (corrisponde ad un master di due anni nelle università statali) in mariologia con una tesi sul tema della presenza di Maria nei documenti della Conferenza episcopale Latinoamericana. Ora, si è incardinato nella diocesi di Alto di Solimões e serve le comunità della parrocchia di Tonantis con molto entusiasmo. Lo si capisce dal rapporto che ha con la gente, sia mentre cammina per strada, che mentre celebra. Alla sera, messa nella comunità san Francesco, una delle comunità della città. Ha celebrato Gabriele che, in questo contesto, si sente proprio a casa. Molti giovani erano presenti alla messa e, subito dopo, si sono fermati a parlare con noi. Due di loro si sono presentati come facenti parte del gruppo vocazionale: Jefferson e Leandro si stanno preparando per andare in seminario.


Lunedì, 11 marzo. Alla mattina, dopo le lodi, colazione. Mentre prendevamo il caffè don Gonzalo ci ha raccontato un po' di sé e della parrocchia. “Tonantis è la parrocchia più cattolica della diocesi, anche se è stata per più di vent’anni senza un prete: forse sarà per questo (risate dei presenti). Qui i laici si sono organizzati per trasmettere la fede alle nuove generazioni. Impressionante è l’adorazione eucaristica del giovedì sera nella chiesa principale: c’è più gente in questa occasione che alla messa domenicale. I laici nelle comunità hanno mantenuto viva la fede del popolo con le devozioni ai santi e a Maria, con le novene”.
Una delle cappelle delle comunità della città


La Diocesi di Alto Solimões ha una percentuale molto bassa di cattolici: 54%. Secondo il vescovo Adolfo, sono due i motivi di questa percentuale così bassa. Il primo, è che il territorio è così vasto che è difficilissimo garantire una presenza stabile, anche perché è un territorio che presenta molte difficoltà: la selva, le comunità sulla riva del fiume, oltre a tante altre. Il secondo motivo, che è legato al primo, è che proprio in questa situazione di presenza parziale della Chiesa cattolica, i gruppi evangelici hanno trovato il campo libero per la loro azione. Oltre a ciò, è importante comprendere le diverse modalità di azione missionaria. Mentre i cattolici, infatti, quando arrivano su un territorio non possono garantire la presenza in ogni comunità, ma dalla città i presbiteri o i frati visitano le singole comunità tre o quattro volte all’anno (quando va bene), al contrario i gruppi protestanti, quando arrivano in una comunità, si stabilizzano lì. I pastori evangelici si riproducono come funghi; non devono compiere studi teologici (basta sapere un po' di bibbia ed essere capaci di predicare: è tutto quello che serve) e, soprattutto, non hanno l’obbligo del celibato per cui, quando arrivano in un luogo, mettono su casa e vivono con la decima della comunità. Per questo motivo, ci sono molte aspettative sul sinodo Pan-amazzonico che si svolgerà in ottobre a Roma e che, tra le altre cose, rifletterà sul tipo di ministerialità da attuare in zone come queste. A mio avviso, è questo il grande errore che la Chiesa compie tutte le volte che impone un unico modello per tutte le comunità sparse nel mondo. Non si può applicare quello che è stato pensato per la realtà italiana, quello che è sorto da uno specifico cammino svoto nei secoli ad una realtà come quella amazzonica: è assurdo. Basterebbe che qualche porporato, uscisse dal proprio ufficio per trascorrere qualche mese nelle comunità dell’Amazzonia. Senza dubbio tornerebbe a casa con le idee cambiate perché, come giustamente ci insegna papa Francesco: la realtà precede l’idea (secondo Gabriele, invece, anche se i porporati venissero in Amazzonia non cambierebbero idea. Non ho chiesto il perché: temevo la risposta).
Una delle tante chiese evangeliche che si trova in città



Dopo colazione, visita alla casa delle suore. Sono due suore (Benice e Lucia) della congregazione di Santa Caterina di Alessandria, presenti nella parrocchia di Tonantis da 30. Con loro c’è anche una novizia. Padre Gonzalo discute con loro su alcune problematiche delle comunità della parrocchia. 
Verso le 10,30 visita ad alcune comunità della città. Dalle parole di pe Gonzalo, mentre ci parla delle comunità, traspare il suo amore per la Chiesa e per il suo ministero. Si capisce bene che è molto contento di stare qui, con questa gente. Ha organizzato un torneo di calcio coinvolgendo le comunità. Da questo torneo è nato un nuovo impulso per la pastorale giovanile e i giovani stanno ritornando alla chiesa. “Nella comunità san Espedito, i giovani, dopo il torneo, si sono interessati per ricostruire la cappella” In un contesto in cui non viene offerto nulla, dove non ci sono proposte se non l’alcool, la musica e poco altro, qualsiasi altra proposta positiva viene accolta immediatamente dai giovani. In città non c’è lavoro e i giovani dopo le superiori (sono tre anni) non sanno cosa fare, anche perché non tutti hanno le condizioni di entrare all’università. Colpisce, infatti, la grande presenza di giovani, sia per strada che nelle comunità. Ieri sera, tornati dalla messa nella comunità San Francesco, nella piazza dinanzi alla chiesa centrale, c’erano molti giovani, quasi tutti conosciuti da padre Gonzalo. Siamo, poi passati dinanzi a tre cappelle di uno stesso quartiere. “Qui ci sono tre famiglie che hanno costruito le loro cappelle per i loro interessi. Sono le famiglie che sino ad ora hanno gestito la vita della comunità, con le conseguenze negative che potete immaginare. Ho già parlato con loro per cambiare la dirigenza, ma non è facile”. 
Mentre siamo in macchina e attraversiamo il quartiere “La missione”, padre Gonzalo ci dice che ha notato una presenza significativa di persone omosessuali. “Ne ho incontrato parecchi. Il mio predecessore era un ottimo prete, ma con un’impostazione molto rigida, tridentina e aveva allontanato le persone omosessuali dalla chiesa. Lentamente stanno tornando. L’aspetto più significativo è che le persone della comunità non dicono nulla, non giudicano: li accettano senza problemi”. Che gioia sentivo nel cuore ascoltando questi discorsi da un prete diocesano! Senza dubbio, padre Gonzalo non sapeva e non poteva certo immaginare che in macchina con lui c’era don Gabriele, che lavora da anni sulla strada accompagnando il cammino spirituale di transessuali e il sottoscritto, che ha accompagnato il cammino ecclesiale dei cristiani LGBT a Reggio. 
Nelle comunità le persone si ritrovano tutti i martedì per la recita del rosario e la lettura del Vangelo e poi celebrano anche alla domenica. Le comunità maggiori, come quella di san Francesco in cui abbiamo celebrato l’Eucaristia ieri sera, sono attivi molti servizi pastorali: ministri della Parola, dell’Eucaristia, della decima, ecc.

Il quartiere Missione

Martedì 12 marzo. A colazione, dopo le lodi, padre Gonzalo ci racconta di un episodio avvenuto nel 2008, appena ordinato presbitero. In quel periodo prestava servizio a Tabatinga. Un giorno, giungono in città circa 1200 haitiani (abitanti di Haiti) in fuga dal terremoto avvenuto nel loro paese. Tabatinga è una città di frontiera tra Perù e Colombia. Si era diffusa la voce che in Brasile offrivano lavoro e casa ai rifugiati e, per questo, la rotta degli haitiani era il Brasile. La stessa ONU intervenne nella faccenda e padre Gonzalo fu nominato per coordinare i lavori nella parrocchia della cattedrale. I 1.200 haitiani rimasero due anni ospiti di padre Gonzalo negli ambienti della parrocchia. “Le donne le misi a dormire in chiesa e gli uomini fuori. Organizzavamo un pasto al giorno fatto di fagioli e riso. Per raccogliere alimenti abbiamo organizzato tornei di calcio e, per entrare allo stadio, occorreva portare un kg di alimenti. Avevo scritto anche alle squadre di calcio della serie A italiana. Ci rispose solamente il Milan che ci donò 28 mute complete. Riuscimmo a venderle su internet e, con il ricavato, abbiamo dato da mangiare per due anni a 1200 haitiani”. Padre Gonzalo ridendo ci dice che a causa di questo servizio era stato indagato per traffico di haitiani. In quel periodo a Tabatinga erano spariti i gatti (Miaooo!). 

venerdì 15 marzo 2019

57 ANNI E... SENTIRLI UN PO'




Paolo Cugini

Giovedì 14 marzo. Oggi compio 57 anni. Che bel compleanno mi ha riservato il Signore! Sono immerso nella foresta amazzonica, trascorrendo il tempo sul fiume, incontrando una nuova realtà e tante persone. Mi sono alzato presto, come al solito del resto, per ringraziare Dio per il dono della vita. Del ministero a volte faccio fatica a ringraziare Dio. 

Lo ringrazio perché, attraverso il ministero, mi ha fatto incontrare tante comunità, tante persone e mi ha mostrato tanti cammini diversi in contesti diversi; mi ha dato la possibilità di mettermi al fianco in cammino con tante persone povere, diseredate, emarginate e sbeffeggiate dalla società; mi ha inoltre dato la possibilità di avere molto tempo a disposizione per pregare, meditare, leggere e scrivere. Faccio fatica a ringraziarlo quando penso che mi ha tolto la possibilità di essere padre, di amare ed essere amato da una donna, di vivere cioè la mia umanità in un cammino normale. Sono aspetti ai quali, quando ero giovane e ho deciso di riprendere il cammino del ministero presbiterale (avevo già 29 anni e quindi non è stata una scelta presa alla leggera: chi mi conosce, chi conosce i miei vent’anni, lo sa bene), non avevo dato un grande peso: pensavo che il Signore, la Chiesa, i poveri, le comunità mi sarebbero bastati. In realtà, per come sono andate le cose, non è stato proprio così. Ho mangiato così tanta solitudine, che ne ho sentito la mancanza. A causa del mio temperamento (non ho bisogno di spiegare e approfondire i dettagli) ho vissuto in mezzo a situazioni di conflitto e persecuzione così forti, che l’amore del Signore, in diverse circostanze, non mi è bastato: forse quello di una donna o dei figli sarebbero stati meglio, un amore più umano, più vero e autentico.

 Forse la stessa missione, se fossi stato un presbitero sposato con moglie e figli, sarebbe stata diversa, più vera. Senza dubbio, sarei stato meno libero nei movimenti e nelle prese di posizioni, ma probabilmente più comprensibile, più in sintonia con le persone incontrate, con maggior possibilità di condividere le fatiche e i problemi delle persone. Lo so che con i se e i ma non si costruisce la storia, ma credo che valga la pena ogni tanto fermarsi e riflettere sul proprio vissuto e condividerlo, per cercare di capire se si poteva fare meglio, per cercare di cogliere meglio la volontà e l’amore del Signore che cammina con noi. A volte mi chiedo se Gesù avesse vissuto sino ad 80 anni che cosa avrebbe fatto. Quando sento i laici cattolici comparare il celibato dei preti con la loro scelta del matrimonio, vado su tutte le furie (del resto mi ci vuole poco per scaldarmi). Quando comincio a proporre queste riflessioni a voce alta, cercando un confronto non per parlare male del presbiterato o del celibato, ma per capire se sia possibile un cammino che metta in condizione una persona di vivere in modo più umano il ministero a servizio di una comunità, i cattolici ferventi si rinchiudono subito a riccio, tirando fuori dal cappello la gamma delle frasi belle e fatte che non permettono il dialogo, il confronto, la crescita. Per vivere meglio il mio ministero a servizio della comunità, ho bisogno di confrontarmi. Quando ero in Bahia avevo trovato alcune persone – due donne soprattutto - con cui mi confrontavo e mi aprivo anche sui temi della sessualità. Nei cinque anni trascorsi in Italia non ci sono riuscito. Non sto dicendo questo per dire che là è meglio di qua: condivido solamente dei cammini percorsi.

 È difficilissimo parlare di sessualità, di affettività, del bisogno di affetto che ho percepito in alcune occasioni della mia vita ministeriale, in un contesto in cui il presbitero è considerato una figura angelica, asessuata e in un contesto in cui parlare di sesso sembra parlare di cose sporche, da sentirsi in colpa. Anche il presbitero ha una sessualità e vive di affettività. Non mi venite a dire adesso, che è proprio per questo motivo che i presbiteri dovrebbero vivere in comunità Io ci vivrei volentieri se in queste comunità ci fossero anche delle donne: passare una vita in una comunità esclusivamente maschile, non ci penso nemmeno! Tenetevela voi. Preferisco, allora, vivere da solo. Come poi, ho fatto sino ad ora.  
  Ho vissuto gli anni in cui sono tornato in seminario il rapporto con il Signore come un rapporto d’amore. Vivevo di Lui e desideravo stare solo con Lui. Mi immergevo per ore e giorni nella sua Parola. Passavo ore e ore davanti al Santissimo Sacramento. Quante giornate ho trascorso in luoghi deserti, case abbandonate per stare solo con il Signore! E poi vivevo questo amore nel servizio ai poveri, alle persone bisognose. Sentivo in modo impressionante la Sua presenza al punto che un giorno gli chiesi di mollare un po' la presa: mi sentivo soffocato da tanto amore e da tanta presenza. Nonostante tutto questo amore che mi ha condotto verso il ministero, ho sempre avvertito dentro di me un senso di incompletezza: ci mancava qualcosa. Ho vissuto i primi dieci anni di ministero in apnea: immerso nella preghiera e nel servizio, soprattutto ai poveri. Mi sono dato in modo inusitato, sorretto anche da un temperamento forte che spesso mi portava ad esagerare nelle scelte, nel modo di donarmi, nel modo anche di esigere dagli altri. È proprio pensando a come sono andate le cose, che penso ad un modo diverso di vivere il ministero a servizio di una comunità, che è il modo comune che la Chiesa richiede ai presbiteri. Se avessi vissuto questo amore all’interno di una famiglia, forse avrei trasmesso alla comunità delle relazioni più comprensive e meno violente e radicali. Non lo so, sono solo riflessioni nel giorno del mio 57 compleanno e che metto davanti al Signore e condivido con voi. Amen.