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giovedì 15 settembre 2022

ADULTI SENZA ANIMA?

 




Paolo Cugini

Sono ormai trent’anni che lavoro pastoralmente con adolescenti e giovani, in luoghi e situazioni diverse e mi sono fatto una mia idea. Ho lavorato con delle compagnie di ragazzi, con gruppi giovani nei quartieri poveri del Brasile, con giovani nelle comunità terapeutiche e con ragazzi incontrati nelle parrocchie.

In primo luogo c’è un problema d’identità cristiana. Le comunità cristiane che non provengono da un cammino fondato sull’ascolto della Parola di Dio, quello che hanno da offrire sono delle tradizioni che non hanno più nulla da dire alle nuove generazioni, assieme a delle liturgie spente. Aiutare queste comunità a riscoprire la bellezza del vangelo per liberarsi dalle cianfrusaglie del passato, è uno dei compiti più importanti che la Chiesa si trova d’innanzi, nell’epoca postcristiana che stiamo vivendo. Più che processioni, pontificali, turiboli, cappucci, medaglioni e candelabri d’oro, mi piacerebbe vedere adulti che sperimentano la bellezza della preghiera di Gesù, il desiderio di una vita di comunione, attenta alle persone più fragili.

In secondo luogo, c’è una constatazione che colgo sul mondo degli adulti, dei genitori. Si percepisce sempre di più un affanno, la difficoltà di portare avanti con serenità le scelte fatte nella giovinezza. Certamente, la situazione economica in perenne crisi, non aiuta. A mio avviso, comunque, il problema è un altro. L’adulto che non ha lavorato sulla propria interiorità nell’adolescenza e nella giovinezza, si trova costretto a riempire il buco che si ritrova nell’anima, con delle cose, della materia, del movimento. La vita spirituale non s’improvvisa. Incontro ragazzi disorientati e quando gratto un po' sotto, scopro che provengono da genitori che non hanno altro da offrire che delle cose, della materia. La difficoltà a dare una direzione educativa, nasce dalla difficoltà a prendere delle decisioni che abbiano una coerenza e una durata nel tempo. Chi non proviene da un cammino spirituale, difficilmente ha imparato la fatica di prendere e abitare decisioni scomode. Spiritualità non vuole dire chiesa. La spiritualità è il materiale che troviamo alle risposte che cerchiamo durante la vita. Senza dubbio la religione offre un materiale spirituale, ma non è l’unico. La meditazione non è un’attività specifica di una religione, ma è una proposta per imparare a valorizzare la propria vita interiore. Il disorientamento di tanti giovani proviene proprio da qui, dal non aver incontrato in casa del materiale che li possa aiutare a valorizzare, a scoprire la dimensione interiore della vita.

Senza dubbio, c’è tempo anche da adulti ad imparare a curare la propria spiritualità, la dimensione interiore.

Per quanto mi riguarda, la cura della dimensione interiore l’ho appresa da mio padre. Si chiamava Cesare. Era un operaio, che lavorava dieci ore al giorno e aveva sulle spalle una famiglia di quattro figli oltre alla moglie e i suoi genitori: eravamo in otto. Non mi ha mai detto o insegnato a pregare: l’ho visto io. Da bambino e poi da adolescente, mi colpiva il fatto che si alzava due ore prima del lavoro per leggere la Bibbia, dire un rosario, recitare le lodi. L’ho scoperto per caso una mattina all’alba mentre andavo in bagno. Ho visto la luce accesa in cucina e sono sceso lentamente per vedere chi c’era. Ho visto lui, mio padre, intento a leggere la Bibbia. Dopo quella prima volta, l’ho osservato di nascosto molte altre volte.  Lavorava come un asino, spesso maltrattato sul posto di lavoro, umiliato perché era un operaio, ma quando arrivava a casa era sempre sorridente. È questo sorriso che mi ha incuriosito nel tempo, perché non aveva una giustificazione materiale. Osservandolo più da vicino ne ho colto il segreto e l’ho fatto mio. Non gliel’ho mai detto.

Curare la vita spirituale non è una questione di denaro n’è di tempo, ma di desiderio di una vita diversa, più autentica. Non c'è solo la materia: c'è qualcos'altro. 

sabato 9 febbraio 2019

FINALMENTE A CASA

Isola della pietra furata: una delle tante isole intorno a Barra Grande

                                                                                                       

                                                                                                            Paolo Cugini

Oltre agli incontri con amici e amiche che da tempo non vedevo e che hanno rallegrato i nostri cuori, ci sono stati due incontri che in un certo modo mi hanno fatto sentire a casa, in tutti i sensi e con tutto me stesso.

Il primo è stata la messa di domenica 3 febbraio alle 19 a Barra Grande, nel Sud dello Stato della Bahia. Avevo chiesto a Leo - l’amico di Miguel Calmon, professore di Storia e inventore del giornale di critica politica Virus, che dal 2011 vive a Barra Grande dopo aver vinto un concorso statale come professore di storia – di avvisare il parroco che ero disponibile a celebrare la Messa. Come di costume, sono giunto sul posto una ventina di minuti prima per conoscere le persone del luogo. È stato bello entrare nella cappella della comunità, semplice ma in ordine, salutare le ministre della Parola, dell’Eucarestia e della decima (quante donne, Madonna mia!). Poi, entrando, mi sono venuti incontro i giovani membri del coro che hanno animato la messa. Prima della celebrazione eucaristica una signora ha letto un commentario nel quale, oltre al tema della liturgia, si spiegava ai presenti il motivo della mia presenza. Durante la celebrazione, ero uno dei collaboratori della liturgia, preparata e animata da molte persone della comunità. Alla fine della Messa, dopo l’oremus, un signore ha dato gli avvisi ricordando l’incontro di preparazione delle liturgie delle prossime domeniche. Questo signore è omosessuale e convive con il suo compagno. In questa comunità cattolica tutti lo sanno e trova spazio perché, tra le persone semplici, quello che conta non è la diversità sessuale, ma l’essere figlia e figlio di Dio.

 Su mia sollecitazione, la ministra della Parola responsabile della comunità, mi ha ricordato che la comunità si trova al mercoledì per il rosario degli uomini, al giovedì sera per l’adorazione eucaristica animata dai laici e la domenica per la celebrazione della Parola in assenza del presbitero. Quando alla domenica c’è la messa – avviene due volte al mese perché il parroco deve attendere a 22 parrocchie (Bau!!!) – la comunità celebra la Parola al venerdì sera. Piccola comunità, dunque, ma piena di vita, con molte persone che si mettono a disposizione per animarla. Comunità che sa ritrovarsi in qualsiasi circostanza, anche in assenza del parroco. Forse gli ancora troppi preti delle nostre diocesi italiane, educati a guidare le comunità accentrando tutto su di loro, non stanno favorendo la formazione di comunità con laici e laiche capaci di trasmettere la fede, di animare la comunità perché al centro della comunità, purtroppo, c’è un ministro ordinato e non Gesù Cristo. Per questo motivo servirebbero i missionari. Servirebbero…


Il secondo evento che mi ha fatto sentire a casa è stato alle paoline il giorno 8 di febbraio, prima di imbarcare per Manaus. Ero andato dalle paoline per cercare qualcosa sull’Amazzonia e mi sono imbattuto sul testo-base della Campagna della Fraternità, che guiderà la quaresima di quest’anno. È dal 1962 che la Chiesa brasiliana ha deciso di dedicare un tema sociale da meditare durante il periodo della quaresima. Viene scelto un tema e, su questo, viene preparato un inno da cantare nelle messe, e un CD con i canti da fare durante le domeniche di quaresima. Oltre a ciò, viene preparato un testo base che sviluppa il tema scelto con il metodo Vedere-Giudicare- Agire, in modo tale da mettere i leaders delle comunità in condizioni di poter accompagnare le persone negli incontri. Il materiale della CF prevede anche libretti per i circoli biblici, per le adorazioni oltre a materiale specifico per i giovani e per le scuole.

 Il tema della Campagna della Fraternità 2019 è: FRATERNITA’ E POLITICHE PUBBLICHE. È stato questo tema che mi ha fatto sentire a casa. Che stufata, infatti, negli ultimi anni, dover a che fare con persone che mi rompevano l’anima con le rubriche liturgiche, con coloro che pensano che liturgia si riduca ad una ripetizione formale di gesti, che il problema maggiore sembra essere se nell’avvicinarci al corpo di Cristo bisogna inginocchiarsi o stare in piedi, tenere le manine chiuse o aperte. È la vittoria della sterilità della fede che va da un’altra parte rispetto alla vita.

Che bello, invece, prendere per mano un testo voluto dai vescovi brasiliani che durante il tempo liturgico della quaresima chiedono ai fedeli non di mettere le manine giunte, ma di riflettere sulle politiche pubbliche messe in atto non solo nel Paese, ma nelle proprie città, nei propri quartieri. Chi sta leggendo queste parole in Italia si chiederà immediatamente: ma che cosa c’entra la liturgia con le politiche pubbliche? Tesoro della mamma, ti capisco sai; se ti hanno fatto credere per tutta la vita che la liturgia sia una cosa che riguarda il sacro e che tutto è fatto per far risaltare l’onnipotenza di un Dio che vuole distanza e sacrifici, allora non puoi che storcere il naso dinanzi ad una simile proposta, che sembra una vera e propria blasfemia. Se ci fermiamo un attimino, però, a riflettere sul mistero di Dio che si è fatto uomo e che è venuto ad abitare in mezzo a noi per stare con noi, perché è l’Emmanuele, il Dio con noi, allora capiamo che è la vita quotidiana che Gesù è venuto sia a valorizzare che a trasformare. Non ci può, allora, più essere separazione tra fede e vita, liturgia ed esistenza quotidiana, perché in Gesù la vita si compie e si dona con abbondanza (Gv 10,10). Che forza avrebbero le liturgie italiane se dalla Messa domenicale ci si prendesse l’impegno per lavorare contro le mafie, contro la corruzione politica, per impegnarsi attivamente per un mondo più giusto e più vero? Che bello sarebbero le nostre liturgie domenicali se al loro interno fosse portata la vita vera, quella che viviamo ogni giorno e che Gesù è venuto a valorizzare, più che stare attenti all’osservanza delle rubriche! Mentre scrivo non ho in mente solo le liturgie del Brasile, ma anche di alcune comunità italiane che porto nel cuore e che hanno fatto un cammino in questa direzione. Anche perché se la liturgia non esprime la vita del popolo di Dio, così come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, per “tenere i fedeli” e a non perdere i giovani, saremo obbligati ad inventarci altre cose o a sterilizzare ai massimi livelli la vita liturgica.

Leo è il primo a sinistra: sempre sorridente


venerdì 5 maggio 2017

SGUARDI E PROSPETTIVE SUGLI ORATORI






UNITA’ PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI-RE
WEEKEND DELL’EDUCAZIONE


Relatore: don Giordano Goccini
Sintesi: Paolo Cugini

L’oratorio è uno strumento. Quello che conta nella vita è smettere di essere giovani. È la vita da giovani che deve prendere la forma della vita da adulto. La giovinezza è un periodo che passa.

La giovinezza ha senso se trovi una forma di vita adulta. I giovani non voglio essere adulti come noi, come i loro genitori. I giovani vedono la vita degli adulti come una vita ingabbiata. Stiamo vivendo un livello culturale in cui l’asse della vita desiderabile è la giovinezza.
È come se fosse venuta a mancare la forza di gravità. Il problema non è più quale tecnica usiamo. C’è una crisi della vita adulta del nostro tempo. Non c’è niente che dica più ai giovani oggi: dai, diventa adulto! Piuttosto diciamo: resta giovani fin che puoi. Non sei più giovane, ma sei ancora giovanile.
Occorre saper dire ai giovani che la giovinezza è un transito. Spesso i giovani non sanno dove andare.

Altro problema: la vita si è fatta molto esigente. Il nonno di Giordano ha fatto la seconda elementare. E’ tornato dalla guerra e si è comprato un pezzo di terra. Il nonno non poteva fallire come contadino. I nipoti sono laureati, ma non hanno la stessa prospettiva di vita. La loro vita diventa molto più esigente. Cosa faranno della vita è difficile sapere. Al nonno bastava essere contadino come tutti. I nipoti laureandosi, dovranno realizzare qualcosa nella vita che devono inventarsi.
La generazione dei quarantenni è la prima che ha potuto mescolare le carte, dove i contadini hanno studiato con i figli degli avvocati.

Oggi, i figli hanno infinite possibilità di meno. Oggi i giovani devono realizzare qualcosa di grande. Non mancano le opportunità: sono le esigenze che creano il problema. Ai figli laureati oggi la possibilità è friggere le patatine. Va a Londra e là frigge le patatine. Nessun genitore accetta che il figlio sia limitato dai soldi, per lo meno qui da noi. La maggior parte dei giovani oggi studia grazie ai soldi dei nonni. Non c’è scontro sociale perché la famiglia aiuta i giovani. C’è una categoria di giovani che soffre: quelli che non hanno i nonni, esempio gli immigrati. Per chi non ha la famiglia i problemi sono gravi. I nostri giovani non fanno la rivoluzione perché sono pieni di soldi. La nuova mobilità dei giovani è motivata dal riattivarsi dei sogni: là altrove, sono uno che sta seguendo i suoi sogni. Là sa di futuro. Bisogno di rinnovare la mia identità. Onorare il proprio nome diventa oggi un fardello pesante. Il sogno che abita i giovani è diventare famoso.

In un’epoca in cui non c’è più un’impresa collettiva, prendiamo due direzioni diverse:
·         la prima è l’impresa personale.
·         La seconda cosa è l’impresa scismatica (qualcuno deve avere la colpa se la cosa non funziona più). La caratteristica dell’impresa scismatica è che giustifica la violenza.
Nella chiesa c’è un altro problema: la trasmissione della fede. La percezione è che la trasmissione non è più possibile. Sta venendo a mancare la trasmissione della fede. I giovani sono più distanti dalla chiesa, ma più interessati alla fede. No alla scatola di proposte, ma aperti alla fede. Ci sono giovani che pregano a modo loro. Tutta questa RICERCA È AL DI FUORI DEL NOSTRO CIRCUITO. Non ci sono più luoghi sacri. I giovani d’oggi non ha non paura dell’inferno futuro, ma dell’inferno del tempo presente, dall’inferno di questa vita.
Da una fede etica ad una fede estetica.

L’oratorio è l’attività più interessante ( a questo punto sono andato a letto).

venerdì 11 dicembre 2015

TRASMETTERE LA FEDE NEL POSTMODERNO





ARMANDO MATTEO: TRASMETTERE LA FEDE NEL POSTMODERNO
REGGIO EMILIA 10 DICEMBRE 2013

Sintesi: Paolo Cugini

Mi sono occupato della fede perché mi hanno chiamato per occuparmi dei giovani universitari della FUCI.
Mi sono accorto che qualcosa stava cambiando.
I giovani nati dopo il 1981 esprime nei confronti del cristianesimo una certa estraneità. Non riesce a capire a che cosa serve la fede nel diventare adulto.
Papa Francesco ci sta invitando ad un bagno di realtà impressionate. N. 70 dell’esortazione: non possiamo ignorare che si è interrotta la trasmissione della fede.
Che cosa sta succedendo?

Ci troviamo al fatto che gli adulti hanno abdicato al proprio ruolo di educatori. Il gesto della fede si trasmette. C’è una rottura della trasmissione della fede intergenerazionale. Rottura del patto intergenerazionale.
Mondo dei giovani: indagini. In Italia i giovani sempre meno vanno in Chiesa. Il salto generazionale aumenta. Qui c’è qualcosa di grosso. Non c’è la differenza di genere. Questo è un cambiamento enorme. Non si capisce a che cosa serve la fede.

Analfabetismo biblico forte.
Allergia per la morale del no, ossessionata dal sesso.
Poca fede nei dogmi. E’ una semi-credenza che riguarda anche Gesù di Nazareth.
Ricordo negativo della loro esperienza in parrocchia.
I giovani non riescono a cogliere la novità del Vangelo.
Come leggo i dati:
Da una parte la generazione degli adulti ha smesso di testimoniare la fede, dando minore importanza alla propria fede personale. Qui c’è la grande rottura tra catechismo e la pratica. Diamo eccessiva enfasi al catechismo parrocchiale.
Il primo annuncio sono gli occhi dei genitori. Si trasmette la fede pregando. Nessuno dei nostri giovani si ricorda dei genitori in preghiera. Gli adulti non negano il cristianesimo, però nella vita pratica non c’è fede. Negli ultimi anni gli adulti sono aumentati. Oggi ogni bambino ha più genitori. La platea degli adulti di riferimento è enorme.
Cosa è successo a questi adulti? E’ cambiato il senso dell’essere adulto. Ci sfuggono le cose che vediamo tutti i giorni. Questa generazione vuole essere giovane a tutti i costi. E’ una generazione che ama la giovinezza più dei giovani e gli adulti non s’interessano più dei loro ragazzi. E’ una ricerca impossibile della giovinezza.
L’aggettivo giovane è abusato. C’è una lotta per togliere la parola vecchiaia. Diventiamo vecchi dopo la morte.
Quello che viene venduto per la pubblicità è tutto ciò che ha a che fare con la giovinezza. Censuriamo la vecchiaia e quindi la malattia.
Non siamo più in grado di parlare di morte. Non vediamo più i bambini ai funerali. Cambia il linguaggio: nessuno parla più della morte.
Il Vangelo va da un’altra parte. Le istruzioni per credere sono state messe da parte. I giovani ci dicono che non vedono più nessun adulto credente.
Che cosa è degno del mio desiderio?
Oggi c’è il mito della giovinezza: devo restare giovane.
Le generazioni oggi vivono in mondi separati.
Il compito delle comunità è rievangelizzare gli adulti. Impegnarsi a dire che essere adulti è importante, ci vuole dignità. Abbiamo bisogno di adulti.
Chi è l’adulto? E’ colui che è capace di rispondere ai figli del mondo. La vita umana ha delle leggi. Siamo fatti di mancanza, di desideri. Mettiamo dei figli al mondo è perché sappiamo che poi ce ne andiamo. I padri stanno mangiando i figli.
Adulto è colui che vuole il bene dei propri figli. L’amore non è volere bene, ma il bene dell’altro. E’ una decisione. Volere il bene dell’altro significa resistere. Farsi odiare e restare da soli: è il rischio dell’amore.
Adulto è colui che sa dimostrare che la vita umana è degna del nostro desiderio anche dentro l’apocalisse. La vita è più forte di noi. Il mondo è fatto per gente che si dà sino in fondo.

C’è vita oltre la giovinezza.
Fare degli adulti così cosa. Una volta si moriva prima. E’ faticoso fare l’adulto. C’è bisogna di forza. Ecco cosa serve la fede: per essere adulto fino in fondo. Capacità di mettere al mondo nuovi soggetti. Noi attingiamo ciò attraverso la preghiera. Bisogna insegnare a pregare di nuovo.
Ci vuole anche una comunità più accogliente.
C. Tayor: oggi ai cristiani manca la gioia. Capacità della festa.
Esodo 5,1. Alla richiesta di una festa il faraone risponde con maggior lavoro. Il faraone non ha paura di gente che lavora, ma della festa, di gente che si mette a lodare Dio. Quando facciamo festa ci liberiamo dalle preoccupazioni.
Creare comunità.



mercoledì 27 maggio 2015

EDUCARE I GIOVANI ALLA FEDE







Paolo Cugini
E’ stato questo il titolo della relazione del prof. Pier Paolo Triani all’incontro regionale degli assistenti ecclesiastici Agesci tenutosi a Bologna lunedì 18 maggio. Un tema sempre molto stimolante per coloro che sono tutti i giorni a contatto con i giovani e che desiderano annunciare loro il Vangelo. Triani faceva notare che dal punto di vista formativo la condizione giovanile è piuttosto critica. Si nota infatti, anche tra i giovani che frequentano le parrocchie, una scarsa conoscenza della Bibbia, accompagnata da una scarsa frequenza della messa domenicale e di una generale resistenza alle proposte specifiche del vissuto ecclesiale.
I giovani probabilmente, non sono interessati ai problemi religiosi così come li presentiamo a loro. In realtà, si tratta di una generazione non cristiana o, per dirla alla Matteo Armando, sono la prima generazione incredula. Si tratta di una generazione secolare, post cristiana. Al di là del dibattito degli studiosi, troviamo alcune costanti nel vissuto religioso dei giovani oggi che per il prof Triani sono le seguenti:
1.      Erosione dell’appartenenza sociale alla fede cattolica, ma in generale un’erosione di appartenenza alle istituzioni religiose. Alla domanda: credi? Tra i giovani del nord Italia hanno risposto affermativamente il 42%, mentre nel Sud Italia il 55%. Ormai i giovani non si riconoscono più nella dimensione religiosa, perché percepita come qualcosa che appartiene al mondo dell’infanzia.

2.      Progressivo analfabetismo religioso. Le parole e i racconti cristiani erano più diffusi in passato rispetto ad oggi.

3.      Siamo in presenza di una forte riduzione della mediazione comunitaria. L’esperienza religiosa è considerata come un’esperienza individuale, personalista. La mediazione della chiesa è percepita come sovrastruttura convenzionale. Vale, allora, la dimensione relazionale. I giovani sospettano le mediazioni istituzionali. La fiducia nella chiesa è medio e, nelle ultime statistiche, è l’unica istituzione che non ha perso terreno. I giovani si fidano di papa Francesco. I giovani si fidano delle perone che vivono quello che dicono.

4.      Indebolimento dell’evocazione dei simboli cristiani e la trasformazione del simbolismo religioso. Irrilevanza del linguaggio cristiano. Appare sempre con maggior forza il Gesù sentimentale, così come viene presentato nelle devozioni, più che il Gesù della storia e dei vangeli. La parola Gesù non comunica più nel profondo. Ciò porta a una dimenticanza della dimensione trascendente. Ormai il tema religioso appartiene al privato.
Il prof Triani faceva notare come la domanda religiosa, nonostante tutto, permane. Le parole della fede cristiana sono parole forti che possono scuotere ancora le nuove generazioni. Occorre allora, passare dalla lettura stanca della condizione giovanile ad una concezione dinamica. Non serve a niente e a nessuno rimanere solamente sul piano delle indagini statistiche e alimentare le frustrazioni su ciò che non riusciamo più a fare con i giovani.  Oggi sempre di più siamo consapevoli che la fede sia un processo che si costruisce in un tempo più lungo. La maturità religiosa si raggiunge verso i trent’anni. Oggi i ragazzi non solo vivono questo processo, ma vivono esplicitamente l’adesione alla fede come un processo aperto e dinamico. Non si accontentano più delle modalità scolastiche della trasmissione della fede, ma vogliono essere coinvolti attivamente nel cammino formativo. Quali linee di lavoro si possono indicare per raggiungere questi obiettivi? Il prof Triani ne ha indicate otto:

1.      L’educazione alla fede è sempre una parola buona sulla vita delle persone. Incontro con la Parola buona. La comunità cristiana si deve porre l’interrogativo sulle modalità da mettere in atto per aiutare le nuove generazioni ad incontrare questa Parola.

2.      Riporre al centro dell’azione educativa la dinamica esistenziale delle persone, del raccontare la fede. Fede non come concetto, ma fede come racconto che parla di vita e alla vita delle persone. Educare alla possibilità dei sì della fede.

3.      Educarci all’apertura. C’è un rischio di chiusura su di sé che nega la possibilità stessa di riconoscere una parola altra.

4.      Tema del progetto che diventa autoreferenziale. Vocazione: che cosa ti viene chiesto? Educazione all’interiorità è inseparabile all’educazione all’apertura. Conosco me stesso se mi apro all’altro.

5.      Educare allo stupore. Aiutare a capire che c’è un mistero più grande.

6.      Educare a fare i conti con la fragilità. Il concetto di salvezza è difficile oggi. La fragilità dell’umano.

7.      Educare a sentirsi parte di una grande storia. E’ il senso della comunità, sia parrocchiale che diocesana. Necessità di uscire dalle dinamiche asfittiche del piccolo gruppetto parrocchiale.

8.      Educare a leggere la vita con le parole evangeliche. E’ questo uno dei compiti principali della comunità. Mettere in grado i giovani, gli educatori, i responsabili, a leggere la propria vita a partire dal Vangelo, per fare in modo che le proprie scelte siano il più possibile evangeliche.

Per rendere operativi questi obiettivi il prof. Triani indicava come fondamentali alcuni elementi. In primo luogo l’ascolto quotidiano della Parola di Dio. La comunità non potrà mai trasmettere alle nuove generazioni i contenuti di quella Parola che non conosce e non vive. In secondo luogo, occorre recuperare il valore simbolico della liturgia. E’ certamente questa una delle urgenze maggiori. Assistiamo, oggi nella chiesa, ad un ritorno angoscioso delle forme liturgiche passate, probabilmente per nascondere il vuoto religioso. Recuperare il simbolismo liturgico che trova i suoi significati nella Parola di Dio, permette di cogliere in modo immediato il legame tra fede e vita, corpo e spirito. Il rischio, che già stiamo assistendo, è un ritorno dei ritualismi fini a se stessi, svuotati di significato e, soprattutto, scevri da qualsiasi legame con la vita. Infine, Triani indicava nella preghiera personale il cammino per una vita di donazione totale e gratuita, vita che stimola le nuove generazioni ad uscire dai cammini egoistici che incontra nella vita di ogni giorno.









mercoledì 25 febbraio 2015

FEDE E VITA







Riflessioni a partire dal libro di C. Theobald, Trasmettere un Vangelo di Libertá, EDB, 2010

Paolo Cugini

La dimensione politica e sociale della fede è stato il tema che mi ha accompagnato nei circa quindici anni di esperienza missionaria in Brasile. Come dice Theobald la dimensione politica della fede è stata una delle risonanze del Vangelo che ho trovato, ascoltato e accolto nella realtà che ho incontrato. La lettura del Vangelo fatto nelle piccole comunità di base(Cebs), ma soprattutto nei tanti gruppi di giovani incontrati sia nelle comunità della zona rurale che nei quartieri poveri, mi ha mostrato come davvero il Vangelo possa restituire la fiducia nella vita, in quella vita spesso spezzata e maltrattata dalle strutture sociali e politiche di morte. Quante famiglie ho incontrato ai bordi delle strade dei grandi latifondi, vivendo in piccole capanne, lavorando e lottando per anni per conquistare quel piccolo pezzetto di terra che permetterebbe una vita migliore. Quante sofferenze causate dall’arroganza dei potenti di turno che se ne infischiano della dignità delle persone, soprattutto povere, che sistematicamente umiliano, ho dovuto ascoltare, accompagnare. E allora è vero che non c’è vita umana senza fede, soprattutto quella fede che sgorga dalla fiducia nell’altro, nelle persone vicine che diventano compagno e compagne di viaggio, che aiutano a lottare e soffrire insieme per vincere la tentazione di cadere nella disperazione. Quante volte ho incontrato nei volti dei poveri sofferenti la fiducia estrema nella vita, l’aggrapparsi a denti stretti ai brandelli di vita strappati in contesti di grande difficoltà. Credo che sia per questo fatto, e cioè per una dimensione antropologica della fede che è stimolata dalle situazioni di grande precarietà nelle quali le persone incontrate si trovano a vivere, che diviene facile, direi quasi spontaneo accogliere non una qualsiasi fede, ma la fede in Cristo, nella sua proposta, “la fiducia in colui che più di ogni altro riusciva a generare vita nell’altro, a generare fiducia nella vita”.
Il legame tra la vita vissuta, quella vita fatta spesso e volentieri da umiliazioni, ma anche di conquiste e di lotte – penso soprattutto alle famiglie che riuscirono ad ottenere le terre dopo anni passati sotto tendoni o capanne di paglia – e la fede nel Signore della vita è visibile nelle liturgie. Chi partecipa ad una Messa o ad una celebrazione della Parola in una CEB non assiste a qualcosa di staccato dalla vita, ma trova in essa delle chiavi di lettura per il vissuto quotidiano. I canti, le preghiere, i commenti iniziali e conclusivi e poi i balli di ringraziamento: è la via che è celebrata e trasformata nella fede in Cristo, nel Signore della vita. E’ stato in contesti come questo che ho compreso l’importanza della liturgia per la vita, il significato profondo del celebrare per lasciarsi consegnare i contenuti necessari ad affrontare quel quotidiano spesso fatto di umiliazioni e durezze. Liturgia quindi, non come proposta alienante, come fuga dalla dura realtà, ma come chiave di lettura per comprenderla, per cogliere il segno dei tempi più vero ed autentico che abbiamo: la fede nel Signore risorto, presente nei fratelli e nelle sorelle sfigurati dal dolore, dall’umiliazione. Liturgia come forza che la comunità riceve per affrontare la vita e come luce per leggere e interpretare i segni dei tempi.  Sono questi contesti che hanno maturato in me un amore crescente per la Chiesa che, come dice Theobald, “è prima di tutto il luogo concreto, infinitamente sobrio, dell’ospitalità contagiosa”.
Leggere il Vangelo nelle piccole comunità di base e nei gruppi giovani in un contesto nel quale tutti i giorni si tocca con mano l’umiliazione che i poveri subiscono dai potenti, ma soprattutto le dinamiche di dipendenza messe in atto dai sistemi corrotti dei politici locali, mi ha spinto ad impegnarmi nei movimenti sociali, soprattutto quelli di lotta contro la corruzione. La realtà ascoltata e interpretata nelle piccole comunità di base alla luce del Vangelo ci ha condotto a fare delle scelte, a decidere di fare qualcosa per tentare di rompere le dinamiche di morte messe in atto dai sistemi politici corrotti. L’impegno nel Movimento Fede e Politica, sorto negli anni Ottanta in Brasile e diffusosi rapidamente in tutti i paesi dell’America Latina, ci ha permesso di trovare argomenti e mezzi per sostenere le nostre lotte. Ricordo la settimana di esercizi spirituali fatta con un gruppo di trenta persone meditando sui testi dei profeti, scoprendo assieme il loro coraggio e, allo stesso tempo, il desiderio i riprodurlo nel nostro contesto sociale. Cosa che poi di fatto è avvenuta quando, scoprendo le leggi contro la corruzione elettorale approvate nel 1999 dopo una campagna promossa dai settori sociali della Chiesa Cattolica, ci siamo impegnati per farla conoscere e, poi per metterla in pratica.
Theobald mette in evidenza lo scollamento in atto nel contesto di scristianizzazione dell’Occidente tra la fede in Cristo e il tessuto sociale, scollamento che si manifesta nell’incapacità dei cristiani di essere fermento nel mondo, come auspicava il Concilio. Forse i cristiani stanno pagando il prezzo di una fede nel Signore, che non ha saputo produrre cammini di profetismo, di denuncia contro i sistemi corrotti e i mercanti di morte responsabili delle continue crisi economiche e, di conseguenza, delle migliaia di poveri che aumentano anche nel mondo Occidentale. Una comunità cristiana che non denuncia, ma al contrario, che per non perdere i propri privilegi economici derivati dal Concordato, rimane in silenzio o, peggio, che appoggia più o meno velatamente dei governi pieni zeppi di politici corrotti, che spesso e volentieri sono degli autentici avanzi di galera, non può pretendere granché. La scristianizzazione denunciata da Theobald, ma che in Francia era già denunciata e analizzata dal grande poeta e filosofo Charles Péguy all’inizio del secolo scorso, è anche il frutto di un modo di essere presente nel mondo. Quando si preferisce andare a braccetto con il potere per aver una contropartita in denaro o per contare qualcosa nella società, non si può pretendere poi di essere segno profetico, stimolo per le nuove generazioni. Lo svuotamento delle chiese e l’insignificanza sempre crescente della Chiesa nel nuovo contesto culturale è, a mio avviso, il vero segno dei tempi che dev’essere interpretato per cambiare decisamente rotta. Non si può perpetuare per sempre un modello che non funziona. Se l’epoca della cristianità è finita e, grazie a Dio, non tornerà più, ciò significa che è ora più che mai di prendere un’altra strada. Forse è per questo che l’attuale Papa Francesco piace così tanto, soprattutto a coloro che sono fuori dalla Chiesa, o che se ne erano andati per i motivi sopra descritti.
 Il “metodo dell’assenza”, come lo chiama Theobald, vale a dire l’assenza di un cammino spirituale dettato dal Vangelo, può forse provocare il desiderio di qualcosa di più autentico ed evangelico. Come c’insegna il detto popolare: non tutto il male viene per nuocere. A meno che non siamo recidivi e continuiamo a farci del male.


lunedì 9 febbraio 2015

PERCHE' AGLI ADOLESCENTI NON PIACE LA MESSA?





Paolo Cugini

Ho incontrato in queste prime settimane di parrocchia italiana, vari educatori di gruppi del post cresima e spesso e volentieri hanno condiviso una difficoltà, vale a dire, la disaffezione dei ragazzi alla messa. L’altro giorno una mamma mi chiedeva su facebook alcuni consigli per convincere suo figlio adolescente ad andare a messa. Il problema non è di facile soluzione e pone interrogativi sia sul modo d’intendere la messa, sia sul percorso di formazione religiosa da compiere con gli adolescenti. Si capisce allora, che agli adolescenti non è vero che non gli piaccia andare a messa: gli fa proprio schifo!

La messa, nell’educazione religiosa de bambini, è spesso e volentieri rivestita di una serie di ricatti morali che gli adolescenti non accettano più. I genitori obbligano i propri figli ad andare a messa. Quante volte assistiamo alla pessima scena dei genitori, o di uno dei due, che arriva in macchina davanti alla chiesa e “scarica” letteralmente il proprio figlio per andare alla messa. E’ chiaro che, se la messa è presentata tra le pareti di casa come un dovere, un obbligo legato alla possibilità poi di ricevere i sacramenti, terminato l’itinerario obbligatorio termina anche la frequenza alla messa. Non è il contenuto che è rifiutato, ma le motivazioni esterne per “convincere” i figli a frequentare le messe domenicali. Un genitore trasmette contenuti e valori ai propri figli molto più con i gesti che con le parole. Se scarica il proprio figlio alla domenica davanti alla chiesa quel genitore sta comunicando che per lui la messa non vale nulla. E così il figlio che per anni è stato scaricato davanti alla chiesa, appena potrà non metterà più piede in quello spazio. Sappiamo bene che questo fenomeno avviene non solo per i ragazzi di genitori non credenti, ma anche di genitori assidui alla Chiesa. In questo caso la situazione è ancora più pesante perché si riveste di sensi di colpa. Se, infatti, i genitori non credenti se ne infischiano se i propri figli, dopo aver ricevuto il sacramento della cresima, non frequentano più la parrocchia, ben differente è la situazione dei genitori credenti, che non si danno pace quando i propri figli cominciano manifestare segni d’insofferenza con il mondo religioso. 

Il problema del rapporto trai ragazzi e i riti religiosi va ricercato più a monte. La proposta religiosa esige la libertà. Quando Gesù chiamava i suoi discepoli proponeva un cammino con un messaggio e non obbligava nessuno. Non si può legare, oggi più che mai, la proposta del Vangelo con il percorso scolastico. Non si può obbligare nessuno a credere in Dio, tanto meno un bambino. Questo a mio avviso è il centro del colossale paradosso religioso che la nostra epoca sta vivendo. La psicologia della religione c’insegna che il bambino è predisposto a cogliere Dio nella propria vita. Anche la filosofia della religione c’insegna che l’uomo e la donna sono ontologicamente religiosi. Se negli adolescenti sorge un dissapore con la chiesa e un’opposizione a Dio, ciò va cercato nel modo di comunicarlo. Sembra che ce la stiamo mettendo tutta per distruggere il naturale sentimento religioso dei ragazzi. Il dato drammatico è che coloro che stanno compiendo questa operazione scellerata siamo proprio noi che crediamo in Dio.  Se, ad un certo punto del cammino, Dio non è colto più come amore, come necessità intrinseca, ma come una cosa pesa e inutile, significa che qualcosa non è funzionato nel modo di accompagnare i bambini nel mistero di Dio.
Negli spazi parrocchiali, nei quali dovrebbe avvenire l’accompagnamento ai percorsi di fede a tutti i livelli, stiamo impartendo un insegnamento forzato, sapendo che (le statistiche ce lo ricordano tutti i giorni), terminato il cammino dell’iniziazione cristiana la stragrande maggioranza non metterà più piede in chiesa. Se questo modello catechistico poteva funzionare nei decenni passati, oggi non funziona più. La domanda che emerge immediatamente è la seguente: se lo sappiamo perché continuiamo a farlo? Se da decenni sappiamo che i ragazzi terminata la Cresima abbandoneranno la chiesa, perché continuiamo a proporre la proposta di Gesù in questo modo? Non sarebbe meglio cambiare modalità? Ci vuole così tanto a capire che è l’ora di cambiare? 

 Se siamo convinti che l’epoca della cristianità è finita, allora bisogna accompagnare questa presa di coscienza con scelte pastorali all’altezza dei tempi. Se dei genitori non credenti si sentono in dovere di costringere i loro figli a partecipare della messa domenicale e dei percorsi di catechesi, è perché la fede più che essere una risposta personale ad un appello, è un fenomeno collettivo, sociale. E allora, pur di far sentire i propri figli socialmente “normali”, i genitori non credenti o agnostici o indifferenti, si sottopongono a sette/otto anni di lavori forzati accompagnando i propri figli nei perimetri ecclesiali. Fino a quando i preti, i catechisti saranno costretti a perdere tempo per sorreggere questa barca di carta che fa acqua da tutte le parti? Fino a quando le parrocchia dovranno continuare ad offrire i servizi educativi più disparati pur di attrarre nei propri perimetri i ragazzi, che entrano in questi benedetti perimetri a fare tutto fuorché l’essenziale (religiosamente parlando)? Fino a quando dovremo continuare a sforzarci ad inventare qualcosa per attrarre bambini e ragazzi su qualcosa che poi abbandoneranno? Fino a quando dovremo mantenere in piedi un sistema catechistico per garantire qualcosa che sappiamo sin dall’inizio che non avrà seguito? 

Come sarebbe bello vivere l’esperienza del Vangelo come una proposta libera. Forse non ci sentiremmo stressati dal dovere costruire e poi di riempire spazi, anche perché forse capiremmo che il messaggio di Gesù andava esattamente dalla parte opposta.