lunedì 7 settembre 2026

Laici e laiche nella Chiesa popolo di Dio

 




Paolo Cugini

 

 

Subito dopo il capitolo III della LG, dedicata alla costituzione gerarchica della Chiesa, con un’attenzione particolare all’episcopato, il documento conciliare dedica un intero capitolo con nove paragrafi al delicato tema del laicato. Con il termine “laici” il Concilio designa tutti i cristiani battezzati, appartenenti al popolo di Dio e, in virtù del battesimo partecipano al triplice munus regale, profetico e sacerdotale di Cristo. Lo specifico dei laici è il carattere secolare, in quanto «per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta». (LG,31) I laici sono, quindi, chiamati a santificare il mondo dall’interno, come il fermento la pasta, vivendo il Vangelo nei luoghi in cui sono chiamati ad operare. La trasformazione delle cose temporali affinché assumano la forma di Cristo: è questo il compito specifico che la Chiesa affida al laicato. Significativo è il richiamo al principio di uguaglianza che vige fra tutti coloro che fanno parte del popolo di Dio, uguaglianza data dalla partecipazione dell’unico battesimo e dell’unico Spirito che agisce nella Chiesa. «Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o alla nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché "non c'è né Giudeo né Gentile, non c'è né schiavo né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Gal 3,28 gr.; cf. Col 3,11)» (LG,32).

Il nuovo sacerdozio che Cristo ha istituito offrendo la propria vita per il Padre, permette a tutti i battezzati e, dunque, anche a laici e laiche, di percorrere lo stesso cammino. Il culto che laici e laiche sono chiamati a compiere, oltre a quello specifico nel tempio e nella liturgia, si realizza in una vita piena donata in Cristo al Padre. «Tutte le loro attività, infatti, preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo (cf. 1Pt 2,5)» (LG,34).

Lo stesso discorso vale per il munus profetico che coinvolge ogni persona laica a collaborare per l’annuncio del Vangelo. È attraverso laici e laiche che la forza del Vangelo risplende nella vita quotidiana, familiare e sociale. Il Concilio ha piena consapevolezza dell’importanza della presenza laicale nel mondo per la sua evangelizzazione. Non è, quindi, solamente una questione di mancanza di forze, come se il processo di evangelizzazione spettasse solamente a persone specifiche della Chiesa. È tutto il popolo di Dio chiamato ad evangelizzare e a far presente il Regno di Dio nel mondo, ognuno con il proprio carisma specifico. «Questa evangelizzazione o annunzio di Cristo fatto con la testimonianza della vita e con la parola, acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo» (LG,35).

È nel munus regale vissuto da laici e laiche che il Concilio rende chiaro il loro ruolo nel mondo.

I fedeli perciò devono riconoscere la natura profonda di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio, e aiutarsi a vicenda a una vita più santa anche con opere propriamente secolari, affinché il mondo si impregni dello spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace. Nel compimento universale di questo ufficio, i laici hanno il posto di primo piano. Con la loro competenza quindi nelle discipline profane e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, portino efficacemente l'opera loro, affinché i beni creati, secondo i fini del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla cultura civile per l'utilità di tutti gli uomini senza eccezione, e siano tra loro più convenientemente distribuiti e, secondo la loro natura, portino al progresso universale nella libertà umana e cristiana (LG,36).

Vengono, dunque, valorizzate le competenze professionali tipiche dei laici. Competenze, acquisite nel mondo, che devono essere costantemente orientate dalla sapienza del Vangelo per la trasformazione del mondo in Cristo. Questo processo di conformazione al capo del corpo che è Cristo, non può che interessarsi anche delle strutture politiche ed economiche che spesso offuscano il progetto di Dio nel mondo. Il testo conciliare parla esplicitamente di ricerca di pace e di armonia, come segno della presenza di Dio nel mondo. Obiettivi molto alti che, tuttavia, giustificano l’impegno dei laici e delle laiche in tutte quelle situazioni deformate dal peccato, quali le varie forme di corruzione politica o di strutture che mettono al primo posto l’interesse economico e non la persona. «Nel nostro tempo è sommamente necessario che questa armonia risplendano nel modo più chiaro possibile nella maniera di agire dei fedeli, affinché la missione della Chiesa possa più pienamente rispondere alle particolari condizioni del mondo moderno» (LG,36).

Il 18 novembre 1965 il Concilio Vaticano II ha approvato il decreto Apostolicam Actuositatem (d’ora in poi AA) sull’apostolato laico, documento poco conosciuto e anche poco citato persino dagli studiosi di ecclesiologia, ma di grande importanza per lo sviluppo della teologia del laicato. È a questo documento, più che alla LG, che il Concilio ha affidato la propria riflessione sul ruolo del laicato nella Chiesa come popolo di Dio. Nella prospettiva del nostro lavoro vale, allora, la pena soffermarvi la nostra attenzione.

A ragione è stato detto che «l’introduzione al decreto sull’apostolato dei laici è l’intera Costituzione dogmatica sulla Chiesa LG». Per i padri conciliari, l’AA è «quasi come suo naturale sviluppo e continuazione». Alla costituzione De Ecclesia, essa attinge in particolare per quanto riguarda i capitoli II e IV. Il primo, sul nuovo popolo di Dio, è, secondo Congar, «l’acquisizione ecclesiologica più innovatrice del concilio », con la sua affermazione della radicale uguaglianza di tutti i fedeli, laici, laiche, ministri, religiosi e religiose, sul piano della dignità e della responsabilità nella vita cristiana, missionaria ed ecclesiale, e della partecipazione   alle   tre   funzioni   profetica, sacerdotale   e   regale   di   Cristo. Ciò   comporta contemplare l’attività apostolica del laicato sempre in prospettiva ecclesiale. Il capitolo IV, sui laici, inquadra e determina fortemente la dottrina del nostro decreto. È doveroso indicare la speciale incidenza di LG 31, sull’«indole secolare» come tratto «proprio e peculiare» del laicato, perché sebbene lo slancio apostolico che li spinge a condividere con gli altri uomini l’amore di Dio presente nei loro cuori sgorga dalla loro condizione battesimale e cresimale, è a partire dalla loro secolarità che si capisce ciò che è caratteristico del loro specifico modo di partecipare alla missione della Chiesa.

Il proemio rivela il desiderio del Concilio di cambiare rotta, di uscire da una visione di Chiesa fatta di dicotomie e di contrasti tra clero e laicato, per una valorizzazione sempre più significativa di laici e laiche, il cui ruolo viene definito necessario per la missione della Chiesa come popolo di Dio. I padri conciliari sono pienamente consapevoli della complessità e vastità di un mondo che diviene sempre più popolato e che esige, dunque, l’intervento del laicato con le specifiche competenze che il clero non può avere. «Questo è il fine della Chiesa: con la diffusione del regno di Cristo su tutta la terra a gloria di Dio Padre, rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione, e per mezzo di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo» (AA,2). La Chiesa desidera realizzare l’apostolato[1] attraverso tutti i suoi membri e non più, come avveniva un tempo, attraverso solamente la gerarchia ecclesiastica. Poiché incorporati a Cristo attraverso il Battesimo, a tutti i cristiani «è imposto il nobile impegno di lavorare affinché il divino messaggio della salvezza sia conosciuto e accettato da tutti gli uomini, su tutta la terra» (AA,3).

Per definire il senso dell’attività dei laici nel mondo, il decreto dedica alcune pagine al tema specifico della spiritualità laicale. La fecondità dell’apostolato del laicato dipende dalla sua unione vitale con Cristo. In questo modo, mentre i laici accedono a tutto ciò che la Chiesa mette a loro disposizione per rimanere uniti a Cristo, tendono a: «cercare in ogni avvenimento la volontà del Padre, vedere il Cristo in ogni uomo, vicino o estraneo, giudicare rettamente del vero senso e valore che le cose temporali hanno in sé stesse e in ordine al fine dell’uomo» (AA,4). In questa prospettiva, risulta chiaro che l’ordine spirituale e l’ordine temporale, lungi dall’essere realtà dicotomiche, sono in realtà intrinseche e si richiamano a vicenda. Per i laici, infatti, la vita spirituale non è una dimensione a sé stante, separata dalla vita, ma al contrario, ha come obiettivo quello di orientare la realtà temporale nella direzione di Cristo.

Nel capitolo II del decreto, riguardante i fini dell’apostolato dei laici, si precisa che questo apostolato non riguarda solo la testimonianza della vita, vale a dire il servizio concreto dei laici nelle situazioni del mondo in cui si trovano ad operare, ma anche l’attività specifica di messaggeri e messaggere del Vangelo. «Il vero apostolo cerca le occasioni per annunciare Cristo con la parola sia ai non credenti per condurli alla fede, sia ai fedeli per istruirli, confermarli ed indurli ad una vita più fervente» (AA,6). C’è dunque un ordine temporale con un valore proprio che è chiamato ad essere trasformato nell’ottica del Vangelo dall’azione di laici e laiche, sia nelle loro attività specifiche, valorizzando in questo modo le competenze specifiche, sia attraverso un impegno esplicito di annuncio del Vangelo. «È compito di tutta la Chiesa aiutare gli uomini affinché siano resi capaci di ben costruire tutto l’ordine temporale e di ordinarlo a Dio per mezzo di Cristo» (AA,7). Il decreto invita quindi, laici e laiche ad assumere il rinnovamento dell’ordine temporale come compito proprio, e operare in modo concreto orientati dalla luce del Vangelo. Solo i laici e le laiche possono fare in modo, attraverso il loro impegno nelle cose temporali, di orientare le leggi, l’ordine politico ed economico conforme a quello spirito del Vangelo di cui si alimentano quotidianamente.

Come avviene l’apostolato del laicato? È a questa domanda che il decreto tenta di rispondere nel capitolo IV, in cui afferma che i laici e le laiche possono esercitare l’attività apostolica sia individualmente, sia uniti in varie comunità o associazioni. L’apostolato individuale è particolarmente richiesto là dove la libertà di espressione della propria fede è gravemente impedita, oppure in quelle regioni dove i cattolici sono pochi e dispersi. Oltre a ciò, il decreto inviti i laici e le laiche a prendere seriamente in considerazione tutte le forme in cui diviene possibile e necessaria la forma associata di apostolato. «Nelle attuali circostanze è assolutamente necessario che nell’ambiente di lavoro dei laici sia rafforzata la forma di apostolato associata e organizzata, poiché solo la stretta unione delle forze è in grado di raggiungere pienamente tutte le finalità dell’apostolato odierno e di difenderne validamente i frutti» (AA,18). Solo unendosi in associazione, laici e laiche potranno incidere sulla mentalità generale, resistendo alle pressioni che la diversità di pensiero e attitudine provoca nel mondo. Il decreto, dunque, offre significative indicazioni per un’azione della Chiesa nel mondo della politica e dell’economia, affinché siano salvaguardati i principi evangelici e affinché venga modificata la mentalità della società in modo incisivo, grazie a un chiaro orientamento verso Cristo.

Il capitolo V ricorda che l’apostolato dei laici e delle laiche dev’essere inserito nell’apostolato di tutta la Chiesa, in unione con coloro che hanno il compito di reggere la Chiesa di Dio. Il decreto afferma, quindi, che «per promuovere lo spirito di unione, affinché in tutto l’apostolato della Chiesa splenda la carità fraterna, si raggiungano le comuni finalità e siano evitate dannose rivalità, si richiede una stima vicendevole fra tutte le forme di apostolato nella Chiesa e un conveniente coordinamento» (AA,23). Viene dunque indicata la gerarchia come ordinatrice dell’esercizio dell’apostolato, che vigila affinché la dottrina e le disposizioni fondamentali siano rispettate. Infine, vengono date alcune indicazioni sulla formazione dei laici e delle laiche all’apostolato, che suppone che essi siano integralmente formati da un punto di vista umano. L’inserimento dei laici e delle laiche negli ambiti specifici nei quali svolgono le loro attività, è una condizione fondamentale per esercitare il laicato. «Oltre la formazione spirituale, è richiesta una solida preparazione dottrinale e cioè etica, teologica, filosofica, secondo le diversità delle età, delle condizioni e delle attitudini» (AA,29).

Guardato nel suo insieme, il decreto del Concilio Vaticano II sull’apostolato dei laici e delle laiche offre molti spunti di riflessione. Si respira il desiderio di una Chiesa che si vuole liberare della secolare contrapposizione tra clero e laicato, una Chiesa, che prende sempre più coscienza di essere popolo di Dio a servizio del Vangelo in tutte le sue membra. Infine, significativa è la consapevolezza che si coglie in tutte le pagine del decreto, del compito che la Chiesa ha nel mondo di essere fermento, chiamata a dare uno spessore evangelico alle realtà temporali che incontra sul suo cammino, attraverso l’azione dei laici e delle laiche. Solo il recupero dell’ecclesiologia del popolo di Dio poteva arrivare a queste aperture e a questa comprensione della missione che la Chiesa ha nel mondo.

 



[1] P. Neuner fa notare che il termine apostolato fu molto dibattuto all’interno del concilio, perché sembrava che dagli studi emergesse il fatto che il titolo di apostoli doveva essere attribuito solamente ai loro successori, vale a dire i vescovi. «Alla fine, però, si conservò il concetto di apostolato dei laici esprimendo, in tal modo, che è la Chiesa nel suo insieme, come popolo di Dio, ad essere apostolica, e non soltanto il ministero ordinato episcopale. L’apostolicità è dunque una caratteristica della Chiesa considerata come un tutt’uno» (Neuner, Per una teologia del popolo di Dio, 105).

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