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mercoledì 16 luglio 2025

UNITA’ PASTORALI: PERCHÉ NON FUNZIONANO?

 





 

Paolo Cugini

 

Se le guardiamo da vicino le Unità Pastorali son un modo positivo di attualizzazione dell’ecclesiologia del Vaticano II. Il problema è che non funzionano: perché?

Non basta cambiare il modello ecclesiologico, ma occorre mettere mano anche al modello del ministero ordinato. Infatti, il tipo di presbitero che abbiamo oggi in Occidente è calibrato sul modello pastorale di parrocchia, la quale funziona con la presenza di un parroco. La nuova proposta pastorale avanzata con le Unità Pastorali esige un tipo di presbitero totalmente diverso. La domanda a questo punto potrebbe essere: che specificità dovrebbe avere il ministro ordinato nell’impostazione dell’Unità Pastorale?

Le Unità Pastorali sono un insieme di parrocchie e, di conseguenza, dovrebbero avere una guida pastorale capace di accompagnare le singole comunità. Questo è un primo importante aspetto del problema. Non si può pesare e pretendere, come invece purtroppo sta avvenendo, di accompagnare la vita pastorale delle Unità Pastorali come se fossero delle parrocchie: sarebbe la morte delle singole comunità. Il calo progressivo e inarrestabile di preti, che ha portato alla formazione delle Unità Pastorali, esige un ripensamento radicale del ministero presbiterale. Il rischio che stiamo già vedendo ogni giorno è pretendere dal prete che faccia tutto quello che avrebbe fatto, come se fosse il parroco di una parrocchia, mentre nell’Unità Pastorale a volte le parrocchie sono più di cinque. La conseguenza che è sotto gli occhi di tutti è il malessere dei nostri presbiteri, che devono correre come dei pazzi per chiudere tutti i buchi e, allo stesso tempo, il malessere dei parrocchiani che si sentono abbandonati perché, come dicono: “il prete non c’è mai”. Cambiare il modello pastorale senza cambiare il modello di presbitero sta producendo un’insoddisfazione generalizzata, che sta conducendo anche molti adulti ad abbandonare le parrocchie, anche perché, in quei baracconi senza identità che sono le attuali Unità Pastorali, non ci si riesce proprio ad identificare.

Ci vorrebbe un tipo di parroco totalmente diverso da quello attuale.  In primo luogo, bisognerebbe capire che è necessario accompagnare le singole comunità: questo è il punto di partenza. Se c’è una nuova identità pastorale identificata nell’Unità Pastorale, questa non può eliminare il cammino di parrocchie che, nella nostra realtà, hanno alle spalle secoli di storia. Occorre, allora un parroco capace di condurre più comunità nella comunione e nell’unità rispettando, però, le diversità dei cammini. Ciò sarà possibile solamente individuando collaboratori all’interno di ogni comunità, con la responsabilità riconosciuta di essere guide della comunità in collaborazione con il parroco.

Porre dei laici e laiche come guida di comunità è fondamentale per il buon esito del cammino dell’Unità Pastorale, ma non basta. Occorre, infatti, un duplice lavoro di formazione, In primo luogo occorre che il parroco dell’UP si metta in cammino con i responsabili di comunità indicati. Non basta indicare qualcuno e investirlo, investirla in un ruolo di guida: occorre aiutare ad assumere questo ruolo nel cammino quotidiano delle comunità. Il rischio è sempre il fantomatico clericalismo, che può infettare anche laici e laiche che, dopo essere stati investiti si un ruolo, si sentono i padroni delle comunità. Il secondo lavoro formativo è con i laici e le laiche delle comunità. Abituati da secoli ad avere come punto di riferimento un prete, occorrerà aiutarli ad entrare in questa nuova modalità pastorale.

Il problema, a questo punto è capire come formare i presbiteri al nuovo contesto pastorale? In primo luogo, dovrebbero capirlo i vescovi. Che cosa sta, infatti avvenendo, in questo nuovo contesto religioso? Siccome stanno scarseggiando i preti e non si riescono più a celebrare le messe domenicali come un tempo, si importano preti là dove le vocazioni sono in aumento, come l’Africa e l’India. Si fa questo perché si ha paura a cambiare modello, anzi, non ci si pensa proprio.

Ci sono diocesi, come quella di Reggio Emilia e Guastalla, che hanno investito pesantemente nelle missioni, inviando non solo laici, laiche, suore e religiosi, ma anche molti presbiteri. Solo in Brasile sono stati inviati più di trenta preti. Perché sottolineo questo aspetto missionario? Perché i presbiteri che hanno vissuto anni in Brasile sono stati abituati ad amministrare parrocchie con un grande numero di comunità. Non si apprende ad accompagnare tante comunità leggendo dei libri di ecclesiologia o di pastorale teologica, ma facendo pratica sul posto. I missionari fidei donum che sono stati in Brasile hanno appreso sul campo a valorizzare i laici e le laiche, a lavorare sulla loro formazione, a creare comunione tra le decine do comunità di una parrocchia valorizzando ogni singola comunità. Il vescovo della Diocesi di Ruy Barbosa, che ho servito per 15 anni, realizzava il sacramento della cresima in ogni singola comunità: non ha mai fatto l’ammucchiata, perché voleva dare valore al cammino di ogni singola comunità.

Siamo in una fase delicata del nostro cammino ecclesiale e nessuno ha la formula esatta in tasca. Il rischio è fare delle scelte con l’unico obiettivo si conservare ciò che si ha, senza avere il coraggio di cambiare rotta. Credo che l’attuale situazione ecclesiale offra chiare indicazioni della necessità di cambiare impostazione, di ascoltare i segni dei tempi e riconoscerli, uscire dalla mentalità che identifica la comunità con il presbitero per valorizzare i laici e le laiche in un nuovo cammino di comunione con i presbiteri. In questo nuovo cammino proviamo a metterci n ascolto dei missionari che hanno già sperimento questa nuova modalità pastorale. Ascoltare non significa riprodurre alla pari un’esperienza che appartiene ad un altro continente, ma semplicemente farsi consigliare, confrontarsi e capire, così, che nella ricerca di nuovi percorsi non siamo soli, perché lo Spirito Santo ha già preparato il terreno. Non chiudiamoci alla voce dello Spirito.

mercoledì 8 maggio 2024

IMPARARE A GIOCARE FUORI CASA

 



Nuove sfide della pastorale nelle parrocchie

 

Paolo Cugini

 

Abbiamo sempre lavorato in casa, nei nostri spazi parrocchiali per i quali abbiamo fatto notevoli investimenti. Per chi ha un po' di memoria ecclesiale, non è stato papa Francesco ad invitarci ad uscire e a parlare della Chiesa in uscita. Senza dubbio le sue parole hanno scosso le comunità, provocandole ad un esame di coscienza, ad interrogarsi sull’identità missionaria della Chiesa. Comunque, già il Convegno di Palermo del 1995 invitava a portare il Vangelo ai giovani là dove si trovavano, a portare l’oratorio nelle piazze, nei bar, nelle palestre. Oggi gli operatori pastorali sono in grande difficoltà, perché si trovano con le case vuote e con la difficoltà ad uscire. Una cosa, infatti, è giocare in casa: tutt’altra cosa è andare in trasferta. In casa siamo noi che abbiamo il pallino in mano e decidiamo le regole. Fuori casa le regole le detta chi vive la piazza, la panchina, il bar. In casa siamo i padroni, fuori casa siamo ospiti. Il lavoro pastorale in uscita, nei luoghi esistenziali esterni al perimetro ecclesiale, esige un cambiamento di paradigma che si declina in alcune scelte nuove. Il primo e fondamentale consiste nel frequentare i luoghi esistenziali di un territorio. Se gli oratori sono vuoti e le stanze della canonica disabitate, occorre mettersi in cammino, uscire, frequentare questi spazi altri. Chi lo deve fare? È una decisone che dovrebbe prendere il consiglio pastorale. Non è solo il prete che deve uscire, ma la comunità.

 Non basta, comunque, uscire: occorre creare relazioni, creare sintonie e empatie per giungere a farsi consegnare i contenuti. Questa scelta rivela la fiducia che ci sono cose buone che non gestiamo direttamente noi, ma che esistono al di fuori di noi e del nostro controllo. Lo Spirito Santo, infatti, agisce senza bisogno di chiederci il permesso e fa delle cose belle. Un primo aspetto della Chiesa in uscita è la scoperta dell’azione dello Spirito Santo fuori dagli stretti recinti della Chiesa. È quel tipo di azione che il Concilio Vaticano II indicava come frutti delle sementi del Verbo, sparso dal Padre in ogni dove e in ogni tempo. Questi contenuti altri, che troviamo nelle persone incontrate sulla strada sono cose nuove per noi, sulle quali vale la pena soffermarsi. Per questo cammino di condivisione di contenuti altri, l’atteggiamento necessario è l’ascolto attento, il fare spazio, affinché il nuovo possa trovare l’ambiente adatto a manifestarsi. È proprio di questa che in definitiva si tratta: una manifestazione, una rivelazione. Sulle strade del mondo., che solitamente non frequentiamo, incontriamo qualcosa di nuovo, di mai ascoltato, di mai incontrato. Questo motiva la nostra azione, il nostro uscire, lo sforzo di scrollarsi di dosso l’abitudine, l’aver sempre agito allo stesso modo. Questo, a mio avviso, è uno degli aspetti più interessanti che il nuovo contesto scristianizzato e post-cristiano ci offre: ci obbliga ad uscire, ad osare strade nuove, che esigono modalità nuove e, per questo spirito di adattamento.

Chi esce dal tempio per mettersi in cammino sulle strade del mondo si rende conto che la propria casa necessita di essere riordinata. Soprattutto, si rende conto che, nel ritorno, dovrà immediatamente aprire le finestre per togliere l’aria viziata, ammuffita, aria di cose vecchie. L’incontro con ciò che prima non entrava nei nostri orizzonti ci permette di vedere la nostra realtà con occhi nuovi e ci fa comprendere la necessità di rinnovarci, di sistemare ciò che con il tempo si è arrugginito e anche il coraggio di buttare ciò che non serve più. Vengono in mente le parole del profeta Isaia: Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is 43, 19).

giovedì 7 giugno 2018

PRIME IMMAGINI E RIFLESSIONI DALLA MISSIONE IN AMAZZONIA

Don Gabriele Carlotti, don Cugini, don Pietro e don Burani


Siamo ospiti a Manaus nella casa del PIME

Visita al Teatro di Manaus

Don Pietro consegna a Mons Sergio alcuni doni della nostra Diocesi

Alla fine dell'incontro l'Arcivescovo ci ha offerto il lauto pranzo. Capotavola potete vedere uno dei
due vescovi ausiliari di Manaus. 





INCONTRO CON DON GIORGIO EDOARDO CASTRIANI

ARCIVESCOVO DI MANAUS
MERCOLDI 6 GIUGNO 2018

 Paolo Cugini

Siamo arrivati tutti sani e salvi giunti in modi diversi e con voli diversi, ma arrivati a Manaus. Prima giornata dedicata all’incontro con l’Arcivescovo di Manaus Mons. Giorgio Edoardo Castriani.

Dopo averci ricordato che Manaus è il cuore dell’Amazzonia con circa due milioni di abitanti, Mons. Giorgio ha iniziato a raccontarci e a raccontarsi. Ci ha detto delle sue esperienze pastorali fatte all’interno dell’Amazzonia in cui, ancora oggi, molti luoghi e molti popoli indigeni sono abbandonati. Esperienze pastorali che lo hanno formato, soprattutto lo hanno aiutato a camminare con la gente incontrata rispettando i loro ritmi e le loro culture.  Mons Castriani ha parlato della differenza tra l’attività evangelizzatrice di una grande città come Manaus, che vede la presenza di molte congregazioni e movimenti, e le diocesi all’interno dell’Amazzonia – dove noi ci stiamo dirigendo – che vivono diversi problemi, tra i quali l’isolamento, la difficoltà di raggiungere ancora oggi questi luoghi. A Manaus le parrocchie incontrano molte persone prevenienti dai paesi vicini, come il Venezuela che, come sappiamo, sta vivendo uno dei periodi più critici della sua recente storia democratica, ma anche persone che provengo dalle zone all’interno dell’Amazzonia. Come ci ha ricordato Mons Castriani – di chiare origine italiane, anche se lui stesso è nato in Brasile – “Molti vengono in città a Manaus e dopo fanno fatica a continuare il cammino ecclesiale. Quando uno lascia il suo territorio lascia la religione”.

A Manaus la presenza della Chiesa Cattolica si è venuta consolidando con il tempo al punto che oggi può contare con: “150 preti, tra cui 100 religiosi. Tra questi 40 sono nati a Manaus. Ci sono anche preti italiani e polacchi” La vivacità della Chiesa Cattolica a Manaus può contare anche con la presenza di molti ordini religiosi, soprattutto femminili, assieme ad un discreto numero di nuovi movimenti. Tra questi spiccano, da ciò ce si legge nell'annuario diocesano regalatoci da Mons. Giorgio, quelli di provenienza carismatica. Del resto, la crescita del Rinnovamento Carismatico Cattolico è uno degli aspetti più significativi della Chiesa brasiliana degli ultimi vent’anni e la sua presenza si fa sentire anche a Manaus.

Molti sono i problemi sociali che ogni giorno le parrocchie dell’Archidiocesi devono affrontare. Da una parte i problemi legati ai popoli così detti ribeirinhos, quelli cioè che vivono vicino ai fiumi; dall’altra il problema dell’occupazione della terra per costruire abitazioni nelle periferie della città. Oltre a ciò, l’attenzione quotidiana verso un numero imprecisato di poveri che battono alle porte delle parrocchie per chiedere assistenza.

L’Archidiocesi di Manaus sta vivendo un periodo intenso per la preparazione all’assemblea Pastorale di fine anno. Conforme allo stile delle diocesi brasiliane, alla fine dell’Anno pastorale gli operatori pastorali – presbiteri, suore e i laici maggiormente coinvolti – vengono convocati dal Vescovo per valutare il cammino e cercare d’indicare le priorità per l’anno successivo. Quest’anno, ci spiegava Mons Castriani, l’Assemblea Pastorale di fine anno sarà particolarmente importante perché si trova alla fine di un percorso durato quattro anni. “Vogliamo essere una Chiesa che ascolta le persone – scriveva l’Arcivescovo all’inizio di quest’anno in una lettera rivolta a tutte le comunità - non calpestando il ritmo del popolo, ma vivendo la comunione e la partecipazione concretamente nelle loro istanze di decisione, consigli pastorali e amministrativi a tutti i livelli”. Insomma, il desiderio che ha nel cuore Mons Giorgio è aiutare le comunità verso una chiesa sempre di più sinodale dove tutti si sentano corresponsabili.

Il dialogo con Mons Castriani ha toccato molti temi come quello delle problematiche sociali sia della città di Manaus, come delle tante difficoltà delle diocesi all’interno dell’Amazzonia. Di queste ultime problematiche avremo modo di ascoltare e condividere nei prossimi giorni.




sabato 20 gennaio 2018

DECENTRALIZZARE L’AZIONE EVANGELIZZATRICE




Paolo Cugini

Seguendo l’insegnamento di Papa Francesco che, sin dall’Evangeli Gaudium, invitava la Chiesa ad uscire, a non rimanere chiusa nelle calde e comode mura parrocchiali, diviene importante pensare una pastorale in uscita, decentrata. Del resto Francesco non inventa nulla, ma segue l’esempio di Gesù e dei primi discepoli, che annunciavano il Regno di Dio camminando per le strade della Palestina. Anche san Paolo procede con questo stile on the road, formando comunità, individuando i leaders e poi, continuando il cammino. La dimensione missionaria dell’evangelizzazione è senza dubbio una caratteristica inscritta nel DNA della Chiesa, così come l’ha voluta Gesù. Quando una comunità si siede al centro, aspettando le pecorelle e, soprattutto, alimentando spiritualmente solamene quelle che si presentano all’appello, significa che è in atto un processo di sovvertimento della dinamica iniziale. La comunità non può divenire la tomba del processo di evangelizzazione, il punto di arrivo, ma lo spazio propulsore nel processo di evangelizzazione di un territorio.

Che cosa significa questo pensiero pastorale decentrato e che cosa comporta? In primo luogo, significa abitare le periferie geografiche ed esistenziali. Siamo da secoli abituati a svolgere il lavoro di evangelizzazione dentro le mura domestiche della parrocchia. Abitare le periferie geografiche ed esistenziali significa progettare la catechesi ed ogni settore pastorale a partire dalla possibilità di realizzarli in questi luoghi. Sono già molte le esperienze in questo senso, anche se non sempre assumono un carattere di progettualità. Decentrare la pastorale significa valorizzare le situazioni esistenziali già in atto, come i legami parentali, i gruppi di amici di un palazzo, una via, una piazza. Ci sono già nella parrocchia persone che vivono nella stessa via o nello stesso palazzo. Potrebbero bastare poche persone per iniziare un’esperienza di evangelizzazione in un quartiere. Il primo passo e fare la proposta e responsabilizzare le persone in questo servizio. Pastorale decentrata significa coinvolgimento dei cristiani. Ogni battezzato è chiamato ad evangelizzare. Spesso nelle nostre comunità la maggior parte delle persone vive la propria appartenenza alla comunità partecipando alla liturgia domenicale e poco altro. Stimolare una pastorale che valorizza il territorio può riuscire nel compito di coinvolgere un maggior numero di cristiani.

Pensare il cammino di evangelizzazione a partire dalla periferia richiede una conversione pastorale non indifferente. Esige la disponibilità effettiva a svolgere percorsi di evangelizzazione direttamente sul territorio, a casa di altri. Una cosa è aprire la porta e invitare qualcuno a casa propria; tutt’altra cosa è fare in modo di essere accolti e, per così dire, giocare in casa d’altri. Questo cammino obbliga la comunità a pensare itinerari di evangelizzazione non appena per coloro che escono di casa per andare negli spazi della comunità, ma soprattutto per coloro che solitamente non frequentano la Chiesa. Si tratta, dunque, di un’azione evangelizzatrice con un grande accento missionario, che mette a dura prova le motivazioni e la fede della comunità dei fedeli. Nei cammini consueti della pastorale accentrata, non si riesce quasi mai a raggiungere le persone che in un modo o nell’altro si sono allontanate dalla parrocchia. Non si riesce per il semplice fatto che l’impostazione classica centralizzata, non prevede alcuna forma di pensiero verso coloro che abbandonano. Tutto è, infatti, concentrato per coloro che frequentano.

 Ma perché non interessa? Perché le persone che solitamente frequentano la messa domenicale non sono interessate ad annunciare il Vangelo alle persone che vivono nel loro palazzo o nella loro via? Credo che la difficoltà nasca dal fatto che l’annuncio del Vangelo esige uno sporcarsi le mani, un cammino di conversione. Vivere la fede nel Signore come una religione qualsiasi, significa cercare tranquillità, sicurezza spirituale. Del resto la religione, come ci ha insegnato il grande teologo protestante Karl Barth, è un processo che non ha al centro Dio, ma l’io. C’è tutta una pastorale che fa da supporto all’egoismo spirituale, che sorregge lo stile individualista prodotto dal modello neo-liberale. Da una mentalità religiosa è molto difficile uscire con delle idee missionarie. Molto spesso al centro della religione delle nostre parrocchie, non c’è il Vangelo, ma le devozioni. Mentre il Vangelo richiede un cammino di conversione, la devozione ti chiede una genuflessione, un atto di pietà. Rimettere al centro il Vangelo nei nostri progetti pastorali è il primo passo per fare in modo che sorga il desiderio di annunciare a tutti il motivo della nostra salvezza: Gesù Cristo.

In questa prospettiva i quartieri, le strade, le piazze, i palazzi possono diventare delle piccole comunità autogestite pastoralmente. Non È più il prete che ha il controllo di tutto il territorio della parrocchia, ma le persone che abitano concretamente quella via o quel quartiere. Decentrare la pastorale significa non solo pensare cammini di evangelizzazione a partire dall’esterno, ma anche consegnare la progettazione pastorale a chi si assume la responsabilità in quello spazio determinato. In questo modo, è più facile arrivare alle case, alle famiglie, agli ammalati, alle persone bisognose. Avere dei referenti in un quartiere che, in nome del Vangelo e in modo gratuito, si prendono cura delle persone che vivono nel loro territorio, è un dono di Dio. I consigli pastorali potranno essere momenti di confronto sul cammino intrapreso, affinché tutto si realizzi sempre in comunione, ma rimanendo sempre attenti a fare in modo di non voler controllare o censurare la creatività pastorale che sgorga dalla periferia.

Questa modalità pastorale in uscita guadagna in povertà e sobrietà. Abitare il territorio libera dall’assillo delle strutture. Certamente, saranno prevedibili forme di collaborazione economica per gli spazi che verranno utilizzati. In ogni modo, abitare le piazze, i parchi, i centri sociali, le case è molto meno costoso che gestire delle strutture. Sobrietà, poi, fa rima con credibilità. Quante volte le parrocchie e la Chiesa sono accusate di essere ricche! Ci difendiamo, ma chi è fuori e contempla le nostre strutture, non ne esce confortato dalle nostre difese. Sarebbe bello vedere le nostre parrocchie o le nostre unità pastorali, costituite da tante piccole comunità, che apprendono cammini di condivisione, sullo stile delle prime comunità. Sognare può essere pericoloso, ma fa molto bene alla salute dell’anima.


venerdì 10 giugno 2016

DALLA COMUNITÀ AL MONDO



NUOVI ORIZZONTI PASTORALI

Paolo Cugini

Se è vero che il nuovo cammino pastorale intrapreso e cioè quello delle unità pastorali, deve sempre di più porre al centro il ruolo della comunità, è altrettanto vero che la comunità cristiana deve imparare ad aprirsi al mondo. Se c’è, infatti, una critica che spesso ascoltiamo nelle nostre comunità parrocchiali è di essere dei piccoli mondi chiusi su se stessi. A volte si tratta di critica gratuita, altre volte c’è del vero. Ci si abitua a stare sempre con le stesse persone, che si fa fatica ad aprirsi al nuovo. E’ questa la percezione che spesso hanno le persone arrivate sul territorio che tentano d’inserirsi nella comunità parrocchiale di riferimento: fanno fatica ad entrare. E’ la sindrome del campanile, se così vogliamo chiamarla, che si manifesta nel tipo di relazione chiuse tra i membri della comunità che, oltre ad assumere tutti i ruoli della parrocchia, non permettono ad altri di entrare.

La nuova impostazione ecclesiale delle Unità Pastorali – cercando di coglierne soprattutto gli aspetti positivi – dovrebbe aiutare a guarire da questa sindrome, o perlomeno dovrebbe aiutare le comunità ad un duplice cammino di apertura. Il primo cammino è all’interno delle comunità stesse per renderle luoghi aperti alle contaminazioni positive delle altre comunità dell’Unità Pastorale. Dovendo lavorare assieme nelle diversi coordinamenti della catechesi, delle pastorali giovanili, famigliare e altro, si dovrebbe apprendere ad uscire non solo dalla piccola cerchia dei pochi intimi, ma anche apprendere nuove modalità e contenuti. E’ questo a mio avviso, il primo e già visibile passo che le comunità stanno facendo per andarsi incontro, conoscersi, lavorare insieme. E’ il cammino indicato da san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: unità nella diversità.
Il secondo cammino che le comunità sono chiamate a compiere è verso l’esterno. Le positive sinergie che il lavoro nelle Unità Pastorali sta producendo, soprattutto nello sforzo di dover lavorare assieme nei diversi settori della pastorale ordinaria, dovrebbe lentamente scardinare le tradizionali chiusure per aprirsi all’esterno. Verso quale mondo dovrebbero aprirsi le comunità cristiane? Verso i tanti mondi dell’immigrazione, inventando forme di accoglienza dal volto umano, superando in questo modo le secche asfittiche della burocrazia ordinaria. Qui a Reggio c’è anche il mondo della corruzione e della mafia che attende una risposta con la formazione di comunità che resistano alla tentazione dei soldi facili, che sappiano opporre alla logica del profitto cammini di comunione. Una comunità aperta sul mondo significa anche comunità in grado di lasciarsi contaminare positivamente dagli imput che riceve, come ad esempio le relazioni che si possono costruire con la comunità islamica presente sul territorio.
Tante sfide ci attendono: sta a noi saperle cogliere.


mercoledì 28 gennaio 2015

INDICAZIONI PER UNA PASTORALE ORDINARIA MISSIONARIA






 Paolo Cugini

L’annuncio del Vangelo esige una costante attenzione alla situazione culturale e sociale nella quale lo stesso annuncio avviene. Il Vangelo, infatti, non è un libro di verità dogmatiche, ma la storia di Gesù Cristo ed è quindi sul piano della storia che avviene l’annuncio. Scrivo queste semplice cose per indicare l’urgenza non solo di capire il cambiamento culturale in atto, ma soprattutto la necessità di pensare ad un modo di annunciare il Vangelo che sappia andare al passo con i tempi. Cogliere le dinamiche del cambiamento culturale che è in atto è necessario, ma non sufficiente. Non basta infatti capire il cambiamento: occorre sforzarsi di mettere in atto quelle strategie capaci di rendere attraente i contenuti del Vangelo nel nuovo contesto. Ciò vale soprattutto nell’ambito della pastorale ordinaria, vale adire nello sforzo quotidiano di annunciare il Vangelo nelle nostre parrocchie. Il Cambiamento culturale, esige, infatti, un cambiamento non del Vangelo, ma del modo di annunciarlo. Per questo, a partire anche dall’esperienza missionaria che mi ha visto coinvolto per quasi quindici anni in Brasile, provo ad abbozzare alcune indicazioni per una pastorale ordinaria missionaria, cercando di dare forma concreta al cosi detto paradigma missionario, proposto negli ultimi documenti della CEI.

Il primo elemento importante per una pastorale missionaria è il punto dal quale s’ intende guardare il processo di evangelizzazione. Il punto di partenza di una pastorale classica nell’epoca della cristianità è il centro, le strutture parrocchiali. Una pastorale così impostata prevede:

·        Centralizzazione del lavoro pastorale;
·        Costruzione degli spazi necessari per la realizzazione dell’azione pastorale;
·        L’accoglienza di chi viene;
·        L’uscire è sempre condizionato da un invito per partecipare a qualcosa che avviene all’interno    degli spazi parrocchiali;
·        Tutto ciò che avviene negli spazi parrocchiali è gestito da chi sta dentro, da chi accoglie;
·        La proposta pastorale è fatta esclusivamente per chi arriva negli spazi;
·        Molto del tempo è assorbito per raccogliere i fondi per costruire e poi per mantenere gli spazi.

Il dato più significativo di questo modello pastorale è la quasi mancanza di riflessione per l’evangelizzazione di tutti coloro che non entrano nel “giro” parrocchiale. Tutti sono invitati, ma poi chi non entra diventa escluso dalle attenzioni pastorali. Per questo motivo, la missionarietà come paradigma dell’agire pastorale avrà come punto di partenza il territorio. Come si realizza questo stile? Provo ad abbozzare alcune indicazioni:
Il punto di partenza è la presa di coscienza che un’epoca è finita (basterebbe leggersi i documenti della CEI degli ultimi vent’anni, che sono sempre preceduti da un’analisi sul cambiamento epocale che stiamo vivendo). La struttura ecclesiale sulla quale è costruita la nostra pastorale, non esiste più. La proposta pastorale che abbiamo in atto era stata pensata ed elaborata nell’epoca della cristianità. Le strutture sono il segno di questo tipo di pastorale. Anche i contenuti espressi nello stile pastorale della cristianità sono tipici: catechesi, modo di evangelizzare, messe, confessione, ecc. Per iniziare ad impostare la pastorale a partire dal nuovo contesto culturale, bisognerebbe mettere in grado gli operatori pastorale di capire il cambiamento.
 Una pastorale missionaria che nasce da questa presa di coscienza si dovrà muovere a partire dal territorio. E’ un nuovo rapporto con il territorio che esige anche una nuova visione di chiesa. E allora, se prima si partiva dalle strutture, dal centro, oggi si dovrebbe partire dalla periferia, pur mantenendo le strutture esistenti. Se nella chiesa della cristianità tutto ruotava attorno al parroco, nel percorso di evangelizzazione nella nuova situazione dovrebbero funzionare gli strumenti pastorali di condivisione(consigli pastorali, economici, ecc). Il modello di Chiesa in questa nuova situazione pastorale è la chiesa come Popolo di Dio, perché rende più visibile la corresponsabilità di tutti i fedeli per l’annuncio del Vangelo.

Alcune azioni pastorali tipiche della parrocchia dal volto missionario:

·        Punto di partenza è la presenza sul territorio: come abitare il territorio dovrebbe essere uno dei problemi sui quali riflettere nel Consiglio Pastorale.
·        Possibilità di strutturare la parrocchia decentrata sul territorio divisa in piccole comunità gestite da laici (adeguatamente preparati) che si ritrovano settimanalmente a leggere la Parola;
·        Lavorare sulla spiritualità del cercare l’uomo e la donna, così come Dio è alla ricerca di noi;
·        Le visite alle famiglie non sono più realizzate esclusivamente dal sacerdote, ma da gruppi di fedeli laici adeguatamente preparati. Importante: le visite alle famiglie dovranno avere un carattere prevalentemente evangelico e non economico.
·        Pensare una pastorale a partire dagli ambienti, sia come indicava il documento di Palermo 1996 (ambienti esistenziali, lavoro, scuola, ecc.), sia come ha indicato il documento di Verona 2007 (ambienti vitali, quelli che accompagnano la vita dell’uomo e della donna: nascita, gioie, dolori, ecc.).
·        Nel cammino di evangelizzazione a partire dal territorio diviene importante la mediazione culturale e umana. E’ un processo d’inculturazione che viene attuato e ciò comporta uno sforzo di attenzione alla realtà che s’intende incontrare (le tradizioni, le feste, ecc.).
·        Valorizzazione delle agenzie educative e sociali presenti sul territorio, passando così, dalla mentalità di sfida tipica dell’epoca della Cristianità, ad una mentalità di collaborazione;
·        Attenzione alle nuove piazze, ai nuovi punti d’incontro (Internet). Come incontrare i giovani chiusi in casa piegati sui loro computer; come incontrare le persone immerse nei loro smart-phone.
·        Che cammino di evangelizzazione compiere con i tanti poveri stranieri che incontriamo sul territorio (è possibile andare oltre la classica (ma necessaria!) borsina da mangiare?).

Cambiando il punto di partenza e le modalità pastorale segnata dal paradigma missionario, cambiano allora anche i contenuti.  Da un’attenzione ai contenuti tipicamente intra ecclesia, all’attenzione a contenuti che emergono dal contatto con il territorio. L’ambiente, la giustizia, il genere, la politica, l’economia, la diversità religiosa e politica, possono diventare temi che provocano la Parola e la Comunità cristiana. Questo il cambiamento di contenuti potrà comportare anche un cambiamento degli itinerari formativi che proponiamo non solo ai giovani, ma anche agli adulti. Sia nei percorsi di catechesi dell’iniziazione, che la proposta formativa ai giovani e agli adulti si dovrà essere attenti ai contenuti emersi dal contato sul territorio, per un legame sempre più vero e autentico tra fede e vita. Questo legame dovrà poi essere visibile in modo chiaro nelle liturgie domenicali, perché dovranno esprimere nei riti la verità della vita incontrata sul territorio durante la settimana. Forse, sempre in questa prospettiva, si potranno pensare a liturgie domenicali non necessariamente svolte nella chiesa, ma anche nelle piazze o nei parchi, cioè là dove avviene la vita quotidiana.  Sarà poi necessario rivedere e ripensare anche le modalità di celebrazione di alcuni riti: battesimi, matrimoni, funerali. Se siamo mossi dal desiderio di annunciare a tutti il Vangelo, allora sono proprio i riti che celebriamo i primi a venire trasformati dal paradigma pastorale missionario. Buona riflessione e buon lavoro.