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domenica 23 marzo 2025

UNA GIORNATA IN MISSIONE NEL QUARTIERE COMPENSA DI MANAUS

Veduta del quartiere san Vincenzo de Paoli



Paolo Cugini

Venerdì, 21 marzo. Mi piace iniziare il giorno all’alba, immergendomi nel Mistero: orienta positivamente tutta la giornata. Nel silenzio della cappellina alla luce di due candele contemplo il crocefisso e medito sul mistero dell’amore che è il senso della vita. Amore gratuito, disinteressato, amore che conduce verso l’altra, l’altro. Mi chiedo se vivo questa prospettiva. Vengono alla mia mente situazioni, volti, storie d’amore, di donazione. Eventi che m’interpellano e che, allo stesso tempo, indicano un cammino che esige fermezza, scelte e, a volte, rotture. Per questo invoco lo Spirito e mi faccio aiutare dai salmi perché, a volte, non trovo le parole. “Cerco il tuo volto, Signore”; “l’anima mia anela a Te”. Oggi è il compleanno di mia cognata Anna: una preghiera va anche per lei.

Nel silenzio della cappellina della casa parrocchiale

Dopo la preghiera del mattino verso le 6,10 mi dirigo alla comunità santo Ignazio per il caffè Caritas. Mentre vado mi fermo per compare dei pezzi di torta che, senza dubbio, saranno utili. Arrivo sul posto alle 6,20 e Nete e Wanilda stanno sistemando due tavoli e portando le cose per la colazione dei poveri. Dopo alcuni minuti, arrivano anche altre due signore e Antonio, il ministro della Parola della comunità per dare una mano. La cappella è in via di riforma e, quindi, ci mettiamo sul ciglio della stradina, che è la strada principale della comunità. Pian piano cominciano ad arrivare persone dalle zone povere anche di altre comunità. Antonio si allontana dicendo che va nel punto dei taxi perché a che la ci sono dei senza tetto. Infatti, dopo circa venti minuti in un solo colpo ne arrivano 10 molto affamati. Con Antonio e sua moglie lasciamo la colazione dei poveri per dirigerci al secondo evento della giornata.

Preparando la colazione per i poveri del quartiere Santo Ignazio


Verso le 7,45 siamo nella piazza do  Leme, l’unica piazza del quartiere. Da alcune settimane stiamo organizzando un evento in linea con la Campagna della Fraternità 2025 che ha come tema Ecologia Integrale. Abbiamo coinvolto l’associazione degli abitanti della Compensa e il comune nel servizio di pulizia. L’obiettivo consiste nel sensibilizzare le persone a non buttare la plastica nei canali, nel fiume o per strada, ma a raccoglierlo nei specifici contenitori. Un gruppo di circa 50 persone, per lo più giovani, che lavorano per il comune sono arrivati sul posto verso le 8,30 per passare in tutte le case orientando i cittadini sull’importanza di imparare a raccogliere la plastica negli appositi contenitori. In piazza, oltre ad alcuni rappresentanti dell’associazione del quartiere e del Municipio, c’era anche una ventina di rappresentanti del Movimento fede e cittadini della parrocchia. Proprio la parrocchia si è incaricata di fornire una merenda che l’amica Lene ha portato in piazza verso le 10. Mattinata, dunque, molto positiva, anche perché ha permesso di conoscere persone nuove del quartiere e anche di creare alcuni legami con gli organi del Municipio. 

Un gruppo del Movimento Fede e Cittadinanza con alcuni rappresentanti del Municipio
Per la giornata dedicata alla pulizia del quartiere




Verso le 14,45 assieme a Raimundo e Israele siamo andati nella favela Meu Bem e meu Mal, vicino alla comunità si san Pietro. Era quasi un anno che non riuscivo ad entrare in questa realtà dominata dal traffico. Il contato l’ho avuto attraverso Fernanda, una giovane che sabato scorso è venuta ad iscriversi per il percorso ella cresima e, quando mi ha detto che abitava nella favela, immediatamente gli ho chiesto se mi aiutasse a ritornare. “Don Paolo, sono Fernanda: la prossima settimana se hai tempo puoi venire. Hanno detto che puoi anche mettere in agenda una messa”.  Detto e fatto. Con Raimundo e Israele abbiamo girato per le stradine della favela che descriverla come situazione allucinante è poco. Mentre scendevamo lo scalone che dalla comunità san Pietro verso la favela mi chiedevo come si faccia vivere in un posto come questo fatto di palafitte, case fatiscenti. Ho notato che dentro la favela ci sono anche alcuni piccoli negozi e questo è positivi, perché evia agli abitanti di fare delle rampe di scale ripidissime. Arrivati da Fernanda gli abbiamo chiesto di portarci in alcune case dove c’erano dei bambini e adolescenti. La scusa era quella di mostrare il foglio che riporta i progetti di Margens – chitarra, danza, inglese -; l’intento principale era quello di riprendere contatto con una realtà che merita tutta la nostra attenzione. Visitando le case, passando da una stradina all’altra pensavo che fosse difficile incontrare un posto così, che sembra abbandonato da tutti. Chi domina questa area è il traffico di droga che garantisce la sicurezza degli abitanti ma, allo stesso tempo, detta una legge ferra e, chi disobbedisce paga con la morte. “E’ meglio che stai attento a fare le foto: se ti vedono possono intervenire in modo duro”. È Raimundo che mi allerta, nonostante stessi prendendo tutte le precauzioni possibili per non farm vedere. Non c’è da scherzare: è questo il messaggio sotteso di Raimundo. Incontriamo un gruppo di bambini che giocano su uno spazio di cemento tra alcune case. Li chiamiamo per parlare loro dei progetti. “Dove si fanno?” mi chiede uno di loro. “Nella parrocchia di san Vincenzo” risponde Israele. Gli sguardi dei bambini diventano tristi perché per loro è impossibile salire lo scalone alla sera. Per questo pensavo di proporre all’equipe di Margens di provare a pensare un progetto specifico per la favela. Vediamo.



Uno squarcio della drammatica situazione della Favela Meu bem e meu Mal

Alle 19,30 studio biblico nella comunità santo Antonio. È un cammino molto profondo e interessante. Vedere adulti che con il Vangelo cominciano ad avere attitudini nuove, perché scoprono proposte nuove, evangeliche, che modificano prospettive antiche. Vedo gli occhi di Maria Irene, una signora di settanta anni attenti su quello che si legge, si commenta: è come se scoprisse ora la bellezza della proposta di Gesù proprio adesso. E poi ci sono i ragazzi dei gruppi giovani quasi sempre presenti. In ogni parrocchia che entro faccio la proposta dello studio biblico settimanale ed è sempre una proposta che incontra il favore dei fedeli. Ed è camminando con le persone delle comunità meditando insieme la Parola che le nostre scelte quotidiane assumono lentamente una sintonia, parlano la stessa lingua: la lingua del Vangelo. 

Un momento dello studio biblico



domenica 21 aprile 2024

POVERI CHE AIUTANO POVERI

 

 

 

Paolo Cugini

Da circa un anno la Caritas della parrocchia san Vincenzo di Paolo, in cui sto svolgendo il ministero, organizza una volta al mese un pranzo per coloro che abitano per strada, che non hanno casa. È una goccia nell’oceano di povertà che circonda il territorio della nostra parrocchia: ne siamo consapevoli. In ogni modo è un segno, nel senso che, con questo piccolo gesto, desideriamo implicitamente comunicare che li vediamo, sappiamo quanto soffrono e, per quello che possiamo, ci siamo. In realtà non si tratta solo del pranzo, ma anche della colazione e della distribuzione di indumenti.  Inoltre, la Caritas una volta al mese, nello stesso giorno in cui realizza il pranzo, visita quelle famiglie che abitano sotto il ponte di Manaus, una zona che fa parte della nostra parrocchia.

I cuochi della Caritas parrocchiale

Sabato 20 aprile ho partecipato alla giornata Caritas e sono rimasto impressionato da alcuni dati. Ho potuto constatare che coloro che operano il servizio Caritas sono tutti poveri, cioè, sono persone della stessa fascia sociale di coloro che vengono raggiunti dalla Caritas. Alcuni di questi volontari Caritas, infatti, sono già stati aiutati per pagare l’affitto, o con una borsa della spesa. Si tratta, quindi, di poveri che aiutano altri poveri. Senza dubbio quelli che arrivano per partecipare al pasto Caritas sono più bisognosi di coloro che fanno questo servizio, ma si tratta pur sempre di poveri. Il secondo dato che mi ha veramente impressionato è la situazione di grande indigenza di coloro che abbiamo visitato sotto il Ponte di Manaus o nelle vicinanze del ponte. Una miseria così grande l’avevo vista solo a Bologna (hai letto bene, si tratta della Capitale dell’Emilia-Romagna, prima nella lista per lo stile di vita in Italia), quando visitavo il campo nomadi situato nel parco adiacente all’Ospedale Maggiore. Sono situazioni come queste che, quando le si incontra, si rimane sbigottiti, senza parole, pervasi da un senso d’impotenza, provocati a pensare che sembra non esserci limite alla disumanità di coloro che arraffano tutto quello che possono e se ne infischiano di coloro che non possono nemmeno mangiare le briciole sotto il tavolo dei ricchi sfondati.

Le baracche nei pressi del ponre di Manaus



Il comune di Manaus ogni giorno elargisce pasti per i poveri in due punti della città. Non li distribuisce gratis, ma esige un real, che corrisponde a 20 centesimi di euro. Un gesto simbolico per dire che non offre il pasto gratis. Pasto che la persona che lo desidera deve arrivare alla mattina alle 9 per prendere il biglietto d’iscrizione e poi ripassare alla 12. Strategia utilizzata dal comune per scoraggiare i furbi di turno che, pur di mangiare a sbafo, si intrufolano nella coda dei poveri. Il comune, dunque, fa qualcosa, anche se la domanda è amplissima. Manaus è, infatti, una città del paese più diseguale del mondo. È questo che emerge dai recenti dati divulgati dal sito Unisinos dell’università di San Leopoldo nel Sud del Brasile, che ha organizzato un Master sulla realtà sociale dell’America Latina. Circa 20 milioni di persone in Brasile vivono nelle favelas, che si trovano un po' dappertutto nel territorio brasiliano. Eppure, il Brasile è l’ottava potenza economica del Pianeta e potrebbe tranquillamente piazzarsi sul podio, considerata la grande ricchezza di materie prime e il tessuto industriale del paese. Nel continente sudamericano, più che in altri punti del Pianeta, è visibile il risultato devastante del modello neoliberale, che continua ad arricchire pochi e impoverendo la maggior parte della popolazione.

Incontro del Movimento Fede e Citadinanza

Proprio per seguire le indicazioni della dottrina sociale della Chiesa, che non solo offre pasti caldi per i poveri, ma cerca di smantellare le cause della povertà, nella parrocchia San Vincenzo de Paulo, è sorto il comitato Fede e Cittadinanza. Nello stesso sabato del pasto Caritas, alla sera il gruppo Fede e Cittadinanza ha organizzato un evento in cui sono stati invitati il Promotore di Giustizia Flavio Mota e l’avvocato Carlo Santiago, per presentarci e spiegarci le leggi contro la corruzione elettorale presenti in Brasile. Quest’anno, infatti, è anno di elezioni municipali e, nelle città brasiliane, vengono eletti sindaci e assessori comunali. Sono elezioni molto disputate, perché nelle casse dei municipi arrivano i soldi per l’infrastruttura, l’educazione, la salute delle città e, di conseguenza, chi arriva al potere dovrà amministrare molti soldi. Non a caso il Paese più disuguale del mondo è uno dei paesi più politicamente corrotti. Dove c’è povertà c’è corruzione.

Il promotore di giustizia Flavio mota e l'avvocato Carlo Santiago


Il lavoro pastorale che il Movimento Fede e Cittadinanza è chiamato a svolgere consiste in primo luogo formare i cittadini sulle leggi del Paese contro la corruzione elettorale e, in secondo luogo, vigilare affinché i candidati agiscano sul nostro territorio parrocchiale conforme alle leggi. Sia il promotore di giustizia che l’avvocato presenti all’evento, ci hanno ricordato che il lavoro di coscientizzazione che la parrocchia si presta ad iniziare in questo anno di elezioni municipali non sarà facile e tranquillo, ma occorrerà attrezzarsi di molta pazienza e prudenza. Speriamo il bene.

 

sabato 11 novembre 2017

CONVEGNO DIOCESANO CARITAS 2017






SABATO 11 NOVEMBRE 2017
I POVERI NON SONO UN PROBLEMA

Sintesi: Paolo Cugini

Come l’esperienza della Caritas parrocchiale può contaminare positivamente la comunità.

Tavola rotonda:
Domanda: si tratta di valorizzare la vota delle persone fragili come soggetti attivi dell’azione apostolica. Non si può considerare i poveri solo oggetto della Carità. Abib, quando sei entrata in Casa di Carità ti sei sentita accolta?
Abib: vengo dall’Albania. Subito ho avuto paura. Un ospite mi è venuto a dare un bacio e questo mi ha sorpreso. Non ho fatto fatica ad inserirmi nella casa. Il parroco è divenuto per Nicola un punto di riferimento, un papà per mio figlio. Significativi sono stati certi incontri. Ad esempio Marina, una mamma ucraina con un tumore. Mi sono sentita ospite tra gli ospiti; le persone della casa sono divenute miei fratelli e sorelle. Ho trovato una nuova famiglia. Chi mi ha ascoltato ha capito i motivi della nostra fuga. Ho chiesto per me e mio figlio il cammino per ricevere il Battesimo. Nella Casa di Carità ho capito cosa vuole dire essere Chiesa.

Domanda: Non pensiamo ai poveri solo come qualcosa che ci permette di fare volontariato. Deve nascere una condivisione. Che cosa ha fatto la comunità con i profughi che sono arrivati?
Alfredo: un anno fa è arrivato un gruppo di ragazzi del Mali, tra i 17 e i 20 anni. Questi ragazzi alloggiano in una casa della parrocchia. Abbiamo cominciato a conoscerli nei campi estivi. E’ divenuta un’opportunità. L’arricchimento umano è stato reciproco. Ci hanno aiutato a crescere.

Domanda: da persona ospitata sei diventata ospitante. Cosa ne pensi che cosa ha detto il Papa?
Anonimo: sono stato accolto dalla Caritas e ho trovato persone molto umane. Poi mi sono prodigato ad aiutare gli altri e adesso gestisco il dormitorio Caritas. Il dono genera reciprocità.

Passare dall’assistenza alla relazione.

Calcaterra: dobbiamo uscire dal paradigma dell’io, per arrivare al paradigma del noi, e cioè facciamo assieme. Dobbiamo pensare ad arricchirci umanamente insieme.

DON ADOLFO MACCHIOLI
Direttore Caritas diocesana di Savona.
1 Gv 1, 1-4a; Lc 10, 21-22. Due quadri per incominciare. Queste due immagini c’introducono al tema della gioia. Non possiamo essere cristiani tristi. La gioia innanzi tutto la riceviamo. Nella relazione esiste la diversità. E’ la gioia che rende possibile la condivisione. La Carità non è una prestazione, non è l’eccellenza. Finché la gioia non è condivisa, la gioia è mancante. Con Papa Francesco la profezia è lui, è lui che ci anticipa. In ogni modo anche noi abbiamo un compito di profezia, dobbiamo dire l’esigenza di Dio oggi. L’unica profezia significativa è l’amore, perché dice di Dio. L’essere prossimo a chi è nella solitudine, perché è questa la povertà più grande. E’ possibile ancora vivere fidandosi: è questa la grande missione. Madre Teresa non faceva dire dei rosari i poveri, ma lo lavava e li asciugava. E’ il gesto che parla. Dio si fa prossimo e cammina con noi. Il nostro servizio è rendere possibile la reciprocità. Non è un problema di metodo la carità, ma di contenuto e di relazione. Il servizio non può essere misurato dal bisogno, ma della relazione che abbiamo attivato. Il servizio ha senso nella misura che abbiamo attivato relazioni. Ascoltare le fragilità della vita.

 Jean Vanier: la comunità luogo del perdono e della festa. Non esiste la comunità ideale. La comunità è fatta di persone con le loro ricchezze e povertà. Amare significa diventare deboli e vulnerabili, lasciare entrare gli altri dentro di sé.

Henri Nuven: il guaritore ferito, Queriniana. Guarisci gli altri se scopri la tua ferita. Dentro alla relazione o ci si scopre vulnerabili, o si fallisce la relazione. Essere e stessi vuole dire scoprire la propria fragilità. L’altro deve poter vedere la mia fragilità.
Essere amati: se non sei amato il cuore s’indurisce. Nella relazione scopriamo che l’amore esiste perché qualcuno ci ha amato, altrimenti scopriamo la durezza. L’amore è una questione dell’esserci. Chi dorme in strada la famiglia non ce l’ha più.

Criteri dell’Evangeli Gaudium nella prospettiva di costruire una comunità:
1.        Il tempo è superiore allo spazio: non dobbiamo privilegiare gli spazi di potere. Perché uno che è nel bisogno non può scegliere? Dove parte lo spazio di potere? Dal fatto che facendo un servizio ho un potere. Dipende come lo vivo. Ci vogliono le regole. Se diventa uno spazio che devo difendere, diviene uno spazio di dittatura. Occorre preferire i processi. La Caritas avvia dei processi o tende a conservare la nostra idea. In certi posti i poveri non ci vanno. Privilegiare i processi: oltre il pacco che porto devo bussare alla porta del vicino. Chiedere la carità è umiliante. Coinvolgo il quartiere e le persone. Avviare processi che tolgono la paura.

2.      L’unità è superiore al conflitto, anche se il conflitto va accolto. Accogliere l’altro significa lavorare sulla paura che genera conflitto, resistenze. Occorre evitare di essere giudicanti. E’ un lavoro difficile che può iniziare se siamo capaci di abitare le nostre paure.

3.       La realtà è superiore all’idea. Dobbiamo lavorare con il reale. E’ il bisogno a guidare il progetto. Non ha senso fare dei progetti su realtà inesistenti. Osservatorio delle povertà. Occorre mettersi a ragionare sulla realtà che ci circonda.

4.      Il tutto è superiore alla parte. La parte deve contribuire a far crescere il tutto, la comunità. Lavoriamo nel piccolo dentro ad un’animazione più grande: quartiere, parrocchia, condominio. E’ il tutto nel quale inserisco la persona. Tenere presente il tutto significa condurre le persone verso la comunità, relazioni nuove e non solo di aiuto.
Indicazioni:
·         Abbiamo il compito di comunicare il bene senza cercare di affermare noi stessi. Il dono crea relazione. Anche il povero deve avere questa possibilità.
·         Il poco che abbiamo, basta e avanza se lo mettiamo nelle mani di Dio.
·         Costruire è saper rinunciare alla perfezione.




sabato 21 novembre 2015

CONVEGNO CARITAS - DIOCESI DI REGGIO EMILIA E GUASTALLA




SABATO 21 NOVEMBRE 2015

CHE COSA DOBBIAMO FARE?
Sintesi: Paolo Cugini
Meditazione su 1 Corinzi 12
Giovanna Bondavalli

La Parola ci mette in discussione perché dice di noi e del Signore e della sua volontà di accompagnarci.
Corinto è una parrocchia dove il Signore è andato a liberare dei vincoli troppo stretti. Certi comportamenti vengono tollerati all’insegna dell’indifferenza. CI si preoccupa poco di come stanno gli altri. Corinto è una comunità dove si prega bene, si fanne delle belle messe, anche se non c’è una grande unità. Corinto è una tipica parrocchia. In mezzo alle fatiche Corinto è un parrocchia che non ha paura di tirar fuori i problemi, di farsi delle domande e di farne a Paolo. E’ una parrocchia che cerca di capire come deve cambiare. E’ una comunità che non si accontenta. Facciamo fatica a penare. Invece a Corinto ci si dà il tempo di pensare, di confrontarsi. Paolo non si rivolge ai preti, ma ai laici. Al centro del confronto ci sono i problemi, le sfide. C’è un metodo di lavoro, una prassi pastorali, un modo di lavorare che Paolo propone a quelli di Corinti che è il filo conduttore di tutta la lettera. Paolo scrive ad una Chiesa a cui vuole bene. AL centro della lettera c’è il tema del legame, della relazione. A partire da ciò Paolo vuole aiutare questa comunità a raccogliere le difficoltà per conoscersi meglio. I problemi si guardano in faccia e si affrontano insieme. Punti di partenza sempre una vicenda concreta. A Corinto c’è il problema che ci sono tanti gruppi. C’è anche il problema della poca comunione. Ci sono situazioni concrete. A queste sfide si risponde tornando ai fondamenti, al Vangelo a Gesù. Tornare ai fondamenti non significa tornare alla morale, alla riflessione teologica. AL centro della fede c’è una storia, l’incontro con una persona. Il Vangelo deve entrare a confronto con la vita. Paolo dice che tornare al fondamento significa trovare nel Vangelo le condizione le vie per rileggere l’oggi. Occorre avere un’attenzione costante all’oggi. Sforzo per incarnare l’oggi. Paolo si preoccupa sempre di calare nel vissuto concreto delle persone.

C’è un criterio decisivo per trovare una soluzione ai problemi: l’attenzione ai più piccoli e più deboli e a quelli che fanno fatica nella fede. La coscienza dell’altro è importante. La debolezza rimanda al centro del Vangelo: Gesù Crocifisso. Non è la sapienza che ci salva e nemmeno i miracoli; ciò che ci ha salvato è stato lo scandalo, la stupidità della croce. Stupidità significa le scelte perdenti di Dio. Gli imperfetti sono decisivi. Non bisogna svuotare la croce, ma custodire la Parola della Croce.
Paolo sottolinea spesso che questo percorso va fatto mettendo al centro le relazioni e insieme. E’ stata questa la scelta di Gesù. Questo metodo di lavoro chiede una certa fatica. Il Vangelo ci fa andare più piano, però per Paolo è l’unica alternativa possibile. Vivere la fede insieme, camminare insieme non è un accessorio secondario, ma fondamentale.

Pur essendo molti siamo un corpo solo perché così è Cristo. Ci si conforma a Gesù se si è corpo. Siamo noi con la nostra umanità insieme ad essere Corpo di Cristo. Oggi dov’è il corpo di Cristo? Siamo noi quando siamo insieme. Aiutare l’altro a mettere il suo dono al servizio. Scoprire che l’altro non è un rivale, ma un fratello e una sorella. Vivere e far vivere i verbi del corpo.
Se volete costruire che il corpo cresca è necessario:
·         appartenere
·         avere bisogno
·         avere cura
·         soffrire insieme e gioire insieme
Sono i verbi dell’incarnazione. Su questi quattro verbi si costruisce la vita delle comunità.
Perché il corpo cresca bisogna aver chiaro un requisito essenziale: le membra più deboli sono più necessarie.
Fragili, i piccoli i poveri, gli svergognati, i peccatori, i disonorati: sono i necessari, cioè senza di loro non c’è la Chiesa. La comunità locale sta su per gli svergognati, gli spudorati, i deboli, ecc.
Necessari significa protagonisti. La messa fatta senza vivere la comunione con i poveri non serve a nulla. Necessari perché Dio ha voluto così, ha scelto così. Perché attraverso la croce la debolezza è divenuto il luogo della manifestazione di Dio. Il nostro re è un consegnato. La povertà come carisma, che deve divenire il ministero che tiene su la comunità.

Poveri non come destinatari di una prestazione, ma come soggetti ecclesiali. La povertà è il luogo della misericordia di Dio. Vivere i verbi del corpo, riconoscere la centralità dei più deboli significa riuscire a costruire davvero la comunità e testimoniare il Signore.
1 Cor 13: Paolo presenta l’amore nella sua concretezza, l’amore che passa attraverso la concretezza dei volti delle persone. E’ Gesù he ci ha fatto vedere la serietà delle persone. L’amore è la vita concreta delle persone. L’amore è tutte le volte che si dà la vita.
Dare la vita significa incontrare il Signore, diventare corpo della sua presenza dentro la storia. La carità non è un carisma, ma la via migliore, per la pienezza, è il modo più ricco per fare la strada insieme. Perché questa strada perché Gesù è così.

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giovedì 12 novembre 2015

CORSO CARITAS





CORSO CARITAS PER OPERATORI DI CENTRO D’ASCOTO

Paolo Cugini
Il cammino di Chiesa intrapreso delle Unità Pastorali coinvolge anche il modo di vivere la carità. Ci siamo interrogati su questo tema lo scorso anno, dopo un anno di cammino. Abbiamo compreso che lo sforzo di camminare insieme doveva passare necessariamente anche dal modo nel quale ci avviciniamo agli ultimi. Uscire da un modo di fare assistenzialista, che tende a mantenere i poveri nel loro stato di povertà, coinvolgendo le persone al puro livello di contribuzione materiale, per camminare verso quello stile nel quale la Caritas diocesana da anni si sta muovendo. Ciò comporta una disponibilità all’ascolto, al farsi carico delle sofferenze dei fratelli e delle sorelle, soprattutto stranieri, che vengono a bussare alle porte delle nostre parrocchie. La chiesa povera di cui tanto parla papa Francesco rischia di rimanere sul piano della pura demagogia se non esce dal modello assistenzialista per incamminarsi verso un atteggiamento più responsabilizzante.
E’ dall’ascolto che possono iniziare cammini di liberazione degli stessi poveri. A volte è anche il sistema di aiuti che non permette ai poveri di uscire da una situazione d’indigenza per rimettersi in piedi e camminare con le proprie gambe. Gesù ci ha insegnato questo modello nella parabola del buon samaritano. Non si può pensare di fare la carità per il semplice fatto che si danno delle cose. Interessarsi della vita dei poveri, aiutarli a rialzarsi, rimettersi in cammino: è questo che la Caritas diocesana tenta di fare da anni. Un centro d’ascolto è senza dubbio una proposta in questa direzione, perché dall’ascolto delle persone in difficoltà si tenta di mettere in rete le risorse ecclesiali e sociali per elaborare una proposta, un cammino che si spera il più possibile propositivo.
L’ascolto dell’altro richiede un’attenzione particolare, richiede capacità di leggere tra le righe. Richiede anche la pazienza di andare al di là delle resistenze culturali che si frappongono nel dialogo con chi proviene da altre culture e che non permettono di cogliere la profondità della richiesta, che va al di la del dato materiale, anche se necessario. Per questo motivo, il percorso formativo proposto dalla Caritas diocesana prevede non solo dei momenti di recezione di contenuti, ma anche un momento di tirocinio nelle strutture che da anni lavorano sul territorio. L’ascolto delle povertà non consiste solamente in un’audizione passiva di richieste, ma anche e soprattutto l’elaborazione di una proposta, di un progetto che esige di essere continuamente verificato, aggiornato, modificato.
La proposta che presentiamo qui di seguito è sorta da un confronto tra il cammino realizzato in questi ultimi anni dalla Caritas dell’Unità Pastorale di Regina Pacis con la Caritas diocesana. Per questo motivo, la proposta che doveva all’inizio riguardare esclusivamente la succitata Unità Pastorale è rivolta a tutte le Caritas della diocesi che intendono aprire un centro d’ascolto. Per poter far parte di un centro d’ascolto si richiedono alcune capacità umane e cristiane unite ad un minimo di competenze. Saranno proprio queste ultime ad essere fornite dal corso che la Caritas propone.

Corso:
1.      Orientamenti biblici spirituali 16 gennaio
2.      Che cos’è un centro d’ascolto parrocchiale? 30 gennaio
3.      Approfondimento con le collaborazioni con le istituzioni – 13 febbraio
4.      Tecniche di ascolto 27 febbraio

Tirocinio
1.      Presenza affiancando l’accoglienza
2.      Affiancamento ai colloqui
3.      Partecipazione ad un’equipe settimanale


·         Il corso si terrà nei locali dell’Oratorio di Regina Pacis.
·         Le iscrizioni si raccolgono presso la Caritas Diocesana.