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sabato 11 giugno 2022

Referendum giustizia: perché non andare a votare

 



 

È razionale, oltre che morale, NON ANDARE A VOTARE per questi ignobili referendum. Diverso, invece, il discorso per le elezioni amministrative. Soprattutto a Fabriano e Parma.

di Paolo Flores d'Arcais

Il 12 giugno si vota per i referendum “contro” la giustizia e per alcune amministrazioni locali. I referendum sono il tentativo di rivincita finale e totale di Tangentopoli su Mani Pulite (e sull’antimafia). Abbiamo pubblicato testi autorevolissimi che spiegano in dettaglio questo spirito revanscista del partito delle impunità contro il partito della legalità. La rivincita di Tangentopoli contro Mani Pulite in realtà è cominciata quasi trent’anni fa, con la famosa “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, che senza tale mossa (vincente, ahimè: per stupidità delle sinistre e della famosa “macchina da guerra” di Occhetto, quando si poteva e doveva candidare come premier una figura come Rodotà, contro cui l’accusa di comunismo sarebbe stata una lancia spuntata) avrebbe passato il resto della sua vita in galera. Un profluvio di leggi ad personam, di modifiche radicali della procedura penale, e altri marchingegni giuridici, ha permesso a Berlusconi e a legioni di corrotti di farla quasi sempre franca (massime per via di prescrizione, un istituto che nei termini italiani non ha equivalenti nei sistemi giuridici occidentali).

I referendum del 12 giugno vogliono mettere il suggello trionfale a questo quasi trentennio di rivincita del partito della corruzione e dell’intreccio politico-affaristico (con frequenti addentellati e risvolti mafiosi) contro l’impegno di tanti (ma sempre troppo pochi) magistrati-magistrati, e una parte dell’opinione pubblica e delle sue mobilitazioni nelle piazze e sul web.

Il modo migliore per far fallire questo disegno di trionfo dell’Italia peggiore consiste nel NON ANDARE A VOTARE. La legge che regola il referendum stabilisce infatti che i quesiti proposti non vengono approvati sia se non si reca alle urne almeno il 50% degli elettori più uno, sia se, raggiunto tale quorum, i no prevalgono sui sì. i fautori del partito delle impunità, o quanti saranno stati manipolati dai loro strumenti di imbonimento mediatico, andranno tutti a votare sì. Ma è praticamente impossibile che raggiungano la metà più uno degli aventi diritto al voto. Il quorum si raggiungerà solo se anche molti cittadini contrari al contenuto dei referendum andassero alle urne, pur votando no (o anche – attenzione! – annullando il voto).

Attualmente i sondaggi dicono che al massimo un terzo degli aventi diritto si recherà ai seggi. Se i sostenitori del no non andranno a votare, compattamente, al voto andrà meno di un quarto dei cittadini, e il partito delle impunità non avrà il trionfo che cerca. Ecco perché è razionale, oltre che morale, NON ANDARE A VOTARE per questi ignobili referendum.

giovedì 4 ottobre 2018

SANT’OSCAR ROMERO MARTIRE: L’AMICO DEI POVERI




Paolo Cugini

Domenica 14 ottobre a Roma verrà dichiarato santo non solo papa Paolo VI, ma anche Mons Oscar Romero, vescovo martire di San Salvador.

Oscar Romero nasce a Ciudad Barrios di El Salvador il 15 marzo 1917 da una famiglia modesta. Avviato all’età di 12 anni come apprendista presso un falegname, a 13 entrerà nel seminario minore di S. Miguel e poi, nel 1937, nel seminario maggiore di San Salvador retto dai Gesuiti. All’età di 20 anni fa il suo ingresso all’Università Gregoriana a Roma dove si licenzierà in teologia nel 1943, un anno dopo essere stato ordinato Sacerdote. Rientrato in patria si dedicherà con passione all’attività pastorale come parroco. Diviene presto direttore della rivista ecclesiale “Chaparrastique” e, subito dopo, direttore del seminario inter diocesano di San Salvador. In seguito avrà incarichi importanti come segretario della Conferenza Episcopale dell’America Centrale e di Panama. Il 24 maggio 1967 è nominato Vescovo di Tombee e solo tre anni dopo Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di San Salvador. Nel febbraio del ’77 è Vescovo dell’arcidiocesi, proprio quando nel paese infierisce la repressione sociale e politica. Sono, ormai, quotidiani gli omicidi di contadini poveri e oppositori del regime politico, i massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protetti e sostenuti dal sistema politico e finanziati dagli Stati Uniti. E’ il periodo in cui il generale Carlos H. Romero è proclamato vincitore, grazie a brogli elettorali, delle elezioni presidenziali. La nomina del nuovo Vescovo non desta preoccupazione: mons. Romero, si sa, è “un uomo di studi”, non impegnato socialmente e politicamente; è un conservatore. Il potere confida in una pastorale aliena da ogni compromesso sociale, una pastorale spirituale e quindi asettica, disincarnata. Mons. Romero inizia il suo lavoro con passione.

Passa poco tempo che le notizie della sua inaspettata attività in favore della giustizia sociale giungono lontano e presto arrivano i primi riconoscimenti ufficiali dall’estero. Nelle omelie domenicali Romero prende posizione in favore dei poveri: “La vera persecuzione è contro il popolo dei poveri. Essi sono il popolo crocifisso come Gesù, il popolo perseguitato come il servo di Yahvè. Sono quelli che completano nel loro corpo ciò che manca alla passione di Cristo. E, per questa ragione, quando la Chiesa ha raccolto le speranze e i dolori dei poveri ha corso la stessa sorte di Gesù e dei poveri: la persecuzione”. Famose divengono anche, le sue reiterate prese di posizione nei confronti del potere locale e delle ingiustizie realizzate nei confronti degli ultimi, i poveri contadini. “Il nostro appello si rivolge anche a coloro che per difendere ingiustamente i propri interessi e privilegi, si sono resi colpevoli di tanto malessere e tanta violenza. La giustizia e la voce dei poveri devono essere ascoltate perché si tratta della causa stessa del Signore che chiama a conversione e che un giorno giudicherà tutti gli uomini”.
Nel vescovo Romero matura sempre di più la consapevolezza che i cristiani non possono rimanere chiusi nelle chiese e, soprattutto, non possono rimanere ommessi dinanzi alle situazioni di violenza e d’ingiustizia. “La Chiesa sente come suo dovere e diritto essere presente in questo settore della realtà, perché il cristianesimo deve evangelizzare la totalità dell’esistenza umana, inclusa la dimensione politica. Per questo critica la posizione di coloro che tendono a ridurre lo spazio della fede alla vita personale o familiare, escludendo l’ordine professionale, economico, sociale e politico come se il peccato, l’amore, l’orazione e il perdono non avessero anche lì rilevanza… Le masse vanno evangelizzate in modo che da masse si trasformino in popolo. Le comunità cristiane non possono proporsi come un luogo di rifugio tranquillo e alienante, devono essere fermento, impegno”. L’impegno politico caldeggiato dal Vescovo Romero non si è mai identificato con l’attivismo in un partito, come spesso ricordava nelle sue omelie e nella terza lettera pastorale scritta nel giorno della trasfigurazione del Signore del 1979.

Ma che cosa è accaduto nell’animo del vescovo conservatore? Nel libro Romero martire di Cristo e degli oppressi pubblicato dall’Editrice Missionaria, il teologo sudamericano John Sobrino sostiene che potrebbe essere stato l’assassinio del gesuita Rutilio Grande da parte dei sicari del regime a provocare il cambiamento. « monsignor Romero – afferma John Sobrino - conosceva molto bene Rutilio, lo considerava un sacerdote esemplare e un amico… ma troppo politicizzato… credo che davanti al cadavere di Rutilio a monsignor Romero siano cadute le bende dagli occhi».

Romero apre un’inchiesta sul delitto e ordina la chiusura di scuole e collegi per tre giorni consecutivi. Nei suoi discorsi, a partire da quel momento, inizia a mettere sotto accusa il potere politico e giuridico di El Salvador. Istituisce, in seguito, una commissione permanente in difesa dei diritti umani. Le sue omelie, ascoltate da moltissimi parrocchiani e trasmesse dalla radio della diocesi, vengono pubblicate sul giornale “Orientaciòn”. Una certa chiesa, quella filo-regime,  si impaurisce allontanandosi da Romero e dipingendolo come un ”incitatore della lotta di classe e del socialismo”.
In realtà Romero non invitò mai nessuno alla lotta armata, ma, piuttosto, alla riflessione, alla presa di coscienza dei propri diritti e all’azione mediata, mai gonfia d’odio. Basterebbe leggere le sue quattro lettere pastorali e, in modo particolare le ultime due, per rendersi conto dello stile di Romero. Purtroppo, il regime sfidato aveva alzato il tiro; dal 1977 al 1980 si alternano i regimi ma non cessano i massacri: il 24 marzo 1980 Oscar Romero, proprio nel momento in cui sta elevando il Calice nell’Eucarestia viene assassinato. Le sue ultime parole sono ancora per la giustizia: “In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo ed il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza”.
Da quel giorno la gente lo chiama, lo prega, lo invoca come San Romero ’America. La profezia di Romero, il vescovo fatto popolo si è realizzata: “Se mi uccideranno – aveva detto – risorgerò nel popolo salvadoregno”.

Durante i tre anni di episcopato a san Salvador Romero aveva fatto di tutto per promuovere la pace. Era profondamente convinto della necessità di promuovere leggi giuste per garantire ai contadini il giusto salario. L’invito costante era rivolto ai militari affinché smettessero di uccidere, perché la pace si potrà ottenere solo con la giustizia e non con la violenza. “Desidero fare un appello speciale agli uomini dell’esercito e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, delle caserme. Fratelli! Siete del nostro stesso popolo! Ammazzate i vostri fratelli campesinos! Davanti all’ordine di ammazzare dato da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice “Non ammazzare!”… E’ ora  che recuperiate la vostra coscienza; e che obbediate alla vostra coscienza piuttosto che agli ordini del peccato”.

Come sappiamo, gli appelli di Romero rimasero per lungo tempo senza una risposta positiva. L’anno successivo della sua morte, tra l’8 e il 13 dicembre 1981, l’Esercito della dittatura salvadoregna sterminò centinai di contadini, donne, anziani, adolescente e bambini. Il 20 ottobre 2013 mons. José Luis Escobar Alas, arcivescovo di San Salvador, parlando con la stampa ha dichiarato: «Gli archivi dell’Ufficio Tutela legale non saranno mai consegnati al Procuratore generale». Questi archivi, proprietà della Chiesa salvadoregna, conservano la memoria storica documentata di almeno 50.000 casi di persone che dal giorno della loro fondazione (1977) per volere dell’arcivescovo Oscar Romero, hanno chiesto protezione e aiuto alle autorità ecclesiastiche locali, in particolare quando i diritti umani dei salvadoregni erano violati sistematicamente, soprattutto da parte dei regimi di destra. Il Vescovo Romero era consapevole che chi si schiera dalla parte dei poveri e denuncia ogni forma d’ingiustizia e oppressione, prima o poi arriverà a soffrire pesanti conseguenze. In un’omelia pronunciata a pochi mesi dalla morte disse: “La Chiesa deve denunziare ciò che viola la vita, la libertà e la dignità dell’uomo. Non chiede la vita, ma dà la vita per difendere la vita. La mia funzione è di essere voce di questa chiesa. Colui che si impegna con i poveri deve correre lo stesso destino dei poveri: scomparire, essere torturato, catturato, ucciso. Come pastore della Chiesa e del popolo, io sono obbligato a dare la vita per coloro che amo”. E così, purtroppo, avvenne.




giovedì 30 agosto 2018

UNA CHIESA BAGNATA DAL SANGUE DEI MARTIRI

Immagine che si trova nella cappella della UCA




Paolo Cugini

Il nostro viaggio continua visitando i luoghi del martirio di una chiesa che ha pagato un prezzo durissimo per aver abbracciato la croce di Cristo e vissuto fin in fondo il Vangelo.

Abbiamo visitato la parrocchia in cui il 20 gennaio 1979 padre Octavio Ortiz, un giovane prete di 34 anni e quattro giovani che partecipavano ad un ritiro spirituale, furono barbaramente uccisi da un grande contingente della forza di sicurezza nazionale. Il costante lavoro nelle Comunità Ecclesiali di base di padre Octavio è stato il motivo per accusarlo di sovversivo e comunista. I regimi dittatoriali non tollerano qualsiasi tipo di pensiero contrario e, di conseguenza, colpiscono ogni forma che possa indurre il popolo a pensare e cioè ad aprire loro gli occhi. Ebbene, i quadri del potere politico e militare, interpretarono le giornate di ritiro spiritale, che padre Octavio stava realizzando con un gruppo di quaranta giovani dai 13 ai vent’anni, come un momento di riunione sovversiva, comunista e, quindi, anti-governativa. Nella sala parrocchiale sono affissi i quadri di padre Ottavio e dei quattro giovani uccisi. L’obiettivo è mantenere viva la memoria, anche perché, uno degli strumenti più forti della dittatura è la menzogna, il fare di tutto per eliminare le prove dei loro misfatti. I tanti morti che il popolo salvadoregno ha sofferto negli anni della guerra civile (1980-1992) sono dovuti anche al tentativo costante di eliminare qualsiasi testimone.

Immagine di padre Octavio Ortiz nella parete del salone parrocchiale

Poema in memoria di pe Octavio

Pomeriggio alla UCA (Università del Centro America, fondata dai gesuiti nel 1965) teatro di uno dei più violenti e impressionanti massacri da parte della forza di sicurezza nazionale. Come ci ha spiegato la prof.ssa Suyapa si è trattato di un vero e proprio agguato studiato a tavolino e organizzato, affinché non fuggisse nessuno di quelli che il potere aveva deciso di uccidere, di togliere di mezzo. Da un settore ultra-conservatore dei comandanti militari dell’esercito salvadoregno, i padri gesuiti, che detenevano l’alta direzione e la cattedra all’interno dell’università, erano considerati sospetti di appoggiare la Teologia della Liberazione e, di conseguenza, di appoggiare i guerriglieri del FMNL (Fronte per la liberazione della Nazione) e per questo sovversivi. Il 16 novembre del 1989 in un attacco ben orchestrato dalle forze dell’esercito, vengono uccisi sei sacerdoti della Compagnia di Gesù (gesuiti), assieme a due impiegate domestiche. Gli autori del crimine, oltre ad aver bruciato il Centro Oscar Romero, lasciarono prove false per accusare la guerriglia del misfatto. Le vittime furono:

·         Ignacio Ellacuria (spagnolo, rettore dell’Università)
·         Ignacio Martin Barò (spagnolo, vicerettore accademico)
·         Segundo Montes (spagnolo, direttore dell’istituto dei Diritti Umani dell’UCA)
·         Juan Ramon Moreno (spagnolo, direttore della biblioteca di teologia)
·         Armando Lopez (spagnolo, professore di filosofia)
·         Joaquin Lopez y Lopez (salvadoregno, fondatore dell’università e stretto collaboratore)
·         Elba Ramos (Salvadoregna, impiegata domestica)
·         Celina Ramos (salvadoregna, impiegata domestica)

Entrando nella cappella dell’università sono ben visibili sulle pareti pitture raffiguranti persone torturate. Sempre all’interno dell’UCA è stato riservato uno spazio che mantiene viva la memoria del martirio dei gesuiti, dei massacri e delle torture realizzate in quegli anni. C’è, infatti, un museo, non solo con gli oggetti personali dei gesuiti, ma anche un archivio di foto terrificanti delle persone uccise e torturate. E’ la testimonianza di una violenza spaventosa con l’obiettivo unico di far tacere per sempre i testimoni della verità, facendo di tutto per cancellare le prove. C’è un canto della liturgia brasiliana che dice: “se fate tacere la voce dei profeti, le pietre parleranno”. E’ proprio questo che è successo a San Salvador. Il potere politico- militare non sopportava le accuse dei gesuiti, che costantemente lo accusavano delle ingiustizie nei confronti dei poveri e dei contadini.

La prof.ssa Puyapa ci spiega gli eventi avvenuti nella UCA

Immagini che ritraggono i sei gesuiti e le due domestiche morte nell'agguato del novembre 1989

Cappella della UCA

Diceva Ignacio Ellacuria, considerato la mente del gruppo dell’UCA: “Occorre fare tutto il possibile affinché la libertà sia vincente sull’oppressione, la giustizia sull’ingiustizia, e l’amore sull’odio”. Parole che sanno di Vangelo e che, per questo, davano fastidio a chi aveva la coscienza sporca, per chi sfruttava i poveri contadini per il proprio profitto. La prof.ssa Suyapa ci ricordava che Ignacio Ellacuria: “era uno stretto collaboratore di Monsignor Oscar Romero; e quando fu assassinato, la sua voce di denuncia, la radicalizzazione del suo impegno verso i più poveri, la critica dell'oligarchia, del potere politico e militare, crebbero così tanto da divenire scomodi allo Stato e alla classe dirigente che lo uccisero assieme ai suoi compagni di lotta. La sua morte, lungi dall'affogare il suo pensiero, è diventata un'eco che ha risuonato, non solo nel popolo salvadoregno, che non lo dimenticherà mai, ma in tutto il mondo, diffondendo e studiando il suo lavoro, acquisendo nuove dimensioni di rilevanza sociale, significato intellettuale e influenza religiosa”.

Parete centrale della cappella della UCA

Ascoltando le testimonianze di questa chiesa martirizzata del Centro America, testimonianze che fanno eco ai martiri della chiesa sudamericana, fa molto pensare la piega carismatica che ha preso il cammino ecclesiale di questa regione. Mi chiedo: com’è stato possibile? Com’è possibile passare da un cammino di chiesa che si fa povera per camminare assieme ai poveri al punto di rischiare la propria vita, cammino che incarna il Vangelo, denunciando senza paura le ingiustizie dei potenti, ad una cammino ripiegato nel tempio, riducendo il rapporto con Dio alla sfera intimistica, senza alcun rapporto con la realtà circostante, anzi infischiandosene proprio? Per non parlare, poi, dello stile ecclesiale che troviamo a casa nostra in Italia, che per esprime la relazione con Dio abbiamo bisogno di liturgie sfarzose, i famosi pontificali. Eppure, i martiri salvadoregni, c’insegnano che il cammino tracciato da Gesù e da loro fedelmente incarnato e contestualizzato, si realizza non nel tempio, ma sulla strada, non con liturgie e canti che parlano di un divino tutto schiacciato sullo spirituale, ma di un Dio incarnato nella vita dei poveri. Il sangue dei martiri salvadoregni ci richiama al Vangelo di Gesù, al suo amore per noi, all’amore di Gesù per il Padre, un amore che, facendosi carne, diviene denuncia contro le forme di oppressione e di sopruso. E’ di questo Vangelo che abbiamo bisogno. E’ la fede nel Dio che si è manifestato in Gesù Cristo che deve alimentare la nostra anima, e non la religione alienante, che ci distoglie dai problemi che esigono, invece tutta la nostra attenzione e la nostra capacità di discernimento. E’ il sangue dei martiri che da sempre fa la chiesa, perché la riporta alla sua origine, l’amore crocefisso di Cristo, alimento della nostra vita che dà significato ai nostri giorni.



giovedì 21 dicembre 2017

BUON NATALE!


Paolo Cugini

Quand’è che questo saluto è autentico, cioè quand’è che il Natale è buono? Riuscire a scrollarci di dosso la banalità di quello che il mondo ha fatto del Natale, è un compito prima di tutto spirituale che la comunità cristiana deve poter realizzare. E’ buono il Natale quando la nostra vita, le nostre scelte, il nostro modo di pensare e di stare al mondo corrisponde ed è in sintonia con la rivelazione di Dio avvenuta nella nascita del suo Figlio Gesù.

E’ buono il Natale per noi, allora, quando la nostra vita è in un cammino di semplicità, di ricerca dell’essere più che dell’avere. Gesù è nato povero tra i poveri. E’ stata una scelta maturata nei secoli e che continuamente troviamo nella Scrittura. E allora camminiamo con Lui e gli facciamo spazio nella nostra storia quando poniamo in atto delle scelte in sintonia con il suo stile sobrio e semplice.

E’ buono il Natale per noi quando viviamo un cammino di fraternità e di sororità. L’inizio della vita di Gesù e la fine rappresentano una bellissima indicazione del significato che ha dato alla sua esistenza. Le sue braccia aperte nella culla e sulla croce dicono del desiderio del Signore di realizzare tra gli uomini e le donne quel cammino di fraternità e sororità vissuto nella Trinità e continuato sulla terra con i suoi discepoli e discepole.

E’ buono il Natale per noi quando collaboriamo nella realizzazione per un mondo più giusto. Sin dai primi vagiti Gesù ha provocato l’ira del mondo ingiusto e corrotto, l’ira di Erode. Durante il periodo della sua attività pubblica Gesù non ha mai smesso di denunciare le ingiustizie dei potenti di turno, sia del potere politico che di quello religioso. Anche noi, per essere in sintonia con Lui, con colui che viene, dobbiamo apprendere a porre nella nostra vita gesti di giustizia, pronti a pagare anche le conseguenze di questi gesti controcorrente.

E’ buono il Natale per tutti coloro che nel mondo pongono ponti di pace. Ce lo ricorda san Paolo nella lettera agli Efesini. Gesù ha fatto dei popoli in conflitto un solo popolo non schiacciando l’odio con la forza, ma attirandolo sulla sua carne nella croce. Essere nel mondo come agnelli in mezzo ai lupi: è questa la missione dei cristiani nel mondo.


martedì 28 giugno 2016

BUON VIAGGIO DON EUGENIO





LA VITA COME CAMMINO

don Paolo Cugini
C’è un’immagine che ricorre spesso nei Vangeli, vale a dire quella di Gesù che cammina sulla strada con i suoi discepoli. È sulla strada che Gesù ha svolto la sua missione. È sempre sulla strada che Gesù ha incontrato le persone, gli ammalati, i poveri. È, infine,  sulla strada che Gesù ha annunziato l’avvento del Regno di Dio, regno di pace, di giustizia, di fraternità.
Ho conosciuto don Eugenio guardando una foto. Era il 1992 e in seminario, dove allora mi trovavo per prepararmi al ministero, il Centro Missionario Diocesano aveva organizzato una mostra fotografica sulle missioni diocesane. Mentre guardavo le foto ne trovai una che ritraeva una persona che camminava spedita non si sa dove sulla strada impolverata del sertao della Bahia. Chiesi a chi era vicino a me chi fosse il personaggio in questione e mi venne risposto: “È don Eugenio Morlini, uno tosto”. Incuriosito dal personaggio andai a frugare tra le lettere dei missionari diocesani, che erano state appena pubblicate in quel periodo. Lessi con interesse alcune delle lettere che don Eugenio scriveva alla fine degli anni ’70. Mi colpirono molto alcune delle sue parole che esprimevano una sete di giustizia impressionante. Era l’epoca delle lotte contro i latifondisti locali, che opprimevano i poveri. A distanza di circa venticinque anni, mi ricordo ancora un pezzo di una di queste lettere nelle quali don Eugenio diceva che, sino a quando ci sarebbero stati dei poveri che soffrivano le ingiustizie dei potenti, non si poteva rimanere nel chiuso delle chiese per celebrare delle liturgie. Affermazione forte e senza dubbio provocatoria, che esprimeva comunque uno dei maggiori insegnamenti del cammino della Chiesa Latinoamericana vissuto nelle comunità di base, vale a dire il legame tra fede e vita.

Ciò che celebriamo nella liturgia dev’essere il riflesso di ciò che viviamo nella vita di ogni giorno e viceversa.  Non possiamo osannare in chiesa il Dio della vita e poi disinteressarci di chi soffre e rimanere indifferenti dinanzi alle cause dell’ingiustizia. Nelle comunità di san Bartolomeo e Codemondo questo stile è molto presente e, mi sembra, la maggior eredità che lascia don Eugenio a noi. Ogni volta che celebriamo alla domenica il giorno del Signore, c’impegniamo a vivere come il Signore ha vissuto, ad assimilare la sua sete di giustizia, a desiderare di costruire ponti dove il mondo semina odio, a rimanere sensibili dinanzi alle sofferenze dei fratelli e delle sorelle che incontriamo nel nostro cammino, a rimanere aperti sul mondo e non chiusi nel nostro orticello.

Essere amici di don Eugenio vuole dire sforzarci di percorrere a nostro modo i sentieri che lui stesso ha percorso mostrandoci il cammino. Sono i sentieri della pace, della lotta contro le mafie, dell’attenzione ai più poveri, agli ammalati, ai lontani. Sono anche i sentieri che lo hanno portato in quelle parti del mondo piene di tensioni e di sofferenze, per portare un po' di sollievo. Mentre lo ringraziamo per il servizio che ha svolto per tanti anni in mezzo a noi, lo raccomandiamo al Signore perché lo tenga in salute e perché continui a seminare le sementi del Regno di Dio nella nuova tappa della sua vita. Buon cammino Eugenio.


sabato 23 gennaio 2016

SERATA SUL GIUDICE ROSARIO LIVATINO - MARTIRE DELLA GIUSTIZIA




UNA MISSIONE TRA FEDE E DIRITTO
VENERDI’ 22 GENNAIO 2016
CENTRO PARROCCHIALE SACRO CUORE-RE

Rosario Livatino “martire della giustizia e indirettamente della fede” (Giovanni Paolo II) Incontro con Padre Giuseppe Livatino, postulatore della causa di beatificazione del giudice Rosario Livatino dialoga con il relatore: SALVO OGNIBENE, autore del libro L’EUCARISTIA MAFIOSA

Sintesi: Paolo Cugini
Il giudice Livatino è un punto di riferimento fondamentale. Chi ha la possibilità d’intraprendere un percorso nella facoltà di giurisprudenza incontrare un personaggio così è significativo.
Chi era Rosario Livatino?

Sono significative le due agende di Livatino. La sua vita è piena di scelte consapevoli e fatte con amore. Non studiava per il voto, ma per comprendere per domani svolgere bene il proprio ruolo. Livatino prendeva sempre il massimo dei voti. Non si accontentava di studiare e basta. Il suo sapere lo mette a disposizione degli altri. Spesso rinunciava alla ricreazione. Per Rosario c’erano delle priorità, tra le quali c’era l’aiutare gli altri. Per questo se qualcuno gli chiedeva un favore lui lo aiutava. Era il punto di riferimento della classe.

Livatino vince il concorso come Magistrato. Colpisce per la sua intelligenza spiccata. Nel 1979 comincia ad indagare sulle cosche mafiose. Manda alla sbarra per la prima volta i capi mafiosi di Agrigento.
Quando è morto i giornalisti non sono riusciti a trovare nulla, né foto né interviste. L’unica foto che hanno trovato era quella della sua patente.
Rosario ha un compito importante, però rimane sconosciuto, perché non amava far parlare di sé. Non si lasciò mai scappare un’indiscrezione. In pochi anni Livatino riuscì ad incarnare l’immagine perfetta del magistrato, che si limita solo ad applicare la legge.
Il giudice dev’essere garante della legge: quando il magistrato giudica deve garantire che sia applicata la giustizia.

Livatino era abituato a fermarsi a parlare con gli usceri.
Il rispetto del lavoro degli altri diventa prioritario nella sua impostazione.
In vita pochi sapevano della vita di Rosario. Nemmeno i suoi genitori sapevano che Rosario si fermava nella chiesa per pregare. Solo il parroco si accorse di questo. Scoprì chi era quell'uomo che si fermava al mattino a pregare solo dopo la sua morte, quando vide la sua foto nel giornale. Quella di Rosario era una fede vissuta, mai ostentata. Non era la fede della domenica. Tutte le volte che si confessava lo segnava sull’agenda.

E’ una fede che si costruisce pian piano.
Rosario visse molti momenti difficili. Scopre di essere tradito dall’ordine dei magistrati. Nel processo di Santa Barbara nel 1984 qualcuno diede un dritta per rallentare le indagini di Livatino. Si decise di affidare le varie indagini a gruppi di magistrati. Ciò significava una serie di mediazioni infinite: tutto era messo in atto per rallentare il processo. Il giochetto costò a Rosario due anni di astinenza dall’Eucarestia: non se la sentiva di assumere il corpo di Cristo in quello stato. Livatino si sentì tradito. Scrive nelle sue agende: qualcosa si è spezzato. Lui, comunque, continuò ad essere fedele alla magistratura.

Scopre che uno dei colleghi ha un fratello imprenditore e che la moglie di un suo collega è coinvolta in uno schema di clientelismo. Il procuratore capo si faceva offrire al bar il caffè dai mafiosi. Livatino continua a fare il suo dovere e lo fa in pienezza.

Rosario non agiva in questo modo per i soldi, o per lo status. Per Livatino il rendere giustizia era donazione di sé a Dio. Il rendere giustizia per lui era preghiera. Livatino non era un cristiano come tanti, ma viveva il Vangelo nella sua essenza.
Rosario si poneva sotto lo sguardo di Dio. Il peccato è ombra. Per giudicare occorre la luce e per amministrare la giustizia non poteva che camminare vicino a Dio.

Rosario segue il orso della cresima da adulto. Sente la necessità di quel sacramento. Riceverà la cresima a 36 anni.Spesso Livatino assumeva una posizione di Favor rei talmente impressionante che superava le proposte degli avvocati difensori. Rendere giustizia per Livatino era sanare un’ingiustizia. Concepisce lo spirito vero della pena: il recupero del soggetto che ha sbagliato.

Nel processo di beatificazione non ci sono testimonianze contrarie.
Rosario ha solo paura che siano danneggiati i suoi genitori.
Negli ultimi 10 giorni della sua vita Livatino non segna nulla nella sua agenda. La mattina del 21 settembre del 1990 lo raggiungono a 4 Km da Agrigento e gli sparano da dietro.
Livatino conclude degnamente la sua vita.

L’anatema di Giovanni Paolo II non era previsto. Sembra che prima di questo discorso avesse incontrato i genitori di Livatino.