Paolo Cugini
Subito
dopo il capitolo III della LG, dedicata alla costituzione gerarchica della
Chiesa, con un’attenzione particolare all’episcopato, il documento conciliare
dedica un intero capitolo con nove paragrafi al delicato tema del laicato. Con
il termine “laici” il Concilio designa tutti i cristiani battezzati,
appartenenti al popolo di Dio e, in virtù del battesimo partecipano al triplice
munus regale, profetico e sacerdotale
di Cristo. Lo specifico dei laici è il carattere secolare, in quanto «per loro vocazione è proprio dei
laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo
Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del
mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la
loro esistenza è come intessuta». (LG,31) I laici sono, quindi, chiamati a
santificare il mondo dall’interno, come il fermento la pasta, vivendo il
Vangelo nei luoghi in cui sono chiamati ad operare. La trasformazione delle
cose temporali affinché assumano la forma di Cristo: è questo il compito
specifico che la Chiesa affida al laicato. Significativo è il richiamo al
principio di uguaglianza che vige fra tutti coloro che fanno parte del popolo
di Dio, uguaglianza data dalla partecipazione dell’unico battesimo e dell’unico
Spirito che agisce nella Chiesa. «Nessuna
ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o alla
nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché "non c'è né Giudeo né
Gentile, non c'è né schiavo né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi
siete uno in Cristo Gesù" (Gal 3,28 gr.; cf. Col 3,11)» (LG,32).
Il
nuovo sacerdozio che Cristo ha istituito offrendo la propria vita per il Padre,
permette a tutti i battezzati e, dunque, anche a laici e laiche, di percorrere
lo stesso cammino. Il culto che laici e laiche sono chiamati a compiere, oltre
a quello specifico nel tempio e nella liturgia, si realizza in una vita piena
donata in Cristo al Padre. «Tutte
le loro attività, infatti, preghiere e iniziative apostoliche, la vita
coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e
corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le molestie della vita, se
sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite a Dio
attraverso Gesù Cristo (cf. 1Pt 2,5)» (LG,34).
Lo
stesso discorso vale per il munus
profetico che coinvolge ogni persona laica a collaborare per l’annuncio del
Vangelo. È attraverso laici e laiche che la forza del Vangelo risplende nella
vita quotidiana, familiare e sociale. Il Concilio ha piena consapevolezza
dell’importanza della presenza laicale nel mondo per la sua evangelizzazione.
Non è, quindi, solamente una questione di mancanza di forze, come se il
processo di evangelizzazione spettasse solamente a persone specifiche della
Chiesa. È tutto il popolo di Dio chiamato ad evangelizzare e a far presente il
Regno di Dio nel mondo, ognuno con il proprio carisma specifico. «Questa evangelizzazione o annunzio di
Cristo fatto con la testimonianza della vita e con la parola, acquista una
certa nota specifica e una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta
nelle comuni condizioni del secolo» (LG,35).
È
nel munus regale vissuto da laici e
laiche che il Concilio rende chiaro il loro ruolo nel mondo.
I
fedeli perciò devono riconoscere la natura profonda di tutta la creazione, il
suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio, e aiutarsi a vicenda a una
vita più santa anche con opere propriamente secolari, affinché il mondo si
impregni dello spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine
nella giustizia, nella carità e nella pace. Nel compimento universale di questo
ufficio, i laici hanno il posto di primo piano. Con la loro competenza quindi
nelle discipline profane e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla
grazia di Cristo, portino efficacemente l'opera loro, affinché i beni creati,
secondo i fini del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal
lavoro umano, dalla tecnica e dalla cultura civile per l'utilità di tutti gli
uomini senza eccezione, e siano tra loro più convenientemente distribuiti e,
secondo la loro natura, portino al progresso universale nella libertà umana e
cristiana (LG,36).
Vengono,
dunque, valorizzate le competenze professionali tipiche dei laici. Competenze,
acquisite nel mondo, che devono essere costantemente orientate dalla sapienza
del Vangelo per la trasformazione del mondo in Cristo. Questo processo di
conformazione al capo del corpo che è Cristo, non può che interessarsi anche
delle strutture politiche ed economiche che spesso offuscano il progetto di Dio
nel mondo. Il testo conciliare parla esplicitamente di ricerca di pace e di
armonia, come segno della presenza di Dio nel mondo. Obiettivi molto alti che,
tuttavia, giustificano l’impegno dei laici e delle laiche in tutte quelle
situazioni deformate dal peccato, quali le varie forme di corruzione politica o
di strutture che mettono al primo posto l’interesse economico e non la persona.
«Nel
nostro tempo è sommamente necessario che questa armonia risplendano nel modo
più chiaro possibile nella maniera di agire dei fedeli, affinché la missione
della Chiesa possa più pienamente rispondere alle particolari condizioni del
mondo moderno» (LG,36).
Il 18
novembre 1965 il Concilio Vaticano II ha approvato il decreto Apostolicam Actuositatem (d’ora in poi
AA) sull’apostolato laico, documento poco conosciuto e anche poco citato
persino dagli studiosi di ecclesiologia, ma di grande importanza per lo
sviluppo della teologia del laicato. È a questo documento, più che alla LG, che
il Concilio ha affidato la propria riflessione sul ruolo del laicato nella
Chiesa come popolo di Dio. Nella prospettiva del nostro lavoro vale, allora, la
pena soffermarvi la nostra attenzione.
A ragione è stato detto che
«l’introduzione al decreto sull’apostolato dei laici è l’intera Costituzione
dogmatica sulla Chiesa LG». Per i padri conciliari, l’AA è «quasi come suo
naturale sviluppo e continuazione». Alla costituzione De Ecclesia, essa attinge
in particolare per quanto riguarda i capitoli II e IV. Il primo, sul nuovo
popolo di Dio, è, secondo Congar, «l’acquisizione ecclesiologica più
innovatrice del concilio », con la sua affermazione della radicale uguaglianza
di tutti i fedeli, laici, laiche, ministri, religiosi e religiose, sul piano
della dignità e della responsabilità nella vita cristiana, missionaria ed
ecclesiale, e della partecipazione
alle tre funzioni
profetica, sacerdotale e regale
di Cristo. Ciò comporta contemplare l’attività apostolica
del laicato sempre in prospettiva ecclesiale. Il capitolo IV, sui laici,
inquadra e determina fortemente la dottrina del nostro decreto. È doveroso indicare
la speciale incidenza di LG 31, sull’«indole secolare» come tratto «proprio e
peculiare» del laicato, perché sebbene lo slancio apostolico che li spinge a
condividere con gli altri uomini l’amore di Dio presente nei loro cuori sgorga
dalla loro condizione battesimale e cresimale, è a partire dalla loro
secolarità che si capisce ciò che è caratteristico del loro specifico modo di
partecipare alla missione della Chiesa.
Il proemio
rivela il desiderio del Concilio di cambiare rotta, di uscire da una visione di
Chiesa fatta di dicotomie e di contrasti tra clero e laicato, per una
valorizzazione sempre più significativa di laici e laiche, il cui ruolo viene
definito necessario per la missione della Chiesa come popolo di Dio. I padri
conciliari sono pienamente consapevoli della complessità e vastità di un mondo
che diviene sempre più popolato e che esige, dunque, l’intervento del laicato
con le specifiche competenze che il clero non può avere. «Questo è il fine
della Chiesa: con la diffusione del regno di Cristo su tutta la terra a gloria
di Dio Padre, rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla
redenzione, e per mezzo di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo»
(AA,2). La Chiesa desidera realizzare l’apostolato[1]
attraverso tutti i suoi membri e non più, come avveniva un tempo, attraverso
solamente la gerarchia ecclesiastica. Poiché incorporati a Cristo attraverso il
Battesimo, a tutti i cristiani «è
imposto il nobile impegno di lavorare affinché il divino messaggio della
salvezza sia conosciuto e accettato da tutti gli uomini, su tutta la terra»
(AA,3).
Per definire il senso dell’attività dei
laici nel mondo, il decreto dedica alcune pagine al tema specifico della
spiritualità laicale. La fecondità dell’apostolato del laicato dipende dalla
sua unione vitale con Cristo. In questo modo, mentre i laici accedono a tutto
ciò che la Chiesa mette a loro disposizione per rimanere uniti a Cristo,
tendono a: «cercare in ogni
avvenimento la volontà del Padre, vedere il Cristo in ogni uomo, vicino o
estraneo, giudicare rettamente del vero senso e valore che le cose temporali
hanno in sé stesse e in ordine al fine dell’uomo» (AA,4). In
questa prospettiva, risulta chiaro che l’ordine spirituale e l’ordine
temporale, lungi dall’essere realtà dicotomiche, sono in realtà intrinseche e
si richiamano a vicenda. Per i laici, infatti, la vita spirituale non è una
dimensione a sé stante, separata dalla vita, ma al contrario, ha come obiettivo
quello di orientare la realtà temporale nella direzione di Cristo.
Nel capitolo II del decreto, riguardante i
fini dell’apostolato dei laici, si precisa che questo apostolato non riguarda
solo la testimonianza della vita, vale a dire il servizio concreto dei laici
nelle situazioni del mondo in cui si trovano ad operare, ma anche l’attività
specifica di messaggeri e messaggere del Vangelo. «Il vero apostolo cerca le occasioni per
annunciare Cristo con la parola sia ai non credenti per condurli alla fede, sia
ai fedeli per istruirli, confermarli ed indurli ad una vita più fervente»
(AA,6). C’è dunque un ordine temporale con un valore proprio che è chiamato ad
essere trasformato nell’ottica del Vangelo dall’azione di laici e laiche, sia
nelle loro attività specifiche, valorizzando in questo modo le competenze
specifiche, sia attraverso un impegno esplicito di annuncio del Vangelo. «È compito di tutta la Chiesa aiutare gli
uomini affinché siano resi capaci di ben costruire tutto l’ordine temporale e
di ordinarlo a Dio per mezzo di Cristo» (AA,7). Il decreto
invita quindi, laici e laiche ad assumere il rinnovamento dell’ordine temporale
come compito proprio, e operare in modo concreto orientati dalla luce del
Vangelo. Solo i laici e le laiche possono fare in modo, attraverso il loro
impegno nelle cose temporali, di orientare le leggi, l’ordine politico ed
economico conforme a quello spirito del Vangelo di cui si alimentano
quotidianamente.
Come avviene l’apostolato del laicato? È a
questa domanda che il decreto tenta di rispondere nel capitolo IV, in cui
afferma che i laici e le laiche possono esercitare l’attività apostolica sia
individualmente, sia uniti in varie comunità o associazioni. L’apostolato
individuale è particolarmente richiesto là dove la libertà di espressione della
propria fede è gravemente impedita, oppure in quelle regioni dove i cattolici
sono pochi e dispersi. Oltre a ciò, il decreto inviti i laici e le laiche a
prendere seriamente in considerazione tutte le forme in cui diviene possibile e
necessaria la forma associata di apostolato. «Nelle attuali circostanze è assolutamente necessario che
nell’ambiente di lavoro dei laici sia rafforzata la forma di apostolato
associata e organizzata, poiché solo la stretta unione delle forze è in grado
di raggiungere pienamente tutte le finalità dell’apostolato odierno
e di difenderne validamente i frutti» (AA,18). Solo unendosi in associazione,
laici e laiche potranno incidere sulla mentalità generale, resistendo alle
pressioni che la diversità di pensiero e attitudine provoca nel mondo. Il
decreto, dunque, offre significative indicazioni per un’azione della Chiesa nel
mondo della politica e dell’economia, affinché siano salvaguardati i principi
evangelici e affinché venga modificata la mentalità della società in modo
incisivo, grazie a un chiaro orientamento verso Cristo.
Il capitolo V ricorda che l’apostolato dei
laici e delle laiche dev’essere inserito nell’apostolato di tutta la Chiesa, in
unione con coloro che hanno il compito di reggere la Chiesa di Dio. Il decreto
afferma, quindi, che «per
promuovere lo spirito di unione, affinché in tutto l’apostolato della Chiesa
splenda la carità fraterna, si raggiungano le comuni finalità e siano evitate
dannose rivalità, si richiede una stima vicendevole fra tutte le forme di
apostolato nella Chiesa e un conveniente coordinamento»
(AA,23). Viene dunque indicata la gerarchia come ordinatrice dell’esercizio
dell’apostolato, che vigila affinché la dottrina e le disposizioni fondamentali
siano rispettate. Infine, vengono date alcune indicazioni sulla formazione dei
laici e delle laiche all’apostolato, che suppone che essi siano integralmente
formati da un punto di vista umano. L’inserimento dei laici e delle laiche
negli ambiti specifici nei quali svolgono le loro attività, è una condizione
fondamentale per esercitare il laicato. «Oltre la formazione spirituale, è richiesta una solida preparazione
dottrinale e cioè etica, teologica, filosofica, secondo le diversità delle età,
delle condizioni e delle attitudini» (AA,29).
Guardato nel suo insieme, il decreto del
Concilio Vaticano II sull’apostolato dei laici e delle laiche offre molti
spunti di riflessione. Si respira il desiderio di una Chiesa che si vuole
liberare della secolare contrapposizione tra clero e laicato, una Chiesa, che
prende sempre più coscienza di essere popolo di Dio a servizio del Vangelo in
tutte le sue membra. Infine, significativa è la consapevolezza che si coglie in
tutte le pagine del decreto, del compito che la Chiesa ha nel mondo di essere
fermento, chiamata a dare uno spessore evangelico alle realtà temporali che
incontra sul suo cammino, attraverso l’azione dei laici e delle laiche. Solo il
recupero dell’ecclesiologia del popolo di Dio poteva arrivare a queste aperture
e a questa comprensione della missione che la Chiesa ha nel mondo.
[1] P. Neuner fa notare che il termine
apostolato fu molto dibattuto all’interno del concilio, perché sembrava che
dagli studi emergesse il fatto che il titolo di apostoli doveva essere
attribuito solamente ai loro successori, vale a dire i vescovi. «Alla
fine, però, si conservò il concetto di apostolato dei laici esprimendo, in tal
modo, che è la Chiesa nel suo insieme, come popolo di Dio, ad essere
apostolica, e non soltanto il ministero ordinato episcopale. L’apostolicità è
dunque una caratteristica della Chiesa considerata come un tutt’uno» (Neuner,
Per una teologia del popolo di Dio, 105).
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