Visualizzazione post con etichetta visioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta visioni. Mostra tutti i post

giovedì 4 luglio 2019

VISIONI POST-CRISTIANE: dire Dio e la religione nell'epoca del cambiamento





Presentazione

Paolo Cugini

In uscita alla fine di settembre 2019

Il testo: “Visioni postcristiane” è nato sulle strade percorse dall’autore in questi ultimi anni. Strade diverse, come diversi sono i percorsi della vita. Le strade delle parrocchie di una delle tante Unità Pastorali, che dicono di un’esperienza di Chiesa che tenta cammini nuovi per portare il vangelo nelle periferie. Le strade di tanti adulti e di tante coppie che cercano ogni giorno il volto del Signore nelle scelte che compiono, scelte che spesso e volentieri incontrano la difficoltà di far entrare il Vangelo nei percorsi educativi proposti ai propri figli. Sono anche i cammini dei tanti studenti universitari africani incontrati in questi anni. Giovani del Camerun, del Togo e del Congo alla ricerca di una possibilità nuova nella vita. Cammini che hanno trovato pronte comunità cristiane nell’esperienza dell’ascolto e dell’accoglienza, manifestando che c’è ancora un po' di umanità in mezzo a noi, grazie alla forza disarmante del Vangelo. E poi ci sono le piazze dei tanti bambini stranieri carichi di mille problematiche familiari che si riversano rumorosi nei nostri cortili parrocchiali e richiedono quell’attenzione che non sempre è scontata. Cammini quotidiani della diversità, che dicono della fatica di scrollarsi di dosso la tentazione di chiudersi dietro i pregiudizi culturali, la cui veridicità si fa fatica dimostrare. È quello sperimentato nel cammino con i cristiani LGBT che, oltre ad un profondo cammino di fede, hanno messo a dura prova il senso delle eucaristie domenicali di tanti cristiani trovati impreparati dalla novità.

Le pagine che presentiamo costituiscono una sorta di diario spirituale ed esistenziale, nelle quali si cerca di dare ragione della forza del Vangelo, capace di dire qualcosa di significativo nelle complicate situazioni culturali ed esistenziali del nostro tempo. Sono pagine che analizzano le criticità di comunità cristiane che fanno fatica a scrollarsi di dosso metodi e stili che vengono da molto lontano e che rischiano d’intralciare il cammino dello Spirito che viene a noi attraverso i tanti mondi diversi che l’epoca postcristiana ci offre. Riflessioni sorte sul cammino e che hanno già vissuto un primo confronto attraverso i blog dell’autore, come articoli in alcune riviste e come percorsi educativi realizzati con i tanti giovani incontrati. I cammini della diversità obbligano a riflettere sul significato della diversità, dei cammini educativi proposti, oltre al contenuto che la religione può offrire nelle situazioni di un mondo sempre più complesso. Riteniamo, allora, che le pagine proposte in questo libro, possono dire ancora qualcosa ed offrire spunti di riflessione per tutti coloro che prendono sul serio il viaggio affascinante della vita.

lunedì 21 gennaio 2019

IL BISOGNO DI PROFETI NELLA SOCIETÀ POSTCRISTIANA






Paolo Cugini

Leggendo la storia del popolo di Israele, storia tutt’altro che lineare e di facile comprensione, ma colma di sorprese e novità, si coglie un dato a mio avviso molto significativo. Nei momenti più delicati di questa storia, c’è sempre stato qualcuno, nella maggior parte dei casi un profeta, capace di vedere quello che gli altri non riuscivano a vedere. Nelle più grandi catastrofi, come ad esempio l’esilio in Babilonia del 587 a.C., i profeti riuscivano a vedere una sorta di itinerario nascosto dentro la storia, che avrebbe mutato il destino del popolo, trasformandolo da negativo in positivo. I profeti, in definitiva, iniettavano speranza nel popolo, erano coloro che riuscivano a tenere alto il morale, a non permettere che il popolo si abbattesse sotto i colpi della dura realtà.

Oggi, a mio avviso, c’è più che mai bisogno di profeti, di visionari, di persone capaci di vedere dove nessuno riesce a cogliere nulla. C’è un mondo che sta andando in frantumi, e coloro che sono chiamati ad esercitare una guida spirituale non lo vogliono ammettere. La società e la cultura Occidentale giorno dopo giorno, a passi sempre più veloci si sta secolarizzando. Ciò che si percepiva già negli anni ’50-’60 del secolo scorso, vale a dire un processo inarrestabile di secolarizzazione, oggi è palpabile in tutti i settori della società, persino nella religione. Sembra un paradosso, ma non più di tanto.
L’incapacità cronica dell’istituzione ecclesiale di capire il cambiamento, sta creando lo spazio per tutti quei movimenti tradizionalisti che si aggrappano al nulla pur di mantenere in piedi ciò che ormai è crollato al suolo (grazie a Dio). E così, mentre ci sarebbe bisogno di porre le basi per un nuovo cammino ecclesiale e spirituale, nell’oggi di questa fase così delicata, sono i movimenti di tipo fondamentalista a trovare spazio e ad alzare la voce nella Chiesa. Si avverte nell’Occidente secolarizzato, una Chiesa ostaggio del passato, nella ricerca ostentata e, per questo ridicola, di mantenere in piedi quello che è rumorosamente fracassato al suolo.

Si parla sempre di più di società postcristiana per il fatto che si ha la netta sensazione che siamo entrati in un’epoca nuova, in cui la cristianità così come si era venuta a strutturare dal medioevo in poi, non esiste più. Certamente, chi si guarda intorno può affermare che in realtà non sembra notare un grande cambiamento. Tale cambiamento è più interno che esterno, più culturale e spirituale, che materiale. I sociologi ci ricordano anche con le statistiche alla mano, che nell’Occidente secolarizzato i cristiani sono sempre più una minoranza. Le percentuali di coloro che frequentano le chiese cala a vista d’occhio. Allo stesso tempo, si constata il calo vertiginoso dell’accesso alla vita sacramentale. Battesimi, matrimoni, confessioni: sono sempre meno le persone che partecipano a ciò che da sempre sono considerati i cardini della vita ecclesiale.  Sono soprattutto le giovani generazioni a disertare le chiese che, ormai, vedono la presenza di bambini e anziani. Per quanto riguarda i bambini basterà aspettare ancora qualche anno per non vederne quasi più. Quando la cristianità avrà perso la sua presa sulla società Occidentale, non ci sarà più bisogno di catechizzare i propri figli. Spariti i bambini che riempiono le chiese nel periodo scolastico con cui vengono fatti coincidere i percorsi di catechesi, spariranno dalle chiese anche i loro genitori, perlomeno quelli che sono abituati ad accompagnare il percorso religioso dei loro figli, al di là dei loro specifici interessi personali.

Considero un bellissimo dono del Signore la possibilità di poter vivere in quest’epoca di cambiamento epocale, perché i cristiani avranno la possibilità di vivere il Vangelo in un modo più autentico e profondo rispetto a prima. Nella società postcristiana, così come si sta delineando, perdendo l’aspetto culturale di evento di massa, e di necessità sociale, l’essere cristiano, discepolo e discepola del Signore, sarà sempre di più una scelta personale, più che una necessità sociale. Per questo il futuro del cristianesimo, il futuro della Chiesa sarà nei piccoli gruppi, più che nelle grandi cattedrali. Sono già molti i luoghi di culto che, a causa del calo vertiginoso delle frequenze, vengono venduti o dati in affitto per un altro tipo di utilizzo. Mentre le città Occidentali piene zeppe di monumenti ecclesiali, diventeranno mete turistiche per ammirare un passato glorioso, noi, i cristiani, avremo modo di sperimentare la bellezza della vita evangelica rimanendo sotto i riflettori dello sguardo amoroso del Padre.


domenica 30 settembre 2018

ABITARE LA VISIONE





Paolo Cugini

Non c’è nulla di puro. Non esiste un mondo dove tutto è bello e coerente. E’ la realtà, e lo sappiamo bene, che è ibrida, mescolata, e dobbiamo abituarci a questa mescolanza. La realtà è plurale, molteplice, si presente multiforme. Cerchiamo di ingabbiarla, di precederla, di anticiparla con i nostri schemi uniformi, ma non c’è nulla da fare. Appena apriamo gli occhi della vita e facciamo i primi passi, entriamo in un mondo in cui è difficile distinguere i colori, le sfumature. Difficoltà che cresce a dismisura man mano che passa il tempo, quando iniziamo ad entrare nel mondo fatto dagli uomini e dalle donne, un mondo che percepiamo essere non solo mescolato, ma contorto, ambiguo, confuso. Sembra che lo facciano apposta; sembra che facciano tutto il possibile per complicare ciò che è semplice, mescolare ciò che è molteplice, confondere ciò che è plurale. Apprendere a convivere nella confusione senza perdersi, è l’arte della vita. Riuscire a valorizzare ciò che s’incontra di buono nella mescolanza delle cose, è sintomo di grande capacità di adattamento.

Il dramma dei puri è proprio quello di non riuscire ad adeguarsi alla mescolanza e, allora, passano tutta la vita a rincorrere il sogno di un mondo luminoso, puro, senza sbavature. Per questo sono spesso arrabbiati con il mondo intero, perché non sanno cedere, non vogliono pensare che non esista un pezzo di mondo che non sia contaminato dalla stupidità e dall’ignoranza. Li vediamo, allora, insoddisfatti, perché costantemente alla ricerca di un mondo che non esiste se non nelle loro teste. Eppure, sono questi insoddisfatti, questi perenni sognatori, questi puri, questi visionari, che rendono il mondo più bello per tutti, perché ci mostrano degli sprazzi di luce, di quella realtà che normalmente nella vita reale non riusciamo a vedere. Loro, i puri, la vedono e la cercano: la esigono. La rincorrono in ogni momento della giornata. La sognano di notte e la vogliono di giorno. Loro, i puri, non sanno stare fermi e non conoscono rassegnazione: ci credono sempre e non ci mollano mai. Pur vivendo nel presente, hanno visioni sul futuro. Hanno occhi penetranti che li conducono continuamente in un’altra dimensione. Per questo, ad un certo punto, confondono la realtà con la visione e ci rimangono male quando qualcuno glielo fa notare. I puri, i sognatori, gli uomini e le donne abitate dalle visioni, capiscono, ad un certo punto della vita, che dovranno viaggiare da soli e che la solitudine sarà la dolce e amara compagna della vita.

Anche Gesù non c’è riuscito. Ha protetto il suo gruppo di discepoli e discepole dalle contaminazioni egoistiche e corrotte del mondo. Li aveva tenuti protetti dalle contaminazioni negative degli uomini del tempio, dagli uomini del potere, dalle sopraffazioni meschine degli uomini della politica e dell’economia. Che cos’era, infatti, il gruppo di discepoli e discepole se non un pezzettino di umanità incontaminato, puro, le cui logiche erano tutte all’insegna dell’amore, dell’uguaglianza, del rispetto reciproco, dell’attenzione all’altro, vissuto in uno spirito di apertura e di accoglienza, liberi dalle leggi ingiuste degli uomini. Purtroppo, come sappiamo, il sogno di Gesù è durato tre anni. Nemmeno Lui ci è riuscito. In ogni modo ci ha lasciato un grande insegnamento, vale a dire, che non c’è prezzo al mondo che possa pagare la dignità umana. Ci ha insegnato a vivere fino in fondo il proprio sogno, a non svendere al primo che capita le proprie visioni, a non lasciarsi tramortire dall’arroganza feroce di chi pensa solo a se stesso, di che pensa un mondo chiuso. Gesù ci ha insegnata che la libertà dei figli e delle figlie di Dio ha un prezzo da pagare molto alto in questo mondo di schiavi della materia, schiavi del dio denaro, schiavi del potere, servi del proprio egoismo. Amare e abitare il sogno di un mondo diverso, un mondo di giustizia e amore: è questa la grande eredità di Gesù e di tutti i sognatori e visionari come lui. Ama e fa ciò che vuoi. Vivi amando e ama vivendo: è questo il grande sogno di Gesù, che ha vissuto amando sino all’ultimo respiro della sua vita.

Ci sono spiriti liberi che non riescono a vivere in un mondo contaminato. Gesù era uno di questi. C’è gente che non ce l’ha fa a vivere tappandosi il naso. Ha i polmoni troppo fini; ha soprattutto voglia di respirare aria pura. E poi si sa che quando uno si abitua a respirare aria viziata pensa e crede che l’aria sia tutta così, che l’aria viziata sia l’aria e allora si adegua, non combatte per poter respirare aria pura e, così, lentamente muore, in tutti i sensi. Arriva persino a contrastare coloro che fanno di tutto per ripulire l’aria, per aiutare tutti a respirare l’aria pulita. Gesù era uno di questi che non ci mollava mai, che non accettava l’aria viziata degli uomini del tempio, che viziavano la religione con le loro regole opportunistiche. Gesù ha trascorso l’adolescenza e la gioventù ad ascoltare, a vedere e ad osservare attentamente il mondo degli adulti e lentamente si è accorto che era un modo dominato dall’ipocrisia, dalla falsità, della ricerca dei propri interessi. Gesù aveva capito che rimanere fedeli ai propri sogni di un mondo fatto di giustizia, di un mondo plurale che ti porta ad essere attento a tutti e ad accogliere tutti, non  solo non paga, ma ti isola. E infatti, sappiamo com’è andata finire quella storia esemplare che tutti i visionari del mondo prendono come puto di riferimento: Gesù è morto da solo in croce, abbandonato dai suoi, tradito da un suo discepolo, rinnegato da colui che aveva scelto come capo del gruppo. Nonostante ciò, non si è arreso, non ha rinunciato alle proprie visioni ma, proprio per questo, proprio per questa suo fedeltà assurda, le ha rese possibili per tutti.

domenica 4 dicembre 2016

VISIONI




Paolo Cugini

Leggere i testi dei profeti d’Israele è un’esperienza che lascia l’animo inquieto. Sfogliando le pagine di questi personaggi unici nel loro genere, ci s’imbatte in una serie di espressioni letterarie a dir poco originali.  Troviamo, infatti, oracoli, profezie e, soprattutto, visioni. I profeti vedevano cose che gli altri non riuscivano a percepire: come mai? Da dove veniva questa capacità? Come facevano a vedere al di là del presente? È difficile rispondere a questa domanda, anche perché spesso i dati sulla loro vita sono scarsi. Oltre a ciò, oggi non esistono personaggi come i profeti dell’Antico Testamento.
Parlare di visioni non vuol dire spingere la riflessione su un terreno irreale. La visione non è un’illusione, ma esprime la capacità di vedere al di là dei dati materiali e del presente storico, pur rimanendo sul piano della storia. Essa è un modo di cogliere la realtà in una prospettiva storica, che solamente colui che vive e sente la storia può avere. Non a caso i profeti erano persone molto attente ai problemi del loro tempo. Venivano consultati dai re sui problemi economici e politici. Interpretavano gli eventi storici del tempo alla luce della Parola di Dio, che meditavano continuamente. I profeti erano persone che provenivano da un’esperienza profonda di Dio e per questo offrivano ai loro contemporanei ciò che loro stessi vivevano in prima persona pur non cogliendolo, vale a dire il senso della storia e della vita. Avevano appreso a considerare gli eventi storici non come semplici accadimenti, ma come portatori di un significato, come spazio di una rivelazione. Sono i profeti che colgono la storia come manifestazione della volontà di Dio. C’è un Dio che comunica agli uomini la sua volontà e lo fa utilizzando lo stesso linguaggio che l’uomo può comprendere, vale a dire gli eventi storici. E’ nell’evento storico che Dio dona sé stesso, che si rivela.
La profezia per poter esprimere il proprio contenuto non passa sopra la realtà, ma la penetra. La profezia si alimenta della realtà perché dice qualcosa che non è sopra la realtà, ma la interpreta. Ecco perché il profeta come uomo di Dio è profondamente incarnato nel suo tempo. Quello che lui riesce a vedere e ad esprimere è frutto da una parte del suo radicamento profondo ad un territorio e ad una storia e, dall’altro, dal suo rapporto originalissimo con Dio. Certamente una vita così porta con sé molta solitudine. Il profeta però, non disprezza la solitudine, non la tema, ma la esige. Ne ha bisogno come l’aria per poter sprofondarsi indisturbato nel suo rapporto personalissimo con Dio. La cerca per poter penetrare la scorza dura del tempo materiale, che non permette di cogliere ciò che gli eventi contengono. La desidera per non essere travolto dalla superficialità che il mondo materiale porta con sé e che potrebbe intaccare la sua capacità di vedere al di là delle cose. Non è facile l’equilibro richiesto dal profeta. Da una parte la necessità di essere profondamente legato al suo tempo, immerso nella storia; dall’altra uomo di Dio, bisognoso di solitudine per captare la voce del Signore.
Riflettendo sulla vita dei profeti si capisce molto bene il perché oggi questi personaggi non esistano più. Ci manca la loro attenzione al presente, il loro attaccamento alla realtà, il loro desiderio di Dio. C’è troppa distrazione intorno a noi per poter vedere cose diverse da quelle che i nostri occhi vedono. Sono troppo veloci le sollecitazioni sensoriali per lasciar spazio a ciò che è sopra sensibile. Per questo anche la religione non sempre è spazio, nel nostro mondo post moderno, per l’incontro con Dio. Se l’attaccamento alla storia è fondamentale per captare il suo cammino, la sua direzione, allora siamo destinati a rimanere chiusi nella nostra cecità. La nostra cultura Occidentale vive schiacciata in un presente che non mostra nessun futuro. C’è un’eccessiva provocazione delle percezioni sensoriali e pochissimo spazio e, soprattutto, pochissimo tempo che viene concesso per l’elaborazione e interiorizzazione delle esperienze realizzate.
Eppure se c’è una cosa di cui oggi abbiamo più che mai bisogno è proprio questa, vale a dire la capacità di vedere al di là dei dati materiali, la capacità di avere visioni. Ne hanno bisogno i padri e le madri nei confronti dei loro figli. Ne hanno bisogno tutti coloro che esercitano una funzione educativa nella società. Forse è questa capacità posseduta dai profeti, il prezzo più alto che la società post moderna sta pagando, accettando di essere guidata dalle logiche neo liberali, dai mercati finanziari, dalla logica del denaro che massifica e quantifica tutto. Poter vedere al di là delle cose e comunicare queste visioni immette speranza nelle nuove generazioni, le aiuta soprattutto a organizzare il proprio vissuto attorno a dei significati che durano nel tempo. La durata, la resistenza, il rimanere attaccati ai sogni pensati sono elementi fondamentali dell’esistenza, perché permettono di dare un significato alle scelte fatte. Trasmettere visioni è forse uno dei compiti più importanti di un padre e di una made. Creare le condizioni affinché sia coltivata questa capacità è forse uno dei compiti più importanti che la Chiesa ha dinanzi in questo mondo postmoderno.