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giovedì 18 aprile 2024

PERCHÉ LA RELIGIONE STA SCOMPARENDO NEL MONDO OCCIDENTALE?

 




 

Paolo Cugini

 

In questi primi mesi della missione a Manaus, capitale dello Stato dell’Amazzonia, incontrando per le strade del quartiere in cui vivo, che si chiama Compensa, oltre alle comunità cattoliche che accompagno, tantissime chiese evangeliche, penso che nessuno o quasi nel popolo brasiliano sia senza religione. Anche coloro che, infatti, non frequentano una chiesa specifica, esprimono una fede in Dio. Questo dato mi pone molte domande, tra le quali ce n’è una che, per certi aspetti, mi fa male, ed è questa: perché in uno dei paesi più religiosi al mondo, un paese che vede un grandissimo numero di chiese cristiane c’è così tanta povertà, così tanta disuguaglianza? I due dati sono legati? Il cristianesimo incide nei processi sociali in modo negativo? A questa prima domanda tenterò una risposta in un articolo successivo. Oggi cerco, invece di rispondere ad una seconda domanda.

Come mai in Occidente la religione sta scomparendo? È questa la sensazione che da alcuni anni si percepisce fisicamente, nel senso che è visibile il calo impressionante dei fedeli nelle chiese, dei genitori che chiedono il battesimo dei loro figli, dei giovani che cercano una chiesa per sposarsi. Anche il numero di funerali religiosi è calato in modo impressionante. Gli stessi seminari, un tempo gremiti di giovani desiderosi di divenire sacerdoti, vengono venduti, o imprestati, in ogni modo sono spazi evidentemente sproporzionati per l’esiguo numero di giovani che oggi li frequentano. Che cosa sta succedendo? Sembra che ci sia tutto un mondo, un modo di vivere nel mondo che ha segnato secoli di storia occidentale, che è il mondo religioso modellato dal cristianesimo nelle sue varie forme e, in modo specifico, il cattolicesimo, stia andando a rotoli e, il dato più impressionante è che questo cambiamento epocale stia avvenendo in modo rapidissimo.



La domanda provocante a questo punto è questa: perché? Perché sta succedendo? Perché la religione sta morendo nel mondo occidentale?  Più che la religione con le sue sfumature, sta morendo un modo di rappresentare Dio, un modo di vivere la relazione dell’uomo e della donna con Dio, quel modo che, nel mondo Occidentale, è stato presentato dal cattolicesimo. Che cosa in fin dei conti viene rifiutato attualmente della forma religiosa occidentale, perlomeno, così come si è manifestata nel tempo?

Prima di tutto l’istituzione. C’è chiaramente un rifiuto del modo autoreferenziale in cui la Chiesa ufficiale si pone. La cultura post-moderna, segnata da un pensiero debole (Gianni Vattimo) e dalla modernità liquida (Zygmunt Bauman) rimane indifferente dinanzi a pronunciamenti unidirezionali e a manifestazioni ufficiali di sapore medievale, come i pontificali e lo sfarzo ostentato di indumenti che non riescono a comunicare i contenuti che vorrebbero. La Chiesa non ha saputo attualizzare il suo modo di celebrare i misteri in un contesto come quello in cui viviamo, nel quale l’immagine è quasi tutto. Infatti, lo spettacolo offerto è antiquato e puzza di roba vecchia. Le nuove generazioni sono alla continua ricerca di messaggi nuovi, capaci d’intercettare i loro desideri e non trovano per nulla attraente il messaggio sbiadito e ammuffito della Chiesa. Piviali, cotte, sottane, pizzi, turiboli e altre suppellettili del genere, più che essere elementi che contribuiscono a esprimere un mistero, nell’attuale contesto culturale provocano più che altro ripugnanza e derisione. Il problema, a questo punto è il seguente: come mai coloro che guidano questa secolare istituzione non se ne accorgono? Sembra la storia del re nudo.



In secondo luogo, va sottolineata l’incapacità dell’istituzione Chiesa di dialogare con la modernità. Sui temi più importanti dell’attualità, come il tema del genere, dell’omosessualità, ma anche dell’eutanasia e altro, la chiesa cattolica presenta gli stessi argomenti che avrebbe presentato al tempo di San Tommaso, vale a dire nel XIII secolo. La Chiesa è rimasta lì e sembra non volersi schiodare dal suo passato glorioso. Del resto, nella Fides et ratio,  un documento ufficiale del 1998, quindi abbastanza recente, l’allora pontefice Papa Giovanni Paolo II affermava che, ancora oggi, la teologia ufficiale della Chiesa cattolica è il tomismo, vale a dire la teologia elaborata da santo Tommaso d’acquino, morto nel 1274. Quella stessa istituzione che nel 1832 nell’enciclica Mirari vos  di papa Gregorio XVI condannava sia la libertà di coscienza che la libertà di stampa, oggi vuole sostituirsi alle coscienze delle singole persone su temi cruciali che esigono la libertà di coscienza. Questa autoreferenzialità il mondo postmoderno non l’accetta. Il dato significativo è che, mentre sino a qualche decennio fa, chi la pensava diversamente dalla Chiesa cattolica contestava con argomentazioni, oggi, dinanzi alle prese di posizione della Chiesa, la risposta è il disinteresse o, al massimo, l’ironia.

Un’ultima osservazione. Per tutto quello che sta avvenendo nell’istituzione cattolica, quello che il mondo fa fatica a vedere è la presenza dei contenuti del Vangelo di Gesù. Può sembrare un giudizio duro, ma è quello che si vede, si sente, si ascolta. Il Vangelo è un messaggio semplice, che le persone semplici comprendono. È un messaggio di pace in un mondo di conflitti. È un messaggio di giustizia in un mondo devastato dalla corruzione. È un messaggio di uguaglianza in un mondo in cui le disuguaglianze sono sempre più stridenti. Il Vangelo è il messaggio di Gesù che da ricco che era si fece povero per condividere con i poveri la sua ricchezza, mentre l’immagine che la chiesa offre nei suoi pontificali, nei suoi palazzi, nei suoi principali rappresentanti è quella di essere un’istituzione che vuole contare e non vuole mollare il potere. Questo si vede, si sente, si percepisce.

 

mercoledì 13 aprile 2022

Una liturgia con i tratti dell’umanità di Gesù

 




Paolo Cugini


Possiamo comprendere il senso della liturgia nella vita della comunità cristiana solamente ritornando alle origini e, in modo speciale, guardando a Gesù, ai Vangeli. C’è un tratto che colpisce nel modo di Gesù di relazionarsi con il mondo, con le persone: la sua umanità. È questo aspetto dell’umanità di Gesù che dovrebbe modellare la celebrazione liturgica.

C’è un cammino di umanizzazione che la vita cristiana deve compiere. Gaudium et Spes ci ricorda che: “chiunque segue Cristo, diventa anche lui più uomo” (GS 4). È nella qualità umana dei singoli credenti e delle comunità cristiane che si manifesta la credibilità del messaggio cristiano. È la qualità umana del vivere che fa la differenza. L’umanesimo evangelico nella sua profonda complicità con l’umano autentico, rappresenta il presente e soprattutto il futuro del cristianesimo. Ciò che c’è da vedere di Dio lo abbiamo visto in Gesù. Qui sta ogni possibile discorso sul senso umano della liturgia. La ricerca di una liturgia più umana non è semplicemente richiamare la dimensione etica della liturgia, né l’ennesima strategia pastorale, ma è di ordine teologico e, pertanto, essenziale se vuole essere liturgia cristiana e non un mero rito religioso come tanti. La nostra liturgia è cristiana se è conforme all’umanità di Gesù.

Se il mistero di Dio si è rivelato attraverso l’umanità di Gesù, allo stesso modo la liturgia dev’essere fedele al modo di questa rivelazione. Anche la celebrazione della rivelazione di Dio deve avere la forma del Vangelo. Il modo di celebrare nella liturgia dev’essere conforme al modo in cui Dio si è rivelato in Gesù, nella sua umanità. La liturgia è rivelazione in atto. Proprio il documento conciliare Sacrosantum Concilium ci ricorda che “Attraverso la liturgia si attua l’opera della nostra redenzione” (SC 1). Sono queste idee che hanno guidato la riforma del Concilio Vaticano II, per riportare la liturgia alla sua origine, cioè al Vangelo. Gesù parlava la lingua del popolo, e non una lingua sacra. Gesù ha parlato e si faceva capire. Ha celebrato la prima volta l’eucarestia attorno ad una tavola. I primi discepoli nelle loro case spezzavano il pane. Un’umanità quella di Gesù caratterizzata da una convivialità costante. Gesù si sedeva a mensa con tutti. La cena è l’ultima di tante cene con i suoi discepoli. La centralità dell’altare delle nostre chiese, ricorda che la comunità cristiana è una comunità di tavola, perché Gesù l’ha voluta così.

Il riferimento di Gesù nell’ultima cena non è il contesto sacrificale, ma domestico, di comunità, una liturgia guidata dal padre di famiglia, in un contesto informale vicino alla vita. Gesù ha voluto per la sua comunità una tavola condivisa in un contesto familiare. Le forme rituali non si devono allontanare dalla vita. Per questo motivo non si comprendono gli atteggiamenti riverenziali e di distanza, tipici di un contesto sacrificale, ma totalmente estranei al contesto famigliare ed umano voluto da Gesù.  Se togliamo dalla liturgia ciò che c’è di autenticamente umano, togliamo allo stesso tempo ciò che c’è di autenticamente divino. Nella liturgia dobbiamo trovare la grammatica della vita. Ciò vale anche per la lingua della liturgia. Il Vaticano II ha dato la possibilità di accedere alle lingue parlate. Gesù parlava in aramaico, la lingua del suo tempo, grazie alla quale si faceva intendere. Gesù non ha parlato una lingua sacra, ma ha utilizzato espressioni della vita della gente. Gesù non viveva nelle sacrestie o nelle università e utilizzava il vocabolario della vita quotidiana, molto più che quello religioso. “Le folle erano stupite del suo insegnamento” (Mt 7,28). “Mai un uomo ha parlato così” (Gv 7,46).

L’annuncio del Vangelo oggi si realizza in larga parte sul crinale delle risposte credibili alla domanda: “credere mi aiuta a vivere”? Il rapporto tra liturgia e vita si presenta in modo nuovo rispetto all’epoca del Concilio. Oggi si declina chiedendo alla celebrazione di essere un luogo vitale, di rigenerare la vita dei singoli credenti. La liturgia come luogo che genera e rigenera il credente alla vita, luogo sorgivo della vita della comunità, richiede una costante attenzione alla riproduzione nel contesto liturgico, dei tratti dell’umanità di Gesù. Tutto ciò che i vangeli riferiscono di Gesù con la sua gente è un’anticipazione del senso della liturgia. La liturgia, dunque, dovrebbe essere una continuazione dei vangeli in modo tale che, le persone che partecipano ai riti, si sentano avvolte dall’umanità di Gesù e lo riconoscono presente in essi. Nei vangeli incontriamo delle affermazioni che esprimono il desiderio della gente d’incontrare Gesù e che sono delle vere e proprie espressioni liturgiche: “Signore, aiutami!” (Mt 15,25); “Gesù abbi pietà di me!” (Mc 10,47);Signore, il mio servo è in casa che soffre” (Mt 8,6). Questa liturgia dei vangeli ci narra di un uomo Gesù, che ascolta le richieste vitali del popolo, che cammina con gli uomini e le donne del suo tempo, si lascia toccare, si ferma ad ascoltare, accarezza, rie, piange: c’è tanta umanità nei suoi gesti. Per questo, d’ora innanzi, dopo Gesù, il sacro non ha più bisogno di essere rivestito con i segni della potenza per indurre timore e riverenza, ma va spogliato, perché il Padre attraverso il Figlio ha deciso di mettere una tenda in mezzo a noi. È la semplicità dei gesti umani che dicono della grandezza dell’amore di Gesù, che incontriamo nella sua umanità. Gesù ha combattuto una battaglia è per la vita e l’ha combattuta sino alla sua stessa morte. Di fronte alla vastità del messaggio cristiano, all’iperattivismo della vita parrocchiale, alla complessità dei nostri riti, della loro ridondanza barocca, impressiona la semplicità della liturgia dei vangeli. Ritornare ai gesti semplici dell’umanità di Gesù è il compito attuale della liturgia nella Chiesa, compito indicato proprio dal Concilio Vaticano II.

Il teologo tedesco Christoph Theobald diceva che: “vita e fede sono intimante legate”. Non si può trasmettere la fede senza trasmettere la fede nella vita. La celebrazione dei sacramenti della fede è luogo di contatto della vita di Cristo con la vita dell’uomo e della donna oggi. Nei passaggi decisivi della vita unici e definitivi dell’esistenza, là dove la vita è più vita, i sacramenti della Chiesa vi proiettano la luce del Vangelo. Scopo dei sacramenti dovrebbe essere quello di significare la vita con la luce del mistero pasquale, per sottrarli alla logica del caso e del destino. Nei sacramenti si rivela tutta l’umanità della liturgia. La pastorale dei sacramenti è l’odierna Galilea delle genti. Dentro alla domanda di sacramenti c’è un senso profondo della vita che va riconosciuto e onorato, c’è una forma germinale di quella fede naturale che ogni essere umano ha della vita. È fede in Dio autore della vita.

Solo una liturgia umana sa celebrare la vita umana, sul solco tracciato da Gesù. La sofferenza è il luogo massimo dell’umanità. Il criterio della verità della liturgia è quella di farsi carico delle sofferenze: abbandono, esclusione, solitudine. Compito di una liturgia umana è quella di contribuire ad umanizzare. Comunione, carità, accoglienza: la liturgia è risorsa di umanità. Come verso Gesù andavano tutti coloro che si sentivano esclusi dalla società, così oggi alla liturgia della comunità dovrebbero trovare accoglienza tutti coloro che nel mondo si sento esclusi, emarginati, derisi, discriminati. È nel segno dei chiodi che è visibile l’amore di colui che il Padre ha risuscitato. Allo stesso modo, è in una comunità che mette al centro delle sue liturgie i poveri, i crocefissi della storia, che il modo può riconoscere la luce del risorto. Nella preghiera Eucaristica V leggiamo: “donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli”. La celebrazione eucaristica è il luogo della fraternità. L’Eucarestia è il più alto magistero di umanità. Non possiamo ricevere in modo innocente il pane di vita, senza condividere il pane per la vita con chi è nel bisogno. La nostra fede eucaristica ci chiama a vivere un’etica eucaristica, che ci porta vivere un’umanità è più profonda nei confronti dei bisognosi. È il Cristo che nella liturgia ci viene incontro con i poveri, i migranti, gli esclusi. L’eucaristia è una protesta contro l’ineguaglianza. L’eucarestia contiene un’utopia. Non è possibile essere umani quando si celebra ed essere disumani quando si esce dalla Chiesa. 

 

mercoledì 5 gennaio 2022

POSTCRISTIANITA' E IL NUOVO CAMMINO DEL CRISTIANESIMO

 



 

Paolo Cugini

 

Dove il cristianesimo svanisce ritornano le forme pagane (Chantal Delson).

Quali sono gli elementi che ci possono indurre a pensare che l’epoca della cristianità è finita? In primo luogo, il fatto che la Chiesa non incide più nella società, non è più un tutt’uno con essa. La cristianità ha modellato per secoli la società al punto che anche i riti religiosi erano parte del tessuto sociale, che identificava un popolo. Oggi, chiaramente e, possiamo tranquillamente dire, fortunatamente, non è più così, al punto che molti si dichiarano atei. Anche coloro che si dichiarano credenti, hanno una scarsa partecipazione alla vita religiosa. La cristianità è stata l’involucro che ha ricoperto dall’esterno la cultura occidentale, ne ha plasmato anche alcuni valori, ne ha dato un’identità, nel bene e nel male.

Com’è potuto avvenire questo crollo epocale, questa fine di uno stile sociale così significativo? Sono tanti i fattori che contribuiscono ad offrire elementi per questa risposta. Si tratta, senza dubbio, di un cambio epocale, di un cambiamento di paradigma che, per avvenire, necessita della convergenza di quei fattori che l’avevano caratterizzata. La fine della cristianità porta via con sé un tipo di cristianesimo, un modo di pensare e di vivere il rapporto con Dio. Dopo il IV secolo d.C. la distanza dalle fonti della prima comunità cristiana segna il passo dell’avvento della cristianità, che s’identifica progressivamente con una forma politica e sociale: il Sacro romano Impero. Del cristianesimo primitivo, cioè quello delle origini, rimangono i contorni esterni, assieme ad alcuni contenuti, che acquisiscono significato per il servizio che offrono al mantenimento di una specifica impostazione culturale.

I temi del peccato, della salvezza, assieme a quelli del pentimento, della conversione e della penitenza, temi evangelici ma svuotati del loro significato profondo e, soprattutto, sganciati dal messaggio di misericordia di Gesù, sono serviti per secoli a mantenere il popolo ignorante sottomesso al potere della Chiesa. La cristianità è stata dunque una religione asservita al potere politico, che ha creato un sistema di riti, una liturgia, una morale e una teologia in grado di mantenere il popolo sottomesso, in perenne senso di colpa, necessitato del perdono, che solo i funzionari della chiesa potevano elargire. Peccato, colpa, penitenza, salvezza: sono i temi che hanno modellato la cristianità, la sua struttura politico- sociale. Non è un caso che, una volta crollata l’impalcatura esterna della cristianità, gli stessi contenuti da lei elaborati e propugnati, si sono svuotati di significato e la gente si è allontanata da quella struttura, che la teneva sottomessa.

Se la cristianità come struttura sociale è svanita in poco tempo e nessuno ne sente più la mancanza, ben diversa è la situazione sul piano prettamente religioso. Secoli di riti, predicazioni, liturgie segnate dal tema del peccato e della paura dell’inferno, hanno lasciato un segno profondo nella coscienza del popolo religioso, hanno plasmato una mentalità. Non è bastato il Concilio Vaticano II a scalfire il disastro spirituale perpetrato nel periodo della cristianità. Non sono bastati i contributi delle più avanzate ricerche teologiche, esegetiche e storiche, per dimostrare come tutto quello che era stato spacciato di cristiano, in realtà non era altro che un grande inganno, una grande impostura, la grande invenzione di una religione a servizio del potere. Secoli di inchini, di turiboli, di culti dal linguaggio incomprensibile per la maggior parte, hanno fatto credere in modo definitivo che la religione proposta dal Vangelo aveva quella specifica forma. E così, mentre le cattedrali vengono chiuse e molte chiese vendute perché i fedeli le hanno abbandonate, permane la religione che la cristianità ha plasmato.

Basteranno ancora pochi decenni per spazzare via i detriti di questa religiosità per fare posto al Vangelo? La risposta non è facile. Di certo, quello che si vede oggi, è la resistenza di coloro che non vogliono perdere la loro identità plasmata dall’epoca della cristianità. Questo è il problema centrale. Chi identifica la proposta di Gesù con quella specifica forma religiosa, non accetta il cambiamento. E così, assistiamo al ritorno delle talari, delle liturgie pontificali, dei prelati che con discorsi duri, dimostrano che vogliono ancora contare. In realtà, questo stile religioso, non dice più nulla alla società, serve solo ai pochi adepti, chiuso in loro stessi, per paura di quello che accade fuori. Ciò che invece si sta delineando, è lo spazio per un nuovo modo di vivere il Vangelo ed è proprio su questa nuova possibilità che va posta l’attenzione.

 

martedì 14 dicembre 2021

FINISCE LA CRISTIANITA’ E RIAPPARE LA GIOIA DEL VANGELO

 





Paolo Cugini

       C’è una sensazione di vuoto spirituale che si percepisce nella vita delle comunità cristiane. Si fa fatica a cambiare di paradigma. Si fa fatica a vivere la fede non solo in un clima di minoranza, ma anche si fa fatica a pensarsi in modo diverso. Veniamo da secoli e secoli in cui tutti erano cristiani e il cristianesimo era la forma della società. Le messe, i sacramenti, i rituali, le feste liturgiche hanno plasmato la struttura sociale dell’occidente. Ora che tutto questo mondo è crollato, nessuno si sente più obbligato ai rituali cristiani.

Nell’epoca della cristianità non partecipare alla vita religiosa significava la dannazione eterna, l’inferno nel futuro. Ora che l’involucro sacrale non c’è più, son svanite tutte le paure. Che cosa ci rimane? La fine della cristianità coincide con la fine della religione come forma sacrale, che plasma la società. La cristianità ha veicolato un messaggio che faceva coincidere l’apparenza sociale con l’appartenenza alla religione, alla chiesa. Il problema adesso è vivere la fede promossa dal Vangelo senza la pretesa che alla società interessi. È questa una fase delicata perché, nonostante l’epoca della cristianità sia terminata, rimangono ancora presenti nella società tutta una serie di rituali e di elementi sacrali, che hanno identificato per secoli l’appartenenza alla vita sociale e che sono rimasti all’interno del tessuto sociale, nonostante non se ne conosca e non si comprenda il significato. Molti genitori, nonostante non credano nel Vangelo e non frequentano una chiesa, si rivolgono alla chiesa per battezza i loro figli o per chiedere di partecipare al cammino per i sacramenti, provocando perdite di tempo, tensioni a non finire. Ci si rivolge alla chiesa come se fosse un negozio qualsiasi, in cui chiunque ha il diritto di comprare quello che vuole. È senza dubbio una fase di passaggio che, come tale, sarà destinata a sparire. Fase di passaggio che è portatrice di tensioni tra coloro che gestiscono la vita religiosa e che non sempre hanno la coscienza del passaggio che stiamo vivendo, e le persone che vivono la religione solamente come appartenenza sociale.

Poi verrà il tempo in cui potremo vivere la proposta di Gesù in piccoli gruppi, tra coloro che hanno accolto il messaggio del Vangelo e hanno fatto delle scelte a riguardo, senza dover rendere conto ad una società che, ormai, ignorerà ciò che è divenuto minoranza e non ha più la pretesa d’incidere sulla società, per lo meno dal di fuori. Saremo come il fermento nella massa – finalmente! -, liberi dalla tirannia dell’apparenza e della prestazione a tutti i costi. Ci troveremo nelle case, anche perché, nel frattempo, le chiese e le cattedrali saranno già state riconvertite in strutture di uso sociale e collettivo. Ed è nella dimensione familiare della casa che potremo riassaporare il gusto di una diversità di vita, di scelte, che solo il Vangelo sa offrire, liberi dall’affanno di dover dimostrare qualcosa. In quel tempo, ci saremo liberati delle cattedrali, delle pesanti strutture ecclesiali, delle processioni, delle statue, degli abiti liturgici, da tuti quegli orpelli frutto della rincorsa sfrenata che la chiesa ha fatto per secoli al potere, pagando un prezzo altissimo. Non vedremo più per le strade qui personaggi vestiti di nero, simbolo di una morte prematura, quando invece avrebbero dovuto indossare gli abiti colorati della gioia. Ci sarà pace nei nostri cuori credenti nel Vangelo, in Gesù Cristo e ci saremo finalmente liberati da quelle dottrine costruite apposta per contare qualcosa nel mondo.

 

venerdì 19 marzo 2021

LA CHIESA CHE SOGNO - INTERVENTO DEL CARDINALE DI BOLOGNA MATTEO ZUPPI

 





Parrocchie di Galeazze, Palata Pepoli, Bevilacqua e Dodici Morelli

 


Percorso di formazione sul tema: Quale Chiesa?

 (incontro realizzato in meet)

Sintesi: Paolo Cugini

 

     Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento. Ci sono segnali di questo. Fino a vent’anni fa in ognuna delle parrocchie c’era il parroco e a volte anche il cappellano. Oggi questo cammino è faticoso per la gente e anche per i preti. La presenza del prete era ed è l’ossatura portante della vita della Chiesa. Tutto cambia, anche la chiesa. Dobbiamo fare di tutto perché cambi e diventi migliore. Stiamo cambiando, e quindi dobbiamo cambiare in meglio. Non dobbiamo rivendicare il passato. Possiamo continuare a fare la lista dei reclami, ma non serve a nulla. La coperta è corta e quindi si fa quello che si può. La chiesa deve crescere. Abbiamo bisogno dei preti: il servizio si trasformerà, ma abbiamo bisogno dei preti. Forse, però, il Signore in questo frangente della storia ci chiede qualche altra cosa.

      Il primo giorno del Concilio Vaticano II, nell’ottobre del 1962, San Giovanni XXIII fece il discorso della luna, la mattina, parlava dei profeti di sventura, rimpiangono il passato, che dimenticano che la storia non è quella del passato, esaltandolo, senza essere obiettivi, perché non è vero che proprio tutto nel passato andava bene. La chiesa incontra difficoltà quando vive con le cose del passato, e non riesce a vivere il presene. La chiesa chiaramente, non deve andare dietro al mondo. Dobbiamo stare dentro il mondo. Dicono che ieri funzionava, ma le cose sono cambiate. Molta gente, poi, pensa di conoscere la chiesa, ma non ha mai letto il Vangelo.

Che cosa ci chiede il Signore in questo tempo di cambiamento? Ci chiede qualcosa a tutti quanti noi. Ci chiede, innanzitutto, di costruire comunità dove oggi possiamo vivere la Parola di Dio, testimoniare il suo Vangelo tra gli uomini e le donne. Per questo, anche la più piccola comunità è importante.



Dobbiamo crescere nella comunione e, in questo cammino, c’è bisogno di ognuno di noi di seguire un Vangelo che non si riduce a una regola, ad obbedire delle regole. Capisco le regole se vivo con passione la vita.  Un vescovo brasiliano disse che cominciò a giocare a pallone perché alla gente piaceva. Dopo ho imparato il regolamento del gioco del calcio, ma prima si è messo a giocare perché vedeva con che passione la sua gente giocava a calcio. La chiesa non può partire dalle regole, ma dall’amore, dal Vangelo.

La Chiesa non è un club privato, una realtà elitaria. La chiesa è una casa aperta per cui chi arriva è subito coinvolto. La comunità è fatta per conoscere il Signore. Siamo fratelli e sorelle: non è un titolo di merito, ma significa averci un legame. Se noi crescessimo nel legame tra di noi, nell’amicizia, nel crescere spiritualmente, è il cammino da compiere. La chiesa non sarà mai un gruppo di autoaiuto. La chiesa è più di una partecipanza, perché ci volgiamo bene.

Credo che sia una bellissima sfida. È un cambiamento che ci coinvolge e ci aiuta a rendere ricca la comunità con il dono che siamo ognuno di noi. C’è sempre bisogno di qualcuno che armonizzi e quindi c’è bisogno di ministeri. Capiremo meglio il Vangelo aiutandoci gli uni gli altri. Prima il Vangelo e poi le regole.



Quello che abbiamo detto è che siamo chiamati a costruire la comunità, che non si attiva solo quando arriva il prete. Possiamo, ade esempio, pregare insieme in assenza di prete, come ad esempio i vespri, o le lodi. E quindi dobbiamo aiutarci. I cambiamenti che stiamo vivendo devono aiutarci a migliorare il cammino delle nostre comunità e non solo della mia comunità. Ogni comunità è importante, anche la più piccola. Non isolata. Abbiamo la possibilità di crescita della comunione tra di noi. Il mio campanile in collegamento con gli altri. La pentecoste che ho vissuto nel 2016 mi colpì tanto, anche perché c’erano tutte le comunità.

Se non so camminare ti insegnerò a volare. Farei delle nostre difficoltà un motivo per crescere. Questo è vero per tutto. Fare della Pandemia un motivo per cambiare. È vero che la situazione è gravissima. Però possiamo fare anche di questo un motivo di cambiamento. Il Signore non ci farà mancare ciò di cui abbiamo bisogno. Il seme ha bisogno di tempo per crescere. 

martedì 16 marzo 2021

POLIEDRO


 


Paolo Cugini

 

Deriva dal greco: polis, molti e èdron, faccia, quindi molte facce. Si tratta, dunque, di un solido geometrico limitato da superfici piane poligonali. Ci sono, poi, i poliedri regolari, costituiti da facce uguali, e i poliedri irregolari. È una figura che esercita un certo fascino perché valorizza le specificità. E’, infatti, nella prospettiva dell’unità nella diversità. La valorizzazione delle parti, invece, non viene attuata dalla sfera che, per sua caratteristica specifica, annulla qualsiasi spigolo, perché nella sfera tutto dev’essere omogeneo. Poliedro e sfera indicano, dunque, delle modalità d’intendere la relazione tra singolo e comunità, o tra diverse comunità in relazione tra di loro.

Questa figura geometrica è spesso citata da Papa Francesco per indicare la sua visione di Chiesa, come un’unione di tutte le parzialità che nell’unità mantiene l’originalità delle singolarità.  È l’esatto contrario in ciò che avviene nella sfera in cui la superficie non presenta sbavature. Tutte le volte che la Chiesa s’impone sui fedeli senza nessuna possibilità di ascolto o di replica, manifesta la sua intenzione di livellare la relazione affinché appaia un’uniformità, che lascia tranquilli chi detiene il potere, ma genera tensioni e ribellioni in chi le subisce. San Paolo, in questa prospettiva, in più di una circostanza ha manifestato il desiderio di costituire comunità cristiane seguendo il modello del poliedro, vale a dire, cercando di raggiungere l’unità salvaguardando le diversità. San Paolo era convinto che proprio lo Spirito Santo è colui che suscita le diversità, manifestando alle persone che lo accolgono i carismi specifici che permettono alla comunità cristiana di esistere ad immagine del Cristo.

Sul piano sociale e politico poliedro e sfera indicano due modi d’intendere le relazioni all’interno di una comunità, una nazione. Mentre, infatti, nel modello della sfera il cittadino si annulla o, spesso e volentieri, è annullato da misure autoritarie e violente, nel modello del poliedro il cittadino conserva la sua peculiarità. Il modello del poliedro permette al cittadino d’interagire con la struttura socio politica mantenendo una propria autonomia. Si percepisce lo stile poliedrico di governare un paese nell’antica polis greca, una delle rare esperienze politiche in cui i governanti non solo agivano per il bene dei cittadini, ma li coinvolgevano nelle decisioni da prendere. Mentre il modello sferico annulla la parte, la singolarità a beneficio del tutto, il modello poliedrico la valorizza e crede che ogni singolo cittadino è chiamato a dare il meglio di se stesso per il bene della comunità e riesce a farlo proprio perché è sollecitato nelle sue specificità.

Amo il poliedro e detesto la sfera. Mi piace essere coinvolto e coinvolgere le persone sui progetti che mi frullano per la testa. Non mi piace quando incontro sulla mia strada persone con una mentalità “sferica”, che asfaltano le volontà dei singoli per imporre la propria. La cosa peggiore è quando questo modello sferico si vede attuato nella Chiesa facendolo passare come volontà di Dio stracciando, in questo modo, pagine su pagine di Vangelo.

sabato 12 settembre 2020

ANNUNCIARE IL VANGELO OGGI

 




FONDAZIONE MIGRANTES

 

ENZO BIEMMI

Roma 12 settembre 2020

 

Sintesi: Paolo Cugini

 

Attraverso una vita donata al Vangelo provo a dire ciò in cui credo.

1.Il cambiamento d’epoca e la figura di un cristianesimo di libertà e di scelta. È finito per il cristianesimo nella sua forma sociologica, quel cristianesimo nel quale non si poteva essere nient’altro che cristiani.

Tre passaggi:

1.       Si diventa cristiani

2.      Si nasce cristiani e non si può non esserlo

3.      Non si nasce più cristiani, si può diventarlo

 Ci sono altre forme per vivere bene la propria vita. La vita cristiana torna al suo statuto originario di proposta libera. La cultura attuale trasmette la libertà religiosa. La risposta negativa è quello della nostalgia: moltiplicare le azioni per riportare la situazione a quando il cristianesimo era la maggioranza. Oggi abbiamo l’opportunità di offrire il Vangelo come scelta.

2. Siamo una minoranza, ma gioiosa. In questo contesto plurale siamo tornati ad essere quello che eravamo all’inizio. Minoranza gioiosa. Dopo la monocultura, l’appello dello Spirito è quello di abitare la biodiversità culturale e religiosa. Recuperare lo spirito della lettera a Diogneto. Il problema del cristianesimo è quello di decidere quale minoranza vogliamo essere. Non siamo una setta, un rifugio rispetto alla complessità della storia. Non vogliamo essere una minoranza contro, prigioniera del risentimento. È la tentazione più forte per chi è stato a lungo una maggioranza.

Siamo chiamati ad essere una minoranza a favore, inserendo una profezia, una differenza che segnala che il Vangelo può donare qualcosa agli uomini e alle donne di oggi.

Il cristianesimo della grazia. Gesù è il salvatore di tutti. Lo Spirito Santo comunque è incluso in tutti i cuori. La fede come adesione esplicita non condizione l’amore dello Spirito e non è necessario per la salvezza. Lo spirito non è legato ai sacramenti.

Gaudium et spes 22: Cristo è morto per tutti. Dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo lavora per entrare in contatto con tutti con il mistero pasquale.

3.La fede cristiana è in se stessa nell’ordine del non necessario per quanto riguarda la salvezza. La gente non la ritiene più necessaria per vivere. È Dio stesso che in Cristo Gesù ha deciso di rendersi non necessario. È in sé disponibile senza mai imporsi e non condiziona la risposta. Ha donato a tutti lo Spirito. Ciò che è necessario a tutti alla salvezza è l’amore, la carità. Non saremo giudicati sulla fede ma sull’amore. In tutti e tutte c’è una grazia prima o una fede elementare, una fede pratica, fede di seconda mano e che in qualcuno, per una grazia seconda (Gv 1,17) di aver incontrato il Signore Gesù. Oppure la fede del discepolo o la fede confessante. Qualcuno. Gesù nel Vangelo ha 12 apostoli, delle discepole e tante persone che lo seguono. Non c’è una sola forma di vivere la fede. Testimoniare la fede in un contesto secolarizzato segnato dalla pluralità dai percorsi umani. Una fede fatta passare come necessaria non ha più senso oggi. Il vangelo ci precede.




4. La necessità dell’evangelizzazione. Si può vivere senza incontrare la perla rara, ma quando la s’incontra cambia la vita. Non possiamo rinunciare ad annunciare il Vangelo. L’evangelizzazione è necessaria:

a.     Per noi stessi che abbiamo ricevuto la grazia seconda. Siamo nello spazio dell’esigenza intrinseca.

b.    1 Gv: perché la nostra gioia sia piena. Manca qualcosa alla nostra gioia finché questo non è condiviso.

c.     EG: perché non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo. È per questo che noi evangelizziamo.

5. il Vangelo come grazia di umanità. Arriviamo e Dio è già li. La fede cristiana è un dono a tutti per diventare più umani e rendere più umano il mondo. Al centro del credo c’è un’affermazione: per noi uomini e per la nostra salvezza: per l’umano e per la sua pienezza. Conseguenza: lavorare ispirati dal Vangelo per rendere più umano la vita di un fratello e una sorella è sufficiente. C’è bisogno di qualcuno che esca e che lavori per l’umano ispirato dal Vangelo. C’è un umano che è portatore di un Vangelo.

6. La chiesa luogo ospitale di racconti. La fede cristiana non è una filosofia di vita, è una relazione che prende forma nella storia: una relazione in corso. La Chiesa è prima di tutto uno spazio di narrazione, una casa nella quale risuonino i racconti delle storie delle salvezze. Luogo che protegge e favorisca i racconti e intreccia le grandi narrazioni delle meraviglie di Dio, con le proprie storie di salvezza. Gli altri devono vedere in noi la verità dei racconti che facciamo e fanno spazio ai loro racconti. La Chiesa come locanda dei racconti.

7. Il contenuto della catechesi: la persona di Gesù, il Kerigma. Francesco EG 154: Gesù Cristo ti ama ed è vivo al tuo fianco. Dobbiamo annunciare questa cosa. C’è bisogno di qualcuno che ci dica: guarda che Gesù Cristo ti ama. Non sarà completo, ma è generativo. Altro termine del Kerigma che Francesco indica è: misericordia.

8. I contenuti della catechesi. Nella Tradizione della Chiesa sono stati custoditi i contenuti, che hanno la funzione di salvaguardare il contenuto e di non deturpare il volto di Gesù. C’è stato un grande sviluppo. Tutti questi contenuti sono le esplicitazioni cognitivi, morali, rituali, etiche che scaturiscono dalle Scritture. Il libro della catechesi è la Sacra Scrittura. Gli altri testi sono sussidi, mediazioni. Quattro sintesi: Credo, Sacramenti, comandamenti. Padre nostro.




9. La fede: una fiducia intelligente. Dio si è consegnato ai nostri racconti e anche alla nostra intelligenza. L’annuncio regge al dialogo con le grandi domande della vita e della cultura. La ragionevolezza della fede è esigenza di tutti e di tutte. L’annuncio è pertinente in questa condizione culturale? È questo che mi devo porre come domanda. Ho desiderato vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto (Agostino). Il pensare è costitutivo della fede per riconoscere l’identità di colui che ci è venuto incontro. Sensatezza dell’atto del credere, la sensatezza della speranza. In questo orizzonte c’è spazio per il dubbio. Occorre autorizzare ad essere sempre critici. Paul Claudel: il dubbio è un omaggio della libertà di Dio all’uomo.

10. Per una fede popolare. Legittimazione di una figura di fede vivibile da tutti, in particolare dalle persone più semplici, che sgorga dai problemi della vita, con tutte le dimensioni della vita (gesti, affetti, ecc.). Valore della religiosità popolare. La religiosità popolare è sorta come antidoto a forme di espressioni della fede tropo dotte. È alimentata da tre esigenze:

a.      semplicità del rapporto con Dio.

b.      Possibilità di una relazione diretta, e non solo mediata dai sacerdoti. Immediatezza

c.      Relazione utile.

C’è una profezia nella religiosità popolare. Recuperare un cristianesimo popolare che entri in rapporto di reciprocità con il cristianesimo tradizionale e dotto.

 

 

 

 

sabato 26 ottobre 2019

PERCHÉ NON CI SIA UN GREGGE SENZA PASTORE



CONVEGNO NAZIONALE RETE VIANDANTI

BOLOGNA SABATO 26 OTTOBRE 2019


Relatore: Severino Dianich
Sintesi: Paolo Cugini

Sul tema del ministero è importante ascoltare la storia.
Concetto di sacerdozio: subisce dal nuovo testamento una svolta radicale. Il NT definisce la fine del sacerdozio antico in nome dell’unico sacerdozio di Cristo, che chiude l’antica storia del sacerdozio levitico. Gesù non era sacerdote, oggi si direbbe che era un laico. Il suo sacerdozio non si pone in continuità sul piano rituale, ma esistenziale, dove il senso della mediazione e dell’offerta a Dio è vissuto nella ita, nei fatti (cfr Rom 12,1-3). Il tempio è il corpo di Cristo: suggerisce l’attenzione ai fatti. Gli apostoli non si definiscono mai sacerdoti. Paolo traduce il termine sacerdotale nel ministero della predicazione. Fil 2,17: Paolo parla della sua morte come sacrificio rituale, la vittima sarebbe la fede del popolo e il suo martirio sarebbe la libagione.
Nel ministero si tratta di un’investitura che viene dall’alto. 1 Tim 4,14: non trascurare il dono che è in te. C’è un rito. Il cristianesimo non ha deretualizzato totalmente, ma è stato ridimensionato il rito.
Il dono dello Spirito garantisce l’autenticità della fede.

Carattere di autorità del ministero nella custodia della fede e di conseguenza nel governo della comunità: qui si nasconde la questione del rapporto tra la funzione pastorale e autorevole della predicazione. La devianza cattolica sull’autorità implica una guida particolare della comunità.
Atti, Timoteo e Tito: si è parlato di questi testi come forma di proto cattolicesimo.

La letteratura post-testamentaria. C’è la tradizione del primo millennio punta sulla testimonianza di Ignazio di Antiochia. Solo il Vescovo può presiedere l’eucarestia: questo nel NT non c’è. In poco tempo si arriva all’esclusività nella celebrazione eucaristica. C’è un rapporto di deduzione: ciò che preme Ignazio è l’unità della Chiesa fondata sulla testimonianza apostolica.

Da qui si sviluppa il senso del sacramento (Agostino), un’azione della Chiesa che è segno e strumento che in realtà è di Cristo e quindi è di sopra del potere umano. Lo sviluppo di questa dottrina in Agostino è legato a problemi pratici, quando si comincia a contestare che il battesimo degli eretici non è valido. Qui Agostino di de no, perché il battesimo è un’azione di Cristo, indipendente da chi ha celebrato.

La dottrina cattolica ha subito sviluppi ambigui dovuti ad una progressiva sacerdotalizzazione del ministero. Una delle cause è stata quella che il mondo antico non è mai riuscito a concepirsi laico. Non c’è potere che non sia consacrato. Ci vuole sempre un sacerdozio e un tempio. Una delle spinte a questa sacerdotalizzazione è stato generato da un vuoto sociale con la crisi del sacerdozio pagano. Il presbitero e il vescovo adottano tutti gli apparati e le ritualità del sacerdozio. Al centro di questo fenomeno globale c’è la sacralità della figura del vescovo e presbitero. In questo aiuta la forza del sacramento.

Conseguenza negativa di questo processo è la corruzione del clero. La tradizione fino al secondo Concilio di Nicea rifiuta che il presbitero uno che non abbia riferimento alla cura pastorale della comunità. Quando questo dato va in decadenza nasce la corruzione, la rincorda alle cariche sacerdotali.

 È l’epoca della grande crisi della Riforma. La grande battaglia di Lutero è il recupero del sacerdozio di tutti i fedeli. Lutero difende il ministero pastorale. Tutti sono sacerdoti e non tutti sono parroci.

Il concilio di Trento è preoccupato dello sviluppo della prassi sacerdotale. La cucitura tra i due aspetti il Concilio di Trento non è riuscito a farla. Per questo ha fatto due tipi di decreti: pastorale e dottrinale. Il nostro problema oggi – dottrina e prassi – viene da lontano.

Trento: obbligo della residenza dei vescovi, proibizione di accumulare diverse diocesi, obbligo di predicare. Sul piano dottrinale prevale l’interesse sul tema del sacerdozio, anche per contrastare la posizione protestante. Il sacerdozio dei laici resta escluso dall’interesse di Trento. Aumenta quindi lo squilibrio dentro la Chiesa.
Francesco di Salles: promuove un cammino di spiritualità cristiana anche per i laici. È una novità.
Nell’800 viene posta la responsabilità politica dei laici, per arrivare, grazie al movimento biblico, al recupero della dottrina del sacerdozio comune.
L’impostazione del Vaticano II risente di alcuni limiti.

Tria munera: predicazione, sacramenti e guida pastorale. Il primato è pensato sempre alla predicazione. Lumen Gentium applica il discorso dei tria munera a tutti i fedeli.
Problemi aperti:
Tradizione luterana: anche in Lutero la questione della prassi è determinante. Molte posizioni dottrinali di Lutero è segnata dalla preoccupazione pastorale. Lutero non ha mai pensato alla laicizzazione del ministero. In Lutero c’è sempre il desiderio di salvare l’autorità del pastore.

Il problema centrale è che molto presto i presbiteri hanno cessato di essere degli evangelizzatori. C’è una chiusura progressiva del pastore dentro alla comunità. Oggi s’impone l’esigenza dell’evangelizzazione. Oggi un pastore di Chiesa è in grado di essere anche il leader per una comunità in uscita?
C’è bisogno di un nuovo dinamismo.

Altro problema aperto è la donna nel ministero. Il cammino è inesorabile nonostante il blocco dottrinale posto da Giovanni Paolo II. Il cambiamento avverrà inevitabilmente. Il no dev’essere dimostrato. Non si può più dire no e basta. Se si decide per il sacerdozio alle donne, si rompe definitivamente con la Chiesa ortodossa.

Il trend attuale sta imponendo il bisogno dell’evangelizzazione e un dimagrimento dell’apparato ecclesiastico. Oggi abbiamo meno fedeli e lo stesso apparato istituzionale. La diminuzione dei fedeli è in linea con la diminuzione dei preti. La sensibilità cristiana deve tener conto che siamo in un’epoca in cui la Chiesa è destinata a diminuire.  Guardini parlava di solitudine della fede in un contesto che non la supporta. C’è però una grande chance, che è quella di ritrovare la freschezza del Vangelo.
Marcel Gaucher: quella che si sta aprendo è una nuova era per il cristianesimo in Europa.


sabato 20 ottobre 2018

VOGLIONO SOLO VIVERE. RIFLESSIONI SUI CRISTIANI LGBT







Paolo Cugini

È stata questa la mia considerazione finale al termine dei tre giorni del Forum con i cristiani LGBT, svoltosi all’inizio del mese di ottobre 2018 ad Albano Laziale. Non vogliono nient’altro che questo: vivere come tutti. È questa una risposta semplice e banale alla classica domanda che la gente perbene, quella gente che pensa di essere nel giusto e nel vero, per il semplice fatto che si sente normale (non ho scritto: che è, ma che si sente): che cosa vogliono questi qua? Vogliono vivere, mia cara signora omofoba; desiderano vivere liberi e non giudicati, carissimo signore della porta accanto, che ti fa ribrezzo solamente sentire nominare la parola omosessuale. È questo semplicissimo dato esistenziale, che ho compreso in queste bellissime giornate di amicizia, studio, preghiera e condivisione. Mentre ascoltavo le relazioni, partecipavo ai gruppi di lavoro, pregavo, mi domandavo: ma perché siamo arrivati al punto che delle persone devono nascondere la propria identità, per paura delle ripercussioni, non solo in famiglia, ma anche nel lavoro e anche -mi rincresce molto dirlo, ma è la verità – nella Chiesa. Che cosa è successo?

Ascoltando le testimonianze dei cristiani omosessuali, dei loro genitori (mi hanno colpito, in modo particolare, le testimonianze di alcune mamme), delle loro sofferenze causate spesso dagli uomini di Chiesa, che utilizzano la dottrina come un machete senza nessun scrupolo, forti dell’identificazione dottrina-verità, mi chiedo a cosa siano serviti secoli di filosofia e di teologia, se non sono riusciti a sgretolare nel pensiero occidentale pregiudizi ancestrali ingiustificati, tenuti in piedi solamente da ragioni artefatte, messe in piedi per salvare l’opinione comune. Nonostante da decenni la scienza affermi che ci sono persone che nascono omosessuali, la cultura nella quale siamo nati e della quale ci siamo imbevuti, rifiuta questo dato confermato dalle stesse persone interessate. Basterebbe fermarsi ed ascoltarle. Come prete dico: basterebbe prendere sul serio le testimonianze ascoltate nelle confessioni, per capire che nella dottrina cattolica che dichiara “l'inclinazione omosessuale oggettivamente disordinata, c’è qualcosa che non funziona, qualcosa che non è inerente alla realtà. Quando la teologia non spiega la realtà, o la spiega parzialmente, mettendo delle pezze a ciò che, a causa delle precomprensioni culturali, non riesce a comprendere, significa che ha imboccato la strada dell’ideologia e, come sappiamo, qualsiasi ideologia è di parte, difende interessi, provoca divisioni dentro e fuori le persone. Come ha sostenuto la teologa Cristina Simonelli, attuale presidente delle teologhe italiane, nel suo intervento al V Forum dei cristiani LGBT: “Il catechismo della Chiesa cattolica è una sintesi datata, non certo eterna o intangibile: a dimostrazione, è stata tolta la liceità della pena di morte, può essere tolto anche il disordine oggettivo!  Si tratta dunque di un documento che merita rispetto, sì, ma anche comprensione storica, critica, teologica e dunque dibattito”.

Sono solo due anni che come pastore accompagno cristiani LGBT e già sono stanco di sentire l’ipocrisia della Chiesa che servo, che utilizza le parole magiche dell’accoglienza e dell’inclusione senza poi, dall’altra parte, offrire i contenuti della stessa. Rimango stordito quando ascolto le belle parole dell’accoglienza da quella mia Chiesa, che poi sbatte volgarmente fuori dai confessionali fratelli e sorelle che s’inginocchiano per chiedere misericordia. Ma che roba è questa? Di che cosa stiamo parlando? Soprattutto: ci rendiamo conto dei disastri che stiamo combinando in nome di un Vangelo che il mondo non riconosce nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti schizofrenici? Con la bocca, infatti, diciamo una cosa, mentre con i nostri gesti la neghiamo. Perché non permettiamo ad una persona omosessuale di leggere in Chiesa o di fare catechismo (su questo tema specifico la letteratura è spiacevolmente e vergognosamente enorme)? Come si fa, poi, a dire ai cristiani LGBT “ti accolgo nella comunità” e poi vescovi e preti proibiscono di realizzare le veglie per le vittime dell’omofobia? Quanta vergogna e quanto imbarazzo ho sentito in questi due anni in cui assieme agli amici e amiche del gruppo abbiamo organizzato le veglie di preghiera e venire barbaramente e violentemente attaccati da quegli stessi fratelli e sorelle che alla domenica incontravamo attorno alla stessa mensa del Signore per ascoltare la sua stessa Parola e cibarci del suo stesso corpo. Perché accadono queste cose? Che cosa hanno fatto? Non hanno diritto di pregare come tutti? Perché tu che sei stato messo per essere il pastore conforme al Vangelo del Signore, sbatti le porte in faccia a questi fratelli e sorelle? Eppure i cani li lasciamo entrare nelle Chiese!

Chi lavora da anni con i cristiani omosessuali sente che, grazie anche agli impulsi e agli stimoli dottrinali di Papa Francesco, è giunto il momento di osare qualche passo in più nella direzione di un’accoglienza che sia retta da una nuova elaborazione dottrinale e teologica. Lo ha ricordato suor Fabrizia che da dieci anni, assieme alle sue consorelle domenicane, ha aperto le porte del monastero di Firenze. Dopo aver ricordato che: “le nostre comunità cristiane, che hanno condannato per lo più al nascondimento le persone LGBT presenti al loro interno, lasciando sussistere il sospetto di un sottile legame tra condizione omosessuale e perversione morale, debbono riconoscere di aver tradito lo sguardo benedicente di Dio”, suor Fabrizia ha aggiunto che “per quanto sia fondamentale la conversione pastorale, siamo convinte che questa non basti. Crediamo che la teologia sia chiamata oggi a ripensare con coraggio, secondo la sua specifica vocazione alla ricerca, le questioni relative al mondo LGBT”.

I nostri fratelli e le nostre sorelle LGBT ci stanno facendo crescere, ci stanno aiutando a togliere dai nostri occhi il velo dell’ipocrisia, ci stanno aiutando a capire il vangelo divenendo in questo modo, un luogo ermeneutico incredibile. Per questo, ve ne siamo grati e preghiamo perché anche i nostri pastori-vescovi escano al più presto dalle facili parole e dai facili atteggiamenti di maniera, per riconoscere finalmente il dono di grazia che Dio ha fatto con la vostra vita omosessuale.




domenica 24 giugno 2018

LA DISTANZA




Tra Vangelo e cristianesimo

Paolo Cugini

Sono nati così, poveri piccoli! Sono nati in quel contesto in cui bisognava alzarsi, salutare educatamente, rispettare l’ordine delle cose. C’erano i grandi e i piccoli, i maestri e i discepoli, i preti e i laici. Ordini di grandezze diversi (ma non siamo tutti figli e figlie di Dio?). Ordini e grandezze che bisognava rispettare. Era l’epoca in cui il rispetto dell’ordine e la grandezza si pensava che fossero posti tutti quanti nella distanza, nel mantenere le dovute distanze. Nessuno a quell’epoca sospettava di nulla, sospettava che, in realtà, il rispetto poteva voler dire altre cose, altre misure, altre qualità. Si pensava che bastasse mantenere le distanze, le dovute distanze, e tutto era perfettamente in ordine, al suo posto. Perché era questo, in definitiva, l’importante: che tutto rimanesse sempre al suo posto. Perché, a quell’epoca c’era un posto per tutto e tutti sapevano il posto di tutti. L’importante era non far confusione, non scambiare di posto, non fare cose che potessero turbare l’ordine delle cose, creare disordine. Educare significava insegnare fin da piccoli il delicato sistema dei posti e delle dovute distanze, vale a dire, l’ordine delle cose. Nessuno si era mai posto il problema dell’origine di tanto ordine e distanza: c’era e basta. Soprattutto, però – e qui viene il bello – nessuno si era mai chiesto chi fosse stato ad imporre quest’ordine fatto di gradi diversi e di distanze. Nessuno, quindi si era mai chiesto: ma questo ordine – che è in realtà un grande disordine, perché non tiene conto della realtà, che genera diversità, che alimenta la molteplicità delle cose, che dice prima di tutto la sua molteplicità – chi lo ha voluto? Da dove viene? A che cosa serve?

Si era sempre fatto così e la buona educazione faceva di tutto perché tutto rimanesse sempre allo stesso posto e, soprattutto, alla giusta distanza. Abituare la gente a pensare che la realtà sia piatta, significava indurre nelle giovani menti un pensiero fisso: si è sempre fatto così, che vuole dire che non si può fare diversamente, che occorre imparare a riprodurre in modo costante nel tempo l’ordine delle cose, con le loro distanze. Si trattava – è questo il grande gioco, la più grande sovversione mai elaborata nella storia dell’umanità – di bloccare il presente, di tenerlo fermo, di non permettere che da questo punto così importante del flusso della storia, potesse uscire la molteplicità, potesse cioè esprimersi la realtà così come si manifesta, vale a dire come diversità, come creatività. Come fare per bloccare il presente? In che modo far credere – perché questa è l’educazione, per lo meno quella che deve difendere degli interessi di parte, quella che deve difendere una casta, quella casta che nelle distanze occupa il gradino più alto, quello a cui tutti devono rispetto e riverenza: spacciare per vero ciò che in realtà è falso – che tutto è fermo, che tutto è sempre immobile, che la realtà è fissa e che le cose si devono fare sempre allo stesso modo e che le distanze sono sempre uguali? Basta spostare il presente nel futuro, basta educare a progettare continuamente e spostare il presente in avanti che il gioco è fatto, che nessuno potrà percepire la dinamicità del presente, la pluralità della realtà, soprattutto questo: nessuno potrà cogliere la verità della realtà. Educare le persone a identificare la realtà con l’unicità: è stato questo il grande meccanismo messo in atto nel mondo Occidentale per nascondere il presente e, con esso, non permettere di cogliere la realtà come manifestazione di pluralità.

Sono diversi i prodotti culturali di questa grande manipolazione della realtà. Primo fra tutti la logica della pensione. Sacrificare il presente per vivere nel futuro; sacrificare la vitalità della giovinezza per poter vivere in pace l’ultima fase della vita. Forse è perché non ci fermiamo a riflettere, che questa impressionante aberrazione ci sembra normale, reale: ci sembra giusta. Del resto, si è sempre fatto così. Si dice che sia una delle migliori conquiste del mondo Occidentale, di questa cultura che si ritiene la più elevata di tutte. Ma se gratti un po’, carissimo amico, se poni un po’ di attenzione, carissima amica, ti renderai conto che questa cultura così elevata è, in realtà, estremamente brutale. Quanti giovani, infatti, inseriti in questa logica della pensione, diventano vecchi senza accorgersene? O meglio, forse se ne accorgono, forse vorrebbero fermare il meccanismo maledetto nel quale si sono ficcati, forse capiscono che la vita non può essere quella che stanno vivendo, fatte di ore fisse, di settimane sempre uguali, di orari rigidi, ma non riescono a saltarne fuori, perché gli viene detto che è il migliore dei sistemi possibili. E ad un certo punto ci credono. Ad un certo punto della vita non puoi che crederci, che fartene una ragione. E’ il sacrificio richiesto per il beneficio di pochi. C’è tutto un sistema educazionale che lavoro per riprodurre questo sacrificio per non farlo sentire tale, anzi per spacciarlo come il senso della vita. E allora arrivi alla fine delle vita, dove hai tempo di guardarti indietro, dove ti viene dato il tempo per guardarti indietro, perché a quell’età non sei più pericoloso, e ti disperi perché capirai che hai sprecato la tua vita dentro un ingranaggio che non ti ha dato spazio, un meccanismo che ti ha privato di tutto, soprattutto della vita. Ma ormai è tardi, la frittata è fatta, la vita è stata sacrificata. E la domanda emerge immediatamente: per cosa?

Accanto a questa grande aberrazione, ce n’è una seconda della stessa grandezza, ma che cammina per un’altra direzione: è l’idea d’identità. Se la realtà non è colta nella sua dinamicità e pluralità, nelle diversità di possibilità che può offrire per l’esistenza, allora, per il fatto che viene bloccata, s è fatto di tutto per far passare l’idea che c’è un’unica possibilità di vita. Tutta l’adolescenza e la giovinezza vengono preparate per educare le giovani anime a non perdersi, a non perdere tempo, a rimanere concentrate sul proprio futuro – e il presente? E la realtà che passa per quell’unico punto che è il presente? – per riuscire a costruire la propria vita modellata su di un’unica identità. E’ questa la parola magica: l’identità, che la s’identifica immediatamente con un’altra molto sofisticata: dignità. Sarai degno solamente se sarai fedele alla tua unica identità. Perché c’è un’identità da vivere che corrisponde esattamente al posto che occuperai nella società, che rientra in quell’ordine di grandezze di cui parlavamo poco sopra, ordine di grandezze che dicono di distanze da rispettare. Perché è questo rivela il subdolo meccanismo dell’identità unica, che non puoi essere nient’altro che ciò che diventi. Nell’identità l’essere si deve identificare con il desiderio e, se ciò non avviene, si fa di tutto per farcelo stare. Ci sono dei delicati sistemi messi in atto per fare in modo che nell’identità unica il desiderio coincida esattamene con l’essere. La depressione nasce da questo scompenso, dalla non piena identificazione tra essere e desiderio, per cui qualcuno ad un certo punto, inizia a desiderare qualcosa che è rimasto fuori dall’identità assunta. Basterebbe porsi sul punto del presente in cui scorre come un fiume la realtà nella sua dinamicità, vitalità e pluralità per accorgersi che quelli che noi chiamiamo scompensi esistenziali non sono altro che costruzioni culturali che, nella realtà, quella vera, quella che passa per il presente della vita, non esistono.

E nessuno sembrava importarsi che la vita stava diventando noiosa, che con tutto quell’ordine aumentava giorno dopo giorno la voglia di disordinare, di mettere un po’ di scompiglio per vedere cosa succedeva. Perché è questo il punto, carissimo mio: più imprimi degli ordini e più provochi i disordini. Perché non siamo tutti uguali. Ci sono gli ordinati, che fanno tutte le cose a puntino, che pensano e ci credono che vivere consista proprio nel fare tutto a modo, nel rispettare tutte le regole e le dottrine. E poi ci sono altri che, ad un certo punto si stufano; ci sono altri ancora che si stufano subito, perché pensano che il bello della vita non sia nell’ordine meticoloso, ma sia nascosto al di là dell’ordine, che non vuole dire immediatamente il disordine – anche se a volte sembra così – e se è nascosto lo si deve cercare per poterlo trovare. E lo puoi trovare solo se impari a vivere nel presente, a ripulire la tavola della vita da tutto ciò che vita non è, da tutte quelle logiche che incatenano il presente, da tutte quelle dinamiche che ti spostano continuamente verso il futuro.

La cosa strana, anzi addirittura sorprendente, è che ad un certo punto, proprio questa educazione alla distanza, tutto questo controllo del presente, tutto quell’ordine imposto, l’hanno chiamato educazione cristiana.  Addirittura! E poi, lo hanno fatto e sostenuto senza nessun ritegno, senza nessun tipo di vergogna, senza nessun tipo di pudore, senza nessun sospetto di un abuso, di una idiosincrasia: no, tutto normale. Ad un certo punto è divenuto normale ciò che normale non era, vale a dire che il Vangelo fosse qualcosa di ordinato per gente per bene, corretta, che rispetta la logica delle distanze. Ad un certo punto hanno fatto credere, quei furboni, che la moderazione era un valore evangelico, mentre la ribellione un disvalore. Che grandi furfanti! E’ chiaro che dentro il sistema che avevano strutturato sembrava proprio così, sembrava che le cose stessero proprio in quel modo. E da fuori, da quello che si vedeva, sembrava proprio che quella religione nata dal Vangelo chiamata cristianesimo, fosse roba per gente moderata, che stimolasse la tranquillità, che aiutasse le persone a vivere in pace, serene, senza problemi. Sembrava, addirittura – ed è questa la massima furberia – che il sistema di distanze fosse qualcosa di religioso, addirittura di sacro. Che birboni! E così, anche il cristianesimo era entrato nell’ordine delle distanze. C’era il prete da una parte e il popolo dall’altra. C’era il prete in un presbiterio che nei secoli è divenuto sempre più distante, che diceva le sue cose e là in basso, molto distanti, i fedeli che, per la maggior parte dei casi si trattava di donne fedeli. Anche loro, racchiuse nella loro distanza, facevano le loro cose: ognuno nel proprio mondo distante, pur essendo materialmente vicini. Sono trascorsi secoli e secoli in queste distanze assurde e nessuno o perlomeno così sembra, nessuno si chiedeva che senso avesse tutta questa distanza, tutta questa separazione. Non solo nessuno si chiedeva che senso avesse, ma soprattutto, nessuno si chiedeva perché pur essendo vicini bisognava vivere come se fossimo distanti.

Eppure Lui, il Signore – in tutti i sensi -, Lui Gesù, il figlio di Giuseppe e di Maria, quando inizia l’attività pubblica la prima cosa che fa è proprio quella di ridurre le distanze. Lui, quello che il popolo identificava come il Messia atteso e annunciato dai profeti, quando inizia l’attività pubblica, rompe tutte le distanze, le accorcia in modo impressionante. E’ un Maestro, un Rabbi, ma è così diverso dagli altri maestri per il modo di fare, per il modo di porsi, per il modo di stare al mondo, che la gente del popolo rimane subito entusiasta. Erano abituati con i farisei, i sadducei, con i dottori della legge, così pomposamente lontani dalla gente, così distanti da sembrare irraggiungibili. Si erano abituati alle leggi, ai precetti, all’osservanza esterna di regole e norme che i farisei applicavano, ritenendo tutto ciò religioso, più religioso, che lasciava sbigottita la grande libertà di movimento di Gesù. Il popolo lentamente si era abituato alla distanza, alla riverenza nei confronti dei signori del culto. E invece Gesù, pur essendo un Maestro e, per certi aspetti, uno di loro, pur essendo uno di loro ma, senza dubbio, diverso da loro, era così diverso da sembrare uno del popolo. Gesù si lasciava toccare. Perché Lui non poneva distanze, non parlava dall’alto al basso, non si faceva più importante degli altri, ma si lasciava toccare, e lui stesso toccava, baciava, accarezzava. E Gesù camminava per le strade, attorniato dalla gente e insegnava che Dio è un Padre con un cuore di Madre. E camminava per le strade con i sui discepoli e le sue discepole: camminava con loro, in mezzo a loro. Era bello vederlo giocare con i bambini! Era bello vedere Gesù il Figlio di Dio, camminare per le strade con vestiti come quelli della gente. Perché è chiarissimo che se vuoi mantenere le distanze, se vuoi far sapere agli altri che appartieni ad una casta, alla casta sacerdotale, che fai parte di qualcosa di diverso, che nel rapporto delle distanze appartieni a coloro che deve essere riverito; se ci tieni a questo tipo di linguaggio, allora caro mio, vestiti pure, metti i tuoi vestiti sacri, sgargianti e lussuosi; fai sentire tutto il peso della simbologia sacrale: fai capire a tutti chi sei, o meglio, chi pensi di essere. Eppure Gesù, cioè colui che dicono che sia all’origine di quella religione chiamata cristianesimo, tutta quanta ben strutturata nel sistema delle distanze, tutta quanta organizzata nelle sue celebrazioni sacrali, con l’arredo e il vestiario sacrale, ebbene Lui, che dovrebbe essere il fondatore di tutta questa roba, vestiva come tutti noi, camminava in mezzo al popolo e con il popolo: sembrava uno di noi, senza alcun tipo di distanze.

Non è un caso, allora, se lo troviamo costantemente in polemica con i farisei e i sadducei; non è un caso se proprio Gesù, il Maestro, il Figlio di Dio, che camminava in mezzo alla strada con i suoi discepoli e le sue discepole, vestito normalmente come tutti, mangiando assieme a loro, fosse costantemente in rotta con coloro, i dottori della legge, che insegnavano dall’alto al basso, e vestivano le vesti sacre fatte apposta per loro, per far capire chi erano e, soprattutto, a che distanza dovevano rimanere gli altri, cioè la plebe. Gesù se la prendeva con il loro modo d’insegnare, obbligando il popolo a portare il peso di precetti assurdi, che loro stessi non toccavano nemmeno con un dito. Gesù li rimproverava perché con il tempo avevano sostituito la Parola di Dio, che è amore e giustizia, con le tradizioni umane, corrotte e meschine. Gesù, infine, li rimproverava per le distanze assurde che avevano posto tra loro e il popolo. E dall’altra parte c’era Dio, il Dio della Bibbia, il Dio desideroso d’incontrarsi con l’uomo e la donna, il Dio la cui storia è un continuo processo di avvicinamento verso l’uomo, la donna, la terra. Sino ad arrivare a Gesù, suo Figlio, la massima espressione dell’annichilamento di tutte le distanze tra Dio è l’umanità. Gesù: uno di noi, il Dio con noi.
E allora, viene da pensare che dove c’è distanza, il Dio di Gesù Cristo fatica ad entrarci; dove c’è volontà di porre distanze, di segnare una differenza di quantità, Gesù, il Figlio di Dio che è venuto per eleminare ogni distanza e, quindi ogni ingiustizia, non trova spazio. Al contrario, però, dove c’è volontà di uguaglianza, dove le persone vivono accogliendosi per quello che sono, vale a dire figli e figlie di Dio, allora senza dubbio lì c’è il Signore della storia. Dove c’è un pezzo di umanità in qualsiasi posto del mondo, in cui le persone vivono come fratelli e sorelle, condividendo ciò che hanno, accogliendo chiunque senza distinzioni di razza, sesso o di qualsiasi altra cosa, allora, carissima amica, lì senza dubbio il Signore Gesù è con noi e in mezzo a noi.