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| Un angolo della favela meu bem e meu mal |
Paolo
Cugini
Non
se ne può più di tutta quest’acqua. Sono piogge anormali che stanno castigando
Manaus e, in modo particolare, quelle zone, che sono tante, in cui ci sono agglomerati
urbani costruiti mediante invasioni di terreno e, quindi, senza un paino
regolatore e un minimo di infrastruttura. È il caso, per esempio, della favela
Meu Bem e Meu Mal, che appartiene al territorio della parrocchia e nel quale,
da circa un anno, stiamo tentando di strutturare una comunità.
Alle
11 di venerdì 17 aprile mi arriva un messaggio avvisandomi di uno smottamento
nella favela meu Bem e meu Mal, dove una casa è crollata. Sono
immediatamente andato sul posto e una coppia raccontava la paura nel momento
del crollo. “Eran le 4 del mattino e all’improvviso tutto è crollato sotto
una pioggia battente, Ci siamo fatti male e, in pochi secondi abbiamo perduto
tutto”. Con la Caritas stiamo organizzando una raccolta di vestiti. Con la
signora Day, che ha un contatto diretto con le famiglie della favela, abbiamo
iniziato a muoverci per provvedere un posto letto temporaneo per la coppia. Il
comune ci ha detto che entra in azione solamente dopo le feste che terminano
martedì, quindi ci dobbiamo arrangiare noi. Dopo vai tentativi falliti, abbiamo
trovato una pensione. La Caritas parrocchiale paga l’alloggio sino a quando il
comune deciderà di intervenire.
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| Il luogo della favela dove è caduta l'ultima casa |
È un bel segnale che stiamo dando alle
famiglie della favela, gli stiamo dicendo che non sono sole, ma che la Chiesa
sta vigilando con loro. Negli eventi accaduti questa settimana, infatti, alcuni
hanno sparso la voce che la parrocchia non voleva aprire le porte della chiesa
per accogliere coloro che avevano perso la casa. Sono dovuto intervenire di
persona, organizzando una riunione nella comunità di san Pietro con Day e sua cugina,
che da alcuni mesi fanno parte di un’associazione che organizza attività di
aiuto sociale. Dopo un primo chiarimento di idee ho chiesto a Day di chiamare
il capo della favela, che si chiama Leo. Per fortuna è arrivato e così abbiamo
avuto modo di chiarirci. Ho chiesto poi al gruppo di andare assieme nella
favela. Volevo che la gente mi vedesse insieme a Leo e a Day, per capire che
non sono un nemico, ma un amico. Abbiamo visitato alcune famiglie e poi ci
siamo diretti a casa di Leo per conoscere la sua famiglia. Proprio vicino alla
sua casa, abbiamo visto i resti di due case venute giù a causa delle piogge
torrenziali di questi giorni. “Se c’è bisogno le porte della Chiesa dono
aperte”, ho detto loro.
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| Uno degli scaloni per arrivare alla favela |
Da
circa un anno nella favela abbiamo iniziato un cammino per creare una comunità.
Sono poche le persone che stanno accompagnando il cammino, ma quelle poche sono
entusiaste. C’è una ragazza di 20 anni di nome Fernanda, che è l’unica della favela
a fare l’università. Poi c’è Flavia, una giovane signora madre di due figlie, costretta
due anni fa ad andare via dalla favela perché minacciata dal traffico. Per
fortuna è tornata, perché si è messa a disposizione per la catechesi, visto che
ha svolto il servizio di catechista per vari anni nella comunità di san Pietro,
vicino alla favela. Mi hanno chiesto di celebrare la messa l’ultima domenica
del mese e di inviare un ministro della Parola per celebrare una domenica al
mese. Da circa un mese abbiamo preso in affitto una costruzione della favela,
che anticamente serviva come cappella degli evangelici. Neanche loro sono
riusciti a realizzare un cammino dentro questo territorio, dominato dai trafficanti
di droga. “I giovani, fin dall’adolescenza, - raccontava Fernanda – vengono
coinvolti nel traffico di droga e, quindi, è impossibile coinvolgerli. Gli
adulti sono totalmente disinteressati da un discorso religioso, troppo presi
dai loro problemi famigliari, di mancanza di lavoro e dalla paura di vivere in
un luogo come questo. L’unica speranza sono i bambini: con loro possiamo fare
qualcosa”.
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| Funzionari del comune tentando di sistemare la parte delle case venute giù |
È
a partire da queste parole che abbiamo deciso di prendere in affitto quello
spazio (50 euro al mese) per iniziare qualche attività con i bambini: disegno,
giochi, Catechesi. Forse le voci negative sulla chiesa, sparse in questi giorni,
sono state fatte circolare perché non ci vogliono tra i piedi. Da quello che ci
raccontava Fernanda è stato così anche per la chiesa evangelica. Del resto, è
chiaro, pensando al fatto che i primi nove mesi non mi hanno fatto entrare e
non mi hanno permesso di celebrare la messa. Se lo sto facendo è grazie a
Fernanda, che ci sta ospitando a casa sua. Ora il messaggio che stiamo dando è
chiaro: siamo qui per aiutarvi, perché vediamo la situazione in cui vivete, soprattutto
in questi giorni di forti piogge che hanno provocato la caduta di quattro case.
È vero che c’è il servizio del comune, ma non arriva dappertutto ed è
manipolato da qualcuno di dentro della favela. Ancora devo capire bene il ruolo
di Day, questa donna che abita davanti alla cappella di san Pietro e che da due
anni ha smesso di frequentarla, per dedicarsi ad un’associazione che ha chiare
mire politiche. I poveri sono merce di scambio soprattutto negli anni di elezioni
politiche e, quest’anno, è proprio no di questi. L’importante, comunque, è
essere entrati, aiutare queste famiglie in modo silenzioso e gratuito, come
abbiamo fatto in questi giorni, poi il resto verrà.





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